Roma chiede grano e chiede legno. E vuole anche tufo, per farne mattoni e pozzolana. La razzia procede per sbancamenti a gradoni o con arditi trafori in galleria. Dal sottosuolo di Monteverde e Portuense arriva il pregiato tufo rosso lionato; dalla Magliana proviene invece il più economico cappellaccio grigio-bruno. Più avanti verso il mare si estraggono ghiaia da calcestruzzo e sabbia.

Entriamo ora dentro un paio di queste cave. La prima, una cava di tufo rosso, si trova al bivio tra Campana e Portuensis. Sull’odierna via Riccardo Bianchi è presente un “grottone”, descritto a metà Settecento dall’agrimensore Eschinardi come “una gran spelonca, la quale era anticamente un ergastolo da tenervi schiavi”. L’ergastolum è l’alloggio-prigione della popolazione mineraria, marchiata a fuoco e incatenata. La cava ha restituito alcuni collari, oggi al Museo Nazionale Romano. Sopra c’è scritto: “Se fuggo bastonami e riportami al padrone”.

Un’altra miniera si chiama Ad Sextum Philippi e si trova al VI miglio della Campana. La vena di cappellaccio si esaurisce al tempo di Domiziano (fine I secolo a.C.) e cede via via spazi a una necropoli sotterranea. La trasformazione si completerà nel giro di un paio di secoli, quando l’intera cava diventerà un cimeterium cristiano: le Catacombe di Generosa.

Questo luogo è ancora oggi visitabile, grazie a uno strenuo nucleo di volontari. Insieme a loro entriamo nelle gallerie claustrofobiche, da un casotto in mattoni. Ci ritroviamo subito nella Spelonca magna, probabilmente l’antico ergastolo. Un diverticolo ci porta in un ipogeo a pianta quadrata, con un letto funerario e nicchiette per le urne dei defunti. Un altro ipogeo, rettangolare, nella fase di utilizzo cristiano sarà trasformato in cripta martiriale.

I due ipogei sono preceduti da un arcosolio – una nicchia coperta da un arco ribassato – che presenta un affresco di tormentata bellezza, che richiama il mito di Orfeo. Dopo la morte dell’amata Euridice, Orfeo compie un viaggio folle e disperato: scende giù nell’Ade, determinato a riprendersela. Vince la paura con la musica del suo flauto di Pan: le belve infernali, ammansite, gli permettono di avanzare fino a ritrovare Euridice. L’epilogo è tristissimo. Già, perché riportare indietro un defunto dagli Inferi – contravvenendo al divieto posto dal dio Ade – è impossibile: Orfeo fa appena in tempo a lanciare un ultimo sguardo all’amata, che lei sfuma in un’ombra e scompare per sempre.

Torniamo in superficie, ritorniamo al bivio tra Campana e Portuense. L’incrocio, ieri come oggi, è trafficatissimo, con il suo continuo flusso di umanità in transito.

Qui, nell’estate 1983, una fortunata campagna di scavi riporta alla luce un tratto di Via Campana lungo 50 metri, completo di bàsoli, le grandi pietre laviche che rivestono la carreggiata. Accanto riemergono una mansio (una locanda per viaggiatori) e delle terme con pavimenti a mosaico, per ritemprarsi dalle fatiche del viaggio e attendere con comodità ai commerci. Questa cittadella dell’accoglienza, simile a un moderno autogrill, sarà in grado di sopravvivere tenacemente fino al Medioevo.


(aggiornato il 18 Luglio 2021)


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