Facciamo un passo in avanti e arriviamo alla fine dell’Età del rame (2300 a.C.). Di mammiferi da cacciare ne sono rimasti pochi e il Sapiens deve aguzzare l’ingegno e inventarsi qualcos’altro per sopravvivere. Lo fa compiendo la prima delle grandi rivoluzioni della Storia: giorno dopo giorno impara l’agricoltura, addomestica gli animali, sceglie di vivere in comunità stanziali.

Questo cambiamento ― la “rivoluzione neolitica” ―, che arriva in Italia all’incirca 5000 anni fa sull’Arco alpino per scendere via via nel resto della Penisola, arriva a maturazione nella valle del Tevere a metà del II millennio a.C. Le innovazioni che il nuovo stile di vita comporta sono numerose, anche se non subito evidenti: i cicli agrari richiedono pianificazione e suddivisione del lavoro; il numero degli individui delle tribù tende a crescere; si differenziano nuovi ruoli sociali.

Talvolta capita anche che si producano più risorse di quelle che la tribù riesce a consumare. Alcune di queste, come latte e frutta, sono soggette a rapido deperimento e richiedono di organizzare veloci scambi con le tribù vicine: ne nascono commerci e attività diplomatiche. Altre risorse invece, come i cereali, vengono stoccate in speciali costruzioni ― i granai ―, in previsione dei rigori invernali o per intraprendere, nell’anno successivo, una semina più estesa.

Queste decisioni di lungo periodo comportano riflessi inediti nella vita sociale: per la prima volta fa ingresso nella valle del Tevere la parola “futuro”. E per la prima volta il capotribù non è l’individuo più vigoroso ma è quello più saggio: è quello che il futuro lo sa leggere meglio.

La tecnologia sostiene questo salto d’epoca. La nuova lega di rame e stagno ― il bronzo ― rende di colpo obsolete le lavorazioni in selce; la ceramica soddisfa il nuovo bisogno di cuocere, conservare e trasportare gli alimenti; si diffondono le prime macchine: l’aratro, il carro a ruote, il tornio da vasaio e il forno chiuso.

Uno spaccato della nuova dinamica società del bronzo ce lo offrono i ritrovamenti del 2008 su via delle Idrovore della Magliana, non distante dal magazzino di materiali elettrici RER. Gli archeologi si imbattono in un ingegnoso sistema di canalette idrauliche, capace di distribuire l’acqua su più appezzamenti e, in caso di inondazioni, drenare il ristagno. Sul fondo di una canaletta ritrovano un deposito di ceramiche a impasto bruno, decorate con disegni geometrici incisi nell’argilla ancora molle con stecche di legno e punte metalliche, che consentono di datare il sito alla metà del II millennio a.C. Secondo gli archeologi, le canalette servono un villaggio, che deve trovarsi appena più a nord, verso la collina di Montecucco.

Non ne conosciamo l’esatta localizzazione ma, con un po’ di fantasia, possiamo collocarlo proprio in cima alla collina, in posizione dominante e ben difesa da una scoscesa rupe, ancora oggi visibile.

Possiamo farcene un’idea sulla base di altri rinvenimenti della stessa epoca. Il villaggio è formato da capanne in legno e argilla a pianta ellittica o circolare, con cupole coniche. Dentro ogni capanna c’è un unico ambiente comunitario con al centro il focolare, un’unica porta di ingresso, piccole finestre alle pareti e in alto un comignolo-lucernario.

Le nostre informazioni sul villaggio purtroppo si fermano qui. Nello scavo, in fatti, non sono state trovate sepolture, che gli archeologi sono in grado di leggere come libri aperti, ricavandone notizie sui caratteri culturali delle comunità. Se, ad esempio, si trovassero delle deposizioni per inumazione ― con il corpo del defunto integro nei pozzi funerari ― si potrebbe inquadrare il villaggio in una comunità primitiva incentrata sulla pastorizia, che dentro il villaggio tiene anche stalle e recinti per il bestiame.

Se si trovassero invece delle sepolture a incinerazione ― con le ceneri cremate in vasi di forma biconica ― potremmo già trovarci di fronte a una società assai avanzata, affine alla cultura proto-villanoviana. In questo secondo caso, il villaggio presenta un’articolazione sociale complessa, in cui spiccano le figure di due artigiani specializzati: il fabbro, esperto nel fondere e laminare a sbalzo, e il vasaio, tornitore e decoratore. Nel nostro villaggio non c’è traccia del fabbro mentre il vasaio, come abbiamo visto, si è già messo all’opera.


(aggiornato il 15 Luglio 2021)


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