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Abbiamo già narrato la storia importante della tipografia Buffetti alla Magliana. Gli anni successivi al 1989 sono narrati invece dalle cronache giudiziarie, e dal dolore delle famiglie degli operai, che uno a uno si ammalano, per cause sconosciute. È in quel periodo che si comincia a parlare dell’amianto, materiale da costruzione oggi al bando in molti paesi, ma all’epoca ancora ritenuto affidabile e sicuro, e persino indicato, per le sue proprietà ignifughe, nelle moderne costruzioni industriali caratterizzate da lavorazioni a temperature elevate o con la presenza di materiali infiammabili, come la carta. La fabbrica di allora era insomma stata costruita con criteri e materiali all’avanguardia, che col tempo si sarebbero rivelati invece dei veleni. La cronista Nadia Cantelli riferisce che l’amianto sarebbe stato presente in tutti i reparti della fabbrica, e anche nell’attività di Stamperia, dove l’utilizzo era esteso, anche come patina sulla carta. Nel tempo alcuni lavoratori videro riconosciute alcune tutele, ma solo parziali. Così racconta la cronista:

A suo tempo i lavoratori, assistiti dall’avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, fecero causa per ottenere il pre-pensionamento, a causa della loro esposizione all’amianto. Ci furono circa 100 sentenze dei diversi tribunali, con esiti alterni: per alcune mansioni, ad esempio per i manutentori, fu accertato il superamento della soglia delle 100 ff/ll e quindi si ottenne l’accredito delle maggiorazioni contributive; altri invece non riuscirono ad andare in pensione. L’amianto però è rimasto lì, e lo stabilimento è sopravvissuto a se stesso e anche a molti dei suoi lavoratori, che nel frattempo sono morti per patologie asbesto-correlate, costituendo l’unica testimonianza vivente della strage dei lavoratori e del rischio per la collettività.

L’immobile ex Buffetti Grafica è stato in seguito ceduto, ed è oggi al centro di una controversia giudiziaria di non facile racconto. La proprietà attuale sembrerebbe propensa alla demolizione e ricostruzione del plesso, con una nuova destinazione d’uso residenziale, con lo strumento urbanistico del Piano Casa. Tuttavia non è chiaro chi, e in quali tempi, debba farsi carico dei costi di bonifica dell’amianto. L’ex presidente municipale Maurizio Veloccia così ricostruisce la vicenda:

Dal 2014 [i proprietari] devono bonificare l’amianto. Dopo una battaglia di due anni con Asl e Comune, il Municipio riuscì a far uscire un’ordinanza di bonifica dell’amianto. Dopo aver vinto il ricorso al Tar, il Consiglio di Stato accordò maggiore tempo alla Proprietà. Ma è passato un anno e nulla continua a muoversi. Anzi ora ci sono incendi. Strani, troppo strani. Il Municipio è vergognosamente silente. Ora bisogna intervenire. Visto che non lo fa la Proprietà, deve intervenire in danno il Municipio. Sono 30.000 euro di spese da recuperare con certezza. Questa sarà la battaglia da fare. Perché le persone che vivono lì intorno non possono rischiare la vita.

Il presidente Veloccia accenna agli incendi. Lo stabilimento, abbandonato e fortemente degradato, è stato occupato da persone senza fissa dimora e trasformato in uno «squat», in cui le condizioni di sicurezza sono inesistenti. Nel maggio 2017 i consiglieri Santori e Catalano hanno lanciato l’allarme, a seguito di un incendio di piccole dimensioni: «Siamo preoccupati, per la nota presenza di amianto all’interno e sui tetti del sito». I timori per l’amianto sono riemersi con grande forza alcuni giorni dopo, a seguito di un secondo incendio, di proporzioni maggiori. L’episodio è stato seguito nel suo evolversi da tutto il quartiere, con una concitata diretta sui social media. Le fiamme sono diventate visibili in alte lingue di fuoco fuori dalle finestre, intorno alle 20 del 22 maggio. Di lì a breve una nube acre di fumo ha invaso il quartiere e ha tenuto a lungo le famiglie con le finestre chiuse per il timore di esalazioni tossiche.

Sulla scia dell’indignazione e spavento per l’accaduto è stato presentato un esposto in Procura, per allertare le autorità circa il rischio per la salute, e di pari passo è stato avviato un ricorso collettivo degli abitanti del quartiere.

Come intuibile, il recupero dell’area non sarà né immediato né facile.