È l’8 settembre 1943. E non è un giorno qualsiasi. Alle ore 19:45 parla alla radio il nuovo capo del Governo, generale Pietro Badoglio (1871-1956): “Riconosciuta l’impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria…”, l’Italia ha chiesto l’armistizio agli Eserciti Alleati. “La richiesta è stata accolta”. Poi però Badoglio, con parole sibilline, lascia intendere che c’è stato anche il cambio di fronte, che siamo passati con Inglesi e Americani. Le forze italiane, conclude Badoglio, reagiranno ad attacchi “da qualsiasi altra provenienza”.

Gli “altri” sono le truppe germaniche. All’istante dodicimila soldati tedeschi di stanza all’aeroporto di Pratica di mare si mettono in movimento verso Roma. La guerra entra ora nella sua fase più drammatica.

Sono le 20:30. Sono passati appena 45 minuti dal proclama radiofonico di Badoglio. Le unità germaniche della 2ª Divisione Paracadutisti Fallschirmjäger espugnano rabbiose il Deposito carburanti di Mezzocammino e avanzano veloci lungo la Strada statale Ostiense. Puntano dritto verso Roma, la capitale nemica.

Al ponte della Magliana, però, devono fermarsi: c’è il posto di blocco stradale dei Granatieri di Sardegna, al Caposaldo numero 5. Due militari tedeschi scendono dalla camionetta e apostrofano il granatiere di guardia, di nome Emilio Frantellizzi, chiedendogli di agevolare il passo: “Per voi italiani la guerra è finita, andate a casa!”.

Con sangue freddo Frantellizzi prende tempo e avvisa il comandante di caposaldo, capitano Domenico Meoli. A sua volta Meoli allerta per telefono il comandante di divisione generale Gioacchino Solinas (1892-1987) e il tenente colonnello Ammassari, comandante del presidio di artiglieria alla Chiesa dell’Esposizione.

Meoli e Ammassari raggiungono il posto di blocco, per parlamentare. Senza spiegazioni vengono tratti in arresto e in quello stesso istante scatta il blitz: il posto di blocco cade in mano ai tedeschi.

Più o meno contemporaneamente un ufficiale germanico raggiunge la Garbatella e varca la soglia del comando della XXI Divisione. L’ufficiale formalizza al generale Solinas la richiesta di “passaggio inoffensivo” lungo la via Ostiense. La Fallschirmjäger – assicura – è diretta al Nord Italia; attraverserà Roma senza fermarvisi.

Il dialogo è teso. Solinas è stato informato della cattura dei suoi uomini e del posto di blocco. Con fermezza ne chiede la riconsegna. Alle 22 Solinas congeda l’ufficiale con un ultimatum di dieci minuti, passati i quali i granatieri attaccheranno. Nel suo diario militare Solinas annota queste parole: “Mi assale un impeto di sdegno. Decido senz’altro di dare la parola al cannone”.

Trascorrono dieci minuti interminabili, in cui non succede nulla. “Alle 22:10 due vampe sulla Collina dell’Esposizione mi annunciano, prima del suono dei colpi, che i pezzi dislocati sul Caposaldo n. 5 hanno aperto il fuoco”.

I colpi provengono dai mortai calibro 81 del 21° battaglione, comandato dal capitano Renato Villoresi. Frantellizzi ricorda: “Truppe tedesche avanzano a plotoni affiancati. Sono vicinissime. In quel momento apriamo il fuoco di sbarramento”. I tedeschi rispondono con le artiglierie e colpi di armi automatiche. “È una forza numericamente superiore – ricorda Frantellizzi –. Ma non ci perdiamo d’animo né di coraggio, con i nostri vecchi fucili 91 e bombe a mano. Abbiamo anche fucili mitragliatori e mortai da 45”.

Al Quinto caposaldo arrivano intanto i primi rinforzi: circa 200 guardie coloniali della PAI, la Polizia dell’Africa italiana. La guardia Amerigo Sterpetti, 21enne, sarà il primo a cadere sotto il fuoco nemico.