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Nel Territorio Portuense, così come in tutta Roma, è oggi diffusa la varietà contemporanea del dialetto romanesco. Secondo gli esperti di linguistica questa varietà è oggi molto vicina all’italiano, e ha assunto un certo divario con la parlata novecentesca di Trilussa, e ancor di più con il romanesco letterario, la lingua popolare romana codificata nell’Ottocento da Gioacchino Belli. «Io andiedi» (= io andai) avrebbe detto Belli; «sò ito» avrebbe detto Trilussa; «sò annato» si dice oggi. Ma tra sò annato (romanesco attuale) e sono andato (italiano) il passo è davvero breve.

Il distacco col ramanesco letterario è tale che la varietà contemporanea per taluni non è più nemmeno da considerarsi un dialetto, ma una flessione regionale della lingua italiana, che prende in prestito dal romanesco solo due elementi vistosi: la marcata cadenza in fonetica, e un limitato ma colorito dizionario di parole iconiche, ormai intellegibili anche oltre i confini regionali. La varietà contemporanea è insomma un dialetto nazionale, compreso e persino parlato anche dai non-nativi di Roma e veicolato, a volte con prepotenza, dalla televisione.

Proprio per questo l’attenzione dei linguisti si concentra oggi sulla resilienza del dialetto tradizionale, cioè sulla formazione di isole linguistiche in alcuni quartieri romani, soprattutto nei quadranti centro-meridionali della città, in cui la variante contemporanea convive con forme più antiche del dialetto romanesco. C’è per esempio il giudaico-romanesco del Ghetto ebraico, di antichissima origine, o il romanesco della Garbatella, quartiere venutosi a formare sotto il fascismo a seguito degli sfollamenti dei residenti nel Centro storico. Anche nel Territorio Portuense abbiamo esempi significativi di resilienza dialettale, soprattutto al Trullo e alla Magliana Vecchia, che nel Primo Novecento erano ancora propaggini periferiche del popolare rione di Trastevere.

E nel nostro territorio non mancano altri localismi, dai caratteri persino esotici. Ci sono gli innesti di lingua veneta dalla Tenuta Somaini a Maccarese, memoria dei migranti veneti giunti nell’Agro durante le bonifiche agrarie primo-novecentesche; o ancora al Trullo ci sono gli anziani, rimpatriati frettolosamente da Nizza e Marsiglia in tempo di guerra, che conservano gelosi il dialetto dei Macaronis, che intercala parole francesi in una parlata trasteverina. E poi ci sono le seconde generazioni di immigrati egiziani, rumeni e persino cinesi, e la comunità rom del Campo Candoni, che per parlare tra loro utilizzano ormai come lingua veicolare il dialetto romanesco, mantenendo i tipici accenti. I social hanno reso poi popolarissimo un venditore del mercato di Porta Portese, di origine egiziana, che esorta le massaie a comprare i suoi taglia-verdure in un ammiccante e personalissimo romanesco.

Prescinderemo ora da tutte queste tipicità, per esplorare le flessioni di dialetto tradizionale all’interno della varietà contemporanea, nel Territorio Portuense. Doverosa premessa è che siamo debitori, per i riferimenti al dialetto tradizionale, agli studi dell’appassionato di cose romane Andrea Pollett, che ringraziamo.

Per raccontarle partiamo dunque dall’inizio e spieghiamo che nel tempo sono esistite non una ma tante varietà del dialetto di Roma, alcune delle quali oggi scomparse, che passiamo in rapida rassegna. Ad esempio nel Medioevo si parlava il volgare romano, che somigliava molto a un dialetto campano e ancora molto poco al romanesco di oggi. L’epigrafe più antica è datata al IX sec. d.C. e consiste in un graffito, inciso nelle Catacombe di Commodilla, a San Paolo, che ammoniva i chierici sul fatto che durante l’eucarestia la parte dei Misteri va bisbigliata a voce bassa:

Non dicere ille Secrita a bboce

In questa scarna testimonianza è già presente il marchio di fabbrica del dialetto romanesco: il raddoppio fonetico, cioè il sovraccarico di pronuncia di alcune consonanti che porta a scrivere «bboce» anziché voce. C’è qui però anche un altro fenomeno linguistico, il betacismo (lo scambio tra b e v), che invece non è romano ma è tipico dei dialetti campani. Insomma il volgare romano non è più latino, ma è una parlata ancora indefinibile, in grado di far impallidire Dante Alighieri, che la definisce un «tristiloquium turpissimum» (una parlata ignobile e mesta):

Quello dei romani non è un volgare ma piuttosto un pessimo modo di parlare. Tra tutti i volgari italiani è il più orrido. Né c’è da stupirsene, perché essi appaiono i più laidi anche per la bruttezza dei modi e delle abitudini (De vulgari eloquentia, I, XI, 2, trad.).

Messer Dante ha il dente avvelenato con Roma, per la vicenda dell’esilio, e non c’è da stupirsi che di Roma non apprezzasse nulla, neppure la loro voce. Ma ai Romani del servero giudizio del padre della lingua italiana importerà poco, e continueranno a utilizzare il volgare almeno fino al XIV-XV sec., anche come lingua letteraria, ad esempio nelle Vite (biografie) di Santa Francesca Romana e di Cola di Rienzo.

Poi arriva il Rinascimento e subentra una nuova varietà, il vernacolo romano, con sempre meno influenze campane e sempre più nuovi vivaci influssi dall’Italia centrale. C’era stata di mezzo la chiusura della dogana col Regno di Napoli (1447), e il conseguente rimpiazzo della manodopera in agricoltura e pastorizia con le maestranze provenienti da Marche e Umbria. E c’erano stati anche i papi mecenati: uno su tutti Papa Leone X Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, che farà di Roma (e della Magliana) una succursale di Firenze, portandosi al seguito artisti, artigiani, commercianti e banchieri, tutti parlanti in vernacolo fiorentino. Nel 1581 Cristoforo Castelletti scrive una commedia popolare bilingue, le Stravaganze d’amore: la sua importanza risiede nel fatto che alcune maschere parlano ancora in volgare, altre già in vernacolo, a seconda di origine e condizione sociale. In questa fase scompare il betacismo campano e vanno via anche i pesanti dittonghi (occhi rimpiazza «uocchi», vecchi al posto di «viecchi» e ancora foco, lenzola ecc.). Nel Seicento altre commedie popolari, come il Meo Patacca, completano la transizione da volgare a vernacolo romano.

Ma è solo nell’Ottocento che compare il dialetto tradizionale romano. Il dialetto di Roma si affranca ora dalle regioni limitrofe e mette a punto proprie caratteristiche fonetiche, grammaticali e sintattiche, e matura anche un proprio vocabolario identitario. Questa codifica si deve in gran parte al poeta dialettale Gioacchino Belli (1791-1863): di giorno il Belli indossava i panni del severo funzionario della Censura pontificia; di notte invece girovagava di osteria in osteria, in mezzo ai peggiori birbaccioni, alla ricerca della lingua della plebe. Belli diede alla nuova lingua della plebe il nome di «romanesco», per distinguerla dalle altre due varianti dialettali allora ancora in uso: il dialetto corrente (cioè il vernacolo romano) e il «parlà ciovile», cioè la lingua amministrativa affine all’italiano, allora in uso nella Corte papale:

Io qui ritraggo le idee di una plebe ignorante […], col concorso di una favella tutta guasta e corrotta, di una lingua infine non italiana e neppur romana, ma romanesca (introduzione ai Sonetti).

Il Belli, padre nobile del nostro dialetto, ci ha lasciato un corpus letterario di 2300 sonetti, cioè per numero di versi il doppio della Divina Commedia di Messer Dante. Al Belli si deve anche la creazione di un sistema ortografico, oggi desueto, costellato di segni di elisione, accenti acuti, gravi e circonflessi, e una miriade di consonanti doppie che metteva anche a inizio di parola. Lo stesso Belli si era reso conto di questo «sommo abuso di lettere» e aveva intuito che la peculiarità del romanesco risiedesse proprio nella sua esuberante fonetica, a fronte di una distanza con l’italiano tutto sommato non insormontabile.

A ridurre le distanze con l’italiano ci si mette poi un fatto storico. Dal 1870 Roma è capitale d’Italia, e la città conosce un primo significativo afflusso migratorio che inevitabilmente incide sul dialetto. Il vocabolario si arricchisce con le nuove parole piemontesi, e la cadenza complessivamente si ammorbidisce, riducendo di molto la distanza con l’italiano. Due grandi autori – Cesare Pascarella (1858-1940) e Mariano Salustri, meglio noto come Trilussa (1871-1950) – saranno interpreti di questa nuova fase del dialetto, che strizza prepotentemente l’occhio all’italiano. A Trilussa si deve un’importante semplificazione del dialetto scritto: sfronda le consonanti doppie del Belli e omologa l’ortografia del romanesco con quella italiana, portando il romanesco fuori dai confini regionali.

Dagli Anni Trenta del Novecento il dialetto conosce una progressiva crisi. Il fascismo ha l’obiettivo dell’unificazione linguistica nazionale attraverso la scuola italofona. Le maestre hanno ora in dotazione la temuta matita rosso-blu, e l’impiego in un tema di termini dialettali è sempre errore blu. Ogni classe è dotata ora di un vocabolario italiano: se una parola è contrassegnata con la nota «dialettale» è insanabilmente sbagliata. L’uso del romanesco rimane così confinato ai soli ambiti popolari: è la lingua delle persone che non hanno accesso alla scuola e qualifica da allora i parlanti col pregiudizio di persona di umile ceto e di limitate prospettive di ascesa sociale.

Un ambito in cui il romanesco si conserva, e anzi si afferma, è tuttavia il teatro, sia pure nelle forme minori della rivista d’avanspettacolo che vede il suo massimo esponente nell’attore Ettore Petrolini (1884-1936) e poi il cabarettista Renato Rascel. Emblematicamente Rascel nel 1939, alle soglie di una sanguinosa guerra, canticchia: «È arivata la buffera, è arivato er temporale». Da questa serie di ibridazioni progressive – tra dialetto letterario ammorbidito, italofonia obbligatoria del regime fascista, romanesco d’avanspettacolo e tenace persistenza del dialetto negli ambiti popolari, soprattutto nel rione di Trastevere – si è ricavata la definizione forse non sempre calzante di varietà trasteverina del romanesco.

La caduta del regime non segnerà una ripresa del dialetto, tutt’altro. Anzi, se l’Istruzione pubblica fascista non era riuscita a imporre a pieno la lingua nazionale, questo compito verrà fatto proprio con rinnovato vigore, a partire dagli Anni Cinquanta, dalla televisione pubblica. Il nuovo media, e così anche la vecchia radio, portano dentro le case un italiano impeccabile, e ogni speaker si prepara con rigorosi corsi di dizione a depurare la voce da qualsiasi inflessione regionale. I parlanti romanesco in tv verranno a lungo confinati nel ruolo di caratteristi, o peggio ancora di macchiette.

A questa regola sfugge però il grande cinema, e in particolare la corrente del neorealismo, che avrà nel Dopoguerra i suoi massimi interpreti in Aldo Fabrizi (1905-1990) e Anna Magnani (1908-1973). A Roma risiede infatti la grande «fabbrica del cinema» di Cinecittà, che gioco-forza recluta gli attori dalle compagnie cittadine di avanspettacolo. Cinecittà viene anzi a creare una nuova variante dialettale, il dialetto cinematografico romano: una cadenza mediana tra l’italiano parlato e un romanesco ulteriormente semplificato, depurato cioè dei suoi tratti più marcati e reso ora intellegibile dalla Sicilia al Piemonte. Nelle produzioni di Cinecittà la funzione del romanesco cinematografico è rappresentare simbolicamente una parlata popolare e quotidiana, contrapposta all’italiano aulico delle élites. Ma, corre l’obbligo di ricordarlo, si tratta di una mediazione artistica, in parte artificiale.

La riscoperta letteraria del dialetto romanesco avviene a partire da metà Anni Sessanta, con il regista Pier Paolo Pasolini (1922-1975) e prosegue negli Anni Settanta e Ottanta, attraverso una produzione variegata. Nino Manfredi (1921-2004), Alberto Sordi (1920-2003) e in seguito il mattatore Gigi Proietti e l’attore Carlo Verdone porteranno irruentemente alla ribalta la romanità televisiva. Questa produzione, che va dalla commedia d’impegno civile al semplice intrattenimento, via via eleva il dialetto cinematografico romano al nuovo ruolo di dialetto nazionale: cioè un dialetto regionale che idealmente rappresenta tutti gli altri dialetti d’Italia. In questa fase il dialetto si addolcisce ulteriormente e si contamina con nuovi termini mutuati da altri dialetti, segnando ora un percettibile distacco con il dialetto dei Romani de Roma. Per la prima volta infatti a partire dagli anni del Boom, a Roma i nativi parlanti in dialetto sono meno degli altri residenti originari di altre regioni: e per comunicare nel quotidiano i più giovani utilizzano ormai l’italiano al posto del dialetto, grazie alla scolarizzazione diffusa.

Da Christian de Sica in poi, con Pippo Franco e Thomas Millian (doppiato da Ferruccio Amendola) si possono già riconoscere i tratti della varietà contemporanea del romanesco. Dagli Anni Novanta si afferma così un romanesco televisivo ancora diverso da quello cinematografico del neorealismo, e caratterizzato dai sempre più frequenti prestiti linguistici con l’italiano.

È ancora molto forte la cadenza, ma questo dialetto è ormai depurato di ogni ruvidità lessicale, al punto che oggi è considerato una flessione regionale dell’italiano, e non più un dialetto. Volti noti che parlano oggi nella varietà contemporanea sono gli attori Edoardo Leo ed Enrico Brigano, il conduttore Paolo Bonolis, il calciatore Francesco Totti. La varietà contemporanea è oggi diffusa in maniera uniforme in tutto il territorio cittadino, con una tendenza alla crescita del divario rispetto al dialetto tradizionale.