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Questa storia incomincia da molto lontano, in uno scenario completamente diverso da oggi. Siamo alla fine del Pleistocene, cioè l’ultima fase della preistoria, quella più vicina a noi, all’incirca dodici mila anni fa. È appena terminata l’ultima glaciazione e le nostre latitudini assumono via via dei climi accettabili per l’insediamento umano. Allora, la linea di costa è assai più arretrata rispetto a quella attuale, e il mare inizia subito dopo l’attuale Ponte Galeria. Un terzo dell’attuale Territorio Portuense allora non esisteva; o meglio: era sommerso dalle acque. Anche il Tevere di allora è molto diverso dal Tevere di oggi: è un profondo gran canyon, in alcuni punti profondo anche 60 metri. Lo ha reso così lo scioglimento dei ghiacciai dopo l’ultima glaciazione: le acque appenniniche si erano riversate impetuose sul suo alveo, incidendo profondamente il terreno. Questo gran canyon pone un ostacolo insormontabile ai naturali movimenti migratori dei grandi mammiferi erbivori, che da nord scendono a sud in cerca di temperature miti. E inevitabilmente i grandi elefanti, ippopotami, bovini, cavalli, cervidi, cinghiali – tutti molto più grandi di quelli attuali, e tutti incapaci di nuotare – si radunano nei pressi dell’odierna Ponte Galeria, bloccati contemporaneamente nella loro migrazione sia dalla spiaggia che dal fiume.

È a questo punto della preistoria che fa ingresso in scena un altro mammifero, che a differenza di quegli altri è carnivoro, aggressivo, e purtroppo è anche intelligente e intenzionato a posizionarsi al vertice della catena alimentare. Si tratta dell’Homo Sapiens, che allora è ancora nomade (non costruisce case), raccoglitore (non coltiva i frutti ma coglie quelli spontanei) e soprattutto è cacciatore. A Ponte Galeria, tra spiaggia e fiume, l’Homo Sapiens sa che può trovare enormi giacimenti di carne: basta solo organizzarsi per la caccia collettiva. Con micidiali strumenti come giavellotti di legno appuntiti e asce con schegge di selce, può facilmente aver ragione dei grandi pacifici pachidermi. Non ci sono allora insediamenti umani stabili a Ponte Galeria ma periodiche scorribande di tribù nomadi di 30-40 persone al massimo, rette da un capo e basate su rapporti solidaristici: tutti mangiano le carni delle grandi prede, anche anziani, donne e bambini, indipendentemente dal contributo dato nella caccia collettiva. E se qualcuno muore viene anche seppellito, per un innato senso di pietà, in modo che del corpo del defunto non sia deturpato dalle bestie selvatiche.

La più antica traccia archeologica del passaggio sul territorio portuense di questa comunità di cacciatori, spietati ma capaci di sentimenti di pietà dei defunti, risale all’Età del rame, cioè tra il 3700 e il 2300 a.C., ed è documentata con l’Insediamento protostorico della Muratella: qui la Soprintendenza Archeologica di Roma ha rinvenuto una tomba a grotticella contenente le spoglie e l’armamento di un guerriero, che gli archeologi hanno ribattezzato Luca, che è ad oggi il nostro concittadino più antico. La tomba è stata distaccata insieme alla zolla di terra che la contiene, ed è esposta oggi presso il Drugstore Museum.

Gli archeologi attestano anche dal X sec. a.C., nel nostro territorio, attraverso ritrovamenti di vasellame, la presenza di altre comunità umane: si tratta di navigatori greci in risalita lungo il Tevere. Essi contendono a un’altra comunità, stanziale, la città-stato di Veio, il controllo della rotta commerciale che dal Tevere risale nell’entroterra. Il fiume doveva essere variamente presidiato, con avamposti militari e commerciali insieme. Ad oggi, non sono archeologicamente noti i resti di villaggi arcaici fenici o greci lungo la riva destra del Tevere. Ma sappiamo, da fonti greche, che gli avamposti etruschi fra il mare e il Gianicolo erano almeno 7, e in greco erano chiamati Epta Pagoi (i sette villaggi).

Le comunità di lingua latina arrivano dall’VIII sec. a.C., attraverso penetrazioni progressive. Lo storiografo di lingua greca Macrobio riferisce nei Saturnalia (I, 10) l’esistenza di una comunità mista latina-etrusca, fondata attraverso la leggendaria unione in matrimonio tra una donna latina, di nome Acca Larentia, e un pastore etrusco, di nome Tarun, che nei testi latini si incontra con il nome di Faustolo. Dai due nascono 12 figli: alla morte del più piccolo di essi, Faustolo, affranto dal dolore, raccoglie lungo il fiume una cesta, contenente due gemellini, abbandonati. Faustolo li conduce presso la sua casa, e Acca Larentia ne assume da allora il ruolo di pietosa nutrice. I due gemellini – i cui nomi sono Romolo e Remo –, divenuti grandi saranno destinati a grandi imprese. Ed è da questo punto in poi che il Mito fondativo portuense narrato da Macrobio si aggancia con il ben più conosciuto Mito fondativo di Roma. Riporta Livio che gli undici figli di Acca Larentia e Faustolo si associano a Romolo nell’impresa della fondazione dell’Urbe, e che Romolo attribuisce ad essi il nome di Fratres Arvales, nominandoli «primi sacerdoti di Roma» e divenendone egli stesso il capo e dodicesimo arvale. La terra degli Arvali, dunque, è sin dalle origini mitiche associata a Roma e considerata sua sorella maggiore, e insieme terra di transito, incontro e meticciato tra culture.

Sin qui arriva la preistoria, e poi la leggenda. Convenzionalmente, dal giorno di fondazione di Roma (che si fissa convenzionalmente al 21 aprile del 753 a.C.) inizia invece la storia. Nel nostro racconto della storia locale seguiremo un modello lineare del tempo, allineando gli eventi secondo l’ordine del prima e del poi. Tra migliaia di eventi, tuttavia, è possibile riconoscere taluni eventi speciali, che gli storici chiamano «cesure». Le cesure sono dei fatti che portano con sé il cambiamento del tipo di società: dopo questi eventi la oscietà è diversa, diventa un’altra società. Le cesure storiche dunque segmentano la linea del tempo, e ognuno di questi segmenti prende il nome di «epoca». Poiché nel mondo le società sono diverse, il tempo non ha uno scorrere omogeneo in ogni luogo: ci sono luoghi tranquilli con società dai ritmi secolari, e luoghi dove cambiamenti repentini si succedono nel giro di pochi anni. Ogni luogo insomma è diverso. Nel piccolo del Territorio Portuense abbiamo pertanto individuato – in maniera del tutto arbitraria e quindi revisionabile – 9 tipi di società, che corrispondono a altrettante epoche, che andiamo ora ad esaminare.

Il primo periodo, che chiamiamo Epoca arcaica, va dalla Fondazione di Roma (753 a.C.) all’anno 509 a.C. Il 509 è l’anno della cacciata da Roma del re etrusco Tarquinio il Superbo: tale data segna la fine di un tipo di società mista etrusco-latina e retta da un sistema di tribù federate con a capo un re.

Al suo posto si insedia un nuovo tipo di società, basata non più sul governo di un re ma sulla «res publica» – la cosa pubblica –. Questa società è caratterizzata dalla prevalenza della componente latina rispetto a quella etrusca e, specificamente, dalla prevalenza dell’ordine sociale del patriziato rispetto alla plebe. Questa fase, detta Epoca Repubblicana, si chiude nel 31 a.C., con l’assunzione da parte di Ottaviano Augusto del potere personale assoluto.

Questa terza fase, l’Epoca imperiale, caratterizzata dal dominio di Roma sul bacino del Mediterraneo, termina nel 410 d.C., anno in cui la tribù dei Goti espugna l’Urbe e la mette a sacco.

La quarta fase è una fase lunghissima: si tratta del millenario sonno dell’Epoca medievale, che nel Territorio Portuense facciamo finire convenzionalmente nel 1471. Perché proprio quell’anno? D’altronde, tra Quattro e Cinquecento, la fine del Medioevo era nell’aria. Ma il 1471 è l’anno dell’arrivo alla Tenuta della Magliana di Papa Sisto IV.

Lui e i suoi successori rinascimentali, soggiorneranno spesso alla Magliana, portando al loro seguito artisti, fasti e splendori, e poi tempi di decadenza e di nuova ripresa. Questa quinta fase, detta di Rinascimento e Decadenza termina nel 1799, con l’arrivo delle truppe napoleoniche.

L’avvento di queste truppe di invasione costringe l’istituzione del Papato a confrontarsi con la modernità e avviare grandi riforme. L’epoca successiva, il Primo Ottocento, è dunque segnata da una straordinaria fioritura agricola e urbana, caratterizzata dalla nascita del Catasto e, in seguito, dagli slanci riformisti del papa-re Pio IX.

Dopo la parentesi della Repubblica Romana del 1848, c’è una fase di transizione, e bisognerà ancora attendere il 1870 perché vi sia un nuovo cambio di epoca. Il 1870 è l’anno di Roma capitale d’Italia. In questa settima fase, chiamata Risorgimento e Regno, Roma diventa la capitale della nuova Italia unitaria di Casa Savoia, sede di ministeri e di complessi cambiamenti che portano un mondo ancora prevalentemente rurale alla transizione verso la modernità.

C’è un anno importante nella moderna storia di Roma: è il 1909, anno in cui l’urbanista Edmond Sanjust di Teulada e il sindaco del tempo, Ernesto Nathan, avviano un processo di riordino amministrativo della città, che ha il suo cardine nel Piano Regolatore Generale. Sanjust e Nathan dividono Roma in quattro cerchie concentriche – la Città storica, Città moderna, Città in espansione e le Aree rurali – secondo il c.d. «modello anulare». Al suo interno ciascun anello è suddiviso in comprensori omogenei, chiamati «rioni» nella Città storica, «quartieri» nella Città moderna, «suburbi» nelle aree in espansione e «settori d’Agro» in quelle ancora rurali. È in questa fase che il Territorio Portuense, fino ad allora costituito da due frazioni – Magliana e Ponte Galeria –, cessa di essere considerato come un piccolo paese ai margini di Roma, per essere considerato un tutt’uno con essa: parte della stessa città, sebbene in una posizione periferica. Si tratta di un processo graduale, che nasce proprio in questa ottava e brevissima fase del Primo Novecento.

La Marcia su Roma del 1922 apre una fase anch’essa breve, e pur terribile, che coincide con il Regime fascista (nona fase). Questa fase si chiude nel 1944, con la Liberazione e poi la fine della guerra. Dal Dopoguerra in poi i tempi si fanno relativamente vicini, e l’individuazione di cesure storiche non è facilmente individuabile, per lo meno non lo è oggi. Chiamiamo questo tempo, il nostro tempo, Contemporaneità.

Col Dopoguerra si apre per Roma una fase di grande prosperità, e di grande espansione urbanistica. Al punto che il modello urbanistico ad anelli di Sanjust e Nathan non è più in grado di rappresentare la forma della città. Nel 1966 si abbandona pertanto l’impianto ad anelli, in favore di un nuovo modello, ispirato dagli Arrondissement di Parigi, la capitale francese. Il Legislatore del tempo, partendo dai comprensori omogenei esistenti (quartieri, suburbi e settori d’Agro), li riaggrega fra di loro e li supera, creando nuove entità territoriali più vaste, chiamate «circoscrizioni». Esse sono disposte non più secondo un impianto anulare ma «radiale», intorno al Centro storico, come gli spicchi di una torta. Le circoscrizioni hanno per lo più forma di striscia e si sviluppano lungo le direttrici delle grandi strade consolari romane. Sono nate così le moderne circoscrizioni: da una pianificazione urbanistica di una città futura, più che dalla fotografia di una città già esistente.

Il 25 ottobre 1981 intanto si tiene in Italia il XII Censimento generale della popolazione. Non è un censimento come gli altri ma è il primo dei censimenti moderni. Questo avvenimento, oltre a consentire al Comune di Roma una revisione straordinaria dei registri di Anagrafe e dello Stato civile, è stato anche l’occasione per intraprendere approfonditi studi demografici e sociologici sulla popolazione cittadina. Ve ne erano stati altri in passato, ma per la prima volta questi studi non considerano la città come un tutt’uno ma incominciano ad analizzare i dati per singola circoscrizione.

Ma quanto i nuovi confini delle circoscrizioni, da poco istituite, corrispondoano effettivamente anche a comunità urbane omogenee? Molto, poco o nulla? Il compito di rispondere a questa impegnativa domanda, per quella che allora si chiamava XV Circoscrizione (cioè il Territorio Portuense), viene affidato a un’impiegata comunale dalle doti straordinarie: la signora Nicoletta Campanella, prematuramente scomparsa e ancora oggi ricordata per la grande umanità e spirito di servizio. La Signora Nicoletta, seppur nella pochezza dei mezzi a sua disposizione, credeva profondamente nel lavoro che andava a svolgere. La sua indagine, pubblicata con il titolo Ritratto di una circoscrizione: La XV, è ancora oggi considerata una pietra miliare per chi si accinge a studiare il Territorio Portuense.

La sua indagine ci dice che nel 1981 nel Territorio Portuense risiedono 168.166 abitanti. Per fare un raffronto oggi gli abitanti sono scesi a circa 155 mila e la densità è scesa dai 24 abitanti per ettaro di allora ai 21,85 di oggi.

Ma il calo demografico è un fenomeno relativamente recente. Le serie storiche indicano invece una crescita ininterrotta a livello cittadino, e il sovrappopolamento risultava allora uno dei problemi più sentiti. Si pensi che un secolo prima, nel 1881, la densità di Roma era di appena 1,8 abitanti per ettaro; sale a 9,3 nel 1941 e nel 1981 passa a 19. Immigrazione e speculazione edilizia ne sono i tratti caratteristici. Roma insomma è cresciuta «troppo in fretta, e senza regole», come scrive Nicoletta Campanella:

Roma assorbe il flusso migratorio proveniente soprattutto dall’entroterra e dal Mezzogiorno. È cresciuta in fretta e senza regole. I piani regolatori che si sono susseguiti sono stati sempre disattesi, per volontà politica e perché la veloce crescita non permette piani a lunga scadenza: la gente ha bisogno di case, e se le costruisce magari con le proprie mani. Dove il popolo non arriva da solo ci pensano gli speculatori, ai quali con la scusa del bisogno impellente di case si lascia fare di tutto.

Eppure, già nel 1981, la sociologa prevede un’inversione di tendenza:

Questo salire, questo continuo crescere, sta volgendo alla fine. Nell’area meridionale e nell’area occidentale del Comune di Roma nel prossimo futuro dovrà esserci una forte riduzione dell’edilizia sia dentro che fuori il Gran Raccordo Anulare, con un blocco dell’edificazione a favore dell’ambiente e del patrimonio esistente.

Un fenomeno che invece la Campanella non poteva prevedere era che al termine dei fenomeni di immigrazione (cioè le migrazioni interne, per lo più dal Sud Italia), si sarebbero aggiunti flussi migratori ingenti di popolazioni straniere, da paesi europei ed extraeuropei. Nel Territorio Portuense, nel 1981, la studiosa riporta che gli abitanti sono quasi tutti italiani, e per lo più sono in gran parte di origine romana o laziale:

La XV ha il primato dei nati nel Lazio, il 71%, che si può dedurre siano anche in gran parte romani. Un numero rilevante della popolazione proviene dalle altre regioni, prime fra tutte quelle meridionali.

Allora la media dei componenti per famiglia è 3,16 persone, con una natalità superiore al dato romano e una significativa presenza di giovani. Gli anziani – e in quegli anni si considera anziano chi ha più di 60 anni – costituiscono l’11,3% della popolazione, mentre la media romana è del 15,8%. La scolarizzazione è bassa. I capofamiglia laureati sono solo il 5,6% (media romana 11%), i diplomati sono il 18% e ci sono l’1,2% di capofamiglia analfabeti.

La popolazione attiva è al 34%, e solo un terzo è donna. Disoccupati e in attesa di prima occupazione sono il 6,9% (più della media cittadina). Tra i giovani c’è un 11,2% che abbandona gli studi e non lavora. Il 24% dei lavoratori è impiegato entro il territorio municipale, il resto lavora in città e solo il 3,2% fa il pendolare fuori comune. Insieme ai lavoratori si spostano anche gli studenti: il 67,7% di essi studia fuori dai confini circoscrizionali, diretti principalmente a Monteverde e in Centro. A fronte di questo flusso in uscita, la circoscrizione registra ogni giorno 14.771 lavoratori in entrata. Gli studenti in entrata sono 1386.

L’ultimo censimento generale (il XV) si è svolto il 9 ottobre 2011. In questa rilevazione sono state chieste ai capifamiglia informazioni numeriche sull’abitazione, le persone della famiglia (dati anagrafici, titolo di studio, professione, luogo in cui si svolge l’attività di studio o lavoro), le persone che non abitano abitualmente nell’alloggio e le persone temporaneamente presenti. Dal censimento risulta che la popolazione italiana è salita a 59.433.744 abitanti (60.457.909 compresi gli stranieri). Anche in quell’occasione il Comune di Roma ha fatto un importante lavoro di indagine statistica, del quale ci proponiamo di dare conto a breve, aggiungendo un paragrafo a questo capitolo.

È stato pubblicato dal Comune l’Annuario Statistico 2015, il quale esamina rilevazioni anagrafiche dell’anno 2014. Riportiamo qui di seguito alcuni dati alla data del 31 dicembre 2015, rilasciati da Roma Statistica. A quella data la popolazione iscritta nell’anagrafe municipale è di 154.871 abitanti. I due quadranti urbani più popolosi sono Marconi (34.851 abitanti) e Trullo (30.516), seguiti da Portuense (29.308) e Magliana (25.638). Minor popolamento hanno i quadranti di Corviale (16.184), Ponte Galeria (11.933) e Magliana Vecchia (5235). Per 1206 residenti non è stato possibile rintracciare l’esatta localizzazione.

Ci riproponiamo a breve, aggiungendo un paragrafo a questo capitolo, di entrare un po’ più nel dettaglio.

Complessivamente questi dati, almeno a livello teorico, debbono trovare riscontro nell’Anagrafe. L’Anagrafe è un pubblico registro, che si tiene in ogni comune italiano, con il fine di documentare la situazione numerica della popolazione. A fianco dell’anagrafe esistono altri pubblici registri, chiamati Stato civile, nei quali i comuni annotano gli eventi significativi della vita dei singoli abitanti e delle famiglie: tutti nasciamo, abbiamo una cittadinanza e alla fine tutti muoiono; spesso ci sposiamo e talvolta divorziamo, adottiamo figli o veniamo adottati; oppure ci spostiamo in altri comuni o emigriamo in altri Paesi.

Tutti questi registri sono conservati negli uffici anagrafici. Questi uffici hanno il doppio compito di aggiornare i registri, e di rilasciare a chi li richiede i certificati, cioè dei documenti che riproducono parti dei registri. Nel comune di Roma gli uffici anagrafici hanno una struttura decentrata: c’è un ufficio anagrafico per ciascun municipio, mentre l’ufficio anagrafico centrale di via Petroselli si riserva alcune funzioni generali. Nel Municipio XI l’Anagrafico si trova in Via Portuense, 579, e occupa uno stabile novecentesco in cui il pianterreno, cui si accede da una scala, è destinato ai servizi al pubblico; il piano superiore è riservato agli uffici, mentre gli ampi scantinati e le soffitte a doppia falda ospitano gli archivi.