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La Via Portuense è l’erede moderna di due strade dell’antichità: la Via Campana pre-romana e la Via Portuensis del I sec. d.C. Le due strade si biforcano in località Pozzo Pantaleo. Una campagna di scavi del 1983 nel punto di diramazione ha restituito un tratto di Via Campana largo 6 m e scavato per una lunghezza di 50. La strada è lastricata in «basali», le pietre dure poligonali che ricoprono anche la via Appia. Nel 2017 è stato scavato il punto di diramazione ed è emerso un tratto della Via Portuensis. Allora come oggi quel punto costituisce uno degli incroci più trafficati della città.

 

 

La Via Campana è un antichissimo tracciato viario in gran parte parallelo alla riva destra del Tevere, percorso già dal X sec. a.C. dalle popolazioni preromane (Italici ed Etruschi) e da commercianti fenici e greci. Esso congiungeva il guado naturale dell’Isola Tiberina con la sua destinazione (da cui prende il nome): il «Campus Salinarum», il Campo Salino alla foce del Tevere da cui si estraeva il sale, bene preziosissimo nell’antichità. Passata l’Isola Tiberina l’asse viario proseguiva sulla riva opposta, innestandosi sulla Via Salaria e portando con sé i commerci di generi più disparati fra l’abitato arcaico di Roma e alle ancora potenti città italiche ed etrusche lungo il corso settentrionale del Tevere. Per questo gli studiosi sono soliti parlare della Via Campana e della Via Salaria come un unico asse funzionale, denominato talvolta come Asse Salaro-Campano.

Nella prima metà del I secolo d.C. la Via Campana si rivela insufficiente a sostenere l’ingente traffico mercantile e si “sdoppia” con la costruzione di una nuova strada in diramazione, la Via Portuensis. Essa prendeva il nome dalla sua destinazione –Portus (attuale Fiumicino), cittadella commerciale sorta a ridosso dei nuovi porti imperiali di Claudio e Traiano – e si diramava dalla Via Campana in località Pozzo Pantaleo, tra gli ordierni quartieri Marconi e Portuense.

Il punto di diramazione, indagato dagli archeologi a partire dal 1983, è stato generoso di ritrovamenti, restituendo, oltre a un tratto basolato di strada romana lungo 50 m, anche i resti di un insediamento urbano, un impianto termale e una necropoli.

Ma facciamo un passo indietro. Prima della costruzione della nuova Via Portuensis, il punto di diramazione è costeggiato da un’aspra collina, utilizzato già in Epoca repubblicana per usi estrattivi. Vi si ricavava un pregiato materiale da costruzione, il tufo rosso lionato, sia con scavi in galleria, sia con scavi a cielo aperto (le c.d. «latomie»), che conferivano al paesaggio un aspetto lunare, che doveva apparire impressionante, per le volumetrie di roccia nuda a vista, già ai viaggiatori di allora.

Collocare il punto di diramazione in quel contesto di aspri sbancamenti a roccia viva comporta inevitabilmente per il sito una seconda vita, che prescinde dalle cave di tufo – attività da allora abbandonata – e comporta l’insediamento di attività umane del tutto nuove, legate ai commerci, alla sosta e al ristoro. Comprendere cosa sia stato il punto di diramazione di Pozzo Pantaleo in antico, significa prenderlo per quello che è: è un «incrocio». E negli incroci, in ogni tempo e in ogni cultura, si addensa l’umanità, col suo carico di attività multiformi e solo apparentemente incoerenti.

Nel 1983 succede dunque che dei sondaggi preventivi, per la realizzazione di una centrale operativa ACEA in località Pozzo Pantaleo, rilevano la presenza, accanto alla moderna via Portuense, di un tracciato perpendicolare di «strada basolata» di epoca romana. Strada basolata significa ricoperta di «bàsoli» o «basàli», le durissime pietre laviche leucitiche di forma poligonale che oggi ad esempio possiamo ben osservare sulla Via Appia.

La campagna di scavo della Soprintendenza Archeologica di Roma si protrae sino al 1989. Essa porta alla luce una porzione lunga circa 50 metri e larga 6. Tale tratto viene agevolmente identificato dagli studiosi come un rifacimento del I sec. d.C. dell’antica Via Campana, avvenuto contestualmente ai lavori per la creazione della Via Portuensis, e in quel contesto ripavimentato con basali. Ma esiste anche una seconda ipotesi, che nasce dal fatto che il punto esatto di diramazione non è stato individuato: potrebbe trattarsi di un «diverticolo», cioè una strada di servizio che congiunge le due strade Campana e Portuense, a servizio della viabilità locale.

Va menzionata un’altra campagna di scavo, più limitata nel tempo e nello spazio, avvenuta nel 1996 per la posa di cavi dell’alta tensione sulla Via Portuense, da cui sono emerse numerose sepolture. La principale di essa, chiamata Tomba di Petronia, presenta un pavimento a mosaico a tessere bianche e nere, con schema decorativo ad arabesco, vegetale e animale. L’iscrizione funeraria – studiata da Tomei nel 2006 – è in tessere di pasta vitrea, inserite nell’ordito. Essa porta una dedica con consacrazione ai Mani, le divinità dell’Oltretomba, offerta dai genitori per la defunta figlia Petronia.

Le altre tombe sono tutte disposte in fila, lungo l’asse del vicino Tratto di Via Campana. Le tecniche costruttive sono le più varie. Si tratta di strutture in elevazione, con murature in mattoni e opus reticulatum; i pavimenti sono in opus spicatum e talvolta a mosaico; le decorazioni interne sono su intonaci dipinti a fresco o con stucchi. Gli usi funerari sono misti, con prevalenza dell’incinerazione (si hanno nicchie, talvolta a colombario, ed esternamente si hanno dei recinti per le ceneri dei servi). Le celle sono variamente delimitate da muri in opera mista, reticolata e laterizia, con pareti ornate con stucchi e intonaci dipinti. Talvolta sulle pareti si aprono le nicchiette di colombari per la deposizione di urne funerarie o dei recinti (piccoli spazi chiusi per la deposizione delle ollette con le ceneri dei defunti più poveri). Le pavimentazioni sono in opus spicatum (a listelli alternati, a comporre il disegno di spighe) e talvolta musivum (a mosaico).

Tali ritrovamenti, in posizione esterna al terreno ex Purfina, dove erano già avvenuti significativi ritrovamenti archeologici, rafforzano l’ipotesi che la superficie della necropoli si estenda ben al di là dell’area oggetto di indagini.

Le indagini degli Anni Ottanta permettono di intuire correttamente l’assetto e le funzioni complessive dell’area, elaborando così l’idea di un esteso comprensorio necropolare, tra gli attuali quartieri Portuense e Marconi, denominato «Necropoli Portuense». Ad oggi gli studiosi sono soliti dividere l’estesa necropoli in quattro settori: un primo settore su via di Pozzo Pantaleo (Necropoli di Pozzo Pantaleo); un secondo settore su via Belluzzo (Drugstore Gallery); un terzo settore su via Ravizza (Necropoli di via Ravizza); e un quarto e ultimo settore su via Bianchi (Necropoli di Vigna Pia).

A determinare la nascita della necropoli vi è, a metà del I sec. d.C., l’apertura al traffico carrabile del nuovo ramo della Via Campana, che proprio sotto la collina di via Belluzzo si distacca dal vecchio tracciato: il fianco della collina si rende dunque disponibile per l’uso cimiteriale. Vengono realizzate dapprima stanze ipogee e semi-ipogee scavate direttamente nel tufo, per poi arrivare ad un utilizzo estensivo del terreno, che soppianta progressivamente la cava di tufo preesistente.

Il I settore viene individuato già nel 1947, quando, in occasione di alcuni sbancamenti seguiti alla parziale dismissione della fabbrica Purfina a ridosso della ferrovia, emergono cinque stele funerarie appartenute a guardie scelte di Nerone (Cippi dei Germani) e viene segnalato un settore cimiteriale con fosse e recinti per la deposizione di anfore cinerarie. Segue, nel 1951 il ritrovamento di due interi sepolcri: la tomba affrescata dei Campi elisi e la tomba decorata in stucco dei Geni danzanti. Entrambe sono intagliate dal tufo e trasportate al Museo Nazionale Romano, insieme ai cippi dei Germani.

Gli scavi sistematici su questo settore iniziano nel 1983 e continuano, a più riprese, fino al 1998. Da essi emergono un edificio funerario a doppia camera (1989, indagato sommariamente), un’intera fila di tombe (Tombe Portuensi, 1996) e un mausoleo circolare (Pozzo Pantaleo, 1998), forse identificabile con la cappellina medievale di San Pantaleo. Nel 2010, a seguito di nuovi ritrovamenti in occasione della realizzazione di un nuovo sottopasso ferroviario. Nello stesso anno vengono svolti anche dei sondaggi preventivi sulla vicina via della Magliana Antica: da essa non emergono ritrovamenti e nell’area vengono realizzati un parco giochi e un parcheggio interrato.

Il II settore, contiguo al I, viene individuato nel 1966, durante l’edificazione del complesso condominiale di via Belluzzo. Emergono altre cinque tombe, chiamate ciascuna con una lettera dell’alfabeto, in ordine di ritrovamento: Tomba A (Tomba di Ambrosia), B (~ delle lesene), C (~ bianca), D (Colombario Portuense) ed E (~ della Vaschetta). Nella maggiore di esse, il Colombario, è stato rinvenuto un sarcofago in marmo (Sarcofago di Selene), trasportato al Museo Nazionale Romano. La sistemazione delle cinque tombe avviene nel 1982.

In quello stesso anno viene riconosciuto come parte della Necropoli Portuense anche un III settore, posto a 400 metri di distanza dai primi due, su via Ravizza, dal quale emergono due tombe: la tomba 1 (~ dell’airone), e la tomba 2 (~ di Epinico e Primitiva).

Un IV settore infine viene individuato nel 2000, sul versante opposto della collina rispetto ai primi due settori, presso via Bianchi durante la costruzione di un parcheggio interrato. Da esso emergono due nuclei di edifici funerari: un colombario ad uso collettivo e un sepolcro familiare, detto Tomba di Atilia. La sistemazione dell’area si conclude nel 2006.

 

La Mansio di Pozzo Pantaleo è una sosta per viandanti di Epoca imperiale, in cui era possibile rinfrescarsi, consumare un pasto frugale, trovare ospitalità e compagnia. Il sito emerge durante la campagna di scavi del 1983. Si tratta di un gruppo di piccoli ambienti in opera mista, affiancati l’uno all’altro, con affaccio comune sulla Via Campana. Gli ambienti sono preceduti da un portico. L’edificio è dotato di un doppio sistema idraulico, in cui acque potabili e acque reflue circolano separatamente. È presente un ambiente con una vasca in malta idraulica, ed è stato indagato anche un edificio funerario a doppia camera.

 

 

La Mansio della Via Portuensis è un manufatto romano di epoca imperiale, identificato come una sosta per viandanti, qualcosa di molto simile ad un moderno motel, in cui era possibile trovare ristoro, breve ospitalità e persino la compagnia di donnine compiacenti. Il sito emerge durante la campagna di scavi del 1983-1989. A margine dell’indagine principale, che riguarda il tratto di Via Campana e l’attiguo impianto termale, si esplora anche un settore periferico più ad ovest. Ne emerge un gruppo di ambienti in opera mista, posti in serie l’uno accanto all’altro, e affacciati sulla strada attraverso un porticato. L’indagine ha restituito anche i resti di due ambienti in opera laterizia appartenenti ad un edificio funerario, con ingresso opposto alla Via Campana, caratterizzati dalla presenza di sepolture in formæ (sotto tegole).

Assai utile alla comprensione complessiva del sito è la prosa di Laura Larcan, che sul Messaggero[1] fa il punto sul significato di una stazione di ristoro collocata proprio lì, sulla trafficatissima Via Portuense di ieri e di oggi:

 

Tutto il bello della Roma imperiale on the road. Il traffico non sarà stato rumoroso e carico di smog come quello di oggi ma la folla di viaggiatori e trasportatori di merci doveva essere la sua caratteristica principale. Altrimenti non si spiegherebbe la sua complessa struttura di servizi di assistenza per i viandanti. Perché quello che è stato riportato alla luce dalla Portuense, proprio sotto al ponte sul quale corrono le rotaie della ferrovia Roma-Fiumicino, è un autentico hub di duemila anni fa. Uno scalo all’incrocio tra l’antico tracciato della Via Portuensis e la Via Campana, dotato di una stazione di posta, grandi terme maschili e femminili, impreziosite da mosaici e marmi policromi sulle pareti, un luogo di culto mausolei e sepolcri. Una sorta di motel imperiale per confortare il corpo e lo spirito dei numerosi viaggiatori che facevano la spola tra Roma e Portus. Con uno sforzo di immaginazione, basti solo pensare che su queste due arterie viaggiavano tonnellate di anfore con olio, grano, sale, tessuti. Prodotti essenziali per una città che contava già nel II secolo un milione di abitanti.

 

Già dalla campagna 1983-1989 emerge che gli ambienti sono dotati di un complesso sistema idraulico, articolato su un doppio sistema di canalizzazioni: uno per le acque chiare alimentato dal vicino torrente (il fosso Tiradiavoli, oggi prosciugato), e uno con cunicoli fognari per smaltire il refluo, che ritornavano al torrente. Sono presenti anche una vasca impermeabile, foderata con malta idraulica, e un pozzo (per sopperire all’essiccazione estiva del torrente). I viandanti potevano godere della frescura della vasca e dell’ombra del porticato e, con l’occasione, consumare a pagamento un pasto frugale, un bicchiere di vino o magari, un incontro amoroso a pagamento.

La presenza di un impianto idrico così articolato ha portato in tempi recenti a ripensare la Mansio, immaginandola non come un corpo isolato ma come strettamente collegata al complesso termale, forse addirittura parte del complesso termale stesso, di cui costituiva un settore separato e posto sul lato opposto della strada, ad uso esclusivamente maschile. Una sorta di “centro benessere”, che prevedeva, oltre alle semplici funzioni igieniche di pulizia del corpo, anche di riempire lo stomaco con qualcosa da bere e da mangiare magari in piacevole compagnia, e locali in cui riposare nell’attesa di riprendere l’indomani la marcia verso l’Urbe. Molti motel di oggi, dotati di centro benessere, in fondo non hanno un’organizzazione dissimile.

 

Le Terme di Pozzo Pantaleo sono un impianto termale pubblico di epoca imperiale, di cui è stato scavato il calidarium. L’aria calda prodotta nel præfurnium era canalizzata attraverso suspensuræ al pavimento e tubuli alle pareti. In un secondo ambiente, identificato come frigidarium, sono stati individuati pavimenti con figure mitologiche in mosaico bianco e nero. Lo scavo, ripreso nel 2014, ha permesso l’estrazione di altri pavimenti e pareti musive. Il setacciamento delle terre negli impianti fognari ha permesso di riconoscere due settori distinti nelle terme: uno maschile e uno femminile.

 

 

Le Terme di Pozzo Pantaleo (oggi reinterpretate come terme femminili, in contrapposizione alle terme maschili, sul lato opposto della Via Campana) sono un edificio di età imperiale in opera laterizia e vittata (blocchetti di tufo), destinato ai bagni – abluzioni in acque calde e fredde –, al ritrovo e la socialità.

Tra il 1983 e il 1989 la Soprintendenza Archeologica di Roma rinviene i resti del calidarium (la sezione destinata ai bagni caldi e ai bagni di vapore). Il pavimento è retto da suspensuræ, sorta di pilastrini al di sotto dei quali passa l’aria riscaldata prodotta dalla fornace (præfurnium). Nelle pareti sono presenti tubuli, ossia laterizi speciali a sezione rettangolare, anch’essi destinati alla circolazione dell’aria calda. I bagni si svolgevano in acque aromatizzate con spezie, profumi e talvolta vino, mentre il lavaggio vero e proprio si svolgeva con pietra pomice e cenere.

È venuto alla luce anche un ambiente esterno, probabilmente parte del frigidarium (destinato ai bagni freddi) o del tepidarium (moderatamente riscaldato), con pavimenti in mosaico bianco e nero decorati con figure mitologiche. Attorno a questi ambienti dovevano trovarsi gli spogliatoi e una sala per i massaggi, non individuati.

La campagna di scavi del 2014 non ha indagato nuovi ambienti significativi ma, attraverso il setacciamento delle terre, ha portato ad un ripensamento della struttura dell’impianto termale, ipotizzando che esso fosse in realtà suddiviso in due settori, opposti l’uno all’altro sui due lati della Via Campana: uno femminile e uno maschile. Parte del settore indagato negli Anni Ottanta è stato così riletto come un settore termale esclusivamente femminile. Portano in questa direzione i nuovi ritrovamenti: una cinquantina tra spilloni in osso e spatole in avorio, oltre ad oggetti dalla connotazione chiaramente femminile come cucchiaini per il trucco, il manico di uno specchio, vari contenitori per il balsamo.

Rafforza questa ipotesi, sul lato opposto della strada, dove si ipotizza invece la presenza di terme maschili, il ritrovamento di un raro oggetto di vanità maschile: uno «strigile», una sorta di raschietto in bronzo usato dagli uomini per ringiovanire la pelle del viso e del corpo dopo il lavaggio, rimuovendo gli strati di pelle morta con funzione simile a quella della pietra pomice.

 

Il Drugstore Gallery è un polo espositivo della Soprintendenza Archeologica, situato all’interno di un ex centro commerciale. Nel 1966, durante l’edificazione del fabbricato sovrastante, emergono un sepolcro a camera e un colombario, e in seguito altri tre sepolcri. L’area, inizialmente destinata ad autorimessa dello stabile, e poi autosalone e supermercato, si caratterizza da subito per una difficile convivenza tra resti necropolari e funzioni terziarie. Nel 2011 la Soprintendenza ha separato gli spazi e nel 2017 ha riaperto l’area al pubblico, con un rinnovato allestimento espositivo.

 

 

Negli Anni Sessanta la dismissione dello Stabilimento Purfina rende disponibili per l’edificazione residenziale alcune aree tra la via Portuense e l’allora via delle Cave portuensi (oggi via Giuseppe Belluzzo). Viene quindi autorizzata la costruzione di un lotto di 4 villini, raccordati da un piastrone di collegamento ad uso autorimessa, incassato nel fianco collinare scosceso. Fin dalle prime escavazioni con le pale meccaniche emergono i resti di un elaborato complesso necropolare di Età imperiale. Purtroppo, la Soprintendenza viene avvisata solo a sbancamento avvenuto, e il 14 aprile 1966 l’incaricato ministeriale Emanuele Gatti non può che constatare l’avvenuta devastazione:

 

Nel cantiere è in corso uno sbancamento con mezzi meccanici per la costruzione di 4 villini. Si nota, ai piedi della parete tufacea […] la parte superiore di un colombario scavato nel tufo, e quasi completamente interrato. Si vede la volta a sesto ribassato, dalla quale l’intonaco è quasi completamente caduto […]. Nella parete di fondo si notano resti di intonaco dipinto (fondo grigio, fiori paonazzi). Sulla parete di sinistra si vede appena la parte superiore di una porta o arcosolio. Una parte del colombario è stata certamente demolita durante l’attuale sterro.

 

Fin da questa relazione si individuano i due nuclei principali della necropoli: un «colombario», cioè un sepolcro collettivo destinato ad accogliere su file ordinate di loculi le urne cinerarie dei defunti; e un «sepolcro a camera» dai fiori paonazzi, in questa fase è appena intravisto. Intorno macerie e cumuli di terra. Erano anni assai diversi, in cui la necessità di costruire case nella Capitale d’Italia prevaleva su tutto: i villini vengono completati, e viene completata anche la sottostante autorimessa.

Nel 1982 viene autorizzata la trasformazione dell’autorimessa in locali commerciali aperti al pubblico. È in questa fase che la Soprintendenza avvia una campagna di consolidamento, restauro e studio delle strutture necropolari superstiti. Oltre al colombario e il sepolcro a camera già riconosciuti nel 1966, nel 1983 vengono riconosciute altre tre tombe di minori dimensioni, in parte scavate nel tufo e in parte realizzate in muratura, portandone il numero complessivo a cinque. Il luogo assume così una prima denominazione di «Le Cinque tombe». Vengono anche riconosciuti due «recinti», cioè dei giardinetti tra una tomba e l’altra, destinati all’accoglienza di umili sepolture in urne cinerarie, mentre alcuni materiali di maggior pregio vengono trasportati al Museo Nazionale Romano.

La campagna di studio individua già allora correttamente l’esteso periodo di fruizione del sito, riconoscendo una prima fase di utilizzo – tra la metà del I sec. e tutto il III secolo d.C. – in cui la necropoli si espande progressivamente; e una fase successiva in cui si riutilizza alla meno peggio l’esistente: le nicchiette dei colombari vengono trasformati in loculi e si distruggono le pavimentazioni per scavare fosse per l’inumazione. Questa fase dura fino al IV, forse V sec. d.C. Ma torniamo al 1983. Il primo impiego commerciale della struttura è come autosalone per la vendita di automobili: le tombe sono quindi già da allora visibili al ristretto pubblico interessato all’acquisto di un autoveicolo, che, come possiamo immaginare, non doveva nutrire un grande interesse per la presenza di tombe.

Negli Anni Novanta all’autosalone subentra una nuova attività commerciale: un «drugstore», uno speciale supermercato all’americana, aperto 24 ore su 24 e dotato di una speciale licenza per vendere ogni genere di prodotto, con ingresso dal civico 313 della Portuense. Le tombe si presentano in questa fase circondate dalle affollate scansie del supermercato. La convivenza tra le funzioni commerciali – appartenenti al «mondo dei vivi» – e la necropoli romana – il «mondo dei morti» – si rivela da subito un esperimento infelice. Lodata da alcuni per l’avveniristica modalità di fruizione, in qui l’archeologia si mescola al quotidiano, ai più la soluzione appare poco rispettosa. Inoltre la necropoli, specie nelle ore notturne e nella stagione fredda, finisce per diventare il bivacco degli sbandati e persino un richiamo per attività poco chiare. Spesso il Drugstore finisce sui giornali per episodi di degrado e qualche volta violenza e criminalità. La mattina, gettate tra le tombe, non era infrequente ritrovare bottiglie e rifiuti. Non passa molto che la struttura viene chiusa, riaperta e richiusa.

Sia pur nella discontinuità, è stato possibile in quello scorcio di Anni Novanta e Duemila visitare le tombe, che passiamo ora in rassegna. Il «sepolcro a camera» che gli archeologi chiamano Tomba A è una camera funeraria della metà del II sec. d.C., fortemente rimaneggiata alla fine del secolo. È interamente scavata nel tufo, con volta a botte. Da un gradino si accedeva all’ambiente quadrangolare ipogeo, intonacato in giallo e porpora, con un nicchione centrale e numerose nicchiette e loculi. Nel mosaico del pavimento è stata intagliata una fossa, realizzata quando gli spazi funerari del sepolcro erano ormai tutti occupati: la moneta di Caronte in bocca al defunto ha permesso di datare l’ultimo utilizzo del sepolcro all’anno 196 d.C.

La tipologia costruttiva della Tomba A è quella del sepolcro familiare. Si tratta di un ambiente unico quadrangolare, con al centro nella parete di fondo il nicchione rettangolare destinato alle ceneri dell’ignoto pater familias. Ai lati si trovano, disposte simmetricamente, le altre sepolture dei componenti – parenti e affini – dell’unico nucleo familiare. Sono stati rinvenuti, in tutto, i resti di otto individui e ceneri di cremazione ma non sono state trovate scritte che attestassero i nomi. La grande nicchia rettangolare è sormontata da una calotta a forma di conchiglia, in stucco bianco. Al di sotto si trova un loculo, che ospitava due sepolture e ospitava due discendenti morti un paio di generazioni dopo il pater familias.

La decorazione pittorica della parete è assai ricca. La parte inferiore è organizzata per riquadri a fondo bianco, contornati con una fascia color porpora, in cui sono raffigurati policromi elementi geometrici e figurativi. La parte superiore è intonacata in colore giallo. Ai lati della nicchia centrale vi sono due figure volanti con scudo in stucco bianco.

Le pareti laterali, fortemente danneggiate dai lavori del 1966, presentano in origine due file di 4 nicchie su per ciascun lato, destinate a contenere le urne cinerarie. Nel II sec. d.C. succede tuttavia che l’uso della cremazione, tradizionale nella cultura romana, viene via via soppiantato dalla deposizione della salma integra (inumazione). Questo ha portato a rimaneggiamenti, trasformando le nicchie per le urne cinerarie in loculi e arcosoli. Particolarmente evidente ad esempio, nella parete di destra, è la trasformazione di un intero filare di nicchie, cui è stata aggiunta una copertura ad arco ribassato. Poco o nulla rimane della parete d’ingresso.

La tomba è caratterizzata dal mosaico pavimentale in tessere bianche e nere a tema dionisiaco. Si tratta della rappresentazione figurativa del Mito di Ambrosia: una scena terribile di stupro e morte, purtroppo di sconvolgente attualità, che tramanda forse di un caso di «femminicidio» avvenuto nel nucleo familiare proprietario del sepolcro.

Centralmente è rappresentato il personaggio di Licurgo, inebriato durante la vendemmia fino a perdere il lume della ragione e assalire la ninfa Ambrosia, intenzionato a violarla. Al rifiuto della ninfa, Licurgo brandisce un’ascia bipenne, infierendo sul suo corpo della ninfa: «perché se la ninfa non può essere sua, costei non sarà di nessun altro», narra il mito. In quel momento la ninfa invoca gli Dei affinché le concedano la salvezza o, per lo meno, cancellino nell’Aldilà il ricordo della brutalità. La sua richiesta viene esaudita e la ninfa sfugge al carnefice trasformandosi all’istante in un tralcio di vite. Da allora Ambrosia continua a vivere, all’interno di ogni vite, e accompagna chi beve il rosso nettare del vino, concedendogli il potere di dimenticare, insieme a lei, il «male della vita». È da allora che il vino si colora di rosso, in ricordo del sangue di Ambrosia. La raffigurazione musiva è incentrata sul momento più drammatico, quello in cui Licurgo si avventa sulla ninfa scagliandole contro colpi di scure. La ninfa appare già trasformata in un ramo di vite. Il mosaico è contornato, ai lati, da una fascia decorativa composta di tralci di vite intrecciati. Ai quattro angoli sono raffigurati quattro kantharoi (grandi vasi), dai quali si originano i rami. Al centro di ogni lato si distinguono quattro figurette maschili, che rappresentano ognuna una diversa fase della vendemmia.

La Tomba B (o Tomba delle lesene) è una piccolissima camera funeraria familiare, della prima metà II sec. d.C., decorata all’ingresso da due finte colonne scanalate, chiamate in architettura lesene. La struttura è in parte scavata nel tufo, in parte costruita in muratura. L’esterno è in laterizio rosso-arancio. Le pareti interne, con decorazioni floreali e geometriche, hanno una doppia nicchia per lato (ciascuna ospitava un’olla cineraria). Della parete di fondo, danneggiata, si conserva la sezione inferiore di una nicchia, nel cui foro, sigillato da un coperchietto, sono state trovate ceneri intatte.

All’esterno è stato rinvenuto un «recinto funerario», datato alla fine del I sec. d.C. I recinti sono dei giardinetti, per lo più rettangolari, destinati a contenere nella terra nuda le urne cinerarie dei servi. In origine i recinti sono delimitati agli angoli da quattro massi. Nel rettangolo ideale che essi disegnano, sono deposte olle, anforette e contenitori varia natura, con dentro le ceneri dei servi, partendo dagli angoli e occupando via via le porzioni centrali. Poiché la Tomba B è di epoca successiva al recinto, si può ipotizzare che essa sia stata ricavata riducendo l’area originaria del recinto. A questa fase risalgono anche i due muri di recinzione che gli archeologi chiamano Muro a e Muro b: nel Muro a sono state individuate sette nicchie (di cui tre ancora integre e contenenti, ciascuna, due olle). Il Muro b, sul lato opposto, presenta varie fasi di rifacimento e una conformazione di più difficile lettura.

Quando, poco distante, viene edificata anche la Tomba A, il rettangolo si chiude, e all’interno viene deposto un nuovo strato di terra, potendo così ospitare nuove sepolture. I recinti, essendo destinati ad individui di umilissime condizioni, presentano spesso questa conformazione a strati sovrapposti, spesso caotici. È stato rinvenuto, al centro del recinto, anche un pilastro in laterizio, che lascia supporre che il giardinetto, sia stato, in una fase tarda, dotato di un tetto e trasformato in una camera funeraria per inumazione, andata perduta.

Addossati alla parete della Tomba B, su un bancone in muratura, sono stati ritrovati due sarcofagi in marmo, decorati con i bassorilievi di Helios e Selene. Essi sono oggi conservati presso il Museo Nazionale Romano.

La Tomba C (o Tomba bianca), è anch’essa una camera funeraria di piccole dimensioni, utilizzata tra il I sec. d.C. e l’inizio del III. Le sue pareti intonacate non hanno dipinti. La struttura è parzialmente ipogea ed è intagliata nel tufo, con la parete d’ingresso in muratura. Vi si accede da una scala con quattro gradini. Sulla parete di destra è presente un loculo a cassone scavato nel tufo, mentre sulla parete di sinistra c’è un secondo cassone con la parte esterna in mattoni. La parete di fondo è stata danneggiata dal posizionamento di un pilastro in cemento armato nel 1966. Sul pavimento è presente un’unica fossa. Complessivamente sono stati rinvenuti tre individui inumati, dei quali uno è un bambino di 4 anni, con corredi ceramici.

La Tomba E (o Tomba della Vaschetta), è un ambiente funerario di piccole dimensioni, in opus reticulatum e laterizi di tufo, sul cui pavimento è intagliata una vasca rettangolare. La sua edificazione risale alla fine del I sec. d.C. La presenza di vistosi interventi di rifacimento nei muri lascia supporre un utilizzo prolungato nel tempo. Nell’ambiente si accede da una piccola scala di tufo. Internamente non presenta né intonaci né decorazioni. Gli archeologi non vi hanno rinvenuto né resti umani né corredi funerari. L’ambiente ha quindi importanza assai modesta e la sua specificità risiede nella presenza di una vasca rettangolare, intagliata nel tufo ad una profondità di circa 40 cm, con funzione non identificata.

La Tomba D (o Colombario Portuense) è una grande struttura sepolcrale ad uso collettivo, in uso tra fine I sec. d.C. (o inizio II) e primi decenni del III sec. È di forma rettangolare, stretta e allungata, con tre lati intagliati nel tufo. La tomba è stata danneggiata dall’edificazione dell’edificio sovrastante e dal passaggio di una conduttura fognaria: si conserva integra la parete d’ingresso in muratura, con la facciata interna organizzata a «columbarium», con nicchiette per le urne cinerarie disposte in file ordinate. Successivamente vi vengono ricavati anche loculi per l’inumazione e banconi per la deposizione dei sarcofagi. Due di essi, uno di marmo senza decorazioni e uno in terracotta, sono ancora conservati in situ. Esternamente è stato individuato un focolare (con resti di ossa animali e frammenti ceramici) per i banchetti in onore dei defunti.

La parete in muratura, lunga circa otto metri, si presenta oggi, all’esterno, priva di finiture, con i resti di un piccolo avancorpo per proteggere l’ingresso. Dal piccolo avancorpo, scesi tre gradini, si accedeva all’ambiente sepolcrale, parzialmente ipogeo. È interessante rileggere oggi lo scritto dello studioso Nibby, che visita il colombario nel 1827, che attesta invece che all’epoca era ancora in piedi una «facciata di colonne, architrave, fregio e cornice, tutto di terracotta»: si tratta probabilmente di un’attestazione indiretta di quanto danno abbiano prodotto gli sbancamenti del 1966.

Il colombario è decorato in basso da uno zoccolo color porpora, ed è organizzato in quattro file di nicchie, ciascuna delle quali è contornata, nell’archetto, da una fascia anch’essa di color porpora. Sull’intonaco sono spesso graffiti i nomi dei defunti. Nella fila inferiore, sopra l’arco dell’ottava nicchia, si trova l’epigrafe «Ianuariæ» (lett: “Questo loculo è di Ianuaria”, al caso genitivo) e, poco prima, sopra la quarta, l’epigrafe curvilinea di Brigantina – «Brigantine» –, con errore nel caso genitivo).

L’errore grammaticale ci dà modo di riflettere sulla composizione sociale dei defunti del sepolcro collettivo: essi appartenevano al ceto basso, o talvolta medio. E si è ipotizzata la loro provenienza dalla XIV «regio» di Roma in epoca augustea: il Trans Tiberim. Essa era popolata, per lo più, da artigiani o commercianti, in elevato numero stranieri o liberti (schiavi liberati). Nel Trans Tiberim sono documentate le professioni più umili legate al vicino Tevere: barcaioli, scaricatori degli insediamenti portuali, pescivendoli e mugnai.

Nel 2011 nell’ormai ex supermercato drugstore, viene avviato un delicato intervento di ristrutturazione, ispirato al criterio di separare gli spazi dei vivi dagli spazi dei morti. La zona commerciale viene resa del tutto autonoma, mediante la costruzione di muri di separazione dalla necropoli. E oggi il supermercato si presenta frazionato in un maggior numero di comuni attività commerciali: un grande store di elettronica, un’agenzia turistica e un ristorante. La parte archeologica invece, il cui ingresso è stato spostato al civico 317, ospita invece uffici della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, oltre all’area necropolare vera e propria.

Lo spazio espositivo intorno alla necropoli, ribattezzato in quella fase con l’altisonante nome di «Drugstore Museum», sviluppa una superficie di 350 mq e dispone di spazi per attività culturali aperte al pubblico. Negli anni a seguire tuttavia la struttura museale è stata aperta al pubblico in maniera discontinua.

Dall’8 aprile 2017 la struttura è nuovamente aperta al pubblico, per tutti i fine settimana. Un’associazione – InUrbe Cultura 3.0 –, assicura in convenzione con la Soprintendenza la presenza fissa di un archeologo dalle 10,30 alle 21,30, per favorire visite di singoli e gruppi. La riapertura del 2017 è stata inoltre accompagnata da un nuovo impianto di illuminazione e nuovi allestimenti espositivi.

In particolare è stata collocata qui la teca climatizzata del Guerriero di Muratella, la lapide di Vespasiano, vetrinette con i reperti estratti dal cantiere dell’attiguo Ponticello Portuense, e, alle pareti, porzioni dei mosaici provenienti dal vicino impianto termale di Pozzo Pantaleo.

Nel Drugstore Gallery è conservato, all’interno di una teca climatizzata, il corpo di un giovane guerriero rinvenuto alla Muratella, sepolto tra il 3700 e il 2300 a.C. La teca contiene l’intera zolla di terra in cui il guerriero venne sepolto. Accanto a lui si trovavano le sue armi e le punte delle frecce in selce.

Dagli scavi del 2014 nel settore delle terme femminili è riaffiorato un cippo in travertino, conservato oggi nel Drugstore Gallery. L’articolata iscrizione, databile nel I sec. d.C. al tempo dell’Imperatore Vespasiano, rivela l’intervento dell’autorità imperiale per restituire l’area alla pubblica fruizione, dopo che ne era stata sottratta da quella che, con termini moderni, potremmo definire l’“occupazione abusiva” da parte di privati.

Fin qui l’epigrafe non presenta particolare interesse, oltre al narrarci vicende che ieri e oggi si replicano purtroppo con le stesse dinamiche. Per gli archeologi tuttavia l’epigrafe è accompagnata da un enigma irrisolto. Attraverso la formula «in sacrum restituit» (restituì alle funzioni sacre) si lascia supporre che nell’area sorgesse un luogo di culto. A quale divinità fosse consacrato, e soprattutto dove sorgesse il tempio, agli archeologi non è dato di conoscere.

 

Con la campagna di scavi del Giubileo del 2000 si fa avanti l’ipotesi che, a lavori finiti, l’angusto Ponticello della Via Portuense possa essere rimodernato, aprendo un secondo fornice ed elevando l’impalcato ferroviario, rendendo più fluida la circolazione stradale sottostante. Le demolizioni vengono realizzate nel 2006, portando alla luce nuovi ritrovamenti archeologici. Da allora i lavori proseguono, alternati a lunghe interruzioni. Al momento in cui scriviamo è stato posato il nuovo impalcato ferroviario ed è stato completato il secondo fornice, ma l’apertura al traffico appare ancora lontana.

 

 

I lavori di raddoppio stradale e di costruzione del nuovo ponte ferroviario a doppio fornice, protratti nella fase realizzativa fino al 2015, hanno intercettato settori dell’impianto termale femminile di epoca romana. Nell’occasione il cantiere è stato aperto al pubblico per soli tre giorni, il 29, 30 e 31 luglio 2014. I mosaici rinvenuti sono stati quindi restaurati e trasportati nell’attigua struttura del Drugstore Gallery, dove oggi sono visibili.

 

L’area di Vigna Pia aveva restituito già nel 1885 un sepolcro con pavimenti a mosaico, raffiguranti il «Ratto di Proserpina», visibili oggi alla Centrale Montemartini. Nel 1998 viene indagato un settore all’interno del ristorante La Carovana, che prende comunemente il nome di Necropoli di Vigna Pia. Ne è emerso un complesso funerario, composto di una tomba collettiva con più ambienti organizzati in file ordinate di nicchiette (Colombario) e una tomba familiare, dedicata ad Atilia Romana. È presente una cucina funeraria per i banchetti in onore dei defunti. Nel 2006 l’area è stata aperta al pubblico.

 

 

L’area del Colombario presenta pavimenti in mosaico a tessere bianche e nere, con figure ad elemento vegetale, geometrico o simbolico (come il nodo di Salomone). Il colore che spicca di più sulle pareti, all’inizio identificate solo di colore bianco, è il rosso porpora, il quale delinea anche le nicchie del colombario. Le pareti presentano anche decorazioni a motivo floreale (roselline) oppure volatili, animali ultraterreni (ippocampi) e anche raffigurazioni simboliche di carattere dionisiaco (la maschera).

È stata evidenziata la presenza di fumo sulle pitture: queste tracce stanno ad indicare l’uso di una cucina funeraria, unica testimonianza nel Territorio Portuense, sebbene sappiamo che l’uso di banchetti per cerimonie e commemorazioni di defunti sia stato molto diffuso nella civiltà romana.

Il colombario è un tipo di costruzione funeraria ad uso collettivo, suddivisa in file orizzontali di nicchie nelle quali vengono conservate le urne cinerarie dei defunti. Il nome deriva dal fatto che le nicchie scavate nel muro ricordano, nell’aspetto, le cavità in batteria per l’allevamento dei colombi. I colombari hanno la massima diffusione nel periodo tra metà I sec. a.C. e il I sec. d.C., che coincide col periodo di massima diffusione della pratica della cremazione. Il colombario del Drugstore (come del resto gli altri due colombari dell’area) è quindi un esempio relativamente tardo. Questo tipo di sepoltura – estremamente funzionale ed economico, potendo contenere in spazi limitati le ceneri di molte persone – è tipico dei contesti urbani in rapida espansione e incremento demografico, come lo era in effetti il Suburbium del I-II sec. d.C. La curiosità è che anche le moderne cappelle funerarie nei cimiteri delle città più popolose (come Prima Porta, a Roma) spesso hanno struttura a colombario.

Non è nota la relazione intercorrente tra i defunti del Colombario Portuense ma in genere si tratta di componenti di un’unica famiglia allargata (clan familiare), compresi affini, schiavi, liberti, clientes (persone in rapporti d’affari) e persino amici rimasti sprovvisti di una tomba propria: nei colombari non si guardava insomma al legame di sangue al momento della nascita ma soprattutto ai rapporti di cooperazione e alleanza durante la vita. Altre volte il vincolo è dato dall’appartenenza della medesima corporazione (ma non sembra questo il caso), e infine, soprattutto nei contesti extra-urbani, talvolta i colombari finivano per andare oltre i confini del clan, aprendosi a tutti i componenti della comunità locale (ipotesi che al Drugstore potrebbe anche essere verosimile).

Nel luglio 1998, durante lavori di archeologia preventiva per la realizzazione di box auto nell’area tra le vie Riccardo Bianchi, Ettore Paladini, viale di Vigna Pia e Via Portuense, emerge una nuova porzione del vasto complesso necropolare Portuense, di cui sono già note le aree di Pozzo Pantaleo, del Drugstore e di via Ravizza. Tutte e quattro le aree afferiscono alla viabilità dell’antica Via Portuensis. I resti sono oggi compresi nella fascia centrale del terreno del ristorante La Carovana, posto su un diverso piano di calpestìo. Gli scavi iniziano nel 2000 e continuano anche nel biennio successivo. La successiva sistemazione pubblica (con la realizzazione di tettoie protettive) si conclude nel 2006.

Nell’area sono presenti strutture funerarie di diverse tipologie, appartenenti a diversi modi di trattare il corpo del defunto: l’inumazione (data la presenza di sarcofagi, tombe a cappuccina e anche fosse ricavate nel terreno, a volte anche distruttive per quanto riguarda i mosaici) e l’incinerazione (sono state trovate ollette e anfore, usate per conservare le ceneri del defunto). Complessivamente, la Necropoli di Vigna Pia risulta articolata in tre sezioni: il Sepolcro di famiglia, l’area del Colombario e un’area con murature oggi ricoperta.

Il sepolcro di famiglia è dedicato da Atilius Abascantus alla defunta moglie Atilia, citata in un’epigrafe e raffigurata a mezzo busto nel mosaico a tessere bianche e nere. Proprio la scoperta del sepolcro dedicato a questa donna porta gli archeologi a nominare l’intera area con il nome di Necropoli di Atilia.

A margine delle due aree principali si trova una terza area nella quale sono state trovate delle murature. Tali muri, ritenuti di minor rilevanza, sono stati indagati con la finalità di individuare un diverticolo o un nuovo tratto di Via Campana. La strada non è stata trovata e l’area è stata ricoperta di terra.

Altri ritrovamenti risalgono alla cava di tufo di Epoca repubblicana. Nella cava si estraeva un tipo particolare di roccia, chiamato tufo rosso lionato, estremamente friabile e ricco di venature, impossibile da tagliare in grandi blocchi e per questo lavorato soprattutto in scaglie e polveri allo stato di pozzolana. La cava ha in origine l’aspetto di una latomìa (una cava a cielo aperto, in cui gli sbancamenti a gradoni procedono a partire dalla sommità, creando una sorta di cavea). È presente probabilmente anche un traforo di gallerie ma oggi ne rimangono porzioni minime: un grottone presso via Bianchi (utilizzato oggi come cantina) e parte di una galleria a piano inclinato presso il Drugstore.

Del grottone è contenuta una descrizione nella Guida dell’Agro Romano dell’agrimensore Eschinardi (1750): «A destra si può entrare in una gran grotta, o spelonca, la quale era anticamente un ergastolo da tenervi schiavi». L’Eschinardi fa riferimento alla miserevole condizione delle maestranze della cava, costituite da uomini in schiavitù a seguito di reati: di giorno costretti al lavoro durissimo di cavatori di pietre, in catene e marchiati a fuoco; di notte reclusi nel grottone per evitarne la fuga. Al Museo Nazionale Romano sono conservati dei collari in ferro, ritrovati in zona, i quali riportano con poche varianti la triste medesima epigrafe: «Se fuggo bastonami e riportami al padrone».

La galleria a piano inclinato misura in origine circa 200 metri e congiunge la cavea con la sottostante Via Portuensis. La galleria (che in alcuni testi è indicata anche con il nome di pozzo obliquo) è probabilmente percorsa da una rampa per il trasporto dei pesanti materiali, e sfrutta la pendenza per ridurne il peso attraverso la forza di gravità. La galleria non è documentata che nella sua parte iniziale (a causa dell’edificazione del condominio sovrastante) e nella parte finale (che esce dove oggi si trova il Drugstore, tra la piccola Tomba C e il grande Colombario).

 

[1] Larcan, L., Ecco il motel-necropoli sotto la Portuense, ne Il Messaggero, 26 luglio 2014.