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La fusione Mira-Lanza. Corre l’anno 1921: il nuovo stabilimento romano entra in funzione. L’accerchiamento commerciale dell’Unione Stearinerie Lanza è rotto, la prima fase della “guerra dei saponi” è finita e la Fabbrica di candele di Mira riprende bellicosa la campagna per la supremazia commerciale.

Da una parte c’è il blocco Venezia-Roma – piccolo ma compatto – della Società Mira; dall’altra l’Unione dei piccoli stabilimenti alleati con a capofila la Società Lanza. Le forze produttive dei due schieramenti commerciali alla fine si equivalgono, le tecnologie sono equivalenti, le materie prime le stesse, identiche persino le strategie commerciali: le due aziende puntano al ribasso dei prezzi pur di estendere il mercato, l’una a scapito dell’altra. C’è persino chi dice, tra gli studiosi di storia industriale, che la qualità dei due prodotti, alla fine sia stata equivalente. Paradossalmente a beneficiarne è l’Italia intera. I saponi, i cui prezzi sono calmierati dalla feroce concorrenza, hanno la loro prima diffusione di massa. I guadagni per singolo sapone venduto sono bassi sia per la Mira che per la Lanza ma il fatturato è in continua crescita: gli Italiani scoprono l’abitudine piacevole di lavarsi.

Si comincia a discutere così nel 1921, tra i dirigenti delle due società, di concludere la guerra con un accordo onorevole, per permettere finalmente ai prezzi dei saponi di salire, e trarre il massimo profitto dal mercato.

Un’alleanza tra le due società porterebbe senza dubbio forti economie di gestione, eliminando le strutture doppie. Ma tra tutte, la motivazione che più di altre porta le due rivali storiche a deporre le armi e a produrre insieme è l’affacciarsi sul mercato italiano di nuove concorrenti, anch’esse agguerrite. Esse hanno nomi celebri, e sono sul mercato ancora oggi. Dal 1823 opera la fabbrica tedesca Benckiser, considerata la più antica fabbrica di saponi chimici al mondo. Dal 1837 negli Stati Uniti la Procter & Gamble sforna candele e i celebri saponi. La tedesca Henkel (1876) propone i prodotti chimici di detergenza Universalwaschmittel; l’inglese Lever (1884) i suoi saponi Sunlight. Dalla Francia cominciano ad arrivare in Italia i saponi in pagliette da bucato Mir, i saponi di Marsiglia in cubo Le Chat, la candeggina Lacroix, il lavapavimenti Saint Marc, le candele da interni Fournier-Ferrier, e molti altri prodotti. I prezzi dei prodotti di importazione sono ancora elevati ma la loro varietà fa sì che essi acquistino una certa appetibilità nella borghesia italiana con un discreto potere di acquisto. Il fascino discreto di lavarsi con un sapone dal profumo francese comincia a sottrarre terreno agli economici saponi nostrani. E alla fine, l’accordo tra le due rivali Mira e Lanza si trova, per necessità.

Dopo tre anni di ammiccamenti, il 9 maggio 1924 si siedono allo stesso tavolo i rappresentanti delle due società, affiancati dai rappresentati della Banca Commerciale Italiana, intenzionata a sostenere la nascita del nuovo colosso italiano dei saponi da bucato.

Per la società anonima Fabbrica di candele di Mira c’è l’ingegner Moretti, l’ingegnere che costruì la fabbrica romana, mentre per la società anonima Unione Stearinerie Lanza e le società alleate ci sono rispettivamente il cavalier Lanza e Giuseppe Piaggio (figlio di Erasmo, cofondatore della Lanza e proprietario delle Saponerie Riunite).

Arriva l’intesa. La firma dell’accordo pone fine alla guerra dei saponi e dà vita ad una nuova società anonima, la Mira Lanza, che crea un’unica società tra Mira e Lanza, e mantiene le alleanze commerciali messe in piedi dalla Lanza. La nuova società ha sede a Genova Cornigliano. La presidenza viene affidata a Moretti (Mira), la vicepresidenza a Piaggio (Lanza).

La fusione tra la Fabrica di candele Mira e la sua rivale storica, l’Unione Stearinerie Lanza (1924), comporta immancabilmente, per lo stabilimento romano, una fase di riordino della produzione.

Non si tratta quindi di una fase edilizia pianificata (come le due precedenti del 1899-1907 e 1918) ma di una serie ben congegnata di ristrutturazioni dell’esistente e di impieghi delle superfici libere per realizzare ampi edifici di stoccaggio per il prodotto finito, in continuo aumento, in attesa che esso venga inviato ai centri di vendita su tutto il territorio nazionale e le Colonie.

Gli interventi sono di due tipi: in muratura (capannoni) e in cemento armato (stock). I capannoni vengono realizzati soprattutto nell’Edificio dell’Autoparco, spesso addossati a strutture esistenti andandone ad occupare gli spazi lasciati liberi. Sui terreni inedificati verso Ponte di ferro (nell’area oggi chiamata delle Caserme) invece vengono realizzate ingenti volumetrie di stoccaggio in cemento armato, con sei caseggiati bassi adibiti a funzioni varie e altri quattro caseggiati con funzioni di servizio.

Anche l’area uffici viene interessata dalla fusione delle due società. Poiché il cuore amministrativo è ormai trasferito nella sede di Genova Carnigliano, l’Area Uffici romana del 1918 (Villino e Fabbricato amministrativo) risulta un doppione, e viene ceduta senza troppi rimpianti al Comune di Roma. Gli impiegati, che diminuiscono di numero, si riversano nei più modesti ufficetti di via Pierantoni, dove peraltro vengono realizzati nuovi corpi di fabbrica nei terreni liberi sulla destra e la sinistra della via. Vengono realizzati anche dei capannoni in muratura nell’area oggi occupata dalla Croce Rossa. Vengono infine realizzati quattro piccoli caseggiati poco distanti, con funzioni eterogenee. In questa fase edilizia del 1924 manca la ricerca estetica della precedente fase del 1917 ma la funzionalità è garantita, ed era quella che i progettisti cercavano.

Nel complesso la ristrutturazione si svolge in maniera indolore, celere e senza grandi spese, perché non interessa direttamente l’Impianto produttivo ma si concentra sulla logistica intorno all’Impianto produttivo, senza toccare modificare il sistema di produzione, che non si interrompe.

L’impianto produttivo non subisce dunque interventi di rilievo. Vi sono delle piccole ristrutturazioni nella parte più vecchia (la Colle e Concimi del 1899, in talune parti ormai obsoleta), l’aggiunta di uno spogliatoio per gli operai (1924) e più tardi di un piccolo Impianto per la concentrazione della Glicerina (1934). Nella nuova ala produttiva non vengono modificati né il Saponificio né i Magazzini, ritenuti dei gioielli, mentre il lotto della Caldaia viene potenziato e reso più funzionale dall’aggiunta di un nuovo corpo per l’Ammasso dei combustibili e uno con la funzione di Serbatoio idrico. Viene infine realizzato, a fianco della Caldaia, il nuovo fabbricato dell’Essiccatoio (1924).

Su via Pacinotti si trova una palazzina monumentale, chiamata la Portineria perché costituisce la porta d’accesso all’intero stabilimento produttivo. Essa ospita in origine anche i locali servizi per gli operai (refettorio e nursery). Oggi è sede direzionale della Croce Rossa Italiana. Alle spalle della Portineria si trova l’Autorimessa. Si tratta di un grande corpo edilizio funzionale, nel quale trova posto la Stazione degli autocarri e il Magazzino dei prodotti finiti, pronti per la spedizione e vendita. Anche questo immobile fa oggi parte della Croce Rossa Italiana.

Dopo la dismissione dell’attività produttiva, il capannone destinato a contenere il parco veicoli aziendale viene trasformato in autorimessa per i mezzi della Croce Rossa Italiana. L’Autoparco della Croce Rossa è una fabbrica dismessa, edificata nel 1924. Si trova in via Pacinotti, 18, nella zona di Marconi. Per quanto noto, la proprietà è di ente; è funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970905A, Banchini R. – cat. Isgrò S.).

I Lotti del 24 sono grandi stock in cemento armato e capannoni in muratura, realizzati alla Mira Lanza tra il 1924 e lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Le opere edilizie si concentrano nell’Area Servizi, dove, nei terreni liberi verso Ponte di ferro, vengono realizzate ingenti volumetrie in cemento armato adibite a deposito di prodotti finiti. L’edificio dell’Autoparco viene dotato di nuovi capannoni in muratura. Gli uffici – dopo la cessione al Comune di Roma del Villino direzionale e del Fabbricato amministrativo – si spostano su via Pierantoni. Questa fase edilizia non interessa l’Impianto produttivo (Saponificio magazzini, Caldaia) realizzato appena sei anni prima, al quale si aggiungono unicamente dei corpi tecnici: l’Ammasso dei combustibili, il Serbatoio idrico, l’Essiccatoio e il Deposito della glicerina.

Lasciata alle spalle la guerra dei saponi, i prezzi al dettaglio cominciano a salire. In assenza di conflitti sindacali, nel 1925 la Mira Lanza produce 320 mila quintali di saponi da bucato e candele l’anno. Il 7% della produzione è destinato all’esportazione: colonie italiane, Tunisia, Egitto marocco.

Nel 1926 la Mira Lanza si quota alla Borsa di Milano con il nome di Società anonima Mira Lanza Saponi & candele, e ottiene dal Mercato capitali freschi da reinvestire nella società. Altri capitali sono immessi dalla Banca Commerciale Italiana, che detiene ben presto quote di capitale sufficienti per nominare suoi uomini nel consiglio di amministrazione fin dal 1927.

Alla fine del decennio la Mira Lanza impiega 158 impiegati amministrativi e 1200 operai, su quattro stabilimenti: Mira (Venezia), Torino, Genova-Rivarolo e Roma. Può contare inoltre su una rete di produttori alleati, i cui centri principali sono a Genova-Carnigliano e Napoli, su una rete di depositi su tutto il territorio nazionale (i principali a Seriate, Bologna e Cagliari), e una rete capillare di vendita. La Mira Lanza dispone insomma di una combinazione magica di circostanze: capitali per investire, prezzi che salgono, mercato che risponde e acquista, concorrenza inesistente, dirigenti sicuri e intenzionati a cavalcare l’onda.

 

Il Mendicicomio Casa Vittoria. La Casa di riposo Casa Vittoria, Centro per malati di alzheimer, ex Area industriale di Pozzo Pantaleo (Inizio Sec. XX) è una proprietà comunale sita in Via Portuense, 220, angolo via Quirino Majorana. Sorge nell’area dell’ex Purfina (nome derivato dalla società belga Petrofina, proprietaria della Raffineria di petrolio, poi FINA Italiana), divisa in due dalla nascita della via Q. Majorana (o Olimpica), nata in occasione dei Giochi olimpici del 1960. Originariamente industria estrattiva (1916), poi trasformata in Mendicicomio dal Governatorato di Roma nel 1927, e, dal Dopoguerra, casa di cura. Parte degli edifici sono stati recentemente restaurati e adibiti dal V Dipartimento a centro diurno per malati di alzheimer.

 

Il Piano regolatore del 1931. Nel 1915 una piena del Tevere aveva rotto gli argini e invaso la Società Anglo-Romana. Forse in memoria di questo episodio il Piano Regolatore del 1931 dispone il reinterro della Piana fino a quota d’argine, e apre per il quartiere una diversa destinazione d’uso, quella residenziale.

 

Il Granaio di Roma. Il Deposito di grano del Consorzio Agrario di Roma – edificato nel 1935 su progetto di Tullio Passarelli, tra le attuali via Pietro Blaserna e via Enrico Fermi – aveva il suo accesso originario lungo l’antico percorso di via di Pietra Papa, a breve distanza dalla sponda del Tevere, immediatamente a sud dei Depositi di petrolio SIAP (Società Italo-Americana Petroli).

La gigantesca mole, entrata nell’immaginario dei Romani grazie anche a film del Secondo dopoguerra, come Ladri di biciclette e Bellissima, in cui compariva in diverse scene, permetteva al silos granario di essere individuato da notevole distanza. Esso caratterizzava il profilo dell’intera area, allora non edificata, rappresentando una sorta di confine sud dell’area industriale del Piano di Pietra Papa, che iniziava a nord con i Molini Biondi adiacenti al muraglione della Ferrovia Roma-Pisa.

Il silos, conosciuto anche come Granaio di Roma, rappresentò per l’epoca una costruzione all’avanguardia, sia per il design asciutto e razionale che per la tecnica costruttiva in cemento armato, che segnò la successiva produzione edilizia.

 

L’Opera nazionale Maternità e infanzia. L’Asilo nido Fantasia (ex ONMI – Opera Nazionale Maternità e Infanzia) è un edificio scolastico edificato nel 1939, sito in via Volpato, 20, a Marconi.

L’Asilo nido Fantasia (già ONMI) è una proprietà comunale sita in via Volpato, 20, edificata nel 1939 su progetto dell’architetto Ettore Rossi.

L’edificio, nato come Casa della Madre e del Bambino ad opera dell’Opera Nazionale per la Protezione della Maternità e dell’Infanzia (ONMI) e divenuto dopo qualche anno Pensionato per lattanti e divezzi, si articola in tre piani e un seminterrato, completati da un giardino e una terrazza: il seminterrato e il terzo piano sono occupati dalla ASL. L’architettura, dal disegno essenziale, e la razionale distribuzione degli spazi (notevole soprattutto nella zona dormitorio, al primo piano, che conserva un caratteristico rivestimento a mosaico), fanno di questa struttura un esempio tipico del razionalismo del Ventennio. Il Municipio ha effettuato alcuni lavori di manutenzione straordinaria, seguiti dalla Sovraintendenza comunale e dalla SBAR.

 

La Mira Lanza in tempo di guerra. Nel nuovo decennio alcuni lutti funestano la Mira Lanza: nel 1930 muore Giuseppe Piaggio; gli subentra il padre Erasmo, che muore a sua volta nel 1932; in quell’anno diviene amministratore delegato l’altro fratello, l’ingegner Rocco Piaggio. L’accortezza manageriale contraddistingue tutti e tre i componenti della famiglia, che operano in sostanziale continuità.

Nel 1934 la Mira Lanza produce tre tipi di detergenti domestici (il Mira Lanza III sapone da bucato, Mila sapone in scaglie per indumenti fini e Vekso pasta per lavare e sgrassare per le stoviglie), un detergente per uso professionale (Vek tubetti per meccanici e tintori) e le tradizionali candele (Oceano, Mira, Corona, Roma, Eridano e Oropa).

La concorrenza internazionale si rafforza ma non è in grado di impensierire la Mira Lanza: ci sono i saponi Lux della Lever Italiana, quelli della Società Italiana Persil di Como e il Palmolive d’importazione ma le quote di mercato sono limitate. Anzi, per paradosso proprio con la Palmolive si crea una curiosa alleanza: per vincere le resistenza del Regime fascista, il sapone Palmolive si traveste da prodotto italiano e viene prodotto in Italia, negli stabilimenti Mira Lanza, con buon guadagno per la Mira Lanza, che produce insieme i suoi prodotti e insieme quelli della concorrenza, guadagnando sia sugli uni che sugli altri.

Dal 1935 avvengono alcuni assestamenti. Le sanzioni contro l’Italia rendono problematici gli approvvigionamenti dall’estero: la Mira Lanza li risolve rendendo la sua produzione interamente autarchica; una nuova legge vieta alle banche di partecipare direttamente ai capitali delle aziende quotate in borsa: la quota di capitale della Banca Commerciale viene trasferita a una società d’investimento industriale, la Sofindit; infine nel 1939 la principale delle società alleate, la Saponerie Riunite di Genova-Cornigliano, viene incorporata dalla Mira Lanza. Siamo al massimo della capacità produttiva. Ma sinistri scenari di guerra si preparano ormai all’orizzonte.

Nel 1939 avvengono nell’impianto produttivo romano alcune piccole modifiche edilizie: Il fabbricato del Saponificio viene unito con quello dei Magazzini con l’aggiunta di alcuni corpi di raccordo; il Serbatoio viene allargato con la costruzione di un nuovo edificio; infine l’Essiccatoio del 1924 viene elevato con l’edificazione di un silos in cemento armato e di un corpo di fabbrica adiacente.

Per la Mira Lanza lo scoppio della guerra (1940) segna il disastro, la fine della combinazione magica di circostanze che ne avevano decretato il successo. Le cose cambiano fin da subito. La manodopera viene chiamata alle armi, e inevitabilmente la produzione cala. Il Regime impone poi di ridurre progressivamente la percentuale di grassi animali nei saponi, senza che la popolazione lo sappia: i saponi Mira Lanza prodotti nel periodo bellico non lavano, e le massaie italiane se ne accorgono facilmente.

Succede poi che il Regime impone il razionamento sia sui saponi che sulle candele. E inevitabili alla Mira Lanza arrivano i licenziamenti: due stabilimenti su cinque – Torino e Genova Cornigliano – chiudono; lo stabilimento alleato di Napoli chiude a sua volta.

Ma la guerra porta con sé anche innovazioni tecnologiche. Già nel 1940 gli stabilimenti di Mira e Genova Rivarolo vengono meccanizzati per produrre con meno operai: prima il taglio dei saponi a pezzi avveniva a mano, e sempre a mano veniva incartato e riposto in cassette; adesso le modellatrici a doppio stampo fanno tutto da sé, dal taglio alla cassetta.

Nel 1941 La Mira Lanza crea, in un laboratorio segretissimo, la polvere da bucato Miral, considerata il primo detersivo sintetico italiano, quasi un simbolo della corsa del regime fascista verso la modernità. In quegli anni la guerra tra regimi totalitari e liberali si combatte anche sul fronte della scienza: in Germania erano stati inventati i tensioattivi, componenti chimici che in presenza di acqua separano le molecole di oli grassi (lo sporco) dai tessuti, mentre negli Stati si sperimentavano i solfati alcalini, per arrivare allo stesso risultato. Pare che entrambe le soluzioni abbiano incontrato il limite di non funzionare bene con acque dure (ricche di calcio): in questi casi o lo smacchiamento era blando, oppure portava via anche il colore. I ricercatori Mira Lanza si inseriscono in questo scenario, cercando di inventare il detersivo perfetto, che toglie le macchie e rispetta i colori.

Nel 1942 lo stabilimento di Genova, dove ha sede la direzione, viene bombardato: con prontezza di reazione la direzione si sposta a Mira, perché una rete capillare di distribuzione necessita di un cuore pensante in perfetta efficienza. A farne le spese è il più lontano degli stabilimenti, quello di Roma: le linee telefoniche interurbane sono state riservate dal regime alle industrie prioritarie per lo sforzo bellico, e la Mira Lanza non ne ha diritto: gli ordini di produzione viaggiano non più per telefono ma per posta, con tempi molto diluiti. Anche il coordinamento con i centri di vendita sul territorio si fa difficoltoso, e nella rete di distribuzione si aprono delle smagliature, nelle quali si inseriscono i nuovi concorrenti italiani: i saponi Panigal di Bologna e quelli Scala di Roma, che in Emilia e nel Lazio conquistano larghe fette di mercato.

Mancano pochi mesi ormai alla fine della guerra, e la Mira Lanza fa un piccolo miracolo, di quelli che non cambiano la sostanza delle cose ma sicuramente tengono su il morale collettivo: mette in commercio Calinda sapone per pavimenti, un prodotto rivoluzionario derivato dal Miral, interamente sintetico. Adesso nelle case italiane è di nuovo possibile lavare i pavimenti: nessuno ha i soldi per comprarlo ma la sola idea di superfici lucenti in cui casalinghe felici possono tornare a specchiarsi è un segnale evidente che l’orribile guerra è quasi alle spalle. Finché la guerra finisce per davvero. Non sarà facile ricominciare.

 

«Dopo Carosello… tutti a nanna!». Nel Dopoguerra ci sono due problemi immediati che la dirigenza societaria deve affrontare. La fine del regime fascista coincide con la fine del monopolio e l’apertura dei mercati ai nuovi concorrenti internazionali agguerritissimi: occorrerà approntare nuove e sagge politiche commerciali. E ci sono poi da riconvertire le tecnologie: il tempo dei saponi fatti coi grassi animali è finito, i saponi adesso sono tutta una questione di chimica, come ha dimostrato Calinda sapone per pavimenti. Nello stabilimento romano si prepara così una nuova (la terza) fase edilizia, quella del 1947.

La Mira Lanza esce dalla Seconda guerra mondiale con la capacità produttiva esattamente dimezzata.

Gli stabilimenti principali (Venezia e Genova Rivarolo) sono intatti e pronti a riprendere la produzione, e lo stabilimento di Roma è stato colpito solo marginalmente: sono stati tirati giù solo i fabbricati ex Colle e concimi del 1907, peraltro già all’epoca vetusti e sotto utilizzati, mentre il gioiello dell’impianto produttivo del 1924 non è stato nemmeno colpito dalle schegge. D’altro canto la chiusura bellica degli altri tre stabilimenti di Torino, Genova Cornigliano e Napoli è definitivo.

Il termine Lotti del 1947 identifica i modesti interventi di ricostruzione avvenuti alla fabbrica Mira Lanza dopo i bombardamenti del 1945. Le bombe investono fortunatamente solo corpi di fabbrica già vetusti e risparmiano la linea di produzione (Caldaie, Saponificio magazzini). Tuttavia gli interventi successivi si limitano alla rimozione delle macerie e alla riedificazione di una palazzina ad uso uffici: la direzione ritiene obsoleta la linea produttiva romana e stima troppo costosi gli interventi di ammodernamento (passando dalla lavorazione dello scarto animale al prodotto chimico). La produzione cessa nel 1952 e la fabbrica chiude nel 1955. Rimangono aperti fino agli Anni Settanta alcuni magazzini, gli uffici dei rappresentanti di vendita e quelli per la consegna dei celebri premi della Raccolta punti.

Non sono tanto gli impianti di produzione ad impensierire la dirigenza societaria Mira Lanza (perché comunque la domanda nazionale di saponi è ancora depressa), quanto la prospettiva di un cambiamento drastico di tecnologie, che richiede un ammodernamento complessivo di tutti gli impianti: abbandonare la lavorazione dei grassi animali derivati dagli scarti della macellazione e iniziare una nuova fase pionieristica nel campo del detersivo sintetico.

La Mira Lanza ha un discreto vantaggio di know-how, visto che già dal 1942 produce il sapone da bucato sintetico Miral e dal 1944 Calinda detergente sintetico per pavimenti. I ricercatori hanno già pronte in cassaforte nuove formule chimiche – sapone sintetico Neptun, Nix sapone in scaglie e Kiwi sapone profumato – che attendono solo di essere lanciate in produzione. E sono quasi pronti due nuovi saponi innovativi – Lip detergente liquido per capi delicati e Kop detergente in polvere per stoviglie – che risulteranno in seguito prodotti di massa. Insomma il post-guerra alla Mira Lanza ha tutto il sapore della sfida, del rischio, dell’apertura all’innovazione, della speranza ragionevole in un boom economico prossimo venturo che accompagna la storia delle grandi industrie italiane.

In questo scenario, incerto ma promettente, la dirigenza societaria si rinnova, senza grandi scossoni come già era avvenuto nel 1930-32. Nel 1947 muore il cavalier Michele Lanza, mentre l’anno dopo l’ingegner Rocco Piaggio lascia la presidenza. Il giovane Andrea Maria Piaggio assume posizioni via via crescenti dal 1949, mentre una serie di passaggi azionari riportano il capitale sociale interamente nelle mani della famiglia Piaggio.

La produzione è ripresa, e, per ora, escono dalla Mira Lanza gli stessi saponi in commercio nell’anteguerra: Leone di Mira, Abrador e Detersor, Palmolive (prodotto conto terzi), con la sola novità del sapone sintetico Calinda. Ci sono ancora le candele Corona ma già si intuisce che di candele ci sarà sempre meno bisogno, perché il benessere diffuso porterà l’illuminazione elettrica nelle case.

Nel 1948 gli stabilimenti di Venezia si dotano di unità di solfonazione e torri di spruzzatura, con cui il sintetico Miral viene prodotto in larga scala. Dal 1950 vengono lanciati i nuovi prodotti innovativi: Lip detergente liquido, Ava sapone per bucato, Triton sapone per lavatrici. Tra questi Ava è quello con una marcia in più: contiene il perborato stabilizzato con effetto sbiancante: per la prima volta in Italia il bianco è davvero bianco e nessun concorrente offre questa qualità.

L’introduzione del perborato costituisce un punto di svolta nella storia della Mira Lanza: fino ad allora i detersivi sintetici erano stati al di sotto o al massimo pari al detersivo tradizionale, per qualità e costi. Ava segna il sorpasso del sintetico sul tradizionale: da Ava in poi la dirigenza Mira Lanza si risolve ad abbandonare il tradizionale, e di riconvertire gli impianti al sintetico.

Nel 1952 arriva la decisione di chiudere lo stabilimento romano. A determinare la decisione è l’impossibilità di trasformare l’impianto gioiello del 1924 basato sugli scarti della macellazione in un moderno complesso chimico: anche a volerlo rimodernare occorrono superfici molto maggiori rispetto ai 9 ettari su cui sorge l’impianto. Inevitabile la decisione di chiudere. Cessa gradualmente l’attività produttiva, e nello stabilimento romano rimangono in attività solo i magazzini per gli approvvigionamenti regionali a grossisti e negozianti, e gli uffici amministrativi da cui dipendono i rappresentanti di vendita.

Peraltro sugli uffici romani si riversa in quel periodo un’inattesa attività, derivante dalla nuova campagna pubblicitaria legata al Grande concorso Kop, Lip, Ava e Miral. Si tratta di una raccolta a punti, rappresentati da figurine in cartoncino, che inizia il 1° settembre 1954 e, a quanto si racconta, non ha una grande pianificazione alle spalle: si rivelerà invece la più longeva campagna di marketing a punti italiana, durata 38 anni con un regolamento sostanzialmente invariato fino al 1992.

Le figurine si trovano in tutte le confezioni e diventano in breve l’oggetto del desiderio. Contengono la foto del prodotto acquistato e sul retro il regolamento con il logo rosso della Mira Lanza. Il valore delle figurine varia da 5 a 50 punti: la figurina di saponi e saponette vale 5 punti; le due figurine contenute nei detersivi in astuccio valgono 10 o 15 punti, mentre i grandi formati (come gli innovativi fustini cilindrici) hanno ben 3 figurine che valgono 25, 50 o in alcuni periodi 100 punti ciascuna. L’accumulo di tante figurine dà diritto al fedele consumatore ad ottenere dei premi, che sceglie da un apposito catalogo.

Lo stabilimento romano chiude definitivamente i battenti nel 1955 ma ancora per una ventina d’anni si vedranno girare nelle stanze deserte degli uffici alcuni solerti impiegati amministrativi, la cui mansione principale se non unica è consegnare ai consumatori i premi della raccolta punti.

Quello che avviene dopo vale la pena di raccontarlo, anche se non interessa direttamente lo stabilimento romano.

La guerra dei saponi riprende, con altri protagonisti, un orizzonte europeo e il medesimo obiettivo di vendere prodotti detergenti alle massaie italiane. I colossi europei Unilever e Colgate (con la consociata Palmolive), impegnati nella riconversione dallo scarto animale al chimico, perdono mercato a vantaggio dell’americana Procter & Gamble. Colgate e Palmolive reagiscono lanciando sul mercato il sintetico Olà, e altrettanto fa Unilever con Omo. Quando nel 1957 la Società Italiana Persil, associata alla Henkel, si inserisce nel mercato con un nuovo aggressivo prodotto, il Dixan, la guerra dei saponi si fa furibonda: fondamentale nel determinare le quote di mercato diventa la pubblicità.

La Mira Lanza decide di investire in un nuovo strumento di comunicazione: la tv. Il 3 febbraio 1957 la Rai mette in onda Carosello, un format televisivo a scopo pubblicitario, di cui la Mira Lanza è tra i primi sponsor. Carosello viene trasmesso tutti i giorni dopo il telegiornale prima dell’interruzione delle trasmissioni, e consiste in brevi sketch di contenuto estraneo al prodotto pubblicizzato, che a sorpresa viene evocato nella frase finale. La funzione di Carosello è di rappresentare le novità di una nascente società dei consumi ad una platea di potenziali consumatori ancora legati ad abitudini tradizionali. Il messaggio è rassicurante: lo slogan dichiara le qualità del prodotto, e la promessa viene sempre mantenuta.

Il 14 luglio 1961 va inonda il celebre carosello di Ava, dove si fa uso della tecnica stupefacente del cartone animato. I bambini assistono con gli occhi sbarrati alle avventure in bianco e nero del Pulcino Calimero, disegnato da Nino e Toni Pagot. E le mamme sono lì accanto, e ascoltano il buon pulcino declamare lo slogan: «Ava, come lava! ».

Calimero è un pulcino comune, che essendo caduto nel fango si sporca e diventa nero, e non viene più riconosciuto dalla madre. Lasciato solo in giro per il mondo, Calimero incontra di continuo cattive compagnie e vive disavventure in cui quasi mai il bene e la verità trionfano, nonostante la buona fede e l’onestà del protagonista. Celebri le sue frasi: «Tutti ce l’hanno con me perché sono piccolo e nero», o «È un’ingiustizia però». Calimero è lo stereotipo dello sprovveduto, vittima preferita della cattiveria altrui: il mondo di Calimero è un mondo buono in cui bisogna fare attenzione ad aguzzini e truffatori, un po’come l’Italia di quegli anni. A riscattarlo dalla sequenza di brutti incontri è l’Olandesina della Mira Lanza, che mette a mollo il pulcino con il detersivo Ava: Calimero non è nero, è solo sporco, e il provvidenziale detersivo lo fa tornare lindo e contento.

 

1954: Ponte Guglielmo Marconi. Ponte Marconi unisce le due sponde di Pietra Papa e San Paolo con un impalcato continuo in acciaio e cemento di 235 m sorretto da piloni. Il progetto risale al 1937 ed è dedicato allo scienziato Guglielmo Marconi, che per primo diffuse nell’etere le onde radio. Dopo l’interruzione forzata durante la Guerra il ponte è completato nel 1954 e ammodernato e ampliato nel 1975. La sezione attuale è larga 32 m e ospita 2 corsie per senso di marcia e marciapiedi panoramici dai parapetti in travertino. Fra estate e autunno è possibile osservare lo spettacolo della caccia fluviale: aironi cinerini (color grigio) e garzette (bianco) stazionano immobili sui bassi fondali della riva sinistra (alle darsene romane), mentre gabbiani e cormorani (nero) si tuffano in picchiata sul profondo canalone davanti la riva destra. Uno studio di Marevivo ha censito in questo tratto anguille, cavedani, rovelle, carpe, cefali in risalita dal mare e i rari barbo e lampreda di fiume. La fauna golenale annovera rana verde, biscia d’acqua e nutria. Tra le specie della vegetazione ripariale si contano salice bianco, pioppo, ontano comune e varietà nostrane di canneto. L’argine destro è percorso dalla pista ciclabile. Dal 2003 in riva sinistra si trova la stazione dei battelli fluviali.

Dal 27 aprile 2003 funziona un collegamento di linea fra ponte Marconi e ponte Amedeo d’Aosta (orario 7,25-19, partenze ogni 20 minuti) e fra Ponte Marconi e Ostia antica (9,15 andata e 11,30 ritorno, da venerdì a domenica). L’imbarco è costituito da una banchina galleggiante.

In direzione Roma i battelli fermano anche a Ripa Grande, Calata Anguillara (Isola Tiberina), Ponte Sisto, Molo di Castel Sant’Angelo, Ponte Cavour e Ponte Risorgimento. All’Isola Tiberina, dove esiste una soglia di fondo, si cambia di battello con un piccolo percorso a piedi. In direzione Ostia non esistono fermate, anche si progettano imbarchi a Ponte della Magliana, Idrovore della Magliana e Mezzocammino.

La navigazione di linea è curata da «Battelli di Roma» con 6 imbarcazioni: l’ammiraglia Agrippina Maggiore, le navi di linea Calpurnia, Cornelia e Livia Drusilla, e le piccole Rea Silvia e Cecilia Metella. La navigazione turistica è curata da una cooperativa che dispone di 2 imbarcazioni: Ciclone e Invincibile.

Soprattutto in estate sono istituite corse serali e partenze speciali per il mare (Porto turistico di Ostia), Isola Sacra (Capo Due Rami) e addirittura le Secche di Tor Paterno in mare aperto.

I romanzi per adolescenti di Federico Moccia e le pellicole «Tre metri sopra il cielo» e «Ho voglia di te» hanno avuto un’appendice in Riva Portuense. Nel secondo film i protagonisti si scambiano l’eterna promessa d’amore serrando un lucchetto al lampione di Ponte Milvio e gettando via la chiave nel Tevere a farvi da guardiano. Poco dopo l’uscita nei cinema (marzo 2007) però il lampione di ponte Milvio è stato preso di mira dai vandali, e alcuni innamorati portuensi hanno preferito serrare i lucchetti al parapetto nord di ponte Marconi.

In «Tre metri sopra il cielo» (2004) Moccia racconta la storia tra la «perfettina» Babi (Katy Saunders) e il ribelle Stefano (Riccardo Scamarcio). I due superano le difficoltà dovute alla diversa estrazione sociale ma, con grande disappunto del pubblico, Stefano abbandona Babi e va in America alla ricerca di se stesso.

Nel seguito, «Ho voglia di te» (2006), Stefano torna a Roma e conosce la volitiva Ginevra (Laura Chiatti). I due si giurano amore eterno agganciando il lucchetto ma la vecchia fiamma Babi ricompare e concupisce Stefano. Ginevra è incapace di perdonare: ci vorranno una gigantesca scritta «Ho voglia di te» sull’isola Tiberina e il Tevere che onora sempre le sue promesse a far rifiorire l’amore.

Il film, mito intramontabile per le giovanissime, banale operazione commerciale per i critici, ha avuto un enorme successo. Anche un anonimo «Pasquino» portuense ha detto la sua, incidendo accanto ai lucchetti la scritta: «Avete rotto».

 

Gesù Divin Lavoratore. Il Divino Lavoratore è una chiesa presbiteriale, sede dell’omonima parrocchia. La comunità ecclesiale si costituisce nel 1954 con il nome Cura d’anime ai Prata Papi, divenendo parrocchia nel 1955. In quell’anno inizia la costruzione della chiesa, su progetto di Raffaele Fagnoni. Fagnoni reinterpreta con un linguaggio architettonico moderno le strutture classiche del barocco centro-europeo: l’impianto è a pianta ellittica in setti di cemento armato, che sorreggono la cupola; la chiesa è preceduta da un campanile alto 44 metri. Completato nel 1960, il Divin Lavoratore diviene sede cardinalizia nel 1969. Nel 1971 il territorio si riduce, e viene ulteriormente modificato nel 1991. Della rete parrocchiale fanno parte la Casa delle Missionarie della dottrina cristiana, l’Istituto Migliavacca, la Croce Rossa Italiana e Casa Vittoria.

Nel corso del 1954, nello stabile ENAL di via Oderisi da Gubbio, 51, viene attrezzato un locale per il culto, destinato ai fedeli della parrocchia Sacra Famiglia fuori Porta Portese, residenti nella piana di Pietra Papa dove è in corso la frenetica urbanizzazione del nuovo quartiere Marconi.

Il 1° ottobre dello stesso anno, su decreto del Cardinal vicario Clemente Micara, l’area di Pietra Papa viene costituita in vicecura (cioè una frazione amministrativa della parrocchia), con il nome di Cura d’anime ai Prata Papi, dove Prata Papi è il nome latino del toponimo Pietra Papa. L’Osservatore Romano dell’epoca, per due giorni consecutivi il 25 e 26 ottobre, dà ampio risalto alla notizia, con due articoli di A. Ilari intitolati «Cura d’anime ai Prata Papi» e «I Prata Papi durante i secoli di mezzo».

Nel frattempo è in corso l’edificazione di una nuova cappella, di maggiori dimensioni, su strutture prefabbricate, in sostituzione del locale ENAL. La cappella viene inaugurata il 25 dicembre del 1954, giorno di Natale. L’edificio è ancora oggi esistente, e si trova alle spalle dell’attuale chiesa del Gesù Divin Lavoratore, nell’area dell’oratorio e dei servizi sportivi.

La parrocchia si costituisce il 12 marzo 1955, con il decreto «Paterna sollicitudine» del Cardinal Micara, sotto il pontificato di Pio XII (è la 146a parrocchia romana). Il territorio parrocchiale, coincidente con quello della vicecura, è desunto dalla parrocchia Santa Famiglia.

La nuova comunità viene affidata al clero diocesano di Roma (che ha ancora oggi in affido la parrocchia, senza soluzione di continuità). Il primo parroco è Don Francesco Rauti. Vuole l’aneddoto che il titolo parrocchiale Gesù Divin Lavoratore sia stato inventato proprio dal primo parroco, per significare la presenza attiva della Chiesa nel mondo del lavoro, trovando il sostegno di Pio XII e del suo successore Giovanni XXIII (dal 1958).

Il 24 marzo 1955 viene posata la prima pietra della nuova grande chiesa, al civico 16 di via Oderisi da Gubbio, su terreno di proprietà della Pontificia Opera per la preservazione della fede e la provvista di nuove chiese in Roma.

L’edificazione impiegherà circa quattro anni. Per questo il riconoscimento degli effetti civili del provvedimento vicariale tarderà, e arriverà solo il 4 ottobre 1959. In questo periodo di cantiere aperto i matrimoni si continuano a celebrare alla Sacra Famiglia al Portuense.

Il progetto architettonico è di Raffaele Fagnoni.

La struttura a pianta ellittica è in cemento armato, con i setti di nervatura a vista e disposti radialmente a sostenere la cupola. Scrive al riguardo lo studioso Massimo Alemanno: «La spazialità avvolgente, che riesce a coinvolgere visivamente lo spettatore, e il ricorso alla pianta centrale con la cupola nervata impostata sulla pianta ellittica, rimandano ad una tradizione barocca, reinterpretata secondo le esperienze dell’architettura moderna». Una scala in marmi rosa e bianchi conduce al presbiterio, leggermente sopraelevato. L’altare ha come fondale un pannello in tessere dorate, a sostegno della croce.

Esternamente, l’edificio sacro è rivestito di mattoni di tufo rossi ed è cinto da una fascia di vetri policromi. La chiesa è posta su di una piattaforma rialzata e arretrata dal filo stradale di via Oderisi da Gubbio, dalla quale lo separa anche la bassa cancellata. La pavimentazione esterna è in cubetti di porfido.

La consacrazione avviene il 15 maggio 1960.

La torre campanaria, anch’essa progettata da Raffaele Fagnoni, viene costruita parallelamente al corpo principale, pur essendo distaccata da esso.

Si tratta di un campanile cavo di forma cilindrica, alto 44 metri, che, precedendo la chiesa, ne costituisce architettonicamente il propileo. Essa richiama in modo evidente una ciminiera. Il rivestimento esterno è in mattoni rossi di tufo, dello stesso tipo dell’aula liturgica.

Il posizionamento del campanile è centrale, sul fronte, davanti l’ingresso, in maniera decisamente inusuale. Si tratta di una soluzione tradizionale del barocco, poco diffusa a Roma ma tipica del Centro Europa. Scrive Alemanno: «Alcune intuizioni, come quella sopra citata, conferiscono a questo edificio una fattura architettonica anche pregevole, non sufficiente però ad eliminare completamente quel senso di freddezza architettonica tipica delle costruzioni del periodo».

 

La Via Olimpica e il Nuovo Trastevere. L’edificazione in forme intensive del quartiere Marconi avviene negli Anni Cinquanta, lungo le direttrice di viale Marconi tra piazza della Radio e Ponte Marconi. Nel decennio successivo l’edificazione segue la direttrice di via Oderisi da Gubbio tra piazza della Radio e piazza Meucci e l’asse secondario di via Quirino Majorana. Mentre, ritardata ancora di una decina d’anni, l’edificazione, in forme meno aggressive, raggiunge anche la direttrice del lungotevere tra via Fermi e Ponte Marconi.

Nel giro di un ventennio insomma il quartiere diventa una «indistinta distesa di palazzoni», ricorda Maurizio Veloccia, ex presidente del Municipio. È l’«evidenza di un’azione di edilizia intensiva che ha rischiato di ipotecare in maniera definitiva lo sviluppo del territorio».

Dal 1863 si insediata nell’area del Nuovo Trastevere una stazione della Ferrovia Roma-Civitavecchia, denominata Roma San Paolo. La sua peculiarità risiedeva al fatto che non era una stazione-viaggiatori e nemmeno una stazione-merci ma una stazione di smistamento deputata alla complessa movimentazione del traffico ferroviario in entrata e in uscita su Roma sullo snodo Trastevere-Porta Portese-Ponte di ferro. Per ben 128 anni di attività essa ha goduto a Roma del sinistro appellativo di «stazione fantasma», in quanto nessun viaggiatore ha mai visto alcun treno di linea farvi sosta.

Altre modificazioni dell’area avvengono a ridosso degli Anni Venti, quando viene realizzato in forme monumentali il sovrappasso ferroviario di Ponte Bianco su piazzale Dunant, con tanto di aquile littorie in travertino, oggi non più presenti.

Al di sotto del ponte si apriva una vasta spianata occupata nell’immediato dopoguerra dalla Fabbrica Purfina. Pare che vi sia stata una qualche forma di protesta, allora, per la decisione di installare una raffineria di petrolio a ridosso dell’abitato urbano, dall’odore acre che il Ponentino talvolta portava in città. La Purfina aveva un’enorme torre-ciminiera che marcava il paesaggio, anche di notte: la fiamma perenne in cima alla torre era infatti visibile da molto lontano. Ma erano altri tempi, e Roma, per marciare speditamente verso il suo futuro di crescita inarrestabile, aveva bisogno di carburante.

Nel 1955 lo scrittore Pier Paolo Pasolini pubblica il romanzo «Ragazzi di vita» e ambienta qui il capitolo della “Ferrobedò”. «Dietro il Ponte Bianco – scrive – non c’erano case ma tutta una immensa area da costruzione, in fondo alla quale, attorno al solco del viale dei Quattro Venti, profondo come un torrente, si stendeva calcinante Monteverde». Nel 1960 viene intanto aperto al traffico l’asse viario principale del quartiere: via Quirino Majorana, parte della nuova viabilità Olimpica tra l’Eur e il Foro Italiaco. Via Majorana colma le quote tra Marconi e Monteverde, con lunghi tratti in viadotto e apre una prima fase di edificazione intensiva.

Le proteste contro la raffineria Purfina si sviluppano nel corso degli Anni Sessanta, al punto che la raffineria chiude progressivamente, spostandosi a Malagrotta. E l’area si avvia così ad una completa edificazione residenziale, caratterizzata da edifici a stecca di 8-10 piani. Per un certo tempo in cui l’edificazione è ancora incompleta, si afferma nell’area il nomignolo di «Isola», a rappresentare la distanza anche fisica sia da Monteverde che da Marconi, in contrapposizione al freddo toponimo ufficiale di «Ex-Purfina».

A complicare le cose ci si mettono gli urbanisti, che, tracciando nel 1973 i confini delle due nuove circoscrizioni XV e XVI, hanno annesso questa propaggine, che geograficamente appartiene alle colline di Monteverde, alla pianura di Marconi. Senza pianificarlo si era ritagliata una «enclave», in cui i residenti sono soliti indicare se stessi senza un nome specifico ma con i semplici nomi degli assi viari di via Majorana o di via Caselli o Ponte bianco.

 

La parrocchia Santi Aquila e Priscilla. Il 22 aprile 1969 la parrocchia del Divin Lavoratore diviene assegnataria, su decreto di Paolo VI, del titolo cardinalizio del Gesù Divin Lavoratore.

La parrocchia del Divino Lavoratore è ormai da tre lustri la parrocchia del nuovo quartiere Marconi, di cui ha accompagnato tutte le fasi di uno sviluppo intensivo e a volte troppo veloce. Si tratta in effetti di una delle parrocchie dal territorio meno esteso di Roma fuori dalle Mura Aureliane ma con una densità di abitanti è tra le più elevate.

Con gli Anni Settanta la parrocchia ristruttura un locale commerciale in via Antonino Lo Surdo, e vi insedia una cappella sussidiaria dove celebrare le funzioni per gli abitanti della parte meridionale del quartiere. La cappella non nasce come una sede provvisoria ma è un ampio locale appositamente ristrutturato con la prospettiva di essere adibito stabilmente a funzioni di supporto in una comunità numerosa.

Questa cappella è tuttavia il primo seme di una nuova comunità parrocchiale. Il 5 novembre 1971, con il decreto «Neminem fugit» del Cardinal vicario del tempo, Angelo Dell’Acqua, il settore sud viene costituito in una nuova parrocchia, denominata Santi Aquila e Priscilla.

Santi Aquila e Priscilla è una chiesa presbiteriale, sede dell’omonima parrocchia. Negli Anni Settanta la parrocchia del Gesù Divin Lavoratore crea una cappella sussidiaria in via Antonino Lo Surdo, riattrezzando un locale commerciale. La cappella si costituisce in parrocchia nel 1971. Nel 1980 il Marchese Gerini dona i terreni per l’edificazione della chiesa attuale, in via Blaserna, su progetto architettonico dell’ingegner Breccia Fratadocchi. Si tratta di un moderno fabbricato in cemento armato, con aula ecclesiale a pianta circolare e un’innovativa ripartizione degli ambienti comunitari. Santi Aquila e Priscilla viene inaugurata nel 1992. Dal 1994 la parrocchia è anche sede cardinalizia. In ragione del territorio assai piccolo, Santi Aquila e Priscilla non ha chiese annesse, luoghi sussidiari di culto o comunità ecclesiali.

A ridosso degli Anni Settanta la parrocchia Gesù Divin Lavoratore crea una cappella sussidiaria in via Antonino Lo Surdo, sul versante meridionale del quartiere Marconi. Si tratta di un locale commerciale al pianterreno di un edificio residenziale, che viene opportunamente attrezzato per le attività liturgiche, con un’ampia aula ecclesiale e locali di servizio.

La particolarità è che la cappella sussidiaria non nasce, come accade nella maggior parte dei casi, per sostenere la cura d’anime in porzioni del territorio particolarmente disagiate o distanti dalla chiesa parrocchiale. Non c’è insomma un’emergenza dell’anima da tamponare: al contrario, la cappella nasce a distanza ravvicinata dalla chiesa madre, come una naturale estensione dello spazio parrocchiale esistente: la creazione di una nuova parrocchia è quindi in quegli anni un’idea ancora lontana.

Succede però che intorno alla cappella si riunisce ben presto una numerosa comunità di fedeli, in un quartiere che cresce a vista d’occhio; e si fa così largo l’idea, insolita per l’epoca, di creare due parrocchie contigue e vicine (che se non ci fossero i palazzi in mezzo potrebbero tranquillamente guardarsi l’un l’altra), con il compito di portare insieme il peso pastorale di un quartiere piccolo ma dal peso demografico eccezionale.

La nuova parrocchia si costituisce quindi il 5 novembre 1971, con il decreto del Cardinal vicario Angelo Dell’Acqua «Neminem fugit», sotto il pontificato di Paolo VI. È la 249a del Vicariato di Roma. Il territorio è desunto da quello della parrocchia Gesù Divin Lavoratore, suddividendolo grossomodo a metà la Piana di Pietra Papa secondo un asse mediano est-ovest: il versante nord (piazzale della Radio) rimane alla parrocchia originaria, mentre quello sud (piazza Righi) viene affidato alla nuova parrocchia. L’attività pastorale nella nuova parrocchia viene affidata al clero diocesano di Roma, che l’ha in affido ancora oggi senza soluzioni di continuità.

Il riconoscimento agli effetti civili arriva due anni dopo, il 13 novembre 1973.

 

Giorgio Caproni, «maestro senza metodo». La Pascoli è una scuola elementare comunale, situata nell’ex complesso industriale Mira Lanza. Nel febbraio 1924 il Comune di Roma acquista dalla Fabbrica di candele Mira l’Area Uffici del suo stabilimento romano, con l’intenzione di aprirvi una scuola. Si tratta di un elegante villino a pianta quadrata a tre piani con ingresso da una doppia rampa di scale (in origine: Villino della Direzione), intorno al quale sorge un corpo più basso con pianta a ferro di cavallo disposto per tre lati intorno al Villino (in origine: Alloggi del personale direttivo e gli Uffici della dirigenza). Entrambi gli edifici risalgono al 1918, su progetto di Costantino Moretti. La nuova scuola ha il nome di Scuola rurale Magliana, e in seguito quello di Scuola Giovanni Pascoli.

Alla Pascoli insegna, dal 1940 al 1975, il poeta Giorgio Caproni.

Giorgio Caproni maestro elementare, poeta e critico letterario, nasce il 7 gennaio 1912 a Livorno e trascorre l’infanzia a Genova. La famiglia, di origini modeste, lo incoraggia agli studi musicali e alla lettura. Conosce i nuovi poeti dell’epoca: Ungaretti, Barbaro e soprattutto Montale, rimanendo colpito dagli Ossi di seppia.

Scrive versi suoi, che dal 1933 pubblica su riviste letterarie. Conseguita l’abilitazione magistrale, dal 1935 insegna alla scuola elementare di Loco di Rovegno, in Val Trebbia. Pubblica il volumetto Come un’allegoria e nel 1938 Ballo a Fontanigorda, ispirato dall’incontro con la sua futura sposa, Rosa Rettagliata, cui si rivolge con il nome letterario di Rina.

Con lei si trasferisce a Roma, dove prende servizio come insegnante ordinario alla Scuola Pascoli. Il soggiorno romano dura solo quattro mesi. Il richiamo alle armi e lo scoppio della Seconda guerra mondiale lo portano sul Fronte occidentale. Dopo l’8 settembre 1943 Caproni entra nella Resistenza, nella brigata partigiana della Val Trebbia maturando l’adesione al Partito Socialista.

Dopo la Liberazione riprende ad insegnare a Roma, nelle scuole Pascoli e Crispi. Affronta un problema immediato: i ragazzi non vanno a scuola. Decide di andarli a cercare. Su un registro del 1946 annota con grafia nervosa: «Accordàtomi con il Signor Direttore ho fatto un giro nelle case dei recidivi e ora le frequenze sono tornate alla normalità». L’abitudine di scrivere cronache scolastiche lo accompagnerà per tutta la carriera: perplessità e soddisfazioni, ostacoli burocratici, ritardi, tutto con un’umanità profondissima e lucida.

Negli Anni Cinquanta Caproni collabora a ritmi frenetici con La Nazione, L’Avanti, Mondo operaio, Il Punto, La fiera Letteraria. Traduce dal francese il Tempo ritrovato di Proust, cui seguono altri classici: Fiori del male di Baudelaire, Morte a credito di Céline, Bel-ami di Maupassant. Conosce scrittori e intellettuali – tra cui Pratolini, Cassola e Fortini – ma si tiene alla larga dai salotti letterari. Rifiuta opportunità di comodo disimpegno, convinto della dignità del ruolo di maestro. Su un registro del 1952 annota soddisfatto: «È che a furia di far parlare questi marmocchi, facendo finta di non insegnare, sono in parte riuscito a far loro coordinare le idee». Il 1959 è l’anno de Il passaggio di Enea, in cui ordina i temi ricorrenti – Livorno, Genova, il viaggio, la madre, la guerra, la Resistenza – con perizia metrica e chiarezza di sentimenti, mescolando lingua popolare e lingua colta, raccontando l’attaccamento sofferto al quotidiano e all’epica casalinga.

Continua ad insegnare. I vecchi scolari ricordano il Trenino Rivarossi al centro di un’aula sgombrata dai banchi, i concertini di violino, gli schizzi sulla lavagna per invogliare al disegno ma anche le bocciature sdegnose ai disegni stereotipati o di maniera. Caproni sa di essere amato e rispettato. E ricambia con garbo e sorridente comprensione. Nel 1961 scrive: «Son tutti di 8 anni. Mi salgono sulle spalle, sulle ginocchia. Finiranno col saltarmi anche in testa, come i piccioni di Piazza Grande. Sono morto di fatica ma mi trovo bene tra i piccioni! ».

Nel 1965 pubblica Congedo del viaggiatore cerimonioso e poi Terzo libro. Passa a una metrica spezzata, esclamativa, con una sintassi ansiosa che riflette la scoperta dall’assurdità dell’esistenza. È di questi anni l’amicizia con il giovane collega Pier Paolo Pasolini.

Nel frattempo cerca la via per far crescere umanamente e intellettualmente i suoi scolari, senza ricette predefinite, definendosi un «maestro senza metodo». Incoraggia la spontaneità, educa alla curiosità e allo stupore, inventa le lezioni fuori programma, fa fare le ricerche nella Bibliotechina scolastica, organizza con Pasolini la visita alla fabbrica Ferrobedò. Soprattutto, apre un varco alla poesia, in una didattica ancora basata sull’apprendimento mnemonico. La burocrazia scolastica, da sempre sospettosa dell’anticonformismo, lo guarda con diffidenza. Caproni ricorda: «Ero la disperazione dei direttori didattici! ».

Dopo il pensionamento arriva il grande successo di pubblico, con Il muro di terra, del 1975. Seguono i volumetti Erba francese e Franco cacciatore, fino all’ultimo libro, il Conte di Kevenhuller del 1986. L’ultima produzione, segnata da un’aspra solitudine, accenna ad una religiosità senza fede. Caproni scrive: «Ah, mio dio. Mio Dio. Perché non esisti?». Muore il 22 gennaio 1990, lasciando Res amissa alla pubblicazione postuma.

Il Fondo Caproni (composto di manoscritti, appunti, e la biblioteca personale del poeta), è oggi conservato nella Biblioteca Marconi.

 

1987: la Strage di San Valentino. Il Memoriale ai Caduti di Pietra Papa è un monumento a ricordo della strage brigatista del 14 febbraio 1987, in cui morirono gli agenti Lanari e Scravaglieri. Il 14 febbraio 1987 la volante n. 43 della Polizia di Stato scorta un furgone portavalori delle Poste Italiane. Dopo il rifornimento all’ufficio di via Sereni un comando BR blocca il convoglio e apre il fuoco – uccidendo il capopattuglia Rolando Lanari (26 anni), l’autista Giuseppe Scravaglieri (23) e riducendo in fin di vita il gregario Pasquale Parente (29) –, riportando un bottino di 1.150.000.000 di lire. A distanza di tre mesi gli agenti sono insigniti con la medaglia d’oro al Valor civile. Nel decennale viene edificato il monumento, composto di una piazzola aperta in un terrapieno. La lapide monitrice recita: «In questo luogo due agenti PS sono stati uccisi con fredda ferocia, mentre adempivano al loro dovere».

La giornata del furgone portavalori delle Poste Italiane in servizio nel quadrante sud-ovest inizia molto presto, quel sabato 14 febbraio 1987: ore 7,30 uscita dal caveau centrale di piazza San Silvestro, ore 8 approvvigionamento alle poste dell’Eur, ore alle 8,30 ufficio postale di via Sereni. Nell’ufficio del quartiere Marconi vengono scaricate banconote per mezzo miliardo di lire ma nel furgone c’è ancora una cifra considerevole.

A scortare il mezzo blindato con dentro tre addetti delle Poste c’è la volante numero 43 della Polizia di Stato, una Giulietta con a bordo gli agenti Rolando Lanari (capopattuglia, 26 anni), Giuseppe Scravaglieri (autista, 23) e Pasquale Parente (gregario, 29), tutti appartenenti al VI gruppo, Reparto Volanti.

Dopo la tappa in via Sereni il piccolo convoglio riparte e imbocca via dei Prati dei Papa: il furgone precede, la volante segue, come da prassi. Via dei Prati di Papa è una strada stretta e a parziale senso unico, percorribile solo a passo d’uomo, che termina con una ripida salita che immette su via Borghesano Lucchese, che a sua volta è una piccola via di raccordo con viale Marconi. Sula via transitano davvero in pochi. Ci sono degli anziani, probabilmente diretti o appena usciti dalle Poste. Un aneddoto popolare riferisce di un uomo misterioso, che mostrando una paletta di quelle in dotazione agli agenti, invita sbrigativamente i pochi presenti ad andarsene: «Allontanatevi da qui, siamo agenti di Polizia, fra poco ci sarà una sparatoria». Tre minuti dopo, il comando armato entra in azione.

Secondo la ricostruzione più accreditata il comando è composto di 8 uomini (ma si parla anche di 10 o 12 elementi), divisi in due corpi operativi: il gruppo di fuoco (4 persone, con il compito di uccidere) e il gruppo di fiancheggiamento (4 persone, con il compito di prelevare il contante). Mentre il furgone postale imbocca la salita una renault 14 risultata rubata gli taglia la strada, obbligando il mezzo ad una brusca fermata, tanto che la volante lo tampona con violenza.

Compaiono all’improvviso, ai lati della Giulietta, a piedi, i quattro uomini del gruppo di fuoco, che sparano sugli agenti, neutralizzandoli come si dice in gergo malavitoso.

Le armi impiegate sono almeno quattro: due pistole, un fucile a pompa e una mitraglietta skorpion della Ceaka Zbrojovka, da cui partono 56 colpi calibro 9. Il capopattuglia Rolando Lanari, sul sedile di destra, muore sul colpo, mentre si appresta a lanciare l’allarme dal microfono ricetrasmittente. I colpi dei killer colpiscono anche Giuseppe Scravaglieri, l’autista, che perde i sensi accasciandosi sul volante. Il terzo agente, Pasquale Parente, sul sedile posteriore, apre lo sportello e tenta la risposta armata. Riesce appena ad uscire e a mettere mano alla fondina che i killer lo colpiscono al torace, alle gambe, al braccio. Un proiettile gli perfora un polmone: l’agente si accascia a terra. Nel frattempo un uomo e una donna del gruppo di fiancheggiamento, a viso coperto da passamontagna, penetrano nel furgone portavalori e prelevano, con lucida calma, denari per un miliardo e 150 milioni di lire.

In quel momento un’incauta signora abitante in un palazzo vicino, la Signora Clara, si affaccia alla finestra per osservare la scena. Il comando le rivolge contro una raffica di mitraglietta skorpion. La Signora Clara rimane ferita in maniera lieve da alcune schegge. Negli attimi successivi la stradina è avvolta dal silenzio, spezzato solo dall’agonia del gregario Parente.

Arrivano i soccorritori, mentre scatta la caccia all’uomo. I killer hanno studiato il piano in ogni dettaglio: si saprà in seguito che i killer raggiungono l’ospedale San Camillo, dove abbandonano auto e vestiti e si dileguano poi nel nulla. Alle 10 giunge una telefonata di rivendicazione alla redazione bolognese del quotidiano La Repubblica: «Brigate Rosse, Partito Comunista Combattente», dice una voce anonima. La dinamica risulta subito chiara: il PCC è una costola del movimento eversivo delle BR storiche, e il modus operandi è quello della rapina di autofinanziamento, già tristemente noto. Neutralizzare la scorta, portare via il bottino, e con questo compiere nuove azioni sanguinarie.

Sul posto i sanitari non possono fare altro che constatare la morte del capopattuglia Lanari. Scravaglieri e Parente sono gravissimi: in una corsa disperata vengono trasportati entrambi al Padiglione Morgagni III del San Camillo. Scravaglieri muore pochi minuti dopo il ricovero. Per Parente inizia lo strazio: va in emorragia quattro volte, viene sottoposto ad altrettante trasfusioni. I chirurghi del professor Baldini gli estraggono la pallottola dal polmone e, uno a uno, dal corpo altri cinque proiettili.

All’indomani della strage La Repubblica descrive con viva commozione l’indignazione e il cordoglio dei Romani. Grazie a quel nitido racconto conosciamo oggi i profili umani dei tre ragazzi della volante 43.

Si tratta di biografie normali e simili, che la Questura in un breve dispaccio sintetizza così: «in divisa a diciott’anni, molto motivati, innamorati del loro mestiere». Il capopattuglia Rolando Lanari (26 anni, nato a Massa Martana, Perugia) è un agente «svelto, preparato, sempre sul chi vive», in servizio alle volanti da 4 anni. È «uno che il servizio di scorta lo fa con la mano sulla pistola, che si guarda continuamente intorno». Vive a Centocelle, con il padre anziano e malato. Frequenta il bar, è tifoso del Milan, ha da poco comprato un impianto stereofonico con il lettore compact disc. È fidanzato con un’addetta delle Poste ai furgoni portavalori, conosciuta durante il servizio. La voce popolare riporta che Lanari avesse in animo di lasciare le scorte e avesse fatto domanda di assunzione all’Alitalia. L’autista Giuseppe Scravaglieri (nato a Catena Nuova, Enna) non ha ancora compiuto 24 anni: ha lasciato il paese rurale d’origine «per trovare un pezzo di pane» (così racconta il padre Sebastiano, intervistato) e tale è la passione per il Corpo che dopo cinque anni di servizio dorme ancora in branda alla Caserma Guido Reni e ha tralasciato di crearsi una famiglia e una casa per conto suo.

Ai funerali degli agenti, che si svolgono con rito di Stato a San Lorenzo al Verano, partecipano sotto la pioggia battente cinquemila cittadini, fianco a fianco agli uomini in uniforme e alle autorità. Celebra il cardinal vicario Ugo Poletti, che nell’omelia dice: «Il terrorismo per mano delle Brigate Rosse è tornato a colpire a Roma con ferocia e superbia, come il serpe velenoso morde nei luoghi più imprevedibili. Sono state colpite le Istituzioni pubbliche, l’onesto popolo italiano e ciascuno di noi». All’ospedale San Camillo intanto Pasquale Parente combatte per la vita. Ha 29 anni, è sposato, ha un bambino di 10 mesi. Repubblica riporta la rabbia dei colleghi in visita all’ospedale: «Maledetti assassini, carogne, bisognerebbe ammazzarli tutti! »; «È la fine che può toccare a tutti noi. Ogni giorno quando esci non sai se la sera tornerai a casa o no».

A distanza di tre mesi, il 16 maggio 1987, i tre agenti sono insigniti al Valor civile, dall’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga: Medaglia d’Argento per Parente; Medaglia d’Oro, alla memoria, per Lanari e Scravaglieri.

Pochi giorni dopo la strage di S. Valentino vengono collocate sul tratto in salita di via dei Prati dei Papa due piccole fotoincisioni su marmo, raffiguranti gli agenti caduti, probabilmente per mano dei familiari o dei colleghi, che spesso si ritrovano spesso a visitare quel luogo in raccoglimento.

Alle onorificenze al Valor civile segue una vasta mobilitazione affinché il lutto privato di colleghi e familiari diventasse memoria collettiva e ammonimento per le future generazioni, e affinché venisse realizzato un monumento commemorativo. Per la sua realizzazione occorrerà tuttavia attendere dieci anni.

Il monumento attuale viene realizzato nel decennale della strage (14 febbraio 1997). Si compone di una piazzola aperta di piccole dimensioni, a forma di mezza luna, scavata in un terrapieno sistemato a verde. Sulla parete è posta una lapide monitrice, che ricorda i nomi dei Caduti e la terribile vicenda: «In questo luogo […] due agenti della Polizia di Stato / fedeli alla Repubblica e alla democrazia / sono stati uccisi con fredda ferocia / mentre adempivano al loro dovere. / Il Comune e la Questura di Roma / i familiari, il personale del Reparto Volanti / i cittadini del quartiere / e il personale delle Poste e Telegrafi / posero».

Il monumento è sempre aperto al pubblico e ospita un piccolo spazio per il raccoglimento e la deposizione di fiori.

Ogni anno, nella ricorrenza del 14 febbraio, vi si celebra una solenne commemorazione cui partecipano parenti, colleghi e rappresentanze in alta uniforme, con la deposizione di corone.

È impossibile dare conto, attraverso le cronache dei giornali, del loro costante annuale ripetersi. Riportiamo quindi il racconto della più recente di esse, attraverso le pagine del notiziario Arvalia News di marzo 2015, che titolano «I ragazzi della volante numero 43. Il ricordo di una folle stagione di violenza, 28 anni dopo la Strage di Pietra Papa». Dopo la rievocazione dei fatti l’articolo prosegue con le parole dell’assessore alla Legalità marzia Colonna: «È nostro dovere evitare il ripetersi di tragedie come questa, anche attraverso la conservazione della memoria di una stagione di folle violenza, che voleva abbattere le Istituzioni democratiche e che fu sconfitta dalla quelle stesse Istituzioni, affiancate dalle forze politiche e sociali del Paese. Dobbiamo farlo iniziando dalle scuole e dai ragazzi, affinché crescano con la coscienza del rifiuto della violenza».

 

Italia 90: restyling a Stazione Trastevere. A cavallo tra le due guerre operano nello snodo di Trastevere ben tre stazioni dalle funzioni ben organizzate e distinte: la stazioncina di servizio San Paolo smista il traffico, Trastevere accoglie e saluta i viaggiatori, lo Scalo rifornisce di derrate la Capitale. Sono gli anni di massimo splendore dello snodo di Trastevere. Nel Dopoguerra però qualcosa cambia: il traffico merci su rotaia cala vistosamente, a vantaggio del trasporto su gomma. Gli allora dirigenti FS, siamo nel 1950, decidono la dismissione dello Scalo, considerato ormai un gigante inutile, e dirottano il residuo traffico merci su Stazione Trastevere, dove c’è in verità spazio sia per i viaggiatori che per le merci.

Quarant’anni dopo la dismissione dello scalo merci si decide la dismissione anche della Stazione San Paolo, la stazioncina fantasma (che i Romani non conoscono, perché aperta solo agli addetti ai lavori) che per 128 anni ha operosamente regolato gli scambi dello snodo di Trastevere. L’occasione è offerta dai Mondiali di calcio di Italia 90. Grazie a ingenti finanziamenti vengono separate le percorrenze della Dorsale Tirrenica (che viaggia ora sul nuovo Passante di Maccarese) dalle linee regionali (che continuano sul tracciato di Pio IX), e vengono accentrate, nella vicina Stazione Ostiense, le funzioni di smistamento delle linee. Il 25 maggio 1990 la Stazione San Paolo, avendo perduto la sua funzione, viene chiusa. Di essa oggi non rimane praticamente nulla e al suo posto si trovano i giardini di piazza Ampère.

Lo snodo di Trastevere diventa così una ordinaria stazione passante (i treni in transito possono attraversarla senza dover fermare in stazione). Nello stesso anno avviene la fusione operativa della Stazione Trastevere con la Stazione Ostiense. Pur mantenendo per i viaggiatori due denominazioni distinte (Trastevere e Ostiense) le due stazioni costituiscono un unico snodo, a cavallo delle due sponde del fiume, fornito di moderne interconnessioni.

Roma Trastevere è oggi gestita da Centostazioni, società del Gruppo Ferrovie dello Stato. Si presenta come una stazione di superficie a 6 binari, con una robusta dotazione di servizi: biglietteria a sportello, biglietteria automatica, sala d’attesa, deposito bagagli, servizi di ristoro, stazionamento Polfer. È dotata di sottopassi accessibili ai portatori di handicap. Nel 2011, per i cento anni della stazione, viene avviato un ulteriore intervento di potenziamento e restauro.

La stazione serve oggi la Dorsale Tirrenica Roma-Pisa-Livorno e tre linee di ferrovie regionali: la FR1 Fiumicino-Orte, la FR3 Roma-Viterbo (di cui costituisce il capolinea) e la FR5 Roma-Civitavecchia. Vi transitano una moltitudine di linee speciali, tra le quali il Leonardo Express per l’Aeroporto, la linea diretta per gli imbarchi per la Sardegna da Civitavecchia, e una linea speciale per il trasporto dei rifiuti in discarica.

Sull’antistante piazzale Flavio Biondo è presente, oltre alla stazione dei taxi, una fitta rete di interscambi con autobus e tram. Al momento in cui scriviamo (estate 2012) vi sono 9 capolinea di autobus e tram: 3, 228, 766, 786 (diurni); 773, 774, 871 (diurni feriali); N14 e N16 (notturni). Fuori dalla piazza si trovano i due fermatoni su Circonvallazione Gianicolense e verso Porta Portese, dove passano altre linee tram e bus: H, 8, 170, 719, 780, 781 (diurni); C6 (diurno sabato e festivi); N8 (notturno).

Il toponimo «Nuovo Trastevere» nasce a tavolino, negli Anni Novanta, per indicare una serie di trasformazioni urbanistiche volte a riconciliare questo quadrante con il quartiere Marconi. Il nome, che non è mai stato né popolare né amato, è ben curioso: esso richiama l’appartenenza ideale al passato nobile del Trans Tiberim ma contemporaneamente ne dichiara la «nuova» condizione di separazione.

L’episodio che determina l’avvio delle trasformazioni urbane è la chiusura della vecchia stazione ferroviaria Roma San Paolo, in cui il treno l’ultima volta il 25 maggio 1990. Per i Mondiali di calcio di quell’anno c’era stata infatti una profonda ristrutturazione della rete ferroviaria, che aveva separato i binari destinati alle percorrenze locali da quelli della Dorsale Tirrenica, destinata alle lunghe percorrenze, rendendo così superflua la stazioncina di smistamento. Questo fatto rende disponibili le aree ex ferroviarie e si fa avanti l’idea di una ricucitura urbana fra l’«Isola» e la «terraferma» di via Majorana, destinando le aree alla creazione di un parco pubblico attrezzato.

Ci vogliono una dozzina di anni per trasferire le aree al Comune di Roma e realizzare gli odierni giardini di via Caselli-piazza Ampère. Essi sono pensati come uno spazio polivalente per i giochi dei bambini, l’incontro di giovani e adulti in una piazza verde, spazi coperti per il ritrovo degli anziani.

Questa ricucitura è per la verità abbastanza imperfetta, e anzi l’area mantiene ancora le caratteristiche di un’enclave. Il cronista Grilli[1], che spesso chiamiamo in soccorso per narrare i fatti contemporanei, così descrive oggi lo stato dei giardini: «In via Caselli, enclave compresa tra Marconi e Portuense, è presente un’area verde che sembra sia stata completamente dimenticata. Si tratta di un polmone verde in un quadrante particolarmente congestionato. La funzione del parchetto è però messa a repentaglio da un progressivo abbandono. E a farne le spese sono i più piccoli». Un consigliere municipale, Daniele Catalano, riferisce a Grilli quello che rimane di giochi e campo da calcio:

 

La situazione di degrado ambientale è davvero preoccupante. Cestini dell’immondizia ricolmi, cartacce e bottiglie di vetro sparse tutt’intorno. Nell’area giochi, fatto salvo il tappetino antinfortunistico quasi completamente divelto, gli arredi non sono rotti. Ma del rettangolo di gioco non resta più nulla se non una blanda recinzione metallica ormai devastata. Lo sfalcio non avviene da tempo immemore e purtroppo, tutte e due le porte sono state rubate. Nella zona circostante non ci sono altri spazi verdi.

 

1992: nuova chiesa dei SS. Aquila e Priscilla. La cappella di via Lo Surdo rimane in attività per una ventina d’anni.

L’urbanizzazione del quartiere è intanto proseguita fino ad occupare ogni spazio libero, al punto che trovare un’area inedificata per costruire una chiesa nuova sarebbe quasi impossibile, e forse l’edificazione di una nuova chiesa non rientra nemmeno tra le priorità della comunità parrocchiale. Per quanto inconsueta, la situazione di una chiesa collocata fra un negozio e l’altro pare ben adattarsi alle necessità dei fedeli di questo quartiere squisitamente urbano.

La situazione si sblocca nel 1980, con l’inattesa donazione del Marchese Gerini: il marchese concede alla parrocchia un terreno libero in posizione eccezionale: su via Blaserna, al civico 113, con affaccio sul lungotevere di Pietra Papa (oggi lungotevere Gassman).

C’è però un problema: il terreno si trova sul versante est del quartiere, in una porzione territoriale di pertinenza della chiesa madre del Divin Lavoratore. E ciò rende necessario un intervento di ridefinizione dei confini, seguendo questa volta l’asse mediano nord-sud.

Con decreto del Cardinal vicario Camillo Ruini del 1° ottobre 1991, alla parrocchia madre viene affidato il versante ovest della Piana di Pietra Papa, mentre alla nuova parrocchia viene dato quello est. Precisamente, i nuovi confini di Santi Aquila e Priscilla sono: «Partendo da Via Guglielmo Marconi, Via Alberto Einstein e proseguimento ideale della stessa Via fino al fiume Tevere; fiume Tevere, in direzione Ponte Guglielmo Marconi, fino all’altezza di Via Vincenzo Brunacci che si raggiunge per Via breve; detta Via; Via G. Bagnera; Via F. Grimaldi; Piazza E. Fermi; Viale Guglielmo Marconi; Via Alberto Einstein».

Sul terreno del Marchese Gerini cominciano le opere di edificazione della nuova chiesa, su progetto architettonico dell’ingegner Ignazio Breccia Fratadocchi.

Si tratta di un moderno fabbricato in cemento armato, con aula ecclesiale a pianta circolare.

Il nuovo edificio parrocchiale viene inaugurato dal Cardinal vicario Ugo Poletti il 10 maggio 1992, e il rito della dedicazione viene presieduto da Papa Giovanni Paolo II il 15 novembre dello stesso anno.

La comunità di fede di Marconi cresce rapidamente. A ridosso degli Anni Novanta si completa intanto l’edificazione su via Blaserna della nuova chiesa dei Santi Aquila e Priscilla. La posizione dell’edificio liturgico è nel settore est del quartiere, in effetti a non molta distanza dalla chiesa del Divino Lavoratore. Questo comporta la necessità di scambiare alcune porzioni di territorio fra le due parrocchie, compensando ad ovest i settori ceduti ad est, cosa che avviene con il decreto del Cardinal vicario Camillo Ruini del 1° ottobre 1991.

Riporta l’atto ecclesiastico che il territorio della parrocchia Gesù Divin Lavoratore é così determinato: «Ferrovia Roma-Civitavecchia partendo dall’altezza del bivio di via della Magliana; via della Magliana Antica fino al fiume Tevere; detto fiume fino all’altezza di via Alberto Einstein, che si raggiunge per via breve; detta via; viale Guglielmo Marconi; piazza Enrico Fermi; via Francesco Grimaldi; via Giuseppe Bagnera; via Vincenzo Bunacci e oltre, raggiungendo il fiume Tevere che si segue fino all’altezza del bivio di via della Magliana; via della Magliana Antica; da qui, linea ideale fino alla Ferrovia Roma-Civitavecchia». Questi confini sono anche i confini attuali.

 

Il PRU, il nuovo lungotevere, il ponte. Negli Anni Novanta il Comune di Roma promuove un’estesa azione di riqualificazione urbana, chiamata Progetto Urbano Ostiense-Marconi, con la finalità di recuperare gli impianti industriali dismessi nelle due aree di Ostiense e Marconi, separate dal fiume Tevere: la ex Centrale elettrica Montemartini, la ex Mira Lanza, l’ex-Mattatoio, e ancora i progetti per il Museo della Scienza, la Biblioteca universitaria ecc. Ad oggi, il PRU Ostiense-Marconi ha prodotto grandi trasformazioni ma il suo completamento è ancora assai lontano.

 

☼ — Il nuovo lungotevere (sezione in aggiornamento)

 

Nel 1997 gli architetti e urbanisti riuniti nel Masterplan di progettazione della Nuova Roma propongono di collegare le due rive di Ostiense e Marconi con un nuovo ponte pedonale sul Tevere.

L’idea di fondo è che non deve trattarsi di un semplice attraversamento tra le due sponde ma di un luogo della sosta e dell’incontro, cioè una nuova piazza urbana sospesa sul fiume, in comune tra i due quartieri e in grado di riconciliare entrambi col loro fiume. La piazza sospesa è pensata come il cardine di una nuova rete di mobilità pedonale. Il Piano di recupero urbano Ostiense-Marconi prevede infatti nei due quadranti la nascita di molte nuove strutture sulle due sponde – la Città dei Giovani agli ex Mercati Generali, le nuove sedi dell’Università Roma Tre, il nuovo museo alla Centrale elettrica Montemartini, il rifacimento del Lungotevere dei Papareschi, sul quale si affacceranno il Teatro India e la Casa dello Studente –, che rischiano di rimanere luoghi estranei se non c’è una rete di percorsi pedonali che li unisce: il ponte-piazza ha proprio la funzione di esserne il punto di partenza.

Nel 1999 le indicazioni del Masterplan confluiscono nel concorso internazionale di architettura Due ponti pedonali sul Tevere (il secondo è il Ponte della Musica, al quartiere Flaminio), bandito dal Comune e finanziato con la Legge speciale per Roma Capitale. Già da allora, per il ponte tra Ostiense e Marconi, viene individuato il nome di Ponte della Scienza. Se sul piano estetico il concorso lascia ampi margini di manovra ai progettisti, sul piano ingegneristico la richiesta della committenza è che il Ponte della Scienza sia «a campata unica con una luce di 100 m». Altro requisito è la leggerezza complessiva della struttura: non è richiesto che il ponte possa sostenere il traffico automobilistico ma solo quello ciclopedonale e di motoveicoli, su una carreggiata larga almeno 6 m. Il vincolo maggiore in realtà è dato dal low-budget, fissato in soli 4 miliardi e mezzo delle vecchie lire (2,3 milioni di euro): con questa somma anche il progettista più accorto non può spingersi molto oltre una semplice passerella di ferro.

Il 3 marzo 2000 si aprono dunque le iscrizioni al concorso e tre mesi dopo vengono presentati gli elaborati. La Giuria formula il verdetto il 16 giugno 2000. A sorpresa il vincitore non è un’archistar ma uno studio di progettazione costituito appena un anno prima e composto di tre ricercatori della Sapienza, all’epoca tutti under-35: Gianluca Andreoletti, Maximiliano Pintore e Stefano Tonucci. Dalle loro iniziali deriva il nome dello studio APsT.

Il progetto dei tre «ragazzi della Sapienza» è estremamente semplice e consiste in una passerella ciclo-pedonale, realizzata appoggiando una travata unica in acciaio su due stampelle agganciate a riva. Le concessioni estetiche sono modeste per non dire inesistenti, eppure la bellezza del segno architettonico del nuovo ponte risiede tutta nell’asimmetria tra le due stampelle di attacco a riva. Materiali, forma, volumi e tecniche costruttive sono diversi tra una sponda e l’altra – cemento armato a Marconi, acciaio a Ostiense – e questa la scelta vuole narrare l’incontro di due mondi. La Riva Sinistra è il mondo dell’archeologia industriale di Ostiense, e la stampella di attacco è costituita da una struttura in acciaio. La Riva Destra è il mondo dei palazzoni e della città intensiva di Marconi: la stampella è costituita da una struttura scatolare in cemento armato. Così Gianluca Andreoletti spiega questa scelta:

 

L’ex area industriale Ostiense, connotata da grandi impianti industriali dismessi, appare come una grande lacuna nel tessuto edilizio della Città consolidata. Progettare un ponte in quel luogo significava innanzitutto ristabilire il legame con il resto dei quartieri circostanti, ricucire uno strappo provocato dall’arresto del tempo. Il rapporto con il luogo viene istituito mediante l’individuazione di corrispondenze emotive. Il ponte, simbolicamente e fisicamente, è il mezzo per colmare la lacuna e ritrovare il legame con il tempo che si credeva perduto: l’ex area industriale del Gazometro appare essere più una sorta di monumento al tempo che non all’archeologia industriale. L’intenzione è quella di cercare di preservare e rendere evidente questo carattere negato; l’idea è che il tempo si sia fermato e che quest’area custodisca un tempo-altro da quello che si vive quotidianamente. Le materie del luogo sono state la materia del progetto: la materia custodisce i segni del tempo perduto: solo attraverso di essa è possibile cortocircuitare il senso del tempo presente, verso un tempo passato. L’essenza del ponte deriva proprio dalla ricerca di questa verità, diretta verso il futuro e non verso il passato. Questa strategia ci ha indotto a pensare gli attacchi del ponte (puntoni, pile, stampelle) in maniera asimmetrica.

 

Fra il progetto e la posa della prima pietra passeranno ben 8 anni e tre sindaci: si inizia sotto Francesco Rutelli, Walter Veltroni conferma l’opera nel Piano regolatore del 2006 e Gianni Alemanno completa la raccolta fondi. La prima pietra sarà posata il 14 ottobre 2008.

 

Il Teatro India. Il Teatro India è una fabbrica dismessa del Primo novecento, sita sul lungotevere dei Papareschi a Marconi. La proprietà è pubblica e funzionale; è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970903A, Banchini R. – cat. Isgrò S.).

Il primo degli edifici ex-Mira Lanza si trova a ridosso del Lungotevere dei Papareschi (oggi Teatro India) ed è chiamato i Nuovi magazzini verso il fiume. Si tratta di una sequenza di capannoni in muratura, con prevalente sviluppo orizzontale con copertura a due falde su capriate lignee. I lati corti, gli uni affiancati agli altri, offrono prospetti dalla garbata serialità, ritmata dal succedersi delle aperture e paraste, caratterizzati da cornici sottotetto in mattoni. Qui giungeva e veniva riposta la materia prima (gli scarti del mattatoio), attraverso una serie di binari interni direttamente allacciati alla ferrovia o al sottostante porto fluviale. La materia prima è sempre la stessa – gli scarti del Mattatoio comunale – ma essi non saranno più trasformati in fertilizzanti agricoli e collanti per l’industria ma candele e saponi.

L’invenzione dei detersivi sintetici segna la dismissione e l’abbandono del complesso. Sopravvivono le palazzine convertite in Scuola; lo Stock in Autoparco della Croce Rossa; un edificio minore in società di attrezzistica Rancati, oggi Teatro India. Il riutilizzo dell’area ex-industriale è ancora in divenire: i capannoni, recentemente andati a fuoco, sono destinati ad ospitare l’Accademia di Arte drammatica Silvio D’Amico, e nell’area antistante gli stessi, l’architetto Purini ha progettato alcune residenze per gli studenti universitari dell’Università Roma Tre.

Il recupero dei capannoni del Complesso industriale della ex Mira Lanza – restato a lungo in abbandono, sebbene riconosciuto fin dagli anni Settanta come esempio importante di archeologia industriale della città – è iniziato nel 2002, con il Teatro India. Nel 1999 il Comune di Roma aveva acquistato un’estesa porzione dell’ex Mira Lanza, installando, negli ampi edifici costruiti intorno al 1920 il Teatro India, seconda sede del Teatro di Roma.

Eppure questo non basta. «Il quartiere Marconi è cambiato, si è modificato, ha elevato la propria composizione sociale ed è divenuto uno dei luoghi commerciali più attrattivi di Roma». L’arrivo dell’Università Roma Tre ha ringiovanito il quartiere, mutandone le esigenze, e alcune opere di riqualificazione nel quadrante del Teatro India hanno esteso l’area commerciale non solo al viale ma anche ad alcune strade interne. In più, il morso della crisi rende necessario inventare nuovi attrattori commerciali e affiancarli ad una rete di servizi innovativi. Veloccia aveva indicato «la cultura come nuovo volano di sviluppo economico». Scrive: «Lungi dall’ostacolare tale aspetto commerciale è tuttavia opportuno, a nostro avviso, individuare funzioni e vocazioni che costituiscano le nuove linee di sviluppo del quartiere anche in considerazione del fatto che la crisi ha colpito in un rapporto causa-effetto anche il settore commerciale. In primo luogo marconi, tra Testaccio ed Ostiense, ha gli elementi per sviluppare di sviluppare una nobile caratterizzazione artistico-culturale che integri le attività commerciali dando loro nuovo impulso. L’impegno del Municipio sarà quello di collaborare con l’Amministrazione comunale affinché trovino definitiva realizzazione gli investimenti programmati in tal senso nel passato».

 

La Città del Gusto. Nel 2002, sulle strutture in dismissione dell’ex Consorzio Agrario (progetto del 1935, arch. Tullio Passarelli), la società Zeis del Gruppo Salini realizza il nuovo centro polifunzionale «Città del Gusto». Esso prende il nome dal polo della ristorazione del Gambero rosso, con annessa scuola di cucina e centro televisivo, che occupa i piani superiori e la terrazza panoramica. Al piano strada si trova invece il cinema multisala Uci, mentre nei livelli ribassati viene realizzata una piazza pedonale con una moderna fontana e funzionali scale mobili per assicurare il raccordo con il piano stradale. Intorno alla piazza ribassata si dispongono radialmente le strutture di un parcheggio multipiano, un supermercato e una struttura sanitaria della Asl Roma D.

L’intervento viene giudicato assai positivamente, perché integra le libere iniziative economiche dei privati con il recupero di una struttura da anni in disuso e nuovi spazi di socialità e servizi.

Ma l’entusiasmo durerà l’arco di un decennio. Nel 2013, a seguito di una nuova normativa edilizia nazionale – il Piano Casa, regolamentato a livello regionale dalla Giunta Polverini –, la proprietà decide la dismissione del centro polifunzionale. Al suo posto sorgeranno residenze private, con un intervento di demolizione e ricostruzione con cambio di destinazione d’uso.

 

[1] Grilli, F., Nell’area verde di via Caselli è sparito un campo da calcetto, in Arvalia Today, 3 aprile 2017.