Vigna Consorti è un borghetto agrario ottocentesco, residuo della vasta tenuta della famiglia Consorti, oggi appartenente alle Pie Discepole del Divin Maestro. La consistenza attuale si limita ad una porzione di terreno agricolo in abbandono, l’omonimo viale fiancheggiato da pini che da via del Trullo risale verso la Portuense, e quattro piccoli caseggiati: la Casa, il Casaletto, il Rudere e l’Oratorio. La Casa (abitazione rurale) è il maggiore e meglio conservato dei quattro edifici, riconoscibile per il colore bianco degli intonaci. Il Casaletto è riconoscibile per il colore rosso dei vecchi intonaci a calce, e la posizione leggermente distaccata. Il Rudere è anch’esso un casaletto rurale, contraddistinto da vistosi caratteri di degrado. Infine l’Oratorio è un piccolo magazzino, oggi impiegato come piccolo luogo di ritrovo e di preghiera delle Pie Discepole.

 

  1. I quattro casali di Vigna Consorti

 

La Casa di Vigna Consorti è il maggiore dei quattro edifici del complesso agrario dei Casaletti del Trullo, oggi annessi alla Congregazione ecclesiastica delle Pie Discepole del Divin Maestro. Tra i quattro, è riconoscibile per il colore bianco, per la presenza di una grande palma e per le migliori condizioni di conservazione tra tutti gli edifici presenti. La Casa rurale al Divin Maestro è un edificio rurale di inizio Ottocento, sito in Via Portuense, 739, al Trullo. Per quanto noto, la proprietà è di ente ecclesiasico e risulta funzionale; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970737A, Banchini R. – cat. Peixoto J.R.).

Il Casaletto di Vigna Consorti è il primo di quattro edifici rurali che si incontrano risalendo il viale alberato di via del Trullo, in direzione di Casetta Mattei. Si tratta di quattro casaletti assai simili fra di loro, inquadrabili stilisticamente come architettura rurale tradizionale dell’Agro Romano, e identificati come «beni di interesse storico-monumentale». Il nostro casale è riconoscibile per il colore rosso dei vecchi intonaci a calce, la posizione leggermente distaccata dagli agli altri tre, e la presenza tutt’intorno di un boschetto in condizioni di naturalità. Risale ad inizio Ottocento e la destinazione d’uso storica era di abitazione rurale, verosimilmente di vignajuoli. Si sviluppa secondo la struttura tipica del casaletto, su un corpo di fabbrica unico a due piani su pianta rettangolare, con tetto a due falde dal manto di copertura a tegole, ancora oggi in posa. Le murature sono in laterizio, tufo e pietre. Nelle immediate vicinanze era posto un corpo edilizio di minori dimensioni oggi crollato (forse un magazzino). Nel 2005 il casale è stato catalogato per le Belle Arti dall’architetto Jean Rosa Peixoto De Oliveira (repertorio n. 00970738). Il casale appartiene alla Congregazione ecclesiastica delle Pie Discepole del Divin Maestro.

Il Rudere di Vigna Consorti è un casaletto rurale, facente originariamente parte del complesso agrario dei Casaletti del Trullo. Tra gli edifici del complesso è quello che presenta maggiori elementi di degrado. È segnalata la presenza di un vicino annesso agricolo (Magazzino al Divin Maestro), studiato dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970740A, Banchini R. – cat. Peixoto J.R.).

L’Oratorio del Divin Maestro è uno dei quattro casali superstiti della Vigna Consorti, oggi impiegato come luogo di ritrovo e di preghiera delle Pie Discepole del Divin Maestro. L’impiego storico è invece quello di piccolo ricovero agricolo o magazzino. Il fabbricato è costituito da un doppio corpo con copertura a doppia falda, ad unico piano. È distinguibile, tra i casali di Vigna Consorti per il colore rosso degli intonaci esterni. L’accesso moderno è dal civico 739 della Via Portuense (dal Centro religioso delle Pie Discepole) o da vicolo Clementi. L’ingresso storico era invece dal viale di Vigna Consorti, presso l’attuale via del Trullo. L’Oratorio è stato studiato dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma con la scheda inventariale n. 970739 (Banchini R. – cat. Peixoto J.R.).

 

 

 

 

La Fanella

 

  1. Casali alla Fanella

 

Il Casale alla Fanella è un edificio rurale, visibile già dal catasto del 1818. Si trova in via della Fanella, 20. La documentazione presso le Belle Arti (scheda G. Sacchi n. 599151, catalogo di Giampaoli & Fracasso) risale ad anni ormai lontani e documenta un caseggiato dal nobile e decadente aspetto, composto di tre corpi di fabbrica in linea, di crescente elevazione. Negli anni successivi i proprietari privati hanno eseguito un restauro che ha riportato al caseggiato funzionalità e bellezza, ripristinando tra l’altro le coperture lignee a doppia falda. Il Casale è oggi circondato da un parco con alberi di alto fusto. Le informazioni in nostro possesso purtroppo si fermano qui: ci proponiamo di contattare direttamente i proprietari in cerca di altri dati, e di pubblicarli non appena disponibili.

Il Casale di via della Fanella, 40 è un lungo caseggiato rurale, composto di due casali storici affiancati, racchiusi tra strutture terminali di edificazione più recente. La datazione dei due casali è ottocentesca. Il primo casale ha sviluppo longitudinale su due piani con ammezzato, con copertura a doppia falda. Il secondo casale, contiguo al lato corto del primo, ha pianta quadrangolare e sviluppa un’altezza leggermente maggiore, su tre piani, ed ha anch’esso copertura a doppia falda. Una struttura, di dimensioni contenute, è addossata al primo casale: la sua edificazione appare più recente. Una ultima struttura infine, addossata al secondo casale, è di edificazione moderna. L’edificio è stato studiato dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio con il repertorio n. 599145 (Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

Il Casale al 45 di via della Fanella è un edificio rurale visibile già dal catasto del 1818, sito nella via omonima al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599143A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

Casale San Paolo è un edificio rurale visibile già dal catasto del 1818, sito in via della Fanella, 41, al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è di ente ecclesiasico e risulta funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599144A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

 

  1. Villino alla Fanella

 

Il Villino alla Fanella è una dimora signorile verosimilmente dell’Ottocento, sita sul distacco della via omonima al Corviale.

Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599150A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

 

  1. Convento delle Mantellate

 

Il Convento delle Mantellate è un complesso di vita consacrata, i cui caseggiati sono disposti intorno a un chiostro centrale.

La congregazione delle Mantellate Serve di Maria viene istituita nel 1861 e prende il nome dall’uso della «mantella nera», con cui tradizionalmente era solito coprirsi il viso chi compiva opere di carità, secondo il precetto evangelico «Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra». Il convento si trova in via della Fanella, con ingresso dal civico 45. Su questa struttura, per quanto studiata dalle Belle Arti (scheda G. Sacchi n. 599139, catalogo di Fracasso & Giampaoli), non sappiamo purtroppo molto altro: ci proponiamo di chiedere all’ente proprietario proprietario ulteriori dati e di pubblicarli non appena possibile. All’interno del convento si trova una graziosa chiesetta, la Cappella delle Mantellate.

 

 

 

 

La Serenella

 

  1. Villa Serenella, i casali, il parco

 

La Serenella è una dimora signorile visibile già dal catasto del 1818, sita in via dei Martuzzi al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è di ente ecclesiasico e funzionale; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599135A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

Il Casale 1 alla Serenella è un edificio rurale verosimilmente dell’Ottocento, sito nella via omonima al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è di ente ecclesiasico e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599124A, Sacchi G. – cat. Giampaoli-Fracasso).

Il Casale 2 alla Serenella è un edificio rurale visibile già dal catasto del 1818, sito nella via omonima al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è di ente ecclesiasico e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599128A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

Il Casale di via dei Martuzzi è un edificio rurale verosimilmente dell’Ottocento, sito in via dei Martuzzi al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599134A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

[Collegio dei Maroniti].

Il Fontanile alla Serenella è un’opera idraulica verosimilmente dell’Ottocento, sita su una strada poderale presso via della Serenella al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599123A, Sacchi G. – cat. Giampaoli-Fracasso).

 

 

 

 

Torre Righetti è un casino di caccia del 1825, di cui rimangono il corpo centrale in laterizio e il basamento circolare in pietra. Aveva forma di un tempietto circolare, secondo la moda neoclassica del Valadier. Sul tamburo centrale si innalzava una cupola, e intorno correva un giro di colonne. I quattro finestroni allineati coi punti cardinali davano luce agli ambienti sotterranei, destinati alla convivialità dopo le battute venatorie e alla cottura della selvaggina in un ampio camino. La porta ovest aveva una doppia rampa; quella est un timpano. Una seconda iscrizione ancora in loco racconta con orgoglio l’edificazione del sito, voluto dal banchiere Righetti: «Fui luogo ignoto e inospito. E s’or rallegro e incanto ha di Righetti il vanto, l’arte, l’ingegno e l’or». Una lastra in marmo oggi scomparsa recitava: «Ogni molesta cura, ogni timor qui tace. Qui fero arte e natura, tranquillo asil di pace». Il basamento aveva precedentemente funzione di cisterna, per la vicina casa signorile del 1607. La presenza di ambienti ipogei lascia supporre una frequentazione in epoca più antica. Per quanto noto, la proprietà è privata e presenta elementi di degrado; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970746A, Banchini R. – cat. Peixoto J.R.).

 

  1. Un villino di caccia del romanticismo romano

 

Il malinconico rudere in primo piano è la Torre Righetti, che le ingiurie del tempo hanno menomato fino a renderla irriconoscibile nelle forme originarie. Torniamo con la fantasia indietro al 1825, anno di edificazione: restituiamo al tamburo centrale la sua cupola; rimettiamo al suo posto, sul basamento circolare, il giro di colonne; vedremo ad un tratto la torre tornare ad essere quello che era: un tempietto circolare secondo la moda neoclassica del Valadier, un villino di delizia per la convialità dopo le battute venatorie! Questo era, in origine, la casina di Righetti!

 

  1. Luigi Righetti: «le arti, l’ingegno e l’or»

 

Un’epigrafe racconta la sua storia: «Fui luogo ignoto e inospito / E s’or rallegro e incanto / Ha di Righetti il vanto / L’arte, l’ingegno e l’or». Cioè: ero un luogo solitario e persino pericoloso. Se tu, visitatore, trovi qui il ristoro, sappi che l’idea, la costanza e i denari pe farlo provengono da Righetti».

Righetti era una specie di banchiere, un prestasoldi ingegnoso, dallo spirito brillante, nonostante le origini popolane. Righetti sposa una figlia del ramo cadetto degli Orsini. Con la scarsissima dote acquisisce tuttavia quello che ancora gli manca: una storia da continuare e una terra, povera ma permeabile a progetti e sogni venuti da fuori, capace per necessità di accoglierli e farli parte di sé. È questo «l’oro» che Righetti ha trovato alla Magliana.

 

  1. Pasolini, gli uccellacci e gli uccellini

 

Nel maggio 1965 Pier Paolo Pasolini scrive tre soggetti (Falchi e passeri, Il Corvo, L’aquila) che nell’autunno dello stesso anno si fondono nel lungometraggio Uccellacci e uccellini (85 minuti, bianco/nero), girato nelle location romane di Monte Cucco, Torre Righetti, Villa Koch, Monte delle Capre e Piana di Affogalasino.

I protagonisti sono Totò (descritto in sceneggiatura come «un uomo tosto e fantasioso») e Ninetto Davoli (suo figlio, «un po’stupidello e tutto riso»). Essi attraversano le campagne portuensi diretti ad un casolare di loro proprietà, per sfrattare una famiglia contadina morosa con l’affitto. Lungo il cammino ai due (che rappresentano il popolo minuto, ingenuo ed estraneo alla Storia) si unisce un corvo parlante, un «compagno irrichiesto» dai tratti dell’intellettuale di sinistra, reso fragile e inquieto dalla crisi ideologica del marxismo tradizionale. In sceneggiatura Pasolini abbozza il Corvo con poche nitide parole: «un marxista non disposto a credere che il marxismo sia finito». E già allora il regista commentava: «Mai ho scelto un soggetto così difficile».

La piccola compagnìa procede ascoltando le storie petulanti del corvo (doppiato da Francesco Leonetti). Una di esse, ambientata nel Medioevo, assume un significato speciale. Si tratta del racconto di due fraticelli (Fra’ Ciccillo e Fra’ Ninetto, interpretati ancora da Totò e Ninetto) che ricevono da Frate Francesco da Assisi il compito di evangelizzare gli uccelli. I due annunciano la Lieta Novella ai falchi, e poi ai passeretti ma quando le due specie si incontrano i primi predano inevitabilmente i secondi. La metafora dell’incomunicabilità tra le classi sociali (la classe degli uccellacci predatori, cioè la borghesia, e la classe degli uccellini predati, cioè il proletariato) è evidente. Quando i due fraticelli si presentano scoraggiati a Francesco, il sant’Uomo risponde loro nell’unico modo possibile: «Tornate e ricominciate da capo».

Dopo questo flash Totò e Ninetto indossano di volta in volta le piume degli uccellacci o degli uccellini: sono falchi quando giunti al Villa Koch sfrattano la famiglia contadina, in condizioni di grandissima miseria, non in grado di pagare l’affitto; e passeretti quando un ricco creditore (L’Ingegnere) li fa assalire dai cani per non aver onorato un debito. L’incontro con una prostituta (Luna, interpretata da Femi Benussi), con dei saltimbanchi, il suicidio di due amanti (episodio girato a Monte delle Capre) e infine i funerali di Palmiro Togliatti, segnano per Totò e Ninetto le tappe verso l’incontro con la Storia. Fondamentale è la sequenza girata a Torre Righetti, in cui il paesaggio lunare di Monte Cucco si apre improvvisamente sulla skyline dell’EUR, simbolo della modernità che non si può non vedere.

Vi sono anche degli episodi grotteschi, come il convegno dei Dentisti dantisti, l’inseguimento di un autobus in corsa (girato a via Porzio di fronte alla Scuola Collodi in costruzione) e quello della contadina che difende, fucile in pugno, il suo terreno dall’intrusione di Totò e Ninetto, costringendoli ad una rocambolesca fuga (girato alla Piana di Affogalasino).

Ma a questo punto il film evolve già verso una piega tragica, e la fine del corvo è prossima. L’animale parlante ha esaurito il suo ruolo di guida, e il suo gracchiare si fa insopportabile. Spinti dai morsi della fame, Totò e Ninetto gli tirano il collo senza troppi complimenti, improvvisando un banchetto ristoratore. è questo – secondo un Pasolini tragicamente profetico – il compito più alto del poeta: «morire per nutrire il popolo». L’assassinio rituale finisce così per indicare nella tolleranza fra le classi e nell’ascolto della parola dei poeti la via per uscire dal caos sociale. «Continuate – confida idealmente Pasolini – a predicare ad uccellacci e uccellini».

Il richiamo al sincretismo (convergenza di valori tra marxismo tradizionale e francescanesimo) suscitò consensi ma soprattutto critiche. Gli insuccessi di botteghino non impedirono al regista di essere orgoglioso del suo lavoro: «L’ho amato, e continuo ad amarlo di più», scrisse. «Non ho mai messo al mondo un film così disarmato, fragile, delicato».

 

 

 

 

Villa Baccelli è una dimora signorile, oggi ridotta a rudere, situata nella Collina di Montecucco. Il corpo pricipale a due piani (casa padronale) risale al Primo Ottocento, ed è contemporaneo delle vicine Torre Righetti, Torre Cocchi, Casale Zuccari. Il nuovo proprietario di fine Ottocento, l’insigne medico e ministro dell’Istruzione pubblica Guido Baccelli (1830-1916), realizza importanti sistemazioni architettoniche per trasformare la casa padronale in villa: un corpo di minori dimensioni ne diventa la Dipendenza, mentre un piccolo manufatto viene riadattato in Cappella privata. Viene costituito tutt’intorno un parco, dotato di una Vasca quadrata per la raccolta delle acque piovane. Nell’area si trovano anche alcune preesistenze: Grotte delle Fate, Villa Koch, Villa Usai, Casalone.

 

  1. Guido, un adolescente inquieto

 

Guido Baccelli nasce a Roma il 25 novembre 1830, figlio dell’illustre chirurgo Antonio Baccelli.

Conduce gli studi giovanili con passione e talento ma con animo irrequieto. A 17 anni si iscrive tra i volontari della I Guerra d’Indipendenza: in tutta risposta la famiglia, che si oppone, lo segrega in Collegio. Quando nel 1849 i venti di rivoluzione soffiano impetuosi anche su Roma, ritroviamo il giovane Baccelli tra le barricate degli insorti garibaldini. La famiglia interviene nuovamente, e, con un’azione di forza, lo preleva direttamente dal campo di battaglia alle Mura Gianicolensi, dove i patrioti romani subiscono con valore l’assalto delle preponderanti forze francesi. Il giovane Baccelli viene allora rinchiuso, in meditazione e in preghiera, nel borgo di San Vito Romano, per riflettere sulla sconsideratezza della sua passione rivoluzionaria: il suo posto non è con Garibaldi, è con il Papa Re.

Quando Pio IX torna sul suo trono, il giovane Guido, in virtù dei buoni uffici della famiglia, ottiene il perdono e viene riammesso al Collegio. Ma i guai per il ragazzo non sono finiti: quando viene sorpreso a scrivere su un muro della scuola un’invettiva contro il Pontefice, scatta l’inevitabile espulsione. È insomma un’adolescenza inquieta e decisamente atipica, per un ragazzo destinato a diventare in seguito ministro della Pubblica istruzione.

Baccelli viene avviato così agli studi universitari, dall’archiatra pontificio Benedetto Viale, e sotto la cappa della Restaurazione si dedica completamente agli studi: nel 1852 si laurea in medicina; nel 1853 in chirurgia; nel 1856 Baccelli ottiene l’incarico di professore all’ospedale Santo Spirito.

In quegli anni Baccelli dà alle stampe una poderosa sequenza di pubblicazioni sulle malattie cardiache e polmonari. Nel 1857 pubblica Ascoltazione e percussione nella Scuola Romana; l’anno seguente L’origine anatomica del tubercolo; nel 1859 La patologia del cuore e dell’aorta. Nel 1862 diventa titolare della cattedra di clinica medica. Si contraddistingue come un eccellente insegnate. Alterna le lezioni sul cadavere e le lezioni sul malato: insieme studio anatomico dei danni delle malattie e applicazione pratica delle terapie. Elabora il concetto dell’anatomismo clinico, condensato nella frase: «La clinica moderna è scuola di anatomia viva».

Nel 1863, mentre nasce il figlio Alfredo, dimostra sperimentalmente la Legge di Baccelli sui rumori endocardiaci. Studia il soffio al cuore, elabora una spiegazione razionale dei movimenti cardiaci delle sistole e delle diastole. Dedica gli anni tra il 1863 e il 1864 alla pubblicazione di un’opera monumentale in tre volumi: Patologia del cuore e dell’aorta. Nel 1864 si dedica alla pettiroloquia e alla diplofonia; elabora un metodo per la diagnosi dei tumori alle ovaie e al pancreas. Nei congressi medici la sua parola è sempre quella più attesa. A soli 34 anni Baccelli è considerato un luminare.

L’altro grande interesse medico di Baccelli è la malaria: Baccelli è il primo a localizzare l’infezione nei globuli rossi. Scopre una nuova malattia, la febbre subcontinua tifoidea. Ottiene lusinghieri successi con l’audace metodo dell’introduzione del chinino per endovenosa. Cura la sifilide con il sublimato corrosivo, sempre per endovenosa. Cura lo scompenso cardiaco con la strofantina, con la somministrazione endovenosa. Trova una cura per il tetano, con le iniezioni sottocutanee di acido fenico.

Il clima politico intanto torna a surriscaldarsi: i piemontesi fanno breccia a Porta Pia, Pio IX è destituito. Questa volta Baccelli, memore delle disavventure giovanili, non prende parte alla lotta nazionale. Per ironia della sorte finisce che i Piemontesi lo considerano un reazionario, al punto che il suo incarico di direttore della Clinica medica del Santo Spirito vacilla. Eppure i suoi successi medici sono notevoli. In questo periodo i suoi studi sono dedicati alla polmonite. Ed elabora una nuova metodologia di diagnosi dei versamenti pleurici attraverso l’ascolto endoscopico, che porta il suo nome, il c.d. «Segno di Baccelli».

 

  1. Baccelli, il ministro

 

Per due anni Baccelli è sempre in bilico: medico sicuro, patriota incerto. Per mettere a tacere i dubbi Baccelli si impegna attivamente in politica, con chiare connotazioni anticlericali. È conosciutissimo: non è difficile per lui farsi eleggere deputato (1874), mentre seguita senza sosta a pubblicare volumi scientifici: I tumori ovarici (1876) e La trasmissione dei suoni attraverso i liquidi endopleurici (1877). Nello stesso anno pubblica la sua prima opera politica: Discorsi sulla legge forestale. Nel 1878 pubblica quello che è a lungo considerato una pietra miliare della scienza clinica: La malaria.

L’occasione della vita Baccelli la ha quando Vittorio Emanuele II è colto da una improvvisa crisi respiratoria. Chiamato al capezzale del re morente, Baccelli fa la diagnosi di una polmonite: i polmoni del Re, sentenzia Baccelli, non funzionano più, l’illustre paziente è spacciato. Con il consenso della famiglia reale Baccelli tenta per la prima volta nella storia della medicina la somministrazione diretta di ossigeno nei polmoni, con respirazione indotta da macchine. È il primo caso di mantenimento artificiale in vita nella letteratura medica, letto persino da taluni in epoca moderna come il primo caso clinico di «accanimento terapeutico».

Il re muore pochi giorni dopo ma prestigio di Baccelli è al culmine. E, avendo lottato per salvare la vita al Re d’Italia, nessuno nutre ormai più dubbi sui suoi sentimenti patriottici. La porta di una brillante carriera politica è aperta.

Il 2 gennaio 1881 il Presidente del Consiglio Benedetto Cairoli lo nomina Ministro della Pubblica istruzione, nel breve Governo Cairoli III. Il successore di Cairoli, Agostino Depretis, conferma Baccelli nella sua carica nel Governo Depretis IV, e la riconferma arriverà pure per il Governo Depretis V, fino al 1884.

Da ministro, Baccelli tira fuori la grinta di un rivoluzionario. Dopo il discorso «L’autonomia dell’Università» (1881) trasferisce alcuni poteri tenuti dall’amministrazione centrale ai rettori delle università e ai prèsidi degli istituti superiori. Desta scalpore quando assegna una cattedra universitaria a allo psicologo Roberto Ardigò, ignorando l’ammonizione del precedente ministro che bollava le sue teorie come «difformi dalla coscienza della maggioranza dei contribuenti».

Con il Discorso al Re (1881) ottiene l’ampliamento degli organici degli istituti scientifici pratici e delle facoltà mediche. Nel 1883 pubblica il libro-manifesto Policlinico e Palazzo delle Scienze in Roma, nel quale preconizza la costruzione di un ospedale polivalente a Roma.

Nel 1884, ritornato un privato cittadino, Baccelli si dedica alla pubblicazione della produzione poetica del figlio Alfredo, ispirata a motivi paesistici, rievocazioni alpine e temi di varia umanità (Diva Natura, 1885).

 

  1. Il ritorno al privato, nella Villa di Monte Cucco

 

È probabilmente in questo periodo, successivo al 1885, che Guido Baccelli rileva la proprietà di un casolare di campagna nella Collina di Monte Cucco. Non abbiamo indicazioni precise sull’atto d’acquisto ma è facile immaginare che Baccelli, lontano ormai dagli impegni di Governo, abbia pensato di trascorrere qui, nella quiete collinare, una ricca e serena vecchiaia. All’età di 55 anni, in quell’epoca, un uomo poteva già ritenere di aver detto gran parte di quello che c’era da dire. E Baccelli il suo messaggio al mondo l’aveva in fondo ottimamente trasmesso: è possibile riformare dall’interno, portare la società a compiere grandi balzi in avanti senza necessariamente uscire dal solco della tradizione.

Baccelli compie sulla proprietà alcuni interventi di ristrutturazione e miglioria. Dopo i restauri il casale a due piani (già casa padronale) diventa una villa, sufficientemente degna per accogliere al suo interno un ministro del Regno con la sua famiglia (le Belle Arti chiamano questo edificio con il numero di repertorio 970751, catalogo di R. Banchini e F.R. Peixoto De Oliveira). Così Emilio Venditti ne descrive la posizione: «Sul lato sud della Collina, tra il verde dei boschetti come tra gli ampi spazi adibiti a pascolo, rimangono alcuni vecchi e diroccati casolari, che la moderna civiltà del cemento armato, freddo e senza anima, ci fa ancor più apprezzare. Questi vecchi e melanconici casali in rovina hanno qualcosa da raccontare. Il più grande, alla fine del secolo scorso fu una nobile villa di proprietà di Guido Baccelli… ».

Accanto alla villa viene sistemato il corpo di minori dimensioni della Dipendenza (970752), e infine un piccolo manufatto adibito a Cappella privata (970753). «Nella piccola cappella – riporta Emilio Venditti negli Anni Ottanta – sono ancora visibili tracce di affreschi con raffigurazioni sacre».

Sappiamo però che in quegli anni Baccelli non si ritira completamente dalla vita pubblica. Sostiene attivamente il suo progetto di ospedale polivalente di Roma: il Policlinico (oggi Umberto I) vedrà la luce nel 1888. Dal 1893 dirige anche un’importante rivista medica, chiamata Il Policlinico.

Il 15 dicembre 1893 il primo ministro Francesco Crispi richiama Baccelli in servizio, di nuovo alla guida della Pubblica istruzione nel Governo Crispi III.

Sono passati 12 anni dal primo mandato, e lo spirito dei tempi questa volta è completamente diverso. Non occorre più fare balzi in avanti ma consolidare con saggezza i passi fatti sinora. Nei discorsi ufficiali, perfino nel «Discorso della Corona» del 1894, Baccelli tiene atteggiamenti estremamente cauti, in cui mette in guardia dall’elargire al popolo una cultura in misura superiore al necessario.

Baccelli mette in cantiere la riforma dei programmi elementari, che si traduce in un energico sfrondamento dei programmi, giustificato con l’esigenza di non affastellare troppe nozioni nella mente del fanciullo.

Parallelamente, Baccelli si dedica al patrimonio archeologico, d’arte e paesistico: istituisce la Galleria Nazionale d’Arte moderna; progetta la Passeggiata archeologica; ripristina il Pantheon (liberandolo dalle sovrastrutture) e le Terme di Caracalla; infine si dedica alla piantumazioni di alberi a Roma, e alla difesa delle zone panoramiche, favorendo le prime norme per la tutela del paesaggio. Baccelli intanto favorisce l’ascesa politica del figlio Alfredo, favorendone l’elezione a deputato (1895).

 

  1. La vecchiaia di Baccelli

 

Pur non disponendo di informazioni certe al riguardo, è facile immaginare che Baccelli, mentre su scala nazionale provvedeva ad occuparsi del verde e del paesaggio, abbia riservato grandi cure alla sistemazione del suo parco privato intorno alla Villa di Monte Cucco. Per garantirne l’irrigazione viene realizzata, poco distante dalla villa, una grande Vasca quadrata per la raccolta delle acque (970754).

L’invaso consiste in una costruzione in muratura a pianta quadrangolare, parte fuori terra parte in scavo, il cui fondo e le pareti sono foderate di malta idraulica. La destinazione d’uso è la raccolta delle acque piovane, da reimpiegare per l’irrigazione. È probabile che la realizzazione della vasca sia stata commissionata dallo stesso ministro Baccelli, contestualmente all’impianto del giardino arboreo per la sua villa.

Dopo un periodo di riposo, Baccelli è nuovamente ministro sotto il breve Governo Pelloux I e il successivo Governo Pelloux II, dal giugno 1898 al giugno 1900. Baccelli può ora completare la riforma dei programmi elementari. Introduce i lavori manuali, agricoli e donneschi. E compensa il maggiore spazio dato all’educazione religiosa con l’introduzione di una nuova materia: l’educazione morale, civile e patriottica. Baccelli progetta anche, senza realizzarla, la Coscrizione scolastico-militare, insieme scuola elementare e addestramento alle armi, per i giovani tra i 16 e i 19 anni. Tra le materie previste: esercizio ginnico, arte militare, etica civile, etica militare, storia patria e disegno.

Il 4 agosto 1901 per Baccelli arriva un nuovo incarico, l’interim del Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio, sotto il Governo Zanardelli, assistito dal figlio Alfredo come sottosegretario all’Agricoltura.

Baccelli scopre in questa fase gli interessi sociali ed è il precursore della moderna ecologia: si dedica al bonificamento dell’Agro Romano, favorisce nelle scuole rurali la pratica dei campicelli scolastici; istituisce la cerimonia della Festa degli alberi. «Fu forse il contatto con la splendida campagna che circondava a quei tempi la sua villa a Monte Cucco – osserva Venditti – a suggerire al Baccelli l’istituzione della Festa degli alberi». In quegli anni Baccelli combatte combatte anche l’afta epizootica diffondendo la pratica medica delle iniezioni di sublimato; promuove il miglioramento della coltura dei grani.

Ricopre incarichi minori fino al 1903, per poi ritirarsi, definitivamente, a vita privata. Il figlio Alfredo riferisce che il padre mantiene fino alla tarda vecchiaia una piena efficienza intellettuale e fisica. Baccelli anziano è ancora un oratore fluido, ispirato ai modelli classici; parla e scrive correntemente il latino. Il vecchio ministro torna ad aiutare il figlio, sostenendolo nella pubblicazione di una nuova raccolta poetica (Sentimenti, 1905) e variegate novelle e saggi. Il figlio pare però più interessato a una brillante carriera politica e accetta la carica di ministro delle Poste (1906).

 

  1. Villa Baccelli oggi: l’abbandono, i ruderi, le grotte

 

Guido Baccelli muore a Roma il 10 gennaio 1916. Tre anni dopo il figlio subentra al ruolo del padre, divenendo a sua volta ministro della Istruzione Pubblica (1919-20). Nel 1923 pubblica il volume di ricordi Mio padre, memorie di Guido. Pare che da allora il giovane Guido non si sia occupato molto della villa.

Sappiamo, dalla ricostruzione di Emilio Venditti, che in seguito la villa torna alle sue funzioni originarie di casale agricolo, per poi conoscere un progressivo declino fino all’abbandono: «Abbandonata dai colòni che negli ultimi anni l’avevano usata come casale agricolo – scrive Venditti –, da quel poco che rimane mostra tuttavia ancora i tratti eleganti delle linee architettoniche della sue mura, ornate di marmi pregiati, portali e archi».

Già negli Anni Ottanta lo studioso locale Venditti osserva il disfacimento della villa con parole di rassegnata malinconia: «La vecchia Villa Baccelli è ora in completo disfacimento e forma uno spettacolo desolante. Chi, sfidando i cani randagi, si avventura su questo lato solitario di Monte Cucco, potrà certamente constatare da vicino quanto stiamo descrivendo».

 

 

 

 

Lo Stabilimento SARA è un’officina meccanica di precisione, che negli Anni Trenta produce macchinari per lavorare la pellicola fotografica ricavata dalla viscosa, la «plastica autarchica» fatta impastando segatura e soda caustica. Con la guerra la Sara si specializza nei dispositivi per la fotografia aerea e nei mirini ottici prismatici. Nel 1946 l’amministratore Telemaco Corsi converte questa tecnologia ad uso civile, avviando la produzione artigianale dei primi modelli di una macchina fotografica a rifrazione ottica da lui stesso inventata. La produzione in serie inizierà due anni dopo negli attigui Stabilimenti Rectaflex.

 

  1. La «viscosa» della via Prenestina

 

Quella della SARA è una storia eclettica: la SARA è una fabbrica che all’inizio produce una cosa, poi un’altra, poi un’altra ancora e infine ancora altro. Sono produzioni tutte in qualche modo concatenate sul piano tecnico ma diversissime per le tipologie di oggetti finiti. Tutte queste produzioni sono accomunate dal filo rosso della capacità tutta italiana di cavalcare i tempi, di fare di necessità virtù, e guardare il futuro ancora prima che accada, lanciandosi nella produzione di una cosa che fino ad allora non era stata mai prodotta, e forse neanche pensata. Per questo per raccontare la storia della SARA occorre partire da molto, molto lontano.

Siamo nel 1883, quando il francese Hilaire de Chardonnet inventa la nitrocellulosa, chiamata anche seta artificiale. Si tratta di una fibra tessile ricavata da un procedimento chimico: la comune segatura di legno veniva impastata con la soda caustica e addizionata a solfuro di carbonio; veniva quindi filata e intessuta con macchine tessili tradizionali appositamente modificate. Ma i tessuti così ricavati avevano qualità di trasparenza, lucentezza, resistenza e impermeabilità senza pari rispetto agli altri tessuti di origine vegetale fino ad allora conosciuti. Un ventennio dopo, nel 1904, la nitrocellulosa arriva in Italia, con il nome di fibra chimica viscosa, che poi si accorcerà in viscosa. De Chardonnet – che da inventore si è trasformato in scaltro imprenditore – installa la sua succursale italiana a Padova, per venderla appena tre anni dopo alla Società Cinematografica Italiana CINES di Pavia.

Cosa porta un’industria del cinema a comprare una fabbrica di capi d’abbigliamento? La Cines aveva correttamente intravisto la possibilità tecnica di rimpiazzare, nel processo di produzione della pellicola cinematografica, i costosi materiali plastici d’importazione – derivati dal petrolio – con un succedaneo ricavato dalla ben più economica segatura di legno: allora la segatura in Italia si produceva in abbondanza, e anzi di norma non si produceva ma si scartava, come residuo delle lavorazioni del legno. La Cines, come accade quando si fa una nuova scoperta, aveva allora intravisto soltanto la punta dell’iceberg: aveva riconosciuto che la viscosa era un buon succedaneo per le sue produzioni plastiche; non si era resa minimamente conto invece che il discorso era valido in generale: la viscosa poteva essere un succedaneo per qualsiasi materiale plastico, generando profitti economici inimmaginabili.

Intanto, mentre la produzione di viscosa in Italia è quasi interamente votata al cinema, nel 1917 nasce a Torino un’altra società, destinata a riempire il vuoto lasciato dalla Cines. Si tratta della SNIA, che sta per Società di Navigazione Italo-Americana, fondata dall’avvocato Riccardo Gualino. La Snia in origine fa tutt’altro: possiede una flotta mercantile che fa la spola fra i porti italiani e il Nuovo mondo. La Grande guerra – e soprattutto l’entrata in guerra degli Stati Uniti – fa fare alla Snia profitti da capogiro, che a guerra finita sono pronti per essere reinvestiti. La flotta navale non viene smantellata: semplicemente viene riposizionata nel Mediterraneo, creando un’efficiente rete per la distribuzione di merci conto-terzi per via d’acqua. E la Snia comincia a commerciare anche in conto-proprio, creando un fiorente mercato del mare, e via via comincia anche a produrre in conto-proprio, comprando uno a uno gli stabilimenti in cui si fabbricano le merci più diparate e originali. Non c’è un vero e proprio ordine o una pianificazione produttiva ma una stretta logica commerciale: si produce ciò che sul mercato manca, e che genera i massimi profitti.

Succede così che nel 1920 la Snia acquista, tra i tanti, anche lo stabilimento Cines di Pavia, ben collegato attraverso il fiume Po ai porti dell’Adriatico, con l’intenzione di avviare la produzione industriale di capi d’abbigliamento con la viscosa. Dopo pochi mesi di esercizio la Snia comprende di poter diventare monopolista in un mercato – quello della «plastica autarchica» – dalle elevatissime potenzialità di guadagno. Tra il 1920 e 1921 la Snia rileva uno a uno tutti gli altri stabilimenti concorrente (ve ne erano a Milano e Torino) e avvia la costruzione di nuovi impianti. È significativo anche il cambio di denominazione sociale della Snia, che diventa SNIA Viscosa, ovvero Società Nazionale Industria Applicazioni Viscosa, quotata in borsa dal 1922. Solo tre anni dopo, nel 1925, la Snia Viscosa arriverà a produrre 24.000 chili di viscosa al giorno, pari al 69% della produzione nazionale e l’11% di quella mondiale.

Ma torniamo al 1922. Dopo aver venduto lo stabilimento di Pavia, la Cines si rende conto dello sbaglio madornale. Se è vero che la Cines si ritrova ora in cassaforte una somma considerevole che la Snia gli ha consegnato sull’unghia, la Cines realizza anche, con vent’anni di ritardo, che la viscosa non serve soltanto a produrre pellicola da film, e che la Snia Viscosa è da quel momento la sua più acerrima rivale. La Cines corre ai ripari, investendo il suo gruzzoletto in quattro distinte operazioni: amplia lo stabilimento rimastole, a Padova, cominciando a produrvi la viscosa per uso tessile, e costruisce ex-novo tre stabilimenti in altrettante città italiane: Rieti, Napoli e Roma. È dello stabilimento romano che andiamo ora a parlare.

Lo stabilimento romano della Cines si insedia nel 1922, sulla via Prenestina. Sappiamo molto su questa fabbrica, grazie all’Archivio territoriale Maria Baccante di Roma.

La produzione è a ciclo continuo: 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Gli operai lavorano su tre turni da 8 ore ciascuno, senza riposo settimanale. I reparti più duri sono i c.d. reparti chimici, che impiegano personale solo maschile. In essi i fogli di cellulosa (cioè la segatura composta in lastre molto simili al moderno legno compensato) sono messi a bagno nella soda caustica, trasformandosi in una poltiglia chiamata alcalo-cellulosa. La poltiglia di alcalo-cellulosa viene messa a maturare in tini di acciaio, con l’aggiunta di solfuro di carbonio. Il «mosto chimico», che si chiama xantogenato, è una pasta semi-solida di colore arancione estremamente tossica, la cui inalazione provoca disturbi neurologici. L’Archivio Maria Baccante ha documentato, per quegli anni, frequenti casi di ricovero di operai nel manicomio romano di S. Maria della Pietà: qui l’intossicazione poteva regredire spontaneamente con pochi giorni di riposo e aria buona, oppure andare avanti per anni. In questi casi l’operaio veniva licenziato, ricevendo un modesto indennizzo assicurativo.

Nella fabbrica erano presenti elementari forme di tutela del lavoro, che oggi apparrebbero senz’altro inadeguate se non addirittura inumane ma esse erano comunque più avanzate rispetto a qualsiasi altra industria chimica dell’epoca. Adesempio non venivano assunti lavoratori al di sotto dei 16 anni; vi era un sistema di sostegno salariale, chiamato indennità per il caro-viveri, che consentiva una parziale perequazione del salario all’aumento dell’inflazione; le lavoratrici potevano accedere a un dormitorio in fabbrica, c’era una nursery cui affidare i bambini durante il turno, e il dopo-lavoro consentiva di seguire una speciale scuola di cucito (lavorare manualmente la viscosa era infetti difficilissimo!), permettendo di incrementare ulteriormente il salario vendendo privatamente i capi realizzati. Per contro non esisteva nessuna tutela della maternità e la paga oraria femminile era inferiore a quella maschile. Le donne erano ammesse nei soli reparti meccanici (cioè quelli tessili), organizzati come una filanda tradizionale. Lo xantogenato , uscito dai reparti chimici, veniva trasportato ai filatoi, e i fili a loro volta venivano intrecciati per ottenerne dei fili più spessi. L’ultimo processo era il candeggio, che faceva assumere alle bobine di viscosa il colore bianco cangiante semi-trasparente.

Nel 1924 la fabbrica conosce la sua prima significativa agitazione sindacale, con lo sciopero per l’aumento dell’indennità del caro-viveri. La stampa dell’epoca è molto fredda per questa protesta giudicata anomala: è la prima protesta in Italia che non riguarda direttamente il salario ma l’indennità del caro-viveri, che è un benefit aziendale. Ma intanto il regime politico era cambiato – era brutalmente salito al potere il fascismo – e la fabbrica si avviava a diventare disciplinata come una caserma. Nei reparti ci sono controlli molti rigidi, grazie ai quali il ritmo di lavoro è serrato. L’Archivio Maria Baccante ha analizzato le infrazioni disciplinari erogate all’epoca. Esse consistevano in multe detratte dalla paga o sospensioni dal servizio: lentezza o trascuratezza nel lavoro, chicchiericcio e risate, abbandono del telaio per andare al bagno, errata timbratura del cartellino erano le infrazioni più frequentementi. C’era un turn-over assai elevato: spesso si veniva licenziati e riassunti più volte nell’anno, e ciò avveniva unicamente in base alla qualità e quantità della produzione che il lavoratore offriva. A cavallo fra gli Anni Venti e Trenta la Grande crisi del 1929 si fa sentire pesantemente: dei 2383 addetti del 1930 appena due anni dopo, nel 1932, ne rimangono in servizio meno di millequattrocento.

 

  1. Telemaco Corsi e i «ragazzi di Monte delle Capre»

 

Nel 1931 le cose cominciano ad andare meglio, grazie anche ad un’innovazione tecnologica: si comincia a produrre il fiocco, che è un filo di viscosa molto più spesso che in precedenza, venduto in piccole matassine ripiegate a forma di fiocco, acquistabili nelle comuni mercerie. La viscosa esce così da un ambito prettamente industriale per entrare nel mondo delle alacri massaie del Littorio – che possono ora lavorarlo ad uncinetto con la stessa facilità del cotone – e in quello delle sartorie artigianali, che avendo a disposizione un filo più spesso riescono a lavorarlo con le macchine da cucito.

È in questo periodo che possiamo collocare l’entrata in servizio della Sara…

Un altro anno importante è il 1935-36. La fabbrica di via Prenestina riceve committenze e aiuti diretti dallo Stato, legando il suo destino a quello del regime fascista.

Lo stabilimento nel corso degli anni diventa sempre più legato alla politica economica del regime. Esso diventa uno dei motori fondamentali dell’autarchia e in seguito – parallelamente all’economia di guerra voluta dal regime – alla politica di guerra, legata prima alla guerra d’Etiopia e poi alla seconda guerra mondiale. Alla Viscosa vengono prodotte – ad esempio – le uniformi militari che in centinaia di migliaia di esemplari vengono inviate al fronte ma anche molte altre infrastrutture necessarie alla guerra.

Il rapporto tra la produzione e la guerra potenzia la fabbrica finché l’Italia è impegnata nelle operazioni militari.

Lo stabilimento viene anche bombardato dagli Alleati nel marzo 1944.

Ma questo legame è per la Viscosa anche la causa della sua fine. Finita la seconda guerra mondiale si avvia un lento declino, che porta lo stabilimento ad avere 1600 operai nel 1949 e appena 120 nel 1953, fino alla chiusura del 1954.

Negli anni a cavallo tra le due guerre i due produttori di fibre chimiche Cisa e Snia assumono entrambi una vera fisionomia industriale, contendendosi il mercato nazionale del tessile-chimico. Nel 1927 la Snia rileva nuovi stabilimenti in provincia di Novara: la produzione nel 1929 raggiunge il picco di 9,5 milioni di kg annui. Sul mercato opera in realtà anche una terza società, la Chatillon, che occupa posizioni di mercato più limitate. La concorrenza fra i tre produttori fa sì che il prezzo della viscosa rimanga contenuto e la viscosa cominci a diventare prodotto di massa. La viscosa ha due grandi pregi: il primo è che il materiale di base costa pochissimo, essendo ricavata dagli scarti delle lavorazioni del legno; il secondo è che all’occorrenza, anziché tessuta, la viscosa può essere anche plasmata in forme, come la moderna plastica, ricavata dal petrolio. All’epoca la plastica era stata già inventata ma non se ne erano ancora comprese a pieno le potenzialità, e comunque la plastica non aveva la diffusione di massa che ha oggi.

Nel 1935 il Regime fascista comprende al volo tutti gli utilizzi multiformi che la plastica può avere. E comprende anche che per l’Italia – che non ha giacimenti di petrolio e non può certo acquistarne a causa dell’embargo per la Guerra d’Etiopia – se la via della plastica è preclusa, quella della viscosa è una via aperta tutta da percorrere: il petrolio manca ma di segatura di legno ce n’è quanta se ne vuole! È così che viscosa viene scelta dal Regime come succedaneo della plastica, e Cisa e Snia godono di un benevolo sostegno governativo. Nell’Italia della seconda metà degli Anni Trenta con la viscosa si fa un po’di tutto: ci si veste, si fanno per il cinema e i cinegiornali, pneumatici per le autovetture e persino le dentiere. Senza contare che dal 1937 la Snia ha aperto una nuova via autarchica alla plastica: il «lanital», che è una viscosa derivata non più dalla segatura ma dalla caseina, la proteina del latte. Nel 1938 intanto gli stabilimenti Cines di Padova, Roma, Rieti e Napoli vengono unificati nella nuova denominazione societaria di CISA Viscosa, che sta per Compagnia Industriale Società Anonima Viscosa.

Rispetto alla plastica la viscosa presenta però ben più di un inconveniente: per essere lavorata andava prima filata e poi ricomposta in tessuti o forme, il ché non la rende poi così economica. E soprattutto, la viscosa, contenendo soda caustica, era tendenzialmente tossica e facilmente infiammabile. Non era infrequente allora, leggere nelle cronache dei giornali, di disavventure occorse a fumatori con la dentiera.

La produzione industriale della viscosa è appannaggio in Italia di due grandi industrie, concorrenti fra di loro: la CISA Viscosa e la SNIA Viscosa. La CISA Viscosa ha una struttura frazionata sul territorio, con più sedi specializzate nelle singole fasi del processo produttivo. Ad esempio, nel quartiere romano del trullo, in via Monte delle Capre nei civici dal 23 al 37 – in un punto desolato che allora poteva tranquillamente definirsi la fine del mondo conosciuto – la CISA ha una serie di capannoni e caseggiati in muratura, taluni caratterizzati da ampie volte ad arco ribassato in ferrocemento.

In questi capannoni, che hanno la denominazione sociale di Officine meccaniche SARA, non si produce direttamente la viscosa ma si effettua una parte specifica del processo produttivo: vi si fanno le «realizzazioni automeccaniche», cioè vi si costruiscono i macchinari per la filatura (cioè dei filatoi tessili tradizionali, riadattati per lavorare l’impasto di segatura e soda caustica producendone il pregiato filo di viscosa) e i telai meccanici (con cui il filo di viscosa viene tessuto per poter essere tagliato come stoffa o variamente assemblato in oggetti finiti). La sigla SARA sta appunto per Studi di Attrezzature e Realizzazioni Automeccaniche.

Il problema della riduzione dei costi, allora come oggi, che spinge le due società a confluire in un unico assieme nel 1939, insieme ad una società più piccola, la Chatillon, per formare un unico marchio commerciale, l’Italviscosa, con lo scopo di impiegare in modo più razionale ed efficiente le attrezzature industriali delle singole imprese. Pur rimanendo formalmente autonome, le tre società coordinano produzione, amministrazione, pubblicità e vendite, sbaragliando la concorrenza.

Raggiunta la stabilità nei prezzi e un allineamento nella qualità, i tre gruppi hanno quindi mano libera per espandersi in altri settori e dare vita a nuove industrie nell’Italia di prima e dopo la guerra.

Nella seconda metà degli Anni Trenta le due concorrenti CISA e SNIA operano forti campagne di assunzioni, contendendosi le menti più brillanti. È così che la CISA Viscosa, intorno al 1939, assume il giovane avvocato Telemaco Corsi. Corsi ha un carattere sognatore, e si appassiona di qualunque cosa. Controvoglia ha completato gli studi in legge, più che altro per compiacere il padre, dipendente della CISA, di cui dovrà prendere il posto in azienda. Fin da bambino Corsi riunisce a sé riunisce un gruppo di ragazzi – inventori e fraterni amici fra di loro –, che saranno ricordati col nome di Ragazzi di Monte delle Capre.

All’inizio sono in quattro. Gli altri tre componenti del gruppo si chiamano Luigi Picchioni, Aldo Pardini ed Emilio Palamidessi. Picchioni e Pardini sono compagni di scuola di Corsi: l’aneddoto vuole che da piccoli giocassero al gioco degli specchi, con immagini riflesse ribaltate in rudimentali camere oscure. Aldo Pardini è appassionato di scienze naturali: dopo le scuole inizia gli studi di medicina, in maniera rigorosa e costante. Diventa medico condotto alla Magliana. Sarà sempre uno degli animatori del gruppo ma sceglierà di tenersi in disparte dalla compagine societaria e dai brevetti, rimanendone soprattutto un socio morale. Luigi Picchioni, di impronta tecnica, si iscrive a medicina insieme a Pardini, specializzandosi poi in oftalmologia: diventerà un apprezzato ottico alla Salmoiraghi, società produttrice di occhiali. Picchioni nel gruppo ha il ruolo del realizzatore: è quello che trasforma le idee confuse in oggetti reali e brevettabili, riproducibili in serie.

Corsi nel gruppo è il capo. Non sa che forma avranno gli oggetti che usciranno dalla sua fabbrica ma ha bene in mente quali problemi essi risolvono e quali sogni concretizzano. È Corsi che trascina gli amici verso la passione per la fotografia. Nel 1939 smonta un apparecchio Daguerre, una macchina fotografica tradizionale di quelle in cui si vede l’immagine sotto-sopra. Corsi intuisce già da allora che, con una serie ben congegnata di specchi, si può ottenere una visione raddrizzata.

Il quarto uomo del gruppo è Emilio Palamidessi, soprannominato Manidoro, che si aggiunge ai tre in un secondo momento. Il soprannome dice già tutto sul suo carattere: introverso, scrupoloso, è quello che assembla con precisione da orologiaio i pezzi pensati dal trio.

 

  1. La fabbrica di guerra

 

Ma il 1939 è anche l’anno dei venti di guerra, che iniziano a soffiare impetuosi. Il ragazzi di Monte delle Capre hanno ben poco tempo per pensare alla fotografia, e Corsi è interamente assorbito dal lavoro nello Stabilimento SARA, che si accinge a diventare un nodo strategico dell’industria bellica nazionale.

Succede in quell’anno 1939 che il fascismo nazionalizza la produzione della viscosa, e impone alle due società rivali, CISA Viscosa e SNIA Viscosa di smettere di fare la guerra commerciale e consorziarsi per produrre insieme. Il nuovo colosso industriale CISA-SNIA si riorganizza al suo interno e fa quello che normalmente succede in una fabbrica efficiente: elimina le strutture duplicate, accorpa nelle stesse strutture le produzioni affini, trasferisce specialità e operai specializzati da un centro produttivo a un altro affinché tutto l’ingranaggio produttivo giri a dovere. Così al Trullo, mentre continua la produzione di realizzazioni automeccaniche per la viscosa, si aggiungono le realizzazioni automeccaniche speciali, che ben poco hanno in comune con i tessuti d’abbigliamento, e hanno tutte come committente l’industria bellica nazionale.

La CISA ha ricevuto un’ingente commessa di pellicola fotografica in viscosa per le aerofotometrie (riprese planimetriche del terreno scattate da aerei in volo di ricognizione), e insieme ad esse, si iniziano a produrre al Trullo, su licenza della vicina fabbrica OMI (Ottico Meccanica Italiana) di Valco San Paolo, anche gli apparecchi aerofotometrici Nistri, per le riprese fotografiche dall’alto, a bordo degli aerei.

Poco dopo alla SARA arriva un’altra commessa, per la produzione di puntatori ottici (cioè mirini e collimatori) per aerei, carri armati e postazioni da fermo. Ufficialmente si tratta di mirini per macchine fotografiche. Ma tutti alla SARA sanno, Corsi compreso, che alla SARA si producono i mirini per le armi da guerra.

In pratica la SARA si trasforma in quegli anni in un’industria di guerra, specializzata nella fotografia militare. E la viscosa da abbigliamento diventa già settore marginale.

Dopo l’8 settembre 1943 la SARA viene occupata dalle truppe naziste. Non si hanno notizie dirette su come la fabbrica sia stata gestita in tempo di Occupazione. Ma da fonti orali sembra che in qualche modo la fabbrica abbia continuato a funzionare, e a dare impiego ininterrotto alle maestranze locali. Corsi comunque non c’è.

Corsi fa ritorno in fabbrica dopo la Liberazione. Il presidente CISA Francesco Maria Oddasso gli affida il ruolo di amministratore della SARA, e insieme quello di direttore di stabilimento (cioè degli impianti produttivi). C’è una grande stima reciproca fra Corsi e Oddasso: da questi Corsi riceve l’incarico, ora che la guerra è finita, di reinventare una nuova vita per lo stabilimento ex produttore di macchine per tessere, ex produttore di macchine fotografiche dall’alto, ex produttore di mirini di precisione per strumenti di morte. Oddasso ha capito che la nuova alleanza dell’Italia con le potenze occidentali apre una lunga prospettiva di pace, in cui le materie prime (e in particolare quelle plastiche derivate dal petrolio) torneranno ad essere disponibili, e questo metterà inesorabilmente la parola fine al tempo della viscosa. È iniziato un tempo diverso: il tempo della fantasia.

La prima commessa della SARA del nuovo corso ha una natura estremamente pragmatica: si tratta dello smaltimento del materiale bellico abbandonato. Corsi ovviamente non ci pensa neanche lontanamente di smaltire tutto portando in fonderia le carcasse metalliche di carri armati, autoblindo, sidecar motociclette e barchini esplosivi della Regia Marina, e talvolta persino cannoni e aeroplani. Corsi ottiene quei mezzi a costo zero: ognuno di essi sarà smontato, reinventato, e rimontato, a colpi di fresatrice. Corsi, che prima di tutto è un inventore, non poteva chiedere incarico più bello e gratificante di questo. Quei mezzi di morte rinascono e diventano nuovi veicoli civili: soprattutto ambulanze per gli ospedali, e motociclette per la Polizia di Stato ma anche veicoli da trasporto, per la nuova motorizzazione di massa che in Italia sta per arrivare.

Un settore tutto particolare è quello dei piccoli natanti da diporto, ottenuti dalla rottamazione dei barchini esplosivi della Regia Marina. È frequente nel dopoguerra ritrovare questi temibili mezzi d’assalto (capaci in tempo di guerra di sfrecciare nel mare portando con sé 300 kg di tritolo, da posizionare sotto la pancia delle navi nemiche, e poi fuggire in fretta) che sfrecciano sul Tevere e nel litorale romano: con i nuovi motori Alfa Romeo da 80 cavalli, queste lambrette del mare possono raggiungere la fantasmagorica velocità di 32 miglia marine orarie. Le lambrette del mare prodotte alla SARA diventeranno il sogno di un’epoca.

Il fatto che la guerra è finita significa anche che i quattro amici possono tornare a riunirsi e lavorare insieme, sul progetto coltivato da anni di creare una macchina fotografica perfetta. Una macchina che, come l’occhio, fotografa esattamente quello che inquadra nel mirino, attraverso una visione riflessa da specchi interni. Deve essere una macchina leggera e maneggevole, deve essere compatibile con tutte le ottiche in circolazione, deve avere una messa a fuoco facile e precisa, deve poter lavorare sia sui tempi di posa lunghi che su quelli brevi.

In quel periodo si affianca al gruppo, seppur a distanza, l’architetto e designer milanese Giò Ponti (1897-1979), conosciuto da Corsi alla Feria Campionaria di Milano del 1946. Corsi vuole che la macchina perfetta, oltre che funzionale, sia anche bella. La Campionaria del 1946 è una tappa fondamentale per la vicenda dei ragazzi di Monte delle Capre. È qui che Corsi, attingendo ai suoi risparmi, acquista da Ireneo Rossi il brevetto della Gamma, una ingegnosa macchina fotografica a telemetro con tendina metallica curva. Intende migliorarla fino a renderla perfetta, fino a produrla in serie negli Stabilimenti SARA. Il sogno della macchina perfetta sta per iniziare. Ma c’è ancora un problema da risolvere.

 

  1. L’invenzione del pentaprisma e la corsa al brevetto

 

La formazione di una compagine societaria ad hoc, legata alla nuova impresa, crea qualche attrito.

Emilio Palamidessi segue Corsi da subito, e partecipa con un po’di capitali messi da parte. Aldo Pardini non se la sente di mettere soldi in quell’impresa bellissima ma che potrebbe anche rivelarsi fallimentare, e preferisce rimanerne un socio morale. Luigi Picchioni invece, pur volendo, i soldi non li ha.

Al posto di Pardini e Picchioni interviene il costruttore di macchine fotografiche Flamman. Nel gennaio 1947 Corsi, Palamidessi e Flamman vanno dal notaio e costituiscono così l’azienda Gamma. Acquistano un terreno al civico 39 di via Monte delle Capre, a fianco della SARA, su cui sono già presenti alcuni capannoni.

Nel frattempo, già dalla fine del 1946, al sodalizio dei quattro di Monte delle Capre si è aggiunto un quinto uomo. Il quinto uomo è in realtà l’uomo del mistero: di lui si sa pochissimo. Si sa che di cognome fa Assenza ma non se ne conosce il nome. L’aneddoto lo descrive come un giovane di bell’aspetto, affascinato dalla Dolce vita, che gira sempre accompagnato da belle ragazze, sue amiche compiacenti. Assenza di professione fa il paparazzo: appena vede un soldato americano manda avanti le sue amiche, e al momento giusto propone agli americani lo scatto di una foto ricordo in dolce compagnia, in cambio di dollari sonanti.

Assenza ha un vecchio apparecchio fotografico Kinoflex, su cui ha applicato un pozzetto esterno di sua invenzione, all’interno del quale vi sono tre specchi inclinati: l’immagine, formatasi sul vetro smerigliato, si riflette nello specchio superiore, poi in quello frontale e infine viene restituita ad angolo retto in un mirino ad altezza d’occhio, correggendo l’inversione sotto-sopra delle macchine tradizionali. Con la Kinoflex modificata Assenza riesce a scattare con grande velocità. Corsi mette in mano di Assenza 10.000 lire in cambio della sua Kinoflex modificata, e lo assume a stipendio fisso alla Gamma come riparatore.

Di colpo l’invenzione di Assenza rende l’acquisto del brevetto telemetrico della Gamma inutile: la Gamma è una macchina ingegnosa ma non rivoluzionaria.

Il matrimonio societario fra Corsi, Palamidessi e Flamman viene sciolto senza drammi, in maniera consensuale: Flamman rileva le quote di Corsi e Palamidessi e prosegue da solo l’avventura della Gamma, la cui produzione in serie inizierà un anno dopo. I cinque di Monte delle Capre tornano quindi a lavorare nei locali attigui, quelli della SARA, come se nulla fosse successo. A quanto è stato possibile raccogliere da memorie orali, i rapporti con Flamman saranno in realtà sempre un po’tesi ma fra gli operai della Gamma e quelli della SARA (che di lì a breve comincerà a produrre macchine fotografiche) i rapporti saranno invece di una sana e persino cordiale rivalità. Si racconta, in particolare, di memorabili partite a calcio Gamma contro SARA sui campi polverosi del Trullo.

Nello Stabilimento SARA Corsi mette subito a lavorare il meccanico Gaetano Judicone e il tecnico specializzato Manlio Valenzi sul pozzetto di Assenza, insieme al fotografo Emilio Altan, incaricato di testare i risultati.

La svolta però avviene grazie ad un altro meccanico SARA, Michele Frajegari, che sostituisce il pozzetto di Assenza con un prisma ottico monolitico a cinque facce: due di esse sono riflettenti, due sono rifrangenti, e una è neutra. Lo specchio riflettore a monte dell’ottica proietta l’immagine capovolta sulla superficie rifrangente; l’immagine arriva alla seconda faccia riflettente e la proietta sulla terza; infine la terza riproduce l’immagine raddrizzata sulla quarta faccia rifrangente, restituendola raddrizzata all’oculare.

I ragazzi di via Monte delle capre, quell’inverno, lavorano sette giorni la settimana. Con una fitta corrispondenza collabora da Milano anche Giò Ponti, che realizza una cassa cromata dai lati arrotondati, che incorpora il pentaprisma e gli ingranaggi in un blocco monolitico. La prima macchina fotografica italiana a riflessione in pratica è pronta. Altan testa la macchina: funziona.

Corsi prende un treno per Milano e presenta al pubblico la «macchina che raddrizza l’immagine», durante la Fiera Campionaria del 1947. La sua strategia è semplice: raccogliere l’interesse del pubblico e qualche ordinativo sulla carta, per ottenere dalla CISA i finanziamenti necessari per l’avvio della produzione in serie nello Stabilimento SARA.

In fiera però si verifica un inconveniente sgradevole. Un uomo in divisa da carabiniere, il colonnello Armando Pelamatti, critica aspramente l’invenzione di Corsi: perché la macchina perfetta corregge il sopra-sotto ma non l’inversione destra-sinistra, che effettivamente Corsi ha trascurato: la macchina di Corsi rende un’immagine speculare, non quella reale. Corsi arruola Pelamatti tra i ragazzi di Monte delle Capre, e si mette al lavoro per cercare una soluzione.

Di ritorno a Roma intanto Corsi ottiene un incontro con gli amministratori della CISA. Riferisce del vivo interesse del pubblico, e mostra le prime prenotazioni. I dirigenti CISA non paiono convinti, e gli chiedono di attendere. Per il momento Corsi ottiene soltanto che la SARA acquisti alcune pagine pubblicitarie sulla rivista Progresso Fotografico, con lo scopo di ottenere qualche riscontro dagli esperti del settore.

A questo punto Corsi, amareggiato ma non vinto, si mette al lavoro per risolvere l’inversione destra-sinistra osservata dal pungente Pelamatti. Pare che la soluzione gliel’abbia fornita, nella prima metà del 1947, un meccanico della SARA addetto al recupero del materiale bellico. L’uomo magrissimo e altissimo, e per questo soprannominato Sellerone, mostra a Corsi un congegno periscopico contenuto nei collimatori ottici dei carri armati. Picchioni adatta il pezzo al pentaprisma, creando così il nuovo pentaprisma a tetto spiovente, che sdoppia la terza faccia (quella superiore) in due facce riflettenti a 90° tra loro. L’immagine arriva alla faccia finale con visione finalmente rettificata e non più speculare.

Corsi bussa all’Ufficio centrale dei Brevetti, a cavallo tra la fine dell’anno e il 1948. Sa bene di non poter brevettare una tecnologia militare ma sa di essere il primo ad impiegarla in campo civile. Per questo, insieme a Picchioni gioca la carta del brevetto migliorativo. Il solerte funzionario dell’Ufficio Brevetti però non si lascia convincere e rifiuta l’invenzione, motivando, correttamente, che il periscopio militare col tetto è stato inventato un secolo prima, nel 1850, dal geodeta francese Carlo Mosé Goulier. Corsi è contrariato: perché Goulier aveva lavorato sugli specchi ma un prisma di vetro con le facce interne a specchio finora non l’aveva ancora proposto nessuno.

In realtà sul pentaprisma sono in molti a lavorare in quel periodo: nel 1932 l’architetto Staudinger aveva brevettato la Pentagon, una 35 mm con mirino prismatico con tetto, che però non venne mai messa in commercio e della cui esistenza si seppe solo anni dopo; nel 1938 la Zeiss Ikon aveva presentato una richiesta per un brevetto simile, che lo scoppio della guerra impedì di portare a termine. Nel 1941 invece l’inglese De Wouters d’Oplinter il brevetto sul prisma riflettente lo ottiene ma anche qui niente commercializzazione. Anche gli svizzeri dell’Alpa in quel periodo lavorano a soluzioni simili, partendo però da un prisma di diversa forma geometrica. E ci sono anche gli ungheresi della Gamma Works, che brevettano il pentaprisma col tetto senza mai commercializzarlo.

Ironia della sorte, negli stessi giorni in cui Corsi presenta il suo brevetto in Italia, la società Wray Optical Co. presenta una richiesta analoga in Inghilterra per brevettare un pentaprisma pentagonale con tetto spiovente, ottenendolo senza difficoltà.

Tuttavia, se Corsi non può ottenere l’esclusiva dell’invenzione, non gli è precluso né di farne uso né di essere il primo a commercializzarla. Corsi e Palamidessi si recano quindi a Valco San Paolo, alle Officine OMI, società alleata della SARA fin dai tempi della produzione di guerra. Alla OMI commissionano la produzione di una prima serie di pentaprismi a tetto spiovente.

 

  1. Il prototipo 947. Verso la produzione in serie

 

Il 16 aprile 1948 Corsi e Picchioni bussano nuovamente alle porte dell’Ufficio Brevetti, per depositare una nuova invenzione, lo stigmometro.

Lo stigmometro è un meccanismo per la messa a fuoco, infinitamente più semplice del telemetro ad immagine spezzata allora in uso. L’impiegato dell’Ufficio Brevetti questa volta non ha problemi a concedere l’autorizzazione, e il brevetto dello «Stigmometro – Sistema ottico per la determinazione del punto focale» viene concesso a fine anno. L’aneddoto vuole che lo stigmometro sia stato inventato a seguito di una delusione. Pare che Corsi si sia recato personalmente in Francia dal professor Dodin, inventore del telemetro, per chiedergli il permesso di utilizzare la sua invenzione, ricevendone una richiesta di denari esosissima. Demoralizzato, Corsi si rivolge a Picchioni, che in mezza giornata inventa un dispositivo semplicissimo, basato su una lente cilindrica incollata sulla superficie inferiore del vetro smerigliato. Si legge nei carteggi del brevetto, che lo stigmometro è «un elemento di lente cilindrica il cui piano nodale anteriore è materialmente determinato in modo esatto, così da poter essere portato a coincidere col piano dell’immagine di cui si vuol analizzare la messa a fuoco […]. Viene così ottenuto un effetto di telemetro, per mezzo di dispositivi di pura ottica e senza che occorra alcun meccanismo».

La meccanica di base, dunque, è pronta; la visione reflex c’è; la messa a fuoco pure; perché la macchina sia completa occorre ancora un sistema per effettuare i tempi di posa lenti. Se ne occupano Emilio Palamidessi e Luigi Picchioni, riprendendo un vecchio progetto di ritardatore pensato per la Gamma a telemetro. Picchioni fa uso dello «scappamento ad àncora», un tipo di ingranaggio utilizzato in orologeria per calibrare l’impulso della molla di carica in maniera uniforme, col fine di ottenere l’esatto intervallo di tempo della molla che regola lo scorrimento delle tendine. I tempi lenti vengono impostati tramite un selettore separato rispetto a quello dei tempi veloci, facendolo entrare in funzione al momento dello scatto.

Si comincia quindi a ragionare su una preserie, cioè una produzione artigianale di un prototipo in più esemplari uguali, su cui impostare in seguito la linea di montaggio per la produzione in serie vera e propria.

I modelli di preserie prendono il nome di Standard 947, in omaggio a quel 1947 di sogni e di ore di lavoro strappate al sonno. Questa macchina, prodotta per la verità in pochissimi esemplari, si compone di 280 pezzi in tutto per un peso di 680 grammi.

Viene prodotto un depliant pubblicitario, che recita: «Il sistema di messa a fuoco deriva dal complesso di due distinti elementi: un’applicazione reflex [il pentaprisma] e un dispositivo ottico con effetto di telemetro [lo stigmometro]. Uno specchio a 45° riflette su di un particolare sistema ottico l’immagine proiettata dall’obiettivo. Questo sistema ottico fa sì che l’immagine stessa ruoti di 90° nel piano verticale e di 180° in quello orizzontale. Qualunque sia l’orientamento dell’apparecchio il soggetto si presenta dunque alla visione attraverso l’oculare nella grandezza naturale e nel senso reale, così, come l’occhio lo vede. Le velocità di posa sono sistemate su di un indicatore a due vie: un bottone girevole per le velocità da 1/25 ad 1/1000, e un disco rotante per quelle lente da 1 secondo a 1/10. Queste ultime sono ottenute per mezzo di uno scappamento ad ancora di precisione, montato su 8 rubini».

Tra le altre caratteristiche c’è un bottone unico per far avanzare il film e caricare l’otturatore; e lo specchio riflettore è collegato al pulsante di scatto con un meccanismo di ritorno istantaneo senza bisogno di riarmare l’otturatore. La macchina utilizza una pellicola cinematografica da 35 mm, realizzata in viscosa.

Nel maggio 1948 arriva il tradizionale appuntamento della Campionaria di Milano. Anche quell’anno Corsi è lì, con l’obiettivo di raccogliere molte ordinazioni e convincere finalmente il Consiglio di amministrazione della CISA Viscosa a stanziare fondi per trasformare lo Stabilimento SARA, assumere il personale qualificato e iniziare la produzione in serie.

Nello stand Rectaflex c’è esposto il prototipo Standard 947 e un opuscolo con lo slogan «Rectaflex, la reflex magica». Il corpo macchina costa 65.000 lire, abbinabile alle ottiche Angénieux, Berthiot o Boyer.

L’esordio Rectaflex è accompagnato da un servizio redazionale sul Progresso fotografico, dal titolo «Il miracolo Rectaflex. Stavorta er miracolo viè da Roma». Vi si legge: «La Rectaflex è la macchina di oggi e dei domani, in un’aristocratica categoria a parte. Anche lavorando verticalmente, l’immagine appare sempre diritta, con a destra quello che è a destra, a sinistra quello che è a sinistra. I caratteri vi si leggono normalmente. Non ci si venga a dire che questo particolare interessa relativamente, poiché nell’inquadratura è bene vedere le cose come realmente sono: tanto nei gruppi che nella composizione di nature morte od altro, scene sportive in particolare, poiché è più facile seguire un’auto nella sua vera direzione che in senso inverso… Il nuovo telemetro non può conoscere guasti perché incorporato nel prisma ricevente l’immagine. Esso lavora solidale col prisma, e si chiama stigmometro (dal greco stigma = segno, punto, stimmata); è costituito da una minuscola lente cilindrica che presenta la nota caratteristica di deformare l’immagine quando essa non è perfettamente a fuoco, qualunque sia la lunghezza focale dell’obbiettivo impiegato, e a tutte le distanze. Lo stigmometro garantisce finalmente la matematica messa a fuoco con qualsiasi focale a qualunque distanza. Nessuno ci aveva pensato prima! Il rallentatore dei tempi, tanto ammirato dai meticolosi tecnici svizzeri e montato su rubini non sintetici, costituisce un gioiello di moderna e sicura orologeria… Partita vinta! ».

La fiera milanese è per Corsi un successo. L’avvocato torna a Roma raggiante, con un portafoglio di 300 ordinativi. Impossibile con questi risultati per i soci della CISA rifiutargli quel che chiede.

Si tiene una seduta straordinaria del Consiglio di amministrazione della CISA Viscosa, in cui finalmente Corsi ottiene l’approvazione del suo progetto.

Viene approvata la produzione in serie della «reflex magica» e si decide l’investimento da capogiro di 300 milioni di lire. Sarà costituita una nuova società, la Rectaflex srl; sarà quasi completamente smantellato lo Stabilimento SARA per far posto alla modernissima fabbrica Rectaflex; e Corsi ne sarà amministratore delegato.

Dei tempi della viscosa, ormai lontanissimi, non rimangono che sbiadite fotografie in daguerotipo.

 

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