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Pietra Papa è un toponimo oggi desueto ma in uso fino alla prima metà del Novecento, che corrisponde grossomodo all’odierno quartiere Marconi. Il nome compare poco prima dell’anno Mille, nella forma latina «Prata Papi», dove Prata sta a indicare appezzamenti di terreno a seminativo o pascolo, privi cioè di coltivazioni arboree; e Papi l’appartenenza di questi terreni alla famiglia romana dei Papa, chiamati anche Papareschi. Dal XIV sec. il nome si deforma: in «Preta» e poi in «Petra», per assumere nel Rinascimento la forma stabile di Pietra Papa.

Già nei documenti altomedievali Pietra Papa è descritto come un fondo soleggiato e interamente coltivato, opportunamente dotato di canali irrigui, cippi terminali e di tutte le pertinenze necessarie per il buon esercizio dell’agricoltura. Tali documenti accennano alla presenza di una «cripta alba» (un mausoleo romano di colore bianco, verosimilmente ricoperto di marmo) e di un ponte galleggiante di barche tra le due sponde del Tevere. Mappe secentesche riportano la formazione di un isolotto fluviale. Le mappe IGM del 1915 permettono ancora di riconoscere, nei Piani di Pietra Papa, gli antichi canali irrigui e alcune case coloniche, accanto alle nuove strutture industriali e ferroviarie che andavano costruendosi a ridosso del nuovo porto fluviale.

Dell’antico toponimo rimane oggi ben poco, se non qualche traccia nella toponomastica: nel quartiere Marconi esistono ancora oggi un vicolo di Pietra Papa, via dei Prati dei Papa e lungotevere dei Papareschi.

Ma chi erano i Papa, o Papareschi? Si tratta di una famiglia nobile romana, radicata nel rione di Trastevere, di antichissima origine e, in epoca medievale, di grande potenza. Tale famiglia è celebre per aver dato i natali addirittura ad un pontefice: Innocenzo II (papa dal 1130 al 1143), il quale si chiamava Gregorio Papareschi. A tale pontefice si deve l’edificazione nelle forme attuali della Basilica di Santa Maria in Trastevere.

Gli studi appassionati di Andrea Di Mario ci permettono di conoscere oggi qualcosa di più sui passaggi di proprietà medievali nella Piana di Pietra Papa, e ricostruire le variazioni complessive del toponimo nel tempo.

Il più antico documento nel quale viene nominato il toponimo Pietra Papa è un atto di donazione, datato 1° febbraio 968, fra una nobildonna romana di nome Teodora e l’abate del Monastero dei SS. Cosma e Damiano in Mica Aurea (che corrisponde all’attuale S. Cosimato in Trastevere), che diviene così proprietario di:

Pratum unum, in integro cultum et absolatum, cum terminis et fossatis suis et cum omnibus ad eum pertinentibus, positum foris Porta Portuense in loco qui appellatur Prata Papi […] propinque cripta alba.

Una sommaria traduzione dal latino di descrive dunque questo fondo agricolo come un appezzamento continuo (unum) privo di alberi (pratum), già allora interamente coltivato (in integro cultum) e senza parti in ombra (absolatum). Esso era inoltre dotato di cippi segnaconfine (cum terminis) e di canalizzazioni irrigue (et fossatis suis) e in generale corredato di tutto quello che serve al buon esercizio agricolo (cum omnibus ad eum pertinentibus).

La sua posizione viene individuata attraverso due riferimenti geografici: il fondo si trova dopo Porta Portese (positum foris Porta Portuense in loco qui appellatur Prata Papi) e si estendeva fino a un imprecisato mausoleo bianco (propinque cripta alba). Non sappiamo quale sia con precisione questo mauseoleo, ma, con un po’ di fantasia, possiamo immagirare che esso sia il sepolcro piramidale ricoperto di marmo descritto dallo studioso Antonio Nibby a inizio Ottocento, oggi non più esistente. Questo sepolcro si trovava, passata l’attuale piazza Meucci, sul bordo del Tevere.

Il 9 febbraio 973, l’abate dello stesso monastero concesse a sua volta all’Abbazia di Subiaco il possesso del fondo. E l’Abbazia, a sua volta, l’11 gennaio 1009 lo cedette a un tale Giovanni di Azzo per tre generazioni.

È interessante riferire la notizia, contenuta in un testamento datato 12 novembre 1287, secondo la quale i possedimenti nei Prata Papi di un certo Giovanni Papa, lasciati in eredità al Monastero dei SS. Bonifacio e Alessio all’Aventino, erano già appartenuti all’ente ecclesiastico 300 anni prima.

Come si evince da un altro documento testamentario, a partire dal XIV sec. il toponimo subisce una prima corruttela fonetica che porta il nome originale di Prata a trasformarsi in Preta. In un atto del 26 maggio 1348, tale Nicolò de Vaschis lascia all’Ospedale del SS. Salvatore «quinque aut sex petias terrarum, positas extra portam Portuensem in loco dicto Preta Papa». Tale documento è importante anche perché quantifica l’estensione del fondo, stimata in circa cinque o sei pezze romane. La pezza romana è una misura agraria che corrisponde a 2640,63 m²: questo terreno si estendeva dunque per 1,5 ettari attuali.

In una cronaca di circa sessanta anni dopo troviamo un’ulteriore e definitiva storpiatura del nome, che porta dall’intermedio Preta al nome attuale di Petra, cioè pietra.

Il 24 aprile 1408 il cronachista Antonio dello Schiavo descrive una sua visita fuori Porta Portese e afferma di essersi diretto verso Pietra Papa: «et ivimus versum Petrampapæ». Durante questa visita il viaggiatore ebbe modo di vedere un ponte galleggiante sul Tevere, composto di 13 barche, lungo quasi 50 metri e largo circa 6, che superava il fiume in un punto che non ci è possibile oggi identificare.

Tra le proprietà allora presenti a Pietra Papa, citiamo quella della chiesa di S. Maria dell’Orto che tra il XV e il XVI sec. «in loco detto Pietra Papa» possedeva numerose vigne.

Ad Andrea Di Mario si deve anche di aver studiato l’antica viabilità stradale della Piana di Pietra Papa, oggi sorprendentemente simile a quella antica, nonostante gli stravolgimenti occorsi durante il fascismo con la creazione di viale Marconi.

L’antica viabilità del Piano di Pietra Papa – oltre a quella principale rappresentata dalla Via Portuense e via della Magliana, allora esistenti – consisteva in un certo numero di strade minori, che avevano origine dalla Via Portuense e che raggiungevano una strada che costeggiava la riva del Tevere: si trattava di una sorta di antenato dell’attuale lungotevere.

La più importante tra queste vie era il vicolo di Pietra Papa. Questo vicono, che esiste ancora oggi, iniziava dalla Via Portuense e aveva tre diramazioni. La prima, che corrisponde all’attuale via dei Papareschi, raggiungeva il Tevere con un percorso pressoché rettilineo. La seconda, con continui cambi di direzione, raggiungeva anch’essa il Tevere, ma un po’più a valle della precedente. Di tale percorso sopravvivono oggi alcuni spezzoni come l’odierno omonimo vicolo di Pietra Papa e la parte terminale di via Pietro Blaserna presso il Tevere. La terza diramazione, a differenza delle altre due, non raggiungeva le rive tiberine ma si fermava nei pressi di un canale di irrigazione dalle parti dell’odierna via Antonio Roiti (della parte iniziale di questa terza diramazione resta oggi traccia nella via dei Prati dei Papa e in via Carlo Sereni).

Altra strada di una certa importanza presente nella Piana era l’antico vicolo di Pozzo Pantaleo. Esso si staccava dalla Via Portuense nel punto in cui oggi sorge l’oratorio della parrocchia Gesù Divino Lavoratore ma buona parte dell’antico percorso è stato cancellato dai moderni edifici. Solo il percorso dell’attuale via Vincenzo Brunacci conserva la memoria della parte terminale del vicolo, quella verso il Tevere, che nei primi anni del Novecento aveva però cessato di chiamarsi vicolo di Pozzo Pantaleo ed era diventata parte della più recente via di Vigna Corsetti.

Il resto della antica viabilità del Piano di Pietra Papa consisteva in un esiguo numero di strade minori. Il percorso di tali vicoli era influenzato dai confini degli appezzamenti che avevano il compito di raggiungere; ne risultava una serie di sentieri con andamento sinuoso e non di rado con brusche svolte a angolo retto, stretti tra i muri di confine delle proprietà.

Si deve sempre ad Andrea di Mario di aver ricostruito la vicenda di un fiumiciattolo, oggi a canalizzazione sotterranea, che sfociava presso l’attuale piazza Meucci. Questo fiumiciattolo esiste ancora oggi, ma scorre in canalizzazione sotterranea sotto via Oderisi da Gubbio. Esso era chiamato Marrana Tiradiavoli o, in epoca medievale, Marrana di Pozzo Pantaleo, e successivamente Marrana di Donna Olimpia o Marrana della Pimpaccia.

Il fiumiciattolo nasce dalle sorgenti della Valle dei Daini, all’interno di Villa Doria-Pamphili e, dopo aver attraversato la profonda valle di via di Donna Olimpia e costeggiato le alture dell’Ospedale San Camillo presso Pozzo Pantaleo, curva sul tracciato della moderna via Oderisi da Gubbio, per sfociare nel Tevere all’altezza di piazza Meucci, dove è ancora oggi presente un manufatto di sollevamento idraulico dalla caratteristica pianta poligonale.

Tra i tanti nomi di questa marrana, ve ne è uno dal carattere sinistro: Tiradiavoli. Il nome deriva da una credenza popolare secondo la quale, sotto le arcate dell’acquedotto romano di Villa Pamphili, alcuni diavoli fermarono la carrozza della nobildonna romana Olimpia Maidalchini (1591-1657), conosciuta ai contemporanei per la sua malvagità. I diavoli, secondo la credenza popolare, decisero di dirottare la carrozza sostituendosi ai cavalli, per trainare Donna Olimpia direttamente all’inferno. Ma all’inferno avvenne un imprevisto: Donna Olimpia fu giudicata infatti così cattiva da essere rifiutata persino tra i gironi infernali. La sua carrozza dunque, condotta (tirata) da diavoli, vaga ancora oggi per le strade di Roma, con a bordo il fantasma della dannata nobildonna, così crudele da essere rifiutata persino all’inferno. Nelle calde e sileziose notti estive della città sarebbe ancora possibile, secondo l’aneddoto, sentire il grande fragore dei piedi caprini dei diavoli che trainano la carrozzza.

Ma torniamo al nostro fiumiciattolo. Nel suo percorso la marrana era scavalcata da alcuni ponti, oggi scomparsi, il più importante dei quali era posto sulla via Portuense, in prossimità del bivio da cui partiva l’antica Via della Magliana. A monte di questo incrocio alcuni tratti dell’alveo erano stati regolarizzati, probabilmente già in epoca classica. Altri due ponti, oggi scomparsi, erano quello della novecentesca via di Vigna Corsetti e quello posto nei pressi della foce.

Perfettamente visibile fino alla fine degli anni Trenta la marrana iniziò ad essere interrata quando fu colmata durante la costruzione delle case popolari di via Donna Olimpia. Qualche decennio più tardi, con la costruzione della Purfina e l’edificazione dei primi lotti di via Oderisi da Gubbio, la marrana scomparve quasi del tutto, con l’eccezione dell’ultimo breve tratto tra piazza Meucci e il Tevere, dove è ancora visibile il manufatto idraulico che ne regola l’immissione nel fiume.