Dopo l’episodio di Porta Cavalleggeri le cose, per i Patrioti romani, incominciano a mettersi male. Le trincee francesi hanno ormai conquistato posizioni d’altura sul monte Gianicolo e dal 13 giugno inizia un cannoneggiamento continuo contro il Vascello e le mura cittadine. Il 20 giugno c’è un boato: collassa l’intero tratto di mura bastionate tra Porta Portese e Trastevere. Il morale dei Romani precipita.

Siamo al 29 giugno, festa dei patroni Pietro e Paolo. In città si tiene la tradizionale luminaria con la girandola dei fuochi da Castel Sant’Angelo. È una serata stranissima: umida ma senza pioggia, con un continuo basso rombare di tuoni. In quella sera, entrambi gli eserciti, uno all’insaputa dell’altro, hanno pianificato l’azione decisiva.

I garibaldini provano per la seconda volta a far saltare in aria il campo francese, di nuovo con i brûlots incendiaires. Questa volta i garibaldini hanno maggior fortuna: riescono a non farsi scorgere dalle sentinelle e arrivano indisturbati a Santa Passera. Quando accendono la pece per innescare i brulotti, però, il Diavolo ci mette lo zampino. È tutta la sera che tuona ma è in quell’esatto momento “che si scatena un furioso acquazzone”, che spegne la pece d’innesco. L’azione incendiaria fallisce.

Sul fronte nemico, alle due del mattino, Oudinot comanda l’assalto generale contro la Villa del Vascello: si combatte l’ultima decisiva battaglia, quella che decreta chi vince e chi perde la guerra.

Già dall’alba del 30 giugno i francesi conquistano posizioni pericolosamente vicine al Vascello: si combatterà per l’intera giornata e il colonnello Manara perderà la vita.

Dal pomeriggio i francesi giungono a ridosso del Vascello. Assistono allo spettacolo desolante della villa ridotta in macerie, sotto cannonate da giorni. Garibaldi e i suoi sono asserragliati lì sotto. Tengono duro.

Garibaldi gioca l’ultima carta a sua disposizione. Prima che i francesi arrivino lì a stanarlo, è lui ad attaccare: comanda ai suoi in un assalto frontale alla baionetta. Sarà un massacro istantaneo, da entrambe le parti. Una stima parla di 3000 caduti garibaldini e 2000 dalla parte francese, nell’arco di minuti.

Garibaldi si ritrova ora senza più truppe: non ha più uomini vivi da lanciare all’assalto. E il Vascello è circondato. La posizione è persa. E con essa è perduta anche la guerra.

L’indomani, primo luglio, Garibaldi e Mazzini si presentano all’Assemblea costituente della Repubblica Romana, per dare conto della sconfitta. Il dibattito è infuocato. Mazzini spiega che restano solo due alternative: la capitolazione incondizionata o combattere strada per strada. Ma il martirio di Roma non serve, dice. Resistere oltre è inutile.

Garibaldi si congeda. Spiega che il suo ruolo a Roma è finito, andrà a combattere altrove. “Dove andrà?”, gli chiedono. Garibaldi risponde con parole che infiammano l’Assemblea: “Dovunque saremo, colà sarà Roma”.