Aggiornato il

 

Lasciamo per un giorno Arvalia, in un’immaginaria passeggiata per andare a cercare le tracce di Arvalia presenti nel Centro storico della città.

Una prima immancabile tappa ci porta a cercare Arvalia al Museo Nazionale, per trovare – o ritrovare – le memorie del Territorio Portuense conservate nel museo statale delle Antichità romane. Alle Terme di Diocleziano si trovano le Stele dei Germani, l’Antefissa di Arvalia e il Sarcofago di Helios e Selene; nell’attiguo Palazzo Massimo sono esposti i mosaici e affreschi marinareschi della Villa di Pietra Papa, tra i quali Portunus che cavalca il delfino. Alla Crypta Balbi si trova una probabile Ara sacrificale degli Sacerdoti Arvali. A Palazzo Altemps si trova infine il ciclo di affreschi rinascimentali di Apollo e le Muse del  Castello della Magliana (oggi non visitabili).

Il Museo Nazionale Romano ospita collezioni riguardanti la storia e la cultura della città di Roma in epoca antica, e si sviluppa su quattro sedi: le Terme di Diocleziano, Palazzo Massimo, Crypta Balbi e Palazzo Altemps. Per compiere in una sola giornata l’insolito giro delle «memorie arvaliche» che il Museo contiene, è consigliabile fare un biglietto unico valido per i quattro siti e partire alla buon’ora dalla prima e più grande delle sedi, quella alle Terme di Diocleziano. Il Museo è aperto tutti i giorni ma è chiuso il lunedì.

La sede principale del museo sorge nell’ex-convento dei Certosini, presso la Basilica di Santa Maria degli Angeli, a sua volta costruito sulle rovine delle Terme di Diocleziano (298-306 d.C. Il complesso termale era stato abbandonato già al tempo delle Guerre Gotiche (VI sec.), subendo progressive spoliazioni; la riedificazione moderna è riavvenuta nel 1561, per volere di Papa Pio IV, che affidò l’edificato parte ai Certosini per uso conventuale e parte alla realizzazione della Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri. L’impianto della basilica, progettato di Michelangelo, fu completato nel 1749 da Luigi Vanvitelli. La destinazione dei locali del convento a sede museale risale al lontano 1889, e l’inaugurazione avviene nel 1890. Il nucleo espositivo originario è costituito dalla Collezione di antichità romane provenienti dal Museo Kircheriano, in un arco cronologico tra il V sec. a.C. e il III d.C. Alla collezione originaria vanno progressivamente ad aggiungersi i numerosi reperti che si andavano via via scoprendo nella città a seguito alle intense trasformazioni urbanistiche determinate dal nuovo ruolo di capitale del Regno di Italia. Nel 1901 lo Stato italiano acquista l’importante Collezione di sculture antiche di Villa Ludovisi, trasferendola al museo, cui dal 1911 si aggiunge anche il nucleo principale della Collezione Ludovisi. L’allestimento definitivo è completato negli Anni Trenta. Nel 1981 la Legge speciale per le Antichità di Roma finanzia un nuovo riordino del museo. In quell’occasione vengono acquistate due sedi secondarie, Palazzo Massimo e Palazzo Altemps, cui dal 2001 si aggiunge la quarta sede della Crypta Balbi.

La sede delle Terme di Diocleziano ospita oggi sculture e materiali funerari, disposte nei giardini esterni, nel Giardino delle Terme, nel Giardino dei Cinquecento, nell’Androne, nel Chiostro di Michelangelo. Vi è poi una Sezione epigrafica e una Sezione protostorica (al primo piano del chiostro). Le antiche sale termali, tuttora conservate, sono utilizzate prevalentemente per esposizioni temporanee. Fanno parte della sede museale anche l’Aula ottagona, riallestita nel 1991 con sculture provenienti dalle terme romane, e la contigua Aula Sant’Isidoro, ex-chiesa. Tra le opere esposte sono celebri i ritratti di Vespasiano, Adriano, Gordiano III e Gallieno, il sarcofago di Iulius Achilleus e i reperti provenienti dalla fonte di Anna Perenna.

Entriamo dunque ai Giardini delle Terme, fino a trovare la prima delle memorie arvaliche esposte al Museo. Si tratta dei Cippi dei Germani (metà del I sec. d.C.), cinque stele funerarie appartenute a guardie scelte dell’Imperatore Nerone. I «corpores custodes» (lett. custodi del corpo o in inglese body guard) sono guardie personali incaricate della protezione dell’incolumità personale dell’Imperatore. In origine i corpores custodes sono schiavi di origine germanica, devotissimi e di proprietà personale dell’Imperatore. Ai tempi di Nerone (54-68 d.C.) i custodes sono invece per lo più «peregrini», cioè stranieri di condizione libera. I custodes sono organizzati in varie corporazioni para-militari, chiamate «Cohortes Germanorum» (lett. coorti germaniche). Ogni coorte è a sua volta organizzata in «decuriæ», dove una decuria è una speciale «famiglia d’armi» composta di 10 individui maschi, che prende il nome dal capofamiglia. Nella coorte i legami erano strettissimi, tanto che i custodes della stessa coorte venivano di norma seppelliti insieme.

Nel 1947 l’area della fabbrica ex Purfina sulla Via Portuense ha restituito un sepolcreto di custodes, di cui ci sono pervenuti cinque cippi funerari. Eguali per dimensioni (ciascuna di esse misura due metri, con la sommità stondata), soltanto tre di essi sono integri e hanno epigrafi leggibili. Essi ci tramandano i nomi di tre di questi soldati: Indo, Gamone e Fannio, appartenenti a decurie diverse. Nella decuria i vincoli sono assimilabili ad una parentela di sangue. Si entrava in una decuria per «cooptazione», cioè una speciale «adozione» di un nuovo fratello per voto unanime degli altri nove. La decuria prevedeva obblighi di solidarietà patrimoniale (ad esempio per i debiti contratti da uno dei fratelli) e obblighi di assistenza materiale (ad esempio in caso di infermità). Le spese di sepoltura invece non facevano capo alla decuria ma all’intera coorte.

Ogni cippo funerario nell’epigrafe cita il nome del milite, la sua decuria e il fratello d’armi che ne diviene erede, e reca la sobria decorazione di una corona di foglie, a rappresentare a tutti la valorosa condotta marziale. Dalle epigrafi apprendiamo che Fannio è il più giovane e muore all’età di appena 17 anni; egli apparteneva alla famiglia d’armi di Cotino. Indo è il più grande di età, ma conobbe anch’egli la morte ad un’età non certo anziana, a 35 anni. La sua epigrafe così recita: «Indo, straniero di condizione libera, guardia imperiale della decuria di Secondo, è morto a 35 anni e qui giace. Il fratello d’armi Eumene diviene suo erede e pone questa lapide».

È interessante notare che non tutti i Corpores custodes furono poi così fedeli all’Imperatore. Alcuni storici del tempo, come Giovanni di Antiochia (Frammento 91N) e Flavio Giuseppe (Antichità giudaiche, XIX) riportano infatti che furono proprio i Germani a favorire l’uccisione di Nerone. Svetonio (Vita di Galba, 12) riferisce che l’Imperatore Galba, temendo di fare la stessa fine del predecessore Nerone, li abolì: «Germanorum cohortem dissolvit ac sine commodo ullo remisit in patriam», cioè li sciolse e li rimandò in Germania senza nemmeno corrispondere loro una buona uscita. I successori di Galba, tuttavia, si resero conto dell’utilità di avere al proprio fianco una guardia scelta, difficilmente arruolabile tra i ranghi dell’esercito regolare. Traiano costituì infatti il nuovo corpo degli «equites singulares», militari regolari con funzione di guardia scelta dell’Imperatore del tutto simile a quella in precedenza ricoperta dai Germani.

Il Museo Nazionale Romano conserva anche un nobile sarcofago in marmo, il Sarcofago di Selene, rinvenuto nel Drugstore Portuense nel 1966, e raffigurante la divinità esotica Σελήνη (Selene). Durante le indagini sul Colombario Portuense (Tomba D), viene rinvenuto un cassone marmoreo, privo di coperchio. Esso è databile ai primi decenni del III sec. d.C. in base alla moda delle decorazioni a scanalature ondulate (lenos o strigili). Su un lato è scolpito in un occhiello (clipeo) il busto in bassorilievo di Selene, con gli attributi della torcia accesa e del crescente. Selene rappresenta il perpetuo alternarsi del giorno e della notte, con il fratello-amante Helios, rappresentato sull’altro lato del sarcofago in un altro clipeo. Nel sarcofago gli archeologi hanno rinvenuto lo scheletro di una bimba di dieci anni con il suo corredo: un braccialetto in oro e due orecchini, anch’essi in oro.

Nel Colombario Portuense (Drugstore) sono stati ritrovati, in tutto, quattro sarcofagi. Sul un lato dell’ingresso viene rinvenuto un sarcofago in marmo (sarcofago n. 1), poggiato sopra un bancone in muratura addossato alla parete. Il marmo, anch’esso sprovvisto di coperchio e datato alla stessa epoca del sarcofago di Selene, presenta il clipeo con una dedica per una donna che aveva superato i 40 ma non ancora raggiunto i 50 anni. Il dedicante è il marito. Il sarcofago n. 1 si trovava poggiato su un bancone in muratura addossato alla parete d’ingresso, sulla sinistra. Si tratta di un sarcofago in marmo, ritrovato senza coperchio, che presenta al centro un occhiello con un clipeo con una dedica per una donna anziana (per l’epoca!), di età compresa fra i 40 e i 50 anni. Il dedicante è il marito. Il sarcofago è stato datato ai primi decenni del III sec. d.C. È oggi conservato al Museo Nazionale Romano.

Il sarcofago n. 2 si trovava anch’esso su un bancone, simmetrico a quello del sarcofago n. 1 rispetto all’ingresso. È anch’esso in marmo, senza coperchio e datato ai primi decenni del III sec. d.C. È decorato a lenos, con due clipei con all’interno le sculture in bassorilievo dei due busti delle divinità esotiche Helios e Selene, simboli del perpetuo alternarsi del giorno e della notte. Nel sarcofago gli archeologi hanno rinvenuto lo scheletro di una bambina di dieci anni con il suo corredo: un braccialetto d’oro e due orecchini, anch’essi in oro. Sia il sarcofago n. 2 che il corredo si trovano oggi al Museo Nazionale Romano. Il sarcofago n. 3, in marmo, senza decorazioni, si trovava accanto al n. 2. Gli archeologi vi hanno rinvenuto, all’interno, i resti di un bimbo di 7 anni, senza corredo. Il sarcofago è ancora conservato nel Drugstore. Il sarcofago n. 4, in terracotta e anch’esso senza decorazioni, si trovava vicino al 2 e al 3. Gli archeologi vi hanno rinvenuto due scheletri di età adulta, privi di corredo. Anche questo sarcofago è stato lasciato nel Drugstore.

Σελήν è una divinità lunare importata dalla Grecia a Roma nel II sec. d.C., non assimilabile a Diana, la divinità lunare romana del pantheon classico. Per entrambe le culture si tratta della personificazione della luna. Ma se per i Romani Diana è soprattutto la dea della caccia, per i greci ha tratti propri, narrati nella Teogonia di Esiodo (371): dea della fecondità, della morte e della rinascita, del perpetuo rigenerarsi delle cose. Selene è la dea delle fasi e dei cicli, ma è anche la dea indulgente delle eccezioni a quanto la natura ha prestabilito. Quando un pagano di epoca imperiale doveva chiedere una cosa impossibile (e a Roma ogni cosa possibile aveva il suo nume tutelare) non rimaneva altro che dirlo alla Luna. Fra tutte le cose impossibili vi erano soprattutto gli amori proibiti. Il culto lunare arriva (o ritorna) quindi a Roma in forme del tutto nuove, come un culto esotico e seducente, mai provato prima.

Selene è una donna matura, ancora bellissima, dal viso incredibilmente pallido, tanto da far impallidire al suo passaggio anche le stelle. Il suo attributo, una torcia dalla fiamma d’argento, le riflette sul viso, mentre un secondo attributo, un fermaglio a forma di luna crescente, le raccoglie ordinatamente i capelli. È raffigurata con lunghe vesti ariose, su una biga d’argento tirata da una coppia di candidi buoi, nell’atto di inseguire senza riuscirvi la quadriga d’oro del fratello (Helios), personificazione del sole. A Selene si attribuiscono quattro amori – tutti diversi, importanti e tutti proibiti –, corrispondenti ognuno ad una fase della vita, crescente o calante che sia: quello giovanile (e incestuoso) con il fratello che diventerà l’amore di sempre; quello rubato da Pan con la violenza che, trasformatosi in passione, lascerà il posto al rimpianto; quello effimero con il maturo Zeus che si dimenticherà presto di lei; e infine quello fulmineo e terribile (perché associato al sonno e alla morte) con il giovane figlio di Zeus, Endimione.

Helios è il fratello di Selene, ed entrambi sono figli del titano Iperione e di sua sorella Theia e hanno una sorella minore: Eos (l’aurora). È rappresentato alla guida della quadriga d’oro, tirata da cavalli che sputano fuoco dalle narici. Il carro sorge ogni mattina dal mare e traina l’astro d’oro (il sole) nel cielo, da est a ovest. Dall’alto della sua posizione, Helios vede tutto: non c’è accadimento umano che gli sia sconosciuto, sempre che avvenga alla luce del sole. Per questo i Romani, nei giuramenti, sono spesso soliti invocarlo a testimone: ancora oggi si dice «alla luce del sole» per indicare un fatto incontrovertibile. Al termine della sua giornata, al tramonto, Helios adagia la sua quadriga sull’orizzonte marino, proprio mentre la biga di Selene dal mare è in procinto di iniziare la corsa nel cielo notturno, portando con sé al traino l’astro d’argento (la luna). In questi fugaci istanti i due fratelli, secondo il mito, si incontrano e si amano in gran segreto.

Con l’irsuto, greve e oscuro, indesiderabile dio Pan Selene ha una passione travolgente e rubata. Alla dea, romantica e radiosa, che non lo degna della minima attenzione, Pan prepara un inganno, rendendosi invisibile ai suoi occhi ricoprendosi con il vello di una pecora bianca. Quello che avviene dopo lo lasciamo alle parole di Karoly Kerenyi: «Nascosto il pelo nerastro sotto il vello di una bianca pecora, ha potuto avvicinarla convincendola a salire sulla sua groppa per poi goderla, ormai consenziente». Selene dunque, oltre al suo simile (Helios, la luce solare) ama anche il suo contrario (Pan, l’oscurità e le tenebre), di cui accetta l’abbraccio avvolgente nella notte. Si dice che Selene abbia perdonato la brutalità di Pan, e che questi le abbia fatto il dono riparatorio della pariglia di candidi buoi che trainano il suo carro nella notte, per poi sparire per sempre dalla vista dell’amata.

A Selene si attribuisce anche una amore con Zeus, dalla quale nascono Pandia ed Erse (la rugiada). È l’amore della maturità, per un amante farfallone che dopo averla avuta si dimentica presto di lei.

E quando Selene, lasciato il padre, incontra il figlio Endimione, giovane e bellissimo, l’amore è fulmineo. Il mito riferisce che Selene scorge la prima volta Endimione addormentato, in una grotta del Monte Latmo, in Asia Minore. Non sopportando l’idea di non potersi avvicinare all’amante giovanissimo se non mentre dorme, perché da sveglio probabilmente la respingerebbe, Selene si siede accanto a lui nella notte, lo bacia sulle palpebre e da allora Endimione cade in un sonno eterno, un torpore simile alla morte, nel quale Selene può ammirarlo e baciarlo, con bramosia e crudeltà insieme. Da Selene ed Endimione nasceranno ben cinquanta figlie femmine. Vuole il mito che, se Zeus l’ha dimenticata e Pan non osa più avvicinarla, Selene continua a incontrare Helios ad ogni tramonto. Per tre giorni al mese però, durante la luna nuova, Selene scompare alla vista di chiunque: si reca di nascosto a far visita ad Endimione.

Dopo la sede principale alle Terme di Diocleziano proseguiamo la passeggiata alla sede di Palazzo Massimo. Palazzo Massimo viene edificato tra il 1883 e il 1886 dall’architetto Camillo Pistrucci, dalla ricostruzione della precedente Villa Montalto-Peretti, come sede per il Collegio per i Gesuiti. L’immobile viene acquistato dallo Stato italiano nel 1981 e, dopo i restauri e gli allestimenti, inaugurato come sede museale nel 1995. Il pianterreno ospita capolavori dell’arte romana, dalla tarda Età repubblicana all’epoca della dinastia Giulio-Claudia. È presente, subito dopo la biglietteria, un colosso di Età augustea che rappresenta una divinità femminile seduta, proveniente dalle pendici dell’Aventino, composta da numerose tipologie di marmi colorati antichi. Questa statua è stata fortemente restaurata, fino ad assumere le sembianze di Minerva. Studi recenti identificano però la divinità come la Magna Mater (Cibele). Un ampio scalone conduce al primo piano, dedicato ai capolavori della statuaria romana (dall’Età dei Flavi al Tardo antico). Qui sono esposte statue provenienti dalle ville laziali, che raffigurano divinità della religione romano-greca: Giove, Apollo, Dionisio e Atena. Vi sono inoltre numerosi sarcofagi, tra cui il Sarcofago di Portonaccio. In un grande salone è riproposto l’antico Salone dei capolavori, in cui sono esposte alcune opere della «scultura ideale»: tra di esse l’Afrodite accovacciata, due copie del Discobolo e la Fanciulla di Anzio.

Il secondo piano ospita gli affreschi del ninfeo sotterraneo della Villa di Livia Drusilla (moglie di Augusto) a Prima Porta, con il celebre trompe-l’oeil. Nelle altre sale vi sono mosaici, parietali e pavimentali, megalografie tardo-imperiali, i pannelli con pompa circensis e Ila rapito dalle Ninfe, provenienti dalla basilica di Giunio Basso, gli affreschi provenienti dal Porto fluviale di San Paolo e altri ritrovati nella Villa della Farnesina. Gli ambienti affrescati sono stati restaurati e riallestiti nel 2010. Il Piano interrato presenta una sezione dedicata all’oreficeria e una ricca collezione di numismatica, una volta appartenuta a Vittorio Emanuele III di Savoia. Vi si conserva inoltre la mummia di una bambina di circa otto anni, la cosiddetta Mummia di Grottarossa, del II sec. d.C.

Gli scavi archeologici di Pietra Papa (1939) hanno restituito l’immagine a fresco del dio Portuno che cavalca un delfino (inizio II sec. d.C.), oggi al Museo Nazionale Romano. Portuno (Portumnus, o Portunus) è una divinità indigena, precedente cioè la formazione del Pantheon classico romano, invocata durante l’attraversamento delle due rive del Tevere, attività non priva di pericoli. Al dio sono affidati la piccola navigazione rivierasca, i commerci per via d’acqua, gli imbarchi e gli approdi. Secondo Marco Terenzio Varrore è «deus portuum portarumque», dio dei porti e delle porte, e secondo Georges Dumézil il suo nome contiene la radice indoeuropea «protu», che significa guado sul fiume. Portunus è dunque il nume del passaggio, ma insieme dell’incontro e dello scambio, funzionale ad una comunità arcaica che vive del fiume e dell’umanità in transito lungo le sue rive. La sua festa pubblica annuale – i Portunalia – si celebra il 17 agosto, con un rito che prevede la purificazione delle chiavi nel fuoco. Il suo sacerdote, il flamen portunalis, è uno dei dodici flamini minori di Roma. Portunus è raffigurato come un ragazzo su un delfino, imberbe o con un’ispida barba azzurro-verde (Apuleio: «Portunus cærulis barbis hispidus»). La sua presenza è annunciata dall’odore di alghe e incenso. Portunus compare anche nell’Eneide di Virgilio e nell’Adversus Nationes di Arnobio.

Accenniamo brevemente alla sede museale di Palazzo Altemps, costruito nel XV secolo dalla famiglia Riario e rinnovato dal cardinale Marco Sittico Altemps nel XVI sec. ad opera di Martino Longhi, viene acquistato dallo Stato italiano nel 1982 e inaugurato nel 1997. Ospita la sezione di Storia del collezionismo (sculture delle collezioni Boncompagni-Ludovisi, Mattei, Altemps e Del Drago) e la Raccolta egizia (opere provenienti dai santuari delle divinità orientali. Le opere più conosciute sono il Galata morente, l’Ares Ludovisi e il Trono e il Sarcofago Ludovisi. Il palazzo comprende anche l’antico Teatro privato, attualmente adibito a esposizioni temporanee, e la Chiesa di Sant’Aniceto. Proveniente dal Castello della Magliana è il ciclo di affreschi distaccati di Apollo e le Muse. Purtroppo tali affreschi non sono da anni più visibili al pubblico.

La sede museale della Crypta Balbi fa parte di un vasto complesso di edifici (con all’interno le chiese di Santa Caterina dei Funari e di San Stanislao dei Polacchi), esteso circa 7000 m2 e con un patrimonio edilizio di circa 40.000 m3, acquisito dallo Stato italiano nel 1981. Esso sorge, a sua volta, sul cortile porticato annesso al Teatro di Balbo, fatto costruire da Lucio Cornelio Balbo nel 13 a.C., denominato oggi, essendo divenuto sotterraneo, Crypta Balbi. La sede viene inaugurata nel 2001, e si divide tra le sale restaurate dell’isolato urbano costruito sopra l’antico edificio romano, e l’antico Quadriportico alle spalle del Teatro di Balbo. Nella prima sezione, Archeologia e storia di un paesaggio urbano, vengono presentati i risultati degli scavi archeologici condotti a partire dal 1981 nel complesso edilizio, compresi i resti antichi messi in luce. Una seconda sezione, La città di Roma dall’antichità al medioevo, illustra la vita e le trasformazioni della città tra il V e il X secolo. Tra i reperti più significativi si ricorda l’Ara del pastore dormiente.

Abbiamo lasciato per ultimo il racconto del vero gioiello di Arvalia, conservato alle Terme di Diocleziano. Nel 1951 sono state intagliate dal tufo e trasportate al Museo Nazionale Romano le due Tombe Portuensi: quella affrescata dei Campi elisi e quella decorata a stucco dei Geni danzanti. I due sepolcri si caratterizzano per il dettaglio delle decorazioni, che offrono una rappresentazione del mondo ultraterreno pagano così come era percepito al tempo di Adriano (inizio II sec. d.C.): giochi beati e animali fantastici ci ricordano che il paradiso non è un luogo né un tempo: è uno stato di grazia dove regna l’eterna primavera; e agli uomini giusti è consentito di rivivere, per sempre, le dolcezze del «tempo migliore».

Nel 1951 la scrittrice francese Marguerite Yourcenar (1903-1987) conosce uno straordinario successo editoriale, con un romanzo di ambientazione storica, con cui rende con straordinaria vividezza i temi esistenziali, e in particolare quello della morte, nel II sec. d.C. Nelle Memorie di Adriano la Yourcenar si immedesima, in modo del tutto nuovo e originale, nella figura dell’imperatore Publio Elio Adriano (76-138 d.C.). Con una lunga epistola, scritta «in limine mortis» (cioè nel momento di lasciare la vita terrena), l’autrice fa narrare ad Adriano la sua vita pubblica e privata: inevitabile narrare i trionfi militari e i successi nell’organizzazione dello Stato Romano, giunto al suo massimo splendore; ma a fianco di questi la Youcenar racconta le passioni private di Adriano, dalla poesia alla musica, la filosofia, fino a quella celebre e inconfessabile verso l’amante-giovanetto Antinoo. Una vita di passioni vissute e realizzate, insomma, sulle quali incombe lo spettro della morte, che costringe a lasciarle, e la consapevolezza che «il tempo migliore» non dura in eterno. Il romanzo è ambientato in un momento particolarissimo dell’Epoca antica, quando «non si credeva più agli Dèi, ma in cui il cristianesimo non si era ancora stabilmente insediato nell’animo della gente». Centrale in questa particolare visione del mondo è l’idea di anima, che per la prima volta nella storia di Roma viene percepita come «debole e vagabonda», in un tempo di passaggio tra due civiltà. Ma cos’è l’anima? Lasciamo che sia lo stesso Adriano a descriverla. L’anima è una «Animula vagula blandula / hospes comes corporis / quae nunc habibis in loca / pallida rigida nudula / nec ut soles dabis iocos». Questa la traduzione dei celebri versi:

 

Debole anima persa:

tu non sei un corpo, tu hai un corpo!

Separandotene, sarai nello spazio delle

pallide rigide ombre,

dove il tempo – così come lo conosci – non scorre.

 

In quello stesso anno 1951 in cui il libro della Youcenar diventa un fenomeno di massa, per una singolare coincidenza viene scoperta sulla Via Portuense, durante gli interventi per la dismissione della ex fabbrica Purfina, una tomba romana datata nella stessa epoca di Adriano, nella prima metà del II sec. d.C, che pare raccontare per immagini gli stessi pensieri attribuiti dalla Yourcenar ad Adriano. Agli archeologi si offre la ricchezza delle decorazioni pittoriche affrescate. Essi infatti si rendono subito conto che i temi pittorici si discostano dai temi funerari classici. In una serie di dieci ordinate scenette sono raffigurate, una dopo l’altra, le «beatitudini dei giusti» nel paradiso pagano. La scoperta fa subito clamore, e gli studiosi si gettano a capofitto nel darne un’interpretazione.

La tomba, accertano gli archeologi con studi rigorosi, era stata commissionata da due genitori colpiti dalla prematura e contemporanea perdita dei due giovani figli, un ragazzo e una ragazza. I giovani compaiono raffigurati con fedele realismo in medaglioni all’interno di tabernacoli, e vengono evocati più volte nelle scene pittoriche: il Passaggio del fiume Lete e le quattro scene dei giochi beati (il Plaustrum, gli Astragali, la Moscacieca, il Trigon); i genitori compaiono nella Scena di mestizia e nel Banchetto dei giusti. Completano gli affreschi alcuni temi tradizionali: la coppia di pavoni, la coppia di caproni, le quattro stagioni. La tomba è scavata nel tufo e presenta 26 nicchie, sei fosse e due sarcofagi. L’allora sovrintendente Aurigemma decide di tentare un’operazione difficilissima e ardita: intagliare, con escavatrici meccaniche, l’intero blocco di tufo, e trasportarlo al Museo Nazionale Romano. L’operazione riesce. E riuscirà tra l’altro anche per una seconda tomba – quella dei Geni danzanti –, di cui parleremo a breve.

La Tomba dei Campi Elisi nasce dunque da un incolmabile dolore: quello di due genitori che sopravvivono alla morte improvvisa dei due figli, avvenuta nell’età della pre-adolescenza. I Romani danno un nome preciso a questo tragico evento: «mors iniqua», ovvero morte ingiusta, e si tratta di uno dei lutti più difficili da elaborare per un genitore dell’Antica Roma. Se la mortalità alla nascita o nella prima infanzia è un fenomeno così frequente nel Mondo antico da essere persino accettato come un fatto naturale, vedere invece morire un bambino nella fascia d’età a ridosso della pubertà – ma senza esservi ancora entrato – è considerato una grande iattura, un mancato premio a conclusione di un cammino costellato di sforzi. I genitori, committenti di questa tomba sulla Via Portuensis, superano questa dolorosa perdita commissionando a ignoti pittori una complessa sequenza di dieci scene affrescate: le ultime tre si rifanno all’iconografia funeraria tradizionale (i pavoni, i caproni, le quattro stagioni), mentre le prime sette hanno insieme contenuto biografico e didattico: esse spiegano , con la semplicità delle immagini, come è fatto e come funziona il paradiso pagano. Esse descrivono, con grande realismo, la vita spensierata dei due bambini (fatta di giochi, della costruzione delle prime relazioni sociali, di esplorazione del mondo), e dei genitori (dal consolidato posizionamento sociale); e tramandano così ai posteri il messaggio consolatorio che ai giusti, nel paradiso pagano, è consentito continuare a vivere nel proprio «tempo migliore».

La particolarità della tomba è la presenza fin dall’origine di due finestrelle, ai lati della porta d’ingresso, attraverso le quali ciascuno dei molti passanti della Via Portuensis avrebbe potuto ripercorrere la storia dei due giovani e insieme contemplare per immagini la bellezza del paradiso. Scrive il sovrintendente Aurigemma: «Nei Campi elisi regna eterna primavera. Ogni dolore è ignoto. Ignota è la vecchiaia. La vita beata attende i giusti dopo la morte. Chi vi perveniva conservava l’età in cui aveva goduto la maggiore felicità». I Romani ritenevano insomma che le anime dei giusti (e solo quelle dei giusti, ovviamente!) godessero nell’aldilà di uno stato di grazia e di eterna giovinezza.

La prima scena, chiamata «I ritratti di famiglia», è una sorta di fermo immagine sulla composizione del nucleo familiare al momento della morte dei due giovani. Si compone di tre parti: due medaglioni circolari e la scena di mestizia. I due medaglioni circolari sono dei ritratti, di accuratissimo realismo fisiognomico, dei due giovani defunti: un maschio e una femmina. I medaglioni sono posti nei timpani di due tabernacoli nella parete di fondo, ospitanti ciascuno le ceneri dei due giovani. La Scena di mestizia, di piccole dimensioni, si trova sotto un terzo tabernacolo (in posizione centrale tra i due tabernacoli dei figli, riservato alle ceneri dei genitori quando sarà il loro momento). La scena raffigura i due coniugi, seduti e raccolti in una sommessa conversazione, facendosi forza l’uno con l’altra. Lui indossa una tunica scura; la consorte è in tunica chiara. Essi sono raffigurati da soli, senza altri figli o prossimi congiunti a sostenerli nel dolore. La scenetta di solitudine rivela il dramma familiare di non avere altri figli che possano continuare la discendenza: i coniugi sanno che, perduti gli unici due figli, il nome della famiglia si estinguerà. Le grandi ricchezze accumulate dalla famiglia non erano servite a conseguire la ricchezza di una lunga vita e numerosi eredi. La ricchezza della decorazione pittorica autorizza infatti a pensare ad una famiglia decisamente benestante, proveniente forse dal prossimo abitato del Trans Tiberim, dotata anche di un folto stuolo di servitori. Alcuni graffiti nello stucco della parete di sinistra ne tramandano i nomi: gli schiavi Timius frater Horinæ (Timio fratello di Orinna), Pardula anima bona (Pardula dal buon carattere), e un’ancella di nome Asclepia. La ricchezza della famiglia è attestata anche dal gran numero di servitori affrancati, cui è stata cioè donata la libertà: i liberti Alexander, Philetus, Aphrodisia, Eutychia, Felicissima e Protus Zosimus. Proprio il piccolo cippo marmoreo di quest’ultimo, ritrovato nella tomba, cita il nome del suo patrono, Publius Ælius (Publio Elio) che con buona probabilità è anche il pater familias costruttore della tomba e il padre dei due giovani defunti. E per pura combinazione Publio Elio è anche il nome dell’Imperatore Adriano! Complessivamente schiavi e liberti devono essere tra i 15 e i 23, perché nella parete di sinistra è presente un colombario con 15 nicchie (disposte su tre file da cinque, in gran parte inutilizzate), e altre 8 nicchie sparse nella parete frontale. La tomba è nel complesso piccola (misura soltanto 9 metri quadri) e, al momento della scoperta gli archeologi vi hanno individuato anche sei fosse per l’inumazione e due sarcofagi, aggiunti successivamente.

La seconda immagine, chiamata «Navicella sul fiume Lete», è collocata nel soffitto sopra la porta d’ingresso, racchiusa da una cornice. Essa ci porta nel vivo della narrazione, raccontando che dopo la loro morte terrena i due giovani defunti hanno intrapreso il viaggio verso la dimensione beata dei Campi Elisi. La scena propone un florido paesaggio fluviale, con una parete rocciosa come scenario, con un pino marittimo a fare da quinta prospettica. Il fiume è il Lete, il fiume dei Campi Elisi, speculare all’Acheronte dell’Ade. Su di esso naviga una graziosa barchetta a vele gonfie, nell’atto di accostarsi delicatamente alla riva, con un uomo intento alle manovre. È il nocchiero dei Campi Elisi, figura speculare a Caronte. Sulla riva, ad attenderlo, ci sono le due figurette dei due giovani defunti: una è in piedi, quasi a salutare il nocchiero; l’altra è seduta sulla sponda in serena attesa. Ci siamo permessi di ipotizzare che questa scenetta, di grande realismo, possa persino aver avuto un contenuto descrittivo dei luoghi familiari di origine: il fiume è il Tevere, e la rupe è una delle propaggini che vanno dal Gianicolo a Vigna Pia: chissà, si tratta di una suggestione e nulla più.

Una sequenza di quattro affreschi (scene III, IV, V e VI) mostra l’arrivo in paradiso dei due giovani titolari della Tomba dei Campi Elisi. La narrazione si sviluppa su un’unica parete, la parete di destra, dove sono collocate in sequenza quattro immagini, le quali insieme prendono il nome di «Scene dei giochi beati». Ai due giovani, che in vita si sono condotti secondo pietas e iustitia – la «pietas» è il rispetto delle leggi divine; la «iustitia» è il rispetto delle leggi degli uomini –, una volta giunti nei Campi Elisi, è concessa la ricompensa di rivivere il loro tempo migliore. Le scene misurano complessivamente circa 2 metri. Si tratta di un rettangolo orizzontale, in campo bianco, sormontato da un festone a tema vegetale. All’interno sono dipinte in sequenza quattro immagini, ognuna delle quali raffigura un gioco infantile. Esse sono, nell’ordine: il plaustrum, gli astragali, la moscacieca, il trigon.

La terza immagine – «Il gioco del plaustrum» – raffigura un giovane seminudo con le pudenda coperte da un panno. La scena sarebbe di per sé poco significativa, se non fosse per il curioso oggetto che il ragazzo conduce in corsa: si tratta di un plaustrum, cioè una sorta di «tavola a ruote», sorprendentemente simile ad un moderno skateboard. I moderni skateboard nascono in California negli Anni Quaranta del Novecento, come variante del più antico monopattino; eppure vari testi classici ci tramandano di un gioco, assai popolare tra i bambini di Roma Antica, che consisteva nel montare su carretti in miniatura, e nel lasciarsi trasportare. Ve ne erano a quattro, tre o addirittura due sole ruote o una sola. I più comuni erano però quelli a quattro ruote, spesso trainati da animali di piccola taglia – in genere caprette o cani – e legati con un laccio di cuoio, o da altri compagni di giochi. Con un plaustrum i monelli fanno scorribande ad alta velocità, e non sempre la corsa finisce in maniera tranquilla: spesso le bestiole si divincolavano dal laccio, o qualche amico buontempone lascia andare il compagno di giochi proprio in prossimità di una discesa. Il carro a ruota unica consiste in un semplice bastone, che funge da timone, con all’estremità una forcella nella quale è montata una sola ruota. Il plaustrum a tre ruote si compone di un timone monoruota e un telaio orizzontale di base, sorretto da altre due rotelle posteriori. Su questo speciale plaustrum a tre ruote la trazione non è data da un animale, ma dal suo stesso conducente, che con una gamba si tiene in equilibrio sul telaio, e con l’altra sospinge la corsa. Si tratta di un oggetto straordinariamente moderno, che potremmo tranquillamente trovare in vendita in un mercatino artigianale di oggi.

La quarta immagine – «Il gioco degli astragali» – raffigura un gruppetto di quattro ragazzini seduti per terra, con lo sguardo rivolto verso un quinto, all’in piedi, nell’atto di lanciare in aria dei piccolissimi oggetti. Questi oggetti sono gli «astràgali», parente povero (e diffusissimo) dei moderni dadi. L’astragalo è un ossicino del tarso posteriore dei caprini, situato tra calcagno e bicipite, dalla forma più o meno cubica. A differenza dei dadi ognuno di questi ossicini cubici ha sole quattro facce utili, in quanto le altre due sono di forma arrotondata e non stanno in equilibrio. Le quattro facce utili sono a loro volta diverse fra di loro: la faccia perfettamente piatta è chiamata «canis» (cane) e corrisponde all’1 dei dadi moderni; al suo opposto si trova un’altra faccia perfettamente piatta, chiamata «Venus» (Venere): è la più desiderata e vale ben 6 punti. Ai lati si trovano una faccia concava (il cavo) che corrisponde al 3 e una faccia convessa (il dorso) che vale 4. La somma delle facce opposte dà sempre 7; mancano il 2 e il 5. Con gli astragali i bambini di Roma antica facevano sovente il «gioco delle tre prove», che consisteva in una sequenza di tre esercizi di destrezza, di livello crescente: vince il primo che le porta a termine tutte e tre senza errori. La prima prova consiste in esercizi di lancio. Secondo un’altra interpretazione, però, gli oggetti scuri nell’affresco non sono astragali, ma le popolarissime noci, utilizzate dai giovani della Roma imperiale per un’infinità di giochi: prove di destrezza, percorsi simili alle moderne biglie, oppure una sorta di antenato del gioco del bowling, tirando una noce contro una barriera di altre noci. Conosciamo i giochi con le noci attraverso il poeta Ovidio, che dedica un’intera opera all’età dei giochi, chiamandola emblematicamente «Nuces» (Le Noci). Il gioco preferito dal giovane Ovidio era il Ludus castellarum (il gioco dei castelli). Si tratta di comporre delle torri disponendo a triangolo tre noci con sopra poggiata una quarta, fino a comporre un’intera cintura di torri, che simulano un castello da assediare: l’avversario, lanciando ripetutamente un’altra noce come fosse un ariete, deve espugnare il castello. L’utilizzo delle noci è insomma così popolare che esiste addirittura una frase comune, «relinquere nuces» (smettere di giocare alle noci), per indicare il passaggio dall’età dei giochi all’adolescenza.

La quinta immagine – «Il gioco della moscacieca» – mostra tre giovani in tunica corta. Uno di essi ha gli occhi coperti da una mano, mentre l’altra è protesa verso gli altri due giocatori, che cerca di afferrare. Il nome latino del gioco è «musca eburnea», che letteralmente significa mosca di bronzo e fa riferimento alla sgradevolissima mosca cavallina, dall’addome iridescente e capace di riflettere i colori, proprio come le superfici a specchio del bronzo. Il gioco simula la caccia a questo animale: un giocatore è il cacciatore mentre gli altri sono mosche cavalline da acchiappare. A differenza della versione moderna del gioco, che si pratica a viso bendato, al cacciatore dell’antichità è semplicemente richiesto di mettersi una mano davanti agli occhi, confidando nella sua onestà. Il regolamento ci è tramandato da uno scritto di Pollione. Il cacciatore si copre il viso e i compagni lo fanno girare più volte su se stesso, fino a fargli perdere l’orientamento. Mentre ruota recita una filastrocca, che in italiano suona così: «Acchiappo la mosca di bronzo». I compagni gli rispondono «La cerchi, la trovi, ma non l’acchiappi», in modo che il cacciatore, attraverso il senso dell’udito, possa individuarne la posizione, lanciandosi subito dopo in un goffo inseguimento tra sberleffi grossolani. Racconta Pollione che è consentito sferrare qualche colpetto, dolorosi calci sul sedere o, persino scudisciate con frustini di cuoio. Finché, fatalmente, qualche ardimentoso si avvicina troppo al cacciatore, e la mosca viene presa.

La sesta immagine – «Il gioco della palla» – è forse la più interessante. Essa raffigura tre ragazzini in tuniche variopinte posizionati ai vertici di un triangolo, con il braccio destro alzato a colpire una palla fluttuante nell’aria. In questa scena è stato riconosciuto il gioco sportivo del «trigon», che è una varietà a tre giocatori del gioco dello «sphæristerium» (gioco della palla). La palla usata per i giochi aerei, simili alla moderna pallavolo, prende il nome di «pila trigonalis»: si tratta di una palla dura, realizzata con un sacco di pelle conciata, imbottito di sabbia. Caratteristica del gioco è l’obiettivo comune e collaborativo di mantenere la sfera sospesa in aria il più a lungo possibile, finché, compiuta una determinata sequenza di palleggi, uno dei giocatori può porvi termine con un lancio di forza, simile a una moderna schiacciata. Il trigon è ancora oggi praticato nelle scuole italiane, con il nome dello «schiacciasette». Il trigon era un gioco leggero, praticato dai ragazzi più giovani o dalle ragazze. Ai maschi più grandi di età era invece assai gradito un altro gioco con la palla, ben più invasivo: il «pulverulentus» (letteralmente: gioco che genera nuvole di polvere). Il pulverulentus si gioca in grandi spazi sterrati, con una palla dura, l’«harpastum» (simile alla pila trigonalis ma più piccola), con un regolamento ibrido tra il calcio e il rugby, in cui bisogna contendersi il possesso di una palla e scagliarla infine nel settore avversario. Agli infanti è riservata infine una palla più grande e leggera, la «paganica», riempita delle piume di animali da cortile. Esiste infine un quarto tipo di palla, gonfiata di aria, il «follis», con cui giocano adulti e anziani all’interno delle terme. Con il follis si pratica il «ludere expulsim» (oggi: palla prigioniera). Ma il follis è un lusso davvero per pochi: nella Tomba dei Campi Elisi per rappresentare la felicità del paradiso basta una pila trigonalis.

Con il trigon si chiude la sequenza delle quattro scenette dei «giochi beati». Va detto che nella Roma imperiale vi sono almeno altri tre giochi, popolarissimi, che, sebbene non compaiano nella tomba portuense, meritano comunque di essere citati: i «galli», la «morra», i «bellatores». Plutarco racconta delle guerre tra galli. Ogni monello che si rispetti ha il suo galletto da combattimento, sul quale scommette in combattimenti dal grande pathos; a volte i combattimenti si concludono con la morte del galletto, in cui il padroncino piange sonoramente. Molto diffuso è anche il gioco della morra, che consiste nell’aprire repentinamente la mano mostrando un certo numero di dita (da 0 a 5), cercando di indovinare la sommatoria dei tiri di tutti i giocatori. Nelle famiglie più ricche sono infine presenti delle scacchiere, di varie forme e dimensioni, alle quali si gioca con modalità di complessità crescente: come nei moderni giochi del filetto, della dama (gioco delle dodici linee) o degli scacchi (gioco dei bellatores).

La settima scena – «Il banchetto dei giusti» – torna ad evocare l’immagine dei genitori. Agli adulti – proprio come ai giovani – spetta di godere nei Campi Elisi del proprio tempo migliore. Il paradiso pagano è infatti una dimensione senza tempo, in cui ognuno vive nell’età che gli ha dato la maggior felicità, dilettandosi con le attività più gradite. E se per i figli il tempo migliore è quello dei giochi innocenti, per Publio Elio e la sua amata il tempo migliore è l’età dei vent’anni, subito dopo il matrimonio: li ritroviamo ritratti in un momento di banchetto, nell’atto di distribuire agli altri commensali le poste iniziali per il gioco d’azzardo. La scena (posta al di sotto del lucernario di destra) raffigura i due coniugi sdraiati su un elegante triclinio con spalliera. La moglie ha accanto a sé la serva prediletta, e le impartisce con autorevolezza alcuni ordini, puntando l’indice verso un tavolino a tre piedi sul quale sono poggiati tre piattelli vuoti.

La consuetudine vuole che siano i padroni di casa ad offrire le poste iniziali dei giochi conviviali, deponendole su piattelli. Chi durante i giochi esaurirà le poste potrà scegliere se ritirarsi dal gioco, oppure proseguire mettendo sul tavolo denari propri. Protagonisti del gioco d’azzardo degli adulti sono gli astragali, usati secondo una logica assai simile al moderno gioco del poker. Ogni giocatore lancia quattro astragali e ad ogni faccia corrisponde un punteggio da 1 a 6: i punteggi si sommano, attribuendo la vittoria a chi ottiene il punteggio maggiore. Ma la massima ambizione del giocatore non è sommare gli astragali, bensì di realizzare una delle 35 combinazioni speciali, ordinate secondo una speciale gerarchia, che il giocatore provetto conosce a memoria. Conosciamo queste combinazioni attraverso il più celebre giocatore dell’antichità, l’Imperatore Ottaviano Augusto, che scriveva al figlio adottivo Tiberio lunghi resoconti delle sue prodezze ludiche, con lettere ora giubilanti, ora mestissime. Ad esempio, la combinazione più sventurata è l’1-1-1-1, ovvero quando tutti e quattro gli astragali mostrano la faccia del cane. Questa combinazione è chiamata «Anubis» o colpo del cane e chi la fa deve corrispondere agli altri giocatori una vertiginosa penale. Un altro lancio ben sventurato è il «Sex» o colpo del sei, composto dalla combinazione di tre cani e un cavo (1-1-1-3). Testimonia Augusto in una lettera: «Chi faceva cane o sei doveva mettere per posta sul tavolo tanti denarii quanti erano i punti degli astragali degli altri giocatori. Vinceva tutte le poste chi faceva Venere». Il «Venus» o colpo di Venere è la combinazione più felice, caratterizzata da quattro facce tutte diverse l’una dall’altra. Del Venus, sogno proibito di ogni giocatore, parla un celebre epigramma di Marziale, il quale avendo donato ad un amico quattro astragali d’avorio, così gli scrive: «Aspetta a ringraziarmi: fallo soltanto quando nessuno degli astragali ti presenterà un volto uguale».

Va detto infine che nel gioco, durante il banchetto conviviale, è richiesto un certo stile, caratterizzato dalla magnanimità. Ad esempio a fine banchetto è buona norma che chi ha vinto renda al padrone di casa le poste iniziali. E se un giocatore ha una fortuna così sfacciata da lasciare gli altri senza altri denari, ha l’obbligo morale di donare agli altri nuove poste per proseguire il gioco. Augusto ci lascia una preziosa testimonianza della concezione romana del fair play: «Caro Tiberio, alla fine ho perso 20.000 sesterzi. Ma sia chiaro: solo perché come al solito sono stato generoso. Se solo avessi richiesto indietro ai commensali le poste iniziali, quelle che ho condonato loro quando ho vinto, e quelle che ho aggiunto via via per alimentare il gioco, alla fine di sesterzi ne avrei avuti in mano 50.000. Preferisco così! La mia generosità mi farà finire direttamente in paradiso!».

Con il Banchetto dei giusti terminano le immagini biografiche, ma la decorazione pittorica è tutt’altro che conclusa. Seguono altre tre grandi immagini, anch’esse di elevatissima qualità pittorica, che attingono all’iconografia funeraria tradizionale e, pur non aggiungendo elementi nuovi alla nostra conoscenza dei Campi Elisi, meritano comunque di essere descritte. Nella parete di sinistra, al di sopra del colombario, è presente un’ottava scena: la «Coppia di pavoni affrontati che bevono alla fonte della vita». Si tratta di una composizione offertoriale con al centro una grande coppa colma di vino, che raffigura simbolicamente la fonte della vita, alla quale si abbeverano due pavoni dalle lunghissime e variopinte code (simbolo dell’immortalità dell’anima).

Nella parete di destra si trova un’immagine esattamente speculare, la nona: «Lotta tra due caproni». Essa raffigura due montoni selvatici dal pelame mai tosato e con un superbo palco di corna. Accanto ad essi sono raffigurati un cratere (un vaso basso e aperto) e uno scudo.

Il soffitto è l’unica parte danneggiata della tomba, ma nelle parti di intonaco non cadute è possibile distinguere motivi geometrici e larghe fasce purpuree. Sono perfettamente conservati i quattro spigoli, nei quali trovano posto quattro medaglioni circolari con figure femminili a mezzo busto, i quali raffigurano insieme la decima e ultima decorazione del sepolcro: «I geni delle quattro stagioni». Su di essi la studiosa Felletti-Maj ha scritto: «L’avvicendarsi delle stagioni, l’addormentarsi e rinascere delle forze della natura, è espresso simbolicamente nell’arte per mezzo di questi genii, che vengono così ad assumere un significato di resurrezione». Completano la decorazione pittorica numerose immaginette di offerte votive situate soprattutto nella parete frontale (due brocche da acqua, una coppa, un calice da vino, piccoli volatili e fiori) e un cesta colma di frutta nella parete d’ingresso: i melograni, le pere, i rametti verdi, così come gli intarsi in vimini della cesta, sono raffigurati con impressionante realismo. Gli affreschi sono stati restaurati nel 2008.

La Tomba dei Geni danzanti è un piccolo sepolcro a camera, decorato a stucco con una trentina di figurette mitologiche diverse, tutte nell’atto di correre e danzare. La volta è organizzata secondo un originale impianto geometrico, nel quale si inseriscono, in medaglioni circolari, le rappresentazioni di divinità minori: il genio alato, il satiro, la ninfa in nudità, la ninfa con le vesti mosse dal vento, i cupidini (putti alati) alla guida di una biga, i dioscuri al galoppo dei loro destrieri, i genii a cavallo di un ariete, e infine la tigre, il caprone, il grifone. La parete frontale presenta due cupidini in volo che sorreggono un festone vegetale. Il sepolcro è datato tra II e III sec. d.C.; è scavato nel tufo e presenta nicchie per le urne cinerarie e fosse per l’inumazione. È stato scoperto nel 1951, intagliato e trasportato al Museo Nazionale Romano.

Il sepolcro presenta sia cremazioni che inumazioni ma non trasmette informazioni dirette sugli occupanti. L’osservazione ci permette di immaginare un piccolo nucleo familiare (lo attestano le ridotte dimensioni: appena cinque metri quadri), di condizioni economiche agiate (lo attesta la presenza di costose decorazioni), colpito da un lutto in qualche misura previsto e facilmente elaborato, avvenuto tra la metà del II sec. d.C. e gli inizi del III. Quest’ultimo elemento si desume dalla modalità di svolgimento delle opere funerarie. Esse sono state probabilmente curate da almeno un paio di prossimi congiunti, desiderosi di archiviare la pratica in maniera dignitosa ma sbrigativa, con una certa organizzazione e suddivisione dei compiti. La parte di lavori relativa alla parete frontale e alla volta è adempiuta con grande solerzia, mentre le pareti restanti sono solo preparate per le decorazioni ma sono rimaste spoglie. Possiamo immaginare che il congiunto incaricato di questa parte del lavoro – e questo può accadere in ogni buona famiglia –, abbia incontrato qualche difficoltà, rimandandone l’adempimento a tempi migliori.

La volta è strutturata secondo un impianto geometrico estremamente ingegnoso, basato sull’intersezione di cerchi e quadrati, che permette l’inserimento alternato, come in una scacchiera, di una trentina di decorazioni modulari giustapposte di uguale dimensione. Ciascun medaglione è finemente decorato in stucco color bianco-avorio. La metà di essi riporta un chiché, cioè una decorazione ripetitiva composta da un fiorellino al centro di un quadrato dai lati concavi, a sua volta iscritto in un cerchio con alle estremità un giglio stilizzato. L’altra metà dei medaglioni riporta invece dei motivi figurativi, l’uno diverso dall’altro, tutti accomunati dal tema della danza della vita, con il messaggio consolatorio del perpetuo rinnovarsi delle forme e delle energie vitali. È stato osservato che – per un particolare gioco della geometria – le quattro concavità dei quadrati, poste perpendicolarmente tra di loro, formano a loro volta degli altri cerchi. Il più noto e accurato tra i medaglioni è il genio alato danzante (una figuretta dal morbido panneggio in movimento, e dai lunghi capelli). Insieme al genio alato danzano una serie di altre divinità: un satiro, una ninfa in nudità, un’altra ninfa (o comunque una figura femminile non meglio identificata) dalle delicate vesti mosse dal vento. Vi sono inoltre tutta una serie di personaggi in corsa: i cupidini (putti alati) alla guida di una biga, i dioscuri al galoppo dei rispettivi cavalli, dei genii che cavalcano un ariete. E infine tre animali dell’iconografia tradizionale, esotica o immaginaria: il caprone, la tigre, il grifone.

Il tema della danza della vita prosegue anche sulla parete frontale, dove sono rappresentati altri due cupidini, anch’essi in stucco, che sostengono in volo due festoni vegetali. In piccolo, sotto di essi, è raffigurata una siringa, sorta di flauto a canne tipico del mondo rurale. La tomba è stata rinvenuta nel 1951, a poca distanza dalla Tomba dei Campi Elisi e, come questa, è stata intagliata, trasportata al Museo Nazionale Romano e restaurata nel 2008.

Il viaggio ri ritorno verso il Territorio Portuense ci porta ad attraversare il Grande Centro della città. Facciamo tappa ai Musei Capitolini, per osservare due reperti davvero piccoli, eppure carichi di significato per il nostro territorio.

La chiesa di Santa Bibiana all’Esquilino – dove nel VII sec. giungono i materiali di recupero del sito degli Arvali – ha restituito la Lastra di Summano, una lastra di marmo sacra al dio infernale Summanus. Summano è una divinità minore da cui dipendono i fulmini notturni (che i Romani ritenevano generati dagli Inferi e diretti al cielo), posta in relazione antitetica con Giove, che presiede invece alle saette diurne. Durante i Summanalia (20 giugno) al dio era sacrificato un montone nero, il suo l’idolo a forma di caprone riceveva l’unzione rituale e si consumavano focacce di farina. Il culto si mantenne associato a Giove fino al 278 a.C., quando se ne staccò ricevendo un tempio autonomo al Circo massimo. La lastra era posta in una porzione boschiva (probabilmente all’interno del Lucus) devastata da un fulmine notturno. Il pericoloso varco fra mondo superficiale e mondo degli Inferi era carico di sacralità negativa e per questo interdetto agli uomini. La lastra aveva la funzione complessa di riconciliare la divinità, chiudere il varco e ammonire i colòni circa la natura ‘terribile’ del luogo. La lastra, datata II-III sec. a.C. (oggi ai Musei capitolini, galleria del palazzo Senatorio, rep. NCE14), riporta minacciosa: ‘Summanium fulgur conditum’, ‘qui il fulmine di Summano ha generato un solco’.

Parliamo ora della Lastra di Cæcinia Bassa. I Romani accettavano con serenità la morte e per lo più confidavano in un aldilà. Tuttavia consideravano particolarmente ingiusta la morte che, superata l’età infantile, sopraggiungesse prima della pubertà. Spesso le epigrafi funerarie la chiamano «mors iniqua» e contengono invettive. L’epitaffio della piccola Cæcinia Bassa (II sec. d.C.), tuttavia, contiene molto di più: una rabbiosa maledizione. Con rispetto, ne raccontiamo la storia. Il suo carme funerario è in prima persona: «Qui giaccio. Sono Bassa, fanciulla che non conobbe la maturità (Hic sum Bassa, virgo pudica)». La morte la coglie prima dei 10 anni (undecimum annum mi non licuit perducere), nonostante le invocazioni agli dèi dei genitori. La maledizione è rivolta a chiunque se ne rallegri ad alta voce (quis forte gaudet de morte iniqua): «Cerere lo farà morire di fame (Ceres perficiat fame)». Il riferimento al culto arvalico di Cerere e il rinvenimento a S. Bibiana (dove nel VII sec. giungono le spoglie dei martiri portuensi e materiali locali di reimpiego) fanno ritenere Cæcinia originaria della Magliana.

Il nostro percorso non può prescindere dall’affacciarci alla chiesa di S. Nicola in carcere, al Monte Savello, proprio accanto al Teatro di Marcello. Il «carcere» che dà il nome all’antichissima chiesa è il Carcere Tulliano al Foro Olitorio, sulle cui rovine insiste oggi San Nicola. Una tradizione che risale al Medioevo vuole che siano conservate qui ancora oggi le reliquie dei Martiri Portuensi. Le reliquie in realtà furono frazionate in molte parti, prendendo in taluni casi la via del Nord Europa. Ma pare che la parte più consistente delle reliquie sia stata deposta sotto l’altare maggiore di San Nicola. Altre reliquie degli stessi martiri si trovano in un sarcofago di porfido, mentre l’arco absidale, che riproduce il soggetto del Concilio di Nicea, riproduce in piccolo anche le immagini dei Martiri.

La via del rientro ci conduce all’Esquilino. Il nome deriva dal latino «Esquiliae», che vuol dire sobborgo. Il rione è infatti uno dei settori di più antica urbanizzazione della Roma antica: già in Epoca Serviana l’Esquilino, insieme con il Palatino, Collina e Suburra era una delle quattro regiones urbane, pur venendo, tra le quattro, considerata quella più marginale, adibita alle funzioni di discarica urbana e cimitero. L’Esquilino “romano” si estendeva su tre colli (Cispius, Oppius e Fagutalis) e comprendeva parte dell’odierno rione Monti. Lo stemma moderno riproduce ancora tre cime verdi, a ricordo dei tre colli antichi. In epoca augustea l’area viene bonificata con terra di riporto e assume la denominazione di Orti di Mecenate. Qui sorgevano splendidi giardini e l’altissima torre dalla quale Nerone assisté all’incendio di Roma, oltre alla villa di Mecenate. Nel 1874 ne è stato riportato alla luce settore (presso l’attuale largo Leopardi), noto come Auditorium di Mecenate.

Presso piazzale Labicano sorgeva la Porta (I sec.), dalla quale partiva la Via Prenestina. Nella porta è incastonato il sepolcro del fornaio Eurisace, costruita ad imitazione di un forno da panettiere; e poco distante si trova la Basilica sotterranea neopitagorica, scoperta nel 1907. Tra gli altri ritrovamenti nell’area sono da segnalare il Ninfeo di Alessandro (II-III sec., presso piazza Vittorio) e il Tempio di Minerva Medica (IV sec., presso via Giolitti).

Al primo piano della canonica attigua alla Basilica di S. Maria Maggiore, su via Liberiana, si conserva l’Arca dei Martiri Portuensi. Si tratta di un cassone in marmo dove la tradizione riteneva conservate le spoglie di Simplicio, Faustino e Beatrice, nel momento in cui le reliquie vennero traslate dalle Catacombe di Generosa alla loro primitiva sede di Santa Bibiana, nel VII sec. Alla metà del Seicento, sotto il pontificato di Papa Urbano VIII Barberini, la chiesa di S. Bibiana viene investita da importanti ristrutturazioni, affidate al giovane Gianlorenzo Bernini. Bernini decise di abbattere l’antico oratorio dedicato ai Martiri, conservandone solo l’arca funeraria, che venne traslata in S. Maria Maggiore.

Nel Medioevo la zona passa di mano tra vari conventi, per tornare dal Seicento sede di ville suburbane. Di esse la principale è Villa Palombara, di cui sopravvive oggi la sola Porta Alchemica nei giardini di piazza Vittorio. Nel 1585 intanto era stato realizzato l’Arco di Sisto V, monumento celebrativo del completamento dell’Acquedotto Felice. È sempre cinquecentesco il tracciato della via Gregoriana (oggi via Merulana), concepita come quinta scenica per le processioni tra S. Maria Maggiore e il Laterano. Del 1830 è Villa Wolkonsky, ultima delle grandi ville patrizie suburbane. Dopo il 1870 il quartiere viene urbanizzato, come quartiere residenziale della nuova borghesia impiegatizia dell’Italia Umbertina. Il quartiere fa perno sulla grande piazza porticata intitolata al Re Vittorio Emanuele II, con al centro i celebri Giardini. Nel 1950 viene realizzato il prospetto della Stazione Termini, su progetto degli architetti Montuori e Vitellozzi. Nell’area sono presenti importanti musei: il Museo storico della Liberazione, il Museo storico dei granatieri di Sardegna e il Museo nazionale degli strumenti musicali.

Ultima tappa prima del «rientro a casa» è nello storico rione di Trastevere. Trastevere è da sempre l’«altra riva» al di là del Tevere: una Roma allo specchio ma senza grandiosità, schietta e popolare. Il Trans Tiberim è frequentato già in epoca etrusca e diviene pienamente parte dell’Urbe solo al tempo di Augusto: è allora un un rione proletario, multietnico, economicamente dinamico, capace di sopravvivere alle invasioni gotiche e al livore del Medioevo. I papi rinascimentali effettuano alcuni rinnovamenti, tra la Lungara e le basiliche di S. Maria, S. Crisogono e S. Cecilia. Dopo l’Unità d’Italia il quartiere assume l’aspetto attuale, con gli sbancamenti per i Muraglioni e il taglio di Viale del Re. Le figure popolari di Er più, il Belli, Trilussa e Alberto Sordi, mai dimenticate, si muovono ancora oggi tra gli stretti vicoli lastricati di sampietrini.

Quando il piccolo bellicoso villaggio di pastori di Roma prende forma e forza sui Sette colli in riva sinistra del Tevere, l’attuale zona di Trastevere, in riva detra, era semplicemente «l’altra riva», una terra ostile sotto il controllo della città rivale di Roma, l’antica città-stato etrusca di Veio. Ripa Veiens (la «Riva di Veio») o anche Litus Tuscus (il «Lido etrusco») era la denominazione con cui le fonti epigrafiche romane più antiche individuano quest’area. Ma ben presto si affianca un’altra definizione, in negativo, di quest’area che non è più Roma: Trans Tiberim – oltre il Tevere –, ad indicare la separazione geografica e la distanza segnata dal corso del fiume. E la separazione, oltre che simbolica, era soprattutto fisica, perché nella Roma arcaica non esistevano ponti. Prima del Ponte Sublicio (che Tito Livio colloca al tempo di Anco Marzio) l’unico attraversamento era dato da un guado naturale, presso l’Isola Tiberina, che diventa sin dalle origini più remote luogo di incontro e scambi commerciali, fino a diventare il primo porto commerciale dell’Urbe. Dal Ponte Sublicio partono idealmente le due più grandi strade del quadrante: la Via Campana diretta a sud-ovest, verso le Saline alla foce del Tevere, e la Via Aurelia diretta a nord-ovest, verso le città rivierasche del mondo etrusco.

Quando, dopo Anco Marzio, il Trans Tiberim entra nell’orbita romana, l’area si popola dei lavoratori più umili legati alla vita del fiume – marinai, pescatori, scaricatori portuali –, ma anche di numerosi immigrati stranieri, la cui unica ricchezza era data dalla propria forza-lavoro. Trastevere si popola così di stranieri orientali – ebrei, siriani, greci –, che costituiscono ben presto un ceto assai dinamico della Roma Antica. In questa epoca sorge, sul Monte Gianicolo, il Santuario siriaco. Sotto Augusto il Trans Tiberim diventa a tutti gli effetti un quartiere della città di Roma. Il grande riformatore Augusto divide lo spazio urbano della città in 14 «regiones» (quartieri), e il Trastevere ne era appunto la quattordicesima e ultima: la Regio Quattuordecim. Di quest’epoca rimangono oggi il celebre della VII Coorte dei Vigili (antichi vigili del fuoco) e le domus poste sotto le chiese di Santa Cecilia e di San Crisogono. Al tempo delle invasioni gotiche (III sec. d.C.) il Trastevere viene incluso nelle Mura Aureliane. Il rione continua ad essere abitato, senza soluzione di continuità, per tutto il Medioevo.

Trastevere medievale è peraltro un quartiere malsano, dallanomea sinistra. Le vie sono strette e irregolari, al punto che difficilmente possono definirsi vie. Vi erano i cosiddetti «mignani», che erano degli avancorpi sporgenti addossati alle facciate degli edifici per consentire l’accesso alle sopraelevazioni realizzate nei piani superiori degli edifici. I mignani rendevano impossibile il passaggio ai carri e in alcuni punti persino ai cavalli. Il quartiere aveva un aspetto caotico e soffocante, ma già da allora sicuramente popolare e persino pittoresco.

Un aneddoto, narrato da Giuseppe Baracconi, studioso romanista dell’Ottocento, ci porta sino all’anno 1414, per parlare del «Leone di Trastevere». Era consuetudine a Roma, sin dal XII sec., di custodire ai piedi del Campidoglio, in una gabbia, un leone, «simbolo vivente di potenza e maestà», per ricordare a tutti i passanti quale fosse il passato glorioso di Roma. Quando la belva moriva veniva prontamente rimpiazzata con un nuovo esemplare, e pare che questa insolita tradizione si sia conservata per circa tre secoli, fino all’anno 1414. Molti ragazzotti dell’epoca, per dimostrare il proprio valore e sprezzo del pericolo, erano soliti attraversare le sbarre e ottenere così l’ammirazione delle giovani dei rioni. Riporta tuttavia lo studioso Baracconi che in una domenica di novembre di quell’anno un giovane baldanzoso del rione Ripa (allora parte di Trastevere) si avvicinò troppo alla fiera. E il leone, facendo giustamente il suo mestiere di animale selvaggio, lo afferrò con una zampata e ne dilaniò le carni. L’episodio destò una grande commozione, ed è il primo episodio moderno che attesta il carattere popolano e baldanzoso dei Trasteverini. Le autorità cittadine decisero allora si sopprimere il leone, consegnando le spoglie della fiera al caporione del Rione Ripa. Il caporione le seppellì in un suo orto. Pare che da allora abbia cominciato ad associarsi l’immagine di un leone a quella dei fieri, tenaci, schietti e talvolta eccessivamente baldanzosi Trasteverini.

Trastevere del Quattrocento, intanto, cambiava volto. Alla fine del secolo vengono abbattuti i mignani, e vengono ripristinate alcune strade. Tra le casupole caotiche, che spesso crollavano o venivano abbattute, comincia a trovare spazio qualche edificio signorile, anche con un certo sfarzo. Si deve a Papa Sisto IV di aver lastricato i viottoli con dei laterizi incastrati a spina di pesce, e in seguito con i più robusti sampietrini. Siamo arrivati – nel 1586 – ad un successore di quel pontefice: Papa Sisto V. A lui si deve di aver riorganizzato la città, suddividendola in 14 rioni, proprio come le antiche 14 regiones di epoca augustea. Trastevere allora era numerato come XIII rione, ed includeva anche gli attuali rioni Borgo (oggi Stato Città del Vaticano) e, sulla sponda opposta, il rione Ripa.

Quando molti anni dopo – nel 1744 – Papa Benedetto XIV metterà nuovamente mano all’ordinamento rionale della città (con la prima ripartizione moderna dei rioni storici), il rione Trastevere, al momento di assumere un emblema araldico, adotta come proprio simbolo il «caput leonis», la testa di leone, a simboleggiare l’antica memoria. Lo stemma rionale del quartiere, riporta lo studioso Carlo Pietrangeli, è ancora oggi la «testa di leone d’oro in campo rosso». Per la cronaca in quell’occasione il rione Trastevere assume i confini attuali, separandosi dal rione Ripa. Il rione Ripa prese come proprio emblema araldico il timone di una nave.

Trastevere del Sei-Settecento mantiene i suoi caratteri turbolenti. Al punto che viene edificato qui Regina Coeli, il carcere di Roma. Un detto molto popolare ancora oggi recita: «A via de la Lungara ce stà ‘n gradino: chi nun salisce quello nun è romano né trasteverino». L’assetto urbanistico dell’epoca si basa ancora essenzialmente sull’intreccio dei vicoli e delle piccole piazze, come piazza S. Maria in Trastevere, S. Calisto, piazza della Scala e S. Egidio. Spiccano già tuttavia alcuni grandi edifici: il complesso monumentale di S. Michele a Ripa Grande, Palazzo Corsini (oggi sede dell’Ambasciata di Francia e della Galleria nazionale d’Arte antica), Villa Spada (1639, progettata dall’architetto Francesco Baratta e oggi sede dell’Ambasciata d’Irlanda preso la Santa Sede), e Villa Farnesina. E ancora: Villa Lante, Villa Sciarra e Villa Abamelek. La fontana monumentale dell’Acqua Paola, dalla grande piscina, era da sempre la meta estiva dei monelli del quartiere. Questa «romanità monella», eppure animata da un profondo senso religioso e di giustizia sociale, ci è stata ben trasmessa dai sonetti vernacolari del poeta Gioachino Belli (1791-1863).

L’Unità d’Italia porta per Roma, e per Trastevere, una serie di capovoglimenti urbanistici. Il primo di essi è la costruzione dei Muraglioni lungo il Tevere. Si tratta di potenti arginature e opere di sopraelevazione del lungotevere, che mettono la città in sicurezza idraulica, al riparo da inondazioni e dalle malattie connesse ad ambienti insalubri. Da allora Trastevere non conosce più allagamenti, e la situazione sanitaria migliora sensibilmente. Intere porzioni del quartiere – quelle a ridosso del fiume – tuttavia scompaiono, e il quartiere perde anzi quella sua caratteristica portuale e rivierasca che aveva sin dalle origini.

Poco dopo – siamo nel 1886 – viene completato un secondo intervento urbanistico: l’apertura di Viale del Re (che oggi si chiama con il più anonimo nome di viale Trastevere. L’intervento sposta l’asse viario principale dal lungotevere all’interno. Da allora il quartiere si ritrova tagliato esattamente in due da un grande viale alberato sul modello dei boulevards parigini o torinesi. Il quartiere ne acquista il respiro e la permeabilità che mai aveva conosciuto. Il nuovo Ponte Garibaldi permette ora un accesso carrabile in centro città. Insieme con viale del Re vengono realizzate cinque grandi piazze, dotando il quartiere di spazi aperti: piazza Trilussa, piazza Belli, piazza Sonnino, piazza Mastai (con la bella fontana) e, più internamente, piazza S. Cosimato. Tra gli edifici moderni del quartiere che fioriscono in questo periodo meritano di essere ricordati il monumentale edificio del Ministero della Pubblica Istruzione e, successivamente, Villa Leone-Caetani (1922, architetto Tullio Passarelli, oggi sede dei Padri Barnabiti).

Trastevere insomma si avvicina alla città e si riconcilia con essa. Per la prima volta si comincia a parlare al passato della sua fama spaccona e proletaria. Non mancano tuttavia, a cavallo tra Ottocento e Novecento, figure caratteristiche che sembrano oggi appartenere a tempi lontani. Una di esse era il popolano Romeo Ottaviani (1877-1910). Bullo, sciupafemmine e dal coltello facile – ma anche protettore disinteressato dei deboli e oppressi in genere – divenne «Er più de Trastevere», dove il termine romanesco er più (lett. «il più importante») indicava il primo dei bulli del quartiere. Ogni quartiere aveva il suo «Più», ma egli fu senz’altro anche il primo dei bulli di Roma: ricevette un omaggio nel celebre film di Sergio Corbucci «Er più» (1971), dove fu interpretato da Adriano Celentano. Per la cronaca, Ottaviani morì accoltellato a soli 33 anni nella sua Trastevere, in via del Moro.

Negli stessi anni di Ottaviani un altro cittadino acquisiva fama raccontando la ruspante schiettezza della Roma popolare: il giornalista Carlo Salustri (1871-1950), che seguì le orme del Belli con un secolo di distanza, pubblicando le sue opere con lo pseudonimo di Trilussa, che altro non era che l’anagramma del suo cognome. Sia a lui che al Belli sono oggi dedicati nel rione due bei monumenti. Nel rione, in via S. Cosimato, nacque anche un altro celebre artista: Alberto Sordi (1920-2003). Altro fenomeno indice della vivacità del rione è la nascita, nel 1909, della società sportiva Trastevere Calcio, che dal 1925 godette di una certa popolarità e vantava un’accesa tifoseria cittadina. La squadra esiste ancora oggi e milita in Serie D.

Trastevere oggi ha ancora un’identità molto forte. Nel suo essere rione affacciato sul fiume, ha mantenuto la sua caratteristica di cerniera tra mondi diversi e contigui: un piede nel passato e un piede nel futuro; un piede nella Roma popolana, un piede in quella multiculturale del XXI sec. Di giorno i vicoli lastricati di sampietrini offrono al visitatore un irreale silenzio; di notte il quartiere è uno dei centri romani della movida, che alterna le tipiche osterie a vivaci pub e locali notturni.

 

[wl_chord][wl_navigator][wl_faceted_search]