Fosso Affogalasino è un torrente (che in passato, per la maggior portata d’acqua era anche chiamato rio) che ha origine nell’Agro a Nord di Roma e si getta nel Tevere, come affluente di destra, in prossimità del Trullo, nella Piana di Affogalasino. Il fantasioso nome di «affoga-l’-asino» deriverebbe da una disavventura accaduta ad un povero ciuco, annegato nelle acque un tempo impetuose del corso d’acqua.

È tuttavia popolare la suggestiva ipotesi che l’etimo derivi dallo spregiativo epiteto di «asini» con cui erano chiamati i primi cristiani, e dalla consuetudine locale di dare loro il «martirio per annegamento», gettandoli da un ponticello di pietra. «Vige tradizione – scrive il Tomassetti – che, presso la Magliana – ove l’avvallamento dimostra esservi stato un piccolissimo lago fra i boschi dei Fratelli Arvali –, molti pagani, convertiti al cristianesimo, vi fossero affogati. Per disprezzo dei cristiani, creduti adoratori di un dio simboleggiato in una testa d’asino, la località prese il nome di Affogalasino». Questa leggenda troverebbe riscontro nella Passio dei Martiri portuensi Simplicio, Faustino e Beatrice, i cui corpi, gettati da un «pontem lapideum» (un ponte di pietra) arrivarono poi, trasportati dalle acque, fino all’Ansa della Magliana. L’esistenza di un ponticello è confermata dal cronachista Pietro Romano, che gli dà il nome di Ponte di Fogalasino. Fogalasino (o anche Foga l’asino) è in effetti il nome medievale (sopravvissuto fino a tempi recenti) del fosso, della contrada circostante e del viottolo che anticamente lo fiancheggiava, risalendone il corso sino alle spalle del Gianicolo.

Dal 1940 il fosso scorre in canalizzazione sotterranea sotto l’attuale via del Trullo. In epoca successiva sono state interrate anche la tratta successiva, dal Trullo al Tevere, e quella precedente sulla omonima via del fosso di Affogalasino, dal Trullo alla Serenella.

Il Trullo dei Massimi è una tomba romana del I sec. a.C., divenuta dal XII sec. un casale rustico di proprietà della famiglia Massimi. La tomba si trova sulla sponda destra del Tevere all’altezza dello stabilimento Pischiutta e si compone di un basamento quadrato (oggi ricoperto) sormontato da una volta a trullo, simile ad un tumulo etrusco. La struttura era in origine ricoperta di marmo. Attestato in epoca medievale come casale rurale, viene successivamente spogliato dei marmi e abbandonato. Nel 1951 sono state rinvenute alcune lastre marmoree che si ipotizza siano appartenute al sepolcro: una di esse racconta in bassorilievo la storia del Gladiatore Iulius, vincitore di ben cinque giochi consecutivi. Oggi del mausoleo è visibile soltanto la cupola schiacciata, realizzata in muratura a sacco, in tufo e pietrisco, su cui si apre l’unico lucernario. Il Trullo dei Massimi è stato studiato dall’archeologo Mocchegiani Carpano, per la Soprintendenza Archeologica di Roma.

Il mausoleo poggia su una base quadrangolare, a grossi blocchi di pietra, oggi interamente coperta alla vista dalle frequenti alluvioni e dai riporti di terra dell’arginatura del 1926. La struttura è alta complessivamente 5 m rispetto all’originale piano di campagna. A seguito dell’arginatura del 1926 e dei riporti di terra ne vediamo oggi tuttavia soltanto la parte superiore. Le mura esterne si presentano oggi in uno stato precario, dovute a 21 secoli di intemperie del fiume Tevere.

Questa costruzione è stata datata dagli esperti al I sec. a.C.. Essa aveva la base quadrata a grossi blocchi, mentre all’interno il nucleo centrale era costituito da un’ampia cella a pianta circolare. La copertura aveva la forma di una volta a cupola, detta anche «a trullo», leggermente schiacciata nella parte superiore. Il manufatto strutturato a sacco con detriti di tufo, pietra e calce, anticamente era certamente rivestito di marmo e doveva ergersi imponente sulla riva del fiume. L’ingresso, protetto da una cancellata, introduce in un ambiente circolare oggi parzialmente ipogeo (il piano di calpestìo originario era di poco sopraelevato rispetto all’antico piano di campagna).

All’interno, le pareti contengono 7 grandi nicchie simmetriche con finitura in laterizio, dove in antico erano poste le urne cinerarie dei defunti. L’ambiente si completava con stucchi, epitaffi, ritratti e scene di vita in affresco, andati perduti. Il piano di questo sepolcro rimane molto al di sotto dell’attuale livello esterno del terreno. Nella parte superiore della cella circolare, sulla parete rimangono ancora ben conservate e simmetricamente poste, sette grandi nicchie rifinite in opera laterizia.

Si ipotizza che il sepolcro sia appartenuto ad una ricca famiglia urbana, forse del Trastevere e forse di antiche origini etrusche (sembrerebbe indicarlo la scelta edilizia del tumulo, sebbene il rito funerario della cremazione appartenga già al mondo romano). Presso i Romani, secondo la legislazione antica, la sepoltura dei defunti veniva effettuata fuori della cinta muraria della città, e generalmente lungo le strade consolari o secondarie, oppure, come nel nostro caso, lungo il fiume. Questo tipo di tomba era abbastanza comune a Roma. Il nostro «Trullo» o Turlone o «Trullone» (era chiamato anche così) è un tipo di tomba che aveva qualche affinità con il «tumulo» etrusco.

Esternamente il sepolcro era ricoperto in marmo. L’elemento principale rinvenuto è una lastra di marmo lunense cm 120 × 75 × 37, oggi conservato al Museo nazionale Romano. La lastra raffigura in bassorilievo un combattimento tra due gladiatori della classe dei provocatores, con a fianco un terzo e un quarto in attesa (il quarto è incompleto). L’epigrafe è una delle più corte, e insieme delle più curiose che la letteratura latina ricordi, perché contiene la lettera vu doppia. Essa recita soltanto:

 

IUL W

 

La studiosa Sabbatini Tumolesi, chiamata a decifrare la misteriosa epigrafe, l’ha così sciolta:

 

IUL (ius) V ( = quinquies) V (icit).

 

Ovvero: Giulio vinse cinque volte. Giulio è la seconda figuretta di gladiatore, vittorioso in cinque incontri. Al sesto, probabilmente, morì. La doppia v sta dunque a significare l’unione del numerale cinque (il cui simbolo è la lettera v) e dell’azione vicit (vinse). Riportare cinque vittorie consecutive era un grandissimo onore per un gladiatore, una sorta di grande slam dell’antichità, meritevole di essere trascritto sulla sua tomba. Ancora oggi si è soliti indicare i pluri-campioni con l’uso enfatico della lettera W. Se nella tomba avessimo invece trovato lo stesso simbolo rovesciato (la M di missus) o peggio ancora un cerchio (la O di obiit), ciò sarebbe stato ad indicare una sconfitta con grazia (al gladiatore veniva cioè risparmiata la vita), o una sconfitta senza grazia (il gladiatore veniva ucciso, sotto gli occhi in visibilio dei rozzi plebei romani raccolti negli stadi). A fare la differenza fra la grazia o la condanna era un semplice gesto dell’Imperatore: pollice su o pollice giù. Il pollice levato indicava che il gladiatore, seppur sconfitto, aveva combattuto con onore, e meritava di aver salva la vita e di poter combattere ancora. Il pollice verso (per la verità evento piuttosto raro nei giochi gladiatori), indicava che con esso terminavano insieme la carriera e la vita del gladiatore.

Per sei anni, fino al 1956, l’allora sovrintendente Salvatore Aurigemma tira fuori uno a uno i marmi sottratti dal sepolcro. Ne tira fuori in tutto 20, tra cui un’altra bella scena gladiatoria, 3 stele virili togate e una testa. Nel 1981 la studiosa Rita Paris, chiamata a datare il sepolcro in base agli indumenti indossati dai gladiatori, ne conclude che il sepolcro si può datare al primo trentennio del I sec. a.C., grazie soprattutto all’analisi dell’elmo a paratigmidi distinte (a volto scoperto).

Il Trullo, per così dire, ha avuto una seconda vita in epoca medievale. Essa ci è nota soprattutto grazie alle ricerche negli Archivi vaticani condotti dallo studioso locale Emilio Venditti. Venditti ha individuato nel Regesto sublacense, antico registro di atti pubblici, un documento dell’anno 984, nel quale si parla di una mola sul Tevere, collocata «in apendice que vocatur Trullio». Un altro atto, datato 4 aprile 1011, accenna anche alla presenza di un casale, appartenente ad un tale Erminzanote, che viene venduto al Monastero dei Santi Ciriaco e Nicolò. Lo stesso casale, che svolge anche la funzione di sosta lungo la strada e di cappellina per i devoti, viene poi rivenduto alla famiglia romana dei Massimi. Per circa due secoli i Massimi conducono in zona una estesa campagna di acquisizioni fondiarie, fino a consolidare una proprietà unitaria, estesa dalla riva del Tevere all’entroterra. In questo periodo il nome del Trullo si consolida nella denominazione in latino volgare di Trullus de Maximis.

La proprietà dei Massimi sembrerebbe terminare nel 1286. Un documento catastale riporta che in quell’anno il casale viene venduto al prezzo di 300 fiorini. Nel Trecento si attesta in zona un’altra importante famiglia romana, i Merlo. Un documento del 1322 indica tutta la località con il toponimo Contrada Trulli Meruli. Lo studioso Coste, che incrocia queste informazioni con altre successive che collocano in zona un casale di proprietà dei Canonici di Santa Maria in via Lata, ne deduce che il casale del Trullo dovesse aver acquisito dimensioni ragguardevoli, o che sovrintendesse ad una porzione di territorio estesa. Gli scavi archeologici più recenti hanno tra l’altro rilevato, nel pavimento del Trullo, che l’insediamento era anche fornito di un pozzo. Nella prima metà del Quattrocento del Casale si perde ogni traccia. Possiamo ipotizzare una piena eccezionale del Tevere, che abbia travolto le strutture medievali, risparmiando solo i robusti blocchi di pietra della struttura del Mausoleo.

Si torna a parlare del Trullo nel 1458, in un documento del tempo di Papa Pio II. L’interesse che spinge qui gli incaricati pontifici è però ben diverso dai precedenti, e si evince da un libro paga del 1458: «A Mastro Cencio e Mastro Pietro Goputo, co’ manuali, ducati 50 per cavar petre a lo Trullo». Il 21 maggio 1461 un altro libro paga riporta l’acquisto di «25 barili de vino corso, dato pe’ li manuali e scarpellini, li quali ano lavorato a cavar marmi a lo Trullo». A distanza ravvicinata un altro documento riporta: «A Mastro Petro marmoraro, per costo di subbia e mazzola pe’ li scarpellini a lo Trullo». E un altro ancora: «A Palombello carraro e Giorgio Schiavo carraro, per carreggiatura de marmi da lo Trullo». Altre somme di denaro sono date «A li 23 de gennaro 1462 a Mastro Silvestro per tiratura de sette carrate de marmo condocti co’ suoi bufali da esso Trullo a esso fiume». Da questa nota si evincerebbe che i marmi più pesanti vengono caricati su imbarcazioni, e di lì trainati da buoi in risalita lungo il fiume fino a Roma. Per quattro anni circa, dunque, dal 1458 al 1462, viene operato al Trullo un grande saccheggio di pietre nobili, che lo riducono alla condizione miserevole di oggi, in cui rimangono solo le scheletriche murature in tufo. Il Lanciani, nella sua Storia degli scavi di Roma, edito nel 1912, arriva peraltro alla stessa conclusione senza aver consultato gli archivi vaticani, ma semplicemente osservando la nudità delle murature a sacco, prive di coperture in laterizio. Possiamo immaginare che quei marmi siano finiti a Roma, per alimentare il grande cantiere papalino che preparava il risveglio dal lungo sonno medievale.

L’ultima notizia documentale del Trullo risale al 1547. Nella Mappa della campagna romana del cartografo Eufrosino della Volpaia il luogo è citato solamente con il nome di Turlone.

Nel 1951 una draga urta casualmente un relitto navale, sulla riva destra del Tevere all’altezza del km 6,300 della via Ostiense, di fronte al Trullo dei Massimi. Il pesante carico in essa contenuto rende impossibile la rimozione e, quando i sommozzatori si calano all’interno per un intervento, davanti a loro si offre lo spettacolo dell’intero bottino di spoliazione di un sepolcro romano, molto probabilmente il nostro Trullo.

In anni poco lontani il Trullo è stato nuovamente oggetto dell’interesse della Soprintendenza, con una campagna di studio, pulizia e svuotamento (il sepolcro risultava riempito da fanghi alluvionali), e con l’aggiunta del cancello di ingresso per impedire che balordi vi si accampassero. Il Trullo oggi giace abbandonato sul piè d’argine fluviale. Gli ortolani sono soliti chiamarlo Torraccio, o al femminile Torraccia. Eppure, abbiamo riscontrato con piacere, ciascuno di loro conosce che la Torraccia è il nobile mausoleo che dà il nome al moderno quartiere Trullo, ed è disponibile ad indicare ai visitatori la strada non agevole per arrivarvi. Il Trullo si trova alle spalle dello Stabilimento Pischiutta di via delle Idrovore della Magliana, 49. Si può raggiungere in automobile il Collettore della Maglianella e di lì proseguire a piedi lungo il piè d’argine sul vecchio selciato dei bufalari. Occorre procedere fino al traliccio dell’alta tensione. Il mausoleo è lì accanto. Sono state segnalate tuttavia diverse situazioni di pericolo, che rendono sconsigliabile andarci da soli: cani sciolti, insediamenti abusivi, allagamenti in periodo invernale.

Le Grotte di Montecucco sono una cava sotterranea di Epoca Arcaica. Durante la lunga fase delle Guerre di Roma contro Veio (509-396 a.C. circa) le grotte segnano, con alterne vicende, il confine territoriale fra le due città-stato: entrambe le culture vi collocano la residenza del Dio Silvano (Selvans per gli Etruschi, Silvanus per i Latini). La frequentazione moderna è attestata da un contratto del 1451, e ancora nel 1547, nella mappa di Eufrosino della Volpaia. Ai primi del Novecento le grotte diventano rifugio antiaereo annesse al Genio militare. Si ipotizza che le grotte fossero unite con con gli edifici in superficie: le torri Cocchi e di Papa Leone, Villa Koch e il Casalone, e le più recenti Torre Righetti, Villa Usai e Villa Baccelli.

Veio è una città-stato etrusca, nata nel X sec. a.C., una ventina di chilometri a nord del Palatino. È una cittadina tutto sommato piccola (si pensi alle già fiorenti Tarquinia, Vulci, Cære); tuttavia ha caratteristiche destinate a farne per più secoli la più irriducibile avversaria di Roma. Sorge su un altopiano fortificato, protetto da 8 km di mura e da un lago artificiale; gode dell’alleanza religiosa e militare delle città della koinè etrusca; e soprattutto Veio si trova sul crocevia di due grandi rotte commerciali: quella lungo il Tevere, da cui Fenici e Greci risalgono nell’entroterra; e quella tra nord e sud Italia, cioè tra mondo etrusco e un mondo ancora tutto in formazione, da cui emergeranno i Latini e Roma.

In questa situazione privilegiata la piccola Veio consolida nel IX sec. a.C. il suo potere sulla riva destra del Tevere, per un tratto di circa 30 km, dall’attuale Monte Mario fino alla foce, a cui Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia (III, 53), darà il nome di «Ripa Veiens». La Ripa Veiens ha una geografia piuttosto semplice. Ad est c’è una cittadella fortificata con poderose mura (di recente identificata con il grande «oppidum» di Colle Sant’agata a Monte Mario). La seguono, procedendo verso ovest lungo il Tevere, alcuni popolosi insediamenti fortificati: ve n’era uno nell’Ager Vaticanus, un altro sul Gianicolo, e un altro nell’ordierno Trastevere.

Superato Trastevere non ci sono più insediamenti stanziali, ma 7 avamposti militari a presidio del Tevere, con relative stazioni commerciali. I navigatori greci chiamano questi sette presìdi «Πάγοι» (Epta Pagoi) e più tardi i Latini li chiameranno «Septem Pagi», cioè i sette villaggi. Su di essi però le fonti sono avare: uno di essi di chiamava «Careia» e presidiava il Rio Galeria, affluente di destra del Tevere. Probabilmente ce n’era un altro insediamento, chiamato «Allias», a guardia del Rio Magliana, e più probabilmente c’era un avamposto per ogni foce di corso d’acqua di una qualche entità (navigabile), che mettesse in comunicazione diretta il Tevere con l’interno. Una certa importanza doveva avere anche il Rio Affogalasino, che è il primo fiumiciattolo navigabile dopo il Gianicolo: gli archeologi, è opportuno dirlo, non vi hanno trovato finora alcun insediamento etrusco; e tuttavia hanno riconosciuto, nella Collina di Monte Cucco che domina l’estuario del Rio Affogalasino nel Tevere, un vistoso sbancamento attribuibile ad una cava di tufo in blocchi e polvere di pozzolana, a cielo aperto, che affonda le sue origini in Epoca arcaica. La cava presenta ampi tratti in galleria, che in alcuni punti si aprono in cameroni ipogei ancora oggi presenti. Giunti alla foce del Tevere troviamo l’ultimo degli insediamenti etruschi, a guardia delle saline costiere.

Veio sviluppa floridi commerci lungo il Tevere, basati soprattutto sul sale, che scambia con Greci e Fenici per ceramiche e tessuti. I Veienti, nella ricchezza di beni materiali, possono dedicarsi così all’attività preferita della cultura etrusca: la «bella vita», fatta di pace e prosperità. A metà dell’VIII sec. a.C. si affaccia però sulla scena un rozzo e prepotente villaggio di pastori sul Colle Palatino: Roma. Non ci vuole molto per i Veienti per capire che Roma, speculare a Veio sulla riva sinistra del Tevere, è il suo doppio, uguale e opposto. Per dirla con le parole degli storici è la sua «antipolis»: la prosperità Roma significa la povertà di Veio, e viceversa.

È Veio ad aprire le ostilità con Roma nel 750 a.C., secondo i racconti degli storiografi Tito Livio e Plutarco, che si intrecciano con la leggenda della fondazione di Roma. Il suo fondatore, Romolo, ha da poco occupato il villaggio etrusco di Fidene. E Veio, riporta Livio dei suoi Ab Urbe condita Libri (I, 15), in ragione del «comune sangue etrusco» prende le armi contro Roma. Dopo alterne vicende Romolo riporta una netta vittoria, e insegue i Veienti fino sotto le loro mura. Il trattato di pace che ne segue consente ai Romani una prima penetrazione commerciale nei Sette Pagi e nelle Saline, e porta con sé una tregua («indutiæ») della durata di 100 anni. La «Silva Mœsia» (letteralmente: il bosco di mezzo che abbraccia tutto il Territorio Portuense), rimane invece sotto l’esclusivo controllo etrusco. Il successore di Romolo, il pacifico Numa Pompilio, rispetta la tregua. Qualche scaramuccia c’è al tempo del re Tullo Ostilio, che, impegnato in azioni di guerra contro i Sabini, presta il fianco ai Veienti per alcune azioni di brigantaggio. Ma non si arriva allo scontro aperto, perché la tregua dei cento anni è ancora valida. Riporta Livio (I, 30): «Valuit pacta cum Romulo indutiarum fides», prevale il rispetto dei patti di tregua stipulati con Romolo.

Con il bellicoso Anco Marzio la tregua scade. Livio non è preciso nel dirci come Anco Marzio abbia fatto guerra ai Veienti. Si limita a riassumene l’esito (I, 33): «Silva Mœsia Veientibus adepta, usque ad mare imperium prolatum», la Selva di mezzo viene strappata ai Veienti, e il potere di Roma si estende sino al mare. Alla foce Anco Marzio fonda peraltro la prima colonia romana: «in ore Tiberis Ostia urbs condita, Salinæ circa factæ», e lì vicino crea le Saline.

Con i successori, i tre «Re Tarquini», Roma finisce per un centinaio di anni sotto il protettorato della città etrusca di Tarquinia. Per Veio questo periodo coincide con un secolo di tranquillità, in cui i Veienti commerciano indisturbati lungo le rive del Tevere, in coabitazione coi Romani. Non era difficile, per le campagne portuensi, incontrare sia Etruschi che Romani, che certo non nutrono simpatie reciproche, ma in questo periodo si sopportano senza grossi problemi. Al tempo di Servio Tullio, a dire il vero, succede che una tregua pluriennale scade senza essere rinnovata. Immediatamente Servio Tullio muove un esercito verso Veio e ha qualche successo militare, ma la guerra si conclude con quache ritocco del confine e una nuova tregua pluriennale. La cacciata dell’ultimo re, Tarquinio il Superbo, segna l’inizio di un secolo di guerra vera.

Nel 509 a.C., riporta Terenzio Varrone, i Romani pongono fine al protettorato di Tarquinia e instituiscono la magistratura dei consoli, con il compito di guidare la nuova Res Publica. Uno dei primi consoli, Publio Valerio Publicola, si ritrova a fronteggiare un esercito di Veienti in marcia verso Roma. Riporta Livio (II, 6): «Veientes … amissa repetenda minaciter fremunt», i Veienti femono minacciosi per riprendersi la terra persa. Publio Valerio Publicola, sperimentando con successo la tecnica militare della fanteria ordinata in «quadrati», disperde i Veienti. Facendo un po’di umorismo Livio racconta: «Veientes, vinci ab romano milite adsueti, fusi fugatique», i Veienti vengono dispersi e messi in fuga, ma d’altronde erano già abituati a prenderle dai Romani. Sulla scena entra intanto il re etrusco Porsenna, Lucumone di Chiusi. A Porsenna di Veio importa ben poco: gli importa invece di porre un freno all’espansione di Roma nell’entroterra. Porsenna ha qualche successo, al punto di costringere i Romani ad un onorevole accordo, di cui finiscono per beneficiare i Veienti. Nel «Trattato del Gianicolo» si riassegna la riva destra per intero agli Etruschi, con la sola esclusione del Gianicolo e delle Saline, che restano ai Romani.

Ne segue un periodo di relativa tranquillità, in cui anche le croniche tensioni tra il patriziato e la plebe di Roma paiono trovare una composizione in leggi eque. Una di queste ad esempio nazionalizza il sale: «Salis quoque vendendi arbitrium in publicum omne suntum, ademptum privatis», il commercio del sale viene tolto all’arbitrio dei privati e avocato a sé dallo Stato (Livio, II, 9). Un nuovo nemico esterno, i Volsci, concede ai Veienti l’ennesimo periodo di tregua. Con i Volsci, a cui si aggiungono anche Equi e Sabini, la guerra è dura. Al punto che Roma precipita in una lunga fase di miseria. Tra i plebei molti vengono colpiti dal «nexum», la riduzione in schiavitù per debiti, e la plebe, in risposta, si ritira sull’Aventino. I Veienti approfittano largamente della debolezza interna di Roma, e alimentano continue scorribande in territorio romano, con modalità simili al moderno brigantaggio. Roma da parte sua sopporta con pazienza le scorribande dei Veienti: c’è qualche combattimento quando i Veienti si fanno troppo vicini, prepotenti o avidi ma, una volta respinti e costretti a precipitose ritirate entro le mura di Veio, non c’è una seria volontà di inseguirli né dar vita alla «dimicatio ultima», la battaglia risolutiva.

È utile, a questo punto, parlare di una figuretta minore del pantheon arcaico di Roma, comune con il pantheon etrusco, che secondo la tradizione prende parte all’interminabile e poco virile disputa tra Etruschi e Romani. Vuole la tradizione che in ampie grotte su Tevere, che non è difficile identificare proprio con le grotte di Monte Cucco, abbia risieduto il dio agreste Silvano. Più precisamente, secondo gli Etruschi abita qui il dio Selvans, e secondo i Romani abita qui il dio Silvanus: ma si trattava per entrambi della stessa divinità. Di un sacrificio a Silvano compare tra l’altro traccia anche negli Atti degli Arvali (redatti in epoca imperiale), testimoniandone tra l’altro una certa longevità nel culto. Dunque, secondo la tradizione, Silvano è una divinità rurale, che presiede alle selve e alle campagne, e protegge il bestiame e gli orti. Per estensione è però anche il nume tutelare della proprietà e delle frontiere, come in effetti sono una frontiera territoriale, tra Roma e Veio, le stesse grotte in cui Silvano risiede.

Silvano è raffigurato come un vecchio vigoroso dalla barba irsuta, che vagabonda miseramente vestito, attento al controllo della frontiera e armato di un pesante tortòre per respingere gli invasori. Non si sa bene chi debbano essere gli invasori: sono Romani visti dalla parte etrusca, e viceversa. Selvans/Silvanus è una sorta di tertius arbiter, una figura neutrale dal carattere retto e bonario, che mal tollera però i cambiamenti dei limiti fissati. Proprio per questo a Silvano sono associati caratteri di burbero, insofferente alla vita associata e capace talvolta di manifestazioni grevi o persino misogine (avversava partorienti e neonati e spaventava i contadini facendo rimbombare nelle grotte la voce fragorosa).

Una leggenda attribuisce infine a Silvano un inusuale arbitrato nelle guerre etrusco-romane. In effetti, nei suoi libri sulla storia di Roma, Livio parla in tutto di ben 14 guerre, datate tra V e IV sec. a.C. Ma in realtà si tratta di poco più che battaglie, che scoppiavano ogni qualvolta le frizioni permanenti sfociavano in saccheggi. La guerra endemica contro i Veienti era insomma pazientemente sopportata, fin tanto che era possibile, e lo strumento delle «indutiæ», le tregue pluriennali, era funzionale ad una mancanza politica a Roma per muovere una guerra su vasta scala al mondo etrusco che risolvesse la questione. Il conflitto si trascinava così stancamente, al punto che i due eserciti combattevano di giorno, e la sera, durante le sospensioni notturne, si incontravano quasi bonariamente, per assegnare la vittoria giornaliera, contando il numero dei rispettivi caduti. Ad un certo punto il dio Silvano, stanco di questo massacro, infinito e assai poco virile, interviene proclamando a gran voce da dentro le grotte la vittoria ai Romani. Atterriti dalla roboante sentenza divina, gli Etruschi decidono da allora di rientrare nei confini.

Ritroviamo in seguito il dio Silvano con il nome di Marte-Silvano, essendo stato assimilato col tempo al dio Marte. Catone, nel De Agricoltura, riporta la cerimonia del «votum Martisilvani pro bubus uti valeant», per la salute del bestiame. L’offerta consisteva in un piatto di granaglie e pancetta rosolati nel vino («cocere in unum vas … farris, lardi, vini»), da ripetersi per ciascun capo di bestiame posseduto.

La leggenda di Silvano, tuttavia, come spesso accade, contiene una rappresentazione per metafora di una realtà storica. E la realtà storica è che dal 482 a.C. la guerra cambia registro, e finita la fase di stanca, riprende con una fase di rinnovato vigore che va sotto il nome di «bellum privatum» (Livio, II, 43). È una guerra privata perché ad animarla non è l’esercito di Roma, ma un’intera famiglia romana, la Gens Fabia, contrapposta ad un’intera città: Veio. Tutto inizia quando il console Quinto Fabio Vibulano, della famiglia dei Fabii, reagisce all’ennesima scorribanda dei Veienti: quella che doveva essere però un’azione poco più che dimostrativa si rivela per i Romani una sonora sconfitta, e uno smacco personale per il console. Il console chiede rinforzi per vendicare l’affronto, e i Veienti chiedono rinforzi per ottenere una seconda vittoria. Parte da qui l’escalation e la corsa alla rivalsa della Gens Fabia.

Al console di rinforzi ne arrivano ben pochi. A Veio invece di rinforzi ne arrivano tanti. Specifica Livio: «non tam Veientium gratia concitata, quam quod in spem ventum erat discordia intestina dissolvi Rem Romanam posse», non per vicinanza spirituale a Veio, ma nella speranza che quella fosse la volta buona che Roma, logorata dalla lotta intestina, cadesse. La volta buona però non arriva per nessuna delle due parti in lotta: ogni anno, con la buona stagione, ripartono le ostilità, che la tregua invernale interrompe. E nessuna annata è quella risolutiva. Si instaura una situazione di pace armata in cui nessuno è disposto a perdere, ma nessuno ha abbastanza forza per vincere. Il Senato di Roma, da parte sua, è contrario a muovere le legioni contro Veio, distogliendole dai fronti con Equi e dei Volsci. La Gens Fabia ottiene così dal Senato una sorta di delega in bianco, a condurre in proprio la guerra contro Veio. I Fabii si impegnano a finanziarla per intero, senza chiedere a Roma né un soldo né un soldato. I Fabii hanno il solo obbligo di compiere ogni azione in nome dell’autorità di Roma, per evitare, in caso di vittoria, che la Gens Fabia si secedesse da Roma rivendicando un regno suo. I Fabii conducono la loro guerra di famiglia con le stesse tecniche del nemico: la guerriglia. Li provocano, gli rubano mandrie e raccolti, e li portano ogni volta sino al punto di scendere a dare battaglia in campo aperto, fermandosi però un attimo prima.

E si arriva così al primo reale episodio di guerra combattuta. Nel 477 i Veienti, temibili e determinati, attendono l’esercito dei Fabii presso il torrente Cremera, li sorprendono, e con un’azione in larga scala uccidono fino all’ultimo componente della truppa dei Fabii. Riesce a salvarsi solo Quinto Fabio Vibulano. I Vienti prendono coraggio e muovono un esercito alla volta di Roma, riprendendo il controllo del Gianicolo, loro antico avamposto. È qui che Vibulano guida un contrattacco, che costringe i Veienti al precipitoso abbandono del Gianicolo e al ritiro entro le loro mura. Inevitabilmente, ogni volta che il Gianicolo, come un interruttore, è chiuso o spento, le rotte commerciali si postano verso ovest, lungo le rotte dei torrenti, allora navigabili, che da Veio portavano al Tevere. Come il Rio Galeria, o il Rio Affogalasino, che sfocia proprio sotto le grotte di Montecucco. Le grandi grotte di Monte Cucco debbono essersi rivelate in questo periodo di grande utilità, soprattutto per lo stoccaggio delle merci in attesa di arrivare a Veio lungo il corso del Rio affogalasino.

Comunque, due anni dopo, siamo nel 475 a.C., i Veienti tornano ad attaccare, alleati dei Sabini, e opposti a Romani, alleati latini ed Ernici. Ci sono i presupposti per una ripresa della guerra su vasta scala. Succede invece che la cavalleria di Publio Valerio Publicola ha la meglio e le azioni si fermano lì. Di lì a breve viene siglata un’altra tregua pluriennale, della durata di ben 40 anni. Roma è ben lieta di accettare, e rivolgere così le attenzioni militari ad Equi e Volsci. È un periodo burrascoso anche sul piano politico, del resto, in cui a Roma si instaura la dittatura dei Decemviri e vedono la luce le Leggi delle XII tavole. La situazione torna a complicarsi nel 438 a.C., quando la colonia romana di Fidene si consegna al nuovo re di Veio, Lars Tolumna. Roma invia subito degli ambasciatori a chiedere spiegazioni e in tutta risposta Tolumna li fa uccidere. L’uccisione degli ambasciatori, contrario allo ius gentium, è la miccia che riapre la guerra. Il console Lucio Sergio Fidenate riporta delle vittorie, ma a grande prezzo di vite umane. Il suo successore, Mamerco Emilio, riprende le ostilità, portando la battaglia sotto le mura di Fidene. I Veienti, alleati dei Falisci, si difendono con grande valore. L’azione decisiva la compie il tribuno Aulo Cornelio Cosso, che vince in battaglia Tolumna e ne spoglia il cadavere, riparando l’oltragio subit dagli ambasciatori.

Nel 435 a.C. i Veienti ci riprovano. Tocca al dittatore Quinto Servilio Strutto respingerli e mettere nuovamente sotto assedio Fidene, che finalmente cade. La notizia della caduta di Fidene ha però grande risonanza il tutta la koinè etrusca, al punto che per la prima volta la questione tra Veio e Roma viene percepita come una guerra per la sopravvivenza tra due mondi alternativi: quello quello etrusco e quello romano. Per la prima volta si ha cioè la percezione dell’impossibilità di convivenza tra i due popoli. Dei messaggeri di Veio raggiungono le Dodici città del mondo etrusco, e convocano un’adunanza presso il Fanum Voltumnæ, nell’attuale Orvieto. I rappresentanti della Dodecapoli, al Tempio, decidono però di non intervenire subito: i Veienti hanno aperto le ostilità con Roma, per ora se la sbrighino da soli.

È in questo momento che Roma riprende le armi contro Veio, per chiudere la partita. Neanche Roma, a dire il vero, dispone di grandi forze. Sorprendentemente i Veienti hanno la meglio, riprendono Fidene e fanno strage di coloni romani. Richiamato in fretta Mamerco Emilio alla carica di dittatore, Emilio ingaggia sotto Fidene la battaglia campale. I Veienti accettano finalmente la sfida in campo aperto e in un primo tempo hanno il sopravvento. La contromossa sono le cariche di cavalleria di Aulo Cornelio Cosso, che circonda gli attaccanti e compie a sua volta un massacro. Coloro tra i Veienti che riscono a fuggire si riversano sul Tevere, dove muoiono per annegamento. Fidene viene distrutta e gli abitanti vengono venduti come schiavi. Sulle rovine viene sparso il sale.

Con lo scadere dell’ennesima tregua, nell’anno 408 a.C., la strada per Veio è aperta, e un ritardo da parte di Veio nel pagamento delle riparazioni di guerra, provoca la ripresa delle ostilità. Un esercito di Romani composto da militari, guidato da tribuni militari, ottiene facili successi, e giunge fin sotto le mura di Veio, mettendo la città sotto assedio. Con l’assedio della capitale nemica la guerra entra nella sua fase conclusiva. Eppure il Senato romano non ha una gran voglia di impegnarsi in operazioni militari, almeno fino a che le guerre con Vosci ed Equi sul fronte sud-orientale non si siano concluse. C’è poi il rischio che la Dodecapoli etrusca, di fronte al rischio della capitolazione di Veio, si decida e muova guerra a Roma, aprendo un conflitto su vasta scala. Sul fronte etrusco però la nuova adunanza riunita al Fanum Voltumnæ non ha fretta di accordarsi per dichiarare guerra a Roma. La situazioni si sblocca quando Roma espugna Artena ai Volsci, e libera così truppe per dare la zampata decisiva a Veio. In quel tempo Veio attraversa dei sommovimenti interni, ed elegge un nuovo re, che non gode del favore delle altre città etrusche. Gli alleati etruschi, riuniti al Fanum Voltumnæ, così colgono l’occasione e rinviano il sostegno militare a Veio fino a che il nuovo re fosse rimasto al potere.

Roma nell’inverno di quell’anno non sospende, come consuetudine, le operazioni di assedio: paga invece il soldo ad un esercito stipendiato, affinché l’assedio a Veio non concedesse tregua. All’esercito stipendiato si aggiunge presto un esercito di volontari, proveniente dalla plebe romana. Qualche rinforzo per la verità arriva anche a Veio, da parte di Falisci e Capenati. La guerra ha una nuova fase di stanca, e in soccorso di Veio arrivano pure Falerii e Tarquiniesi.

Intanto a Roma succede un piccolo disastro: l’arrivo a Veio di poche milizie volontarie ma provenienti da tutte le città etrusche, lascia intendere al Senato che da lì a breve le città etrusche avrebbero davvero mosso guerra a Roma. Non vi era nulla di più inesatto: al Fanum Voltumnæ si agitavano venti di guerra, ma si pensava a tutto fuorché a Roma: il nuovo pericolo – i Galli Senoni di Brenno – minacciava le frontiere settentrionali del mondo etrusco. Fatto sta che a Roma la notizia dei volontari giunti in soccorso di Veio giunge ingigantita, come se il contrattacco veiente fosse ormai imminente. In questo clima viene nominato dittatore Marco Furio Camillo, e viene proclamata come di consuetudine la legge marziale. Furio Camillo imprime alla guerra l’accelerazione risolutiva. La narrazione di Livio (V, 19), sempre misurata, si apre qui in uno dei rari slanci lirici, e ci dà la misura del morale dei Romani: «Iam Ludi Latinæque instaurata erant, iam ex lacu Albano acqua emissa in agros, Veiosque fata adpetebant». Già i Giochi Latini erano stati aperti, già l’acqua dell’emissario del Lago di Albano nutriva i campi, e già il destino segnava la sorte di Veio.

Il nuovo magister equitum Publio Cornelio Scipione rimette ordine nell’esercito, indice una nuova leva, arruola truppe volontarie latine ed erniche, e si trasferisce a Veio, per seguire da vicino le operazioni di assedio. Furio Camillo intanto sbaraglia a Nepe gli alleti di Veio Falisci e Capenati, e giunge anche lui sotto Veio, prendendo parte all’assedio. Improvvisamente però tutte le ostilità cessano. Questo episodio viene narrato da Livio con grande pathos, come se stesse raccontando le fasi finali della guerra di Troia. In gran segreto tutti i militi romani vengono messi a scavare: si tratta dello scavo di una grande galleria, per arrivare a portare la guerra sin dentro Veio, aggirandone le mura. Racconta Livio che i soldati fanno turni di 6 ore a ciclo continuo, anche la notte.

Un altro aneddoto raccontato da Livio vuole che Furio Camillo, ormai prossimo a completare la galleria, abbia inviato emissari al Senato per chiedere cosa fare dell’immenso bottino che si immaginava di trovare a Veio. Il Senato, con una risposta che galvanizzerà la plebe romana, con un pubblico editto risponde grossomodo così: chi vuole il bottino di Veio, deve andarselo a prendere. È così che la plebe di Roma all’istate abbandona i lavori agricoli e si riversa in massa sotto le mura di Veio. Furio Camillo scatena improvviso un assalto alle mura di Veio, che in realtà è un diversivo, ma i Veienti ci cascano in pieno. I Veienti accorrono in massa a difendere le mura cittadine. Ed è in quel momento che l’Esercito Romano penetra a Veio dalla galleria scavata sin nel cuore della città etrusca. Ogni resistenza viene soggiogata nell’arco di una giornata. L’anno è il 396 a.C.. Ed è la fine di Veio. Il saccheggio della città, la deportazione dei Veienti, e la ripartizione dell’Ager Veietanus tra la plebe di Roma chiudono definitivamente la partita.

Delle Grotte di Monte Cucco si torna a parlare nel Medioevo. Se ne parla in un contratto data 14 novembre 1451. I contraenti sono un tale Paluzzi Ponziani e un tale Ceccolella, per la vendita di «sette cavallate di mosto» in località «Grotte del Trullo dei Massimi». La «cavallata» è un’unità di misura fiscale, che equivale al mantenimento per un anno di un soldato a cavallo, cavallo compreso. Con un grande approssimazione potremmo stimare una cavallata in 50.000 euro, e in 350.000 il valore del mosto. È una somma davvero ingente, che lascia intendere come le Grotte siano diventate una sorta di cantina vinicola per lo stoccaggio dell’intera zona circostante, coltivata a vigna. Scrive Venditti: «Il mosto trasportato in questa descrizione conferma l’esistenza di grossi appezzamenti di terreno coltivato a vigna in tutto il comprensorio. Tutte le colline che da Monte Verde e il Portuense si estendono fino alla piana del Tevere e all’inizio dell’Agro Romano, con i loro declivi assolati, si adattavano magnificamente alla coltura viticola, a cui i Romani da sempre volentieri avevano rivolto l’attenzione». Lo stesso Venditti riporta dell’impianto su queste colline, a inizio del Cinquecento, di un pregiato vitigno spagnolo, in sostituzione delle uve locali. Il promotore di questa iniziativa sarebbe stato Papa Leone X dei Medici, «toscano e raffinato intenditore del buon vino, anche se malaticcio e sofferente di stomaco» (Venditti).

Nell’anno 1547 ritroviamo le grotte citate nella carta topografica di Eufrosino della Volpaia. In essa è scritto, e persino disegnato, il toponimo «Grotte delle Fate». Nel suggestivo nome rimane traccia di un’area magica di questo luogo, che si portava forse appresso dall’apoca del dio Marte Silvano. Sappiamo inoltre che intorno alle grotte sorgeva un casale, la cui traccia è stata individuata dal Tomassetti. Tuttavia a fine Cinquecento, del «Casale della Grotta delle Fate» non vi è più traccia, e il al suo posto il latifondo è indicato con un generico «hoggi vigna».

È opportuno dare un’occhiata ad alcuni edifici che sorgono in prossimità delle Grotte di Montecucco. Villa Koch è una dimora signorile nella collina di Monte Cucco, datata attraverso un’epigrafe al 1607. Annesso a Villa Koch si trova un corpo longitudinale più basso, è indicato nelle mappe locali come Vaccheria Prosperi. Per quanto noto, la proprietà degli edifici è privata (è in corso un passaggio per compensazione al Comune di Roma). L’edificio storico è parzialmente crollato, mentre la Vaccheria ha perduto il tetto e presenta forti elementi di degrado. Non è visitabile, non è visibile da strada. L’edificio è stato studiato dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma, che ha redatto la scheda inventariale n. 970747 (R. Banchini, catalogatore J.R. Peixoto). Il Piano d’assetto della Riserva Valle dei Casali prevede il recupero del corpo della Vaccheria. Prevede inoltre, poco distante, la realizzazione di un polo agro-ambientale e turistico-rurale, con la risistemazione dell’area intorno viale Isacco Newton, che dovrà diventare un giardino pubblico con zone di sosta collegate da un percorso ciclabile.

Torre Cocchi è una posta commerciale del Primo Ottocento, sorta a fianco di una vedetta semaforica. La struttura insisteva sul vecchio tracciato di via della Magliana (oggi dismesso e inerbito) ed è oggi interclusa. Si sviluppa su una pianta a L e si compone di un casaletto a due piani che ingloba una preesistente torre semaforica (repertorio delle Belle Arti 970748, R. Banchini e J.R. Peixoto) e un corpo laterale addossato alla parete tufacea delle Grotticelle. Distanziata si trova una stalla, unita con un altro casale, censito dalle Belle Arti (n. 970749). La torre prende nome dall’italianizzazione di Koch, la famiglia svizzera proprietaria nel Seicento della Villa di Monte Cucco. A poca distanza si trovano un altro casale con torre, Casalone, Torre Righetti e le ville Usai e Baccelli.

Casale Zuccari è un casale rurale del Primo Ottocento, sul versante sud della Collina di Monte Cucco. Vi si accede da via del Trullo, da cui si distacca vicolo del fosso di Papa Leone. Il casale è posto al civico 8. L’aspetto è quello di un casaletto della campagna romana a doppia elevazione, con copertura lignea a doppia falda. Da esso si stacca in forma di avancorpo una torre semaforica a pianta rettangolare. La torre, probabilmente di epoca precedente, faceva il paio con l’altra torre posta a presidio del versante est della collina. Il casale è stato studiato dalle Belle Arti con il numero 970755 (R. Banchini, catalogo di J.R. Peixoto). Insieme con le Grotte delle Fate, Villa Koch, Casalone e le più recenti Torre Righetti, Villa Usai e Villa Baccelli, forma l’insediamento rurale di Montecucco. Ulteriori sistemazioni delle gallerie avvengono durante la Seconda guerra mondiale, con l’annessione all’impianto del Genio di Trullo e Magliana e la loro trasformazione in deposito militare e rifugio antiaereo. Esiste una memoria popolare al riguardo. Essa vuole che, alla conclusione della Seconda guerra mondiale, le grotte siano state stipate di armi e per sempre murate.

Da informazioni prese dagli attuali frequentatori di Montecucco pare che oggi sia possibile entrare dentro le grotte attraverso le cantine di Torre Cocchi e di Villa Baccelli, e ovviamente dal Genio militare. Un’apertura presente nella Collina di Montecucco è ancora oggi presente ma si sconsiglia di percorrerla.

La Chiesa del Casaletto è la sede della Parrocchia Santa Maria del Carmine e San Giuseppe al Casaletto (la 24a del Vicariato di Roma). La «piccola parrocchia» del Casaletto dà origine al toponimo circostante di Parrocchietta.

Il breve «In supremæ potestatis» di Clemente XIII attesta nell’area, precedentemente al 1781, l’esistenza di una vicecura, svolta da un vicario rurale della parrocchia di Santa Maria in Trastevere. La nuova parrocchia viene eretta dal pontefice Pio VI l’11 maggio 1781 con il breve «Divina virtutum». Viene affidata al clero diocesano di Roma. Il territorio è ottenuto da quello delle parrocchie di S. Maria in Trastevere e di S. Cecilia in Trastevere. Con un successivo atto del 28 dicembre 1781 vengono definiti i confini con la Diocesi suburbicaria di Porto e Santa Rufina («Decreta Vicariatus», anno 1781, foglio 399, atto del notaio rotale Odoardo Faraglia). L’amministrazione parrocchiale passa in data non nota (probabilmente a metà Ottocento) ai Monaci Silvestrini. In forza della legge n. 1402 del 19 giugno 1873 il cimitero annesso alla parrocchia viene indemaniato, passa cioè al demanio comunale di Roma. Stessa sorte tocca all’edificio parrocchiale.

Il Monumento ai Caduti della Parrocchietta è un’opera memoriale a ricordo dei soldati e ufficiali del quartiere che morirono durante la Prima guerra mondiale. L’opera viene realizzata nel 1923 e si compone di un basamento a blocchi di tufo, su cui poggia la statua in bronzo di una Vittoria dolente, realizzata dallo scultore Torquato Tamagnini: l’alloro nella mano sinistra simboleggia la vittoria; la mano destra poggiata a terra nell’atto di deporre un ramo simboleggia il sacrificio dei giovani soldati. La lapide memoriale riporta i nomi di 7 graduati (tra i quali il capitano Mazzantini e il sottotenente Urbani) e 33 soldati semplici, accompagnati dall’epigrafe «Eterni vivano nella luce della gloria». Nel 1992 l’opera viene spostata su via Palmieri, per la costruzione del tratto in sopraelevazione della Via Portuense, e restaurata nel 2006.

Nel 1923 viene inaugurato il piccolo sacrario della parrocchietta, a ricordo di 40 uomini del quartiere che persero la vita durante la Guerra del 15-18. L’opera si compone di un basamento a blocchi irregolari di tufo (a simboleggiare la roccia, cioè le asperità della montagna al confine italo-austriaco) su cui si erge una statua in bronzo, realizzata dallo scultore Torquato Tamagnini (1886-1965), celebre per aver realizzato numerosi sacrari militari e memoriali ai caduti. La statua rappresenta una figura femminile in tunica, una Vittoria dolente, che reca nel braccio sinistro un mazzo di serti di alloro, e con la destra depone un ramo sulla roccia, in segno di pietà per i Caduti.

Sul basamento è posta una lapide, che riporta a numeri romani le date di inizio e fine della Grande guerra (1915-1918) e l’anno di apposizione (1923). Recita: «Perché [Affinché] eterni vivano nella luce della gloria / il popolo della Parrocchietta e della Magliana / vuole qui consacrati nel marmo / i nomi dei suoi gloriosi Caduti». Seguono in tutto 40 nomi (gli ultimi, non in ordine alfabetico, risultano aggiunti successivamente), con il rispettivo grado militare. In testa all’elenco compaiono quelli dei graduati Capit. Leonello Mazzantini, S. Ten. Valerio Urbani, Aiut. B. Federico Agolini, Mar. M. Rodolfo Tronti, Serg. M. Giuseppe Rughia, Serg. M. Enrico Consorti e Capor. Attilio Mengarelli. A seguire i nomi dei soldati semplici (taluni appartenenti allo stesso nucleo familiare), di cui trascriviamo qui i cognomi: Amatucci, Annibaldi, Antonini, Astolfi, Baiocco, Bracaccini, Cerioni, Conti, D’Emilio, Farabollini, Ferrari, Galoppa, Gerini, Gioacchini, Grisci, Magliocchetti, Massini, Mattei, Mattioli, Monteporzi, Muzzi, Navara, Pallucca, Pierantonelli, Politi, Rango, Silvestrini, Silvi, Sterpi, Tonti e Verducci. Nel 1992 l’opera viene spostata dal suo luogo originario, a causa della costruzione del tratto in viadotto della Via Portuense. Si trova oggi su un distacco di via del Casaletto, talvolta indicato come via Palmieri. Il monumento è stato restaurato nel 2006 dalla Provincia di Roma, sotto la direzione della Sovrintendenza Capitolina.

Il 1° marzo 1915, con decreto del Cardinal vicario Basilio Pompili «Quamdiu per Agri Romani», il territorio parrocchiale viene ridotto a seguito dell’erezione della nuova parrocchia del Santissimo Rosario di Pompei fuori Porta Portuense. Il 14 agosto 1932 i confini vengono nuovamente ridotti, con decreto del Cardinal vicario Francesco Marchetti Selvaggiani «Cum Sanctissimus Dominus», che istituisce la nuova parrocchia della Sacra Famiglia. L’amministrazione parrocchiale dei Monaci Silvestrini, termina il 17 giugno 1933 (data della soppressione della congregazione religiosa) e viene quindi affidata alla Provincia bolognese dei Frati minori Cappuccini.

Il 9 marzo 1960, con il decreto del Cardinal vicario Clemente Micara «Quotidianis curis», è eretta la nuova parrocchia di San Girolamo. Il territorio è desunto in parte dalla parrocchia di S. Maria del Rosario di Pompei alla Magliana e in parte da quella di S. Maria del Carmine e S. Giuseppe al Casaletto. Il 28 febbraio 1982, con il decreto del Cardinal vicario Ugo Poletti «A tutti è ben noto», i territori di quattro parrocchie confinanti vengono ridotti, per dare vista alla nuova parrocchia di Nostra Signora di Valme. Esse sono: S. Silvia, S. Maria del Carmine e S. Giuseppe, S. Gregorio Magno e S. Raffaele Arcangelo. Dal 1° luglio 1994 l’amministrazione parrocchiale é nuovamente affidata al clero diocesano di Roma.

Il decreto del Cardinal vicario Camillo Ruini del 22 marzo 1995 ridetermina i confini della parrocchia. Esso così dispone: «Via della Fanella con inizio da Via Portuense; linea ideale fino all’Istituto di clausura delle Suore Mantellate; linea ideale fino al Fosso di Affogalasino; via di Affogalasino fino al punto che la detta [via] curva verso via del Casaletto; largo Pepere; breve tratto di via del Casaletto; via Lorenzo Rocci; via Vincenzo Ussani; via Isacco Newton; piazza Eugenio Morelli; via dei Colli Portuensi; Via Portuense per breve tratto; vialeia Isacco Newton fino all’intersezione con via di Papa Leone; dalla fine di detta via in linea ideale, intersecando via del Trullo fino a via Clementi tutta; breve tratto di Via Portuense fino all’inizio di Via della Fanella». L’attuale parroco è Monsignor Luciano Caforio (dal 2004), assistito dal vicario parrocchiale Don Luigi Santo (2008) e dal vicario cooperatore Don Hagos Haile Tesfagabir (2009).

La parrocchia conta 7 sedi sussidiarie. Si tratta della Chiesa annessa Santa Maria del Carmine e San Giuseppe al Casaletto, di via del Casaletto, 701; della Cappella Istituto San Giuseppe, di via del Casaletto, 260; della Cappella Monache Adoratrici Santissimo Sacramento, di via del Casaletto, 266; della Cappella Monache Mantellate, di via della Fanella. 40; della Cappella Opera Don Guanella, di vicolo Clementi, 45; della Cappella Suore del Divino Amore (IDA), di via Lorenzo Rocci, 64; della Chiesa Monastero Regina Carmeli, di via del Casaletto 564. La parrocchia conta numerosi enti territoriali. Si tratta di: Chiesa Annessa Santa Maria del Carmine e San Giuseppe al Casaletto; Anna Maria Martorano; Collegio Maronita Antoniano di Sant’Isaia; Pontificio Collegio Messicano; San Giuseppe; Fraternità Discepoli di Gesù; Casa di accoglienza «Al Casaletto» (Ancelle della Carità, ADC); Casa Famiglia «Bianca Rosa Fanfani» (Suore Piccole Operaie del Sacro Cuore); Casa Generalizia – Casa «Mater Mundi» (Suore del Divino Amore, IDA); Casa Generalizia (Suore di San Felice da Cantalice – Feliciane, CSSF); Comunità (Figlie di Santa Maria della Divina Provvidenza (Guanelliane), FSMP; Comunità (Suore di San Giuseppe – Chambéry, CSG; Monastero «Regina Carmeli» (Monache Carmelitane Scalze dell’Ordine della Beatissima Vergine del Monte Carmelo; Monastero di Gesù Sommo ed Eterno Sacerdote (Monache Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento); Monastero Mantellate «Beata Vergine Maria Addolorata» (Monache Mantellate Serve di Maria Vergine Addolorata; Casa di Procura (Ordine Antoniano Maronita, OAM); Comunità Addetti alla Libreria «Ancora» (Figli di Maria Immacolata (Pavoniani), FMI); Curia Generalizia – Opera Don Guanella (Servi della Carità (Opera Don Guanella), SC); Procura Generale (Figli di Maria Immacolata (Pavoniani), FMI); Casa di Cura «Villa Maria Immacolata»; European Hospital; Confraternita del Santissimo Sacramento in Santa Maria del Carmine e San Giuseppe; Associazione Cattolica «Fiaccola della Carità» – Aggregazione Ecclesiale; Scuola Media Statale «Giorgio Morandi».

Il Cimitero della Parrocchietta è un camposanto sorto nel 1781 e riedificato nel 1855. Il cimitero del 1781 sorge a fianco dell’attuale chiesa di San Giuseppe al Casaletto, come «fossa comune per i campagnoli indigenti», senza croci né nomi. L’epidemia di colera del 1855 rende necessario lo scavo di una seconda fossa, nel fondovalle, che, passata l’emergenza sanitaria, si apre via via alle sepolture per i morti della comunità della Magliana, con lapidi contrassegnate da brevi iscrizioni biografiche. La malaria di inizio Novecento e i lutti della Grande Guerra portano il cimitero alla conformazione attuale, con alcuni caratteri monumentali. Nel 1931 il camposanto viene acquistato dal Comune di Roma. Dal 1992, dopo la sopraelevazione della Via Portuense, l’ingresso è su viale Newton.

Nel 1847 un ispettore ecclesiastico visita la Parrocchietta e redige uno «stato delle anime», cioè un prontuario con domande e risposte sui costumi religiosi locali, riscoperto nel 1991 dagli studiosi P. Ferrarini e V. Teodoro. Significative sono le domande circa la pietà dei defunti. «Come muoiono i poveri?», recita la prima domanda. «Li defunti poveri si accompagnano dal parroco con stola e cotta e croce innanzi, e quattro fiaccoletti. Condotti in chiesa vi si fanno li soliti suffragi, comprensivi della messa di requiem e indi si fanno sotterrare nella tomba comune adatta al sesso». Dalla risposta si ricava che la fossa comune è divisa in due settori, uno maschile e uno femminile. Domanda: «In cosa consiste la tomba comune?». Risposta: «Lo spurgo fatto tre anni indietro [nel 1844] fu eseguito col fare una fossa nell’orto della Parrocchia e le ossa ricoperte colla terra, senza alcun segno».

Significativa è la domanda «Come muoiono i ricchi?», da cui si ricava che la Parrocchietta è un cimitero per poveri: «Li defunti di qualche entità si seppelliscono in Roma, ove si conducono nel principio del male». Altre domande chiariscono gli aspetti più pratici, e il fatto che intorno ai sacramenti non vi fosse un significativo giro di denari: «Come si impartisce l’estrema unzione?». «Si accompagna il Santissimo Viatico colli ceri ad ognuno, col velo omerale e ombrellino». Si celebrano suffragi e si prega per le anime del Purgatorio? «La raccomandazione dell’anima la fa il parroco, nello specchio del rituale». Il parroco viene pagato secondo i tariffari? «L’abuso vi è che niùno degli interessati col defunto vuole stare alle suddette leggi. Si fanno delle diminuzioni».

Le Belle Arti segnalano la presenza di un casale rurale di fronte al Cimitero, inventariato con il n. 970663 (a cura di R. Banchini, catalogo di G. Tantini). Il casale ingloba una torre semaforica della Via Portuense, e si presenta purtroppo in un brutto stato di conservazione. Da fonti orali si ricava che il casale ospitava la bottega di un fioraio, che faceva affari con il cimitero giusto di fronte. Non si conoscono i motivi della chiusura, ma pare ragionevole che la chiusura sia avvenuta prima degli Anni Novanta, da quando cioè il cimitero ha smesso di ospitare nuove sepolture, e di conseguenza il numero dei visitatori è notevolmente calato.

Nel 2006 abbiamo censito le «epigrafi parlanti» del cimitero portuense, quelle epigrafi cioè che oltre al nome del defunto ne riportano anche alcune vicende biografiche o tratti caratteriali. Da questo insolito censimento risultò una piccola antologia di epigrammi destinata agli addetti ai lavori, che fu subito accostata alla celebre Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e, necessariamente uscì dall’ambito dei tecnici per circolare come un’insolita forma letteraria. In essa le vivide voci della comunità portuense di fine Ottocento e del Primo Novecento – braccianti, soldati, ma anche il Maestro, l’Agronomo, l’Innamorato e persino il Pazzo – si ricompongono nel quadro unitario di una società complessa e per molti versi attuale. Ne riportiamo qui di seguito il testo.

 

L’agricoltore | Qui riposa [un] agricolo solerte e laborioso. Morì il 18 marzo 1898 all’età di anni 58

La zappatrice | Delizia del suol, esempio di virtù a chi la conobbe. Visse anni 70 e mesi 7

Il guardiano | Fu agricolo solerte e vigilante

L’immigrato | Nato a Fallerano in provincia di Fermo, morì al età giovanile [con errore grammaticale]

Il capo d’azienda | Giusto nella azienda, forte nelle avversità, coi poveri benefico

Il maestro | Insegnante comunale, con affettuose cure per tre lustri illuminò le vergini menti, educandole ad amare Dio, famiglia e Patria

L’uomo di progresso | [Fu] agronomo

L’innamorato | Dopo Dio nulla ebbe di più caro della sua diletta sposa

Il pazzo | Di animo gentile e religioso, nell’età di 36 anni, non sano di mente, si diè la morte

Il camionista | Col suo camion carico, al passaggio a livello mentre traversava alla Magliana, sopraggiungeva il treno che lo uccise

L’automobilista | A Castel di Guido fatale incidente d’auto recise

Il caduto | Uomo laborioso è onesto [con errore grammaticale], periva miseramente di fatale infortunio ove lavorava

Il giovane dalla doppia sfortuna | Nato a Rendinara [località colpita dal Terremoto di Avezzano], morì per terribile disgrazia sul lavoro

Il combattente d’Africa | Classe 1887, prese parte alla Guerra libica

Due fanti | Œ Rimase ferito a Zacora, morì a Plava |  Sacrificò la giovane vita contro l’odiato nemico. Cadde da valoroso nel Passo del Falzareco

Il bersagliere | Caduto da eroe nel campo dell’onore

L’aiutante di campo | Caduto per la Patria sul Montello

Il richiamato alle armi | Fu richiamato a combattere per la grandezza della Patria. Cadde valoroso sul Monte San Michele

Due reduci | Œ Grande invalido di guerra |  Dopo 4 anni di guerra tornò dal fronte malato e in seguito morì

Il padre che attese invano | Con l’assillante desiderio di rivedere il figliuolo, combattente contro l’odiato nemico, spegnevasi

L’aviatore | Sacrificava la sua giovanissima esistenza per una più grande Italia

Il caduto in tempo di pace | Nel cielo di Avezzano volò a Dio

Il buono | Mite, pacifico, lieto animo

Due virtuosi | Œ Amato da tutti |  Di elette virtù

Il previdente | Uomo onesto e laborioso, dedicato alla famiglia, eresse in vita per sé questa umile tomba

L’ironico | Libero pensatore

Due uomini di fede | Œ Uomo onesto e laborioso, visse gristianamente [errore ortografico]. Dedigò [altro errore ortografico] la sua vita per la famiglia. Perì miseramente |  Sorretto da fede viva passò la sua vita nell’ideale cristiano. Suo vanto la famiglia, il lavoro, l’onestà

I polemici | Œ Nata il 9 maggio 1861, romana |  Romano, visse onesto e operoso, tutto dedito alla famiglia | Ž Soldato romano, cadeva colpito da piombo austriaco sulle vette del Trentino

Il malato di febbre quartana | Rapito da repentino morbo, dopo 5 giorni di malattia volò

La vecchia dura a morire | Fu colpita più volte da paralisi. Il 10 maggio 1919 fu ripresa e fu colpita [e in conseguenza] cessava di vivere

Due tempre forti | Œ Agricolo solerte e laborioso, visse nel lavoro cristianamente finché il fiero morbo lo rapì |  Morbo insidioso fiaccò in breve la fibra robusta

I fratellini | Qui riposano [tre] fratelli che nel periodo di giorni dodici il morbo crudele li rapiva

I rapiti | Œ Rapita da repentino malore |  Rapita nel fior degli anni | Ž Rapito da morbo crudele il 19 maggio 1925

Piccoli angeli | Omissis [si è scelto di non pubblicare gli epigrammi degli infanti]

Madre e figlia | Œ Spinta al sacrificio per salvare la figlia Pasquina, periva eroicamente [Epigramma della Madre] |  Nei primi passi della vita è ghermita dal destino [Epigramma della Figlia]

Due uomini di cristiana pazienza | Œ Dopo lunga e penosa malattia, sopportata cristianamente, lasciava la terra |  Dopo lunga e penosa malattia si addormentò nel Signore

L’uomo che seppe aspettare | Uomo onesto e laborioso, raggiunse la sua consorte lì 8 gennaro 1924

La donna che seppe aspettare | Nata a Torre Sabino fu esempio di virtù come sposa e madre. Raggiunse [infine] il suo consorte

Il figlio | I genitori e i parenti, quando lo conobbero, lo piangono [epigramma criptico]

Gli sposi | Œ Uomo di esemplare virtù, amato dalla moglie, il figlio e tutti quanti coloro che lo conobbero |  La numerosa figliolanza educò alla religione, al lavoro, all’onestà | Ž Sposo e padre esemplare, si sacrificò e visse per il bene della famiglia

Il padre affettuoso | Fu sposo e padre affettuoso, amante del lavoro e della famiglia

Due padri di famiglia | Œ Uomo onesto e laborioso, amoroso verso la famiglia |  Trascorse una vita esemplare e laboriosa, dedicata all’affetto della sua famiglia

Tre madri affettuose | Œ Fu madre affettuosa, donna esemplare rapita sì presto |  Fu madre affettuosissima, moglie esemplare | Ž Sposa e madre affettuosa, di rare virtù

La madre equanime | Madre di quattro figli, e tutti li adorava

Le madri cristiane | Œ Qui riposa in pace [una] madre affettuosa [che] allevò la famiglia cristianamente |  Donna, sposa e madre cristiana

Le spose | Œ Madre esemplare, cercò con amorosa tenacia di rendere sempre più bella la vita della sua famiglia |  Sposa e madre di alte virtù | Ž […] la cui virtù e l’eterna rugiata […] [incompleto e con errore ortografico]

Le donne di virtù civili | Œ Esempio di domestiche e civili virtù |  [Ne] sarà ricordata la fortezza d’animo [e] la sagacità operosa, nella cara famiglia e nelle associazioni

La donna delle pie opere | Nobile esempio di fede antica e pietà operosa, modello di sposa e di madre

Uomini e donne che attendono nel sonno dei giusti | Œ Accanto all’amato sposo dorme il sonno dei giusti, in attesa della Risurrezione |  Generoso e pio, qui riposa in perenne attesa della Risurrezione | Ž Aspettando la Risurrezione riposano in pace le [sue] spoglie mortali |  Nella ridente serenità dei giusti si addormentava nel Signore

 

Fino al 1992 la voce popolare indicava il tratto di via Portuense a ridosso del cimitero con il nomignolo di «Montagne russe». L’epiteto trovava la origine nel fatto che la Portuense, dopo il tratto in collina all’altezza di via Matricardi, compiva una brusca discesa verso il fondovalle, superava con un ponticello a gobba d’asino il fosso di Papa Leone, quindi aggirava il cimitero con una serpentina, e infine tornava ad arrampicarsi brucamente in collina superando la Parrocchietta, peraltro per poi scendere di nuovo verso il Trullo. Nel 1992 sono stati realizzati importanti interventi di viabilità, che hanno unito le due quote di maggior altezza in un viadotto continuo, che scavalca il cimitero. La soluzione, sia pur funzionale alla viabilità, ha suscitato allora non poche proteste, relegando il cimitero locale ad una posizione davvero scomoda da raggiungere.

Nel maggio 2017 le cronache locali riportano di alcuni presunti problemi di staticità sul viadotto, a 25 anni dalla sua realizzazione. A dare loro voce è un conoscitore attento del territorio, il vicepresidente municipale Marco Palma, attraverso un video assai popolare sui social media, in cui documenta lo «scossone» a cui le automobili sono soggette, nell’atto di superare uno dei punti di giuntura[1]:

 

È ancora senza risposta la mia richiesta di verifica statica del Ponte sulla via Portuense, dove da tempo sono visibili pericolosi avvallamenti proprio all’altezza della fine della campate. Ho inviato una nota al Simu, dove c’è un apposito ufficio che vigila sui ponti: almeno due parole di conforto le avrei certamente gradite. Ne ho parlato anche con alcuni esponenti della Polizia locale, ma di fronte alle competenze nulla si può fare.

 

La Via Portuense è infatti una strada classificata come grande viabilità cittadina: non può intervenire l’ente di prossimità ma deve farlo il Comune. Palma ha portato la questione alla Commissione Urbanistica municipale e ha quindi scritto nuovamente all’Assessorato capitolino ai Lavori pubblici, al Dipartimento e ai Vigili del fuoco. Al momento in cui scriviamo, lo «scossone» per chi transita in auto sul viadotto sembrerebbe ancora chiaramente avvertibile.

Il Borghetto Portuense è un insediamento artigianale, composto di caseggiato principale affacciato su strada e vari corpi minori disposti intorno a una corte interna. L’origine è ottocentesca. Vi si accede da Via Portuense, 723 (incrocio della Fanella), attraversando un arco bugnato che aveva in origine insegne nobiliari. Il caseggiato maggiore sulla destra si sviluppa su due piani contraffortati, con prospetti in laterizio e selce. Il piano superiore è l’unico ad uso storico abitativo. Il tetto a capanna è oggi crollato in più punti. Sulla sinistra si trova una piccola officina in laterizio/selce a doppia falda. In fondo alla corte vi è un magazzino con struttura simile. Tra questo e il corpo principale si trovano una serie di superfetazioni disordinate (scheda Belle Arti: Sacchi/599157, catalogo di Giampaoli e Fracasso).

 

[1] Mancini L., Municipio XI: Ancora richieste di verifiche per il ponte sulla Portuense, ne L’Urlo, 8 maggio 2017.

 

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