Fos­so Affo­ga­la­si­no è un tor­ren­te (che in pas­sa­to, per la mag­gior por­ta­ta d’acqua era anche chia­ma­to rio) che ha ori­gi­ne nell’Agro a Nord di Roma e si get­ta nel Teve­re, come affluen­te di destra, in pros­si­mi­tà del Trul­lo.

Il fan­ta­sio­so nome deri­ve­reb­be da una disav­ven­tu­ra acca­du­ta ad un pove­ro ciu­co, anne­ga­to nel­le acque un tem­po impe­tuo­se del cor­so d’acqua. Pres­so gli stu­dio­si è tut­ta­via popo­la­re la sug­ge­sti­va ipo­te­si che l’etimo deri­vi dal­lo spre­gia­ti­vo epi­te­to di «asi­ni» con cui era­no chia­ma­ti i pri­mi cri­stia­ni, e dal­la con­sue­tu­di­ne loca­le di dare loro il «mar­ti­rio per anne­ga­men­to», get­tan­do­li da un pon­ti­cel­lo di pie­tra.

«Vige tra­di­zio­ne – scri­ve il Tomas­set­ti – che, pres­so la Maglia­na – ove l’avvallamento dimo­stra esser­vi sta­to un pic­co­lis­si­mo lago fra i boschi dei Fra­tel­li Arva­li –, mol­ti paga­ni, con­ver­ti­ti al cri­stia­ne­si­mo, vi fos­se­ro affo­ga­ti. Per disprez­zo dei cri­stia­ni, cre­du­ti ado­ra­to­ri di un dio sim­bo­leg­gia­to in una testa d’asino, la loca­li­tà pre­se il nome di Affo­ga­la­si­no». Que­sta leg­gen­da tro­ve­reb­be riscon­tro nel­la Pas­sio dei Mar­ti­ri por­tuen­si Sim­pli­cio, Fau­sti­no e Bea­tri­ce, i cui cor­pi, get­ta­ti da un «pon­tem lapi­deum» (un pon­te di pie­tra) arri­va­ro­no poi, tra­spor­ta­ti dal­le acque, fino all’Ansa del­la Maglia­na.

L’esistenza di un pon­ti­cel­lo è con­fer­ma­ta dal cro­na­chi­sta Pie­tro Roma­no, che gli dà il nome di Pon­te di Foga­la­si­no. Foga­la­si­no (o anche Foga l’asino) è in effet­ti il nome medie­va­le (soprav­vis­su­to fino a tem­pi recen­ti) del fos­so, del­la con­tra­da cir­co­stan­te e del viot­to­lo che anti­ca­men­te lo fian­cheg­gia­va, risa­len­do­ne il cor­so sino alle spal­le del Gia­ni­co­lo.

Dal 1940 il fos­so scor­re in cana­liz­za­zio­ne sot­ter­ra­nea sot­to l’attuale via del Trul­lo. In epo­ca suc­ces­si­va sono sta­te inter­ra­te anche la trat­ta suc­ces­si­va, dal Trul­lo al Teve­re, e quel­la pre­ce­den­te sul­la omo­ni­ma via del fos­so di Affo­ga­la­si­no, dal Trul­lo alla Sere­nel­la.

 

Il Trul­lo dei Mas­si­mi è una tom­ba roma­na del I sec. a.C., dive­nu­ta dal XII sec. un casa­le rusti­co di pro­prie­tà del­la fami­glia Mas­si­mi.

La tom­ba si tro­va sul­la spon­da destra del Teve­re all’altezza del­lo sta­bi­li­men­to Pischiut­ta e si com­po­ne di un basa­men­to qua­dra­to (oggi rico­per­to) sor­mon­ta­to da una vol­ta a trul­lo, simi­le ad un tumu­lo etru­sco. La strut­tu­ra era in ori­gi­ne rico­per­ta di mar­mo. Atte­sta­to in epo­ca medie­va­le come casa­le rura­le, vie­ne suc­ces­si­va­men­te spo­glia­to dei mar­mi e abban­do­na­to. Nel 1951 sono sta­te rin­ve­nu­te alcu­ne lastre mar­mo­ree che si ipo­tiz­za sia­no appar­te­nu­te al sepol­cro: una di esse rac­con­ta in bas­so­ri­lie­vo la sto­ria di Iulius, vin­ci­to­re di ben cin­que gio­chi gla­dia­to­ri.

Oggi del mau­so­leo è visi­bi­le sol­tan­to la cupo­la schiac­cia­ta, rea­liz­za­ta in mura­tu­ra a sac­co, in tufo e pie­tri­sco, su cui si apre l’unico lucer­na­rio.

Il Trul­lo dei Mas­si­mi è sta­to stu­dia­to dall’archeologo Moc­che­gia­ni Car­pa­no, per la Soprin­ten­den­za Archeo­lo­gi­ca di Roma.

Descri­zio­ne

Essa pog­gia su una base qua­dran­go­la­re, a gros­si bloc­chi di pie­tra, oggi inte­ra­men­te coper­ta alla vista dal­le fre­quen­ti allu­vio­ni e dai ripor­ti di ter­ra dell’arginatura del 1926.

La strut­tu­ra è alta com­ples­si­va­men­te 5 m rispet­to all’originale pia­no di cam­pa­gna.

A segui­to dell’arginatura del 1926 e dei ripor­ti di ter­ra ne vedia­mo oggi tut­ta­via sol­tan­to la par­te supe­rio­re.

Le mura ester­ne si pre­sen­ta­no oggi in uno sta­to pre­ca­rio, dovu­te a 21 seco­li di intem­pe­rie del fiu­me Teve­re.

mol­to logo­ra­te dal tem­po, qua­le appa­re oggi, que­sta costru­zio­ne è sta­ta data­ta dagli esper­ti al 1° sec. a.C.. Essa ave­va la base qua­dra­ta a gros­si bloc­chi, men­tre all’interno il nucleo cen­tra­le era costi­tui­to da un’ampia cel­la a pian­ta cir­co­la­re. La coper­tu­ra ave­va la for­ma di una vol­ta a cupo­la, det­ta anche «a trul­lo», leg­ger­men­te schiac­cia­ta nel­la par­te supe­rio­re. Il manu­fat­to strut­tu­ra­to a sac­co con detri­ti di tufo, pie­tra e cal­ce, anti­ca­men­te era cer­ta­men­te rive­sti­to di mar­mo e dove­va erger­si impo­nen­te sul­la riva del fiu­me.

Ingres­so

L’ingresso, pro­tet­to da una can­cel­la­ta, intro­du­ce in un ambien­te cir­co­la­re oggi par­zial­men­te ipo­geo (il pia­no di cal­pe­stìo ori­gi­na­rio era di poco soprae­le­va­to rispet­to all’antico pia­no di cam­pa­gna).

L’ingresso attua­le del nostro sepol­cro, dal lato oppo­sto al fiu­me, è chiu­so da un can­cel­lo di fer­ro appo­sto­vi dal­la Soprin­ten­den­za Archeo­lo­gi­ca, il qua­le con­sen­te tut­ta­via di scor­ge­re l’interno abba­stan­za age­vol­men­te.

Inter­no

Le pare­ti con­ten­go­no 7 gran­di nic­chie sim­me­tri­che con fini­tu­ra in late­ri­zio, dove in anti­co era­no poste le urne cine­ra­rie dei defun­ti. L’ambiente si com­ple­ta­va con stuc­chi, epi­taf­fi, ritrat­ti e sce­ne di vita in affre­sco, anda­ti per­du­ti.

All’interno, il pia­no di que­sto sepol­cro rima­ne mol­to al di sot­to dell’attuale livel­lo ester­no del ter­re­no. Nel­la par­te supe­rio­re del­la cel­la cir­co­la­re, sul­la pare­te riman­go­no anco­ra ben con­ser­va­te e sim­me­tri­ca­men­te poste, set­te gran­di nic­chie rifi­ni­te in ope­ra late­ri­zia. Se imma­gi­nia­mo que­sto ambien­te deco­ra­to con stuc­chi, rilie­vi e ritrat­ti, come era effet­ti­va­men­te all’origine, ne deri­va che l’insieme di que­sta tom­ba dove­va appa­ri­re vera­men­te armo­ni­co nel­la sua archi­tet­tu­ra ed ele­gan­te nel­la deco­ra­zio­ne. Biso­gna figu­rar­si inol­tre in que­ste nic­chie, pic­co­li vasi e urne cine­ra­rie, per lo più in ter­ra­cot­ta, con­te­nen­ti le cene­ri dei defun­ti adul­ti (le sal­me dei bam­bi­ni non veni­va­no cre­ma­te). Non dove­va­no man­ca­re infi­ne, nume­ro­si epi­taf­fi con i nomi e gli elo­gi che si usa­va indi­riz­za­re ai defun­ti più impor­tan­ti.

Inter­no del­la tom­ba roma­na. Sono visi­bi­li le nic­chie in cor­ti­na uti­liz­za­te per la depo­si­zio­ne dei vasi cine­ra­ri.

Ana­li­si

Si ipo­tiz­za che il sepol­cro sia appar­te­nu­to ad una ric­ca fami­glia urba­na, for­se del Tra­ste­ve­re e for­se di anti­che ori­gi­ni etru­sche (sem­bre­reb­be indi­car­lo la scel­ta edi­li­zia del tumu­lo, seb­be­ne il rito fune­ra­rio del­la cre­ma­zio­ne appar­ten­ga già al mon­do roma­no).

Si trat­ta­va, con tut­ta pro­ba­bi­li­tà, di una tom­ba di pro­prie­tà di qual­che ric­ca fami­glia del­la zona di Por­ta Por­tuen­se o del­le ulti­me pro­pag­gi­ni di Tra­ste­ve­re che poté per­met­ter­si un sepol­cro di tali dimen­sio­ni.

Pres­so i Roma­ni, secon­do la legi­sla­zio­ne anti­ca, la sepol­tu­ra dei defun­ti veni­va effet­tua­ta fuo­ri del­la cin­ta mura­ria del­la cit­tà, e gene­ral­men­te lun­go le stra­de con­so­la­ri o secon­da­rie, oppu­re, come nel nostro caso, lun­go il fiu­me. Que­sto tipo di tom­ba era abba­stan­za comu­ne a Roma; ne riman­go­no anco­ra mol­ti esem­pi e di ogni dimen­sio­ne. Per citar­ne alcu­ni ricor­dia­mo la più gran­de tom­ba esi­sten­te a Roma, tut­to­ra sal­da­men­te in pie­di dopo qua­si due mil­len­ni: la Mole Adria­na, cono­sciu­ta anche come Castel Sant’Angelo, che fu il sepol­cro dell’Imperatore Adria­no. Altra tom­ba gigan­te di que­sto tipo e quel­la di piaz­za Augu­sto Impe­ra­to­re, il cosid­det­to Mau­so­leo di Augu­sto o l’Augusteo. Il nostro «Trul­lo» o Tur­lo­ne o «Trul­lo­ne» (era chia­ma­to anche così) è un tipo di tom­ba che ave­va qual­che affi­ni­tà con il «tumu­lo» etru­sco. Gli anti­chi abi­tan­ti dell’Etruria, , ancor pri­ma dei Roma­ni, per acco­glie­re le sal­me dei loro mor­ti, costrui­va­no tom­be che, in par­te, appa­ri­va­no come quel­la di cui stia­mo trat­tan­do, con la dif­fe­ren­za che gli Etru­schi con­ser­va­va­no intat­ti i cor­pi dei defun­ti sen­za cre­mar­li, come inve­ce usa­va­no fare i Roma­ni.

Un’idea di come era­no fat­te le tom­be roma­ne può esse­re data da una visi­ta alla necro­po­li di Por­to a Fiu­mi­ci­no, rimes­sa in luce in que­sti ulti­mi anni; vi si tro­va­no tut­te le pos­si­bi­li varian­ti di sepol­tu­re, com­pre­sa la «tom­ba a trul­lo». È inte­res­san­te anche visi­ta­re la «Necro­po­li vati­ca­na» sot­to la Basi­li­ca di San Pie­tro, dove sono per­fet­ta­men­te con­ser­va­ti alcu­ni inter­ni di tom­be del­lo stes­so tipo di quel­la di cui stia­mo trat­tan­do; da non con­fon­de­re però con le «Grot­te vati­ca­ne», dove sono sepol­ti gli ulti­mi papi.

 

L’elemento prin­ci­pa­le è una lastra di mar­mo lunen­se cm 120 × 75 × 37, oggi con­ser­va­to al Museo nazio­na­le Roma­no. La lastra raf­fi­gu­ra in bas­so­ri­lie­vo un com­bat­ti­men­to tra due gla­dia­to­ri del­la clas­se dei pro­vo­ca­to­res, con a fian­co un ter­zo e un quar­to in atte­sa (il quar­to è incom­ple­to).

L’epigrafe è una del­le più cor­te, e insie­me del­le più curio­se che la let­te­ra­tu­ra lati­na ricor­di. Essa reci­ta sol­tan­to: «iul w». La stu­dio­sa Sab­ba­ti­ni Tumo­le­si, chia­ma­ta a deci­fra­re la miste­rio­sa epi­gra­fe, l’ha così sciol­ta: iul(ius) v (quin­quies) v(icit). Ovve­ro: Giu­lio vin­se cin­que vol­te. Giu­lio è la secon­da figu­ret­ta di gla­dia­to­re, vit­to­rio­so in cin­que incon­tri. Al sesto, pro­ba­bil­men­te, morì.

La dop­pia v sta dun­que a signi­fi­ca­re l’unione del nume­ra­le cin­que (il cui sim­bo­lo è la let­te­ra v) e dell’azione vicit (vin­se). Ripor­ta­re cin­que vit­to­rie con­se­cu­ti­ve era un gran­dis­si­mo ono­re per un gla­dia­to­re, una sor­ta di gran­de slam, meri­te­vo­le di esse­re tra­scrit­to sul­la sua tom­ba. Anco­ra oggi si è soli­ti indi­ca­re i plu­ri-cam­pio­ni con l’uso enfa­ti­co del­la let­te­ra W.

Se nel­la tom­ba aves­si­mo inve­ce tro­va­to lo stes­so sim­bo­lo rove­scia­to (la m di mis­sus) o peg­gio anco­ra un cer­chio (la o di obiit), ciò sareb­be sta­to ad indi­ca­re una scon­fit­ta con gra­zia (al gla­dia­to­re veni­va cioè rispar­mia­ta la vita), o una scon­fit­ta sen­za gra­zia (il gla­dia­to­re veni­va ucci­so, sot­to gli occhi in visi­bi­lio dei roz­zi ple­bei roma­ni rac­col­ti negli sta­di). A fare la dif­fe­ren­za fra la gra­zia o la con­dan­na era un sem­pli­ce gesto dell’Imperatore: pol­li­ce su o pol­li­ce giù. Il pol­li­ce leva­to indi­ca­va che il gla­dia­to­re, sep­pur scon­fit­to, ave­va com­bat­tu­to con ono­re, e meri­ta­va di aver sal­va la vita e di poter com­bat­te­re anco­ra. Il pol­li­ce ver­so (per la veri­tà even­to piut­to­sto raro nei gio­chi gla­dia­to­ri), indi­ca­va che con esso ter­mi­na­va­no insie­me la car­rie­ra e la vita del gla­dia­to­re.

Per sei anni, fino al 1956, l’allora sovrin­ten­den­te Sal­va­to­re Auri­gem­ma tira fuo­ri uno a uno i mar­mi sot­trat­ti dal sepol­cro. Ne tira fuo­ri in tut­to 20, tra cui un’altra bel­la sce­na gla­dia­to­ria, 3 ste­le viri­li toga­te e una testa. Nel 1981 la stu­dio­sa Rita Paris, chia­ma­ta a data­re il sepol­cro in base agli indu­men­ti indos­sa­ti dai gla­dia­to­ri, ne con­clu­de che il sepol­cro si può data­re al pri­mo tren­ten­nio del I sec. a.C., gra­zie soprat­tut­to all’analisi dell’elmo a para­tig­mi­di distin­te (a vol­to sco­per­to).

 

Il Trul­lo, per così dire, ha avu­to una secon­da vita in epo­ca medie­va­le. Essa ci è nota soprat­tut­to gra­zie alle ricer­che negli Archi­vi vati­ca­ni con­dot­ti dal­lo stu­dio­so loca­le Emi­lio Ven­dit­ti.

Ven­dit­ti ha indi­vi­dua­to nel Rege­sto subla­cen­se, anti­co regi­stro di atti pub­bli­ci, un docu­men­to dell’anno 984, nel qua­le si par­la di una mola sul Teve­re, col­lo­ca­ta «in apen­di­ce que voca­tur Trul­lio». Un altro atto, data­to 4 apri­le 1011, accen­na anche alla pre­sen­za di un casa­le, appar­te­nen­te ad un tale Ermin­za­no­te, che vie­ne ven­du­to al Mona­ste­ro dei San­ti Ciria­co e Nico­lò. Lo stes­so casa­le, che svol­ge anche la fun­zio­ne di sosta lun­go la stra­da e di cap­pel­li­na per i devo­ti, vie­ne poi riven­du­to alla fami­glia roma­na dei Mas­si­mi. Per cir­ca due seco­li i Mas­si­mi con­du­co­no in zona una este­sa cam­pa­gna di acqui­si­zio­ni fon­dia­rie, fino a con­so­li­da­re una pro­prie­tà uni­ta­ria, rra​.re all’mo ricor­re in segui­to in altri appez­za­men­ti vici­ni, fino a con­so­li­da­re una pro­prie­tù fon­dia­ria este­sa dal­la rie­ste­sa dal­la riva del Teve­re all’entroterra. In que­sto perio­do il nome del Trul­lo si con­so­li­da nel­la deno­mi­na­zio­ne in lati­no vol­ga­re di Trul­lus de Maxi­mis. La pro­prie­tà dei Mas­si­mi sem­bre­reb­be ter­mi­na­re nel 1286. Un docu­men­to cata­sta­le ripor­ta che in quell’anno il casa­le vie­ne ven­du­to al prez­zo di 300 fio­ri­ni.

Nel Tre­cen­to si atte­sta in zona un’altra impor­tan­te fami­glia roma­na, i Mer­lo. Un docu­men­to del 1322 indi­ca tut­ta la loca­li­tà con il topo­ni­mo Con­tra­da Trul­li Meru­li. Lo stu­dio­so Coste, che incro­cia que­ste infor­ma­zio­ni con altre suc­ces­si­ve che col­lo­ca­no in zona un casa­le di pro­prie­tà dei Cano­ni­ci di San­ta Maria in via Lata, ne dedu­ce che il casa­le del Trul­lo doves­se aver acqui­si­to dimen­sio­ni rag­guar­de­vo­li, o che sovrin­ten­des­se ad una por­zio­ne di ter­ri­to­rio este­sa. Gli sca­vi archeo­lo­gi­ci più recen­ti han­no tra l’altro rile­va­to, nel pavi­men­to del Trul­lo, che l’insediamento era anche for­ni­to di un poz­zo.

Nel­la pri­ma metà del Quat­tro­cen­to del Casa­le si per­de ogni trac­cia. Pos­sia­mo ipo­tiz­za­re una pie­na ecce­zio­na­le del Teve­re, che abbia tra­vol­to le strut­tu­re medie­va­li, rispar­mian­do solo i robu­sti bloc­chi di pie­tra del­la strut­tu­ra del Mau­so­leo.

Si tor­na a par­la­re del Trul­lo nel 1458, in un docu­men­to del tem­po di Papa Pio II. L’interesse che spin­ge qui gli inca­ri­ca­ti pon­ti­fi­ci è però ben diver­so dai pre­ce­den­ti, e si evin­ce da un libro paga del 1458: «A Mastro Cen­cio e Mastro Pie­tro Gopu­to, co’ manua­li, duca­ti 50 per cavar petre a lo Trul­lo». Il 21 mag­gio 1461 un altro libro paga ripor­ta l’acquisto di «25 bari­li de vino cor­so, dato pe’ li manua­li e scar­pel­li­ni, li qua­li ano lavo­ra­to a cavar mar­mi a lo Trul­lo». A distan­za rav­vi­ci­na­ta un altro docu­men­to ripor­ta: «A Mastro Petro mar­mo­ra­ro, per costo di sub­bia e maz­zo­la pe’ li scar­pel­li­ni a lo Trul­lo». E un altro anco­ra: «A Palom­bel­lo car­ra­ro e Gior­gio Schia­vo car­ra­ro, per car­reg­gia­tu­ra de mar­mi da lo Trul­lo». Altre som­me di dena­ro sono date «A li 23 de gen­na­ro 1462 a Mastro Sil­ve­stro per tira­tu­ra de set­te car­ra­te de mar­mo con­doc­ti co’ suoi bufa­li da esso Trul­lo a esso fiu­me». Da que­sta nota si evin­ce­reb­be che i mar­mi più pesan­ti ven­go­no cari­ca­ti su imbar­ca­zio­ni, e di lì trai­na­ti da buoi in risa­li­ta lun­go il fiu­me fino a Roma. Per quat­tro anni cir­ca, dun­que, dal 1458 al 1462, vie­ne ope­ra­to al Trul­lo un gran­de sac­cheg­gio di pie­tre nobi­li, che lo ridu­co­no alla con­di­zio­ne mise­re­vo­le di oggi, in cui riman­go­no solo le sche­le­tri­che mura­tu­re in tufo.

Il Lan­cia­ni, nel­la sua Sto­ria degli sca­vi di Roma, edi­to nel 1912, arri­va peral­tro alla stes­sa con­clu­sio­ne sen­za aver con­sul­ta­to gli archi­vi vati­ca­ni, ma sem­pli­ce­men­te osser­van­do la nudi­tà del­le mura­tu­re a sac­co, pri­ve di coper­tu­re in late­ri­zio. Pos­sia­mo imma­gi­na­re che quei mar­mi sia­no fini­ti a Roma, per ali­men­ta­re il gran­de can­tie­re papa­li­no che pre­pa­ra­va il risve­glio dal lun­go son­no medie­va­le.

L’ultima noti­zia docu­men­ta­le del Trul­lo risa­le al 1547. Nel­la Map­pa del­la cam­pa­gna roma­na del car­to­gra­fo Eufro­si­no del­la Vol­pa­ia il luo­go è cita­to sola­men­te con il nome di Tur­lo­ne.

Nel 1951 una dra­ga urta casual­men­te un relit­to nava­le, sul­la riva destra del Teve­re all’altezza del km 6,300 del­la via Ostien­se, di fron­te al Trul­lo dei Mas­si­mi. Il pesan­te cari­co in essa con­te­nu­to ren­de impos­si­bi­le la rimo­zio­ne e, quan­do i som­moz­za­to­ri si cala­no all’interno per un inter­ven­to, davan­ti a loro si offre lo spet­ta­co­lo dell’intero bot­ti­no di spo­lia­zio­ne di un sepol­cro roma­no, mol­to pro­ba­bil­men­te il nostro Trul­lo.

In anni poco lon­ta­ni il Trul­lo è sta­to nuo­va­men­te ogget­to dell’interesse del­la Soprin­ten­den­za, con una cam­pa­gna di stu­dio, puli­zia e svuo­ta­men­to (il sepol­cro risul­ta­va riem­pi­to da fan­ghi allu­vio­na­li), e con l’aggiunta del can­cel­lo di ingres­so per impe­di­re che balor­di vi si accam­pas­se­ro.

Il Trul­lo oggi gia­ce abban­do­na­to sul piè d’argine flu­via­le. Gli orto­la­ni sono soli­ti chia­mar­lo Tor­rac­cio, o al fem­mi­ni­le Tor­rac­cia. Eppu­re, abbia­mo riscon­tra­to con pia­ce­re, cia­scu­no di loro cono­sce che la Tor­rac­cia è il nobi­le mau­so­leo che dà il nome al moder­no quar­tie­re Trul­lo, ed è dispo­ni­bi­le ad indi­ca­re ai visi­ta­to­ri la stra­da non age­vo­le per arri­var­vi.

Il Trul­lo si tro­va alle spal­le del­lo Sta­bi­li­men­to Pischiut­ta di via del­le Idro­vo­re del­la Maglia­na, 49. Si può rag­giun­ge­re in auto­mo­bi­le il Col­let­to­re del­la Maglia­nel­la e di lì pro­se­gui­re a pie­di lun­go il piè d’argine sul vec­chio sel­cia­to dei bufa­la­ri. Occor­re pro­ce­de­re fino al tra­lic­cio dell’alta ten­sio­ne. Il mau­so­leo è lì accan­to. Sono sta­te segna­la­te tut­ta­via diver­se situa­zio­ni di peri­co­lo, che ren­do­no scon­si­glia­bi­le andar­ci da soli: cani sciol­ti, inse­dia­men­ti abu­si­vi, alla­ga­men­ti in perio­do inver­na­le.

 

Le Grot­te del­le Fate sono una cava sot­ter­ra­nea di Epo­ca Arcai­ca.

Duran­te la lun­ga fase del­le Guer­re di Roma con­tro Veio (509−396 a.C. cir­ca) le grot­te segna­no, con alter­ne vicen­de, il con­fi­ne ter­ri­to­ria­le fra le due cit­tà-sta­to: entram­be le cul­tu­re vi col­lo­ca­no la resi­den­za del dio Sil­va­no (Sel­vans per gli Etru­schi, Sil­va­nus per i Lati­ni). La fre­quen­ta­zio­ne moder­na è atte­sta­ta da un con­trat­to del 1451, e anco­ra nel 1547, nel­la map­pa di Eufro­si­no del­la Vol­pa­ia. Ai pri­mi del Nove­cen­to le grot­te diven­ta­no rifu­gio anti­ae­reo annes­se al Genio mili­ta­re. Si ipo­tiz­za che le grot­te fos­se­ro uni­te con con gli edi­fi­ci in super­fi­cie: le tor­ri Coc­chi e di Papa Leo­ne, Vil­la Koch e il Casa­lo­ne, e le più recen­ti Tor­re Righet­ti, Vil­la Usai e Vil­la Bac­cel­li.

 

Veio è una cit­tà-sta­to etru­sca, nata nel X sec. a.C., una ven­ti­na di chi­lo­me­tri a nord del Pala­ti­no. È una cit­ta­di­na tut­to som­ma­to pic­co­la (si pen­si alle già fio­ren­ti Tar­qui­nia, Vul­ci, Cære); tut­ta­via ha carat­te­ri­sti­che desti­na­te a far­ne per più seco­li la più irri­du­ci­bi­le avver­sa­ria di Roma. Sor­ge su un alto­pia­no for­ti­fi­ca­to, pro­tet­to da 8 km di mura e da un lago arti­fi­cia­le; gode dell’alleanza reli­gio­sa e mili­ta­re del­le cit­tà del­la koi­nè etru­sca; e soprat­tut­to Veio si tro­va sul cro­ce­via di due gran­di rot­te com­mer­cia­li: quel­la lun­go il Teve­re, da cui Feni­ci e Gre­ci risal­go­no nell’entroterra; e quel­la tra nord e sud Ita­lia, cioè tra mon­do etru­sco e un mon­do anco­ra tut­to in for­ma­zio­ne, da cui emer­ge­ran­no i Lati­ni e Roma.

In que­sta situa­zio­ne pri­vi­le­gia­ta la pic­co­la Veio con­so­li­da nel IX sec. a.C. il suo pote­re sul­la riva destra del Teve­re, per un trat­to di cir­ca 30 km, dall’attuale Mon­te Mario fino alla foce, a cui Pli­nio il Vec­chio, nel­la sua Natu­ra­lis Histo­ria (III, 53), darà il nome di «Ripa Veiens». La Ripa Veiens ha una geo­gra­fia piut­to­sto sem­pli­ce. Ad est c’è una cit­ta­del­la for­ti­fi­ca­ta con pode­ro­se mura (di recen­te iden­ti­fi­ca­ta con il gran­de «oppi­dum» di Col­le Sant’agata a Mon­te Mario). La seguo­no, pro­ce­den­do ver­so ove­st lun­go il Teve­re, alcu­ni popo­lo­si inse­dia­men­ti for­ti­fi­ca­ti: ve n’era uno nell’Ager Vati­ca­nus, un altro sul Gia­ni­co­lo, e un altro nell’ordierno Tra­ste­ve­re.

Supe­ra­to Tra­ste­ve­re non ci sono più inse­dia­men­ti stan­zia­li, ma 7 avam­po­sti mili­ta­ri a pre­si­dio del Teve­re, con rela­ti­ve sta­zio­ni com­mer­cia­li. I navi­ga­to­ri gre­ci chia­ma­no que­sti set­te pre­sì­di «

Πάγοι» (Epta Pagoi) e più tar­di i Lati­ni li chia­me­ran­no «Sep­tem Pagi», cioè i set­te vil­lag­gi. Su di essi però le fon­ti sono ava­re: uno di essi di chia­ma­va «Careia» e pre­si­dia­va il Rio Gale­ria, affluen­te di destra del Teve­re. Pro­ba­bil­men­te ce n’era un altro inse­dia­men­to, chia­ma­to «Allias», a guar­dia del Rio Maglia­na, e più pro­ba­bil­men­te c’era un avam­po­sto per ogni foce di cor­so d’acqua di una qual­che enti­tà (navi­ga­bi­le), che met­tes­se in comu­ni­ca­zio­ne diret­ta il Teve­re con l’interno. Una cer­ta impor­tan­za dove­va ave­re anche il Rio Affo­ga­la­si­no, che è il pri­mo fiu­mi­ciat­to­lo navi­ga­bi­le dopo il Gia­ni­co­lo: gli archeo­lo­gi, è oppor­tu­no dir­lo, non vi han­no tro­va­to fino­ra alcun inse­dia­men­to etru­sco; e tut­ta­via han­no rico­no­sciu­to, nel­la Col­li­na di Mon­te Cuc­co che domi­na l’estuario del Rio Affo­ga­la­si­no nel Teve­re, un visto­so sban­ca­men­to attri­bui­bi­le ad una cava di tufo in bloc­chi e pol­ve­re di poz­zo­la­na, a cie­lo aper­to, che affon­da le sue ori­gi­ni in Epo­ca arcai­ca. La cava pre­sen­ta ampi trat­ti in gal­le­ria, che in alcu­ni pun­ti si apro­no in came­ro­ni ipo­gei anco­ra oggi pre­sen­ti. Giun­ti alla foce del Teve­re tro­via­mo l’ultimo degli inse­dia­men­ti etru­schi, a guar­dia del­le sali­ne costie­re.

Veio svi­lup­pa flo­ri­di com­mer­ci lun­go il Teve­re, basa­ti soprat­tut­to sul sale, che scam­bia con Gre­ci e Feni­ci per cera­mi­che e tes­su­ti. I Veien­ti, nel­la ric­chez­za di beni mate­ria­li, pos­so­no dedi­car­si così all’attività pre­fe­ri­ta del­la cul­tu­ra etru­sca: la «bel­la vita», fat­ta di pace e pro­spe­ri­tà.

A metà dell’VIII sec. a.C. si affac­cia però sul­la sce­na un roz­zo e pre­po­ten­te vil­lag­gio di pasto­ri sul Col­le Pala­ti­no: Roma. Non ci vuo­le mol­to per i Veien­ti per capi­re che Roma, spe­cu­la­re a Veio sul­la riva sini­stra del Teve­re, è il suo dop­pio, ugua­le e oppo­sto. Per dir­la con le paro­le degli sto­ri­ci è la sua «anti­po­lis»: la pro­spe­ri­tà Roma signi­fi­ca la pover­tà di Veio, e vice­ver­sa.

È Veio ad apri­re le osti­li­tà con Roma nel 750 a.C., secon­do i rac­con­ti degli sto­rio­gra­fi Tito Livio e Plu­tar­co, che si intrec­cia­no con la leg­gen­da del­la fon­da­zio­ne di Roma. Il suo fon­da­to­re, Romo­lo, ha da poco occu­pa­to il vil­lag­gio etru­sco di Fide­ne. E Veio, ripor­ta Livio dei suoi Ab Urbe con­di­ta Libri (I, 15), in ragio­ne del «comu­ne san­gue etru­sco» pren­de le armi con­tro Roma. Dopo alter­ne vicen­de Romo­lo ripor­ta una net­ta vit­to­ria, e inse­gue i Veien­ti fino sot­to le loro mura. Il trat­ta­to di pace che ne segue con­sen­te ai Roma­ni una pri­ma pene­tra­zio­ne com­mer­cia­le nei Set­te Pagi e nel­le Sali­ne, e por­ta con sé una tre­gua («indu­tiæ») del­la dura­ta di 100 anni. La «Sil­va Mœsia» (let­te­ral­men­te: il bosco di mez­zo che abbrac­cia tut­to il Ter­ri­to­rio Por­tuen­se), rima­ne inve­ce sot­to l’esclusivo con­trol­lo etru­sco.

Il suc­ces­so­re di Romo­lo, il paci­fi­co Numa Pom­pi­lio, rispet­ta la tre­gua. Qual­che sca­ra­muc­cia c’è al tem­po del re Tul­lo Osti­lio, che, impe­gna­to in azio­ni di guer­ra con­tro i Sabi­ni, pre­sta il fian­co ai Veien­ti per alcu­ne azio­ni di bri­gan­tag­gio. Ma non si arri­va allo scon­tro aper­to, per­ché la tre­gua dei cen­to anni è anco­ra vali­da. Ripor­ta Livio (I, 30): «Valuit pac­ta cum Romu­lo indu­tia­rum fides», pre­va­le il rispet­to dei pat­ti di tre­gua sti­pu­la­ti con Romo­lo.

Con il bel­li­co­so Anco Mar­zio la tre­gua sca­de. Livio non è pre­ci­so nel dir­ci come Anco Mar­zio abbia fat­to guer­ra ai Veien­ti. Si limi­ta a rias­su­me­ne l’esito (I, 33): «Sil­va Mœsia Veien­ti­bus adep­ta, usque ad mare impe­rium pro­la­tum», la Sel­va di mez­zo vie­ne strap­pa­ta ai Veien­ti, e il pote­re di Roma si esten­de sino al mare. Alla foce Anco Mar­zio fon­da peral­tro la pri­ma colo­nia roma­na: «in ore Tibe­ris Ostia urbs con­di­ta, Sali­næ cir­ca fac­tæ», e lì vici­no crea le Sali­ne.

Con i suc­ces­so­ri, i tre «Re Tar­qui­ni», Roma fini­sce per un cen­ti­na­io di anni sot­to il pro­tet­to­ra­to del­la cit­tà etru­sca di Tar­qui­nia. Per Veio que­sto perio­do coin­ci­de con un seco­lo di tran­quil­li­tà, in cui i Veien­ti com­mer­cia­no indi­stru­ba­ti lun­go le rive del Teve­re, in coa­bi­ta­zio­ne coi Roma­ni. Non era dif­fi­ci­le, per le cam­pa­gne por­tuen­si, incon­tra­re sia Etru­schi che Roma­ni, che cer­to non nutro­no sim­pa­tie reci­pro­che, ma in que­sto perio­do si sop­por­ta­no sen­za gros­si pro­ble­mi. Al tem­po di Ser­vio Tul­lio, a dire il vero, suc­ce­de che una tre­gua plu­rien­na­le sca­de sen­za esse­re rin­no­va­ta. Imme­dia­ta­men­te Ser­vio Tul­lio muo­ve un eser­ci­to ver­so Veio e ha qual­che suc­ces­so mili­ta­re, ma la guer­ra si con­clu­de con qua­che ritoc­co del con­fi­ne e una nuo­va tre­gua plu­rien­na­le.

La cac­cia­ta dell’ultimo re, Tar­qui­nio il Super­bo, segna l’inizio di un seco­lo di guer­ra vera.

Nel 509 a.C., ripor­ta Teren­zio Var­ro­ne, i Roma­ni pon­go­no fine al pro­tet­to­ra­to di Tar­qui­nia e insti­tui­sco­no la magi­stra­tu­ra dei con­so­li, con il com­pi­to di gui­da­re la nuo­va Res Publi­ca. Uno dei pri­mi con­so­li, Publio Vale­rio Publi­co­la, si ritro­va a fron­teg­gia­re un eser­ci­to di Veien­ti in mar­cia ver­so Roma. Ripor­ta Livio (II, 6): «Veien­tes … amis­sa repe­ten­da mina­ci­ter fre­munt», i Veien­ti femo­no minac­cio­si per ripren­der­si la ter­ra per­sa. Publio Vale­rio Publi­co­la, spe­ri­men­tan­do con suc­ces­so la tec­ni­ca mili­ta­re del­la fan­te­ria ordi­na­ta in «qua­dra­ti», disper­de i Veien­ti. Facen­do un po’di umo­ri­smo Livio rac­con­ta: «Veien­tes, vin­ci ab roma­no mili­te adsue­ti, fusi fuga­ti­que», i Veien­ti ven­go­no disper­si e mes­si in fuga, ma d’altronde era­no già abi­tua­ti a pren­der­le dai Roma­ni.

Sul­la sce­na entra intan­to il re etru­sco Por­sen­na, Lucu­mo­ne di Chiu­si. A Por­sen­na di Veio impor­ta ben poco: gli impor­ta inve­ce di por­re un fre­no all’espansione di Roma nell’entroterra. Por­sen­na ha qual­che suc­ces­so, al pun­to di costrin­ge­re i Roma­ni ad un ono­re­vo­le accor­do, di cui fini­sco­no per bene­fi­cia­re i Veien­ti. Nel «Trat­ta­to del Gia­ni­co­lo» si rias­se­gna la riva destra per inte­ro agli Etru­schi, con la sola esclu­sio­ne del Gia­ni­co­lo e del­le Sali­ne, che resta­no ai Roma­ni.

Ne segue un perio­do di rela­ti­va tran­quil­li­tà, in cui anche le cro­ni­che ten­sio­ni tra il patri­zia­to e la ple­be di Roma paio­no tro­va­re una com­po­si­zio­ne in leg­gi eque. Una di que­ste ad esem­pio nazio­na­liz­za il sale: «Salis quo­que ven­den­di arbi­trium in publi­cum omne sun­tum, ademp­tum pri­va­tis», il com­mer­cio del sale vie­ne tol­to all’arbitrio dei pri­va­ti e avo­ca­to a sé dal­lo Sta­to (Livio, II, 9). Un nuo­vo nemi­co ester­no, i Vol­sci, con­ce­de ai Veien­ti l’ennesimo perio­do di tre­gua.

Con i Vol­sci, a cui si aggiun­go­no anche Equi e Sabi­ni, la guer­ra è dura. Al pun­to che Roma pre­ci­pi­ta in una lun­ga fase di mise­ria. Tra i ple­bei mol­ti ven­go­no col­pi­ti dal «nexum», la ridu­zio­ne in schia­vi­tù per debi­ti, e la ple­be, in rispo­sta, si riti­ra sull’Aventino. I Veien­ti appro­fit­ta­no lar­ga­men­te del­la debo­lez­za inter­na di Roma, e ali­men­ta­no con­ti­nue scor­ri­ban­de in ter­ri­to­rio roma­no, con moda­li­tà simi­li al moder­no bri­gan­tag­gio. Roma da par­te sua sop­por­ta con pazien­za le scor­ri­ban­de dei Veien­ti: c’è qual­che com­bat­ti­men­to quan­do i Veien­ti si fan­no trop­po vici­ni, pre­po­ten­ti o avi­di ma, una vol­ta respin­ti e costret­ti a pre­ci­pi­to­se riti­ra­te entro le mura di Veio, non c’è una seria volon­tà di inse­guir­li né dar vita alla «dimi­ca­tio ulti­ma», la bat­ta­glia riso­lu­ti­va.

 

È uti­le, a que­sto pun­to, par­la­re di una figu­ret­ta mino­re del pan­theon arcai­co di Roma, comu­ne con il pan­theon etru­sco, che secon­do la tra­di­zio­ne pren­de par­te all’interminabile e poco viri­le dispu­ta tra Etru­schi e Roma­ni.

Vuo­le la tra­di­zio­ne che in ampie grot­te su Teve­re, che non è dif­fi­ci­le iden­ti­fi­ca­re pro­prio con le grot­te di Mon­te Cuc­co, abbia risie­du­to il dio agre­ste Sil­va­no. Più pre­ci­sa­men­te, secon­do gli Etru­schi abi­ta qui il dio Sel­vans, e secon­do i Roma­ni abi­ta qui il dio Sil­va­nus: ma si trat­ta­va per entram­bi del­la stes­sa divi­ni­tà. Di un sacri­fi­cio a Sil­va­no com­pa­re tra l’altro trac­cia anche negli Atti degli Arva­li (redat­ti in epo­ca impe­ria­le), testi­mo­nian­do­ne tra l’altro una cer­ta lon­ge­vi­tà nel cul­to. Dun­que, secon­do la tra­di­zio­ne, Sil­va­no è una divi­ni­tà rura­le, che pre­sie­de alle sel­ve e alle cam­pa­gne, e pro­teg­ge il bestia­me e gli orti. Per esten­sio­ne è però anche il nume tute­la­re del­la pro­prie­tà e del­le fron­tie­re, come in effet­ti sono una fron­tie­ra ter­ri­to­ria­le, tra Roma e Veio, le stes­se grot­te in cui Sil­va­no risie­de.

Sil­va­no è raf­fi­gu­ra­to come un vec­chio vigo­ro­so dal­la bar­ba irsu­ta, che vaga­bon­da mise­ra­men­te vesti­to, atten­to al con­trol­lo del­la fron­tie­ra e arma­to di un pesan­te tor­tò­re per respin­ge­re gli inva­so­ri. Non si sa bene chi deb­ba­no esse­re gli inva­so­ri: sono Roma­ni visti dal­la par­te etru­sca, e vice­ver­sa. Selvans/​Silvanus è una sor­ta di ter­tius arbi­ter, una figu­ra neu­tra­le dal carat­te­re ret­to e bona­rio, che mal tol­le­ra però i cam­bia­men­ti dei limi­ti fis­sa­ti. Pro­prio per que­sto a Sil­va­no sono asso­cia­ti carat­te­ri di bur­be­ro, insof­fe­ren­te alla vita asso­cia­ta e capa­ce tal­vol­ta di mani­fe­sta­zio­ni gre­vi o per­si­no miso­gi­ne (avver­sa­va par­to­rien­ti e neo­na­ti e spa­ven­ta­va i con­ta­di­ni facen­do rim­bom­ba­re nel­le grot­te la voce fra­go­ro­sa).

Una leg­gen­da attri­bui­sce infi­ne a Sil­va­no un inu­sua­le arbi­tra­to nel­le guer­re etru­sco-roma­ne. In effet­ti, nei suoi libri sul­la sto­ria di Roma, Livio par­la in tut­to di ben 14 guer­re, data­te tra V e IV sec. a.C. Ma in real­tà si trat­ta di poco più che bat­ta­glie, che scop­pia­va­no ogni qual­vol­ta le fri­zio­ni per­ma­nen­ti sfo­cia­va­no in sac­cheg­gi. La guer­ra ende­mi­ca con­tro i Veien­ti era insom­ma pazien­te­men­te sop­por­ta­ta, fin tan­to che era pos­si­bi­le, e lo stru­men­to del­le «indu­tiæ», le tre­gue plu­rien­na­li, era fun­zio­na­le ad una man­can­za poli­ti­ca a Roma per muo­ve­re una guer­ra su vasta sca­la al mon­do etru­sco che risol­ves­se la que­stio­ne. Il con­flit­to si tra­sci­na­va così stan­ca­men­te, al pun­to che i due eser­ci­ti com­bat­te­va­no di gior­no, e la sera, duran­te le sospen­sio­ni not­tur­ne, si incon­tra­va­no qua­si bona­ria­men­te, per asse­gna­re la vit­to­ria gior­na­lie­ra, con­tan­do il nume­ro dei rispet­ti­vi cadu­ti.

Ad un cer­to pun­to il dio Sil­va­no, stan­co di que­sto mas­sa­cro, infi­ni­to e assai poco viri­le, inter­vie­ne pro­cla­man­do a gran voce da den­tro le grot­te la vit­to­ria ai Roma­ni. Atter­ri­ti dal­la roboan­te sen­ten­za divi­na, gli Etru­schi deci­do­no da allo­ra di rien­tra­re nei con­fi­ni.

Ritro­via­mo in segui­to il dio Sil­va­no con il nome di Mar­te-Sil­va­no, essen­do sta­to assi­mi­la­to col tem­po al dio Mar­te. Cato­ne, nel De Agri­col­tu­ra, ripor­ta la ceri­mo­nia del «votum Mar­ti­sil­va­ni pro bubus uti valeant», per la salu­te del bestia­me. L’offerta con­si­ste­va in un piat­to di gra­na­glie e pan­cet­ta roso­la­ti nel vino («coce­re in unum vas … far­ris, lar­di, vini»), da ripe­ter­si per cia­scun capo di bestia­me pos­se­du­to.

 

La leg­gen­da di Sil­va­no, tut­ta­via, come spes­so acca­de, con­tie­ne una rap­pre­sen­ta­zio­ne per meta­fo­ra di una real­tà sto­ri­ca. E la real­tà sto­ri­ca è che dal 482 a.C. la guer­ra cam­bia regi­stro, e fini­ta la fase di stan­ca, ripren­de con una fase di rin­no­va­to vigo­re che va sot­to il nome di «bel­lum pri­va­tum» (Livio, II, 43). È una guer­ra pri­va­ta per­ché ad ani­mar­la non è l’esercito di Roma, ma un’intera fami­glia roma­na, la Gens Fabia, con­trap­po­sta ad un’intera cit­tà: Veio.

Tut­to ini­zia quan­do il con­so­le Quin­to Fabio Vibu­la­no, del­la fami­glia dei Fabii, rea­gi­sce all’ennesima scor­ri­ban­da dei Veien­ti: quel­la che dove­va esse­re però un’azione poco più che dimo­stra­ti­va si rive­la per i Roma­ni una sono­ra scon­fit­ta, e uno smac­co per­so­na­le per il con­so­le. Il con­so­le chie­de rin­for­zi per ven­di­ca­re l’affronto, e i Veien­ti chie­do­no rin­for­zi per otte­ne­re una secon­da vit­to­ria. Par­te da qui l’escalation e la cor­sa alla rival­sa del­la Gens Fabia.

Al con­so­le di rin­for­zi ne arri­va­no ben pochi. A Veio inve­ce di rin­for­zi ne arri­va­no tan­ti. Spe­ci­fi­ca Livio: «non tam Veien­tium gra­tia con­ci­ta­ta, quam quod in spem ven­tum erat discor­dia inte­sti­na dis­sol­vi Rem Roma­nam pos­se», non per vici­nan­za spi­ri­tua­le a Veio, ma nel­la spe­ran­za che quel­la fos­se la vol­ta buo­na che Roma, logo­ra­ta dal­la lot­ta inte­sti­na, cades­se. La vol­ta buo­na però non arri­va per nes­su­na del­le due par­ti in lot­ta: ogni anno, con la buo­na sta­gio­ne, ripar­to­no le osti­li­tà, che la tre­gua inver­na­le inter­rom­pe. E nes­su­na anna­ta è quel­la riso­lu­ti­va. Si instau­ra una situa­zio­ne di pace arma­ta in cui nes­su­no è dispo­sto a per­de­re, ma nes­su­no ha abba­stan­za for­za per vin­ce­re.

Il Sena­to di Roma, da par­te sua, è con­tra­rio a muo­ve­re le legio­ni con­tro Veio, disto­glien­do­le dai fron­ti con Equi e dei Vol­sci. La Gens Fabia ottie­ne così dal Sena­to una sor­ta di dele­ga in bian­co, a con­dur­re in pro­prio la guer­ra con­tro Veio. I Fabii si impe­gna­no a finan­ziar­la per inte­ro, sen­za chie­de­re a Roma né un sol­do né un sol­da­to. I Fabii han­no il solo obbli­go di com­pie­re ogni azio­ne in nome dell’autorità di Roma, per evi­ta­re, in caso di vit­to­ria, che la Gens Fabia si sece­des­se da Roma riven­di­can­do un regno suo. I Fabii con­du­co­no la loro guer­ra di fami­glia con le stes­se tec­ni­che del nemi­co: la guer­ri­glia. Li pro­vo­ca­no, gli ruba­no man­drie e rac­col­ti, e li por­ta­no ogni vol­ta sino al pun­to di scen­de­re a dare bat­ta­glia in cam­po aper­to, fer­man­do­si però un atti­mo pri­ma.

E si arri­va così al pri­mo rea­le epi­so­dio di guer­ra com­bat­tu­ta. Nel 477 i Veien­ti, temi­bi­li e deter­mi­na­ti, atten­do­no l’esercito dei Fabii pres­so il tor­ren­te Cre­me­ra, li sor­pren­do­no, e con un’azione in lar­ga sca­la ucci­do­no fino all’ultimo com­po­nen­te del­la trup­pa dei Fabii. Rie­sce a sal­var­si solo Quin­to Fabio Vibu­la­no. I Vien­ti pren­do­no corag­gio e muo­vo­no un eser­ci­to alla vol­ta di Roma, ripren­den­do il con­trol­lo del Gia­ni­co­lo, loro anti­co avam­po­sto. È qui che Vibu­la­no gui­da un con­trat­tac­co, che costrin­ge i Veien­ti al pre­ci­pi­to­so abban­do­no del Gia­ni­co­lo e al riti­ro entro le loro mura.

Ine­vi­ta­bil­men­te, ogni vol­ta che il Gia­ni­co­lo, come un inter­rut­to­re, è chiu­so o spen­to, le rot­te com­mer­cia­li si posta­no ver­so ove­st, lun­go le rot­te dei tor­ren­ti, allo­ra navi­ga­bi­li, che da Veio por­ta­va­no al Teve­re. Come il Rio Gale­ria, o il Rio Affo­ga­la­si­no, che sfo­cia pro­prio sot­to le grot­te di Mon­te­cuc­co. Le gran­di grot­te di Mon­te Cuc­co deb­bo­no esser­si rive­la­te in que­sto perio­do di gran­de uti­li­tà, soprat­tut­to per lo stoc­cag­gio del­le mer­ci in atte­sa di arri­va­re a Veio lun­go il cor­so del Rio affo­ga­la­si­no.

Comun­que, due anni dopo, sia­mo nel 475 a.C., i Veien­ti tor­na­no ad attac­ca­re, allea­ti dei Sabi­ni, e oppo­sti a Roma­ni, allea­ti lati­ni ed Erni­ci. Ci sono i pre­sup­po­sti per una ripre­sa del­la guer­ra su vasta sca­la. Suc­ce­de inve­ce che la caval­le­ria di Publio Vale­rio Publi­co­la ha la meglio e le azio­ni si fer­ma­no lì. Di lì a bre­ve vie­ne sigla­ta un’altra tre­gua plu­rien­na­le, del­la dura­ta di ben 40 anni. Roma è ben lie­ta di accet­ta­re, e rivol­ge­re così le atten­zio­ni mili­ta­ri ad Equi e Vol­sci. È un perio­do bur­ra­sco­so anche sul pia­no poli­ti­co, del resto, in cui a Roma si instau­ra la dit­ta­tu­ra dei Decem­vi­ri e vedo­no la luce le Leg­gi del­le XII tavo­le.

La situa­zio­ne tor­na a com­pli­car­si nel 438 a.C., quan­do la colo­nia roma­na di Fide­ne si con­se­gna al nuo­vo re di Veio, Lars Tolum­na. Roma invia subi­to degli amba­scia­to­ri a chie­de­re spie­ga­zio­ni e in tut­ta rispo­sta Tolum­na li fa ucci­de­re. L’uccisione degli amba­scia­to­ri, con­tra­rio allo ius gen­tium, è la mic­cia che ria­pre la guer­ra. Il con­so­le Lucio Ser­gio Fide­na­te ripor­ta del­le vit­to­rie, ma a gran­de prez­zo di vite uma­ne. Il suo suc­ces­so­re, Mamer­co Emi­lio, ripren­de le osti­li­tà, por­tan­do la bat­ta­glia sot­to le mura di Fide­ne. I Veien­ti, allea­ti dei Fali­sci, si difen­do­no con gran­de valo­re. L’azione deci­si­va la com­pie il tri­bu­no Aulo Cor­ne­lio Cos­so, che vin­ce in bat­ta­glia Tolum­na e ne spo­glia il cada­ve­re, ripa­ran­do l’oltragio subit dagli amba­scia­to­ri.

Nel 435 a.C. i Veien­ti ci ripro­va­no. Toc­ca al dit­ta­to­re Quin­to Ser­vi­lio Strut­to respin­ger­li e met­te­re nuo­va­men­te sot­to asse­dio Fide­ne, che final­men­te cade. La noti­zia del­la cadu­ta di Fide­ne ha però gran­de riso­nan­za il tut­ta la koi­nè etru­sca, al pun­to che per la pri­ma vol­ta la que­stio­ne tra Veio e Roma vie­ne per­ce­pi­ta come una guer­ra per la soprav­vi­ven­za tra due mon­di alter­na­ti­vi: quel­lo quel­lo etru­sco e quel­lo roma­no. Per la pri­ma vol­ta si ha cioè la per­ce­zio­ne dell’impossibilità di con­vi­ven­za tra i due popo­li. Dei mes­sag­ge­ri di Veio rag­giun­go­no le Dodi­ci cit­tà del mon­do etru­sco, e con­vo­ca­no un’adunanza pres­so il Fanum Vol­tum­næ, nell’attuale Orvie­to. I rap­pre­sen­tan­ti del­la Dode­ca­po­li, al Tem­pio, deci­do­no però di non inter­ve­ni­re subi­to: i Veien­ti han­no aper­to le osti­li­tà con Roma, per ora se la sbri­ghi­no da soli.

È in que­sto momen­to che Roma ripren­de le armi con­tro Veio, per chiu­de­re la par­ti­ta. Nean­che Roma, a dire il vero, dispo­ne di gran­di for­ze. Sor­pren­den­te­men­te i Veien­ti han­no la meglio, ripren­do­no Fide­ne e fan­no stra­ge di colo­ni roma­ni. Richia­ma­to in fret­ta Mamer­co Emi­lio alla cari­ca di dit­ta­to­re, Emi­lio ingag­gia sot­to Fide­ne la bat­ta­glia cam­pa­le. I Veien­ti accet­ta­no final­men­te la sfi­da in cam­po aper­to e in un pri­mo tem­po han­no il soprav­ven­to. La con­tro­mos­sa sono le cari­che di caval­le­ria di Aulo Cor­ne­lio Cos­so, che cir­con­da gli attac­can­ti e com­pie a sua vol­ta un mas­sa­cro. Colo­ro tra i Veien­ti che risco­no a fug­gi­re si river­sa­no sul Teve­re, dove muo­io­no per anne­ga­men­to. Fide­ne vie­ne distrut­ta e gli abi­tan­ti ven­go­no ven­du­ti come schia­vi. Sul­le rovi­ne vie­ne spar­so il sale.

Con lo sca­de­re dell’ennesima tre­gua, nell’anno 408 a.C., la stra­da per Veio è aper­ta, e un ritar­do da par­te di Veio nel paga­men­to del­le ripa­ra­zio­ni di guer­ra, pro­vo­ca la ripre­sa del­le osti­li­tà.

Un eser­ci­to di Roma­ni com­po­sto da mili­ta­ri, gui­da­to da tri­bu­ni mili­ta­ri, ottie­ne faci­li suc­ces­si, e giun­ge fin sot­to le mura di Veio, met­ten­do la cit­tà sot­to asse­dio.

Con l’assedio del­la capi­ta­le nemi­ca la guer­ra entra nel­la sua fase con­clu­si­va. Eppu­re il Sena­to roma­no non ha una gran voglia di impe­gnar­si in ope­ra­zio­ni mili­ta­ri, alme­no fino a che le guer­re con Vosci ed Equi sul fron­te sud-orien­ta­le non si sia­no con­clu­se. C’è poi il rischio che la Dode­ca­po­li etru­sca, di fron­te al rischio del­la capi­to­la­zio­ne di Veio, si deci­da e muo­va guer­ra a Roma, apren­do un con­flit­to su vasta sca­la. Sul fron­te etru­sco però la nuo­va adu­nan­za riu­ni­ta al Fanum Vol­tum­næ non ha fret­ta di accor­dar­si per dichia­ra­re guer­ra a Roma.

La situa­zio­ni si sbloc­ca quan­do Roma espu­gna Arte­na ai Vol­sci, e libe­ra così trup­pe per dare la zam­pa­ta deci­si­va a Veio. In quel tem­po Veio attra­ver­sa dei som­mo­vi­men­ti inter­ni, ed eleg­ge un nuo­vo re, che non gode del favo­re del­le altre cit­tà etru­sche. Gli allea­ti etru­schi, riu­ni­ti al Fanum Vol­tum­næ, così col­go­no l’occasione e rin­via­no il soste­gno mili­ta­re a Veio fino a che il nuo­vo re fos­se rima­sto al pote­re.

Roma nell’inverno di quell’anno non sospen­de, come con­sue­tu­di­ne, le ope­ra­zio­ni di asse­dio: paga inve­ce il sol­do ad un eser­ci­to sti­pen­dia­to, affin­ché l’assedio a Veio non conc­des­se tre­gua. All’esercito sti­pen­dia­to si aggiun­ge pre­sto un eser­ci­to di volon­ta­ri, pro­ve­nien­te dal­la ple­be roma­na. Qual­che rin­for­zo per la veri­tà arri­va anche a Veio, da par­te di Fali­sci e Cape­na­ti. La guer­ra ha una nuo­va fase di stan­ca, e in soc­cor­so di Veio arri­va­no pure Fale­rii e Tar­qui­nie­si.

Intan­to a Roma suc­ce­de un pic­co­lo disa­stro: l’arrivo a Veio di poche mili­zie volon­ta­rie ma pro­ve­nien­ti da tut­te le cit­tà etru­sche, lascia inten­de­re al Sena­to che da lì a bre­ve le cit­tà etru­sche avreb­be­ro dav­ve­ro mos­so guer­ra a Roma. Non vi era nul­la di più ine­sat­to: al Fanum Vol­tum­næ si agi­ta­va­no ven­ti di guer­ra, ma si pen­sa­va a tut­to fuor­ché a Roma: il nuo­vo peri­co­lo – i Gal­li Seno­ni di Bren­no – minac­cia­va le fron­tie­re set­ten­trio­na­li del mon­do etru­sco. Fat­to sta che a Roma la noti­zia dei volon­ta­ri giun­ti in soc­cor­so di Veio giun­ge ingi­gan­ti­ta, come se il con­trat­tac­co veien­te fos­se ormai immi­nen­te. In que­sto cli­ma vie­ne nomi­na­to dit­ta­to­re Mar­co Furio Camil­lo, e vie­ne pro­cla­ma­ta come di con­sue­tu­di­ne la leg­ge mar­zia­le.

Furio Camil­lo impri­me alla guer­ra l’accelerazione riso­lu­ti­va. La nar­ra­zio­ne di Livio (V, 19), sem­pre misu­ra­ta, si apre qui in uno dei rari slan­ci liri­ci, e ci dà la misu­ra del tor­na­to mora­le dei Roma­ni: «Iam Ludi Lati­næ­que instau­ra­ta erant, iam ex lacu Alba­no acqua emis­sa in agros, Veio­sque fata adpe­te­bant». Già i Gio­chi Lati­ni era­no sta­ti aper­ti, già l’acqua dell’emissario del Lago di Alba­no nutri­va i cam­pi, e già il desti­no segna­va la sor­te di Veio.

Il nuo­vo magi­ster equi­tum Publio Cor­ne­lio Sci­pio­ne rimet­te ordi­ne nell’esercito, indi­ce una nuo­va leva, arruo­la trup­pe volon­ta­rie lati­ne ed erni­che, e si tra­sfe­ri­sce a Veio, per segui­re da vici­no le ope­ra­zio­ni di asse­dio. Furio Camil­lo intan­to sba­ra­glia a Nepe gli alle­ti di Veio Fali­sci e Cape­na­ti, e giun­ge anche lui sot­to Veio, pren­den­do par­te all’assedio.

Improv­vi­sa­men­te però tut­te le osti­li­tà ces­sa­no. Que­sto epi­so­dio vie­ne nar­ra­to da Livio con gran­de pathos, come se stes­se rac­con­tan­do le fasi fina­li del­la guer­ra di Tro­ia. In gran segre­to tut­ti i mili­ti roma­ni ven­go­no mes­si a sca­va­re: si trat­ta del­lo sca­vo di una gran­de gal­le­ria, per arri­va­re a por­ta­re la guer­ra sin den­tro Veio, aggi­ran­do­ne le mura. Rac­con­ta Livio che i sol­da­ti fan­no tur­ni di 6 ore a ciclo con­ti­nuo, anche la not­te.

Un altro aned­do­to rac­con­ta­to da Livio vuo­le che Furio Camil­lo, ormai pros­si­mo a com­ple­ta­re la gal­le­ria, abbia invia­to emis­sa­ri al Sena­to per chie­de­re cosa fare dell’immenso bot­ti­no che si imma­gi­na­va di tro­va­re a Veio. Il Sena­to, con una rispo­sta che gal­va­niz­ze­rà la ple­be roma­na, con un pub­bli­co edit­to rispon­de gros­so­mo­do così: chi vuo­le il bot­ti­no di Veio, deve andar­se­lo a pren­de­re. È così che la ple­be di Roma all’istate abban­do­na i lavo­ri agri­co­li e si river­sa in mas­sa sot­to le mura di Veio.

Furio Camil­lo sca­te­na improv­vi­so un assal­to alle mura di Veio, che in real­tà è un diver­si­vo, ma i Veien­ti ci casca­no in pie­no. I Veien­ti accor­ro­no in mas­sa a difen­de­re le mura cit­ta­di­ne. Ed è in quel momen­to che l’Esercito Roma­no pene­tra a Veio dal­la gal­le­ria sca­va­ta sin nel cuo­re del­la cit­tà etru­sca. Ogni resi­sten­za vie­ne sog­gio­ga­ta nell’arco di una gior­na­ta. L’anno è il 396 a.C.. Ed è la fine di Veio. Il sac­cheg­gio del­la cit­tà, la depor­ta­zio­ne dei Veien­ti, e la ripar­ti­zio­ne dell’Ager Veie­ta­nus tra la ple­be di Roma chiu­do­no defi­ni­ti­va­men­te la par­ti­ta.

 

Del­le Grot­te di Mon­te Cuc­co si tor­na a par­la­re nel Medioe­vo.

Se ne par­la in un con­trat­to data 14 novem­bre 1451. I con­traen­ti sono un tale Paluz­zi Pon­zia­ni e un tale Cec­co­lel­la, per la ven­di­ta di «set­te caval­la­te di mosto» in loca­li­tà «Grot­te del Trul­lo dei Mas­si­mi». La «caval­la­ta» è un’unità di misu­ra fisca­le, che equi­va­le al man­te­ni­men­to per un anno di un sol­da­to a caval­lo, caval­lo com­pre­so. Con un gran­de appros­si­ma­zio­ne potrem­mo sti­ma­re una caval­la­ta in 50.000 euro, e in 350.000 il valo­re del mosto. È una som­ma dav­ve­ro ingen­te, che lascia inten­de­re come le Grot­te sia­no diven­ta­te una sor­ta di can­ti­na vini­co­la per lo stoc­cag­gio dell’intera zona cir­co­stan­te, col­ti­va­ta a vigna.

Scri­ve Ven­dit­ti: «Il mosto tra­spor­ta­to in que­sta descri­zio­ne con­fer­ma l’esistenza di gros­si appez­za­men­ti di ter­re­no col­ti­va­to a vigna in tut­to il com­pren­so­rio. Tut­te le col­li­ne che da Mon­te Ver­de e il Por­tuen­se si esten­do­no fino alla pia­na del Teve­re e all’inizio dell’Agro Roma­no, con i loro decli­vi asso­la­ti, si adat­ta­va­no magni­fi­ca­men­te alla col­tu­ra viti­co­la, a cui i Roma­ni da sem­pre volen­tie­ri ave­va­no rivol­to l’attenzione».

Lo stes­so Ven­dit­ti ripor­ta dell’impianto su que­ste col­li­ne, a ini­zio del Cin­que­cen­to, di un pre­gia­to viti­gno spa­gno­lo, in sosti­tu­zio­ne del­le uve loca­li. Il pro­mo­to­re di que­sta ini­zia­ti­va sareb­be sta­to Papa Leo­ne X dei Medi­ci, «tosca­no e raf­fi­na­to inten­di­to­re del buon vino, anche se mala­tic­cio e sof­fe­ren­te di sto­ma­co» (Ven­dit­ti).

Nell’anno 1547 ritro­via­mo le grot­te cita­te nel­la car­ta topo­gra­fi­ca di Eufro­si­no del­la Vol­pa­ia. In essa è scrit­to, e per­si­no dise­gna­to, il topo­ni­mo «Grot­te del­le Fate». Nel sug­ge­sti­vo nome rima­ne trac­cia di un’area magi­ca di que­sto luo­go, che si por­ta­va for­se appres­so dall’apoca del dio Mar­te Sil­va­no.

Sap­pia­mo inol­tre che intor­no alle grot­te sor­ge­va un casa­le, la cui trac­cia è sta­ta indi­vi­dua­ta dal Tomas­set­ti. Tut­ta­via a fine Cin­que­cen­to, del «Casa­le del­la Grot­ta del­le Fate» non vi è più trac­cia, e il al suo posto il lati­fon­do è indi­ca­to con un gene­ri­co «hog­gi vigna».

Vil­la Koch è una dimo­ra signo­ri­le nel­la col­li­na di Mon­te Cuc­co, data­ta attra­ver­so un’epigrafe al 1607.

Annes­so a Vil­la Koch si tro­va un cor­po lon­gi­tu­di­na­le più bas­so, è indi­ca­to nel­le map­pe loca­li come Vac­che­ria Pro­spe­ri. Per quan­to noto, la pro­prie­tà degli edi­fi­ci è pri­va­ta (è in cor­so un pas­sag­gio per com­pen­sa­zio­ne al Comu­ne di Roma). L’edificio sto­ri­co è par­zial­men­te crol­la­to, men­tre la Vac­che­ria ha per­du­to il tet­to e pre­sen­ta for­ti ele­men­ti di degra­do. Non è visi­ta­bi­le, non è visi­bi­le da stra­da. L’edificio è sta­to stu­dia­to dal­la Soprin­ten­den­za ai Beni archi­tet­to­ni­ci e del pae­sag­gio di Roma, che ha redat­to la sche­da inven­ta­ria­le n. 970747 (Rena­to Ban­chi­ni, cata­lo­ga­to­re J.R. Pei­xo­to).

Il Pia­no d’assetto del­la Riser­va Val­le dei Casa­li pre­ve­de il recu­pe­ro del cor­po del­la Vac­che­ria. Pre­ve­de inol­tre, poco distan­te, la rea­liz­za­zio­ne di un polo agro-ambien­ta­le e turi­sti­co-rura­le, con la risi­ste­ma­zio­ne dell’area intor­no via­le Isac­co New­ton, che dovrà diven­ta­re un giar­di­no pub­bli­co con zone di sosta col­le­ga­te da un per­cor­so cicla­bi­le.

 

Tor­re Coc­chi è una posta com­mer­cia­le del Pri­mo Otto­cen­to, sor­ta a fian­co di una vedet­ta sema­fo­ri­ca. La strut­tu­ra insi­ste­va sul vec­chio trac­cia­to di via del­la Maglia­na (oggi dismes­so e iner­bi­to) ed è oggi inter­clu­sa. Si svi­lup­pa su una pian­ta a L e si com­po­ne di un casa­let­to a due pia­ni che inglo­ba una pre­e­si­sten­te tor­re sema­fo­ri­ca (reper­to­rio del­le Bel­le Arti 970748, R. Ban­chi­ni e J.R. Pei­xo­to) e un cor­po late­ra­le addos­sa­to alla pare­te tufa­cea del­le Grot­ti­cel­le. Distan­zia­ta si tro­va una stal­la, uni­ta con un altro casa­le, cen­si­to dal­le Bel­le Arti (n. 970749). La tor­re pren­de nome dall’italianizzazione di Koch, la fami­glia sviz­ze­ra pro­prie­ta­ria nel Sei­cen­to del­la Vil­la di Mon­te Cuc­co. A poca distan­za si tro­va­no un altro casa­le con tor­re, Casa­lo­ne, Tor­re Righet­ti e le vil­le Usai e Bac­cel­li.

Casa­le Zuc­ca­ri è un casa­le rura­le del Pri­mo Otto­cen­to, sul ver­san­te sud del­la Col­li­na di Mon­te Cuc­co. Vi si acce­de da via del Trul­lo, da cui si distac­ca vico­lo del fos­so di Papa Leo­ne. Il casa­le è posto al civi­co 8. L’aspetto è quel­lo di un casa­let­to del­la cam­pa­gna roma­na a dop­pia ele­va­zio­ne, con coper­tu­ra lignea a dop­pia fal­da. Da esso si stac­ca in for­ma di avan­cor­po una tor­re sema­fo­ri­ca a pian­ta ret­tan­go­la­re. La tor­re, pro­ba­bil­men­te di epo­ca pre­ce­den­te, face­va il paio con l’altra tor­re posta a pre­si­dio del ver­san­te est del­la col­li­na. Il casa­le è sta­to stu­dia­to dal­le Bel­le Arti con il nume­ro 970755 (R. Ban­chi­ni, cata­lo­go di J.R. Pei­xo­to). Insie­me con le Grot­te del­le Fate, Vil­la Koch, Casa­lo­ne e le più recen­ti Tor­re Righet­ti, Vil­la Usai e Vil­la Bac­cel­li, for­ma l’insediamento rura­le di Mon­te­cuc­co.

[Vil­la Usai].

Ulte­rio­ri siste­ma­zio­ni del­le gal­le­rie avven­go­no duran­te la Secon­da guer­ra mon­dia­le, con l’annessione all’impianto del Genio di Trul­lo e Maglia­na e la loro tra­sfor­ma­zio­ne in depo­si­to mili­ta­re e rifu­gio anti­ae­reo.

Esi­ste una memo­ria popo­la­re al riguar­do. Essa vuo­le che, alla con­clu­sio­ne del­la Secon­da guer­ra mon­dia­le, le grot­te sia­no sta­te sti­pa­te di armi e per sem­pre mura­te.

Da infor­ma­zio­ni pre­se dagli attua­li fre­quen­ta­to­ri di Mon­te­cuc­co pare che oggi sia pos­si­bi­le entra­re den­tro le grot­te attra­ver­so le can­ti­ne di Tor­re Coc­chi e di Vil­la Bac­cel­li, e ovvia­men­te dal Genio mili­ta­re. Un’apertura pre­sen­te nel­la Col­li­na di Mon­te­cuc­co è anco­ra oggi pre­sen­te ma si scon­si­glia di per­cor­rer­la.

 

La Chie­sa del Casa­let­to è la sede del­la Par­roc­chia San­ta Maria del Car­mi­ne e San Giu­sep­pe al Casa­let­to (la 24a del Vica­ria­to di Roma).

 

Il bre­ve «In supre­mæ pote­sta­tis» di Cle­men­te XIII atte­sta nell’area, pre­ce­den­te­men­te al 1781, l’esistenza di una vice­cu­ra, svol­ta da un vica­rio rura­le del­la par­roc­chia di San­ta Maria in Tra­ste­ve­re.

La nuo­va par­roc­chia vie­ne eret­ta dal pon­te­fi­ce Pio VI l’11 mag­gio 1781 con il bre­ve «Divi­na vir­tu­tum». Vie­ne affi­da­ta al cle­ro dio­ce­sa­no di Roma. Il ter­ri­to­rio è otte­nu­to da quel­lo del­le par­roc­chie di S. Maria in Tra­ste­ve­re e di S. Ceci­lia in Tra­ste­ve­re.

Con un suc­ces­si­vo atto del 28 dicem­bre 1781 ven­go­no defi­ni­ti i con­fi­ni con la Dio­ce­si subur­bi­ca­ria di Por­to e San­ta Rufi­na («Decre­ta Vica­ria­tus», anno 1781, foglio 399, atto del nota­io rota­le Odoar­do Fara­glia).

Il Casa­le Jaco­bi­ni è un edi­fi­cio rura­le di fine Otto­cen­to, sito in via Gavor­ra­no, 18 – 42, al Trul­lo. Per quan­to noto, la pro­prie­tà è pri­va­ta e fun­zio­na­le; non è visi­ta­bi­le, è visi­bi­le da stra­da. È sta­ta stu­dia­ta dal­la Soprin­ten­den­za ai Beni archi­tet­to­ni­ci e del pae­sag­gio di Roma (sche­da inven­ta­ria­le 00970735A, Ban­chi­ni R. – cat. Pei­xo­to J.R.).

L’amministrazione par­roc­chia­le pas­sa in data non nota (pro­ba­bil­men­te a metà Otto­cen­to) ai Mona­ci Sil­ve­stri­ni.

In for­za del­la leg­ge n. 1402 del 19 giu­gno 1873 il cimi­te­ro annes­so alla par­roc­chia vie­ne inde­ma­nia­to, pas­sa cioè al dema­nio comu­na­le di Roma. Stes­sa sor­te toc­ca all’edificio par­roc­chia­le.

 

Il Monu­men­to ai Cadu­ti del­la Par­roc­chiet­ta è un’opera memo­ria­le a ricor­do dei sol­da­ti e uffi­cia­li del quar­tie­re che mori­ro­no duran­te la Pri­ma guer­ra mon­dia­le.

L’opera vie­ne rea­liz­za­ta nel 1923 e si com­po­ne di un basa­men­to a bloc­chi di tufo, su cui pog­gia la sta­tua in bron­zo di una Vit­to­ria dolen­te, rea­liz­za­ta dal­lo scul­to­re Tor­qua­to Tama­gni­ni: l’alloro nel­la mano sini­stra sim­bo­leg­gia la vit­to­ria; la mano destra pog­gia­ta a ter­ra nell’atto di depor­re un ramo sim­bo­leg­gia il sacri­fi­cio dei gio­va­ni sol­da­ti. La lapi­de memo­ria­le ripor­ta i nomi di 7 gra­dua­ti (tra i qua­li il capi­ta­no Maz­zan­ti­ni e il sot­to­te­nen­te Urba­ni) e 33 sol­da­ti sem­pli­ci, accom­pa­gna­ti dall’epigrafe «Eter­ni viva­no nel­la luce del­la glo­ria». Nel 1992 l’opera vie­ne spo­sta­ta su via Pal­mie­ri, per la costru­zio­ne del trat­to in soprae­le­va­zio­ne del­la Via Por­tuen­se, e restau­ra­ta nel 2006.

Nel 1923 vie­ne inau­gu­ra­to il pic­co­lo sacra­rio del­la par­roc­chiet­ta, a ricor­do di 40 uomi­ni del quar­tie­re che per­se­ro la vita duran­te la Guer­ra del 15 – 18.

L’opera si com­po­ne di un basa­men­to a bloc­chi irre­go­la­ri di tufo (a sim­bo­leg­gia­re la roc­cia, cioè le aspe­ri­tà del­la mon­ta­gna al con­fi­ne ita­lo-austria­co) su cui si erge una sta­tua in bron­zo, rea­liz­za­ta dal­lo scul­to­re Tor­qua­to Tama­gni­ni (1886−1965), cele­bre per aver rea­liz­za­to nume­ro­si sacra­ri mili­ta­ri e memo­ria­li ai cadu­ti. La sta­tua rap­pre­sen­ta una figu­ra fem­mi­ni­le in tuni­ca, una Vit­to­ria dolen­te, che reca nel brac­cio sini­stro un maz­zo di ser­ti di allo­ro, e con la destra depo­ne un ramo sul­la roc­cia, in segno di pie­tà per i Cadu­ti.

Sul basa­men­to è posta una lapi­de, che ripor­ta a nume­ri roma­ni le date di ini­zio e fine del­la Gran­de guer­ra (1915−1918) e l’anno di appo­si­zio­ne (1923). Reci­ta: «Per­ché [Affin­ché] eter­ni viva­no nel­la luce del­la glo­ria /​ il popo­lo del­la Par­roc­chiet­ta e del­la Maglia­na /​ vuo­le qui con­sa­cra­ti nel mar­mo /​ i nomi dei suoi glo­rio­si Cadu­ti». Seguo­no in tut­to 40 nomi (gli ulti­mi, non in ordi­ne alfa­be­ti­co, risul­ta­no aggiun­ti suc­ces­si­va­men­te), con il rispet­ti­vo gra­do mili­ta­re. In testa all’elenco com­pa­io­no quel­li dei gra­dua­ti Capit. Leo­nel­lo Maz­zan­ti­ni, S. Ten. Vale­rio Urba­ni, Aiut. B. Fede­ri­co Ago­li­ni, Mar. M. Rodol­fo Tron­ti, Serg. M. Giu­sep­pe Rughia, Serg. M. Enri­co Con­sor­ti e Capor. Atti­lio Men­ga­rel­li. A segui­re i nomi dei sol­da­ti sem­pli­ci (talu­ni appar­te­nen­ti allo stes­so nucleo fami­lia­re), di cui tra­scri­via­mo qui i cogno­mi: Ama­tuc­ci, Anni­bal­di, Anto­ni­ni, Astol­fi, Baioc­co, Bra­cac­ci­ni, Cerio­ni, Con­ti, D’Emilio, Fara­bol­li­ni, Fer­ra­ri, Galop­pa, Geri­ni, Gioac­chi­ni, Gri­sci, Maglioc­chet­ti, Mas­si­ni, Mat­tei, Mat­tio­li, Mon­te­por­zi, Muz­zi, Nava­ra, Pal­luc­ca, Pie­ran­to­nel­li, Poli­ti, Ran­go, Sil­ve­stri­ni, Sil­vi, Ster­pi, Ton­ti e Ver­duc­ci.

Nel 1992 l’opera vie­ne spo­sta­ta dal suo luo­go ori­gi­na­rio, a cau­sa del­la costru­zio­ne del trat­to in via­dot­to del­la Via Por­tuen­se. Si tro­va oggi su un distac­co di via del Casa­let­to, tal­vol­ta indi­ca­to come via Pal­mie­ri. Il monu­men­to è sta­to restau­ra­to nel 2006 dal­la Pro­vin­cia di Roma, sot­to la dire­zio­ne del­la Sovrin­ten­den­za Capi­to­li­na.

Il 1° mar­zo 1915, con decre­to del Car­di­nal vica­rio Basi­lio Pom­pi­li «Qua­m­diu per Agri Roma­ni», il ter­ri­to­rio par­roc­chia­le vie­ne ridot­to a segui­to dell’erezione del­la nuo­va par­roc­chia del San­tis­si­mo Rosa­rio di Pom­pei fuo­ri Por­ta Por­tuen­se.

Il 14 ago­sto 1932 i con­fi­ni ven­go­no nuo­va­men­te ridot­ti, con decre­to del Car­di­nal vica­rio Fran­ce­sco Mar­chet­ti Sel­vag­gia­ni «Cum Sanc­tis­si­mus Domi­nus», che isti­tui­sce la nuo­va par­roc­chia del­la Sacra Fami­glia.

L’amministrazione par­roc­chia­le dei Mona­ci Sil­ve­stri­ni, ter­mi­na il 17 giu­gno 1933 (data del­la sop­pres­sio­ne del­la con­gre­ga­zio­ne reli­gio­sa) e vie­ne quin­di affi­da­ta alla Pro­vin­cia bolo­gne­se dei Fra­ti mino­ri Cap­puc­ci­ni.

 

È situa­to in via del Casa­let­to, 691, nel XII Muni­ci­pio.

 

Il 9 mar­zo 1960, con il decre­to del Car­di­nal vica­rio Cle­men­te Mica­ra «Quo­ti­dia­nis curis», è eret­ta la nuo­va par­roc­chia di San Giro­la­mo. Il ter­ri­to­rio è desun­to in par­te dal­la par­roc­chia di S. Maria del Rosa­rio di Pom­pei alla Maglia­na e in par­te da quel­la di S. Maria del Car­mi­ne e S. Giu­sep­pe al Casa­let­to.

Il 28 feb­bra­io 1982, con il decre­to del Car­di­nal vica­rio Ugo Polet­ti «A tut­ti è ben noto», i ter­ri­to­ri di quat­tro par­roc­chie con­fi­nan­ti ven­go­no ridot­ti, per dare vista alla nuo­va par­roc­chia di Nostra Signo­ra di Val­me. Esse sono: S. Sil­via, S. Maria del Car­mi­ne e S. Giu­sep­pe, S. Gre­go­rio Magno e S. Raf­fae­le Arcan­ge­lo.

Dal 1° luglio 1994 l’amministrazione par­roc­chia­le é nuo­va­men­te affi­da­ta al cle­ro dio­ce­sa­no di Roma.

Il decre­to del Car­di­nal vica­rio Camil­lo Rui­ni del 22 mar­zo 1995 ride­ter­mi­na i con­fi­ni del­la par­roc­chia. Esso così dispo­ne: «Via del­la Fanel­la con ini­zio da Via Por­tuen­se; linea idea­le fino all’Istituto di clau­su­ra del­le Suo­re Man­tel­la­te; linea idea­le fino al Fos­so di Affo­ga­la­si­no; via di Affo­ga­la­si­no fino al pun­to che la det­ta [via] cur­va ver­so via del Casa­let­to; lar­go Pepe­re; bre­ve trat­to di via del Casa­let­to; via Loren­zo Roc­ci; via Vin­cen­zo Ussa­ni; via Isac­co New­ton; piaz­za Euge­nio Morel­li; via dei Col­li Por­tuen­si; Via Por­tuen­se per bre­ve trat­to; via­leia Isac­co New­ton fino all’intersezione con via di Papa Leo­ne; dal­la fine di det­ta via in linea idea­le, inter­se­can­do via del Trul­lo fino a via Cle­men­ti tut­ta; bre­ve trat­to di Via Por­tuen­se fino all’inizio di Via del­la Fanel­la».

 

L’attuale par­ro­co è Mon­si­gnor Lucia­no Cafo­rio (dal 2004), assi­sti­to dal vica­rio par­roc­chia­le Don Lui­gi San­to (2008) e dal vica­rio coo­pe­ra­to­re Don Hagos Hai­le Tesfa­ga­bir (2009).

La par­roc­chia con­ta 7 sedi sus­si­dia­rie.

Si trat­ta del­la Chie­sa annes­sa San­ta Maria del Car­mi­ne e San Giu­sep­pe al Casa­let­to, di via del Casa­let­to, 701; del­la Cap­pel­la Isti­tu­to San Giu­sep­pe, di via del Casa­let­to, 260; del­la Cap­pel­la Mona­che Ado­ra­tri­ci San­tis­si­mo Sacra­men­to, di via del Casa­let­to, 266; del­la Cap­pel­la Mona­che Man­tel­la­te, di via del­la Fanel­la. 40; del­la Cap­pel­la Ope­ra Don Gua­nel­la, di vico­lo Cle­men­ti, 45; del­la Cap­pel­la Suo­re del Divi­no Amo­re (IDA), di via Loren­zo Roc­ci, 64; del­la Chie­sa Mona­ste­ro Regi­na Car­me­li, di via del Casa­let­to 564.

La par­roc­chia con­ta nume­ro­si enti ter­ri­to­ria­li. Si trat­ta di: Chie­sa Annes­sa San­ta Maria del Car­mi­ne e San Giu­sep­pe al Casa­let­to; Anna Maria Mar­to­ra­no; Col­le­gio Maro­ni­ta Anto­nia­no di Sant’Isaia; Pon­ti­fi­cio Col­le­gio Mes­si­ca­no; San Giu­sep­pe; Fra­ter­ni­tà Disce­po­li di Gesù; Casa di acco­glien­za «Al Casa­let­to» (Ancel­le del­la Cari­tà, ADC); Casa Fami­glia «Bian­ca Rosa Fan­fa­ni» (Suo­re Pic­co­le Ope­ra­ie del Sacro Cuo­re); Casa Gene­ra­li­zia – Casa «Mater Mun­di» (Suo­re del Divi­no Amo­re, IDA); Casa Gene­ra­li­zia (Suo­re di San Feli­ce da Can­ta­li­ce – Feli­cia­ne, CSSF); Comu­ni­tà (Figlie di San­ta Maria del­la Divi­na Prov­vi­den­za (Gua­nel­lia­ne), FSMP; Comu­ni­tà (Suo­re di San Giu­sep­pe – Cham­bé­ry, CSG; Mona­ste­ro «Regi­na Car­me­li» (Mona­che Car­me­li­ta­ne Scal­ze dell’Ordine del­la Bea­tis­si­ma Ver­gi­ne del Mon­te Car­me­lo; Mona­ste­ro di Gesù Som­mo ed Eter­no Sacer­do­te (Mona­che Ado­ra­tri­ci Per­pe­tue del San­tis­si­mo Sacra­men­to); Mona­ste­ro Man­tel­la­te «Bea­ta Ver­gi­ne Maria Addo­lo­ra­ta» (Mona­che Man­tel­la­te Ser­ve di Maria Ver­gi­ne Addo­lo­ra­ta; Casa di Pro­cu­ra (Ordi­ne Anto­nia­no Maro­ni­ta, OAM); Comu­ni­tà Addet­ti alla Libre­ria «Anco­ra» (Figli di Maria Imma­co­la­ta (Pavo­nia­ni), FMI); Curia Gene­ra­li­zia – Ope­ra Don Gua­nel­la (Ser­vi del­la Cari­tà (Ope­ra Don Gua­nel­la), SC); Pro­cu­ra Gene­ra­le (Figli di Maria Imma­co­la­ta (Pavo­nia­ni), FMI); Casa di Cura «Vil­la Maria Imma­co­la­ta»; Euro­pean Hospi­tal; Con­fra­ter­ni­ta del San­tis­si­mo Sacra­men­to in San­ta Maria del Car­mi­ne e San Giu­sep­pe; Asso­cia­zio­ne Cat­to­li­ca «Fiac­co­la del­la Cari­tà» – Aggre­ga­zio­ne Eccle­sia­le; Scuo­la Media Sta­ta­le «Gior­gio Moran­di».

 

Il Cimi­te­ro del­la Par­roc­chiet­ta è un cam­po­san­to sor­to nel 1781 e rie­di­fi­ca­to nel 1855. Il cimi­te­ro del 1781 sor­ge a fian­co dell’attuale chie­sa di San Giu­sep­pe al Casa­let­to, come «fos­sa comu­ne per i cam­pa­gno­li indi­gen­ti», sen­za cro­ci né nomi. L’epidemia di cole­ra del 1855 ren­de neces­sa­rio lo sca­vo di una secon­da fos­sa, nel fon­do­val­le, che, pas­sa­ta l’emergenza sani­ta­ria, si apre via via alle sepol­tu­re per i mor­ti del­la comu­ni­tà del­la Maglia­na, con lapi­di con­tras­se­gna­te da bre­vi iscri­zio­ni bio­gra­fi­che. La mala­ria di ini­zio Nove­cen­to e i lut­ti del­la Gran­de Guer­ra por­ta­no il cimi­te­ro alla con­for­ma­zio­ne attua­le, con alcu­ni carat­te­ri monu­men­ta­li. Nel 1931 il cam­po­san­to vie­ne acqui­sta­to dal Comu­ne di Roma. Dal 1992, dopo la soprae­le­va­zio­ne del­la Via Por­tuen­se, l’ingresso è su via­le New­ton.

 

Nel 1847 un ispet­to­re eccle­sia­sti­co visi­ta la Par­roc­chiet­ta e redi­ge uno «sta­to del­le ani­me», cioè un pron­tua­rio con doman­de e rispo­ste sui costu­mi reli­gio­si loca­li, risco­per­to nel 1991 dagli stu­dio­si P. Fer­ra­ri­ni e V. Teo­do­ro.

Signi­fi­ca­ti­ve sono le doman­de cir­ca la pie­tà dei defun­ti. «Come muo­io­no i pove­ri?», reci­ta la pri­ma doman­da. «Li defun­ti pove­ri si accom­pa­gna­no dal par­ro­co con sto­la e cot­ta e cro­ce innan­zi, e quat­tro fiac­co­let­ti. Con­dot­ti in chie­sa vi si fan­no li soli­ti suf­fra­gi, com­pren­si­vi del­la mes­sa di requiem e indi si fan­no sot­ter­ra­re nel­la tom­ba comu­ne adat­ta al ses­so». Dal­la rispo­sta si rica­va che la fos­sa comu­ne è divi­sa in due set­to­ri, uno maschi­le e uno fem­mi­ni­le. Doman­da: «In cosa con­si­ste la tom­ba comu­ne?». Rispo­sta: «Lo spur­go fat­to tre anni indie­tro [nel 1844] fu ese­gui­to col fare una fos­sa nell’orto del­la Par­roc­chia e le ossa rico­per­te col­la ter­ra, sen­za alcun segno».

Signi­fi­ca­ti­va è la doman­da «Come muo­io­no i ric­chi?», da cui si rica­va che la Par­roc­chiet­ta è un cimi­te­ro per pove­ri: «Li defun­ti di qual­che enti­tà si sep­pel­li­sco­no in Roma, ove si con­du­co­no nel prin­ci­pio del male».

Altre doman­de chia­ri­sco­no gli aspet­ti più pra­ti­ci, e il fat­to che intor­no ai sacra­men­ti non vi fos­se un signi­fi­ca­ti­vo giro di dena­ri: «Come si impar­ti­sce l’estrema unzio­ne?». «Si accom­pa­gna il San­tis­si­mo Via­ti­co col­li ceri ad ognu­no, col velo ome­ra­le e ombrel­li­no». Si cele­bra­no suf­fra­gi e si pre­ga per le ani­me del Pur­ga­to­rio? «La rac­co­man­da­zio­ne dell’anima la fa il par­ro­co, nel­lo spec­chio del ritua­le». Il par­ro­co vie­ne paga­to secon­do i tarif­fa­ri? «L’abuso vi è che niù­no degli inte­res­sa­ti col defun­to vuo­le sta­re alle sud­det­te leg­gi. Si fan­no del­le dimi­nu­zio­ni».

Le Bel­le Arti segna­la­no la pre­sen­za di un casa­le rura­le di fron­te al Cimi­te­ro, inven­ta­ria­to con il n. 970663 (a cura di R. Ban­chi­ni, cata­lo­go di G. Tan­ti­ni). Il casa­le inglo­ba una tor­re sema­fo­ri­ca del­la Via Por­tuen­se, e si pre­sen­ta pur­trop­po in un brut­to sta­to di con­ser­va­zio­ne. Da fon­ti ora­li si rica­va che il casa­le ospi­ta­va la bot­te­ga di un fio­ra­io, che face­va affa­ri con il cimi­te­ro giu­sto di fron­te. Non si cono­sco­no i moti­vi del­la chiu­su­ra, ma pare ragio­ne­vo­le che la chiu­su­ra sia avve­nu­ta pri­ma degli Anni Novan­ta, da quan­do cioè il cimi­te­ro ha smes­so di ospi­ta­re nuo­ve sepol­tu­re, e di con­se­guen­za il nume­ro dei visi­ta­to­ri è note­vol­men­te cala­to.

 

Nel 2006 abbia­mo cen­si­to le «epi­gra­fi par­lan­ti» del cimi­te­ro por­tuen­se, quel­le epi­gra­fi cioè che oltre al nome del defun­to ne ripor­ta­no anche alcu­ne vicen­de bio­gra­fi­che o trat­ti carat­te­ria­li. Da que­sto inso­li­to cen­si­men­to risul­tò una pic­co­la anto­lo­gia di epi­gram­mi desti­na­ta agli addet­ti ai lavo­ri, che fu subi­to acco­sta­ta alla cele­bre Anto­lo­gia di Spoon River di Edgar Lee Masters e, neces­sa­ria­men­te uscì dall’ambito dei tec­ni­ci per cir­co­la­re come un’insolita for­ma let­te­ra­ria. In essa le vivi­de voci del­la comu­ni­tà por­tuen­se di fine Otto­cen­to e del Pri­mo Nove­cen­to – brac­cian­ti, sol­da­ti, ma anche il Mae­stro, l’Agro­no­mo, l’Inna­mo­ra­to e per­si­no il Paz­zo – si ricom­pon­go­no nel qua­dro uni­ta­rio di una socie­tà com­ples­sa e per mol­ti ver­si attua­le. Ne ripor­tia­mo qui di segui­to il testo.

 

L’agricoltore | Qui ripo­sa [un] agri­co­lo soler­te e labo­rio­so. Morì il 18 mar­zo 1898 all’età di anni 58

 

La zap­pa­tri­ce | Deli­zia del suol, esem­pio di vir­tù a chi la conob­be. Vis­se anni 70 e mesi 7

 

Il guar­dia­no | Fu agri­co­lo soler­te e vigi­lan­te

 

L’immigrato | Nato a Fal­le­ra­no in pro­vin­cia di Fer­mo, morì al età gio­va­ni­le [con erro­re gram­ma­ti­ca­le]

 

Il capo d’azienda | Giu­sto nel­la azien­da, for­te nel­le avver­si­tà, coi pove­ri bene­fi­co

 

Il mae­stro | Inse­gnan­te comu­na­le, con affet­tuo­se cure per tre lustri illu­mi­nò le ver­gi­ni men­ti, edu­can­do­le ad ama­re Dio, fami­glia e Patria

 

L’uomo di pro­gres­so | [Fu] agro­no­mo

 

L’innamorato | Dopo Dio nul­la ebbe di più caro del­la sua dilet­ta spo­sa

 

Il paz­zo | Di ani­mo gen­ti­le e reli­gio­so, nell’età di 36 anni, non sano di men­te, si diè la mor­te

 

Il camio­ni­sta | Col suo camion cari­co, al pas­sag­gio a livel­lo men­tre tra­ver­sa­va alla Maglia­na, soprag­giun­ge­va il tre­no che lo ucci­se

 

L’automobilista | A Castel di Gui­do fata­le inci­den­te d’auto reci­se

 

Il cadu­to | Uomo labo­rio­so è one­sto [con erro­re gram­ma­ti­ca­le], peri­va mise­ra­men­te di fata­le infor­tu­nio ove lavo­ra­va

 

Il gio­va­ne dal­la dop­pia sfor­tu­na | Nato a Ren­di­na­ra [loca­li­tà col­pi­ta dal Ter­re­mo­to di Avez­za­no], morì per ter­ri­bi­le disgra­zia sul lavo­ro

 

Il com­bat­ten­te d’Africa | Clas­se 1887, pre­se par­te alla Guer­ra libi­ca

 

Due fan­ti | Œ Rima­se feri­to a Zaco­ra, morì a Pla­va |  Sacri­fi­cò la gio­va­ne vita con­tro l’odiato nemi­co. Cad­de da valo­ro­so nel Pas­so del Fal­za­re­co

 

Il ber­sa­glie­re | Cadu­to da eroe nel cam­po dell’onore

 

L’aiutante di cam­po | Cadu­to per la Patria sul Mon­tel­lo

 

Il richia­ma­to alle armi | Fu richia­ma­to a com­bat­te­re per la gran­dez­za del­la Patria. Cad­de valo­ro­so sul Mon­te San Miche­le

 

Due redu­ci | Œ Gran­de inva­li­do di guer­ra |  Dopo 4 anni di guer­ra tor­nò dal fron­te mala­to e in segui­to morì

 

Il padre che atte­se inva­no | Con l’assillante desi­de­rio di rive­de­re il figliuo­lo, com­bat­ten­te con­tro l’odiato nemi­co, spe­gne­va­si

 

L’aviatore | Sacri­fi­ca­va la sua gio­va­nis­si­ma esi­sten­za per una più gran­de Ita­lia

 

Il cadu­to in tem­po di pace | Nel cie­lo di Avez­za­no volò a Dio

 

Il buo­no | Mite, paci­fi­co, lie­to ani­mo

 

Due vir­tuo­si | Œ Ama­to da tut­ti |  Di elet­te vir­tù

 

Il pre­vi­den­te | Uomo one­sto e labo­rio­so, dedi­ca­to alla fami­glia, eres­se in vita per sé que­sta umi­le tom­ba

 

L’ironico | Libe­ro pen­sa­to­re

 

Due uomi­ni di fede | Œ Uomo one­sto e labo­rio­so, vis­se gri­stia­na­men­te [erro­re orto­gra­fi­co]. Dedi­gò [altro erro­re orto­gra­fi­co] la sua vita per la fami­glia. Perì mise­ra­men­te |  Sor­ret­to da fede viva pas­sò la sua vita nell’ideale cri­stia­no. Suo van­to la fami­glia, il lavo­ro, l’onestà

 

I pole­mi­ci | Œ Nata il 9 mag­gio 1861, roma­na |  Roma­no, vis­se one­sto e ope­ro­so, tut­to dedi­to alla fami­glia | Ž Sol­da­to roma­no, cade­va col­pi­to da piom­bo austria­co sul­le vet­te del Tren­ti­no

 

Il mala­to di feb­bre quar­ta­na | Rapi­to da repen­ti­no mor­bo, dopo 5 gior­ni di malat­tia volò

 

La vec­chia dura a mori­re | Fu col­pi­ta più vol­te da para­li­si. Il 10 mag­gio 1919 fu ripre­sa e fu col­pi­ta [e in con­se­guen­za] ces­sa­va di vive­re

 

Due tem­pre for­ti | Œ Agri­co­lo soler­te e labo­rio­so, vis­se nel lavo­ro cri­stia­na­men­te fin­ché il fie­ro mor­bo lo rapì |  Mor­bo insi­dio­so fiac­cò in bre­ve la fibra robu­sta

 

I fra­tel­li­ni | Qui ripo­sa­no [tre] fra­tel­li che nel perio­do di gior­ni dodi­ci il mor­bo cru­de­le li rapi­va

 

I rapi­ti | Œ Rapi­ta da repen­ti­no malo­re |  Rapi­ta nel fior degli anni | Ž Rapi­to da mor­bo cru­de­le il 19 mag­gio 1925

 

Pic­co­li ange­li | Omis­sis [si è scel­to di non pub­bli­ca­re gli epi­gram­mi degli infan­ti]

 

Madre e figlia | Œ Spin­ta al sacri­fi­cio per sal­va­re la figlia Pasqui­na, peri­va eroi­ca­men­te [Epi­gram­ma del­la Madre] |  Nei pri­mi pas­si del­la vita è gher­mi­ta dal desti­no [Epi­gram­ma del­la Figlia]

 

Due uomi­ni di cri­stia­na pazien­za | Œ Dopo lun­ga e peno­sa malat­tia, sop­por­ta­ta cri­stia­na­men­te, lascia­va la ter­ra |  Dopo lun­ga e peno­sa malat­tia si addor­men­tò nel Signo­re

 

L’uomo che sep­pe aspet­ta­re | Uomo one­sto e labo­rio­so, rag­giun­se la sua con­sor­te lì 8 gen­na­ro 1924

 

La don­na che sep­pe aspet­ta­re | Nata a Tor­re Sabi­no fu esem­pio di vir­tù come spo­sa e madre. Rag­giun­se [infi­ne] il suo con­sor­te

 

Il figlio | I geni­to­ri e i paren­ti, quan­do lo conob­be­ro, lo pian­go­no [epi­gram­ma crip­ti­co]

 

Gli spo­si | Œ Uomo di esem­pla­re vir­tù, ama­to dal­la moglie, il figlio e tut­ti quan­ti colo­ro che lo conob­be­ro |  La nume­ro­sa figlio­lan­za edu­cò alla reli­gio­ne, al lavo­ro, all’onestà | Ž Spo­so e padre esem­pla­re, si sacri­fi­cò e vis­se per il bene del­la fami­glia

 

Il padre affet­tuo­so | Fu spo­so e padre affet­tuo­so, aman­te del lavo­ro e del­la fami­glia

 

Due padri di fami­glia | Œ Uomo one­sto e labo­rio­so, amo­ro­so ver­so la fami­glia |  Tra­scor­se una vita esem­pla­re e labo­rio­sa, dedi­ca­ta all’affetto del­la sua fami­glia

 

Tre madri affet­tuo­se | Œ Fu madre affet­tuo­sa, don­na esem­pla­re rapi­ta sì pre­sto |  Fu madre affet­tuo­sis­si­ma, moglie esem­pla­re | Ž Spo­sa e madre affet­tuo­sa, di rare vir­tù

 

La madre equa­ni­me | Madre di quat­tro figli, e tut­ti li ado­ra­va

 

Le madri cri­stia­ne | Œ Qui ripo­sa in pace [una] madre affet­tuo­sa [che] alle­vò la fami­glia cri­stia­na­men­te |  Don­na, spo­sa e madre cri­stia­na

 

Le spo­se | Œ Madre esem­pla­re, cer­cò con amo­ro­sa tena­cia di ren­de­re sem­pre più bel­la la vita del­la sua fami­glia |  Spo­sa e madre di alte vir­tù | Ž […] la cui vir­tù e l’eterna rugia­ta […] [incom­ple­to e con erro­re orto­gra­fi­co]

 

Le don­ne di vir­tù civi­li | Œ Esem­pio di dome­sti­che e civi­li vir­tù |  [Ne] sarà ricor­da­ta la for­tez­za d’animo [e] la saga­ci­tà ope­ro­sa, nel­la cara fami­glia e nel­le asso­cia­zio­ni

 

La don­na del­le pie ope­re | Nobi­le esem­pio di fede anti­ca e pie­tà ope­ro­sa, model­lo di spo­sa e di madre

 

Uomi­ni e don­ne che atten­do­no nel son­no dei giu­sti | Œ Accan­to all’amato spo­so dor­me il son­no dei giu­sti, in atte­sa del­la Risur­re­zio­ne |  Gene­ro­so e pio, qui ripo­sa in peren­ne atte­sa del­la Risur­re­zio­ne | Ž Aspet­tan­do la Risur­re­zio­ne ripo­sa­no in pace le [sue] spo­glie mor­ta­li |  Nel­la riden­te sere­ni­tà dei giu­sti si addor­men­ta­va nel Signo­re

 

Fino al 1992 la voce popo­la­re indi­ca­va il trat­to di via Por­tuen­se a ridos­so del cimi­te­ro con il nomi­gno­lo di «Mon­ta­gne rus­se». L’epiteto tro­va­va la ori­gi­ne nel fat­to che la Por­tuen­se, dopo il trat­to in col­li­na all’altezza di via Matri­car­di, com­pi­va una bru­sca disce­sa ver­so il fon­do­val­le, supe­ra­va con un pon­ti­cel­lo a gob­ba d’asino il fos­so di Papa Leo­ne, quin­di aggi­ra­va il cimi­te­ro con una ser­pen­ti­na, e infi­ne tor­na­va ad arram­pi­car­si bru­ca­men­te in col­li­na supe­ran­do la Par­roc­chiet­ta, peral­tro per poi scen­de­re di nuo­vo ver­so il Trul­lo.

Nel 1992 sono sta­ti rea­liz­za­ti impor­tan­ti inter­ven­ti di via­bi­li­tà, che han­no uni­to le due quo­te di mag­gior altez­za in un via­dot­to con­ti­nuo, che sca­val­ca il cimi­te­ro. La solu­zio­ne, sia pur fun­zio­na­le alla via­bi­li­tà, ha susci­ta­to allo­ra non poche pro­te­ste, rele­gan­do il cimi­te­ro loca­le ad una posi­zio­ne dav­ve­ro sco­mo­da da rag­giun­ge­re.

Nel mag­gio 2017 le cro­na­che loca­li ripor­ta­no di alcu­ni pre­sun­ti pro­ble­mi di sta­ti­ci­tà sul via­dot­to, a 25 anni dal­la sua rea­liz­za­zio­ne. A dare loro voce è un cono­sci­to­re atten­to del ter­ri­to­rio, il vice­pre­si­den­te muni­ci­pa­le Mar­co Pal­ma, attra­ver­so un video assai popo­la­re sui social media, in cui docu­men­ta lo «scos­so­ne» a cui le auto­mo­bi­li sono sog­get­te, nell’atto di supe­ra­re uno dei pun­ti di giun­tu­ra[1]:

 

È anco­ra sen­za rispo­sta la mia richie­sta di veri­fi­ca sta­ti­ca del Pon­te sul­la via Por­tuen­se, dove da tem­po sono visi­bi­li peri­co­lo­si avval­la­men­ti pro­prio all’altezza del­la fine del­la cam­pa­te. Ho invia­to una nota al Simu, dove c’è un appo­si­to uffi­cio che vigi­la sui pon­ti: alme­no due paro­le di con­for­to le avrei cer­ta­men­te gra­di­te. Ne ho par­la­to anche con alcu­ni espo­nen­ti del­la Poli­zia loca­le, ma di fron­te alle com­pe­ten­ze nul­la si può fare.

 

La Via Por­tuen­se è infat­ti una stra­da clas­si­fi­ca­ta come gran­de via­bi­li­tà cit­ta­di­na: non può inter­ve­ni­re l’ente di pros­si­mi­tà ma deve far­lo il Comu­ne. Pal­ma ha por­ta­to la que­stio­ne alla Com­mis­sio­ne Urba­ni­sti­ca muni­ci­pa­le e ha quin­di scrit­to nuo­va­men­te all’Assessorato capi­to­li­no ai Lavo­ri pub­bli­ci, al Dipar­ti­men­to e ai Vigi­li del fuo­co. Al momen­to in cui scri­via­mo, lo «scos­so­ne» per chi tran­si­ta in auto sul via­dot­to sem­bre­reb­be anco­ra chia­ra­men­te avver­ti­bi­le.

 

Il Bor­ghet­to Por­tuen­se è un inse­dia­men­to arti­gia­na­le, com­po­sto di caseg­gia­to prin­ci­pa­le affac­cia­to su stra­da e vari cor­pi mino­ri dispo­sti intor­no a una cor­te inter­na.

L’origine è otto­cen­te­sca. Vi si acce­de da Via Por­tuen­se, 723 (incro­cio del­la Fanel­la), attra­ver­san­do un arco bugna­to che ave­va in ori­gi­ne inse­gne nobi­lia­ri. Il caseg­gia­to mag­gio­re sul­la destra si svi­lup­pa su due pia­ni con­traf­for­ta­ti, con pro­spet­ti in late­ri­zio e sel­ce. Il pia­no supe­rio­re è l’unico ad uso sto­ri­co abi­ta­ti­vo. Il tet­to a capan­na è oggi crol­la­to in più pun­ti. Sul­la sini­stra si tro­va una pic­co­la offi­ci­na in laterizio/​selce a dop­pia fal­da. In fon­do alla cor­te vi è un magaz­zi­no con strut­tu­ra simi­le. Tra que­sto e il cor­po prin­ci­pa­le si tro­va­no una serie di super­fe­ta­zio­ni disor­di­na­te (sche­da Bel­le Arti: Sacchi/​599157, cata­lo­go di Giam­pao­li e Fra­cas­so).

 

[1] Man­ci­ni L., Muni­ci­pio XI: Anco­ra richie­ste di veri­fi­che per il pon­te sul­la Por­tuen­se, ne L’Urlo, 8 mag­gio 2017.

 

 

 

 

 

 

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