Villa Bonelli (già Casa Balzani) è una villa ottocentesca, legata alla memoria dell’agronomo Michelangelo Bonelli, cui si deve l’impianto della Tenuta Due torri, l’organizzazione a terrazze del parco e la ristrutturazione edilizia della villa. Villa Bonelli è stata studiata dalla Sovrintendenza Comunale di Roma e dalla Soprintendenza ai BB.AA. e del Paesaggio di Roma (cfr. Roberto Banchini, Scheda inventariale n. 970673 – Sopr. BBAA e Paesaggio Roma. Catalogo di G. Tantini).

 

Un documento fiscale del 1693 nomina l’abate Cenci e monsignor Pallavicini, proprietari della vigna «in contrada Vicolo Inbrecciato», per la quale pagano le tasse più alte del comprensorio. Un secolo dopo e oltre, il Catasto gregoriano (anno 1818, mappa 159, particella 235) attesta una «casa con corte per l’uso del Vignarolo», primo nucleo della moderna Villa Bonelli, su una superficie di 32 centesimi catastali.

La proprietà è ancora ecclesiastica – precisamente della chiesa di S. Maria in via Lata – ma su di essa il vignarolo Giuseppe Pagani vanta il diritto di «enfiteusi perpetua», una sorta di affitto a basso canone, riscattabile, molto vicino al moderno contratto di «leasing».

Non solo. Pagani ha in enfiteusi anche l’intera «vigna» (particella catastale 234) che misura 8 quadrati, 8 tavole e 27 centesimi, e il «fienile» (particella 233) che misura 6 centesimi. Verso il 1839 l’operoso vignarolo aggiunge al casale un corpo perpendicolare (visibile nella mappa della Congregazione del Censo), ma verso metà Ottocento l’attività deve conoscere un rapido declino: nelle mappe la nuova ala è crollata, e un documento del 1878 annota che il fienile è ormai «diruto».

L’enfiteusi sarà «riscattata» (pagando il valore capitalizzato del canone) verosimilmente intorno al 1870, anno in cui la piena proprietà passa a Giuseppe Balzani.

I Balzani (e poi i Trinchieri) sono proprietari della tenuta intorno al 1870.

Le loro vicende familiari sono state ricostruite dagli studi attenti di Carla Benocci.

Alla morte del capostipite Giuseppe Balzani, nel 1885, ereditano congiuntamente la vedova Virginia Ciocci-Balzani e i figli Saverio, Giuseppe e Silvia. Virginia Ciocci-Balzani muore due anni dopo, nel 1887, e la proprietà si consolida nei tre figli. La comproprietà non deve essere stata facile, tanto che il 28 gennaio 1900 si arriva ad una spartizione: la tenuta Balzani viene assegnata in via esclusiva alla figlia femmina, andata sposa ad Emilio Trinchieri.

Alla morte di Silvia Balzani-Trinchieri, nel 1902, la proprietà passa in eredità congiuntamente al marito Emilio e alla numerosa figliolanza: Virginia, Giuseppe, Emma, Giovanna, Giovan Battista e Marcello. Intorno al 1906 sono attestati degli abbellimenti che portano la dimora ad assumere carattere signorile e «forma ad L», e ad essere indicata nelle mappe come «Casa Balzani» o già «Villa Balzani». La sua estensione, delimitata dalle attuali vie Montalcini, Fuggetta, Baffi, Ribotti e Valli, è di 113 mila m2.

Gli eredi Trinchieri vendono la proprietà a Bonelli il 29 ottobre 1925.

 

Intanto, fra il 1818 e il 1839 il Sancta sanctorum aveva rilevato le quote ‘pro indiviso’del Gonfalone e dei proprietari privati, e aveva costituito la proprietà unitaria «Tenuta di Pian due Torri, tutta in piano», coltivata a rotazione tra seminativo e maggese. Poco dopo vende al conte Filippo Cini di Pianzano, e suo figlio rivende a monsignor Angelo, della casata locale dei Bianchi.

Il Monsignore tenta l’unificazione della piana con la sovrastante collina di S. Passera, con motivazioni assai semplici: differenti quote altimetriche tengono al riparo dai capricci del fiume, e permettono di variegare le colture. Le stesse intuizioni, mezzo secolo dopo, saranno alla base dell’opera di Bonelli.

La studiosa Benocci ha ricostruito le acquisizioni fondiarie di Angelo Bianchi: i primi acquisti di «terreni e casali ad uso vignarolo» datano 1870, in comproprietà con Salvatore, figlio del capostipite Luigi Bianchi; alla morte di Salvatore, nel 1885, la sua quota passa al figlioletto Luigi (con lo stesso nome del nonno); quando anche monsignor Angelo muore, nel 1897, il giovane Luigi eredita la quota dello zio, e si ritrova unico proprietario di un latifondo da 72 ettari.

Luigi rimane proprietario fino al 1912, anno in cui la proprietà si frammenta nuovamente. La piana viene acquistata nel 1923 da Bonelli, che nel 1926 la gira alla società anonima GIT («Gestione Immobili Torino»). Nel 1938 la società diventa in nome collettivo, e dal 1941 passa ad Adriano Tournon, genero di Bonelli.

 

L’agronomo portuense Michelangelo Bonelli pubblica nel 1897 un trattato in due volumi, dal titolo «La Concimazione razionale».

In essa Bonelli introduce nelle tecniche di coltivazione tradizionali le applicazioni pratiche della nuova chimica di fine Ottocento. Bonelli sostiene che taluni elementi fertilizzanti – come l’azoto, la potassa (potassio), l’acido solforico, i fosfati e la calce (calcio) – possono correggere le manchevolezze di un terreno, rendendolo adatto ad ogni coltivazione. Il principio cardine dell’opera è che la concimazione chimica deve essere limitata dall’uso della ragione: non deve esserci concimazione laddove le condizioni del suolo sono già ottimali; e non vanno concimati i terreni nei quali la concimazione chimica offrirebbe una maggiorazione della resa inferiore al 6%. Rese inferiori al 6% sono accettabili solo sui terreni incolti o improduttivi, in vista del cosiddetto ampliamento dello spazio agrario.

L’impianto dell’opera è estremamente pratico. La lettura di un breve passo ci può fare capire come si usa un fertilizzante. «Il pisello, avendo tenere radici, vuole terreno di media consistenza, fresco, non umido. Le varietà destinate all’uso domestico si dovranno coltivare in terreni argillosi o silicei. Prospera benissimo anche in suolo di calcare, ma il frutto riesce di difficile cottura. Se il terreno è sabbioso o sabbioso-argilloso riesce utilissima la concimazione potassica unita alla concimazine fosfatica […]. Da noi il pisello non entra nelle rotazioni perché lo si coltiva associato al mais o su piccoli appezzamenti. Volendolo porre in rotazione si coltiva dopo un cerale di primavera e gli si fa succedere un cereale d’inverno. Prima di coltivarlo sul medesimo campo si lascino passare 6 o 10 anni».

Il trattato si articola in due volumi, pubblicati per la prima volta a Torino dall’editore Casanova. Il trattato valse a Bonelli il titolo di Accademico dell’Agricoltura. Il trattato è oggi introvabile in forma completa. Il 1° volume è conservato alla Biblioteca nazionale a Firenze. Il 2° volume è conservato nel Fondo Riva Portuense (si tratta di un volume appartenuto al senatore genovese Bombrini, con annotazioni manoscritte del 1908).

 

Nel 1925 la tenuta di monte passa all’ingegnere Michele Angelo Bonelli, già proprietario dal 1923 della attigua paludosa Proprietà Due Torri. L’opera di bonifica condotta da Bonelli avrà del prodigioso: unificate le proprietà, prosciuga le acque stagnanti con idrovore di sua invenzione, scava canalizzazioni (se ne possono riscontrare i tracciati nelle attuali via della Magliana nuova e via di Pian Due torri) e, con vasche e chiuse, porta l’acqua per l’irrigazione sù in collina. In pochi anni la valle si copre di carciofi e altri ortaggi, il pendìo collinare di vigna pregiata e frutteto.

Nel 1925 l’ingegner Michelangelo Bonelli (1896-1961), piemontese, acquistò la tenuta per trasformarla in azienda e applicare i nuovi sistemi di coltivazione agricola sperimentati in Umbria e molto apprezzati. Fece piantare vigneti e alberi da frutta, oltre che ingrandire l’edificio, detto da allora Villa Bonelli.

La villa attuale risulta dunque dalla fusione delle tenute di Pian Due torri e Villa Balzani.

Bonelli commissiona all’architetto Busiri-Vici ingenti ristrutturazioni sul casolare esistente (trasformandolo in villa, con l’aggiunta di un nuovo corpo di fabbrica e una serra-studio). Il parco si addolcisce con scalinate, fontane e terrazze prospettiche, e con alberature di querce, pini e cipressi.

Consta di una struttura principale a torre angolare a più piani (tre più un mezzanino), alla quale si addossano altri due corpi di fabbrica, dei quali uno adibito allora a serra. Un giardino con scalinate e fontane, scalate lungo il pendio, completa la villa.

Vi sono due fontane: il vascone detto “dei rospi” e la “vasca quadrilobata”.

 

I Casali di Bonelli (o anche Officine di Bonelli o Casali Tournon) sono un piccolo complesso rurale, composto di tre edifici: il casale a pianta quadrangolare, il casale nuovo e la stalla.

L’edificio principale, quello a pianta quadrangolare, è un casale rurale del XIX sec. circa, del «tipo rurale della campagna romana».

Gli edifici sono situati all’interno di un parco pubblico (più precisamente sono compresi fra quelli di Villa Bonelli e di Vigna Due Torri). Vi si accede da un lungo frustolo ai civici 12 e 16 di via di Vigna Due Torri.

Il complesso è stato oggetto di un recente restauro.

Sorge nel fondovalle di Vigna Due Torri, in prossimità dell’attuale stazione ferroviaria di Villa Bonelli.

Si racconta che Michelangelo Bonelli amasse a lungo soggiornarvi, in quanto era adibito ad officine meccaniche e Bonelli aveva la passione per la meccanica ed era solito egli stesso riparare le macchine agricole che si rompevano.

L’edificio quadrangolare, con murature in laterizio e solai originali, è oggi adibito ad abitazione.

Non si dispone purtroppo di una cronologia delle varie fasi costruttive. Il nome popolare di Casali di Bonelli riprende quello del vecchio proprietario Michelangelo Bonelli, ma esso è conosciuto anche come Casali o Borghetto Tournon, dal nome di Adriano Tournon, i cui eredi, insieme alla famiglia Pavoncelli, sono gli attuali proprietari.

Nel 2004 il casale è stato catalogato dalle Belle Arti (repertorio n. 00970672). G. Tantini, nella relazione, ha annotato: «Si tratta di un piccolo complesso, con tutta probabilità sorto come dipendenza della vicina Villa Bonelli, destinato ad ospitare contadini e braccianti, oltre ad attrezzi e animali. L’edificio più antico è probabilmente il casale a pianta quadrangolare, particella n. 49, mentre il n. 62 presenta una certa evoluzione nella presenza di cornici intonacate alle aperture. L’edificio n. 64 era originariamente una stalla, ed è l’unico che non è stato oggetto di recente intervento di ripristino a cura del Municipio XI».

La tenuta rimane produttiva fino ai primi Anni Settanta, per poi frazionarsi. Nella vallata di Pian Due torri inizia un’intensa attività edilizia, da cui nascerà il quartiere della Nuova Magliana (di cui diamo conto con una monografia dedicata).

La villa invece, negli anni che seguono la scomparsa di Michelangelo Bonelli, finisce in mani poco chiare. Le prime notizie agli inquirenti giungono nell’estate 1978, quando una pattuglia dell’Ucigos prende a stazionare stabilmente su via Montalcini, a caccia di notizie sui carcerieri di Aldo Moro. Villa Bonelli, che si trova proprio di fronte al Carcere del popolo in cui fu tenuto prigioniero Moro, risulterebbe allora nella disponibilità del costruttore romano Danilo Sbarra, ma dai cancelli della villa, apprendono gli inquirenti, entrano ed escono indisturbati nomi eccellenti della Banda della Magliana. Una conferma a proposito giunge dallo stesso boss Raffaele Cutolo, in una deposizione il cui testo viene acquisito dalla Commissione parlamentare Stragi: «Ebbi occasione di incontrarmi con Franco Giuseppucci e gli chiesi di interessarsi della prigione di Aldo Moro. Giuseppucci mi disse che era sufficiente che se ne occupasse Nicolino Selis. Qualche giorno dopo Nicolino Selis mi fece sapere che aveva grande urgenza di vedermi. Nell’incontro che ne seguì, il Selis mi riferì che del tutto casualmente era venuto a conoscere la collocazione del covo nel quale era tenuto sequestrato Aldo Moro. A dire di Nicolino Selis, la prigione del parlamentare democristiano si trovava nei pressi di un appartamento che egli, Nicolino Selis, teneva come nascondiglio per eventuali latitanze». Nel giugno 1997 la Commissione Stragi vuole approfondire questa affermazione e la incrocia con la testimonianza in audizione del brigatista Valerio Morucci. Il deputato Corsini lo interroga:

 

― Lei era al corrente che Danilo Abbruciati, Ernesto Diotallevi e altri membri della Banda della Magliana abitavano nel raggio di duecento metri dal covo? Ed è venuto al corrente che Villa Bonelli allora apparteneva al costruttore Danilo Sbarra in contatto con uomini della banda della Magliana, al punto da concedere questa villa come rifugio a un pregiudicato che era in contatto con Cutolo? Ci sono stati contatti, rapporti?

― No, assolutamente no

― È evidente che la banda della Magliana seppe che Moro era prigioniero in via Montalcini…

― Perché è evidente, mi scusi?

― Ribadisco che, a dire di Nicolino Selis, la prigione di Aldo Moro era nei pressi di un appartamento che lui utilizzava

(interviene il Senatore Pellegrino, presidente della Commissione Stragi) Lo Stato italiano poteva essere anche assai disorganizzato, però abbiamo una criminalità organizzata efficiente, che controlla il territorio in maniera incredibile, come potevate sfuggire totalmente a quel tipo di controllo del territorio?

― Non eravamo una banda criminale. Controllano il territorio da altre bande criminali, mica dalle Brigate rosse. Noi eravamo gente normalissima in giacca e cravatta che entrava e usciva dagli appartamenti; mica venivamo con i carichi di droga. Non ci incontravamo sotto i lampioni; non facevamo traffici strani. Gente normalissima che entrava e usciva da un appartamento; non vedo come la Banda della Magliana potesse individuare le Brigate rosse.

 

I legami tra BR e Banda della Magliana durante il Sequestro Moro sono stati indagati da Francesco Biscione, che nel “Delitto Moro”, fa nomi e indirizzi dei malavitosi coinvolti. Abbiamo avuto inoltre modo di riscontrare un aneddoto popolare che parla di un cunicolo segreto tra Villa Bonelli e la Magliana. Nei sotterranei di Villa Bonelli, nella stanza dell’Economato, esiste in effetti l’inizio di un cunicolo, oggi non percorribile. Per contro, circa 500 metri a valle, nei pressi dell’attuale stazione ferroviaria, esiste oggi una grotticella, da cui si diparte un cunicolo, anch’esso non percorribile.

 

Negli anni ‘80 Villa Bonelli passa al Comune.

Nel 2004 gli architetti Panunti e Santarelli hanno progettato il restauro, completato nel marzo 2005. Il parco (con accessi da via Camillo Montalcini, 1 e via Domenico Lupatelli, snc) misura oggi 4,5 ettari.

 

Villa Bonelli è oggi sede del Municipio Roma XI, Arvalia-Portuense. Assolve alla funzione di sede centrale, e insieme con le altre sedi decentrate (che assolvono a funzioni per lo più amministrative) costituisce il cuore della «macchina municipale».

Villa Bonelli ospita, prima di tutto, la Presidenza del Municipio e la Giunta municipale, cioè gli organi politici esecutivi.

A Villa Bonelli risiedono anche gli uffici di “primo contatto” con i cittadini: l’URP (Ufficio Relazioni con il Pubblico) e il Protocollo: è qui che bisogna andare in prima battuta quando si ha un problema da risolvere e non si sa a chi rivolgersi di preciso. Villa Bonelli ospita infine anche l’Ufficio delle Entrate municipali (il SUE) e quello dei Messi notificatori, nonché quelli collegati alla Direzione amministrativa del Municipio.

 

La Casa del Fascio è un edificio di matrice razionalista del 1939, variamente attribuito a Giuseppe Terragni. Simile, per cifra stilistica, alla Casa del Fascio di Lissone, la Casa del Fascio Portuense si sviluppa su un telaio in cemento armato con solai anch’essi in cemento armato, mentre i tamponamenti che separano gli ambienti sono privi di funzione portante: questa caratteristica ne fa il primo edificio moderno del Portuense. La struttura si articola in due blocchi disposti a «t»: gli Uffici rionali del Partito Nazionale Fascista (su strada) e la Caserma della Milizia (all’interno). Gli Uffici rionali del PNF (Sezione Luigi Platanìa, GIL, Dopolavoro) hanno un frontespizio a parallelepipedo sormontato da una Torre littoria, con una balconata circolare per le arringhe dei caporioni. Nel Dopoguerra è stata reimpiegata come Casa del Popolo.

 

Ad oggi non si conosce il progettista della Casa del Fascio: fu realizzata senza una gara pubblica, e i carteggi sono in chissà quale archivio militare.

Nel 2005 l’incaricato della Sovrintendenza, architetto G. Tantini, si accorge dell’ingegnoso artificio di nascondere la Caserma della Milizia (incassata in uno sbancamento) dietro il volume degli Uffici corporativi, in modo che dalla strada non sia possibile stimare l’effettiva presenza di militi. E nella sua relazione (la n. 970667) scrive con cautela: «La ricerca architettonica, le proporzioni del corpo torre e l’abile camuffamento delle volumetrie militari denotano suggestivamente l’intervento di un progettista autorevole».

Parallelamente avviene in quegli anni la riscoperta dell’opera di Giuseppe Terragni (1904-1943), conosciuto come l’architetto delle case del fascio. Terragni è stato a lungo dimenticato o guardato con diffidenza, tanto che il principale manuale universitario degli Anni Settanta ne liquida l’opera come un «serrato e magistrale gioco di volumi», ma privo «del sostegno di un preciso rapporto funzionale». Terragni ha goduto di illustri estimatori all’estero, da Peter Eisenman a Le Corbusier (che lo definisce «un compagno di lotta per un’arte pura, sganciata dallo spirito dei tempi»), ma il dibattito su Terragni-architetto in Italia è stato inesorabilmente condizionato da quello su Terragni-fascista.

Nel 2004, dalla catalogazione delle opere svolta per il Centro Studi Terragni, Giammarco Campanella individua un progetto dell’architetto del 1939-40, per la Casa del fascio rionale di Portuense e Monteverde, accompagnato dall’annotazione non realizzato. Non sappiamo oggi in quale misura la Casa del Fascio Portuense abbia effettivamente attinto dal progetto di Terragni, o se l’esecuzione sia stata fedele: sappiamo però che Terragni vi lavorò, per lo meno in fase progettuale.

Tra il 1939 e il 1940 la biografia di Terragni conosce un brusco capovolgimento di destini: richiamato alle armi e spedito al fronte, la sua attività di architetto finisce praticamente lì. Non fu quindi sicuramente Terragni a dirigerne il cantiere della Casa del Fascio Portuense. Il mosaico sull’attribuzione dell’edificio è dunque ancora mancante di alcune tessere, e rimane aperto.

 

Nel 1939 un giovane di bell’aspetto – capelli impomatati e abiti alla moda – ispeziona un terreno in posizione svantaggiata, in pendio tra vicolo dell’Imbrecciato e la Via Portuense, con l’unico pregio di una splendida veduta sui Colli Portuensi e Monteverde.

Il giovane è Giuseppe Terragni, uno dei più quotati architetti del razionalismo italiano. Si muove circospetto sotto lo sguardo vigile del caporione del fascio locale: gode del sostegno del Regime, che gli affibbia commesse a rotta di collo, eppure qualcosa ormai si è incrinato: la Casa del Fascio Portuense potrebbe essere la sua ultima opera romana.

Terragni nasce 34 anni prima, il 18 aprile 1904, a Meda, tra Milano e Como. Riceve una formazione tecnica e si iscrive alla Scuola Superiore di Architettura del Politecnico di Milano. È amico del poeta Marinetti, partecipa come pittore all’esperienza del futurismo, si laurea da enfant prodige a soli 22 anni. Fonda il Gruppo 7, scrive sulla Rassegna Italiana il primo manifesto dell’architettura razionalista in Italia. Terragni è un innovatore con la testa sulle spalle: intende fare sintesi della tradizione del classicismo italiano con la nuova logica strutturale della macchina.

Nel 1927 inizia a Como la libera professione. Gli viene subito affidata un’opera difficile, il completamento del Novo Comum. Il Novo Comum è una specie di Corviale in versione lombarda: sono tutti concordi nel definirlo un mostro da abbattere, ma la committenza richiede al giovane architetto di renderlo accettabile, e quindi vendibile. Finisce che Terragni, tra mille critiche, ottiene qualche dichiarazione di solidarietà. Si fa molti nemici, e qualche buon amico.

Terragni lavora a ritmi vertiginosi. Ico Parisi racconta: «È un lavoratore instancabile. È solito rintanarsi nel piccolo locale studio, dove sta rinchiuso per ore. È in continuo e accanito schizzare, sovrapponendo idea ad idea. L’isolamento non ammette interruzioni da parte di noi collaboratori». Carlo Scalini riferisce: «Lavora spesso di notte per non essere disturbato; al mattino resta a letto fino a tardi». «C’è sempre il suo gatto Battista sul tavolo da lavoro – riferisce Alberto Sartoris –, un tavolo da lavoro disordinato. Sposta il gatto, poi, mezzo seduto, mezzo in piedi, comincia a schizzare, a disegnare, per ore». Ancora, Luigi Zuccoli testimonia: «Lavora con la sigaretta tra le labbra su fogli sparsi di cenere e residui di gomma per cancellare. Inserisce cenni di paesaggio con le matite colorate ».

Nel 1928 aderisce al MIAR, Movimento Italiano per l’Architettura Razionale. Partecipa alla Prima Esposizione di Architettura razionale, dove presenta un progetto fortemente influenzato dal linguaggio costruttivista. Nel 1931 realizza il Monumento ai Caduti di Como. Diviene fiduciario del Sindacato Fascista Architetti.

Nel 1932 Terragni riceve il primo degli «incarichi romani». Gli viene affidato l’allestimento della Sala O del Palazzo delle Esposizioni, dedicata al Decennale della Rivoluzione Fascista. Terragni è un entusiasta del PNF, nel quale vede una forza di innovazione autentica.

Ottiene l’incarico della Casa del Fascio di Como. Disegna un organismo cubico, quattro piani con una grande sala centrale illuminata dal tetto-vetrata in vetrocemento. Il progetto – la tradizionale tipologia urbana del palazzo con corte, rielaborata in chiave razionalista – lo consacra a livello internazionale. Disegna tutto con cura: maniglie, porte, tavoli. Inventa la Benita, una poltroncina imbottita in tubolare metallico, vero e proprio oggetto cult del Regime. Nel 1933 lavora al Piano regolatore di Como e consolida la collaborazione con Pietro Lingeri. Partecipa alla V Triennale di Milano. Ad Atene per un congresso conosce Le Corbusier.

Nel 1934 partecipa al concorso per il Palazzo del Littorio dell’E42, con Lingeri, Saliva e Vietti, e il giovane pittore e architetto Antonio Carminati, che diventerà il suo assistente. Sono gli anni della massima popolarità. Realizza Villa Bianca a Seveso (1936) e a Como l’Asilo del Rione Sant’Elia (1937). Futurismo, costruttivismo e razionalismo definiscono le sue coordinate stilistiche. Partecipa ad un nuovo concorso, per il Palazzo dei Congressi, con Lingeri e Cattaneo. Il lavoro è frenetico. Mario Radice ricorda: «Non ho più conosciuto nessuno, dopo Terragni e Cattaneo, che riuscisse a vivere come noi vivevamo, completamente estraniati dal mondo degli svaghi, dei divertimenti, dello sport, delle gite, della villeggiatura, del riposo. Si pensava, si parlava unicamente di arte».

Sui progetti romani di Terragni si scaglia qualche critica, ma quello che più ferisce Terragni è il fatto che nel complesso vengano ignorati. Terragni non appartiene allo stuolo degli architetti di corte, lanciati a capofitto nella nuova architettura celebrativa del Regime. Terragni elabora soluzioni progettuali innovative in continuità con le forme classiche. Non gli basta un’architettura funzionalista dalle linee essenziali, con schemi a moduli fissi; occorre connotare l’architettura con il nobile canon dei classici e un’ariosa radice mediterranea. Terragni lascia Roma amareggiato, incompreso, stanco.

A Como lavora il progetto del Quartiere Cortesella, realizza la Casa del Fascio di Lissone (1937-1939, con Antonio Carminati). Fa lunghi soggiorni in cantiere. Alberto Sartoris annota: «Si presenta il mattino presto. Fa mettere due cavalletti ed esamina le lastre. Se in una sola scopre un difetto, con un martello la spacca: una volta in opera non la si può più togliere, e si porta giù anche le altre… Terragni è forte ed è molto severo. Ha ragione: devono essere così gli architetti».

Dal 1938 arrivano nuove commesse romane. Lavora ad un memoriale per Dante Alighieri, il Danteum, con Lingeri e Sironi. Progetta i nuovi Stabilimenti cinematografici. Con il PNF intanto qualcosa impercettibilmente si incrina. Il partito, fautore del razionalismo, ne nega nei fatti ogni ricerca di libertà. Terragni si guarda bene dal dirlo in pubblico, e forse non lo dice nemmeno in privato. Ma qualcuno, tra le alte sfere, finisce per accorgersene: la sua fede fascista è salda, quella nel Regime un po’meno. E per Terragni è l’inizio della fine della sua carriera.

 

Verso il 1939 si pensa intanto, al Portuense, di costruire una casa rionale del Fascio.

La presenza di un fascio rionale è attestata dal 1936, attraverso una delle prime tessere di adesione, la n. 44 del 26 luglio, conservata tra i materiali dell’Archivio Storico Portuense. Il fascio è probabilmente ancora alloggiato in una sede provvisoria e non ha ancora l’intitolazione definitiva, a Luigi Platania.

La tessera fa riferimento al camerata Camillo [omissis] ed è firmata dal caporione Vito [omissis]. Pieghevole su quattro facciate e stampata in robusto cartone nelle tipografie del Resto del Carlino a Bologna, la tessera presenta in epigrafe la scritta PNF, il nome del gruppo rionale Portuense-Monteverde, i numerali II e XV (ad indicare rispettivamente il secondo anno dell’Impero e il quindicesimo della rivoluzione fascista), e, sotto, il busto marziale di Mussolini.

Le facciate interne riportano i dati anagrafici e il giuramento di fedeltà al Duce, che recita: «Nel nome di Dio e dell’Italia giuro di eseguire gli ordini del Duce e di servire con tutte le mie forze, e, se necessario, col mio sangue, la causa della Rivoluzione fascista». In quarta si trova il bollo a secco del gruppo rionale, con al centro il simbolo del fascio littorio.

È a ridosso del 1939, probabilmente, che Terragni riceve la commessa per la Casa del Fascio di Portuense-Monteverde. È un progetto piccolo, cui lavora replicando le forme già proposte due anni prima per la Casa del Fascio di Lissone. In contemporanea Terragni lavora alla grande e raffinata Casa Giuliani-Frigerio a Como. Questa villa privata rappresenta un punto di arrivo nella poetica di Terragni, che l’architetto Antonino Saggio individua nel tema del telaio in cemento armato: impiegato per la prima volta nel 1927, prende corpo nella Casa del fascio del 1932, per acquistare completa autonomia espressiva nella Casa Giuliani-Frigerio.

Il 5 settembre 1939 Terragni riceve una lettera inattesa. Viene richiamato alle armi.

Questo episodio è forse il meno chiaro della sua biografia. Cos’era successo? Il Regime era solito esentare la sua élite culturale dalle liste militari, certificando improbabili malattie. Ma Terragni è sano come un pesce: si è forse fatto qualche nemico tra le gerarchie, o forse, da convinto sostenitore della causa fascista, semplicemente non vuole sconti e desidera partecipare in prima persona all’ampliamento dei confini nazionali. Sul finire del 1939 segue un rigido addestramento marziale, per conseguire il grado di capitano di artiglieria.

Nel frattempo la sua attività di progettista non si ferma. Lavora al Centro studi e ricerca dell’Unione Vetraria italiana all’E42, al Padiglione della Mostra ferrotranviaria. Elabora un linguaggio sempre più libero e autonomo. Sente di dovere il suo successo al Regime, ma di non esserne per questo asservito. Terragni è l’immagine sintomatica delle contraddizioni del razionalismo italiano: sospeso tra l’adesione formale alla rivoluzione fascista e il bagaglio libertario dell’architettura tradizionale. Questa contraddizione non è evidente a tutti, ma solo agli intellettuali più raffinati. Lo scatto lirico e personale finisce per attirare su Terragni critiche sempre più frequenti anche in campo razionalista, per esempio da Pagano. Terragni progetta e realizza edifici per conto del Regime, ma senza concessioni al cattivo gusto dell’architettura ufficiale, ritagliandosi una nicchia di nobile autonomia. Terragni non dissimula la sua fede nei maestri del razionalismo europeo, e spera nell’avvento di un secondo futurismo dal respiro internazionale che completi quanto fatto fino ad allora.

Nel 1940 l’addestramento di Terragni termina e viene spedito al fronte yugoslavo senza troppi riguardi, tra durezze estreme. Da qui in poi le notizie sull’architetto si fanno avare. Bruno Zevi ha rinvenuto un carteggio del 1941, nel quale Terragni scrive: «L’architettura, indice di civiltà, sorge limpida, elementare, perfetta quando è espressione di un popolo che seleziona, osserva e apprezza i risultati che, faticosamente rielaborati, rivelano i valori spirituali di tutte le genti». È successo qualcosa: queste non sono le parole di un fascista.

Terragni viene spedito sul fronte russo e se ne perdono definitivamente le tracce. È carne da macello: la campagna lo prova duramente, e probabilmente finisce per perdere la ragione. Viene rispedito in Italia ad inizio del 1943, ormai ridotto ad una larva. A Como prova a riprendere la libera professione.

Il 19 luglio 1943 cade fulminato da una trombosi sul pianerottolo di casa della fidanzata. Gli amici parlano invece di un suicidio: si è lanciato dalle scale. Nessuno saprà mai la verità, sulla fine di Terragni.

 

Il cantiere della Casa del Fascio portuense intanto arriva a compimento. L’edificio viene intitolato al c.d. martire fascista Luigi Platania.

Non è stato facile reperire notizie biografiche su Platania. Figlio maggiore di una umile famiglia di origini siciliane trapiantata a Rimini, il giovane Platania è una figura enigmatica, dal carattere «vivace, inquieto, impulsivo e generoso», dotato di grande vigore fisico e assenza di paura. Partecipa alla guerra di Libia del 1911, rimanendo ferito e guadagnandosi una medaglia al valore. Nel 1914 è nelle file degli anarchici, prendendo parte con l’amico Carlo Ciavatti ai moti riminesi della «Settimana rossa». Partecipa alla Prima guerra mondiale come sergente maggiore dei fucilieri, rimanendo mutilato e ricevendo una seconda medaglia al valore. Nel 1919 è tra i fondatori dei Fasci di combattimento riminesi. L’anno seguente si getta nelle fiamme per spegnere l’incendio del Grand Hotel di Rimini, guadagnandosi la terza medaglia.

Nonostante la formazione giovanile tra gli anarchici, Platania è considerato uno tra i più accesi, nelle file fasciste. I socialisti locali lo indicano come responsabile morale delle violenze squadriste di Rimini, Cesena e Pesaro.

Platania viene ucciso in circostanze misteriose a 31 anni, il 19 maggio 1921. Il delitto incendia gli animi e il Fascio di combattimento locale ne addossa la responsabilità ai comunisti. Il processo, conclusosi nel 1924 dopo alterne vicende, condanna a vent’anni l’ex amico Carlo Ciavatti.

 

La Milizia si costituisce nel 1923, quando le squadre d’azione (le c.d. squadracce, o «Camicie nere» del Partito Nazionale Fascista) vengono regolarizzate nei ranghi dell’esercito con il nome di Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e dotate di strutture di acquartieramento.

La sua fondazione risale al gennaio 1923.

Inizialmente pensata come milizia ad uso esclusivo del Partito Nazionale Fascista, nel tempo si mescola quasi del tutto con il Regio Esercito.

La Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale nasce dall’esigenza del PNF, appena giunto al potere, di irregimentare le squadre d’azione in una vera e propria milizia riconosciuta dallo Stato.

Alla Milizia si accede per reclutamento volontario. Occorre avere tra i 17 e 50 anni.

Il progetto è approvato con una deliberazione del Gran Consiglio del Fascismo il 12 gennaio 1923.

Dal 1924 i componenti della MVSN prestano giuramento di fedeltà al Re.

L’organizzazione della Milizia si articolava su un Comando generale (il comandante generale era Mussolini, con il grado di Primo Caporale d’Onore; alle sue dipendenze il Capo di Stato Maggiore, preposto a reggere il Comando generale), il quale era sovraordinato a delle Zone Camicie Nere, suddivise in gruppi e quindi in legioni di romana memoria. Ogni legione si compone di tre coorti, a loro volta formate da tre centurie; ogni centuria è formata da tre manipoli e ogni manipolo da tre squadre.

Per quanto concerne gli ufficiali, vi sono quelli in servizio permanente effettivo, quelli inclusi nei cosiddetti quadri (non abitualmente in servizio, ma richiamabili) e quelli compresi nella riserva.

Il servizio svolto dai miliziani della MVSN fino al grado di caposquadra (che corrisponde grosso modo a quello di sergente) non è di carattere continuativo, ma si basa su delle chiamate periodiche, in genere in vista di particolari eventi o per ragioni addestrative.

Con l’arruolamento, diviene obbligatoria l’iscrizione al Partito Nazionale Fascista e l’adozione del saluto romano. I militari sono responsabili della custodia dell’uniforme, del tutto identica a quella del Regio Esercito eccetto che per il fez, la camicia nera, le fiamme nere sul bavero e i fasci littori al posto delle stellette.

Per via del colore della camicia, parte integrante della divisa di questo corpo, i suoi membri sono noti con il nome Camicie nere.

L’armamento in dotazione, custodito presso le armerie delle caserme della MVSN, è distribuito ai miliziani al momento della chiamata e riconsegnato al termine della stessa.

L’organizzazione di tale corpo, oltre ad avere una propria progressione di carriera, non prescinde da una propria struttura amministrativa e sanitaria; idem per quanto concerne i cappellani militari.

Organizzazioni giovanili della Milizia:

Milizia ruolo Opera Nazionale Balilla

Milizia ruolo Fasci Giovanili di Combattimento

Milizia ruolo Gioventù Italiana del Littorio

Milizia Universitaria

L’Ufficio Stampa provvede alla regolare pubblicazione del quindicinale Foglio d’Ordini che funzionava da notiziario divulgativo sull’attività della Milizia e del periodico settimanale Milizia Fascista.

Essa rimase in funzione sicuramente fino alla caduta del fascismo nel luglio 1943, ma non passò immediatamente ad altre funzioni: il CLN di Portuense e Monteverde sorse altrove, sul Lungotevere degli Anguillara. Nel dopoguerra la Casa del Fascio è riutilizzata prima come Casa del Popolo e poi come abitazione e attività commerciale.

La Casa del Fascio Portuense «Luigi Platania» aveva – come tutti i gruppi rionali della Federazione dell’Urbe – una sua burocrazia: produceva tessere, registri e documenti.

Essi sono oggi in gran parte conservati alla Biblioteca nazionale di Firenze.

La Casa del Fascio di Via Portuense, 549 è un edificio di matrice razionalista, composto di caserma della Milizia, Uffici corporativi e torre.

La caserma nasce verosimilmente intorno al 1925, anno in cui le «camicie nere» del Partito Nazionale Fascista sono regolarizzate nel Corpo della Milizia e dotate di strutture di acquartieramento nella periferia romana. Con abile artificio costruttivo la caserma si sviluppa longitudinalmente e a perpendicolo con la strada, in modo che sia impossibile dall’esterno rilevarne le notevoli volumetrie o stimare la reale presenza di militi. Gli uffici (probabilmente Fascio locale, Gioventù Littoria, Dopolavoro) affacciavano invece su strada, con un fronte monumentale, sormontato dal corpo torre in travertino, la cui visuale raggiungeva Corviale e Vigna Pia. Al primo piano si apre la balconata circolare, dalla quale i dirigenti del PNF arringavano alla comunità locale adunata nello slarghetto antistante, oggi scomparso.

È stato osservato che «la ricerca architettonica, specialmente nelle proporzioni del corpo torre» (arch. G. Tantini) e l’abile camuffamento delle volumetrie militari denotano suggestivamente l’intervento di un progettista autorevole, il cui nome rimase però coperto dal segreto militare. L’intera struttura è sostenuta da un telaio in cemento armato, con solai e coperture anch’essi in cemento armato, mentre le murature intonacate hanno funzione di tamponamento senza portanza. Questa caratteristica edilizia fa della Casa del Fascio il primo edificio portuense moderno.

Dalle tessere del Fascio locale apprendiamo che la caserma sovrintendeva al vasto territorio di Portuense e Monteverde. Essa rimase in funzione sicuramente fino alla caduta del fascismo nel luglio 1943, ma non passò immediatamente ad altre funzioni: il CLN di Portuense e Monteverde sorse altrove, sul Lungotevere degli Anguillara. Nel dopoguerra la Casa del Fascio è riutilizzata prima come Casa del Popolo e poi come abitazione e attività commerciale.

 

Casa Rosa è un cimitero interamente dedicato agli animali, con 800 tombe di cani e gatti, insieme a conigli, oche, piccioni, pappagalli, cavalli, una scimmia e un leone.

La prima sepoltura risale al 1923. Il veterinario Antonio Molon, proprietario della pensione per cani di via dell’Imbrecciato, ricevette da Mussolini l’insolita richiesta di seppellire una gallina, amata compagna di giochi dei suoi figli. Si aggiungono poco dopo i cani di Casa Savoia e negli anni successivi la moglie Rosa Molon e il figlio Luigi accolgono via via i cani di Peppino De Filippo, Sandro Pertini, Palma Bucarelli, Aldo Fabrizi, Federico Fellini e il gatto di Anna Magnani.

All’ingresso un monumento commemora «quelli che non hanno un padrone»; all’interno (1600 m2) la stele con la «Preghiera del cane» di Jerome si affianca al tempietto della gatta Stellina, al busto del gatto Isidoro, alle lapidi dell’oca Barbarossa, della leonessa Greta e del coniglio Tappo. Vi sono tombe familiari (una ha forma a piramide) o accoppiate, come per i piccioni Pizzica e Pennacchione.

Le iscrizioni dichiarano affetto e riconoscenza («piccolo grande bassotto», «ciao, gigante buono», «grazie per la compagnia») e talvolta accennano ad una dimensione celeste («continua ad amarci da lassù»). Una scritta «danke» ringrazia in tedesco la micetta Emma. Al gatto Arturo è dedicato un elogio in latino.

 

Villa Giuseppina è una casa di cura, sulla sommità di un poggio nella zona di Santa Silvia.

All’interno di Villa Giuseppina si trova la cappella delle Ancelle della Carità.

Il c.s.a. Ciricillo è il centro anziani del Portuense, ed è tra quelli di più antica istituzione del territorio municipale. Si trova in via degli Irlandesi, 47.

Di fronte all’edificio parrocchiale si trova una piazza, dalle funzioni composite, intitolata Largo Santa Silvia. In essa sono presenti un giardino pubblico, un mercato e un sottostante parcheggio. Della situazione attuale della piazza, e dei recenti lavori di sistemazione, troviamo traccia in un articolo di Arvalia News di marzo-aprile 2015, dal titolo “Santa Silvia, rinasce la piazza-giardino. Sui muri del mercato i murales di Scuola viva”:

 

È stata una vera e propria festa quella che il 14 marzo ha accompagnato la consegna di Largo Santa Silvia, al termine dei lavori di riqualificazione effettuati dal Municipio. Gli interventi hanno riguardato la risistemazione dei giardini, con il ripristino di giochi e pavimento anti-trauma, la piantumazione di essenze erbose (tra cui ciclamini e lavanda), la cancellazione di scritte su muri e panchine, l’installazione dell’impianto di irrigazione e dei parapedonali anti-motorini. L’area era già stata interessata da un intervento di pulizia straordinaria dei Pics. «Gli spazi verdi urbani costituiscono un elemento di primaria importanza nella qualità della vita dei cittadini, soprattutto per i più piccoli», ha dichiarato il presidente Veloccia. «Rappresentano non solo uno strumento per la riqualificazione estetica dei nostri quar-tieri ma anche un bene strategico, la cui valorizzazione comporta benefici a livello ambientale e sociale».

 

Al termine dei lavori hanno trovato posto nella piazza cinque pannelli murali realizzati sul perimetro esterno del mercato dai ragazzi dell’associazione Scuola viva onlus. I 5 pannelli rappresentano le categorie merceologiche del mercato: pane, frutta/verdura, carne, pesce e casalinghi. «Siamo molto felici della collaborazione con il Centro di riabilitazione di Scuola viva», è la dichiarazione del presidente Veloccia, riportata nell’articolo. «Questa importante e storica struttura rappresenta un centro di eccellenza e un punto di riferimento per il nostro territorio e per la Città intera».

 

Santa Silvia è la sede della parrocchia omonima (la 182a del Vicariato di Roma) e la sede del titolo presbiteriale del Cardinale di Santa Silvia. Santa Silvia è una chiesa parrocchiale contemporanea, con pianta a croce latina a navata unica e travi in cemento armato a vista. La parrocchia è istituita nel 1959 con decreto «Ubi primum serena» del cardinal Micara. I lavori per la nuova chiesa iniziano nel 1966 su progetto dell’architetto Francesco Fornari. La consacrazione è del 1968. La facciata è preceduta da un portico aperto sorretto da pilastri. Il presbiterio ospita l’altar maggiore quadrato. Di particolare pregio le due decorazioni opera della religiosa Sorella Agar. La grande vetrata della facciata (1991) ha per tema le parabole del giudizio finale e delle dieci vergini. Il mosaico dell’abside (m 18 x 3) è articolato in tre sezioni: Maria ai piedi della Croce; Santa Silvia e San Gregorio Magno; i quattro pontefici.

 

La parrocchia è eretta il 23 febbraio 1959 con il decreto del Cardinal vicario Clemente Micara «Ubi primum serena». È affidata al clero diocesano di Roma. Non si conosce da quale parrocchia sia stato desunto il territorio (ipotizzabile Sacra Famiglia a Portuense).

L’edificio parrocchiale si trova in viale Giuseppe Sirtori, 2.

Il progetto architettonico è di Francesco Fornari.

La proprietà è della Pont. Opera per la Preservazione della Fede e la provvista di nuove Chiese in Roma.

La chiesa è stata consacrata da Mons. Filippo Pocci, Vescovo titolare di Gerico, ausiliare del Cardinal vicario Angelo Dell’Acqua. Non si conosce la data, ma è ipotizzabile che non siamo molto lontani dal 1960.

Il riconoscimento agli effetti civili del provvedimento vicariale è stato decretato il 9 maggio 1961.

 

Il 28 febbraio 1982, con il decreto del Cardinal vicario Ugo Poletti «A tutti è ben noto», i territori di quattro parrocchie confinanti vengono ridotti, per dare vista alla nuova parrocchia di Nostra Signora di Valme. Esse sono: S. Silvia, S. Maria del Carmine e S. Giuseppe, S. Gregorio Magno e S. Raffaele Arcangelo.

Il territorio parrocchiale, con decreto del Cardinal vicario Camillo Ruini del 22 marzo 1995, è stato determinato entro i seguenti nuovi confini: «Via Portuense; largo Volontari del sangue; via E. Bombelli; piazza Doria Pamphili; via Ignazio Ribotti; via degli Orti Spagnoli; via Pietro Frattini; linea ideale fino a largo O. Zuccarini; dal medesimo largo, intersecando via dell’Imbrecciato, fino a raggiungere l’intersezione di Via Portuense con via Isacco Newton; Via Portuense fino all’inizio di via Bombelli».

 

L’attuale parroco è Don Paolo Ricciardi (dal 2003), assistito dal vicario parrocchiale Don Alfredo Tedesco (2012).

La chiesa è aperta dalle 6,45 alle 12,00 e dalle 16,30 alle 19,30. Le messe si tengono alle 7,00 (invernale), alle 8,00 (invernale), alle 9,00, alle 18,00 (invernale) e alle 19,00 (estivo) nei giorni feriali; e dall’autunno a Pasqua vengono celebrate in Cripta. Nei giorni festivi le messe si celebrano alle 7,00, alle 8,30, alle 10,00 (invernale), alle 11,00, alle 12,00 (invernale) e alle 19,00.

La parrocchia ha tre luoghi sussidiari di culto, in cui si celebra solo nei giorni festivi. La Cappella delle Ancelle della Carità (viale Prospero Colonna, 46) tiene messa alle 9,00; la Cappella delle Serve dei Poveri (via dell’Imbrecciato, 103) alle 10,00; e infine la Cappella del Centro Giovanile «Fratel Policarpo» (via dell’Imbrecciato, 112) alle 11,00.

Gli Enti presenti nel territorio della Parrocchia sono: la Comunità delle Ancelle della Carità (ADC); il Centro giovanile «Fratel Policarpo» dei Fratelli del Sacro Cuore (SC); la Comunità dell’Imbrecciato dei Fratelli del Sacro Cuore (SC); la Casa di cura per malattie nervose e mentali «Villa Giuseppina»; la Casa di riposo «Villa Cusmano» dell’Istituto «Mater Gratiæ».

La parrocchia è sede cardinalizia. Il titolo presbiterale è ricoperto dal Cardinal Janis Pujats.

 

Casal Volpini è un edificio rurale dell’Ottocento, sito in via Francesco Saverio Benucci al Portuense. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale (restauri recenti); non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970670A, Banchini R. – cat. Tantini G.).

 

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