Vil­la Bonel­li (già Casa Bal­za­ni) è una vil­la otto­cen­te­sca, lega­ta alla memo­ria dell’agronomo Miche­lan­ge­lo Bonel­li, cui si deve l’impianto del­la Tenu­ta Due tor­ri, l’organizzazione a ter­raz­ze del par­co e la ristrut­tu­ra­zio­ne edi­li­zia del­la vil­la. Vil­la Bonel­li è sta­ta stu­dia­ta dal­la Sovrin­ten­den­za Comu­na­le di Roma e dal­la Soprin­ten­den­za ai BB.AA. e del Pae­sag­gio di Roma (cfr. Rober­to Ban­chi­ni, Sche­da inven­ta­ria­le n. 970673 – Sopr. BBAA e Pae­sag­gio Roma. Cata­lo­go di G. Tan­ti­ni).

 

Un docu­men­to fisca­le del 1693 nomi­na l’abate Cen­ci e mon­si­gnor Pal­la­vi­ci­ni, pro­prie­ta­ri del­la vigna «in con­tra­da Vico­lo Inbrec­cia­to», per la qua­le paga­no le tas­se più alte del com­pren­so­rio. Un seco­lo dopo e oltre, il Cata­sto gre­go­ria­no (anno 1818, map­pa 159, par­ti­cel­la 235) atte­sta una «casa con cor­te per l’uso del Vigna­ro­lo», pri­mo nucleo del­la moder­na Vil­la Bonel­li, su una super­fi­cie di 32 cen­te­si­mi cata­sta­li.

La pro­prie­tà è anco­ra eccle­sia­sti­ca – pre­ci­sa­men­te del­la chie­sa di S. Maria in via Lata – ma su di essa il vigna­ro­lo Giu­sep­pe Paga­ni van­ta il dirit­to di «enfi­teu­si per­pe­tua», una sor­ta di affit­to a bas­so cano­ne, riscat­ta­bi­le, mol­to vici­no al moder­no con­trat­to di «lea­sing».

Non solo. Paga­ni ha in enfi­teu­si anche l’intera «vigna» (par­ti­cel­la cata­sta­le 234) che misu­ra 8 qua­dra­ti, 8 tavo­le e 27 cen­te­si­mi, e il «fie­ni­le» (par­ti­cel­la 233) che misu­ra 6 cen­te­si­mi. Ver­so il 1839 l’operoso vigna­ro­lo aggiun­ge al casa­le un cor­po per­pen­di­co­la­re (visi­bi­le nel­la map­pa del­la Con­gre­ga­zio­ne del Cen­so), ma ver­so metà Otto­cen­to l’attività deve cono­sce­re un rapi­do decli­no: nel­le map­pe la nuo­va ala è crol­la­ta, e un docu­men­to del 1878 anno­ta che il fie­ni­le è ormai «diru­to».

L’enfiteusi sarà «riscat­ta­ta» (pagan­do il valo­re capi­ta­liz­za­to del cano­ne) vero­si­mil­men­te intor­no al 1870, anno in cui la pie­na pro­prie­tà pas­sa a Giu­sep­pe Bal­za­ni.

I Bal­za­ni (e poi i Trin­chie­ri) sono pro­prie­ta­ri del­la tenu­ta intor­no al 1870.

Le loro vicen­de fami­lia­ri sono sta­te rico­strui­te dagli stu­di atten­ti di Car­la Benoc­ci.

Alla mor­te del capo­sti­pi­te Giu­sep­pe Bal­za­ni, nel 1885, ere­di­ta­no con­giun­ta­men­te la vedo­va Vir­gi­nia Cioc­ci-Bal­za­ni e i figli Save­rio, Giu­sep­pe e Sil­via. Vir­gi­nia Cioc­ci-Bal­za­ni muo­re due anni dopo, nel 1887, e la pro­prie­tà si con­so­li­da nei tre figli. La com­pro­prie­tà non deve esse­re sta­ta faci­le, tan­to che il 28 gen­na­io 1900 si arri­va ad una spar­ti­zio­ne: la tenu­ta Bal­za­ni vie­ne asse­gna­ta in via esclu­si­va alla figlia fem­mi­na, anda­ta spo­sa ad Emi­lio Trin­chie­ri.

Alla mor­te di Sil­via Bal­za­ni-Trin­chie­ri, nel 1902, la pro­prie­tà pas­sa in ere­di­tà con­giun­ta­men­te al mari­to Emi­lio e alla nume­ro­sa figlio­lan­za: Vir­gi­nia, Giu­sep­pe, Emma, Gio­van­na, Gio­van Bat­ti­sta e Mar­cel­lo. Intor­no al 1906 sono atte­sta­ti degli abbel­li­men­ti che por­ta­no la dimo­ra ad assu­me­re carat­te­re signo­ri­le e «for­ma ad L», e ad esse­re indi­ca­ta nel­le map­pe come «Casa Bal­za­ni» o già «Vil­la Bal­za­ni». La sua esten­sio­ne, deli­mi­ta­ta dal­le attua­li vie Mon­tal­ci­ni, Fug­get­ta, Baf­fi, Ribot­ti e Val­li, è di 113 mila m2.

Gli ere­di Trin­chie­ri ven­do­no la pro­prie­tà a Bonel­li il 29 otto­bre 1925.

 

Intan­to, fra il 1818 e il 1839 il Sanc­ta sanc­to­rum ave­va rile­va­to le quo­te ‘pro indiviso’del Gon­fa­lo­ne e dei pro­prie­ta­ri pri­va­ti, e ave­va costi­tui­to la pro­prie­tà uni­ta­ria «Tenu­ta di Pian due Tor­ri, tut­ta in pia­no», col­ti­va­ta a rota­zio­ne tra semi­na­ti­vo e mag­ge­se. Poco dopo ven­de al con­te Filip­po Cini di Pian­za­no, e suo figlio riven­de a mon­si­gnor Ange­lo, del­la casa­ta loca­le dei Bian­chi.

Il Mon­si­gno­re ten­ta l’unificazione del­la pia­na con la sovra­stan­te col­li­na di S. Pas­se­ra, con moti­va­zio­ni assai sem­pli­ci: dif­fe­ren­ti quo­te alti­me­tri­che ten­go­no al ripa­ro dai capric­ci del fiu­me, e per­met­to­no di varie­ga­re le col­tu­re. Le stes­se intui­zio­ni, mez­zo seco­lo dopo, saran­no alla base dell’opera di Bonel­li.

La stu­dio­sa Benoc­ci ha rico­strui­to le acqui­si­zio­ni fon­dia­rie di Ange­lo Bian­chi: i pri­mi acqui­sti di «ter­re­ni e casa­li ad uso vigna­ro­lo» data­no 1870, in com­pro­prie­tà con Sal­va­to­re, figlio del capo­sti­pi­te Lui­gi Bian­chi; alla mor­te di Sal­va­to­re, nel 1885, la sua quo­ta pas­sa al figlio­let­to Lui­gi (con lo stes­so nome del non­no); quan­do anche mon­si­gnor Ange­lo muo­re, nel 1897, il gio­va­ne Lui­gi ere­di­ta la quo­ta del­lo zio, e si ritro­va uni­co pro­prie­ta­rio di un lati­fon­do da 72 etta­ri.

Lui­gi rima­ne pro­prie­ta­rio fino al 1912, anno in cui la pro­prie­tà si fram­men­ta nuo­va­men­te. La pia­na vie­ne acqui­sta­ta nel 1923 da Bonel­li, che nel 1926 la gira alla socie­tà ano­ni­ma GIT («Gestio­ne Immo­bi­li Tori­no»). Nel 1938 la socie­tà diven­ta in nome col­let­ti­vo, e dal 1941 pas­sa ad Adria­no Tour­non, gene­ro di Bonel­li.

 

L’agronomo por­tuen­se Miche­lan­ge­lo Bonel­li pub­bli­ca nel 1897 un trat­ta­to in due volu­mi, dal tito­lo «La Con­ci­ma­zio­ne razio­na­le».

In essa Bonel­li intro­du­ce nel­le tec­ni­che di col­ti­va­zio­ne tra­di­zio­na­li le appli­ca­zio­ni pra­ti­che del­la nuo­va chi­mi­ca di fine Otto­cen­to. Bonel­li sostie­ne che talu­ni ele­men­ti fer­ti­liz­zan­ti – come l’azoto, la potas­sa (potas­sio), l’acido sol­fo­ri­co, i fosfa­ti e la cal­ce (cal­cio) – pos­so­no cor­reg­ge­re le man­che­vo­lez­ze di un ter­re­no, ren­den­do­lo adat­to ad ogni col­ti­va­zio­ne. Il prin­ci­pio car­di­ne dell’opera è che la con­ci­ma­zio­ne chi­mi­ca deve esse­re limi­ta­ta dall’uso del­la ragio­ne: non deve esser­ci con­ci­ma­zio­ne lad­do­ve le con­di­zio­ni del suo­lo sono già otti­ma­li; e non van­no con­ci­ma­ti i ter­re­ni nei qua­li la con­ci­ma­zio­ne chi­mi­ca offri­reb­be una mag­gio­ra­zio­ne del­la resa infe­rio­re al 6%. Rese infe­rio­ri al 6% sono accet­ta­bi­li solo sui ter­re­ni incol­ti o impro­dut­ti­vi, in vista del cosid­det­to amplia­men­to del­lo spa­zio agra­rio.

L’impianto dell’opera è estre­ma­men­te pra­ti­co. La let­tu­ra di un bre­ve pas­so ci può fare capi­re come si usa un fer­ti­liz­zan­te. «Il pisel­lo, aven­do tene­re radi­ci, vuo­le ter­re­no di media con­si­sten­za, fre­sco, non umi­do. Le varie­tà desti­na­te all’uso dome­sti­co si dovran­no col­ti­va­re in ter­re­ni argil­lo­si o sili­cei. Pro­spe­ra benis­si­mo anche in suo­lo di cal­ca­re, ma il frut­to rie­sce di dif­fi­ci­le cot­tu­ra. Se il ter­re­no è sab­bio­so o sab­bio­so-argil­lo­so rie­sce uti­lis­si­ma la con­ci­ma­zio­ne potas­si­ca uni­ta alla con­ci­ma­zi­ne fosfa­ti­ca […]. Da noi il pisel­lo non entra nel­le rota­zio­ni per­ché lo si col­ti­va asso­cia­to al mais o su pic­co­li appez­za­men­ti. Volen­do­lo por­re in rota­zio­ne si col­ti­va dopo un cera­le di pri­ma­ve­ra e gli si fa suc­ce­de­re un cerea­le d’inverno. Pri­ma di col­ti­var­lo sul mede­si­mo cam­po si lasci­no pas­sa­re 6 o 10 anni».

Il trat­ta­to si arti­co­la in due volu­mi, pub­bli­ca­ti per la pri­ma vol­ta a Tori­no dall’editore Casa­no­va. Il trat­ta­to val­se a Bonel­li il tito­lo di Acca­de­mi­co dell’Agricoltura. Il trat­ta­to è oggi intro­va­bi­le in for­ma com­ple­ta. Il 1° volu­me è con­ser­va­to alla Biblio­te­ca nazio­na­le a Firen­ze. Il 2° volu­me è con­ser­va­to nel Fon­do Riva Por­tuen­se (si trat­ta di un volu­me appar­te­nu­to al sena­to­re geno­ve­se Bom­bri­ni, con anno­ta­zio­ni mano­scrit­te del 1908).

 

Nel 1925 la tenu­ta di mon­te pas­sa all’ingegnere Miche­le Ange­lo Bonel­li, già pro­prie­ta­rio dal 1923 del­la atti­gua palu­do­sa Pro­prie­tà Due Tor­ri. L’opera di boni­fi­ca con­dot­ta da Bonel­li avrà del pro­di­gio­so: uni­fi­ca­te le pro­prie­tà, pro­sciu­ga le acque sta­gnan­ti con idro­vo­re di sua inven­zio­ne, sca­va cana­liz­za­zio­ni (se ne pos­so­no riscon­tra­re i trac­cia­ti nel­le attua­li via del­la Maglia­na nuo­va e via di Pian Due tor­ri) e, con vasche e chiu­se, por­ta l’acqua per l’irrigazione sù in col­li­na. In pochi anni la val­le si copre di car­cio­fi e altri ortag­gi, il pen­dìo col­li­na­re di vigna pre­gia­ta e frut­te­to.

Nel 1925 l’ingegner Miche­lan­ge­lo Bonel­li (1896−1961), pie­mon­te­se, acqui­stò la tenu­ta per tra­sfor­mar­la in azien­da e appli­ca­re i nuo­vi siste­mi di col­ti­va­zio­ne agri­co­la spe­ri­men­ta­ti in Umbria e mol­to apprez­za­ti. Fece pian­ta­re vigne­ti e albe­ri da frut­ta, oltre che ingran­di­re l’edificio, det­to da allo­ra Vil­la Bonel­li.

La vil­la attua­le risul­ta dun­que dal­la fusio­ne del­le tenu­te di Pian Due tor­ri e Vil­la Bal­za­ni.

Bonel­li com­mis­sio­na all’architetto Busi­ri-Vici ingen­ti ristrut­tu­ra­zio­ni sul caso­la­re esi­sten­te (tra­sfor­man­do­lo in vil­la, con l’aggiunta di un nuo­vo cor­po di fab­bri­ca e una ser­ra-stu­dio). Il par­co si addol­ci­sce con sca­li­na­te, fon­ta­ne e ter­raz­ze pro­spet­ti­che, e con albe­ra­tu­re di quer­ce, pini e cipres­si.

Con­sta di una strut­tu­ra prin­ci­pa­le a tor­re ango­la­re a più pia­ni (tre più un mez­za­ni­no), alla qua­le si addos­sa­no altri due cor­pi di fab­bri­ca, dei qua­li uno adi­bi­to allo­ra a ser­ra. Un giar­di­no con sca­li­na­te e fon­ta­ne, sca­la­te lun­go il pen­dio, com­ple­ta la vil­la.

Vi sono due fon­ta­ne: il vasco­ne det­to “dei rospi” e la “vasca qua­dri­lo­ba­ta”.

 

I Casa­li di Bonel­li (o anche Offi­ci­ne di Bonel­li o Casa­li Tour­non) sono un pic­co­lo com­ples­so rura­le, com­po­sto di tre edi­fi­ci: il casa­le a pian­ta qua­dran­go­la­re, il casa­le nuo­vo e la stal­la.

L’edificio prin­ci­pa­le, quel­lo a pian­ta qua­dran­go­la­re, è un casa­le rura­le del XIX sec. cir­ca, del «tipo rura­le del­la cam­pa­gna roma­na».

Gli edi­fi­ci sono situa­ti all’interno di un par­co pub­bli­co (più pre­ci­sa­men­te sono com­pre­si fra quel­li di Vil­la Bonel­li e di Vigna Due Tor­ri). Vi si acce­de da un lun­go fru­sto­lo ai civi­ci 12 e 16 di via di Vigna Due Tor­ri.

Il com­ples­so è sta­to ogget­to di un recen­te restau­ro.

Sor­ge nel fon­do­val­le di Vigna Due Tor­ri, in pros­si­mi­tà dell’attuale sta­zio­ne fer­ro­via­ria di Vil­la Bonel­li.

Si rac­con­ta che Miche­lan­ge­lo Bonel­li amas­se a lun­go sog­gior­nar­vi, in quan­to era adi­bi­to ad offi­ci­ne mec­ca­ni­che e Bonel­li ave­va la pas­sio­ne per la mec­ca­ni­ca ed era soli­to egli stes­so ripa­ra­re le mac­chi­ne agri­co­le che si rom­pe­va­no.

L’edificio qua­dran­go­la­re, con mura­tu­re in late­ri­zio e solai ori­gi­na­li, è oggi adi­bi­to ad abi­ta­zio­ne.

Non si dispo­ne pur­trop­po di una cro­no­lo­gia del­le varie fasi costrut­ti­ve. Il nome popo­la­re di Casa­li di Bonel­li ripren­de quel­lo del vec­chio pro­prie­ta­rio Miche­lan­ge­lo Bonel­li, ma esso è cono­sciu­to anche come Casa­li o Bor­ghet­to Tour­non, dal nome di Adria­no Tour­non, i cui ere­di, insie­me alla fami­glia Pavon­cel­li, sono gli attua­li pro­prie­ta­ri.

Nel 2004 il casa­le è sta­to cata­lo­ga­to dal­le Bel­le Arti (reper­to­rio n. 00970672). G. Tan­ti­ni, nel­la rela­zio­ne, ha anno­ta­to: «Si trat­ta di un pic­co­lo com­ples­so, con tut­ta pro­ba­bi­li­tà sor­to come dipen­den­za del­la vici­na Vil­la Bonel­li, desti­na­to ad ospi­ta­re con­ta­di­ni e brac­cian­ti, oltre ad attrez­zi e ani­ma­li. L’edificio più anti­co è pro­ba­bil­men­te il casa­le a pian­ta qua­dran­go­la­re, par­ti­cel­la n. 49, men­tre il n. 62 pre­sen­ta una cer­ta evo­lu­zio­ne nel­la pre­sen­za di cor­ni­ci into­na­ca­te alle aper­tu­re. L’edificio n. 64 era ori­gi­na­ria­men­te una stal­la, ed è l’unico che non è sta­to ogget­to di recen­te inter­ven­to di ripri­sti­no a cura del Muni­ci­pio XI».

La tenu­ta rima­ne pro­dut­ti­va fino ai pri­mi Anni Set­tan­ta, per poi fra­zio­nar­si. Nel­la val­la­ta di Pian Due tor­ri ini­zia un’intensa atti­vi­tà edi­li­zia, da cui nasce­rà il quar­tie­re del­la Nuo­va Maglia­na (di cui dia­mo con­to con una mono­gra­fia dedi­ca­ta).

La vil­la inve­ce, negli anni che seguo­no la scom­par­sa di Miche­lan­ge­lo Bonel­li, fini­sce in mani poco chia­re. Le pri­me noti­zie agli inqui­ren­ti giun­go­no nell’estate 1978, quan­do una pat­tu­glia dell’Ucigos pren­de a sta­zio­na­re sta­bil­men­te su via Mon­tal­ci­ni, a cac­cia di noti­zie sui car­ce­rie­ri di Aldo Moro. Vil­la Bonel­li, che si tro­va pro­prio di fron­te al Car­ce­re del popo­lo in cui fu tenu­to pri­gio­nie­ro Moro, risul­te­reb­be allo­ra nel­la dispo­ni­bi­li­tà del costrut­to­re roma­no Dani­lo Sbar­ra, ma dai can­cel­li del­la vil­la, appren­do­no gli inqui­ren­ti, entra­no ed esco­no indi­stur­ba­ti nomi eccel­len­ti del­la Ban­da del­la Maglia­na. Una con­fer­ma a pro­po­si­to giun­ge dal­lo stes­so boss Raf­fae­le Cuto­lo, in una depo­si­zio­ne il cui testo vie­ne acqui­si­to dal­la Com­mis­sio­ne par­la­men­ta­re Stra­gi: «Ebbi occa­sio­ne di incon­trar­mi con Fran­co Giu­sep­puc­ci e gli chie­si di inte­res­sar­si del­la pri­gio­ne di Aldo Moro. Giu­sep­puc­ci mi dis­se che era suf­fi­cien­te che se ne occu­pas­se Nico­li­no Selis. Qual­che gior­no dopo Nico­li­no Selis mi fece sape­re che ave­va gran­de urgen­za di veder­mi. Nell’incontro che ne seguì, il Selis mi rife­rì che del tut­to casual­men­te era venu­to a cono­sce­re la col­lo­ca­zio­ne del covo nel qua­le era tenu­to seque­stra­to Aldo Moro. A dire di Nico­li­no Selis, la pri­gio­ne del par­la­men­ta­re demo­cri­stia­no si tro­va­va nei pres­si di un appar­ta­men­to che egli, Nico­li­no Selis, tene­va come nascon­di­glio per even­tua­li lati­tan­ze». Nel giu­gno 1997 la Com­mis­sio­ne Stra­gi vuo­le appro­fon­di­re que­sta affer­ma­zio­ne e la incro­cia con la testi­mo­nian­za in audi­zio­ne del bri­ga­ti­sta Vale­rio Moruc­ci. Il depu­ta­to Cor­si­ni lo inter­ro­ga:

 

― Lei era al cor­ren­te che Dani­lo Abbru­cia­ti, Erne­sto Dio­tal­le­vi e altri mem­bri del­la Ban­da del­la Maglia­na abi­ta­va­no nel rag­gio di due­cen­to metri dal covo? Ed è venu­to al cor­ren­te che Vil­la Bonel­li allo­ra appar­te­ne­va al costrut­to­re Dani­lo Sbar­ra in con­tat­to con uomi­ni del­la ban­da del­la Maglia­na, al pun­to da con­ce­de­re que­sta vil­la come rifu­gio a un pre­giu­di­ca­to che era in con­tat­to con Cuto­lo? Ci sono sta­ti con­tat­ti, rap­por­ti?

― No, asso­lu­ta­men­te no

― È evi­den­te che la ban­da del­la Maglia­na sep­pe che Moro era pri­gio­nie­ro in via Mon­tal­ci­ni…

― Per­ché è evi­den­te, mi scu­si?

― Riba­di­sco che, a dire di Nico­li­no Selis, la pri­gio­ne di Aldo Moro era nei pres­si di un appar­ta­men­to che lui uti­liz­za­va

(inter­vie­ne il Sena­to­re Pel­le­gri­no, pre­si­den­te del­la Com­mis­sio­ne Stra­gi) Lo Sta­to ita­lia­no pote­va esse­re anche assai disor­ga­niz­za­to, però abbia­mo una cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta effi­cien­te, che con­trol­la il ter­ri­to­rio in manie­ra incre­di­bi­le, come pote­va­te sfug­gi­re total­men­te a quel tipo di con­trol­lo del ter­ri­to­rio?

― Non era­va­mo una ban­da cri­mi­na­le. Con­trol­la­no il ter­ri­to­rio da altre ban­de cri­mi­na­li, mica dal­le Bri­ga­te ros­se. Noi era­va­mo gen­te nor­ma­lis­si­ma in giac­ca e cra­vat­ta che entra­va e usci­va dagli appar­ta­men­ti; mica veni­va­mo con i cari­chi di dro­ga. Non ci incon­tra­va­mo sot­to i lam­pio­ni; non face­va­mo traf­fi­ci stra­ni. Gen­te nor­ma­lis­si­ma che entra­va e usci­va da un appar­ta­men­to; non vedo come la Ban­da del­la Maglia­na potes­se indi­vi­dua­re le Bri­ga­te ros­se.

 

I lega­mi tra BR e Ban­da del­la Maglia­na duran­te il Seque­stro Moro sono sta­ti inda­ga­ti da Fran­ce­sco Biscio­ne, che nel “Delit­to Moro”, fa nomi e indi­riz­zi dei mala­vi­to­si coin­vol­ti. Abbia­mo avu­to inol­tre modo di riscon­tra­re un aned­do­to popo­la­re che par­la di un cuni­co­lo segre­to tra Vil­la Bonel­li e la Maglia­na. Nei sot­ter­ra­nei di Vil­la Bonel­li, nel­la stan­za dell’Economato, esi­ste in effet­ti l’inizio di un cuni­co­lo, oggi non per­cor­ri­bi­le. Per con­tro, cir­ca 500 metri a val­le, nei pres­si dell’attuale sta­zio­ne fer­ro­via­ria, esi­ste oggi una grot­ti­cel­la, da cui si dipar­te un cuni­co­lo, anch’esso non per­cor­ri­bi­le.

 

Negli anni ‘80 Vil­la Bonel­li pas­sa al Comu­ne.

Nel 2004 gli archi­tet­ti Panun­ti e San­ta­rel­li han­no pro­get­ta­to il restau­ro, com­ple­ta­to nel mar­zo 2005. Il par­co (con acces­si da via Camil­lo Mon­tal­ci­ni, 1 e via Dome­ni­co Lupa­tel­li, snc) misu­ra oggi 4,5 etta­ri.

 

Vil­la Bonel­li è oggi sede del Muni­ci­pio Roma XI, Arva­lia-Por­tuen­se. Assol­ve alla fun­zio­ne di sede cen­tra­le, e insie­me con le altre sedi decen­tra­te (che assol­vo­no a fun­zio­ni per lo più ammi­ni­stra­ti­ve) costi­tui­sce il cuo­re del­la «mac­chi­na muni­ci­pa­le».

Vil­la Bonel­li ospi­ta, pri­ma di tut­to, la Pre­si­den­za del Muni­ci­pio e la Giun­ta muni­ci­pa­le, cioè gli orga­ni poli­ti­ci ese­cu­ti­vi.

A Vil­la Bonel­li risie­do­no anche gli uffi­ci di “pri­mo con­tat­to” con i cit­ta­di­ni: l’URP (Uffi­cio Rela­zio­ni con il Pub­bli­co) e il Pro­to­col­lo: è qui che biso­gna anda­re in pri­ma bat­tu­ta quan­do si ha un pro­ble­ma da risol­ve­re e non si sa a chi rivol­ger­si di pre­ci­so. Vil­la Bonel­li ospi­ta infi­ne anche l’Ufficio del­le Entra­te muni­ci­pa­li (il SUE) e quel­lo dei Mes­si noti­fi­ca­to­ri, non­ché quel­li col­le­ga­ti alla Dire­zio­ne ammi­ni­stra­ti­va del Muni­ci­pio.

 

La Casa del Fascio è un edi­fi­cio di matri­ce razio­na­li­sta del 1939, varia­men­te attri­bui­to a Giu­sep­pe Ter­ra­gni. Simi­le, per cifra sti­li­sti­ca, alla Casa del Fascio di Lis­so­ne, la Casa del Fascio Por­tuen­se si svi­lup­pa su un tela­io in cemen­to arma­to con solai anch’essi in cemen­to arma­to, men­tre i tam­po­na­men­ti che sepa­ra­no gli ambien­ti sono pri­vi di fun­zio­ne por­tan­te: que­sta carat­te­ri­sti­ca ne fa il pri­mo edi­fi­cio moder­no del Por­tuen­se. La strut­tu­ra si arti­co­la in due bloc­chi dispo­sti a «t»: gli Uffi­ci rio­na­li del Par­ti­to Nazio­na­le Fasci­sta (su stra­da) e la Caser­ma del­la Mili­zia (all’interno). Gli Uffi­ci rio­na­li del PNF (Sezio­ne Lui­gi Pla­ta­nìa, GIL, Dopo­la­vo­ro) han­no un fron­te­spi­zio a paral­le­le­pi­pe­do sor­mon­ta­to da una Tor­re lit­to­ria, con una bal­co­na­ta cir­co­la­re per le arrin­ghe dei capo­rio­ni. Nel Dopo­guer­ra è sta­ta reim­pie­ga­ta come Casa del Popo­lo.

 

Ad oggi non si cono­sce il pro­get­ti­sta del­la Casa del Fascio: fu rea­liz­za­ta sen­za una gara pub­bli­ca, e i car­teg­gi sono in chis­sà qua­le archi­vio mili­ta­re.

Nel 2005 l’incaricato del­la Sovrin­ten­den­za, archi­tet­to G. Tan­ti­ni, si accor­ge dell’ingegnoso arti­fi­cio di nascon­de­re la Caser­ma del­la Mili­zia (incas­sa­ta in uno sban­ca­men­to) die­tro il volu­me degli Uffi­ci cor­po­ra­ti­vi, in modo che dal­la stra­da non sia pos­si­bi­le sti­ma­re l’effettiva pre­sen­za di mili­ti. E nel­la sua rela­zio­ne (la n. 970667) scri­ve con cau­te­la: «La ricer­ca archi­tet­to­ni­ca, le pro­por­zio­ni del cor­po tor­re e l’abile camuf­fa­men­to del­le volu­me­trie mili­ta­ri deno­ta­no sug­ge­sti­va­men­te l’intervento di un pro­get­ti­sta auto­re­vo­le».

Paral­le­la­men­te avvie­ne in que­gli anni la risco­per­ta dell’opera di Giu­sep­pe Ter­ra­gni (1904−1943), cono­sciu­to come l’architetto del­le case del fascio. Ter­ra­gni è sta­to a lun­go dimen­ti­ca­to o guar­da­to con dif­fi­den­za, tan­to che il prin­ci­pa­le manua­le uni­ver­si­ta­rio degli Anni Set­tan­ta ne liqui­da l’opera come un «ser­ra­to e magi­stra­le gio­co di volu­mi», ma pri­vo «del soste­gno di un pre­ci­so rap­por­to fun­zio­na­le». Ter­ra­gni ha godu­to di illu­stri esti­ma­to­ri all’estero, da Peter Eisen­man a Le Cor­bu­sier (che lo defi­ni­sce «un com­pa­gno di lot­ta per un’arte pura, sgan­cia­ta dal­lo spi­ri­to dei tem­pi»), ma il dibat­ti­to su Ter­ra­gni-archi­tet­to in Ita­lia è sta­to ine­so­ra­bil­men­te con­di­zio­na­to da quel­lo su Ter­ra­gni-fasci­sta.

Nel 2004, dal­la cata­lo­ga­zio­ne del­le ope­re svol­ta per il Cen­tro Stu­di Ter­ra­gni, Giam­mar­co Cam­pa­nel­la indi­vi­dua un pro­get­to dell’architetto del 1939 – 40, per la Casa del fascio rio­na­le di Por­tuen­se e Mon­te­ver­de, accom­pa­gna­to dall’annotazione non rea­liz­za­to. Non sap­pia­mo oggi in qua­le misu­ra la Casa del Fascio Por­tuen­se abbia effet­ti­va­men­te attin­to dal pro­get­to di Ter­ra­gni, o se l’esecuzione sia sta­ta fede­le: sap­pia­mo però che Ter­ra­gni vi lavo­rò, per lo meno in fase pro­get­tua­le.

Tra il 1939 e il 1940 la bio­gra­fia di Ter­ra­gni cono­sce un bru­sco capo­vol­gi­men­to di desti­ni: richia­ma­to alle armi e spe­di­to al fron­te, la sua atti­vi­tà di archi­tet­to fini­sce pra­ti­ca­men­te lì. Non fu quin­di sicu­ra­men­te Ter­ra­gni a diri­ger­ne il can­tie­re del­la Casa del Fascio Por­tuen­se. Il mosai­co sull’attribuzione dell’edificio è dun­que anco­ra man­can­te di alcu­ne tes­se­re, e rima­ne aper­to.

 

Nel 1939 un gio­va­ne di bell’aspetto – capel­li impo­ma­ta­ti e abi­ti alla moda – ispe­zio­na un ter­re­no in posi­zio­ne svan­tag­gia­ta, in pen­dio tra vico­lo dell’Imbrecciato e la Via Por­tuen­se, con l’unico pre­gio di una splen­di­da vedu­ta sui Col­li Por­tuen­si e Mon­te­ver­de.

Il gio­va­ne è Giu­sep­pe Ter­ra­gni, uno dei più quo­ta­ti archi­tet­ti del razio­na­li­smo ita­lia­no. Si muo­ve cir­co­spet­to sot­to lo sguar­do vigi­le del capo­rio­ne del fascio loca­le: gode del soste­gno del Regi­me, che gli affib­bia com­mes­se a rot­ta di col­lo, eppu­re qual­co­sa ormai si è incri­na­to: la Casa del Fascio Por­tuen­se potreb­be esse­re la sua ulti­ma ope­ra roma­na.

Ter­ra­gni nasce 34 anni pri­ma, il 18 apri­le 1904, a Meda, tra Mila­no e Como. Rice­ve una for­ma­zio­ne tec­ni­ca e si iscri­ve alla Scuo­la Supe­rio­re di Archi­tet­tu­ra del Poli­tec­ni­co di Mila­no. È ami­co del poe­ta Mari­net­ti, par­te­ci­pa come pit­to­re all’esperienza del futu­ri­smo, si lau­rea da enfant pro­di­ge a soli 22 anni. Fon­da il Grup­po 7, scri­ve sul­la Ras­se­gna Ita­lia­na il pri­mo mani­fe­sto dell’architettura razio­na­li­sta in Ita­lia. Ter­ra­gni è un inno­va­to­re con la testa sul­le spal­le: inten­de fare sin­te­si del­la tra­di­zio­ne del clas­si­ci­smo ita­lia­no con la nuo­va logi­ca strut­tu­ra­le del­la mac­chi­na.

Nel 1927 ini­zia a Como la libe­ra pro­fes­sio­ne. Gli vie­ne subi­to affi­da­ta un’opera dif­fi­ci­le, il com­ple­ta­men­to del Novo Comum. Il Novo Comum è una spe­cie di Cor­via­le in ver­sio­ne lom­bar­da: sono tut­ti con­cor­di nel defi­nir­lo un mostro da abbat­te­re, ma la com­mit­ten­za richie­de al gio­va­ne archi­tet­to di ren­der­lo accet­ta­bi­le, e quin­di ven­di­bi­le. Fini­sce che Ter­ra­gni, tra mil­le cri­ti­che, ottie­ne qual­che dichia­ra­zio­ne di soli­da­rie­tà. Si fa mol­ti nemi­ci, e qual­che buon ami­co.

Ter­ra­gni lavo­ra a rit­mi ver­ti­gi­no­si. Ico Pari­si rac­con­ta: «È un lavo­ra­to­re instan­ca­bi­le. È soli­to rin­ta­nar­si nel pic­co­lo loca­le stu­dio, dove sta rin­chiu­so per ore. È in con­ti­nuo e acca­ni­to schiz­za­re, sovrap­po­nen­do idea ad idea. L’isolamento non ammet­te inter­ru­zio­ni da par­te di noi col­la­bo­ra­to­ri». Car­lo Sca­li­ni rife­ri­sce: «Lavo­ra spes­so di not­te per non esse­re distur­ba­to; al mat­ti­no resta a let­to fino a tar­di». «C’è sem­pre il suo gat­to Bat­ti­sta sul tavo­lo da lavo­ro – rife­ri­sce Alber­to Sar­to­ris –, un tavo­lo da lavo­ro disor­di­na­to. Spo­sta il gat­to, poi, mez­zo sedu­to, mez­zo in pie­di, comin­cia a schiz­za­re, a dise­gna­re, per ore». Anco­ra, Lui­gi Zuc­co­li testi­mo­nia: «Lavo­ra con la siga­ret­ta tra le lab­bra su fogli spar­si di cene­re e resi­dui di gom­ma per can­cel­la­re. Inse­ri­sce cen­ni di pae­sag­gio con le mati­te colo­ra­te ».

Nel 1928 ade­ri­sce al MIAR, Movi­men­to Ita­lia­no per l’Architettura Razio­na­le. Par­te­ci­pa alla Pri­ma Espo­si­zio­ne di Archi­tet­tu­ra razio­na­le, dove pre­sen­ta un pro­get­to for­te­men­te influen­za­to dal lin­guag­gio costrut­ti­vi­sta. Nel 1931 rea­liz­za il Monu­men­to ai Cadu­ti di Como. Divie­ne fidu­cia­rio del Sin­da­ca­to Fasci­sta Archi­tet­ti.

Nel 1932 Ter­ra­gni rice­ve il pri­mo degli «inca­ri­chi roma­ni». Gli vie­ne affi­da­to l’allestimento del­la Sala O del Palaz­zo del­le Espo­si­zio­ni, dedi­ca­ta al Decen­na­le del­la Rivo­lu­zio­ne Fasci­sta. Ter­ra­gni è un entu­sia­sta del PNF, nel qua­le vede una for­za di inno­va­zio­ne auten­ti­ca.

Ottie­ne l’incarico del­la Casa del Fascio di Como. Dise­gna un orga­ni­smo cubi­co, quat­tro pia­ni con una gran­de sala cen­tra­le illu­mi­na­ta dal tet­to-vetra­ta in vetro­ce­men­to. Il pro­get­to – la tra­di­zio­na­le tipo­lo­gia urba­na del palaz­zo con cor­te, rie­la­bo­ra­ta in chia­ve razio­na­li­sta – lo con­sa­cra a livel­lo inter­na­zio­na­le. Dise­gna tut­to con cura: mani­glie, por­te, tavo­li. Inven­ta la Beni­ta, una pol­tron­ci­na imbot­ti­ta in tubo­la­re metal­li­co, vero e pro­prio ogget­to cult del Regi­me. Nel 1933 lavo­ra al Pia­no rego­la­to­re di Como e con­so­li­da la col­la­bo­ra­zio­ne con Pie­tro Lin­ge­ri. Par­te­ci­pa alla V Trien­na­le di Mila­no. Ad Ate­ne per un con­gres­so cono­sce Le Cor­bu­sier.

Nel 1934 par­te­ci­pa al con­cor­so per il Palaz­zo del Lit­to­rio dell’E42, con Lin­ge­ri, Sali­va e Viet­ti, e il gio­va­ne pit­to­re e archi­tet­to Anto­nio Car­mi­na­ti, che diven­te­rà il suo assi­sten­te. Sono gli anni del­la mas­si­ma popo­la­ri­tà. Rea­liz­za Vil­la Bian­ca a Seve­so (1936) e a Como l’Asilo del Rio­ne Sant’Elia (1937). Futu­ri­smo, costrut­ti­vi­smo e razio­na­li­smo defi­ni­sco­no le sue coor­di­na­te sti­li­sti­che. Par­te­ci­pa ad un nuo­vo con­cor­so, per il Palaz­zo dei Con­gres­si, con Lin­ge­ri e Cat­ta­neo. Il lavo­ro è fre­ne­ti­co. Mario Radi­ce ricor­da: «Non ho più cono­sciu­to nes­su­no, dopo Ter­ra­gni e Cat­ta­neo, che riu­scis­se a vive­re come noi vive­va­mo, com­ple­ta­men­te estra­nia­ti dal mon­do degli sva­ghi, dei diver­ti­men­ti, del­lo sport, del­le gite, del­la vil­leg­gia­tu­ra, del ripo­so. Si pen­sa­va, si par­la­va uni­ca­men­te di arte».

Sui pro­get­ti roma­ni di Ter­ra­gni si sca­glia qual­che cri­ti­ca, ma quel­lo che più feri­sce Ter­ra­gni è il fat­to che nel com­ples­so ven­ga­no igno­ra­ti. Ter­ra­gni non appar­tie­ne allo stuo­lo degli archi­tet­ti di cor­te, lan­cia­ti a capo­fit­to nel­la nuo­va archi­tet­tu­ra cele­bra­ti­va del Regi­me. Ter­ra­gni ela­bo­ra solu­zio­ni pro­get­tua­li inno­va­ti­ve in con­ti­nui­tà con le for­me clas­si­che. Non gli basta un’architettura fun­zio­na­li­sta dal­le linee essen­zia­li, con sche­mi a modu­li fis­si; occor­re con­no­ta­re l’architettura con il nobi­le canon dei clas­si­ci e un’ariosa radi­ce medi­ter­ra­nea. Ter­ra­gni lascia Roma ama­reg­gia­to, incom­pre­so, stan­co.

A Como lavo­ra il pro­get­to del Quar­tie­re Cor­te­sel­la, rea­liz­za la Casa del Fascio di Lis­so­ne (1937−1939, con Anto­nio Car­mi­na­ti). Fa lun­ghi sog­gior­ni in can­tie­re. Alber­to Sar­to­ris anno­ta: «Si pre­sen­ta il mat­ti­no pre­sto. Fa met­te­re due caval­let­ti ed esa­mi­na le lastre. Se in una sola sco­pre un difet­to, con un mar­tel­lo la spac­ca: una vol­ta in ope­ra non la si può più toglie­re, e si por­ta giù anche le altre… Ter­ra­gni è for­te ed è mol­to seve­ro. Ha ragio­ne: devo­no esse­re così gli archi­tet­ti».

Dal 1938 arri­va­no nuo­ve com­mes­se roma­ne. Lavo­ra ad un memo­ria­le per Dan­te Ali­ghie­ri, il Dan­teum, con Lin­ge­ri e Siro­ni. Pro­get­ta i nuo­vi Sta­bi­li­men­ti cine­ma­to­gra­fi­ci. Con il PNF intan­to qual­co­sa imper­cet­ti­bil­men­te si incri­na. Il par­ti­to, fau­to­re del razio­na­li­smo, ne nega nei fat­ti ogni ricer­ca di liber­tà. Ter­ra­gni si guar­da bene dal dir­lo in pub­bli­co, e for­se non lo dice nem­me­no in pri­va­to. Ma qual­cu­no, tra le alte sfe­re, fini­sce per accor­ger­se­ne: la sua fede fasci­sta è sal­da, quel­la nel Regi­me un po’meno. E per Ter­ra­gni è l’inizio del­la fine del­la sua car­rie­ra.

 

Ver­so il 1939 si pen­sa intan­to, al Por­tuen­se, di costrui­re una casa rio­na­le del Fascio.

La pre­sen­za di un fascio rio­na­le è atte­sta­ta dal 1936, attra­ver­so una del­le pri­me tes­se­re di ade­sio­ne, la n. 44 del 26 luglio, con­ser­va­ta tra i mate­ria­li dell’Archivio Sto­ri­co Por­tuen­se. Il fascio è pro­ba­bil­men­te anco­ra allog­gia­to in una sede prov­vi­so­ria e non ha anco­ra l’intitolazione defi­ni­ti­va, a Lui­gi Pla­ta­nia.

La tes­se­ra fa rife­ri­men­to al came­ra­ta Camil­lo [omis­sis] ed è fir­ma­ta dal capo­rio­ne Vito [omis­sis]. Pie­ghe­vo­le su quat­tro fac­cia­te e stam­pa­ta in robu­sto car­to­ne nel­le tipo­gra­fie del Resto del Car­li­no a Bolo­gna, la tes­se­ra pre­sen­ta in epi­gra­fe la scrit­ta PNF, il nome del grup­po rio­na­le Por­tuen­se-Mon­te­ver­de, i nume­ra­li IIXV (ad indi­ca­re rispet­ti­va­men­te il secon­do anno dell’Impero e il quin­di­ce­si­mo del­la rivo­lu­zio­ne fasci­sta), e, sot­to, il busto mar­zia­le di Mus­so­li­ni.

Le fac­cia­te inter­ne ripor­ta­no i dati ana­gra­fi­ci e il giu­ra­men­to di fedel­tà al Duce, che reci­ta: «Nel nome di Dio e dell’Italia giu­ro di ese­gui­re gli ordi­ni del Duce e di ser­vi­re con tut­te le mie for­ze, e, se neces­sa­rio, col mio san­gue, la cau­sa del­la Rivo­lu­zio­ne fasci­sta». In quar­ta si tro­va il bol­lo a sec­co del grup­po rio­na­le, con al cen­tro il sim­bo­lo del fascio lit­to­rio.

È a ridos­so del 1939, pro­ba­bil­men­te, che Ter­ra­gni rice­ve la com­mes­sa per la Casa del Fascio di Por­tuen­se-Mon­te­ver­de. È un pro­get­to pic­co­lo, cui lavo­ra repli­can­do le for­me già pro­po­ste due anni pri­ma per la Casa del Fascio di Lis­so­ne. In con­tem­po­ra­nea Ter­ra­gni lavo­ra alla gran­de e raf­fi­na­ta Casa Giu­lia­ni-Fri­ge­rio a Como. Que­sta vil­la pri­va­ta rap­pre­sen­ta un pun­to di arri­vo nel­la poe­ti­ca di Ter­ra­gni, che l’architetto Anto­ni­no Sag­gio indi­vi­dua nel tema del tela­io in cemen­to arma­to: impie­ga­to per la pri­ma vol­ta nel 1927, pren­de cor­po nel­la Casa del fascio del 1932, per acqui­sta­re com­ple­ta auto­no­mia espres­si­va nel­la Casa Giu­lia­ni-Fri­ge­rio.

Il 5 set­tem­bre 1939 Ter­ra­gni rice­ve una let­te­ra inat­te­sa. Vie­ne richia­ma­to alle armi.

Que­sto epi­so­dio è for­se il meno chia­ro del­la sua bio­gra­fia. Cos’era suc­ces­so? Il Regi­me era soli­to esen­ta­re la sua éli­te cul­tu­ra­le dal­le liste mili­ta­ri, cer­ti­fi­can­do impro­ba­bi­li malat­tie. Ma Ter­ra­gni è sano come un pesce: si è for­se fat­to qual­che nemi­co tra le gerar­chie, o for­se, da con­vin­to soste­ni­to­re del­la cau­sa fasci­sta, sem­pli­ce­men­te non vuo­le scon­ti e desi­de­ra par­te­ci­pa­re in pri­ma per­so­na all’ampliamento dei con­fi­ni nazio­na­li. Sul fini­re del 1939 segue un rigi­do adde­stra­men­to mar­zia­le, per con­se­gui­re il gra­do di capi­ta­no di arti­glie­ria.

Nel frat­tem­po la sua atti­vi­tà di pro­get­ti­sta non si fer­ma. Lavo­ra al Cen­tro stu­di e ricer­ca dell’Unione Vetra­ria ita­lia­na all’E42, al Padi­glio­ne del­la Mostra fer­ro­tran­via­ria. Ela­bo­ra un lin­guag­gio sem­pre più libe­ro e auto­no­mo. Sen­te di dove­re il suo suc­ces­so al Regi­me, ma di non esser­ne per que­sto asser­vi­to. Ter­ra­gni è l’immagine sin­to­ma­ti­ca del­le con­trad­di­zio­ni del razio­na­li­smo ita­lia­no: sospe­so tra l’adesione for­ma­le alla rivo­lu­zio­ne fasci­sta e il baga­glio liber­ta­rio dell’architettura tra­di­zio­na­le. Que­sta con­trad­di­zio­ne non è evi­den­te a tut­ti, ma solo agli intel­let­tua­li più raf­fi­na­ti. Lo scat­to liri­co e per­so­na­le fini­sce per atti­ra­re su Ter­ra­gni cri­ti­che sem­pre più fre­quen­ti anche in cam­po razio­na­li­sta, per esem­pio da Paga­no. Ter­ra­gni pro­get­ta e rea­liz­za edi­fi­ci per con­to del Regi­me, ma sen­za con­ces­sio­ni al cat­ti­vo gusto dell’architettura uffi­cia­le, rita­glian­do­si una nic­chia di nobi­le auto­no­mia. Ter­ra­gni non dis­si­mu­la la sua fede nei mae­stri del razio­na­li­smo euro­peo, e spe­ra nell’avvento di un secon­do futu­ri­smo dal respi­ro inter­na­zio­na­le che com­ple­ti quan­to fat­to fino ad allo­ra.

Nel 1940 l’addestramento di Ter­ra­gni ter­mi­na e vie­ne spe­di­to al fron­te yugo­sla­vo sen­za trop­pi riguar­di, tra durez­ze estre­me. Da qui in poi le noti­zie sull’architetto si fan­no ava­re. Bru­no Zevi ha rin­ve­nu­to un car­teg­gio del 1941, nel qua­le Ter­ra­gni scri­ve: «L’architettura, indi­ce di civil­tà, sor­ge lim­pi­da, ele­men­ta­re, per­fet­ta quan­do è espres­sio­ne di un popo­lo che sele­zio­na, osser­va e apprez­za i risul­ta­ti che, fati­co­sa­men­te rie­la­bo­ra­ti, rive­la­no i valo­ri spi­ri­tua­li di tut­te le gen­ti». È suc­ces­so qual­co­sa: que­ste non sono le paro­le di un fasci­sta.

Ter­ra­gni vie­ne spe­di­to sul fron­te rus­so e se ne per­do­no defi­ni­ti­va­men­te le trac­ce. È car­ne da macel­lo: la cam­pa­gna lo pro­va dura­men­te, e pro­ba­bil­men­te fini­sce per per­de­re la ragio­ne. Vie­ne rispe­di­to in Ita­lia ad ini­zio del 1943, ormai ridot­to ad una lar­va. A Como pro­va a ripren­de­re la libe­ra pro­fes­sio­ne.

Il 19 luglio 1943 cade ful­mi­na­to da una trom­bo­si sul pia­ne­rot­to­lo di casa del­la fidan­za­ta. Gli ami­ci par­la­no inve­ce di un sui­ci­dio: si è lan­cia­to dal­le sca­le. Nes­su­no saprà mai la veri­tà, sul­la fine di Ter­ra­gni.

 

Il can­tie­re del­la Casa del Fascio por­tuen­se intan­to arri­va a com­pi­men­to. L’edificio vie­ne inti­to­la­to al c.d. mar­ti­re fasci­sta Lui­gi Pla­ta­nia.

Non è sta­to faci­le repe­ri­re noti­zie bio­gra­fi­che su Pla­ta­nia. Figlio mag­gio­re di una umi­le fami­glia di ori­gi­ni sici­lia­ne tra­pian­ta­ta a Rimi­ni, il gio­va­ne Pla­ta­nia è una figu­ra enig­ma­ti­ca, dal carat­te­re «viva­ce, inquie­to, impul­si­vo e gene­ro­so», dota­to di gran­de vigo­re fisi­co e assen­za di pau­ra. Par­te­ci­pa alla guer­ra di Libia del 1911, rima­nen­do feri­to e gua­da­gnan­do­si una meda­glia al valo­re. Nel 1914 è nel­le file degli anar­chi­ci, pren­den­do par­te con l’amico Car­lo Cia­vat­ti ai moti rimi­ne­si del­la «Set­ti­ma­na ros­sa». Par­te­ci­pa alla Pri­ma guer­ra mon­dia­le come ser­gen­te mag­gio­re dei fuci­lie­ri, rima­nen­do muti­la­to e rice­ven­do una secon­da meda­glia al valo­re. Nel 1919 è tra i fon­da­to­ri dei Fasci di com­bat­ti­men­to rimi­ne­si. L’anno seguen­te si get­ta nel­le fiam­me per spe­gne­re l’incendio del Grand Hotel di Rimi­ni, gua­da­gnan­do­si la ter­za meda­glia.

Nono­stan­te la for­ma­zio­ne gio­va­ni­le tra gli anar­chi­ci, Pla­ta­nia è con­si­de­ra­to uno tra i più acce­si, nel­le file fasci­ste. I socia­li­sti loca­li lo indi­ca­no come respon­sa­bi­le mora­le del­le vio­len­ze squa­dri­ste di Rimi­ni, Cese­na e Pesa­ro.

Pla­ta­nia vie­ne ucci­so in cir­co­stan­ze miste­rio­se a 31 anni, il 19 mag­gio 1921. Il delit­to incen­dia gli ani­mi e il Fascio di com­bat­ti­men­to loca­le ne addos­sa la respon­sa­bi­li­tà ai comu­ni­sti. Il pro­ces­so, con­clu­so­si nel 1924 dopo alter­ne vicen­de, con­dan­na a vent’anni l’ex ami­co Car­lo Cia­vat­ti.

 

La Mili­zia si costi­tui­sce nel 1923, quan­do le squa­dre d’azione (le c.d. squa­drac­ce, o «Cami­cie nere» del Par­ti­to Nazio­na­le Fasci­sta) ven­go­no rego­la­riz­za­te nei ran­ghi dell’esercito con il nome di Mili­zia Volon­ta­ria per la Sicu­rez­za Nazio­na­le e dota­te di strut­tu­re di acquar­tie­ra­men­to.

La sua fon­da­zio­ne risa­le al gen­na­io 1923.

Ini­zial­men­te pen­sa­ta come mili­zia ad uso esclu­si­vo del Par­ti­to Nazio­na­le Fasci­sta, nel tem­po si mesco­la qua­si del tut­to con il Regio Eser­ci­to.

La Mili­zia Volon­ta­ria per la Sicu­rez­za Nazio­na­le nasce dall’esigenza del PNF, appe­na giun­to al pote­re, di irre­gi­men­ta­re le squa­dre d’azione in una vera e pro­pria mili­zia rico­no­sciu­ta dal­lo Sta­to.

Alla Mili­zia si acce­de per reclu­ta­men­to volon­ta­rio. Occor­re ave­re tra i 17 e 50 anni.

Il pro­get­to è appro­va­to con una deli­be­ra­zio­ne del Gran Con­si­glio del Fasci­smo il 12 gen­na­io 1923.

Dal 1924 i com­po­nen­ti del­la MVSN pre­sta­no giu­ra­men­to di fedel­tà al Re.

L’organizzazione del­la Mili­zia si arti­co­la­va su un Coman­do gene­ra­le (il coman­dan­te gene­ra­le era Mus­so­li­ni, con il gra­do di Pri­mo Capo­ra­le d’Onore; alle sue dipen­den­ze il Capo di Sta­to Mag­gio­re, pre­po­sto a reg­ge­re il Coman­do gene­ra­le), il qua­le era sovraor­di­na­to a del­le Zone Cami­cie Nere, sud­di­vi­se in grup­pi e quin­di in legio­ni di roma­na memo­ria. Ogni legio­ne si com­po­ne di tre coor­ti, a loro vol­ta for­ma­te da tre cen­tu­rie; ogni cen­tu­ria è for­ma­ta da tre mani­po­li e ogni mani­po­lo da tre squa­dre.

Per quan­to con­cer­ne gli uffi­cia­li, vi sono quel­li in ser­vi­zio per­ma­nen­te effet­ti­vo, quel­li inclu­si nei cosid­det­ti qua­dri (non abi­tual­men­te in ser­vi­zio, ma richia­ma­bi­li) e quel­li com­pre­si nel­la riser­va.

Il ser­vi­zio svol­to dai mili­zia­ni del­la MVSN fino al gra­do di capo­squa­dra (che cor­ri­spon­de gros­so modo a quel­lo di ser­gen­te) non è di carat­te­re con­ti­nua­ti­vo, ma si basa su del­le chia­ma­te perio­di­che, in gene­re in vista di par­ti­co­la­ri even­ti o per ragio­ni adde­stra­ti­ve.

Con l’arruolamento, divie­ne obbli­ga­to­ria l’iscrizione al Par­ti­to Nazio­na­le Fasci­sta e l’adozione del salu­to roma­no. I mili­ta­ri sono respon­sa­bi­li del­la custo­dia dell’uniforme, del tut­to iden­ti­ca a quel­la del Regio Eser­ci­to eccet­to che per il fez, la cami­cia nera, le fiam­me nere sul bave­ro e i fasci lit­to­ri al posto del­le stel­let­te.

Per via del colo­re del­la cami­cia, par­te inte­gran­te del­la divi­sa di que­sto cor­po, i suoi mem­bri sono noti con il nome Cami­cie nere.

L’armamento in dota­zio­ne, custo­di­to pres­so le arme­rie del­le caser­me del­la MVSN, è distri­bui­to ai mili­zia­ni al momen­to del­la chia­ma­ta e ricon­se­gna­to al ter­mi­ne del­la stes­sa.

L’organizzazione di tale cor­po, oltre ad ave­re una pro­pria pro­gres­sio­ne di car­rie­ra, non pre­scin­de da una pro­pria strut­tu­ra ammi­ni­stra­ti­va e sani­ta­ria; idem per quan­to con­cer­ne i cap­pel­la­ni mili­ta­ri.

Orga­niz­za­zio­ni gio­va­ni­li del­la Mili­zia:

Mili­zia ruo­lo Ope­ra Nazio­na­le Balil­la

Mili­zia ruo­lo Fasci Gio­va­ni­li di Com­bat­ti­men­to

Mili­zia ruo­lo Gio­ven­tù Ita­lia­na del Lit­to­rio

Mili­zia Uni­ver­si­ta­ria

L’Ufficio Stam­pa prov­ve­de alla rego­la­re pub­bli­ca­zio­ne del quin­di­ci­na­le Foglio d’Ordini che fun­zio­na­va da noti­zia­rio divul­ga­ti­vo sull’attività del­la Mili­zia e del perio­di­co set­ti­ma­na­le Mili­zia Fasci­sta.

Essa rima­se in fun­zio­ne sicu­ra­men­te fino alla cadu­ta del fasci­smo nel luglio 1943, ma non pas­sò imme­dia­ta­men­te ad altre fun­zio­ni: il CLN di Por­tuen­se e Mon­te­ver­de sor­se altro­ve, sul Lun­go­te­ve­re degli Anguil­la­ra. Nel dopo­guer­ra la Casa del Fascio è riu­ti­liz­za­ta pri­ma come Casa del Popo­lo e poi come abi­ta­zio­ne e atti­vi­tà com­mer­cia­le.

La Casa del Fascio Por­tuen­se «Lui­gi Pla­ta­nia» ave­va – come tut­ti i grup­pi rio­na­li del­la Fede­ra­zio­ne dell’Urbe – una sua buro­cra­zia: pro­du­ce­va tes­se­re, regi­stri e docu­men­ti.

Essi sono oggi in gran par­te con­ser­va­ti alla Biblio­te­ca nazio­na­le di Firen­ze.

La Casa del Fascio di Via Por­tuen­se, 549 è un edi­fi­cio di matri­ce razio­na­li­sta, com­po­sto di caser­ma del­la Mili­zia, Uffi­ci cor­po­ra­ti­vi e tor­re.

La caser­ma nasce vero­si­mil­men­te intor­no al 1925, anno in cui le «cami­cie nere» del Par­ti­to Nazio­na­le Fasci­sta sono rego­la­riz­za­te nel Cor­po del­la Mili­zia e dota­te di strut­tu­re di acquar­tie­ra­men­to nel­la peri­fe­ria roma­na. Con abi­le arti­fi­cio costrut­ti­vo la caser­ma si svi­lup­pa lon­gi­tu­di­nal­men­te e a per­pen­di­co­lo con la stra­da, in modo che sia impos­si­bi­le dall’esterno rile­var­ne le note­vo­li volu­me­trie o sti­ma­re la rea­le pre­sen­za di mili­ti. Gli uffi­ci (pro­ba­bil­men­te Fascio loca­le, Gio­ven­tù Lit­to­ria, Dopo­la­vo­ro) affac­cia­va­no inve­ce su stra­da, con un fron­te monu­men­ta­le, sor­mon­ta­to dal cor­po tor­re in tra­ver­ti­no, la cui visua­le rag­giun­ge­va Cor­via­le e Vigna Pia. Al pri­mo pia­no si apre la bal­co­na­ta cir­co­la­re, dal­la qua­le i diri­gen­ti del PNF arrin­ga­va­no alla comu­ni­tà loca­le adu­na­ta nel­lo slar­ghet­to anti­stan­te, oggi scom­par­so.

È sta­to osser­va­to che «la ricer­ca archi­tet­to­ni­ca, spe­cial­men­te nel­le pro­por­zio­ni del cor­po tor­re» (arch. G. Tan­ti­ni) e l’abile camuf­fa­men­to del­le volu­me­trie mili­ta­ri deno­ta­no sug­ge­sti­va­men­te l’intervento di un pro­get­ti­sta auto­re­vo­le, il cui nome rima­se però coper­to dal segre­to mili­ta­re. L’intera strut­tu­ra è soste­nu­ta da un tela­io in cemen­to arma­to, con solai e coper­tu­re anch’essi in cemen­to arma­to, men­tre le mura­tu­re into­na­ca­te han­no fun­zio­ne di tam­po­na­men­to sen­za por­tan­za. Que­sta carat­te­ri­sti­ca edi­li­zia fa del­la Casa del Fascio il pri­mo edi­fi­cio por­tuen­se moder­no.

Dal­le tes­se­re del Fascio loca­le appren­dia­mo che la caser­ma sovrin­ten­de­va al vasto ter­ri­to­rio di Por­tuen­se e Mon­te­ver­de. Essa rima­se in fun­zio­ne sicu­ra­men­te fino alla cadu­ta del fasci­smo nel luglio 1943, ma non pas­sò imme­dia­ta­men­te ad altre fun­zio­ni: il CLN di Por­tuen­se e Mon­te­ver­de sor­se altro­ve, sul Lun­go­te­ve­re degli Anguil­la­ra. Nel dopo­guer­ra la Casa del Fascio è riu­ti­liz­za­ta pri­ma come Casa del Popo­lo e poi come abi­ta­zio­ne e atti­vi­tà com­mer­cia­le.

 

Casa Rosa è un cimi­te­ro inte­ra­men­te dedi­ca­to agli ani­ma­li, con 800 tom­be di cani e gat­ti, insie­me a coni­gli, oche, pic­cio­ni, pap­pa­gal­li, caval­li, una scim­mia e un leo­ne.

La pri­ma sepol­tu­ra risa­le al 1923. Il vete­ri­na­rio Anto­nio Molon, pro­prie­ta­rio del­la pen­sio­ne per cani di via dell’Imbrecciato, rice­vet­te da Mus­so­li­ni l’insolita richie­sta di sep­pel­li­re una gal­li­na, ama­ta com­pa­gna di gio­chi dei suoi figli. Si aggiun­go­no poco dopo i cani di Casa Savo­ia e negli anni suc­ces­si­vi la moglie Rosa Molon e il figlio Lui­gi accol­go­no via via i cani di Pep­pi­no De Filip­po, San­dro Per­ti­ni, Pal­ma Buca­rel­li, Aldo Fabri­zi, Fede­ri­co Fel­li­ni e il gat­to di Anna Magna­ni.

All’ingresso un monu­men­to com­me­mo­ra «quel­li che non han­no un padro­ne»; all’interno (1600 m2) la ste­le con la «Pre­ghie­ra del cane» di Jero­me si affian­ca al tem­piet­to del­la gat­ta Stel­li­na, al busto del gat­to Isi­do­ro, alle lapi­di dell’oca Bar­ba­ros­sa, del­la leo­nes­sa Gre­ta e del coni­glio Tap­po. Vi sono tom­be fami­lia­ri (una ha for­ma a pira­mi­de) o accop­pia­te, come per i pic­cio­ni Piz­zi­ca e Pen­nac­chio­ne.

Le iscri­zio­ni dichia­ra­no affet­to e rico­no­scen­za («pic­co­lo gran­de bas­sot­to», «ciao, gigan­te buo­no», «gra­zie per la com­pa­gnia») e tal­vol­ta accen­na­no ad una dimen­sio­ne cele­ste («con­ti­nua ad amar­ci da las­sù»). Una scrit­ta «dan­ke» rin­gra­zia in tede­sco la micet­ta Emma. Al gat­to Artu­ro è dedi­ca­to un elo­gio in lati­no.

 

Vil­la Giu­sep­pi­na è una casa di cura, sul­la som­mi­tà di un pog­gio nel­la zona di San­ta Sil­via.

All’interno di Vil­la Giu­sep­pi­na si tro­va la cap­pel­la del­le Ancel­le del­la Cari­tà.

Il c.s.a. Ciri­cil­lo è il cen­tro anzia­ni del Por­tuen­se, ed è tra quel­li di più anti­ca isti­tu­zio­ne del ter­ri­to­rio muni­ci­pa­le. Si tro­va in via degli Irlan­de­si, 47.

Di fron­te all’edificio par­roc­chia­le si tro­va una piaz­za, dal­le fun­zio­ni com­po­si­te, inti­to­la­ta Lar­go San­ta Sil­via. In essa sono pre­sen­ti un giar­di­no pub­bli­co, un mer­ca­to e un sot­to­stan­te par­cheg­gio. Del­la situa­zio­ne attua­le del­la piaz­za, e dei recen­ti lavo­ri di siste­ma­zio­ne, tro­via­mo trac­cia in un arti­co­lo di Arva­lia News di mar­zo-apri­le 2015, dal tito­lo “San­ta Sil­via, rina­sce la piaz­za-giar­di­no. Sui muri del mer­ca­to i mura­les di Scuo­la viva”:

 

È sta­ta una vera e pro­pria festa quel­la che il 14 mar­zo ha accom­pa­gna­to la con­se­gna di Lar­go San­ta Sil­via, al ter­mi­ne dei lavo­ri di riqua­li­fi­ca­zio­ne effet­tua­ti dal Muni­ci­pio. Gli inter­ven­ti han­no riguar­da­to la risi­ste­ma­zio­ne dei giar­di­ni, con il ripri­sti­no di gio­chi e pavi­men­to anti-trau­ma, la pian­tu­ma­zio­ne di essen­ze erbo­se (tra cui cicla­mi­ni e lavan­da), la can­cel­la­zio­ne di scrit­te su muri e pan­chi­ne, l’installazione dell’impianto di irri­ga­zio­ne e dei para­pe­do­na­li anti-moto­ri­ni. L’area era già sta­ta inte­res­sa­ta da un inter­ven­to di puli­zia straor­di­na­ria dei Pics. «Gli spa­zi ver­di urba­ni costi­tui­sco­no un ele­men­to di pri­ma­ria impor­tan­za nel­la qua­li­tà del­la vita dei cit­ta­di­ni, soprat­tut­to per i più pic­co­li», ha dichia­ra­to il pre­si­den­te Veloc­cia. «Rap­pre­sen­ta­no non solo uno stru­men­to per la riqua­li­fi­ca­zio­ne este­ti­ca dei nostri quar-tie­ri ma anche un bene stra­te­gi­co, la cui valo­riz­za­zio­ne com­por­ta bene­fi­ci a livel­lo ambien­ta­le e socia­le».

 

Al ter­mi­ne dei lavo­ri han­no tro­va­to posto nel­la piaz­za cin­que pan­nel­li mura­li rea­liz­za­ti sul peri­me­tro ester­no del mer­ca­to dai ragaz­zi dell’associazione Scuo­la viva onlus. I 5 pan­nel­li rap­pre­sen­ta­no le cate­go­rie mer­ceo­lo­gi­che del mer­ca­to: pane, frutta/​verdura, car­ne, pesce e casa­lin­ghi. «Sia­mo mol­to feli­ci del­la col­la­bo­ra­zio­ne con il Cen­tro di ria­bi­li­ta­zio­ne di Scuo­la viva», è la dichia­ra­zio­ne del pre­si­den­te Veloc­cia, ripor­ta­ta nell’articolo. «Que­sta impor­tan­te e sto­ri­ca strut­tu­ra rap­pre­sen­ta un cen­tro di eccel­len­za e un pun­to di rife­ri­men­to per il nostro ter­ri­to­rio e per la Cit­tà inte­ra».

 

San­ta Sil­via è la sede del­la par­roc­chia omo­ni­ma (la 182a del Vica­ria­to di Roma) e la sede del tito­lo pre­sbi­te­ria­le del Car­di­na­le di San­ta Sil­via. San­ta Sil­via è una chie­sa par­roc­chia­le con­tem­po­ra­nea, con pian­ta a cro­ce lati­na a nava­ta uni­ca e tra­vi in cemen­to arma­to a vista. La par­roc­chia è isti­tui­ta nel 1959 con decre­to «Ubi pri­mum sere­na» del car­di­nal Mica­ra. I lavo­ri per la nuo­va chie­sa ini­zia­no nel 1966 su pro­get­to dell’architetto Fran­ce­sco For­na­ri. La con­sa­cra­zio­ne è del 1968. La fac­cia­ta è pre­ce­du­ta da un por­ti­co aper­to sor­ret­to da pila­stri. Il pre­sbi­te­rio ospi­ta l’altar mag­gio­re qua­dra­to. Di par­ti­co­la­re pre­gio le due deco­ra­zio­ni ope­ra del­la reli­gio­sa Sorel­la Agar. La gran­de vetra­ta del­la fac­cia­ta (1991) ha per tema le para­bo­le del giu­di­zio fina­le e del­le die­ci ver­gi­ni. Il mosai­co dell’abside (m 18 x 3) è arti­co­la­to in tre sezio­ni: Maria ai pie­di del­la Cro­ce; San­ta Sil­via e San Gre­go­rio Magno; i quat­tro pon­te­fi­ci.

 

La par­roc­chia è eret­ta il 23 feb­bra­io 1959 con il decre­to del Car­di­nal vica­rio Cle­men­te Mica­ra «Ubi pri­mum sere­na». È affi­da­ta al cle­ro dio­ce­sa­no di Roma. Non si cono­sce da qua­le par­roc­chia sia sta­to desun­to il ter­ri­to­rio (ipo­tiz­za­bi­le Sacra Fami­glia a Por­tuen­se).

L’edificio par­roc­chia­le si tro­va in via­le Giu­sep­pe Sir­to­ri, 2.

Il pro­get­to archi­tet­to­ni­co è di Fran­ce­sco For­na­ri.

La pro­prie­tà è del­la Pont. Ope­ra per la Pre­ser­va­zio­ne del­la Fede e la prov­vi­sta di nuo­ve Chie­se in Roma.

La chie­sa è sta­ta con­sa­cra­ta da Mons. Filip­po Poc­ci, Vesco­vo tito­la­re di Geri­co, ausi­lia­re del Car­di­nal vica­rio Ange­lo Dell’Acqua. Non si cono­sce la data, ma è ipo­tiz­za­bi­le che non sia­mo mol­to lon­ta­ni dal 1960.

Il rico­no­sci­men­to agli effet­ti civi­li del prov­ve­di­men­to vica­ria­le è sta­to decre­ta­to il 9 mag­gio 1961.

 

Il 28 feb­bra­io 1982, con il decre­to del Car­di­nal vica­rio Ugo Polet­ti «A tut­ti è ben noto», i ter­ri­to­ri di quat­tro par­roc­chie con­fi­nan­ti ven­go­no ridot­ti, per dare vista alla nuo­va par­roc­chia di Nostra Signo­ra di Val­me. Esse sono: S. Sil­via, S. Maria del Car­mi­ne e S. Giu­sep­pe, S. Gre­go­rio Magno e S. Raf­fae­le Arcan­ge­lo.

Il ter­ri­to­rio par­roc­chia­le, con decre­to del Car­di­nal vica­rio Camil­lo Rui­ni del 22 mar­zo 1995, è sta­to deter­mi­na­to entro i seguen­ti nuo­vi con­fi­ni: «Via Por­tuen­se; lar­go Volon­ta­ri del san­gue; via E. Bom­bel­li; piaz­za Doria Pam­phi­li; via Igna­zio Ribot­ti; via degli Orti Spa­gno­li; via Pie­tro Frat­ti­ni; linea idea­le fino a lar­go O. Zuc­ca­ri­ni; dal mede­si­mo lar­go, inter­se­can­do via dell’Imbrecciato, fino a rag­giun­ge­re l’intersezione di Via Por­tuen­se con via Isac­co New­ton; Via Por­tuen­se fino all’inizio di via Bom­bel­li».

 

L’attuale par­ro­co è Don Pao­lo Ric­ciar­di (dal 2003), assi­sti­to dal vica­rio par­roc­chia­le Don Alfre­do Tede­sco (2012).

La chie­sa è aper­ta dal­le 6,45 alle 12,00 e dal­le 16,30 alle 19,30. Le mes­se si ten­go­no alle 7,00 (inver­na­le), alle 8,00 (inver­na­le), alle 9,00, alle 18,00 (inver­na­le) e alle 19,00 (esti­vo) nei gior­ni feria­li; e dall’autunno a Pasqua ven­go­no cele­bra­te in Crip­ta. Nei gior­ni festi­vi le mes­se si cele­bra­no alle 7,00, alle 8,30, alle 10,00 (inver­na­le), alle 11,00, alle 12,00 (inver­na­le) e alle 19,00.

La par­roc­chia ha tre luo­ghi sus­si­dia­ri di cul­to, in cui si cele­bra solo nei gior­ni festi­vi. La Cap­pel­la del­le Ancel­le del­la Cari­tà (via­le Pro­spe­ro Colon­na, 46) tie­ne mes­sa alle 9,00; la Cap­pel­la del­le Ser­ve dei Pove­ri (via dell’Imbrecciato, 103) alle 10,00; e infi­ne la Cap­pel­la del Cen­tro Gio­va­ni­le «Fra­tel Poli­car­po» (via dell’Imbrecciato, 112) alle 11,00.

Gli Enti pre­sen­ti nel ter­ri­to­rio del­la Par­roc­chia sono: la Comu­ni­tà del­le Ancel­le del­la Cari­tà (ADC); il Cen­tro gio­va­ni­le «Fra­tel Poli­car­po» dei Fra­tel­li del Sacro Cuo­re (SC); la Comu­ni­tà dell’Imbrecciato dei Fra­tel­li del Sacro Cuo­re (SC); la Casa di cura per malat­tie ner­vo­se e men­ta­li «Vil­la Giu­sep­pi­na»; la Casa di ripo­so «Vil­la Cusma­no» dell’Istituto «Mater Gra­tiæ».

La par­roc­chia è sede car­di­na­li­zia. Il tito­lo pre­sbi­te­ra­le è rico­per­to dal Car­di­nal Janis Puja­ts.

 

Casal Vol­pi­ni è un edi­fi­cio rura­le dell’Ottocento, sito in via Fran­ce­sco Save­rio Benuc­ci al Por­tuen­se. Per quan­to noto, la pro­prie­tà è pri­va­ta e fun­zio­na­le (restau­ri recen­ti); non è visi­ta­bi­le, è visi­bi­le da stra­da. È sta­ta stu­dia­ta dal­la Soprin­ten­den­za ai Beni archi­tet­to­ni­ci e del pae­sag­gio di Roma (sche­da inven­ta­ria­le 00970670A, Ban­chi­ni R. – cat. Tan­ti­ni G.).

 

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