I Moli­ni Bion­di sono un com­ples­so pro­dut­ti­vo dei Pri­mi del Nove­cen­to, oggi adi­bi­to a cen­tro resi­den­zia­le e com­mer­cia­le.

Nel 1905 la Socie­tà Ita­lia­na Moli­ni e Pani­fi­ci Anto­nio Bion­di di Firen­ze rile­va il pre­e­si­sten­te Muli­no Städ­lin (di mode­ste dimen­sio­ni, costrui­to nel 1885 nel­la Vigna Costa a ridos­so del Pon­te dell’Industria), per amplia­re il suo mer­ca­to alla Capi­ta­le ita­lia­na, in con­ti­nuo incre­men­to demo­gra­fi­co e con sem­pre cre­scen­ti esi­gen­ze ali­men­ta­ri. La scel­ta del sito pri­vi­le­gia la vici­nan­za al Teve­re e alla fer­ro­via, vie di col­le­ga­men­to velo­ci ed effi­cien­ti per l’approvvigionamento del­le mate­rie pri­me (i cerea­li) e la distri­bu­zio­ne del pro­dot­to fini­to (le fari­ne in sac­chi).

I lavo­ri di ele­va­zio­ne e amplia­men­to, diret­ti dall’ingegner Anto­nio Fio­ry, si pro­trag­go­no fino al 1907. Negli anni suc­ces­si­vi la costru­zio­ne del nuo­vo trac­cia­to fer­ro­via­rio deter­mi­na un espro­prio di 6 etta­ri di ter­re­no; la tra­sfor­ma­zio­ne del Pon­te dell’Industria in stra­da car­ra­bi­le (l’odierna via Anto­nio Paci­not­ti) modi­fi­ca gli acces­si e ridi­se­gna i rac­cor­di con la rete fer­ro­via­ria nazio­na­le.

La strut­tu­re han­no l’aspetto archi­tet­to­ni­co dei caseg­gia­ti indu­stria­li nord-euro­pei. Il cor­po prin­ci­pa­le, lun­go 62 m e alto 28, pre­sen­ta quat­tro ordi­ni sovrap­po­sti di fine­stre ret­tan­go­la­ri, con par­ti­tu­re di mat­to­ni a vista. Inter­na­men­te i vari pia­ni – divi­si da solai soste­nu­ti da colon­ni­ne in ghi­sa – ospi­ta­no le motri­ci a vapo­re, i tra­sfor­ma­to­ri per l’energia elet­tri­ca, gli impian­ti per la maci­na­zio­ne del gra­no e la raf­fi­na­zio­ne del­le fari­ne, e gran­di silos di stoc­cag­gio. Un edi­fi­cio adi­bi­to ad uffi­ci e la palaz­zi­na degli allog­gi degli ope­rai com­ple­ta­no la strut­tu­ra.

Lo sta­bi­li­men­to ces­sa le atti­vi­tà intor­no alla metà del Seco­lo scor­so. A par­ti­re dal 2000 il com­ples­so, rile­va­to da pri­va­ti, è sta­to ristrut­tu­ra­to, lascian­do intat­ti i pro­spet­ti e rica­van­do­vi all’interno appar­ta­men­ti e nego­zi.

 

Casa Vit­to­ria (già Socie­tà ano­ni­ma Olie­re, o Men­di­ci­co­mio o Casa dei Vec­chi) è una fab­bri­ca dismes­sa, edi­fi­ca­ta nel 1895 – 1927, sita in Via Por­tuen­se, 220, ango­lo via Q. Majo­ra­na al Por­tuen­se.

Per quan­to noto, la pro­prie­tà è pub­bli­ca e fun­zio­na­le; non è visi­ta­bi­le, è visi­bi­le da stra­da. È sta­ta stu­dia­ta dal­la Soprin­ten­den­za ai Beni archi­tet­to­ni­ci e del pae­sag­gio di Roma (sche­da inven­ta­ria­le 00970910A, Ban­chi­ni R. – cat. Isgrò S.).

La Casa di ripo­so Casa Vit­to­ria, Cen­tro per mala­ti di alz­hei­mer, ex Area indu­stria­le di Poz­zo Pan­ta­leo (Ini­zio Sec. XX) è una pro­prie­tà comu­na­le sita in Via Por­tuen­se, 220, ango­lo via Qui­ri­no Majo­ra­na. Sor­ge nell’area dell’ex Pur­fi­na (nome deri­va­to dal­la socie­tà bel­ga Petro­fi­na, pro­prie­ta­ria del­la Raf­fi­ne­ria di petro­lio, poi FINA Ita­lia­na), divi­sa in due dal­la nasci­ta del­la via Q. Majo­ra­na (o Olim­pi­ca), nata in occa­sio­ne dei Gio­chi olim­pi­ci del 1960. Ori­gi­na­ria­men­te indu­stria estrat­ti­va (1916), poi tra­sfor­ma­ta in Men­di­ci­co­mio dal Gover­na­to­ra­to di Roma nel 1927, e, dal Dopo­guer­ra, casa di cura. Par­te degli edi­fi­ci sono sta­ti recen­te­men­te restau­ra­ti e adi­bi­ti dal V Dipar­ti­men­to a cen­tro diur­no per mala­ti di alz­hei­mer.

Il Tea­tro Arva­lia (Tea­tro del Muni­ci­pio XI) è un tea­tro di epo­ca con­tem­po­ra­nea. Non dispo­nia­mo di noti­zie sto­ri­che det­ta­glia­te su que­sto bene. Non dispo­nia­mo di noti­zie architettoniche/​funzionali più det­ta­glia­te. Si tro­va Via Qui­ri­no Majo­ra­na, snc. È in col­lo­ca­zio­ne inter­na; l’accesso agli spet­ta­co­li è a paga­men­to (si orga­niz­za­no spes­so rap­pre­sen­ta­zio­ni gra­tui­te, pub­bli­ciz­za­te sul sito inter­net del Muni­ci­pio).

 

La Col­le e con­ci­mi è una fab­bri­ca atti­va nel­la Pia­na di Pie­tra Papa fra il 1899 e il 1912, poi con­flui­ta nel­la Mira dal 1917, nell’ambito del­la c.d. guer­ra com­mer­cia­le dei sapo­ni. La Socie­tà Pro­dot­ti chi­mi­ci, col­la e con­ci­mi si inse­dia su un ter­re­no di 9 etta­ri nel­la ex Vigna Cec­ca­rel­li, dove sono già pre­sen­ti alcu­ne for­na­ci spon­ta­nee per la lavo­ra­zio­ne degli scar­ti del Mat­ta­to­io di Testac­cio. Nel 1899 l’ingegner Giu­lio Filip­puc­ci avvia la costru­zio­ne di cin­que pic­co­li edi­fi­ci ad uso «magaz­zi­ni, for­ni e depo­si­ti per gli aci­di», segui­ti nel 1907 da altri sei caseg­gia­ti. La pro­du­zio­ne indu­stria­le di col­le e fer­ti­liz­zan­ti agri­co­li ha bre­ve dura­ta: nel 1913 il Comu­ne di Roma com­pra ter­re­ni, costru­zio­ni e mac­chi­ne, per poi riven­der­li nel 1917 alla Fab­bri­ca dei can­de­le Mira (dal 1924 Mira Lan­za). Gli edi­fi­ci sono sta­ti bom­bar­da­ti nel 1945.

La Col­le e con­ci­mi si inse­dia su un ter­re­no di risul­ta este­so 9 etta­ri sul­la riva destra del Teve­re, rica­va­to dal­la Vigna Cec­ca­rel­li. Qui, fra il 1877 e il 1890 era­no sati depo­si­ta­ti i mate­ria­li di scar­to pro­ve­nien­ti dal dra­gag­gio del Teve­re in occa­sio­ne dei lavo­ri per la costru­zio­ne dei Mura­glio­ni per la mes­sa in sicu­rez­za di Roma dal­le pie­ne flu­via­li.

Sul ter­re­no sono già pre­sen­ti alcu­ne for­na­ci, sor­te spon­ta­nea­men­te, che effet­tua­no lavo­ri di tra­sfor­ma­zio­ne dei mate­ria­li di scar­to del vici­no Mat­ta­to­io comu­na­le di Testac­cio.

Il 3 dicem­bre 1899 l’ingegner Giu­lio Filip­puc­ci, per con­to del­la socie­tà, pre­sen­ta al Comu­ne di Roma un pro­get­to per la «costru­zio­ne di magaz­zi­ni, for­ni e depo­si­ti per gli aci­di».

L’inizio dei lavo­ri non è imme­dia­to, per­ché il Comu­ne, nell’accogliere il pro­get­to, pre­scri­ve anche il setac­cia­men­to degli accu­mu­li di ter­ra pre­sen­ti sul ter­re­no, per veri­fi­ca­re la pre­sen­za di resti archeo­lo­gi­ci, che in effet­ti affio­ra­no nume­ro­si, seb­be­ne non di spe­cia­le impor­tan­za.

Ven­go­no edi­fi­ca­te cin­que pic­co­le costru­zio­ni ad un solo pia­no: la casi­na qua­dra­ta ad uso uffi­cio, d’angolo tra via Pie­ran­to­ni e via Costan­zi (oggi è la guar­dia­nìa all’ingresso dell’Autoparco del­la Cro­ce Ros­sa), due gran­di cor­pi ret­tan­go­la­ri su lun­go­te­ve­re dei Papa­re­schi (distrut­ti duran­te la Secon­da guer­ra mon­dia­le), il cor­po qua­dran­go­la­re con dop­pia for­na­ce (bom­bar­da­to anch’esso: il rude­re oggi ospi­ta l’Area cok­tail all’aperto del Tea­tro India), e infi­ne un quin­to caseg­gia­to qua­dran­go­la­re con tet­to a dop­pia fal­da (ospi­ta oggi il Loca­le libre­ria del Tea­tro India).

La pro­du­zio­ne del­la fab­bri­ca si basa sul­la com­po­si­zio­ne di pro­dot­ti chi­mi­ci diver­si (in pre­va­len­za fer­ti­liz­zan­ti e col­lan­ti indu­stria­li), tut­ti aven­ti come mate­ria pri­ma gli scar­ti del­la macel­la­zio­ne del Mat­ta­to­io di Testac­cio.

Nel 1907 ven­go­no ese­gui­ti dei lavo­ri di amplia­men­to, che por­ta­no a rad­dop­pia­re l’originaria super­fi­cie edi­fi­ca­ta. Ven­go­no rea­liz­za­ti sei nuo­vi edi­fi­ci: una casi­na qua­dra­ta su via Costan­zi (bom­bar­da­ta), il cor­po di fab­bri­ca ret­tan­go­la­re con tet­to a dop­pia fal­da (oggi par­te dell’Autoparco del­la Cro­ce Ros­sa), il caseg­gia­to ret­tan­go­la­re con tor­ret­ta su via Pie­ran­to­ni (anch’esso par­te oggi dell’Autoparco), la palaz­zi­na a pian­ta misti­li­nea su via Pie­ran­to­ni (bom­bar­da­to: ne rima­ne in pie­di solo la pic­co­la por­zio­ne dove oggi si tro­va la Dit­ta Medi­ci), un cor­po di fab­bri­ca ret­tan­go­la­re sul lun­go­te­ve­re (bom­bar­da­to) e infi­ne il pic­co­lo caseg­gia­to ret­tan­go­la­re con tet­to a dop­pia fal­da (oggi annes­so alla Libre­ria del Tea­tro India).

Gli ingran­di­men­ti non otten­go­no il suc­ces­so com­mer­cia­le atte­so, e la Col­le e con­ci­mi entra in cri­si. I mac­chi­na­ri del­la fab­bri­ca si fer­ma­no alla fine del 1912. Nel 1913, non si sa bene per far­ne cosa, il Comu­ne acqui­sta l’intero com­ples­so (ter­re­no, edi­fi­ci e mac­chi­na­ri).

Nel 1915 una pie­na del Teve­re rom­pe gli argi­ni e inva­de la Socie­tà Anglo-Roma­na. For­se in memo­ria di que­sto epi­so­dio il Pia­no Rego­la­to­re del 1931 dispo­ne il rein­ter­ro del­la Pia­na fino a quo­ta d’argine, e apre per il quar­tie­re una diver­sa desti­na­zio­ne d’uso, quel­la resi­den­zia­le.

 

Sta­zio­ne Tra­ste­ve­re è un com­ples­so ter­mi­nal fer­ro­via­rio, il quar­to per traf­fi­co pas­seg­ge­ri a Roma con 5 milio­ni di tran­si­ti l’anno, dopo Ter­mi­ni, Tibur­ti­na e Ostien­se. L’impianto ori­gi­na­rio si arti­co­la su una cop­pia di sta­zio­ni rav­vi­ci­na­te: Por­ta Por­te­se (1859) per il traf­fi­co pas­seg­ge­ri e mer­ci, e San Pao­lo (1863) per lo smi­sta­men­to. Su di esse si inne­sta una ter­za sta­zio­ne, Tra­ste­ve­re Sca­lo (1894) su cui vie­ne con­vo­glia­to il traf­fi­co mer­ci, e una quar­ta, l’attuale Sta­zio­ne Tra­ste­ve­re (1911) per i viag­gia­to­ri, con il monu­men­ta­le Fab­bri­ca­to Viag­gia­to­ri dell’Ingegner Bo. Dismes­sa già dal 1894 la pri­ma sta­zio­ne, lo sca­lo mer­ci nel 1950 e la sta­zio­ne di smi­sta­men­to nel 1990, oggi Tra­ste­ve­re è una sta­zio­ne pas­san­te, uni­ta ope­ra­ti­va­men­te con Sta­zio­ne Ostien­se, con cui for­ma un uni­co sno­do. Si svi­lup­pa su 6 bina­ri e ser­ve la Dor­sa­le Tir­re­ni­ca e tre linee regio­na­li.

L’idea di una gran­de sta­zio­ne fer­ro­via­ria a Por­ta Por­te­se, una sor­ta di ingres­so ove­st per la cit­tà, è con­te­nu­ta nel docu­men­to-mani­fe­sto di Pio IX in favo­re del­le fer­ro­vie, la «Noti­fi­ca­zio­ne per la costru­zio­ne di tre gran­di linee» del 1846. La rea­liz­za­zio­ne richie­de 13 anni, e l’inaugurazione del­la Sta­zio­ne Por­ta Por­te­se avvie­ne il 16 apri­le 1859.

La sta­zio­ne fun­zio­na come capo­li­nea mer­ci e pas­seg­ge­ri del­la trat­ta costie­ra nord per Civi­ta­vec­chia del­la Linea Pio Cen­tra­le. Si tro­va sull’attuale via­le Tra­ste­ve­re, cir­ca 500 m più a nord rispet­to alla sta­zio­ne attua­le.

Poco dopo la rea­liz­za­zio­ne del­la Sta­zio­ne Por­ta Por­te­se si met­to­no in can­tie­re un attra­ver­sa­men­to sul Teve­re, con l’avveniristico Pon­te dell’Industria, e la costru­zio­ne di una trat­ta in dira­ma­zio­ne, che costi­tui­sce l’odierno Anel­lo fer­ro­via­rio intor­no a Roma.

Nel 1863, nel pun­to di bivio con la dira­ma­zio­ne (dove oggi ci sono i giar­di­ni di piaz­za Ampè­re), vie­ne rea­liz­za­ta una secon­da sta­zio­ne, con il com­pi­to di pre­sie­de­re alle deli­ca­te ope­ra­zio­ni manua­li di scam­bio dei bina­ri, l’inversione dei tre­ni e la pre­pa­ra­zio­ne dei loco­mo­to­ri. La nuo­va Sta­zio­ne San Pao­lo si tro­va in real­tà ad una cer­ta distan­za dal­la Basi­li­ca da cui pren­de il nome: ma la Pia­na di Pie­tra Papa è allo­ra libe­ra da costru­zio­ni, e la sago­ma del­la basi­li­ca si sta­glia soli­ta­ria in un oriz­zon­te piat­to.

La scel­ta di una dop­pia sta­zio­ne con fun­zio­ni distin­te è senz’altro ben cali­bra­ta per col­le­ga­re la pic­co­la Capi­ta­le pon­ti­fi­cia con il mare. Ma quan­do Roma diven­ta la Capi­ta­le d’Italia – e con l’inurbamento diven­ta anche una fame­li­ca divo­ra­tri­ce di der­ra­te ali­men­ta­ri (che arri­va­no via mare) –, l’impianto di Por­ta Por­te­se improv­vi­sa­men­te non basta più.

Si met­te in can­tie­re una ter­za sta­zio­ne, mol­to più capien­te del­la pri­ma, desti­na­ta ad acco­glie­re il sem­pre cre­scen­te traf­fi­co mer­ci. La scel­ta dell’area cade su un ter­re­no alle spal­le del popo­la­re quar­tie­re di Tra­ste­ve­re, che oggi cor­ri­spon­de a piaz­za Ippo­li­to Nie­vo. Qui nel 1894 vie­ne inau­gu­ra­ta la sta­zio­ne Tra­ste­ve­re Sca­lo, rac­cor­da­ta alla trat­ta esi­sten­te con una dira­ma­zio­ne di 1 km.

Sul­lo Sca­lo vie­ne via via accor­pa­to anche il traf­fi­co viag­gia­to­ri, anco­ra dav­ve­ro esi­guo, tan­to che la Sta­zio­ne Por­ta Por­te­se vie­ne abban­do­na­ta. Il caseg­gia­to ospi­ta oggi l’Istituto spe­ri­men­ta­le FS. fino a qual­che anno fa, a ricor­da­re a tut­ti l’antica fun­zio­ne, una loco­mo­ti­va da museo color nero lucen­te face­va bel­la mostra di sé davan­ti agli ingres­si.

Ma nel 1894 lo sno­do di Tra­ste­ve­re (che si reg­ge sul­la cop­pia di sta­zio­ni Tra­ste­ve­re Sca­lo e San Pao­lo) non fun­zio­na anco­ra bene. Si met­te così in can­tie­re una quar­ta sta­zio­ne, inter­me­dia tra le tre, per il traf­fi­co viag­gia­to­ri. E que­sta vol­ta è la vol­ta buo­na.

La nuo­va sta­zio­ne sor­ge pres­so l’attuale piaz­za­le Fla­vio Bion­do al km 8,200 e vie­ne inau­gu­ra­ta l’11 mag­gio 1911, con il nome di Sta­zio­ne Tra­ste­ve­re. È dota­ta di un monu­men­ta­le Fab­bri­ca­to Viag­gia­to­ri, pro­get­ta­to dall’Ingegner Pao­lo Bo.

A caval­lo tra le due guer­re ope­ra­no nel­lo sno­do di Tra­ste­ve­re ben tre sta­zio­ni dal­le fun­zio­ni ben orga­niz­za­te e distin­te: la sta­zion­ci­na di ser­vi­zio San Pao­lo smi­sta il traf­fi­co, Tra­ste­ve­re acco­glie e salu­ta i viag­gia­to­ri, lo Sca­lo rifor­ni­sce di der­ra­te la Capi­ta­le. Sono gli anni di mas­si­mo splen­do­re del­lo sno­do di Tra­ste­ve­re. Nel Dopo­guer­ra però qual­co­sa cam­bia: il traf­fi­co mer­ci su rota­ia cala visto­sa­men­te, a van­tag­gio del tra­spor­to su gom­ma.

Gli allo­ra diri­gen­ti FS, sia­mo nel 1950, deci­do­no la dismis­sio­ne del­lo Sca­lo, con­si­de­ra­to ormai un gigan­te inu­ti­le, e dirot­ta­no il resi­duo traf­fi­co mer­ci su Sta­zio­ne Tra­ste­ve­re, dove c’è in veri­tà spa­zio sia per i viag­gia­to­ri che per le mer­ci.

Quarant’anni dopo la dismis­sio­ne del­lo sca­lo mer­ci si deci­de la dismis­sio­ne anche del­la Sta­zio­ne San Pao­lo, la sta­zion­ci­na fan­ta­sma (che i Roma­ni non cono­sco­no, per­ché aper­ta solo agli addet­ti ai lavo­ri) che per 128 anni ha ope­ro­sa­men­te rego­la­to gli scam­bi del­lo sno­do di Tra­ste­ve­re.

L’occasione è offer­ta dai Mon­dia­li di cal­cio di Ita­lia 90. Gra­zie a ingen­ti finan­zia­men­ti ven­go­no sepa­ra­te le per­cor­ren­ze del­la Dor­sa­le Tir­re­ni­ca (che viag­gia ora sul nuo­vo Pas­san­te di Mac­ca­re­se) dal­le linee regio­na­li (che con­ti­nua­no sul trac­cia­to di Pio IX), e ven­go­no accen­tra­te, nel­la vici­na Sta­zio­ne Ostien­se, le fun­zio­ni di smi­sta­men­to del­le linee.

Il 25 mag­gio 1990 la Sta­zio­ne San Pao­lo, aven­do per­du­to la sua fun­zio­ne, vie­ne chiu­sa. Di essa oggi non rima­ne pra­ti­ca­men­te nul­la e al suo posto si tro­va­no i giar­di­ni di piaz­za Ampè­re.

Lo sno­do di Tra­ste­ve­re diven­ta così una ordi­na­ria sta­zio­ne pas­san­te (i tre­ni in tran­si­to pos­so­no attra­ver­sar­la sen­za dover fer­ma­re in sta­zio­ne). Nel­lo stes­so anno avvie­ne la fusio­ne ope­ra­ti­va del­la Sta­zio­ne Tra­ste­ve­re con la Sta­zio­ne Ostien­se. Pur man­te­nen­do per i viag­gia­to­ri due deno­mi­na­zio­ni distin­te (Tra­ste­ve­re e Ostien­se) le due sta­zio­ni costi­tui­sco­no un uni­co sno­do, a caval­lo del­le due spon­de del fiu­me, for­ni­to di moder­ne inter­con­nes­sio­ni.

Roma Tra­ste­ve­re è oggi gesti­ta da Cen­to­sta­zio­ni, socie­tà del Grup­po Fer­ro­vie del­lo Sta­to. Si pre­sen­ta come una sta­zio­ne di super­fi­cie a 6 bina­ri, con una robu­sta dota­zio­ne di ser­vi­zi: bigliet­te­ria a spor­tel­lo, bigliet­te­ria auto­ma­ti­ca, sala d’attesa, depo­si­to baga­gli, ser­vi­zi di risto­ro, sta­zio­na­men­to Pol­fer. È dota­ta di sot­to­pas­si acces­si­bi­li ai por­ta­to­ri di han­di­cap. Nel 2011, per i cen­to anni del­la sta­zio­ne, vie­ne avvia­to un ulte­rio­re inter­ven­to di poten­zia­men­to e restau­ro.

La sta­zio­ne ser­ve oggi la Dor­sa­le Tir­re­ni­ca Roma-Pisa-Livor­no e tre linee di fer­ro­vie regio­na­li: la FR1 Fiu­mi­ci­no-Orte, la FR3 Roma-Viter­bo (di cui costi­tui­sce il capo­li­nea) e la FR5 Roma-Civi­ta­vec­chia. Vi tran­si­ta­no una mol­ti­tu­di­ne di linee spe­cia­li, tra le qua­li il Leo­nar­do Express per l’Aeroporto, la linea diret­ta per gli imbar­chi per la Sar­de­gna da Civi­ta­vec­chia, e una linea spe­cia­le per il tra­spor­to dei rifiu­ti in disca­ri­ca.

Sull’antistante piaz­za­le Fla­vio Bion­do è pre­sen­te, oltre alla sta­zio­ne dei taxi, una fit­ta rete di inter­scam­bi con auto­bus e tram. Al momen­to in cui scri­via­mo (esta­te 2012) vi sono 9 capo­li­nea di auto­bus e tram: 3, 228, 766, 786 (diur­ni); 773, 774, 871 (diur­ni feria­li); N14N16 (not­tur­ni). Fuo­ri dal­la piaz­za si tro­va­no i due fer­ma­to­ni su Cir­con­val­la­zio­ne Gia­ni­co­len­se e ver­so Por­ta Por­te­se, dove pas­sa­no altre linee tram e bus: H, 8, 170, 719, 780, 781 (diur­ni); C6 (diur­no saba­to e festi­vi); N8 (not­tur­no).

 

Nel 1917 l’intera area indu­stria­le ex Col­le e con­ci­mi vie­ne rile­va­ta dal­la Fab­bri­ca di can­de­le di Mira.

La Mira è la più anti­ca fab­bri­ca ita­lia­na di can­de­le. Vie­ne fon­da­ta nel 1831 dal Viscon­te De Blan­gj nel bor­go vene­zia­no di Mira. La Mira pro­du­ce le inno­va­ti­ve can­de­le stea­ri­che, inven­ta­te nel 1818. Rispet­to alle can­de­le tra­di­zio­na­li in cera d’api o in paraf­fi­na (deri­va­to del petro­lio), le can­de­le stea­ri­che han­no in più l’aggiunta di un com­po­nen­te gras­so di ori­gi­ne ani­ma­le o vege­ta­le, la stea­ri­na, che le ren­de par­ti­co­lar­men­te adat­te ad un uso da inter­ni: non gene­ra fumi duran­te la com­bu­stio­ne, e pre­vie­ne i rischi di incen­dio in quan­to, richie­den­do una tem­pe­ra­tu­ra di fusio­ne più ele­va­ta, fa sì che le sole par­ti a cera liqui­da sia­no quel­le in pros­si­mi­tà del­lo stop­pi­no acce­so, men­tre il resto del­la can­de­la rima­ne soli­do. I mar­chi del­la fab­bri­ca vene­zia­na – Ocea­no, Zenith, Excel­sior, Palm Tree e Vic­to­ria – sono all’epoca cono­sciu­tis­si­mi ed espor­ta­ti in tut­to il mon­do.

Nel 1880 la fab­bri­ca occu­pa ben 120 per­so­ne e ha este­so la sua atti­vi­tà anche a due set­to­ri imme­dia­ta­men­te con­ti­gui: la pro­du­zio­ne di aci­do sol­fo­ri­co e la pro­du­zio­ne di sapo­ni indu­stria­li in bar­re, da buca­to a mano e i sapo­ni fini per l’igiene per­so­na­le. Anch’essi, come la stea­ri­na, sono rica­va­ti dagli scar­ti del­la macel­la­zio­ne ani­ma­le.

Le moti­va­zio­ni che por­ta­no la Mira ad acqui­sta­re il lon­ta­no sta­bi­li­men­to roma­no sono mol­to com­ples­se, e van­no ricer­ca­te nel­la c.d. guer­ra dei sapo­ni, una guer­ra com­mer­cia­le che oppo­ne la Mira alla sue diret­te riva­li, la Lan­za di Tori­no e le Stea­ri­ne­rie Ita­lia­ne di Geno­va.

La Lan­za ha una sto­ria esat­ta­men­te paral­le­la a quel­la del­la Mira. E come tut­te le sto­rie paral­le­le sono desti­na­te pri­ma o poi ad incon­trar­si. La Lan­za nasce nel 1832 nel bor­go tori­ne­se del­le Moli­net­te, ad ope­ra dei fra­tel­li Gio­van­ni e Vit­to­rio Lan­za, con il nome di Pre­mia­ta Real Mani­fat­tu­ra Fra­tel­li Lan­za. La socie­tà cre­sce rapi­da­men­te, fino a dive­ni­re, nel 1849, una del­le indu­strie prio­ri­ta­rie del Pie­mon­te. Come la Mira, la socie­tà tori­ne­se pro­du­ce anch’essa non le can­de­le tra­di­zio­na­li ma le inno­va­ti­ve can­de­le addit­ti­va­te alla stea­ri­na. Non pro­du­ce ini­zial­men­te i sapo­ni, che ven­go­no pro­dot­ti a Tori­no dall’Oleificio Lom­bar­do-Pie­mon­te­se T. Ovaz­za.

Nel 1873 intan­to è entra­to in sce­na un ter­zo pro­dut­to­re di can­de­le alla stea­ri­na, la Fab­bri­ca di can­de­le stea­ri­che, sapo­ne e aci­do sol­fo­ri­co L. Bot­ta­ro & C., con sede nel bor­go geno­ve­se di Riva­ro­lo. La socie­tà, fon­da­ta da Lui­gi Bot­ta­ro, Pasqua­le Pasto­ri­no ed Era­smo Piag­gio. Piag­gio è un arma­to­re nava­le, indu­stria­le del­lo zuc­che­ro, ban­chie­re e sena­to­re del Regno, che da sem­pli­ce socio finan­zia­to­re assu­me via via ruo­li sem­pre cre­scen­ti: divie­ne pre­si­den­te del­la socie­tà nel 1889, e dal 1904 ne assu­me la dire­zio­ne come ammi­ni­stra­to­re dele­ga­to, rifon­dan­do la socie­tà con il nome di Stea­ri­ne­rie Ita­lia­ne. Piag­gio è anche pro­prie­ta­rio di un’altra socie­tà geno­ve­se, le Sapo­ne­rie Riu­ni­te di Cor­ni­glia­no (altro sob­bor­go geno­ve­se), spe­cia­liz­za­te nei sapo­ni di Mar­si­glia, sapo­ni gial­li resi­na­ti, e i sapo­ni sec­chi.

Ad ini­zio Nove­cen­to le tre fab­bri­che riva­li di Vene­zia, Tori­no e Geno­va sono impe­gna­te in una guer­ra com­mer­cia­le furi­bon­da, cer­can­do di occu­pa­re nuo­vi mer­ca­ti, e di sot­trar­ne alle con­cor­ren­ti.

Il pri­mo atto di guer­ra sem­bra pos­sa attri­buir­si pro­prio alla Mira, che nel 1905 si costi­tui­sce in socie­tà ano­ni­ma e si quo­ta in bor­sa a Mila­no, accom­pa­gnan­do il cam­bio di ragio­ne socia­le con un pro­gram­ma com­mer­cia­le bel­li­co­so ver­so le socie­tà con­cor­ren­ti.

La con­tro­mos­sa del­la Lan­za non si fa atten­de­re, e nel giro di due anni ven­go­no com­piu­te tre impor­tan­ti ope­ra­zio­ni socie­ta­rie. Nel 1905 la Fra­tel­li Lan­za (can­de­le) si fon­de con l’Oleificio Lom­bar­do-Pie­mon­te­se (sapo­ni), uni­for­man­do così la sua gam­ma di pro­dot­ti con quel­la del­la Mira: la nuo­va socie­tà si chia­ma Stea­ri­ne­rie e Olei­fi­ci Lan­za, e assu­me anch’essa la for­ma del­la socie­tà ano­ni­ma. Due anni dopo, nel 1907, que­sta nuo­va socie­tà si fon­de a sua vol­ta con la riva­le geno­ve­se Stea­ri­ne­rie Ita­lia­ne e pren­de il nome di Unio­ne Stea­ri­ne­rie Lan­za. L’ultima ope­ra­zio­ne, sem­pre del 1907, è l’alleanza com­mer­cia­le con le Sapo­ne­rie Riu­ni­te di Cor­ni­glia­no. In pra­ti­ca la Lan­za com­pie una vera e pro­pria mano­vra di accer­chia­men­to ver­so la Mira, fon­den­do­si o allen­do­si con tut­te le socie­tà riva­li del­la casa vene­zia­na.

Sul mer­ca­to la Mira resta sem­pre la più for­te, ma l’unione del­le pic­co­le e agguer­ri­te riva­li è desti­na­ta a rime­sco­la­re le car­te in tavo­la. Suc­ce­de poi che per la Mira le cose si met­to­no dav­ve­ro male quan­do scop­pia la Pri­ma Guer­ra mon­dia­le, nel 1915, con la linea del fron­te appe­na die­tro l’angolo. La mano­do­pe­ra maschi­le vie­ne inte­ra­men­te richia­ma­ta al fron­te, le mate­rie pri­me si fan­no intro­va­bi­li e cala a pic­co la richie­sta loca­le di sapo­ni, per­ché le prio­ri­tà sono ben altre.

La Mira, in seria dif­fi­col­tà, rea­gi­sce ela­bo­ran­do un pia­no com­mer­cia­le corag­gio­so, di quel­li che o la va o la spac­ca, che tan­te vol­te ritro­via­mo del­la sto­ria glo­rio­sa dell’imprenditoria ita­lia­na. La paro­la chia­ve di que­sto pia­no è delo­ca­liz­za­re: spo­star­si dal tea­tro di guer­ra e ripo­si­zio­nar­si su un’altra area del Pae­se più tran­quil­la, dal­la qua­le ripren­de­re la pro­du­zio­ne con rin­no­va­to vigo­re. Alla fine l’area vie­ne scel­ta, ed è Roma, la Capi­ta­le: al sicu­ro dagli even­ti bel­li­ci, con suf­fi­cien­te mano­do­pe­ra a spas­so da impie­ga­re in fab­bri­ca, con un mer­ca­to loca­le tut­to da sco­pri­re.

Pre­sa la deci­sio­ne del­la cit­tà, rima­ne sola­men­te la scel­ta del ter­re­no su cui inse­diar­si. E il ter­re­no del­la Col­le e con­ci­mi pare magi­ca­men­te dispo­sto per le esi­gen­ze del­la Mira: gli scar­ti del Mat­ta­to­io sono appe­na sull’altra spon­da del fiu­me; i 9 etta­ri di ter­re­no sono in gran par­te libe­ri da costru­zio­ni; sul resto del ter­re­no c’è un impian­to chi­mi­co pic­co­lo ma nuo­vo di zec­ca, pron­to dal 1907; la fer­ro­via Roma-Pisa e il por­to flu­via­le sono die­tro l’angolo. La com­pra­ven­di­ta col pro­prie­ta­rio, il Comu­ne di Roma, vie­ne con­cor­da­ta facil­men­te. E per la fab­bri­ca roma­na Col­le e con­ci­mi comin­cia una secon­da vita.

Con il ter­mi­ne Sta­bi­li­men­ti Mira, o Lot­ti del 18, si inten­do­no le costru­zio­ni rea­liz­za­te tra il 1918 e il 1921 nel com­ples­so indu­stria­le Mira Lan­za. Nel 1917 la socie­tà Mira rile­va i fab­bri­ca­ti Col­le e con­ci­mi e i ter­re­ni cir­co­stan­ti, con lo sco­po di impian­tar­vi un moder­no sapo­ni­fi­cio. Il pro­get­ti­sta Costan­ti­no Moret­ti rea­liz­za tre nuo­vi lot­ti di costru­zio­ni: a nord-ove­st l’Ala Ser­vi­zi e Stoc­cag­gio (oggi sede del­la Cro­ce Ros­sa Ita­lia­na; la par­te del­le Case ope­ra­ie ver­sa inve­ce in abban­do­no), ad ove­st l’Ala Uffi­ci (oggi Scuo­la Pasco­li), e a sud l’Impianto pro­dut­ti­vo. L’impianto pro­dut­ti­vo, dal­le for­me monu­men­ta­li, svi­lup­pa le tipi­ci­tà este­ti­che del­le fac­cia­te ita­lia­ne sul­le linee essen­zia­li dei fab­bri­ca­ti nor­deu­ro­pei. Si com­po­ne di: Magaz­zi­ni, Sapo­ni­fi­cio e Cal­da­ie. I Magaz­zi­ni sono oggi sede del Tea­tro India; Sapo­ni­fi­cio e Cal­da­ie ver­sa­no in abban­do­no. I Lot­ti del 24 sono gran­di stock in cemen­to arma­to e capan­no­ni in mura­tu­ra, rea­liz­za­ti alla Mira Lan­za tra il 1924 e lo scop­pio del­la Secon­da guer­ra mon­dia­le. Le ope­re edi­li­zie si con­cen­tra­no nell’Area Ser­vi­zi, dove, nei ter­re­ni libe­ri ver­so Pon­te di fer­ro, ven­go­no rea­liz­za­te ingen­ti volu­me­trie in cemen­to arma­to adi­bi­te a depo­si­to di pro­dot­ti fini­ti. L’edificio dell’Autoparco vie­ne dota­to di nuo­vi capan­no­ni in mura­tu­ra. Gli uffi­ci – dopo la ces­sio­ne al Comu­ne di Roma del Vil­li­no dire­zio­na­le e del Fab­bri­ca­to ammi­ni­stra­ti­vo – si spo­sta­no su via Pie­ran­to­ni. Que­sta fase edi­li­zia non inte­res­sa l’Impianto pro­dut­ti­vo (Sapo­ni­fi­cio, Magaz­zi­ni, Cal­da­ia) rea­liz­za­to appe­na sei anni pri­ma, al qua­le si aggiun­go­no uni­ca­men­te dei cor­pi tec­ni­ci: l’Ammasso dei com­bu­sti­bi­li, il Ser­ba­to­io idri­co, l’Essiccatoio e il Depo­si­to del­la gli­ce­ri­na. Il ter­mi­ne Lot­ti del 1947 iden­ti­fi­ca i mode­sti inter­ven­ti di rico­stru­zio­ne avve­nu­ti alla fab­bri­ca Mira Lan­za dopo i bom­bar­da­men­ti del 1945. Le bom­be inve­sto­no for­tu­na­ta­men­te solo cor­pi di fab­bri­ca già vetu­sti e rispar­mia­no la linea di pro­du­zio­ne (Cal­da­ie, Sapo­ni­fi­cio, Magaz­zi­ni). Tut­ta­via gli inter­ven­ti suc­ces­si­vi si limi­ta­no alla rimo­zio­ne del­le mace­rie e alla rie­di­fi­ca­zio­ne di una palaz­zi­na ad uso uffi­ci: la dire­zio­ne ritie­ne obso­le­ta la linea pro­dut­ti­va roma­na e sti­ma trop­po costo­si gli inter­ven­ti di ammo­der­na­men­to (pas­san­do dal­la lavo­ra­zio­ne del­lo scar­to ani­ma­le al pro­dot­to chi­mi­co). La pro­du­zio­ne ces­sa nel 1952 e la fab­bri­ca chiu­de nel 1955. Riman­go­no aper­ti fino agli Anni Set­tan­ta alcu­ni magaz­zi­ni, gli uffi­ci dei rap­pre­sen­tan­ti di ven­di­ta e quel­li per la con­se­gna dei cele­bri pre­mi del­la Rac­col­ta pun­ti.

Nel 1917 la socie­tà vene­zia­na Fab­bri­ca di can­de­le Mira rile­va in bloc­co dal Comu­ne di Roma i ter­re­ni, i caseg­gia­ti, le strut­tu­re pro­dut­ti­ve e i mac­chi­na­ri appar­te­nu­ti alla Socie­tà Col­le e con­ci­mi, in atti­vi­tà fino al 1912.

I moti­vi di que­sta acqui­si­zio­ne van­no cer­ca­ti nel­la c.d. guer­ra dei sapo­ni, una spie­ta­ta guer­ra com­mer­cia­le in cor­so fra la socie­tà Mira e la sua riva­le Lan­za, per il con­trol­lo dei mer­ca­ti dei sapo­ni da buca­to, di cui abbia­mo già par­la­to nel testo sul­la Col­le e Con­ci­mi. La Mira acqui­si­sce dun­que lo sta­bi­li­men­to roma­no non con lo sco­po di far­ne una suc­cur­sa­le, ma di intra­pren­de­re nel­la Capi­ta­le un vasto pia­no di svi­lup­po, che avreb­be rot­to l’accerchiamento com­mer­cia­le ope­ra­to dal­la riva­le Lan­za e aper­to un mer­ca­to sal respi­ro nazio­na­le.

La ricon­ver­sio­ne del­la Col­le e con­ci­mi in un moder­no sapo­ni­fi­cio è tutt’altro che faci­le e richie­de un impor­tan­te inter­ven­to edi­li­zio, alla fine del qua­le le super­fi­ci risul­te­ran­no tri­pli­ca­te, e i volu­mi addi­rit­tu­ra decu­pli­ca­ti. Di que­sta ope­ra­zio­ne si occu­pa nel 1918 l’ingegner Costan­ti­no Moret­ti, che è sì un inge­gne­re, ma soprat­tut­to un alto fun­zio­na­rio del­la Mira. Il suo pro­get­to uni­sce dun­que una rigo­ro­sa impo­sta­zio­ne fun­zio­na­le basa­ta sul­la cono­scen­za del­le esi­gen­ze pro­dut­ti­ve con un gusto este­ti­co dal peso tutt’altro che mar­gi­na­le. Moret­ti pren­de ispi­ra­zio­ne, per le linee e i mate­ria­li, dai caseg­gia­ti indu­stria­li del Nord Euro­pa; per i cano­ni este­ti­co-for­ma­li dal reper­to­rio clas­si­co dell’architettura ita­lia­na.

La strut­tu­ra pro­get­ta­ta da Moret­ti non inter­vie­ne sugli esi­sten­ti edi­fi­ci del­la Col­le e Con­ci­mi (con­si­de­ra­ti di dimen­sio­ni trop­po pic­co­le per esse­re ricon­ver­ti­ti, che quin­di ven­go­no lascia­ti lì dove sono), ma costrui­sce i nuo­vi Sta­bi­li­men­ti Mira tutt’intorno, nel­le ampie por­zio­ni libe­re di ter­re­no.

I pic­co­li ma digni­to­si uffi­ci del­la Col­le e con­ci­mi ven­go­no ristrut­tu­ra­ti, con l’aggiunta di un pic­co­lo caseg­gia­to a livel­lo con tet­to a dop­pia fal­da su via Pie­ran­to­ni. Essi man­ten­go­no la loro fun­zio­ne ammi­ni­stra­ti­va, e ope­ra­no in appog­gio alla nuo­va Ala Uffi­ci, che sor­ge imme­dia­ta­men­te ad ove­st di quel­la esi­sten­te, sul lato oppo­sto del­la via Pie­ran­to­ni, d’angolo con via Costan­zi. In que­sto testo non ci occu­pia­mo dell’Ala Uffi­ci, per­ché ne par­le­re­mo dif­fu­sa­men­te nel testo sul­la Scuo­la Pasco­li, cui nel 1924 l’Ala Uffi­ci vie­ne cedu­ta, appe­na sei anni dopo la rea­liz­za­zio­ne.

Anche le pic­co­le for­na­ci del­la Col­le e con­ci­mi non per­do­no la loro fun­zio­ne, ma sup­por­ta­no il nuo­vo Impian­to pro­dut­ti­vo, che sor­ge accan­to all’esistente, a sud, deli­mi­ta­to dall’odierno pas­sag­gio pedo­na­le di via Ein­stein e dal lun­go­te­ve­re dei Papa­re­schi. L’Impianto pro­dut­ti­vo si svi­lup­pa su tre lot­ti edi­li­zi in sequen­za: i Magaz­zi­ni per le mate­rie pri­me (sul lun­go­te­ve­re), il Sapo­ni­fi­cio vero e pro­prio (in posi­zio­ne arre­tra­ta) e le Cal­da­ie per la for­za motri­ce (nell’interno, vici­no vico­lo di Pie­tra Papa). Le mate­rie pri­me (gli scar­ti del Mat­ta­to­io) sono rac­col­te nei cor­pi fron­te-fiu­me dei Magaz­zi­ni; la pro­du­zio­ne vera e pro­pria si svol­ge nei cor­pi cen­tra­li del Sapo­ni­fi­cio; e i cor­pi inter­ni del­le Cal­da­ie dan­no la for­za motri­ce e le ele­va­te tem­pe­ra­tu­re richie­ste dal Sapo­ni­fi­cio.

I Magaz­zi­ni sul lun­go­te­ve­re dei Papa­re­schi sono una serie con­ti­nua di capan­no­ni in mura­tu­ra, uni­ti fra loro per il lato lun­go. I lati cor­ti offro­no pro­spet­ti dal­la gar­ba­ta seria­li­tà. Qui giun­go­no gli scar­ti del mat­ta­to­io, attra­ver­so bina­ri inter­ni allac­cia­ti alla fer­ro­via e al sot­to­stan­te por­to flu­via­le. In que­sto capi­to­lo, riguar­do i Magaz­zi­ni, ci limi­tia­mo a que­sto rapi­do accen­no, in quan­to essi, dopo la dismis­sio­ne del­la fab­bri­ca sono sta­ti ven­du­ti al Comu­ne di Roma (1999) e ne par­le­re­mo dif­fu­sa­men­te nel testo sul Tea­tro India, che vi si è suc­ces­si­va­men­te inse­dia­to.

I cor­pi cen­tra­li, in posi­zio­ne arre­tra­ta rispet­to al fiu­me, costi­tui­sco­no il sapo­ni­fi­cio vero e pro­prio. I cor­pi cen­tra­li sono a loro vol­ta divi­si in due set­to­ri, sepa­ra­ti da un via­let­to. Il pri­mo set­to­re è costi­tui­to dal fab­bri­ca­to per l’estrazione a ben­zi­na dei gras­si dagli scar­ti ani­ma­li, la cimi­nie­ra prin­ci­pa­le (per la disper­sio­ne dei fumi neri) e un cor­po secon­da­rio col­le­ga­to. Il secon­do set­to­re è costi­tui­to dal fab­bri­ca­to per la pro­du­zio­ne dei sapo­ni, con cor­pi fun­zio­na­li annes­si. I cor­pi cen­tra­li costi­tui­sco­no il cuo­re del­la fab­bri­ca. Essi ver­sa­no oggi in con­di­zio­ne di dolo­ro­so abban­do­no. Han­no in gran par­te per­du­to i tet­ti a capria­te lignee, a cau­sa di incen­di, e risul­ta­no dimo­ra di per­so­ne in sta­to di disa­gio. Soprav­vi­vo­no in con­di­zio­ni fun­zio­na­li alcu­ni cor­pi più bas­si.

Il cor­po del­la Cal­da­ia, quel­lo più inter­no rispet­to al fiu­me, a ridos­so di via Ein­stein, è costi­tui­to dal fab­bri­ca­to per la pro­du­zio­ne di vapo­re e da una secon­da cimi­nie­ra, dal­la qua­le era­no emes­si i fumi bian­chi. Il pro­dot­to fini­to esce dall’Impianto pro­dut­ti­vo e vie­ne invia­to ver­so i depo­si­ti, sepa­ra­ti dall’impianto pro­dut­ti­vo.

L’Ala Ser­vi­zi e Stoc­cag­gio sor­ge a nord-ove­st del nucleo ori­gi­na­rio del­la Col­le e con­ci­mi. L’efficiente Com­mer­cia­le Mira Lan­za cura la distri­bu­zio­ne dei pro­dot­ti, attra­ver­so una rete di rap­pre­sen­tan­ti che ven­de all’ingrosso oppu­re rag­giun­ge diret­ta­men­te gli eser­cen­ti. Dopo la dismis­sio­ne que­sta ala vie­ne cedu­ta alla Cro­ce Ros­sa Ita­lia­na: ci occu­pe­re­mo dif­fu­sa­men­te di que­sta strut­tu­ra nel testo sul­la Cro­ce Ros­sa. Dall’acquisizione del­la Cro­ce Ros­sa rima­ne fuo­ri un lot­to di vil­li­ni a schie­ra per gli ope­rai (oggi in abban­do­no), di cui ci occu­pe­re­mo in un altro testo, quel­lo sul­le Case ope­ra­ie.

Cor­re l’anno 1921: il nuo­vo sta­bi­li­men­to roma­no entra in fun­zio­ne. L’accerchiamento com­mer­cia­le dell’Unione Stea­ri­ne­rie Lan­za è rot­to, la pri­ma fase del­la “guer­ra dei sapo­ni” è fini­ta e la Fab­bri­ca di can­de­le di Mira ripren­de bel­li­co­sa la cam­pa­gna per la supre­ma­zia com­mer­cia­le.

Da una par­te c’è il bloc­co Vene­zia-Roma – pic­co­lo ma com­pat­to – del­la Socie­tà Mira; dall’altra l’Unione dei pic­co­li sta­bi­li­men­ti allea­ti con a capo­fi­la la Socie­tà Lan­za. Le for­ze pro­dut­ti­ve dei due schie­ra­men­ti com­mer­cia­li alla fine si equi­val­go­no, le tec­no­lo­gie sono equi­va­len­ti, le mate­rie pri­me le stes­se, iden­ti­che per­si­no le stra­te­gie com­mer­cia­li: le due azien­de pun­ta­no al ribas­so dei prez­zi pur di esten­de­re il mer­ca­to, l’una a sca­pi­to dell’altra. C’è per­si­no chi dice, tra gli stu­dio­si di sto­ria indu­stria­le, che la qua­li­tà dei due pro­dot­ti, alla fine sia sta­ta equi­va­len­te. Para­dos­sal­men­te a bene­fi­ciar­ne è l’Italia inte­ra. I sapo­ni, i cui prez­zi sono cal­mie­ra­ti dal­la fero­ce con­cor­ren­za, han­no la loro pri­ma dif­fu­sio­ne di mas­sa. I gua­da­gni per sin­go­lo sapo­ne ven­du­to sono bas­si sia per la Mira che per la Lan­za, ma il fat­tu­ra­to è in con­ti­nua cre­sci­ta: gli Ita­lia­ni sco­pro­no l’abitudine pia­ce­vo­le di lavar­si.

Si comin­cia a discu­te­re così nel 1921, tra i diri­gen­ti del­le due socie­tà, di con­clu­de­re la guer­ra con un accor­do ono­re­vo­le, per per­met­te­re final­men­te ai prez­zi dei sapo­ni di sali­re, e trar­re il mas­si­mo pro­fit­to dal mer­ca­to.

Un’alleanza tra le due socie­tà por­te­reb­be sen­za dub­bio for­ti eco­no­mie di gestio­ne, eli­mi­nan­do le strut­tu­re dop­pie. Ma tra tut­te, la moti­va­zio­ne che più di altre por­ta le due riva­li sto­ri­che a depor­re le armi e a pro­dur­re insie­me è l’affacciarsi sul mer­ca­to ita­lia­no di nuo­ve con­cor­ren­ti, anch’esse agguer­ri­te. Esse han­no nomi cele­bri, e sono sul mer­ca­to anco­ra oggi. Dal 1823 ope­ra la fab­bri­ca tede­sca Benc­ki­ser, con­si­de­ra­ta la più anti­ca fab­bri­ca di sapo­ni chi­mi­ci al mon­do. Dal 1837 negli Sta­ti Uni­ti la Proc­ter & Gam­ble sfor­na can­de­le e i cele­bri sapo­ni. La tede­sca Hen­kel (1876) pro­po­ne i pro­dot­ti chi­mi­ci di deter­gen­za Uni­ver­sal­wa­sch­mit­tel; l’inglese Lever (1884) i suoi sapo­ni Sun­light. Dal­la Fran­cia comin­cia­no ad arri­va­re in Ita­lia i sapo­ni in pagliet­te da buca­to Mir, i sapo­ni di Mar­si­glia in cubo Le Chat, la can­deg­gi­na Lacroix, il lava­pa­vi­men­ti Saint Marc, le can­de­le da inter­ni Four­nier-Fer­rier, e mol­ti altri pro­dot­ti. I prez­zi dei pro­dot­ti di impor­ta­zio­ne sono anco­ra ele­va­ti, ma la loro varie­tà fa sì che essi acqui­sti­no una cer­ta appe­ti­bi­li­tà nel­la bor­ghe­sia ita­lia­na con un discre­to pote­re di acqui­sto. Il fasci­no discre­to di lavar­si con un sapo­ne dal pro­fu­mo fran­ce­se comin­cia a sot­trar­re ter­re­no agli eco­no­mi­ci sapo­ni nostra­ni. E alla fine, l’accordo tra le due riva­li Mira e Lan­za si tro­va, per neces­si­tà.

Dopo tre anni di ammic­ca­men­ti, il 9 mag­gio 1924 si sie­do­no allo stes­so tavo­lo i rap­pre­sen­tan­ti del­le due socie­tà, affian­ca­ti dai rap­pre­sen­ta­ti del­la Ban­ca Com­mer­cia­le Ita­lia­na, inten­zio­na­ta a soste­ne­re la nasci­ta del nuo­vo colos­so ita­lia­no dei sapo­ni da buca­to.

Per la socie­tà ano­ni­ma Fab­bri­ca di can­de­le di Mira c’è l’ingegner Moret­ti, l’ingegnere che costruì la fab­bri­ca roma­na, men­tre per la socie­tà ano­ni­ma Unio­ne Stea­ri­ne­rie Lan­za e le socie­tà allea­te ci sono rispet­ti­va­men­te il cava­lier Lan­za e Giu­sep­pe Piag­gio (figlio di Era­smo, cofon­da­to­re del­la Lan­za e pro­prie­ta­rio del­le Sapo­ne­rie Riu­ni­te).

Arri­va l’intesa. La fir­ma dell’accordo pone fine alla guer­ra dei sapo­ni e dà vita ad una nuo­va socie­tà ano­ni­ma, la Mira Lan­za, che crea un’unica socie­tà tra Mira e Lan­za, e man­tie­ne le allean­ze com­mer­cia­li mes­se in pie­di dal­la Lan­za. La nuo­va socie­tà ha sede a Geno­va Cor­ni­glia­no. La pre­si­den­za vie­ne affi­da­ta a Moret­ti (Mira), la vice­pre­si­den­za a Piag­gio (Lan­za).

La fusio­ne tra la Fabri­ca di can­de­le Mira e la sua riva­le sto­ri­ca, l’Unione Stea­ri­ne­rie Lan­za (1924), com­por­ta imman­ca­bil­men­te, per lo sta­bi­li­men­to roma­no, una fase di rior­di­no del­la pro­du­zio­ne.

Non si trat­ta quin­di di una fase edi­li­zia pia­ni­fi­ca­ta (come le due pre­ce­den­ti del 1899 – 1907 e 1918), ma di una serie ben con­ge­gna­ta di ristrut­tu­ra­zio­ni dell’esistente e di impie­ghi del­le super­fi­ci libe­re per rea­liz­za­re ampi edi­fi­ci di stoc­cag­gio per il pro­dot­to fini­to, in con­ti­nuo aumen­to, in atte­sa che esso ven­ga invia­to ai cen­tri di ven­di­ta su tut­to il ter­ri­to­rio nazio­na­le e le Colo­nie.

Gli inter­ven­ti sono di due tipi: in mura­tu­ra (capan­no­ni) e in cemen­to arma­to (stock). I capan­no­ni ven­go­no rea­liz­za­ti soprat­tut­to nell’Edificio dell’Autoparco, spes­so addos­sa­ti a strut­tu­re esi­sten­ti andan­do­ne ad occu­pa­re gli spa­zi lascia­ti libe­ri. Sui ter­re­ni ine­di­fi­ca­ti ver­so Pon­te di fer­ro (nell’area oggi chia­ma­ta del­le Caser­me) inve­ce ven­go­no rea­liz­za­te ingen­ti volu­me­trie di stoc­cag­gio in cemen­to arma­to, con sei caseg­gia­ti bas­si adi­bi­ti a fun­zio­ni varie e altri quat­tro caseg­gia­ti con fun­zio­ni di ser­vi­zio.

Anche l’area uffi­ci vie­ne inte­res­sa­ta dal­la fusio­ne del­le due socie­tà. Poi­ché il cuo­re ammi­ni­stra­ti­vo è ormai tra­sfe­ri­to nel­la sede di Geno­va Car­ni­glia­no, l’Area Uffi­ci roma­na del 1918 (Vil­li­no e Fab­bri­ca­to ammi­ni­stra­ti­vo) risul­ta un dop­pio­ne, e vie­ne cedu­ta sen­za trop­pi rim­pian­ti al Comu­ne di Roma. Gli impie­ga­ti, che dimi­nui­sco­no di nume­ro, si river­sa­no nei più mode­sti uffi­cet­ti di via Pie­ran­to­ni, dove peral­tro ven­go­no rea­liz­za­ti nuo­vi cor­pi di fab­bri­ca nei ter­re­ni libe­ri sul­la destra e la sini­stra del­la via. Ven­go­no rea­liz­za­ti anche dei capan­no­ni in mura­tu­ra nell’area oggi occu­pa­ta dal­la Cro­ce Ros­sa. Ven­go­no infi­ne rea­liz­za­ti quat­tro pic­co­li caseg­gia­ti poco distan­ti, con fun­zio­ni ete­ro­ge­nee. In que­sta fase edi­li­zia del 1924 man­ca la ricer­ca este­ti­ca del­la pre­ce­den­te fase del 1917, ma la fun­zio­na­li­tà è garan­ti­ta, ed era quel­la che i pro­get­ti­sti cer­ca­va­no.

Nel com­ples­so la ristrut­tu­ra­zio­ne si svol­ge in manie­ra indo­lo­re, cele­re e sen­za gran­di spe­se, per­ché non inte­res­sa diret­ta­men­te l’Impianto pro­dut­ti­vo, ma si con­cen­tra sul­la logi­sti­ca intor­no all’Impianto pro­dut­ti­vo, sen­za toc­ca­re modi­fi­ca­re il siste­ma di pro­du­zio­ne, che non si inter­rom­pe.

L’impianto pro­dut­ti­vo non subi­sce dun­que inter­ven­ti di rilie­vo. Vi sono del­le pic­co­le ristrut­tu­ra­zio­ni nel­la par­te più vec­chia (la Col­le e Con­ci­mi del 1899, in talu­ne par­ti ormai obso­le­ta), l’aggiunta di uno spo­glia­to­io per gli ope­rai (1924) e più tar­di di un pic­co­lo Impian­to per la con­cen­tra­zio­ne del­la Gli­ce­ri­na (1934). Nel­la nuo­va ala pro­dut­ti­va non ven­go­no modi­fi­ca­ti né il Sapo­ni­fi­cio né i Magaz­zi­ni, rite­nu­ti dei gio­iel­li, men­tre il lot­to del­la Cal­da­ia vie­ne poten­zia­to e reso più fun­zio­na­le dall’aggiunta di un nuo­vo cor­po per l’Ammasso dei com­bu­sti­bi­li e uno con la fun­zio­ne di Ser­ba­to­io idri­co. Vie­ne infi­ne rea­liz­za­to, a fian­co del­la Cal­da­ia, il nuo­vo fab­bri­ca­to dell’Essiccatoio (1924).

Le Case ope­ra­ie (Lot­to super­sti­te di case a schie­ra per gli ope­rai del­la Mira Lan­za) sono un vil­li­no a schie­ra, di epo­ca risor­gi­men­ta­le-uni­ta­ria. Fa par­te del Com­ples­so sto­ri­co del­la Mira Lan­za. Non dispo­nia­mo di noti­zie sto­ri­che det­ta­glia­te su que­sto bene. Non dispo­nia­mo di noti­zie architettoniche/​funzionali più det­ta­glia­te. Si tro­va in via dei Papa­re­schi, 18 – 20. È visi­bi­le da stra­da ma è chiu­so al pub­bli­co.

Anco­ra più inter­na­men­te, in un’area ver­de, si tro­va­no le Case ope­ra­ie. Si trat­ta di una cop­pia di vil­li­ni a schie­ra, a due pia­ni, desti­na­ti ad allog­gia­re le mae­stran­ze. Ne rima­ne in pie­di oggi sol­tan­to una, ai civi­ci 18 – 20 di via dei Papa­re­schi, peral­tro in pre­ca­rio sta­to di con­ser­va­zio­ne, e ogget­to di ripe­tu­ti incen­di che ne han­no com­pro­mes­so il tet­to in capria­te lignee.

Su via Paci­not­ti si tro­va una palaz­zi­na monu­men­ta­le, chia­ma­ta la Por­ti­ne­ria per­ché costi­tui­sce la por­ta d’accesso all’intero sta­bi­li­men­to pro­dut­ti­vo. Essa ospi­ta in ori­gi­ne anche i loca­li ser­vi­zi per gli ope­rai (refet­to­rio e nur­se­ry). Oggi è sede dire­zio­na­le del­la Cro­ce Ros­sa Ita­lia­na. Alle spal­le del­la Por­ti­ne­ria si tro­va l’Autorimessa. Si trat­ta di un gran­de cor­po edi­li­zio fun­zio­na­le, nel qua­le tro­va posto la Sta­zio­ne degli auto­car­ri e il Magaz­zi­no dei pro­dot­ti fini­ti, pron­ti per la spe­di­zio­ne e ven­di­ta. Anche que­sto immo­bi­le fa oggi par­te del­la Cro­ce Ros­sa Ita­lia­na.

Dopo la dismis­sio­ne dell’attività pro­dut­ti­va, il capan­no­ne desti­na­to a con­te­ne­re il par­co vei­co­li azien­da­le vie­ne tra­sfor­ma­to in auto­ri­mes­sa per i mez­zi del­la Cro­ce Ros­sa Ita­lia­na. L’Autoparco del­la Cro­ce Ros­sa è una fab­bri­ca dismes­sa, edi­fi­ca­ta nel 1924. Si tro­va in via Paci­not­ti, 18, nel­la zona di Mar­co­ni. Per quan­to noto, la pro­prie­tà è di ente; è fun­zio­na­le; non è visi­ta­bi­le, è visi­bi­le da stra­da. È sta­ta stu­dia­ta dal­la Soprin­ten­den­za ai Beni archi­tet­to­ni­ci e del pae­sag­gio di Roma (sche­da inven­ta­ria­le 00970905A, Ban­chi­ni R. – cat. Isgrò S.).

Lascia­ta alle spal­le la guer­ra dei sapo­ni, i prez­zi al det­ta­glio comin­cia­no a sali­re. In assen­za di con­flit­ti sin­da­ca­li, nel 1925 la Mira Lan­za pro­du­ce 320 mila quin­ta­li di sapo­ni da buca­to e can­de­le l’anno. Il 7% del­la pro­du­zio­ne è desti­na­to all’esportazione: colo­nie ita­lia­ne, Tuni­sia, Egit­to, Maroc­co.

Nel 1926 la Mira Lan­za si quo­ta alla Bor­sa di Mila­no con il nome di Socie­tà ano­ni­ma Mira Lan­za Sapo­ni & can­de­le, e ottie­ne dal Mer­ca­to capi­ta­li fre­schi da rein­ve­sti­re nel­la socie­tà. Altri capi­ta­li sono immes­si dal­la Ban­ca Com­mer­cia­le Ita­lia­na, che detie­ne ben pre­sto quo­te di capi­ta­le suf­fi­cien­ti per nomi­na­re suoi uomi­ni nel con­si­glio di ammi­ni­stra­zio­ne fin dal 1927.

Alla fine del decen­nio la Mira Lan­za impie­ga 158 impie­ga­ti ammi­ni­stra­ti­vi e 1200 ope­rai, su quat­tro sta­bi­li­men­ti: Mira (Vene­zia), Tori­no, Geno­va-Riva­ro­lo e Roma. Può con­ta­re inol­tre su una rete di pro­dut­to­ri allea­ti, i cui cen­tri prin­ci­pa­li sono a Geno­va-Car­ni­glia­no e Napo­li, su una rete di depo­si­ti su tut­to il ter­ri­to­rio nazio­na­le (i prin­ci­pa­li a Seria­te, Bolo­gna e Caglia­ri), e una rete capil­la­re di ven­di­ta. La Mira Lan­za dispo­ne insom­ma di una com­bi­na­zio­ne magi­ca di cir­co­stan­ze: capi­ta­li per inve­sti­re, prez­zi che sal­go­no, mer­ca­to che rispon­de e acqui­sta, con­cor­ren­za ine­si­sten­te, diri­gen­ti sicu­ri e inten­zio­na­ti a caval­ca­re l’onda.

Nel nuo­vo decen­nio alcu­ni lut­ti fune­sta­no l’azienda: nel 1930 muo­re Giu­sep­pe Piag­gio; gli suben­tra il padre Era­smo, che muo­re a sua vol­ta nel 1932; in quell’anno divie­ne ammi­ni­stra­to­re dele­ga­to l’altro fra­tel­lo, l’ingegner Roc­co Piag­gio. L’accortezza mana­ge­ria­le con­trad­di­stin­gue tut­ti e tre i com­po­nen­ti del­la fami­glia, che ope­ra­no in sostan­zia­le con­ti­nui­tà.

Nel 1934 la Mira Lan­za pro­du­ce tre tipi di deter­gen­ti dome­sti­ci (il Mira Lan­za III sapo­ne da buca­to, Mila sapo­ne in sca­glie per indu­men­ti fini e Vek­so pasta per lava­re e sgras­sa­re per le sto­vi­glie), un deter­gen­te per uso pro­fes­sio­na­le (Vek tubet­ti per mec­ca­ni­ci e tin­to­ri) e le tra­di­zio­na­li can­de­le (Ocea­no, Mira, Coro­na, Roma, Eri­da­no e Oro­pa).

La con­cor­ren­za inter­na­zio­na­le si raf­for­za ma non è in gra­do di impen­sie­ri­re la Mira Lan­za: ci sono i sapo­ni Lux del­la Lever Ita­lia­na, quel­li del­la Socie­tà Ita­lia­na Per­sil di Como e il Pal­mo­li­ve d’importazione, ma le quo­te di mer­ca­to sono limi­ta­te. Anzi, per para­dos­so pro­prio con la Pal­mo­li­ve si crea una curio­sa allean­za: per vin­ce­re le resi­sten­za del Regi­me fasci­sta, il sapo­ne Pal­mo­li­ve si tra­ve­ste da pro­dot­to ita­lia­no e vie­ne pro­dot­to in Ita­lia, negli sta­bi­li­men­ti Mira Lan­za, con buon gua­da­gno per la Mira Lan­za, che pro­du­ce insie­me i suoi pro­dot­ti e insie­me quel­li del­la con­cor­ren­za, gua­da­gnan­do sia sugli uni che sugli altri.

Dal 1935 avven­go­no alcu­ni asse­sta­men­ti. Le san­zio­ni con­tro l’Italia ren­do­no pro­ble­ma­ti­ci gli approv­vi­gio­na­men­ti dall’estero: la Mira Lan­za li risol­ve ren­den­do la sua pro­du­zio­ne inte­ra­men­te autar­chi­ca; una nuo­va leg­ge vie­ta alle ban­che di par­te­ci­pa­re diret­ta­men­te ai capi­ta­li del­le azien­de quo­ta­te in bor­sa: la quo­ta di capi­ta­le del­la Ban­ca Com­mer­cia­le vie­ne tra­sfe­ri­ta a una socie­tà d’investimento indu­stria­le, la Sofin­dit; infi­ne nel 1939 la prin­ci­pa­le del­le socie­tà allea­te, la Sapo­ne­rie Riu­ni­te di Geno­va-Cor­ni­glia­no, vie­ne incor­po­ra­ta dal­la Mira Lan­za. Sia­mo al mas­si­mo del­la capa­ci­tà pro­dut­ti­va. Ma sini­stri sce­na­ri di guer­ra si pre­pa­ra­no ormai all’orizzonte.

Nel 1939 avven­go­no nell’impianto pro­dut­ti­vo roma­no alcu­ne pic­co­le modi­fi­che edi­li­zie: Il fab­bri­ca­to del Sapo­ni­fi­cio vie­ne uni­to con quel­lo dei Magaz­zi­ni con l’aggiunta di alcu­ni cor­pi di rac­cor­do; il Ser­ba­to­io vie­ne allar­ga­to con la costru­zio­ne di un nuo­vo edi­fi­cio; infi­ne l’Essiccatoio del 1924 vie­ne ele­va­to con l’edificazione di un silos in cemen­to arma­to e di un cor­po di fab­bri­ca adia­cen­te.

Per la Mira Lan­za lo scop­pio del­la guer­ra (1940) segna il disa­stro, la fine del­la com­bi­na­zio­ne magi­ca di cir­co­stan­ze che ne ave­va­no decre­ta­to il suc­ces­so. Le cose cam­bia­no fin da subi­to. La mano­do­pe­ra vie­ne chia­ma­ta alle armi, e ine­vi­ta­bil­men­te la pro­du­zio­ne cala. Il Regi­me impo­ne poi di ridur­re pro­gres­si­va­men­te la per­cen­tua­le di gras­si ani­ma­li nei sapo­ni, sen­za che la popo­la­zio­ne lo sap­pia: i sapo­ni Mira Lan­za pro­dot­ti nel perio­do bel­li­co non lava­no, e le mas­sa­ie ita­lia­ne se ne accor­go­no facil­men­te.

Suc­ce­de poi che il Regi­me impo­ne il razio­na­men­to sia sui sapo­ni che sul­le can­de­le. E ine­vi­ta­bi­li alla Mira Lan­za arri­va­no i licen­zia­men­ti: due sta­bi­li­men­ti su cin­que – Tori­no e Geno­va Cor­ni­glia­no – chiu­do­no; lo sta­bi­li­men­to allea­to di Napo­li chiu­de a sua vol­ta.

Ma la guer­ra por­ta con sé anche inno­va­zio­ni tec­no­lo­gi­che. Già nel 1940 gli sta­bi­li­men­ti di Mira e Geno­va Riva­ro­lo ven­go­no mec­ca­niz­za­ti per pro­dur­re con meno ope­rai: pri­ma il taglio dei sapo­ni a pez­zi avve­ni­va a mano, e sem­pre a mano veni­va incar­ta­to e ripo­sto in cas­set­te; ades­so le model­la­tri­ci a dop­pio stam­po fan­no tut­to da sé, dal taglio alla cas­set­ta.

Nel 1941 La Mira Lan­za crea, in un labo­ra­to­rio segre­tis­si­mo, la pol­ve­re da buca­to Miral, con­si­de­ra­ta il pri­mo deter­si­vo sin­te­ti­co ita­lia­no, qua­si un sim­bo­lo del­la cor­sa del regi­me fasci­sta ver­so la moder­ni­tà. In que­gli anni la guer­ra tra regi­mi tota­li­ta­ri e libe­ra­li si com­bat­te anche sul fron­te del­la scien­za: in Ger­ma­nia era­no sta­ti inven­ta­ti i ten­sioat­ti­vi, com­po­nen­ti chi­mi­ci che in pre­sen­za di acqua sepa­ra­no le mole­co­le di oli gras­si (lo spor­co) dai tes­su­ti, men­tre negli Sta­ti si spe­ri­men­ta­va­no i sol­fa­ti alca­li­ni, per arri­va­re allo stes­so risul­ta­to. Pare che entram­be le solu­zio­ni abbia­no incon­tra­to il limi­te di non fun­zio­na­re bene con acque dure (ric­che di cal­cio): in que­sti casi o lo smac­chia­men­to era blan­do, oppu­re por­ta­va via anche il colo­re. I ricer­ca­to­ri Mira Lan­za si inse­ri­sco­no in que­sto sce­na­rio, cer­can­do di inven­ta­re il deter­si­vo per­fet­to, che toglie le mac­chie e rispet­ta i colo­ri.

Nel 1942 lo sta­bi­li­men­to di Geno­va, dove ha sede la dire­zio­ne, vie­ne bom­bar­da­to: con pron­tez­za di rea­zio­ne la dire­zio­ne si spo­sta a Mira, per­ché una rete capil­la­re di distri­bu­zio­ne neces­si­ta di un cuo­re pen­san­te in per­fet­ta effi­cien­za. A far­ne le spe­se è il più lon­ta­no degli sta­bi­li­men­ti, quel­lo di Roma: le linee tele­fo­ni­che inte­rur­ba­ne sono sta­te riser­va­te dal regi­me alle indu­strie prio­ri­ta­rie per lo sfor­zo bel­li­co, e la Mira Lan­za non ne ha dirit­to: gli ordi­ni di pro­du­zio­ne viag­gia­no non più per tele­fo­no ma per posta, con tem­pi mol­to dilui­ti. Anche il coor­di­na­men­to con i cen­tri di ven­di­ta sul ter­ri­to­rio si fa dif­fi­col­to­so, e nel­la rete di distri­bu­zio­ne si apro­no del­le sma­glia­tu­re, nel­le qua­li si inse­ri­sco­no i nuo­vi con­cor­ren­ti ita­lia­ni: i sapo­ni Pani­gal di Bolo­gna e quel­li Sca­la di Roma, che in Emi­lia e nel Lazio con­qui­sta­no lar­ghe fet­te di mer­ca­to.

Man­ca­no pochi mesi ormai alla fine del­la guer­ra, e la Mira Lan­za fa un pic­co­lo mira­co­lo, di quel­li che non cam­bia­no la sostan­za del­le cose ma sicu­ra­men­te ten­go­no su il mora­le col­let­ti­vo: met­te in com­mer­cio Calin­da sapo­ne per pavi­men­ti, un pro­dot­to rivo­lu­zio­na­rio deri­va­to dal Miral, inte­ra­men­te sin­te­ti­co. Ades­so nel­le case ita­lia­ne è di nuo­vo pos­si­bi­le lava­re i pavi­men­ti: nes­su­no ha i sol­di per com­prar­lo, ma la sola idea di super­fi­ci lucen­ti in cui casa­lin­ghe feli­ci pos­so­no tor­na­re a spec­chiar­si è un segna­le evi­den­te che l’orribile guer­ra è qua­si alle spal­le. Fin­ché la guer­ra fini­sce per dav­ve­ro. Non sarà faci­le rico­min­cia­re.

Ci sono due pro­ble­mi imme­dia­ti che la diri­gen­za socie­ta­ria deve affron­ta­re. La fine del regi­me fasci­sta coin­ci­de con la fine del mono­po­lio e l’apertura dei mer­ca­ti ai nuo­vi con­cor­ren­ti inter­na­zio­na­li agguer­ri­tis­si­mi: occor­re­rà appron­ta­re nuo­ve e sag­ge poli­ti­che com­mer­cia­li. E ci sono poi da ricon­ver­ti­re le tec­no­lo­gie: il tem­po dei sapo­ni fat­ti coi gras­si ani­ma­li è fini­to, i sapo­ni ades­so sono tut­ta una que­stio­ne di chi­mi­ca, come ha dimo­stra­to Calin­da sapo­ne per pavi­men­ti. Nel­lo sta­bi­li­men­to roma­no si pre­pa­ra così una nuo­va (la ter­za) fase edi­li­zia, quel­la del 1947.

 

La Mira Lan­za esce dal­la Secon­da guer­ra mon­dia­le con la capa­ci­tà pro­dut­ti­va esat­ta­men­te dimez­za­ta.

Gli sta­bi­li­men­ti prin­ci­pa­li (Vene­zia e Geno­va Riva­ro­lo) sono intat­ti e pron­ti a ripren­de­re la pro­du­zio­ne, e lo sta­bi­li­men­to di Roma è sta­to col­pi­to solo mar­gi­nal­men­te: sono sta­ti tira­ti giù solo i fab­bri­ca­ti ex Col­le e con­ci­mi del 1907, peral­tro già all’epoca vetu­sti e sot­to uti­liz­za­ti, men­tre il gio­iel­lo dell’impianto pro­dut­ti­vo del 1924 non è sta­to nem­me­no col­pi­to dal­le scheg­ge. D’altro can­to la chiu­su­ra bel­li­ca degli altri tre sta­bi­li­men­ti di Tori­no, Geno­va Cor­ni­glia­no e Napo­li è defi­ni­ti­vo.

Non sono tan­to gli impian­ti di pro­du­zio­ne ad impen­sie­ri­re la diri­gen­za socie­ta­ria Mira Lan­za (per­ché comun­que la doman­da nazio­na­le di sapo­ni è anco­ra depres­sa), quan­to la pro­spet­ti­va di un cam­bia­men­to dra­sti­co di tec­no­lo­gie, che richie­de un ammo­der­na­men­to com­ples­si­vo di tut­ti gli impian­ti: abban­do­na­re la lavo­ra­zio­ne dei gras­si ani­ma­li deri­va­ti dagli scar­ti del­la macel­la­zio­ne e ini­zia­re una nuo­va fase pio­nie­ri­sti­ca nel cam­po del deter­si­vo sin­te­ti­co.

La Mira Lan­za ha un discre­to van­tag­gio di know-how, visto che già dal 1942 pro­du­ce il sapo­ne da buca­to sin­te­ti­co Miral e dal 1944 Calin­da deter­gen­te sin­te­ti­co per pavi­men­ti. I ricer­ca­to­ri han­no già pron­te in cas­sa­for­te nuo­ve for­mu­le chi­mi­che – sapo­ne sin­te­ti­co Nep­tun, Nix sapo­ne in sca­glie e Kiwi sapo­ne pro­fu­ma­to – che atten­do­no solo di esse­re lan­cia­te in pro­du­zio­ne. E sono qua­si pron­ti due nuo­vi sapo­ni inno­va­ti­vi – Lip deter­gen­te liqui­do per capi deli­ca­ti e Kop deter­gen­te in pol­ve­re per sto­vi­glie – che risul­te­ran­no in segui­to pro­dot­ti di mas­sa. Insom­ma il post-guer­ra alla Mira Lan­za ha tut­to il sapo­re del­la sfi­da, del rischio, dell’apertura all’innovazione, del­la spe­ran­za ragio­ne­vo­le in un boom eco­no­mi­co pros­si­mo ven­tu­ro che accom­pa­gna la sto­ria del­le gran­di indu­strie ita­lia­ne.

In que­sto sce­na­rio, incer­to ma pro­met­ten­te, la diri­gen­za socie­ta­ria si rin­no­va, sen­za gran­di scos­so­ni come già era avve­nu­to nel 1930 – 32. Nel 1947 muo­re il cava­lier Miche­le Lan­za, men­tre l’anno dopo l’ingegner Roc­co Piag­gio lascia la pre­si­den­za. Il gio­va­ne Andrea Maria Piag­gio assu­me posi­zio­ni via via cre­scen­ti dal 1949, men­tre una serie di pas­sag­gi azio­na­ri ripor­ta­no il capi­ta­le socia­le inte­ra­men­te nel­le mani del­la fami­glia Piag­gio.

La pro­du­zio­ne è ripre­sa, e, per ora, esco­no dal­la Mira Lan­za gli stes­si sapo­ni in com­mer­cio nell’anteguerra: Leo­ne di Mira, Abra­dor e Deter­sor, Pal­mo­li­ve (pro­dot­to con­to ter­zi), con la sola novi­tà del sapo­ne sin­te­ti­co Calin­da. Ci sono anco­ra le can­de­le Coro­na, ma già si intui­sce che di can­de­le ci sarà sem­pre meno biso­gno, per­ché il benes­se­re dif­fu­so por­te­rà l’illuminazione elet­tri­ca nel­le case.

Nel 1948 gli sta­bi­li­men­ti di Vene­zia si dota­no di uni­tà di sol­fo­na­zio­ne e tor­ri di spruz­za­tu­ra, con cui il sin­te­ti­co Miral vie­ne pro­dot­to in lar­ga sca­la. Dal 1950 ven­go­no lan­cia­ti i nuo­vi pro­dot­ti inno­va­ti­vi: Lip deter­gen­te liqui­do, Ava sapo­ne per buca­to, Tri­ton sapo­ne per lava­tri­ci. Tra que­sti Ava è quel­lo con una mar­cia in più: con­tie­ne il per­bo­ra­to sta­bi­liz­za­to con effet­to sbian­can­te: per la pri­ma vol­ta in Ita­lia il bian­co è dav­ve­ro bian­co e nes­sun con­cor­ren­te offre que­sta qua­li­tà.

L’introduzione del per­bo­ra­to costi­tui­sce un pun­to di svol­ta nel­la sto­ria del­la Mira Lan­za: fino ad allo­ra i deter­si­vi sin­te­ti­ci era­no sta­ti al di sot­to o al mas­si­mo pari al deter­si­vo tra­di­zio­na­le, per qua­li­tà e costi. Ava segna il sor­pas­so del sin­te­ti­co sul tra­di­zio­na­le: da Ava in poi la diri­gen­za Mira Lan­za si risol­ve ad abban­do­na­re il tra­di­zio­na­le, e di ricon­ver­ti­re gli impian­ti al sin­te­ti­co.

Nel 1952 arri­va la deci­sio­ne di chiu­de­re lo sta­bi­li­men­to roma­no. A deter­mi­na­re la deci­sio­ne è l’impossibilità di tra­sfor­ma­re l’impianto gio­iel­lo del 1924 basa­to sugli scar­ti del­la macel­la­zio­ne in un moder­no com­ples­so chi­mi­co: anche a voler­lo rimo­der­na­re occor­ro­no super­fi­ci mol­to mag­gio­ri rispet­to ai 9 etta­ri su cui sor­ge l’impianto. Ine­vi­ta­bi­le la deci­sio­ne di chiu­de­re. Ces­sa gra­dual­men­te l’attività pro­dut­ti­va, e nel­lo sta­bi­li­men­to roma­no riman­go­no in atti­vi­tà solo i magaz­zi­ni per gli approv­vi­gio­na­men­ti regio­na­li a gros­si­sti e nego­zian­ti, e gli uffi­ci ammi­ni­stra­ti­vi da cui dipen­do­no i rap­pre­sen­tan­ti di ven­di­ta.

 

Peral­tro sugli uffi­ci roma­ni si river­sa in quel perio­do un’inattesa atti­vi­tà, deri­van­te dal­la nuo­va cam­pa­gna pub­bli­ci­ta­ria lega­ta al Gran­de con­cor­so Kop, Lip, Ava e Miral. Si trat­ta di una rac­col­ta a pun­ti, rap­pre­sen­ta­ti da figu­ri­ne in car­ton­ci­no, che ini­zia il 1° set­tem­bre 1954 e, a quan­to si rac­con­ta, non ha una gran­de pia­ni­fi­ca­zio­ne alle spal­le: si rive­le­rà inve­ce la più lon­ge­va cam­pa­gna di mar­ke­ting a pun­ti ita­lia­na, dura­ta 38 anni con un rego­la­men­to sostan­zial­men­te inva­ria­to fino al 1992.

Le figu­ri­ne si tro­va­no in tut­te le con­fe­zio­ni e diven­ta­no in bre­ve l’oggetto del desi­de­rio. Con­ten­go­no la foto del pro­dot­to acqui­sta­to e sul retro il rego­la­men­to con il logo ros­so del­la Mira Lan­za. Il valo­re del­le figu­ri­ne varia da 5 a 50 pun­ti: la figu­ri­na di sapo­ni e sapo­net­te vale 5 pun­ti; le due figu­ri­ne con­te­nu­te nei deter­si­vi in astuc­cio val­go­no 10 o 15 pun­ti, men­tre i gran­di for­ma­ti (come gli inno­va­ti­vi fusti­ni cilin­dri­ci) han­no ben 3 figu­ri­ne che val­go­no 25, 50 o in alcu­ni perio­di 100 pun­ti cia­scu­na. L’accumulo di tan­te figu­ri­ne dà dirit­to al fede­le con­su­ma­to­re ad otte­ne­re dei pre­mi, che sce­glie da un appo­si­to cata­lo­go.

Lo sta­bi­li­men­to roma­no chiu­de defi­ni­ti­va­men­te i bat­ten­ti nel 1955, ma anco­ra per una ven­ti­na d’anni si vedran­no gira­re nel­le stan­ze deser­te degli uffi­ci alcu­ni soler­ti impie­ga­ti ammi­ni­stra­ti­vi, la cui man­sio­ne prin­ci­pa­le se non uni­ca è con­se­gna­re ai con­su­ma­to­ri i pre­mi del­la rac­col­ta pun­ti.

Quel­lo che avvie­ne dopo vale la pena di rac­con­tar­lo, anche se non inte­res­sa diret­ta­men­te lo sta­bi­li­men­to roma­no.

La guer­ra dei sapo­ni ripren­de, con altri pro­ta­go­ni­sti, un oriz­zon­te euro­peo e il mede­si­mo obiet­ti­vo di ven­de­re pro­dot­ti deter­gen­ti alle mas­sa­ie ita­lia­ne. I colos­si euro­pei Uni­le­ver e Col­ga­te (con la con­so­cia­ta Pal­mo­li­ve), impe­gna­ti nel­la ricon­ver­sio­ne dal­lo scar­to ani­ma­le al chi­mi­co, per­do­no mer­ca­to a van­tag­gio dell’americana Proc­ter & Gam­ble. Col­ga­te e Pal­mo­li­ve rea­gi­sco­no lan­cian­do sul mer­ca­to il sin­te­ti­co Olà, e altret­tan­to fa Uni­le­ver con Omo. Quan­do nel 1957 la Socie­tà Ita­lia­na Per­sil, asso­cia­ta alla Hen­kel, si inse­ri­sce nel mer­ca­to con un nuo­vo aggres­si­vo pro­dot­to, il Dixan, la guer­ra dei sapo­ni si fa furi­bon­da: fon­da­men­ta­le nel deter­mi­na­re le quo­te di mer­ca­to diven­ta la pub­bli­ci­tà.

La Mira Lan­za deci­de di inve­sti­re in un nuo­vo stru­men­to di comu­ni­ca­zio­ne: la tv. Il 3 feb­bra­io 1957 la Rai met­te in onda Caro­sel­lo, un for­mat tele­vi­si­vo a sco­po pub­bli­ci­ta­rio, di cui la Mira Lan­za è tra i pri­mi spon­sor. Caro­sel­lo vie­ne tra­smes­so tut­ti i gior­ni dopo il tele­gior­na­le pri­ma dell’interruzione del­le tra­smis­sio­ni, e con­si­ste in bre­vi sketch di con­te­nu­to estra­neo al pro­dot­to pub­bli­ciz­za­to, che a sor­pre­sa vie­ne evo­ca­to nel­la fra­se fina­le. La fun­zio­ne di Caro­sel­lo è di rap­pre­sen­ta­re le novi­tà di una nascen­te socie­tà dei con­su­mi ad una pla­tea di poten­zia­li con­su­ma­to­ri anco­ra lega­ti ad abi­tu­di­ni tra­di­zio­na­li. Il mes­sag­gio è ras­si­cu­ran­te: lo slo­gan dichia­ra le qua­li­tà del pro­dot­to, e la pro­mes­sa vie­ne sem­pre man­te­nu­ta.

Il 14 luglio 1961 va inon­da il cele­bre caro­sel­lo di Ava, dove si fa uso del­la tec­ni­ca stu­pe­fa­cen­te del car­to­ne ani­ma­to. I bam­bi­ni assi­sto­no con gli occhi sbar­ra­ti alle avven­tu­re in bian­co e nero del Pul­ci­no Cali­me­ro, dise­gna­to da Nino e Toni Pagot. E le mam­me sono lì accan­to, e ascol­ta­no il buon pul­ci­no decla­ma­re lo slo­gan: «Ava, come lava! ».

Cali­me­ro è un pul­ci­no comu­ne, che essen­do cadu­to nel fan­go si spor­ca e diven­ta nero, e non vie­ne più rico­no­sciu­to dal­la madre. Lascia­to solo in giro per il mon­do, Cali­me­ro incon­tra di con­ti­nuo cat­ti­ve com­pa­gnie e vive disav­ven­tu­re in cui qua­si mai il bene e la veri­tà trion­fa­no, nono­stan­te la buo­na fede e l’onestà del pro­ta­go­ni­sta. Cele­bri le sue fra­si: «Tut­ti ce l’hanno con me per­ché sono pic­co­lo e nero», o «È un’ingiustizia però». Cali­me­ro è lo ste­reo­ti­po del­lo sprov­ve­du­to, vit­ti­ma pre­fe­ri­ta del­la cat­ti­ve­ria altrui: il mon­do di Cali­me­ro è un mon­do buo­no in cui biso­gna fare atten­zio­ne ad aguz­zi­ni e truf­fa­to­ri, un po’come l’Italia di que­gli anni. A riscat­tar­lo dal­la sequen­za di brut­ti incon­tri è l’Olandesina del­la Mira Lan­za, che met­te a mol­lo il pul­ci­no con il deter­si­vo Ava: Cali­me­ro non è nero, è solo spor­co, e il prov­vi­den­zia­le deter­si­vo lo fa tor­na­re lin­do e con­ten­to.

Il Caro­sel­lo si rive­la mol­to effi­ca­ce ed è paral­le­lo ad alcu­ni inter­ven­ti sugli impian­ti indu­stria­li: a Mira in gran­di sta­bi­li­men­ti chi­mi­ci pro­du­co­no i sin­te­ti­ci Ava e Miral; a Geno­va i deter­gen­ti liqui­di Calin­da, Lip e la nuo­va gam­ma di sapo­ni da toi­let­te e den­ti­fri­ci.

Gli Anni Ses­san­ta si sono aper­ti con l’aspra guer­ra com­mer­cia­le tra cin­que pro­dut­to­ri di sapo­ni: Mira Lan­za, Socie­tà Ita­lia­na Per­cil (Hen­kel), Uni­le­ver, Col­ga­te-Pal­mo­li­ve e Proc­ter & Gam­ble. La Mira Lan­za reg­ge bene alla con­cor­ren­za: Ava e Lip sono pro­dot­ti che ten­go­no bene il mer­ca­to, qual­che pen­sie­ro lo dan­no inve­ce il Dixan, che si affer­ma rapi­da­men­te, e il nuo­vo fusti­no Dash del­la Proc­ter & Gam­ble.

Nel 1964 la Mira Lan­za lan­cia nuo­vi pro­dot­ti per l’igiene per­so­na­le: sham­poo, boro­tal­co e cre­ma da bar­ba. In quel­lo stes­so anno lo sta­bi­li­men­to di Geno­va, dive­nu­to obso­le­to, chiu­de. Al suo posto vie­ne edi­fi­ca­to il nuo­vo sta­bi­li­men­to di Lati­na, in loca­li­tà Mesa. Gli annua­ri ripor­ta­no che nel 1965 negli sta­bi­li­men­ti Mira Lan­za si pro­du­co­no 2,3 milio­ni di quin­ta­li di pro­dot­ti l’anno e lavo­ra­no 1000 ope­rai, 20 diri­gen­ti e 1300 tra impie­ga­ti ammi­ni­stra­ti­vi e rap­pre­sen­tan­ti. Alla gui­da del­la socie­tà c’è sem­pre Andrea Maria Piag­gio, in azien­da dal 1949.

Nel­la secon­da metà degli Anni Ses­san­ta vie­ne inven­ta­ta la secon­da gene­ra­zio­ne dei deter­si­vi sin­te­ti­ci, i deter­si­vi addi­ti vati con enzi­mi ad alto pote­re smac­chian­te. La Mira Lan­za si lan­cia nel­la nuo­va tec­no­lo­gia e met­te sul mer­ca­to Biol e Lan­za Tres, men­tre le con­cor­ren­ti com­mer­cia­liz­za­no Bio­pre­sto, Aiax, Ariel e Sole, tut­ti con gli enzi­mi. Nel 1968 intan­to va in onda for­se il più cele­bre dei caro­sel­li di Cali­me­ro: Cali­me­ro e il con­cer­to. Gli annua­ri ripor­ta­no che quell’anno la Mira Lan­za è sal­da­men­te in sel­la nel mer­ca­to ita­lia­no, con il 26% del tota­le. Le altre con­cor­ren­ti ita­lia­ne occu­pa­no un altro 10%, men­tre il resi­duo 64% è ormai in mano ai pro­dut­to­ri este­ri.

E arri­va il 1969 è l’annus hor­ri­bi­lis. La cri­si eco­no­mi­ca si abbat­te sull’Italia, l’inflazione galop­pa, il costo del lavo­ro sale. Si crea­no aspri con­fit­ti tra sin­da­ca­ti e pro­prie­tà (sem­pre in mano alla fami­glia Piag­gio) con al cen­tro riven­di­ca­zio­ni sul­la sicu­rez­za degli impian­ti. Ci sono gran­di inve­sti­men­ti da fare per ammo­der­na­re gli sta­bi­li­men­ti, e la con­giun­tu­ra eco­no­mi­ca non pro­met­te di ammor­tiz­zar­li in tem­pi bre­vi. Tra novem­bre e dicem­bre 1969 la fab­bri­ca di Mira vie­ne occu­pa­ta: sarà un’occupazione par­ti­co­lar­men­te lun­ga e con serie rica­du­te sul­la pro­du­zio­ne. Proc­ter & Gam­ble e Hen­kel pro­du­co­no ala­cre­men­te e occu­pa­no nuo­ve fet­te di mer­ca­to, fino a supe­ra­re la Mira Lan­za nel­le ven­di­te. Ina­spet­ta­ta arri­va dal­la fami­glia Piag­gio la deci­sio­ne di ven­de­re.

Il nuo­vo acqui­ren­te, nel 1972, è il Grup­po Bono­mi, che acqui­sta la Mira Lan­za insie­me ad un’altra socie­tà dei Piag­gio, l’Immobiliare Vit­to­ria. Il Grup­po Bono­mi è un grup­po finan­zia­rio, orien­ta­to per lo più ad inve­sti­men­ti nel set­to­re immo­bi­lia­re, e in mol­ti si chie­do­no cosa se ne fac­cia di un sapo­ni­fi­cio.

Ma, anche se non c’è un vero e pro­prio pia­no di rilan­cio indu­stria­le, non man­ca­no le buo­ne intui­zio­ni. Ven­go­no fat­ti inve­sti­men­ti in pub­bli­ci­tà: cele­bri sono le récla­mes con il testi­mo­nial Cor­ra­do. E dal 1973 la rac­col­ta pun­ti tro­va una spon­da nel Postal Mar­ket, il cata­lo­go di ven­di­te per cor­ri­spon­den­za di pro­prie­tà del Grup­po Bono­mi: ven­go­no intro­dot­te le figu­ri­ne spe­cia­li con l’immagine del­la Marian­na, la mascot­te di Postal Mar­ket, che si rice­vo­no facen­do acqui­sti sul cata­lo­go e dan­no dirit­to a doni spe­cia­li.

Ven­go­no rilan­cia­te le ven­di­te all’estero e ven­go­no con­dot­te poli­ti­che accor­te per la ricer­ca del­le mate­rie pri­me nel mon­do a costi con­te­nu­ti. Vie­ne poten­zia­to lo sta­bi­li­men­to di Lati­na, il più moder­no, e ven­go­no asso­cia­ti nel­la pro­du­zio­ne gli sta­bi­li­men­ti di due socie­tà con­trol­la­te: La NIAV di Poten­za e la Super Iri­de di Firen­ze-Calen­za­no. Ven­go­no infi­ne lan­cia­ti nuo­vi pro­dot­ti in set­to­ri con­ti­gui ai sapo­ni, come la car­ta dome­sti­ca Ten­der­ly, l’insetticida Fau­st, lo spray con­to­ro i cat­ti­vi odo­ri Lio­là, gli addi­ti­vi per buca­to Super­bian­co.

Anche la rac­col­ta di figu­ri­ne ha nuo­vo slan­cio. Nel 1976 vie­ne con­clu­sa la sto­ri­ca pri­ma serie, dura­ta ben 22 anni, e ne ini­zia una secon­da, che dure­rà fino al 1979. Dal­le nuo­ve figu­ri­ne spa­ri­sco­no le imma­gi­ni dei pro­dot­ti, e al loro posto arri­va Cali­me­ro, alla sco­per­ta dei monu­men­ti del Bel Pae­se. Nel 1980 ini­zia la ter­za serie, desti­na­ta a dura­re fino al 1992. Nel­le figu­ri­ne com­pa­re l’Olandesina, accom­pa­gna­ta da un’illustrazione eso­ti­ca su quat­tro temi: India Miste­rio­sa, Favo­lo­so Islam, Gran­de Nord e Afri­ca Nera. La serie si pre­sen­ta un po’più com­ples­sa e meno magna­ni­ma del­le pre­ce­den­ti: il nume­ro del­le figu­ri­ne per con­fe­zio­ne si assot­ti­glia, spa­ri­sco­no le figu­ri­ne di gran­de pun­teg­gio, e i pro­dot­ti del­la nuo­va gam­ma – dal­la car­ta casa agli inset­ti­ci­di – ne ven­go­no tenu­ti fuo­ri.

Dopo un ini­zio pro­met­ten­te tor­na però al pet­ti­ne il nodo degli ingen­ti capi­ta­li neces­sa­ri per ammo­der­na­re gli impian­ti pro­dut­ti­vi. E in più, altri pro­ble­mi: l’aumento dei costi del­le mate­rie pri­me, del costo del lavo­ro, la pro­se­cu­zio­ne del­le agi­ta­zio­ni sin­da­ca­li. Non ulti­mo suben­tra un pro­ble­ma ambien­ta­le: negli Anni Ottan­ta si sco­pre che i ten­sioat­ti­vi inqui­na­no, e il Par­la­men­to sta per impor­re ai pro­dut­to­ri pesan­ti obbli­ghi. La Mira Lan­za insom­ma nel bre­ve gal­leg­gia (nel com­ples­so tra l’80 e l’84 gene­ra anche qual­che uti­le): è la pro­spet­ti­va di lun­go perio­do che spa­ven­ta. Alla fine anche il Grup­po Bono­mi met­te la Mira Lan­za in ven­di­ta.

La ces­sio­ne avvie­ne nel mag­gio 1984, sot­to i miglio­ri auspi­ci. A com­pra­re è un colos­so ita­lia­no del­la chi­mi­ca, il Grup­po Mon­te­di­son. È un grup­po indu­stria­le, capa­ce di ela­bo­ra­re com­piu­ti pia­ni plu­rien­na­li.

All’acquisto seguo­no mos­se accor­te: a Mira vie­ne con­cen­tra­ta la pro­du­zio­ne degli inter­me­di chi­mi­ci, si pri­vi­le­gia la pro­du­zio­ne di sapo­ni liqui­di rispet­to a quel­li soli­di, cre­sce la pub­bli­ci­tà nei set­to­ri di mer­ca­to in cui si era­no per­du­te del­le quo­te (sto­vi­glie, lava­tri­ci e capi deli­ca­ti) e, nell’attesa che il Par­la­men­to legi­fe­ri, vie­ne ridot­to l’impiego del fosfo­ro. Ven­go­no cedu­ti i depo­si­ti di Seria­te e Caglia­ri e il nume­ro di dipen­den­ti scen­de a 1500. Ven­go­no infi­ne aggior­na­ti in alto i listi­ni, e gli incas­si aumen­ta­no sen­za che la doman­da cali.

Gli annua­ri dico­no che nel 1985 le quo­te di mer­ca­to sono discre­te: Ava e Biol ten­go­no il 24% del set­to­re buca­to a mano e il 15% del set­to­re lava­tri­ce; Lip ha il 41% nei capi fini. In quell’anno intan­to le figu­ri­ne spa­ri­sco­no pro­gres­si­va­men­te e ven­go­no sosti­tui­te dai gad­ge­ts: le ulti­me figu­ri­ne si tro­ve­ran­no nel­le con­fe­zio­ni ad astuc­cio di Ava buca­to a mano nel set­tem­bre 1992.

Nel luglio 1986 è ini­zia­ta intan­to una com­ples­sa ope­ra­zio­ne finan­zia­ria: la sca­la­ta al Grup­po Mon­te­di­son. Varie socie­tà del grup­po comin­cia­no improv­vi­sa­men­te a pas­sa­re di mano, per com­por­re nuo­vi equi­li­bri inter­ni al grup­po indu­stria­le. La Mira Lan­za pesa com­ples­si­va­men­te nel Grup­po Mon­te­di­son poco più del 3%, ma è un 3% che pesa. All’acquisizione segue una sostan­zia­le immo­bi­li­tà: il fat­tu­ra­to sta­gna, si ricor­re alla cas­sa inte­gra­zio­ne, e non si fan­no altri inve­sti­men­ti se non in pub­bli­ci­tà. La sca­la­ta ha ter­mi­ne con suc­ces­so nel 1987, e il finan­zie­re Gar­di­ni ottie­ne il con­trol­lo del Grup­po Mon­te­di­son. A que­sto pun­to (sia­mo nel giu­gno 1987), la Mira Lan­za vie­ne riven­du­ta al Grup­po Fer­ruz­zi.

Gli annua­ri del 1988 ripor­ta­no dati in allar­man­te calo: Lip è sce­so dal 41 al 25%, nel seg­men­to lava­tri­ce la quo­ta è sot­to il 10%. L’anno seguen­te gli annua­ri ripor­ta­no dati anco­ra peg­gio­ri. Intan­to dal­la Mira Lan­za vie­ne scor­po­ra­to il set­to­re car­ta per la casa, e per la socie­tà si pre­pa­ra una nuo­va ven­di­ta.

Il nuo­vo pro­prie­ta­rio, dal novem­bre 1988, è la Benc­ki­ser, colos­so euro­peo dei sapo­ni, che più o meno nel­lo stes­so perio­do com­pra anche la Pani­gal (deter­si­vi Sole). In que­gli anni la casa olan­de­se-tede­sca fa una cam­pa­gna di acqui­si­zio­ni indu­stria­li in tut­ta Euro­pa per con­so­li­da­re la sua posi­zio­ne nel con­ti­nen­te: nel 1984 era sta­ta com­pra­ta la socie­tà fran­ce­se Saint Marc, nel 1989 la spa­gno­la Camp-Unde­sa.

La Benc­ki­ser uni­sce le due socie­tà ita­lia­ne (Mira Lan­za e Pani­gal) con la socie­tà spa­gno­la, facen­do­ne un’unica filia­le ita­lo-spa­gno­la sot­to le inse­gne Mira Lan­za. Il pia­no indu­stria­le è mol­to duro: vie­ne moder­niz­za­to l’impianto di Vene­zia, chiu­so quel­lo di Lati­na e quel­lo bolo­gne­se del­la Pani­gal. Ci sono inve­sti­men­ti in tec­no­lo­gie e in pub­bli­ci­tà, pun­tan­do soprat­tut­to sui mar­chi Ava, Lip, Finish e Cal­fort. Il per­so­na­le Mira Lan­za scen­de a 850 uni­tà. La fab­bri­ca vie­ne in pra­ti­ca dimez­za­ta, ma ven­go­no cen­tra­ti due obiet­ti­vi impor­tan­ti: la Mira Lan­za esce dal vor­ti­ce del­la finan­za per tor­na­re a pro­dur­re, e non pro­dur­rà i pro­dot­ti di una mul­ti­na­zio­na­le este­ra, ma quel­li pro­pri.

Nel 1999 la Benc­ki­ser si fon­de con la socie­tà ingle­se Rec­kitt & Col­man e dà vita alla nuo­va mul­ti­na­zio­na­le Rec­kitt Benc­ki­ser. Nel 2001 la Mira Lan­za vie­ne inte­gra­ta nel­la casa madre e sop­pres­sa come mar­chio auto­no­mo. Riman­go­no in com­mer­cio i mar­chi Ava, Calin­da e Lan­za, Sole e Super Bian­co.

 

La Pasco­li è una scuo­la ele­men­ta­re comu­na­le, situa­ta nell’ex com­ples­so indu­stria­le Mira Lan­za. Nel feb­bra­io 1924 il Comu­ne di Roma acqui­sta dal­la Fab­bri­ca di can­de­le Mira l’Area Uffi­ci del suo sta­bi­li­men­to roma­no, con l’intenzione di aprir­vi una scuo­la. Si trat­ta di un ele­gan­te vil­li­no a pian­ta qua­dra­ta a tre pia­ni con ingres­so da una dop­pia ram­pa di sca­le (in ori­gi­ne: Vil­li­no del­la Dire­zio­ne), intor­no al qua­le sor­ge un cor­po più bas­so con pian­ta a fer­ro di caval­lo dispo­sto per tre lati intor­no al Vil­li­no (in ori­gi­ne: Allog­gi del per­so­na­le diret­ti­vo e gli Uffi­ci del­la diri­gen­za). Entram­bi gli edi­fi­ci risal­go­no al 1918, su pro­get­to di Costan­ti­no Moret­ti. La nuo­va scuo­la ha il nome di Scuo­la rura­le Maglia­na, e in segui­to quel­lo di Scuo­la Gio­van­ni Pasco­li. Alla Pasco­li inse­gna, dal 1940 al 1975, il poe­ta Gior­gio Capro­ni.

Nel mar­zo 2015 nel via­let­to che col­le­ga la scuo­la con via­le Mar­co­ni ven­go­no effet­tua­ti alcu­ni inter­ven­ti di mes­sa in sicu­rez­za e pedo­na­liz­za­zio­ne. Dal­le pagi­ne di Arva­lia News (n. 2/​2015) leg­gia­mo che i lavo­ri con­si­sto­no nel­la siste­ma­zio­ne del­la pavi­men­ta­zio­ne pedo­na­le, del­le pan­chi­ne e dei cesti­ni, e nell’installazione dei para­pe­do­na­li (i dispo­si­ti­vi che impe­di­sco­no l’accesso ai moto­ri­ni) e dei dis­sua­so­ri di velo­ci­tà (per le auto­mo­bi­li).

In quell’occasione la scuo­la deci­de di rea­liz­za­re anche un bel dipin­to mura­le sul muro peri­me­tra­le, com­mis­sio­na­to alla pit­tri­ce Ales­san­dra Car­lo­ni. «I pic­co­li allie­vi del­la Pasco­li han­no scel­to il tema, la soste­ni­bi­li­tà ambien­ta­le – leg­gia­mo dal gior­na­le –, e rea­liz­za­to i dise­gni, dai qua­li è sta­to trat­to il boz­zet­to dell’opera. E i dise­gni dei pic­co­li, affi­da­ti alla pit­tri­ce Ales­san­dra Car­lo­ni [sono diven­ta­ti] una favo­la eco­lo­gi­ca rac­con­ta­ta sul muro».

Gior­gio Capro­ni, mae­stro ele­men­ta­re, poe­ta e cri­ti­co let­te­ra­rio, nasce il 7 gen­na­io 1912 a Livor­no e tra­scor­re l’infanzia a Geno­va. La fami­glia, di ori­gi­ni mode­ste, lo inco­rag­gia agli stu­di musi­ca­li e alla let­tu­ra. Cono­sce i nuo­vi poe­ti dell’epoca: Unga­ret­ti, Bar­ba­ro e soprat­tut­to Mon­ta­le, rima­nen­do col­pi­to dagli Ossi di sep­pia.

Scri­ve ver­si suoi, che dal 1933 pub­bli­ca su rivi­ste let­te­ra­rie. Con­se­gui­ta l’abilitazione magi­stra­le, dal 1935 inse­gna alla scuo­la ele­men­ta­re di Loco di Rove­gno, in Val Treb­bia. Pub­bli­ca il volu­met­to Come un’allegoria e nel 1938 Bal­lo a Fon­ta­ni­gor­da, ispi­ra­to dall’incontro con la sua futu­ra spo­sa, Rosa Ret­ta­glia­ta, cui si rivol­ge con il nome let­te­ra­rio di Rina.

Con lei si tra­sfe­ri­sce a Roma, dove pren­de ser­vi­zio come inse­gnan­te ordi­na­rio alla Scuo­la Pasco­li. Il sog­gior­no roma­no dura solo quat­tro mesi. Il richia­mo alle armi e lo scop­pio del­la Secon­da guer­ra mon­dia­le lo por­ta­no sul Fron­te occi­den­ta­le. Dopo l’8 set­tem­bre 1943 Capro­ni entra nel­la Resi­sten­za, nel­la bri­ga­ta par­ti­gia­na del­la Val Treb­bia, matu­ran­do l’adesione al Par­ti­to Socia­li­sta.

Dopo la Libe­ra­zio­ne ripren­de ad inse­gna­re a Roma, nel­le scuo­le Pasco­li e Cri­spi. Affron­ta un pro­ble­ma imme­dia­to: i ragaz­zi non van­no a scuo­la. Deci­de di andar­li a cer­ca­re. Su un regi­stro del 1946 anno­ta con gra­fia ner­vo­sa: «Accor­dà­to­mi con il Signor Diret­to­re ho fat­to un giro nel­le case dei reci­di­vi e ora le fre­quen­ze sono tor­na­te alla nor­ma­li­tà». L’abitudine di scri­ve­re cro­na­che sco­la­sti­che lo accom­pa­gne­rà per tut­ta la car­rie­ra: per­ples­si­tà e sod­di­sfa­zio­ni, osta­co­li buro­cra­ti­ci, ritar­di, tut­to con un’umanità pro­fon­dis­si­ma e luci­da.

Negli Anni Cin­quan­ta Capro­ni col­la­bo­ra a rit­mi fre­ne­ti­ci con La Nazio­ne, L’Avanti, Mon­do ope­ra­io, Il Pun­to, La fie­ra Let­te­ra­ria. Tra­du­ce dal fran­ce­se il Tem­po ritro­va­to di Prou­st, cui seguo­no altri clas­si­ci: Fio­ri del male di Bau­de­lai­re, Mor­te a cre­di­to di Céli­ne, Bel-ami di Mau­pas­sant. Cono­sce scrit­to­ri e intel­let­tua­li – tra cui Pra­to­li­ni, Cas­so­la e For­ti­ni – ma si tie­ne alla lar­ga dai salot­ti let­te­ra­ri. Rifiu­ta oppor­tu­ni­tà di como­do disim­pe­gno, con­vin­to del­la digni­tà del ruo­lo di mae­stro. Su un regi­stro del 1952 anno­ta sod­di­sfat­to: «È che a furia di far par­la­re que­sti mar­moc­chi, facen­do fin­ta di non inse­gna­re, sono in par­te riu­sci­to a far loro coor­di­na­re le idee». Il 1959 è l’anno de Il pas­sag­gio di Enea, in cui ordi­na i temi ricor­ren­ti – Livor­no, Geno­va, il viag­gio, la madre, la guer­ra, la Resi­sten­za – con peri­zia metri­ca e chia­rez­za di sen­ti­men­ti, mesco­lan­do lin­gua popo­la­re e lin­gua col­ta, rac­con­tan­do l’attaccamento sof­fer­to al quo­ti­dia­no e all’epica casa­lin­ga.

Con­ti­nua ad inse­gna­re. I vec­chi sco­la­ri ricor­da­no il Tre­ni­no Riva­ros­si al cen­tro di un’aula sgom­bra­ta dai ban­chi, i con­cer­ti­ni di vio­li­no, gli schiz­zi sul­la lava­gna per invo­glia­re al dise­gno, ma anche le boc­cia­tu­re sde­gno­se ai dise­gni ste­reo­ti­pa­ti o di manie­ra. Capro­ni sa di esse­re ama­to e rispet­ta­to. E ricam­bia con gar­bo e sor­ri­den­te com­pren­sio­ne. Nel 1961 scri­ve: «Son tut­ti di 8 anni. Mi sal­go­no sul­le spal­le, sul­le ginoc­chia. Fini­ran­no col sal­tar­mi anche in testa, come i pic­cio­ni di Piaz­za Gran­de. Sono mor­to di fati­ca ma mi tro­vo bene tra i pic­cio­ni! ».

Nel 1965 pub­bli­ca Con­ge­do del viag­gia­to­re ceri­mo­nio­so e poi Ter­zo libro. Pas­sa a una metri­ca spez­za­ta, escla­ma­ti­va, con una sin­tas­si ansio­sa che riflet­te la sco­per­ta dall’assurdità dell’esistenza. È di que­sti anni l’amicizia con il gio­va­ne col­le­ga Pier Pao­lo Paso­li­ni.

Nel frat­tem­po cer­ca la via per far cre­sce­re uma­na­men­te e intel­let­tual­men­te i suoi sco­la­ri, sen­za ricet­te pre­de­fi­ni­te, defi­nen­do­si un «mae­stro sen­za meto­do». Inco­rag­gia la spon­ta­nei­tà, edu­ca alla curio­si­tà e allo stu­po­re, inven­ta le lezio­ni fuo­ri pro­gram­ma, fa fare le ricer­che nel­la Biblio­te­chi­na sco­la­sti­ca, orga­niz­za con Paso­li­ni la visi­ta alla fab­bri­ca Fer­ro­be­dò. Soprat­tut­to, apre un var­co alla poe­sia, in una didat­ti­ca anco­ra basa­ta sull’apprendimento mne­mo­ni­co. La buro­cra­zia sco­la­sti­ca, da sem­pre sospet­to­sa dell’anticonformismo, lo guar­da con dif­fi­den­za. Capro­ni ricor­da: «Ero la dispe­ra­zio­ne dei diret­to­ri didat­ti­ci! ».

Dopo il pen­sio­na­men­to arri­va il gran­de suc­ces­so di pub­bli­co, con Il muro di ter­ra, del 1975. Seguo­no i volu­met­ti Erba fran­ce­se e Fran­co cac­cia­to­re, fino all’ultimo libro, il Con­te di Keve­n­hul­ler del 1986. L’ultima pro­du­zio­ne, segna­ta da un’aspra soli­tu­di­ne, accen­na ad una reli­gio­si­tà sen­za fede. Capro­ni scri­ve: «Ah, mio dio. Mio Dio. Per­ché non esi­sti?». Muo­re il 22 gen­na­io 1990, lascian­do Res amis­sa alla pub­bli­ca­zio­ne postu­ma.

Il Fon­do Capro­ni (com­po­sto di mano­scrit­ti, appun­ti, e la biblio­te­ca per­so­na­le del poe­ta), sono oggi con­ser­va­ti nel­la Biblio­te­ca Mar­co­ni.

Il c.s.a. Mar­co­ni è il pri­mo, e più anti­co, dei due cen­tri anzia­ni del quar­tie­re Mar­co­ni. Si tro­va in via dei Papa­re­schi al civi­co 28/​B. Appren­dia­mo alcu­ni fram­men­ti del­la «vita» di que­sta strut­tu­ra attra­ver­so gli atti del Par­la­men­ti­no muni­ci­pa­le, che nel­la sedu­ta del 14 gen­na­io 2016, pri­ma deli­be­ra dell’anno, pren­de atto del­le dimis­sio­ni del­la pre­si­den­te, avve­nu­te nel 2015. Il vice­pre­si­den­te ave­va assun­to allo­ra tem­po­ra­nea­men­te le fun­zio­ni e il Con­si­glio muni­ci­pa­le con­vo­cò le nuo­ve ele­zio­ni per il 28 feb­bra­io 2016. Poi­ché le ele­zio­ni sono sog­get­te a rati­fi­ca da par­te del Con­si­glio dovrem­mo a bre­ve poter­ne rife­ri­re l’esito attra­ver­so gli atti con­si­lia­ri.

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