I Molini Biondi sono un complesso produttivo dei Primi del Novecento, oggi adibito a centro residenziale e commerciale.

Nel 1905 la Società Italiana Molini e Panifici Antonio Biondi di Firenze rileva il preesistente Mulino Städlin (di modeste dimensioni, costruito nel 1885 nella Vigna Costa a ridosso del Ponte dell’Industria), per ampliare il suo mercato alla Capitale italiana, in continuo incremento demografico e con sempre crescenti esigenze alimentari. La scelta del sito privilegia la vicinanza al Tevere e alla ferrovia, vie di collegamento veloci ed efficienti per l’approvvigionamento delle materie prime (i cereali) e la distribuzione del prodotto finito (le farine in sacchi).

I lavori di elevazione e ampliamento, diretti dall’ingegner Antonio Fiory, si protraggono fino al 1907. Negli anni successivi la costruzione del nuovo tracciato ferroviario determina un esproprio di 6 ettari di terreno; la trasformazione del Ponte dell’Industria in strada carrabile (l’odierna via Antonio Pacinotti) modifica gli accessi e ridisegna i raccordi con la rete ferroviaria nazionale.

La strutture hanno l’aspetto architettonico dei caseggiati industriali nord-europei. Il corpo principale, lungo 62 m e alto 28, presenta quattro ordini sovrapposti di finestre rettangolari, con partiture di mattoni a vista. Internamente i vari piani – divisi da solai sostenuti da colonnine in ghisa – ospitano le motrici a vapore, i trasformatori per l’energia elettrica, gli impianti per la macinazione del grano e la raffinazione delle farine, e grandi silos di stoccaggio. Un edificio adibito ad uffici e la palazzina degli alloggi degli operai completano la struttura.

Lo stabilimento cessa le attività intorno alla metà del Secolo scorso. A partire dal 2000 il complesso, rilevato da privati, è stato ristrutturato, lasciando intatti i prospetti e ricavandovi all’interno appartamenti e negozi.

 

Casa Vittoria (già Società anonima Oliere, o Mendicicomio o Casa dei Vecchi) è una fabbrica dismessa, edificata nel 1895-1927, sita in Via Portuense, 220, angolo via Q. Majorana al Portuense.

Per quanto noto, la proprietà è pubblica e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970910A, Banchini R. – cat. Isgrò S.).

La Casa di riposo Casa Vittoria, Centro per malati di alzheimer, ex Area industriale di Pozzo Pantaleo (Inizio Sec. XX) è una proprietà comunale sita in Via Portuense, 220, angolo via Quirino Majorana. Sorge nell’area dell’ex Purfina (nome derivato dalla società belga Petrofina, proprietaria della Raffineria di petrolio, poi FINA Italiana), divisa in due dalla nascita della via Q. Majorana (o Olimpica), nata in occasione dei Giochi olimpici del 1960. Originariamente industria estrattiva (1916), poi trasformata in Mendicicomio dal Governatorato di Roma nel 1927, e, dal Dopoguerra, casa di cura. Parte degli edifici sono stati recentemente restaurati e adibiti dal V Dipartimento a centro diurno per malati di alzheimer.

Il Teatro Arvalia (Teatro del Municipio XI) è un teatro di epoca contemporanea. Non disponiamo di notizie storiche dettagliate su questo bene. Non disponiamo di notizie architettoniche/funzionali più dettagliate. Si trova Via Quirino Majorana, snc. È in collocazione interna; l’accesso agli spettacoli è a pagamento (si organizzano spesso rappresentazioni gratuite, pubblicizzate sul sito internet del Municipio).

 

La Colle e concimi è una fabbrica attiva nella Piana di Pietra Papa fra il 1899 e il 1912, poi confluita nella Mira dal 1917, nell’ambito della c.d. guerra commerciale dei saponi. La Società Prodotti chimici, colla e concimi si insedia su un terreno di 9 ettari nella ex Vigna Ceccarelli, dove sono già presenti alcune fornaci spontanee per la lavorazione degli scarti del Mattatoio di Testaccio. Nel 1899 l’ingegner Giulio Filippucci avvia la costruzione di cinque piccoli edifici ad uso «magazzini, forni e depositi per gli acidi», seguiti nel 1907 da altri sei caseggiati. La produzione industriale di colle e fertilizzanti agricoli ha breve durata: nel 1913 il Comune di Roma compra terreni, costruzioni e macchine, per poi rivenderli nel 1917 alla Fabbrica dei candele Mira (dal 1924 Mira Lanza). Gli edifici sono stati bombardati nel 1945.

La Colle e concimi si insedia su un terreno di risulta esteso 9 ettari sulla riva destra del Tevere, ricavato dalla Vigna Ceccarelli. Qui, fra il 1877 e il 1890 erano sati depositati i materiali di scarto provenienti dal dragaggio del Tevere in occasione dei lavori per la costruzione dei Muraglioni per la messa in sicurezza di Roma dalle piene fluviali.

Sul terreno sono già presenti alcune fornaci, sorte spontaneamente, che effettuano lavori di trasformazione dei materiali di scarto del vicino Mattatoio comunale di Testaccio.

Il 3 dicembre 1899 l’ingegner Giulio Filippucci, per conto della società, presenta al Comune di Roma un progetto per la «costruzione di magazzini, forni e depositi per gli acidi».

L’inizio dei lavori non è immediato, perché il Comune, nell’accogliere il progetto, prescrive anche il setacciamento degli accumuli di terra presenti sul terreno, per verificare la presenza di resti archeologici, che in effetti affiorano numerosi, sebbene non di speciale importanza.

Vengono edificate cinque piccole costruzioni ad un solo piano: la casina quadrata ad uso ufficio, d’angolo tra via Pierantoni e via Costanzi (oggi è la guardianìa all’ingresso dell’Autoparco della Croce Rossa), due grandi corpi rettangolari su lungotevere dei Papareschi (distrutti durante la Seconda guerra mondiale), il corpo quadrangolare con doppia fornace (bombardato anch’esso: il rudere oggi ospita l’Area coktail all’aperto del Teatro India), e infine un quinto caseggiato quadrangolare con tetto a doppia falda (ospita oggi il Locale libreria del Teatro India).

La produzione della fabbrica si basa sulla composizione di prodotti chimici diversi (in prevalenza fertilizzanti e collanti industriali), tutti aventi come materia prima gli scarti della macellazione del Mattatoio di Testaccio.

Nel 1907 vengono eseguiti dei lavori di ampliamento, che portano a raddoppiare l’originaria superficie edificata. Vengono realizzati sei nuovi edifici: una casina quadrata su via Costanzi (bombardata), il corpo di fabbrica rettangolare con tetto a doppia falda (oggi parte dell’Autoparco della Croce Rossa), il caseggiato rettangolare con torretta su via Pierantoni (anch’esso parte oggi dell’Autoparco), la palazzina a pianta mistilinea su via Pierantoni (bombardato: ne rimane in piedi solo la piccola porzione dove oggi si trova la Ditta Medici), un corpo di fabbrica rettangolare sul lungotevere (bombardato) e infine il piccolo caseggiato rettangolare con tetto a doppia falda (oggi annesso alla Libreria del Teatro India).

Gli ingrandimenti non ottengono il successo commerciale atteso, e la Colle e concimi entra in crisi. I macchinari della fabbrica si fermano alla fine del 1912. Nel 1913, non si sa bene per farne cosa, il Comune acquista l’intero complesso (terreno, edifici e macchinari).

Nel 1915 una piena del Tevere rompe gli argini e invade la Società Anglo-Romana. Forse in memoria di questo episodio il Piano Regolatore del 1931 dispone il reinterro della Piana fino a quota d’argine, e apre per il quartiere una diversa destinazione d’uso, quella residenziale.

 

Stazione Trastevere è un complesso terminal ferroviario, il quarto per traffico passeggeri a Roma con 5 milioni di transiti l’anno, dopo Termini, Tiburtina e Ostiense. L’impianto originario si articola su una coppia di stazioni ravvicinate: Porta Portese (1859) per il traffico passeggeri e merci, e San Paolo (1863) per lo smistamento. Su di esse si innesta una terza stazione, Trastevere Scalo (1894) su cui viene convogliato il traffico merci, e una quarta, l’attuale Stazione Trastevere (1911) per i viaggiatori, con il monumentale Fabbricato Viaggiatori dell’Ingegner Bo. Dismessa già dal 1894 la prima stazione, lo scalo merci nel 1950 e la stazione di smistamento nel 1990, oggi Trastevere è una stazione passante, unita operativamente con Stazione Ostiense, con cui forma un unico snodo. Si sviluppa su 6 binari e serve la Dorsale Tirrenica e tre linee regionali.

L’idea di una grande stazione ferroviaria a Porta Portese, una sorta di ingresso ovest per la città, è contenuta nel documento-manifesto di Pio IX in favore delle ferrovie, la «Notificazione per la costruzione di tre grandi linee» del 1846. La realizzazione richiede 13 anni, e l’inaugurazione della Stazione Porta Portese avviene il 16 aprile 1859.

La stazione funziona come capolinea merci e passeggeri della tratta costiera nord per Civitavecchia della Linea Pio Centrale. Si trova sull’attuale viale Trastevere, circa 500 m più a nord rispetto alla stazione attuale.

Poco dopo la realizzazione della Stazione Porta Portese si mettono in cantiere un attraversamento sul Tevere, con l’avveniristico Ponte dell’Industria, e la costruzione di una tratta in diramazione, che costituisce l’odierno Anello ferroviario intorno a Roma.

Nel 1863, nel punto di bivio con la diramazione (dove oggi ci sono i giardini di piazza Ampère), viene realizzata una seconda stazione, con il compito di presiedere alle delicate operazioni manuali di scambio dei binari, l’inversione dei treni e la preparazione dei locomotori. La nuova Stazione San Paolo si trova in realtà ad una certa distanza dalla Basilica da cui prende il nome: ma la Piana di Pietra Papa è allora libera da costruzioni, e la sagoma della basilica si staglia solitaria in un orizzonte piatto.

La scelta di una doppia stazione con funzioni distinte è senz’altro ben calibrata per collegare la piccola Capitale pontificia con il mare. Ma quando Roma diventa la Capitale d’Italia – e con l’inurbamento diventa anche una famelica divoratrice di derrate alimentari (che arrivano via mare) –, l’impianto di Porta Portese improvvisamente non basta più.

Si mette in cantiere una terza stazione, molto più capiente della prima, destinata ad accogliere il sempre crescente traffico merci. La scelta dell’area cade su un terreno alle spalle del popolare quartiere di Trastevere, che oggi corrisponde a piazza Ippolito Nievo. Qui nel 1894 viene inaugurata la stazione Trastevere Scalo, raccordata alla tratta esistente con una diramazione di 1 km.

Sullo Scalo viene via via accorpato anche il traffico viaggiatori, ancora davvero esiguo, tanto che la Stazione Porta Portese viene abbandonata. Il caseggiato ospita oggi l’Istituto sperimentale FS. fino a qualche anno fa, a ricordare a tutti l’antica funzione, una locomotiva da museo color nero lucente faceva bella mostra di sé davanti agli ingressi.

Ma nel 1894 lo snodo di Trastevere (che si regge sulla coppia di stazioni Trastevere Scalo e San Paolo) non funziona ancora bene. Si mette così in cantiere una quarta stazione, intermedia tra le tre, per il traffico viaggiatori. E questa volta è la volta buona.

La nuova stazione sorge presso l’attuale piazzale Flavio Biondo al km 8,200 e viene inaugurata l’11 maggio 1911, con il nome di Stazione Trastevere. È dotata di un monumentale Fabbricato Viaggiatori, progettato dall’Ingegner Paolo Bo.

A cavallo tra le due guerre operano nello snodo di Trastevere ben tre stazioni dalle funzioni ben organizzate e distinte: la stazioncina di servizio San Paolo smista il traffico, Trastevere accoglie e saluta i viaggiatori, lo Scalo rifornisce di derrate la Capitale. Sono gli anni di massimo splendore dello snodo di Trastevere. Nel Dopoguerra però qualcosa cambia: il traffico merci su rotaia cala vistosamente, a vantaggio del trasporto su gomma.

Gli allora dirigenti FS, siamo nel 1950, decidono la dismissione dello Scalo, considerato ormai un gigante inutile, e dirottano il residuo traffico merci su Stazione Trastevere, dove c’è in verità spazio sia per i viaggiatori che per le merci.

Quarant’anni dopo la dismissione dello scalo merci si decide la dismissione anche della Stazione San Paolo, la stazioncina fantasma (che i Romani non conoscono, perché aperta solo agli addetti ai lavori) che per 128 anni ha operosamente regolato gli scambi dello snodo di Trastevere.

L’occasione è offerta dai Mondiali di calcio di Italia 90. Grazie a ingenti finanziamenti vengono separate le percorrenze della Dorsale Tirrenica (che viaggia ora sul nuovo Passante di Maccarese) dalle linee regionali (che continuano sul tracciato di Pio IX), e vengono accentrate, nella vicina Stazione Ostiense, le funzioni di smistamento delle linee.

Il 25 maggio 1990 la Stazione San Paolo, avendo perduto la sua funzione, viene chiusa. Di essa oggi non rimane praticamente nulla e al suo posto si trovano i giardini di piazza Ampère.

Lo snodo di Trastevere diventa così una ordinaria stazione passante (i treni in transito possono attraversarla senza dover fermare in stazione). Nello stesso anno avviene la fusione operativa della Stazione Trastevere con la Stazione Ostiense. Pur mantenendo per i viaggiatori due denominazioni distinte (Trastevere e Ostiense) le due stazioni costituiscono un unico snodo, a cavallo delle due sponde del fiume, fornito di moderne interconnessioni.

Roma Trastevere è oggi gestita da Centostazioni, società del Gruppo Ferrovie dello Stato. Si presenta come una stazione di superficie a 6 binari, con una robusta dotazione di servizi: biglietteria a sportello, biglietteria automatica, sala d’attesa, deposito bagagli, servizi di ristoro, stazionamento Polfer. È dotata di sottopassi accessibili ai portatori di handicap. Nel 2011, per i cento anni della stazione, viene avviato un ulteriore intervento di potenziamento e restauro.

La stazione serve oggi la Dorsale Tirrenica Roma-Pisa-Livorno e tre linee di ferrovie regionali: la FR1 Fiumicino-Orte, la FR3 Roma-Viterbo (di cui costituisce il capolinea) e la FR5 Roma-Civitavecchia. Vi transitano una moltitudine di linee speciali, tra le quali il Leonardo Express per l’Aeroporto, la linea diretta per gli imbarchi per la Sardegna da Civitavecchia, e una linea speciale per il trasporto dei rifiuti in discarica.

Sull’antistante piazzale Flavio Biondo è presente, oltre alla stazione dei taxi, una fitta rete di interscambi con autobus e tram. Al momento in cui scriviamo (estate 2012) vi sono 9 capolinea di autobus e tram: 3, 228, 766, 786 (diurni); 773, 774, 871 (diurni feriali); N14 e N16 (notturni). Fuori dalla piazza si trovano i due fermatoni su Circonvallazione Gianicolense e verso Porta Portese, dove passano altre linee tram e bus: H, 8, 170, 719, 780, 781 (diurni); C6 (diurno sabato e festivi); N8 (notturno).

 

Nel 1917 l’intera area industriale ex Colle e concimi viene rilevata dalla Fabbrica di candele di Mira.

La Mira è la più antica fabbrica italiana di candele. Viene fondata nel 1831 dal Visconte De Blangj nel borgo veneziano di Mira. La Mira produce le innovative candele steariche, inventate nel 1818. Rispetto alle candele tradizionali in cera d’api o in paraffina (derivato del petrolio), le candele steariche hanno in più l’aggiunta di un componente grasso di origine animale o vegetale, la stearina, che le rende particolarmente adatte ad un uso da interni: non genera fumi durante la combustione, e previene i rischi di incendio in quanto, richiedendo una temperatura di fusione più elevata, fa sì che le sole parti a cera liquida siano quelle in prossimità dello stoppino acceso, mentre il resto della candela rimane solido. I marchi della fabbrica veneziana – Oceano, Zenith, Excelsior, Palm Tree e Victoria – sono all’epoca conosciutissimi ed esportati in tutto il mondo.

Nel 1880 la fabbrica occupa ben 120 persone e ha esteso la sua attività anche a due settori immediatamente contigui: la produzione di acido solforico e la produzione di saponi industriali in barre, da bucato a mano e i saponi fini per l’igiene personale. Anch’essi, come la stearina, sono ricavati dagli scarti della macellazione animale.

Le motivazioni che portano la Mira ad acquistare il lontano stabilimento romano sono molto complesse, e vanno ricercate nella c.d. guerra dei saponi, una guerra commerciale che oppone la Mira alla sue dirette rivali, la Lanza di Torino e le Stearinerie Italiane di Genova.

La Lanza ha una storia esattamente parallela a quella della Mira. E come tutte le storie parallele sono destinate prima o poi ad incontrarsi. La Lanza nasce nel 1832 nel borgo torinese delle Molinette, ad opera dei fratelli Giovanni e Vittorio Lanza, con il nome di Premiata Real Manifattura Fratelli Lanza. La società cresce rapidamente, fino a divenire, nel 1849, una delle industrie prioritarie del Piemonte. Come la Mira, la società torinese produce anch’essa non le candele tradizionali ma le innovative candele addittivate alla stearina. Non produce inizialmente i saponi, che vengono prodotti a Torino dall’Oleificio Lombardo-Piemontese T. Ovazza.

Nel 1873 intanto è entrato in scena un terzo produttore di candele alla stearina, la Fabbrica di candele steariche, sapone e acido solforico L. Bottaro & C., con sede nel borgo genovese di Rivarolo. La società, fondata da Luigi Bottaro, Pasquale Pastorino ed Erasmo Piaggio. Piaggio è un armatore navale, industriale dello zucchero, banchiere e senatore del Regno, che da semplice socio finanziatore assume via via ruoli sempre crescenti: diviene presidente della società nel 1889, e dal 1904 ne assume la direzione come amministratore delegato, rifondando la società con il nome di Stearinerie Italiane. Piaggio è anche proprietario di un’altra società genovese, le Saponerie Riunite di Cornigliano (altro sobborgo genovese), specializzate nei saponi di Marsiglia, saponi gialli resinati, e i saponi secchi.

Ad inizio Novecento le tre fabbriche rivali di Venezia, Torino e Genova sono impegnate in una guerra commerciale furibonda, cercando di occupare nuovi mercati, e di sottrarne alle concorrenti.

Il primo atto di guerra sembra possa attribuirsi proprio alla Mira, che nel 1905 si costituisce in società anonima e si quota in borsa a Milano, accompagnando il cambio di ragione sociale con un programma commerciale bellicoso verso le società concorrenti.

La contromossa della Lanza non si fa attendere, e nel giro di due anni vengono compiute tre importanti operazioni societarie. Nel 1905 la Fratelli Lanza (candele) si fonde con l’Oleificio Lombardo-Piemontese (saponi), uniformando così la sua gamma di prodotti con quella della Mira: la nuova società si chiama Stearinerie e Oleifici Lanza, e assume anch’essa la forma della società anonima. Due anni dopo, nel 1907, questa nuova società si fonde a sua volta con la rivale genovese Stearinerie Italiane e prende il nome di Unione Stearinerie Lanza. L’ultima operazione, sempre del 1907, è l’alleanza commerciale con le Saponerie Riunite di Cornigliano. In pratica la Lanza compie una vera e propria manovra di accerchiamento verso la Mira, fondendosi o allendosi con tutte le società rivali della casa veneziana.

Sul mercato la Mira resta sempre la più forte, ma l’unione delle piccole e agguerrite rivali è destinata a rimescolare le carte in tavola. Succede poi che per la Mira le cose si mettono davvero male quando scoppia la Prima Guerra mondiale, nel 1915, con la linea del fronte appena dietro l’angolo. La manodopera maschile viene interamente richiamata al fronte, le materie prime si fanno introvabili e cala a picco la richiesta locale di saponi, perché le priorità sono ben altre.

La Mira, in seria difficoltà, reagisce elaborando un piano commerciale coraggioso, di quelli che o la va o la spacca, che tante volte ritroviamo della storia gloriosa dell’imprenditoria italiana. La parola chiave di questo piano è delocalizzare: spostarsi dal teatro di guerra e riposizionarsi su un’altra area del Paese più tranquilla, dalla quale riprendere la produzione con rinnovato vigore. Alla fine l’area viene scelta, ed è Roma, la Capitale: al sicuro dagli eventi bellici, con sufficiente manodopera a spasso da impiegare in fabbrica, con un mercato locale tutto da scoprire.

Presa la decisione della città, rimane solamente la scelta del terreno su cui insediarsi. E il terreno della Colle e concimi pare magicamente disposto per le esigenze della Mira: gli scarti del Mattatoio sono appena sull’altra sponda del fiume; i 9 ettari di terreno sono in gran parte liberi da costruzioni; sul resto del terreno c’è un impianto chimico piccolo ma nuovo di zecca, pronto dal 1907; la ferrovia Roma-Pisa e il porto fluviale sono dietro l’angolo. La compravendita col proprietario, il Comune di Roma, viene concordata facilmente. E per la fabbrica romana Colle e concimi comincia una seconda vita.

Con il termine Stabilimenti Mira, o Lotti del 18, si intendono le costruzioni realizzate tra il 1918 e il 1921 nel complesso industriale Mira Lanza. Nel 1917 la società Mira rileva i fabbricati Colle e concimi e i terreni circostanti, con lo scopo di impiantarvi un moderno saponificio. Il progettista Costantino Moretti realizza tre nuovi lotti di costruzioni: a nord-ovest l’Ala Servizi e Stoccaggio (oggi sede della Croce Rossa Italiana; la parte delle Case operaie versa invece in abbandono), ad ovest l’Ala Uffici (oggi Scuola Pascoli), e a sud l’Impianto produttivo. L’impianto produttivo, dalle forme monumentali, sviluppa le tipicità estetiche delle facciate italiane sulle linee essenziali dei fabbricati nordeuropei. Si compone di: Magazzini, Saponificio e Caldaie. I Magazzini sono oggi sede del Teatro India; Saponificio e Caldaie versano in abbandono. I Lotti del 24 sono grandi stock in cemento armato e capannoni in muratura, realizzati alla Mira Lanza tra il 1924 e lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Le opere edilizie si concentrano nell’Area Servizi, dove, nei terreni liberi verso Ponte di ferro, vengono realizzate ingenti volumetrie in cemento armato adibite a deposito di prodotti finiti. L’edificio dell’Autoparco viene dotato di nuovi capannoni in muratura. Gli uffici – dopo la cessione al Comune di Roma del Villino direzionale e del Fabbricato amministrativo – si spostano su via Pierantoni. Questa fase edilizia non interessa l’Impianto produttivo (Saponificio, Magazzini, Caldaia) realizzato appena sei anni prima, al quale si aggiungono unicamente dei corpi tecnici: l’Ammasso dei combustibili, il Serbatoio idrico, l’Essiccatoio e il Deposito della glicerina. Il termine Lotti del 1947 identifica i modesti interventi di ricostruzione avvenuti alla fabbrica Mira Lanza dopo i bombardamenti del 1945. Le bombe investono fortunatamente solo corpi di fabbrica già vetusti e risparmiano la linea di produzione (Caldaie, Saponificio, Magazzini). Tuttavia gli interventi successivi si limitano alla rimozione delle macerie e alla riedificazione di una palazzina ad uso uffici: la direzione ritiene obsoleta la linea produttiva romana e stima troppo costosi gli interventi di ammodernamento (passando dalla lavorazione dello scarto animale al prodotto chimico). La produzione cessa nel 1952 e la fabbrica chiude nel 1955. Rimangono aperti fino agli Anni Settanta alcuni magazzini, gli uffici dei rappresentanti di vendita e quelli per la consegna dei celebri premi della Raccolta punti.

Nel 1917 la società veneziana Fabbrica di candele Mira rileva in blocco dal Comune di Roma i terreni, i caseggiati, le strutture produttive e i macchinari appartenuti alla Società Colle e concimi, in attività fino al 1912.

I motivi di questa acquisizione vanno cercati nella c.d. guerra dei saponi, una spietata guerra commerciale in corso fra la società Mira e la sua rivale Lanza, per il controllo dei mercati dei saponi da bucato, di cui abbiamo già parlato nel testo sulla Colle e Concimi. La Mira acquisisce dunque lo stabilimento romano non con lo scopo di farne una succursale, ma di intraprendere nella Capitale un vasto piano di sviluppo, che avrebbe rotto l’accerchiamento commerciale operato dalla rivale Lanza e aperto un mercato sal respiro nazionale.

La riconversione della Colle e concimi in un moderno saponificio è tutt’altro che facile e richiede un importante intervento edilizio, alla fine del quale le superfici risulteranno triplicate, e i volumi addirittura decuplicati. Di questa operazione si occupa nel 1918 l’ingegner Costantino Moretti, che è sì un ingegnere, ma soprattutto un alto funzionario della Mira. Il suo progetto unisce dunque una rigorosa impostazione funzionale basata sulla conoscenza delle esigenze produttive con un gusto estetico dal peso tutt’altro che marginale. Moretti prende ispirazione, per le linee e i materiali, dai caseggiati industriali del Nord Europa; per i canoni estetico-formali dal repertorio classico dell’architettura italiana.

La struttura progettata da Moretti non interviene sugli esistenti edifici della Colle e Concimi (considerati di dimensioni troppo piccole per essere riconvertiti, che quindi vengono lasciati lì dove sono), ma costruisce i nuovi Stabilimenti Mira tutt’intorno, nelle ampie porzioni libere di terreno.

I piccoli ma dignitosi uffici della Colle e concimi vengono ristrutturati, con l’aggiunta di un piccolo caseggiato a livello con tetto a doppia falda su via Pierantoni. Essi mantengono la loro funzione amministrativa, e operano in appoggio alla nuova Ala Uffici, che sorge immediatamente ad ovest di quella esistente, sul lato opposto della via Pierantoni, d’angolo con via Costanzi. In questo testo non ci occupiamo dell’Ala Uffici, perché ne parleremo diffusamente nel testo sulla Scuola Pascoli, cui nel 1924 l’Ala Uffici viene ceduta, appena sei anni dopo la realizzazione.

Anche le piccole fornaci della Colle e concimi non perdono la loro funzione, ma supportano il nuovo Impianto produttivo, che sorge accanto all’esistente, a sud, delimitato dall’odierno passaggio pedonale di via Einstein e dal lungotevere dei Papareschi. L’Impianto produttivo si sviluppa su tre lotti edilizi in sequenza: i Magazzini per le materie prime (sul lungotevere), il Saponificio vero e proprio (in posizione arretrata) e le Caldaie per la forza motrice (nell’interno, vicino vicolo di Pietra Papa). Le materie prime (gli scarti del Mattatoio) sono raccolte nei corpi fronte-fiume dei Magazzini; la produzione vera e propria si svolge nei corpi centrali del Saponificio; e i corpi interni delle Caldaie danno la forza motrice e le elevate temperature richieste dal Saponificio.

I Magazzini sul lungotevere dei Papareschi sono una serie continua di capannoni in muratura, uniti fra loro per il lato lungo. I lati corti offrono prospetti dalla garbata serialità. Qui giungono gli scarti del mattatoio, attraverso binari interni allacciati alla ferrovia e al sottostante porto fluviale. In questo capitolo, riguardo i Magazzini, ci limitiamo a questo rapido accenno, in quanto essi, dopo la dismissione della fabbrica sono stati venduti al Comune di Roma (1999) e ne parleremo diffusamente nel testo sul Teatro India, che vi si è successivamente insediato.

I corpi centrali, in posizione arretrata rispetto al fiume, costituiscono il saponificio vero e proprio. I corpi centrali sono a loro volta divisi in due settori, separati da un vialetto. Il primo settore è costituito dal fabbricato per l’estrazione a benzina dei grassi dagli scarti animali, la ciminiera principale (per la dispersione dei fumi neri) e un corpo secondario collegato. Il secondo settore è costituito dal fabbricato per la produzione dei saponi, con corpi funzionali annessi. I corpi centrali costituiscono il cuore della fabbrica. Essi versano oggi in condizione di doloroso abbandono. Hanno in gran parte perduto i tetti a capriate lignee, a causa di incendi, e risultano dimora di persone in stato di disagio. Sopravvivono in condizioni funzionali alcuni corpi più bassi.

Il corpo della Caldaia, quello più interno rispetto al fiume, a ridosso di via Einstein, è costituito dal fabbricato per la produzione di vapore e da una seconda ciminiera, dalla quale erano emessi i fumi bianchi. Il prodotto finito esce dall’Impianto produttivo e viene inviato verso i depositi, separati dall’impianto produttivo.

L’Ala Servizi e Stoccaggio sorge a nord-ovest del nucleo originario della Colle e concimi. L’efficiente Commerciale Mira Lanza cura la distribuzione dei prodotti, attraverso una rete di rappresentanti che vende all’ingrosso oppure raggiunge direttamente gli esercenti. Dopo la dismissione questa ala viene ceduta alla Croce Rossa Italiana: ci occuperemo diffusamente di questa struttura nel testo sulla Croce Rossa. Dall’acquisizione della Croce Rossa rimane fuori un lotto di villini a schiera per gli operai (oggi in abbandono), di cui ci occuperemo in un altro testo, quello sulle Case operaie.

Corre l’anno 1921: il nuovo stabilimento romano entra in funzione. L’accerchiamento commerciale dell’Unione Stearinerie Lanza è rotto, la prima fase della “guerra dei saponi” è finita e la Fabbrica di candele di Mira riprende bellicosa la campagna per la supremazia commerciale.

Da una parte c’è il blocco Venezia-Roma – piccolo ma compatto – della Società Mira; dall’altra l’Unione dei piccoli stabilimenti alleati con a capofila la Società Lanza. Le forze produttive dei due schieramenti commerciali alla fine si equivalgono, le tecnologie sono equivalenti, le materie prime le stesse, identiche persino le strategie commerciali: le due aziende puntano al ribasso dei prezzi pur di estendere il mercato, l’una a scapito dell’altra. C’è persino chi dice, tra gli studiosi di storia industriale, che la qualità dei due prodotti, alla fine sia stata equivalente. Paradossalmente a beneficiarne è l’Italia intera. I saponi, i cui prezzi sono calmierati dalla feroce concorrenza, hanno la loro prima diffusione di massa. I guadagni per singolo sapone venduto sono bassi sia per la Mira che per la Lanza, ma il fatturato è in continua crescita: gli Italiani scoprono l’abitudine piacevole di lavarsi.

Si comincia a discutere così nel 1921, tra i dirigenti delle due società, di concludere la guerra con un accordo onorevole, per permettere finalmente ai prezzi dei saponi di salire, e trarre il massimo profitto dal mercato.

Un’alleanza tra le due società porterebbe senza dubbio forti economie di gestione, eliminando le strutture doppie. Ma tra tutte, la motivazione che più di altre porta le due rivali storiche a deporre le armi e a produrre insieme è l’affacciarsi sul mercato italiano di nuove concorrenti, anch’esse agguerrite. Esse hanno nomi celebri, e sono sul mercato ancora oggi. Dal 1823 opera la fabbrica tedesca Benckiser, considerata la più antica fabbrica di saponi chimici al mondo. Dal 1837 negli Stati Uniti la Procter & Gamble sforna candele e i celebri saponi. La tedesca Henkel (1876) propone i prodotti chimici di detergenza Universalwaschmittel; l’inglese Lever (1884) i suoi saponi Sunlight. Dalla Francia cominciano ad arrivare in Italia i saponi in pagliette da bucato Mir, i saponi di Marsiglia in cubo Le Chat, la candeggina Lacroix, il lavapavimenti Saint Marc, le candele da interni Fournier-Ferrier, e molti altri prodotti. I prezzi dei prodotti di importazione sono ancora elevati, ma la loro varietà fa sì che essi acquistino una certa appetibilità nella borghesia italiana con un discreto potere di acquisto. Il fascino discreto di lavarsi con un sapone dal profumo francese comincia a sottrarre terreno agli economici saponi nostrani. E alla fine, l’accordo tra le due rivali Mira e Lanza si trova, per necessità.

Dopo tre anni di ammiccamenti, il 9 maggio 1924 si siedono allo stesso tavolo i rappresentanti delle due società, affiancati dai rappresentati della Banca Commerciale Italiana, intenzionata a sostenere la nascita del nuovo colosso italiano dei saponi da bucato.

Per la società anonima Fabbrica di candele di Mira c’è l’ingegner Moretti, l’ingegnere che costruì la fabbrica romana, mentre per la società anonima Unione Stearinerie Lanza e le società alleate ci sono rispettivamente il cavalier Lanza e Giuseppe Piaggio (figlio di Erasmo, cofondatore della Lanza e proprietario delle Saponerie Riunite).

Arriva l’intesa. La firma dell’accordo pone fine alla guerra dei saponi e dà vita ad una nuova società anonima, la Mira Lanza, che crea un’unica società tra Mira e Lanza, e mantiene le alleanze commerciali messe in piedi dalla Lanza. La nuova società ha sede a Genova Cornigliano. La presidenza viene affidata a Moretti (Mira), la vicepresidenza a Piaggio (Lanza).

La fusione tra la Fabrica di candele Mira e la sua rivale storica, l’Unione Stearinerie Lanza (1924), comporta immancabilmente, per lo stabilimento romano, una fase di riordino della produzione.

Non si tratta quindi di una fase edilizia pianificata (come le due precedenti del 1899-1907 e 1918), ma di una serie ben congegnata di ristrutturazioni dell’esistente e di impieghi delle superfici libere per realizzare ampi edifici di stoccaggio per il prodotto finito, in continuo aumento, in attesa che esso venga inviato ai centri di vendita su tutto il territorio nazionale e le Colonie.

Gli interventi sono di due tipi: in muratura (capannoni) e in cemento armato (stock). I capannoni vengono realizzati soprattutto nell’Edificio dell’Autoparco, spesso addossati a strutture esistenti andandone ad occupare gli spazi lasciati liberi. Sui terreni inedificati verso Ponte di ferro (nell’area oggi chiamata delle Caserme) invece vengono realizzate ingenti volumetrie di stoccaggio in cemento armato, con sei caseggiati bassi adibiti a funzioni varie e altri quattro caseggiati con funzioni di servizio.

Anche l’area uffici viene interessata dalla fusione delle due società. Poiché il cuore amministrativo è ormai trasferito nella sede di Genova Carnigliano, l’Area Uffici romana del 1918 (Villino e Fabbricato amministrativo) risulta un doppione, e viene ceduta senza troppi rimpianti al Comune di Roma. Gli impiegati, che diminuiscono di numero, si riversano nei più modesti ufficetti di via Pierantoni, dove peraltro vengono realizzati nuovi corpi di fabbrica nei terreni liberi sulla destra e la sinistra della via. Vengono realizzati anche dei capannoni in muratura nell’area oggi occupata dalla Croce Rossa. Vengono infine realizzati quattro piccoli caseggiati poco distanti, con funzioni eterogenee. In questa fase edilizia del 1924 manca la ricerca estetica della precedente fase del 1917, ma la funzionalità è garantita, ed era quella che i progettisti cercavano.

Nel complesso la ristrutturazione si svolge in maniera indolore, celere e senza grandi spese, perché non interessa direttamente l’Impianto produttivo, ma si concentra sulla logistica intorno all’Impianto produttivo, senza toccare modificare il sistema di produzione, che non si interrompe.

L’impianto produttivo non subisce dunque interventi di rilievo. Vi sono delle piccole ristrutturazioni nella parte più vecchia (la Colle e Concimi del 1899, in talune parti ormai obsoleta), l’aggiunta di uno spogliatoio per gli operai (1924) e più tardi di un piccolo Impianto per la concentrazione della Glicerina (1934). Nella nuova ala produttiva non vengono modificati né il Saponificio né i Magazzini, ritenuti dei gioielli, mentre il lotto della Caldaia viene potenziato e reso più funzionale dall’aggiunta di un nuovo corpo per l’Ammasso dei combustibili e uno con la funzione di Serbatoio idrico. Viene infine realizzato, a fianco della Caldaia, il nuovo fabbricato dell’Essiccatoio (1924).

Le Case operaie (Lotto superstite di case a schiera per gli operai della Mira Lanza) sono un villino a schiera, di epoca risorgimentale-unitaria. Fa parte del Complesso storico della Mira Lanza. Non disponiamo di notizie storiche dettagliate su questo bene. Non disponiamo di notizie architettoniche/funzionali più dettagliate. Si trova in via dei Papareschi, 18-20. È visibile da strada ma è chiuso al pubblico.

Ancora più internamente, in un’area verde, si trovano le Case operaie. Si tratta di una coppia di villini a schiera, a due piani, destinati ad alloggiare le maestranze. Ne rimane in piedi oggi soltanto una, ai civici 18-20 di via dei Papareschi, peraltro in precario stato di conservazione, e oggetto di ripetuti incendi che ne hanno compromesso il tetto in capriate lignee.

Su via Pacinotti si trova una palazzina monumentale, chiamata la Portineria perché costituisce la porta d’accesso all’intero stabilimento produttivo. Essa ospita in origine anche i locali servizi per gli operai (refettorio e nursery). Oggi è sede direzionale della Croce Rossa Italiana. Alle spalle della Portineria si trova l’Autorimessa. Si tratta di un grande corpo edilizio funzionale, nel quale trova posto la Stazione degli autocarri e il Magazzino dei prodotti finiti, pronti per la spedizione e vendita. Anche questo immobile fa oggi parte della Croce Rossa Italiana.

Dopo la dismissione dell’attività produttiva, il capannone destinato a contenere il parco veicoli aziendale viene trasformato in autorimessa per i mezzi della Croce Rossa Italiana. L’Autoparco della Croce Rossa è una fabbrica dismessa, edificata nel 1924. Si trova in via Pacinotti, 18, nella zona di Marconi. Per quanto noto, la proprietà è di ente; è funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970905A, Banchini R. – cat. Isgrò S.).

Lasciata alle spalle la guerra dei saponi, i prezzi al dettaglio cominciano a salire. In assenza di conflitti sindacali, nel 1925 la Mira Lanza produce 320 mila quintali di saponi da bucato e candele l’anno. Il 7% della produzione è destinato all’esportazione: colonie italiane, Tunisia, Egitto, Marocco.

Nel 1926 la Mira Lanza si quota alla Borsa di Milano con il nome di Società anonima Mira Lanza Saponi & candele, e ottiene dal Mercato capitali freschi da reinvestire nella società. Altri capitali sono immessi dalla Banca Commerciale Italiana, che detiene ben presto quote di capitale sufficienti per nominare suoi uomini nel consiglio di amministrazione fin dal 1927.

Alla fine del decennio la Mira Lanza impiega 158 impiegati amministrativi e 1200 operai, su quattro stabilimenti: Mira (Venezia), Torino, Genova-Rivarolo e Roma. Può contare inoltre su una rete di produttori alleati, i cui centri principali sono a Genova-Carnigliano e Napoli, su una rete di depositi su tutto il territorio nazionale (i principali a Seriate, Bologna e Cagliari), e una rete capillare di vendita. La Mira Lanza dispone insomma di una combinazione magica di circostanze: capitali per investire, prezzi che salgono, mercato che risponde e acquista, concorrenza inesistente, dirigenti sicuri e intenzionati a cavalcare l’onda.

Nel nuovo decennio alcuni lutti funestano l’azienda: nel 1930 muore Giuseppe Piaggio; gli subentra il padre Erasmo, che muore a sua volta nel 1932; in quell’anno diviene amministratore delegato l’altro fratello, l’ingegner Rocco Piaggio. L’accortezza manageriale contraddistingue tutti e tre i componenti della famiglia, che operano in sostanziale continuità.

Nel 1934 la Mira Lanza produce tre tipi di detergenti domestici (il Mira Lanza III sapone da bucato, Mila sapone in scaglie per indumenti fini e Vekso pasta per lavare e sgrassare per le stoviglie), un detergente per uso professionale (Vek tubetti per meccanici e tintori) e le tradizionali candele (Oceano, Mira, Corona, Roma, Eridano e Oropa).

La concorrenza internazionale si rafforza ma non è in grado di impensierire la Mira Lanza: ci sono i saponi Lux della Lever Italiana, quelli della Società Italiana Persil di Como e il Palmolive d’importazione, ma le quote di mercato sono limitate. Anzi, per paradosso proprio con la Palmolive si crea una curiosa alleanza: per vincere le resistenza del Regime fascista, il sapone Palmolive si traveste da prodotto italiano e viene prodotto in Italia, negli stabilimenti Mira Lanza, con buon guadagno per la Mira Lanza, che produce insieme i suoi prodotti e insieme quelli della concorrenza, guadagnando sia sugli uni che sugli altri.

Dal 1935 avvengono alcuni assestamenti. Le sanzioni contro l’Italia rendono problematici gli approvvigionamenti dall’estero: la Mira Lanza li risolve rendendo la sua produzione interamente autarchica; una nuova legge vieta alle banche di partecipare direttamente ai capitali delle aziende quotate in borsa: la quota di capitale della Banca Commerciale viene trasferita a una società d’investimento industriale, la Sofindit; infine nel 1939 la principale delle società alleate, la Saponerie Riunite di Genova-Cornigliano, viene incorporata dalla Mira Lanza. Siamo al massimo della capacità produttiva. Ma sinistri scenari di guerra si preparano ormai all’orizzonte.

Nel 1939 avvengono nell’impianto produttivo romano alcune piccole modifiche edilizie: Il fabbricato del Saponificio viene unito con quello dei Magazzini con l’aggiunta di alcuni corpi di raccordo; il Serbatoio viene allargato con la costruzione di un nuovo edificio; infine l’Essiccatoio del 1924 viene elevato con l’edificazione di un silos in cemento armato e di un corpo di fabbrica adiacente.

Per la Mira Lanza lo scoppio della guerra (1940) segna il disastro, la fine della combinazione magica di circostanze che ne avevano decretato il successo. Le cose cambiano fin da subito. La manodopera viene chiamata alle armi, e inevitabilmente la produzione cala. Il Regime impone poi di ridurre progressivamente la percentuale di grassi animali nei saponi, senza che la popolazione lo sappia: i saponi Mira Lanza prodotti nel periodo bellico non lavano, e le massaie italiane se ne accorgono facilmente.

Succede poi che il Regime impone il razionamento sia sui saponi che sulle candele. E inevitabili alla Mira Lanza arrivano i licenziamenti: due stabilimenti su cinque – Torino e Genova Cornigliano – chiudono; lo stabilimento alleato di Napoli chiude a sua volta.

Ma la guerra porta con sé anche innovazioni tecnologiche. Già nel 1940 gli stabilimenti di Mira e Genova Rivarolo vengono meccanizzati per produrre con meno operai: prima il taglio dei saponi a pezzi avveniva a mano, e sempre a mano veniva incartato e riposto in cassette; adesso le modellatrici a doppio stampo fanno tutto da sé, dal taglio alla cassetta.

Nel 1941 La Mira Lanza crea, in un laboratorio segretissimo, la polvere da bucato Miral, considerata il primo detersivo sintetico italiano, quasi un simbolo della corsa del regime fascista verso la modernità. In quegli anni la guerra tra regimi totalitari e liberali si combatte anche sul fronte della scienza: in Germania erano stati inventati i tensioattivi, componenti chimici che in presenza di acqua separano le molecole di oli grassi (lo sporco) dai tessuti, mentre negli Stati si sperimentavano i solfati alcalini, per arrivare allo stesso risultato. Pare che entrambe le soluzioni abbiano incontrato il limite di non funzionare bene con acque dure (ricche di calcio): in questi casi o lo smacchiamento era blando, oppure portava via anche il colore. I ricercatori Mira Lanza si inseriscono in questo scenario, cercando di inventare il detersivo perfetto, che toglie le macchie e rispetta i colori.

Nel 1942 lo stabilimento di Genova, dove ha sede la direzione, viene bombardato: con prontezza di reazione la direzione si sposta a Mira, perché una rete capillare di distribuzione necessita di un cuore pensante in perfetta efficienza. A farne le spese è il più lontano degli stabilimenti, quello di Roma: le linee telefoniche interurbane sono state riservate dal regime alle industrie prioritarie per lo sforzo bellico, e la Mira Lanza non ne ha diritto: gli ordini di produzione viaggiano non più per telefono ma per posta, con tempi molto diluiti. Anche il coordinamento con i centri di vendita sul territorio si fa difficoltoso, e nella rete di distribuzione si aprono delle smagliature, nelle quali si inseriscono i nuovi concorrenti italiani: i saponi Panigal di Bologna e quelli Scala di Roma, che in Emilia e nel Lazio conquistano larghe fette di mercato.

Mancano pochi mesi ormai alla fine della guerra, e la Mira Lanza fa un piccolo miracolo, di quelli che non cambiano la sostanza delle cose ma sicuramente tengono su il morale collettivo: mette in commercio Calinda sapone per pavimenti, un prodotto rivoluzionario derivato dal Miral, interamente sintetico. Adesso nelle case italiane è di nuovo possibile lavare i pavimenti: nessuno ha i soldi per comprarlo, ma la sola idea di superfici lucenti in cui casalinghe felici possono tornare a specchiarsi è un segnale evidente che l’orribile guerra è quasi alle spalle. Finché la guerra finisce per davvero. Non sarà facile ricominciare.

Ci sono due problemi immediati che la dirigenza societaria deve affrontare. La fine del regime fascista coincide con la fine del monopolio e l’apertura dei mercati ai nuovi concorrenti internazionali agguerritissimi: occorrerà approntare nuove e sagge politiche commerciali. E ci sono poi da riconvertire le tecnologie: il tempo dei saponi fatti coi grassi animali è finito, i saponi adesso sono tutta una questione di chimica, come ha dimostrato Calinda sapone per pavimenti. Nello stabilimento romano si prepara così una nuova (la terza) fase edilizia, quella del 1947.

 

La Mira Lanza esce dalla Seconda guerra mondiale con la capacità produttiva esattamente dimezzata.

Gli stabilimenti principali (Venezia e Genova Rivarolo) sono intatti e pronti a riprendere la produzione, e lo stabilimento di Roma è stato colpito solo marginalmente: sono stati tirati giù solo i fabbricati ex Colle e concimi del 1907, peraltro già all’epoca vetusti e sotto utilizzati, mentre il gioiello dell’impianto produttivo del 1924 non è stato nemmeno colpito dalle schegge. D’altro canto la chiusura bellica degli altri tre stabilimenti di Torino, Genova Cornigliano e Napoli è definitivo.

Non sono tanto gli impianti di produzione ad impensierire la dirigenza societaria Mira Lanza (perché comunque la domanda nazionale di saponi è ancora depressa), quanto la prospettiva di un cambiamento drastico di tecnologie, che richiede un ammodernamento complessivo di tutti gli impianti: abbandonare la lavorazione dei grassi animali derivati dagli scarti della macellazione e iniziare una nuova fase pionieristica nel campo del detersivo sintetico.

La Mira Lanza ha un discreto vantaggio di know-how, visto che già dal 1942 produce il sapone da bucato sintetico Miral e dal 1944 Calinda detergente sintetico per pavimenti. I ricercatori hanno già pronte in cassaforte nuove formule chimiche – sapone sintetico Neptun, Nix sapone in scaglie e Kiwi sapone profumato – che attendono solo di essere lanciate in produzione. E sono quasi pronti due nuovi saponi innovativi – Lip detergente liquido per capi delicati e Kop detergente in polvere per stoviglie – che risulteranno in seguito prodotti di massa. Insomma il post-guerra alla Mira Lanza ha tutto il sapore della sfida, del rischio, dell’apertura all’innovazione, della speranza ragionevole in un boom economico prossimo venturo che accompagna la storia delle grandi industrie italiane.

In questo scenario, incerto ma promettente, la dirigenza societaria si rinnova, senza grandi scossoni come già era avvenuto nel 1930-32. Nel 1947 muore il cavalier Michele Lanza, mentre l’anno dopo l’ingegner Rocco Piaggio lascia la presidenza. Il giovane Andrea Maria Piaggio assume posizioni via via crescenti dal 1949, mentre una serie di passaggi azionari riportano il capitale sociale interamente nelle mani della famiglia Piaggio.

La produzione è ripresa, e, per ora, escono dalla Mira Lanza gli stessi saponi in commercio nell’anteguerra: Leone di Mira, Abrador e Detersor, Palmolive (prodotto conto terzi), con la sola novità del sapone sintetico Calinda. Ci sono ancora le candele Corona, ma già si intuisce che di candele ci sarà sempre meno bisogno, perché il benessere diffuso porterà l’illuminazione elettrica nelle case.

Nel 1948 gli stabilimenti di Venezia si dotano di unità di solfonazione e torri di spruzzatura, con cui il sintetico Miral viene prodotto in larga scala. Dal 1950 vengono lanciati i nuovi prodotti innovativi: Lip detergente liquido, Ava sapone per bucato, Triton sapone per lavatrici. Tra questi Ava è quello con una marcia in più: contiene il perborato stabilizzato con effetto sbiancante: per la prima volta in Italia il bianco è davvero bianco e nessun concorrente offre questa qualità.

L’introduzione del perborato costituisce un punto di svolta nella storia della Mira Lanza: fino ad allora i detersivi sintetici erano stati al di sotto o al massimo pari al detersivo tradizionale, per qualità e costi. Ava segna il sorpasso del sintetico sul tradizionale: da Ava in poi la dirigenza Mira Lanza si risolve ad abbandonare il tradizionale, e di riconvertire gli impianti al sintetico.

Nel 1952 arriva la decisione di chiudere lo stabilimento romano. A determinare la decisione è l’impossibilità di trasformare l’impianto gioiello del 1924 basato sugli scarti della macellazione in un moderno complesso chimico: anche a volerlo rimodernare occorrono superfici molto maggiori rispetto ai 9 ettari su cui sorge l’impianto. Inevitabile la decisione di chiudere. Cessa gradualmente l’attività produttiva, e nello stabilimento romano rimangono in attività solo i magazzini per gli approvvigionamenti regionali a grossisti e negozianti, e gli uffici amministrativi da cui dipendono i rappresentanti di vendita.

 

Peraltro sugli uffici romani si riversa in quel periodo un’inattesa attività, derivante dalla nuova campagna pubblicitaria legata al Grande concorso Kop, Lip, Ava e Miral. Si tratta di una raccolta a punti, rappresentati da figurine in cartoncino, che inizia il 1° settembre 1954 e, a quanto si racconta, non ha una grande pianificazione alle spalle: si rivelerà invece la più longeva campagna di marketing a punti italiana, durata 38 anni con un regolamento sostanzialmente invariato fino al 1992.

Le figurine si trovano in tutte le confezioni e diventano in breve l’oggetto del desiderio. Contengono la foto del prodotto acquistato e sul retro il regolamento con il logo rosso della Mira Lanza. Il valore delle figurine varia da 5 a 50 punti: la figurina di saponi e saponette vale 5 punti; le due figurine contenute nei detersivi in astuccio valgono 10 o 15 punti, mentre i grandi formati (come gli innovativi fustini cilindrici) hanno ben 3 figurine che valgono 25, 50 o in alcuni periodi 100 punti ciascuna. L’accumulo di tante figurine dà diritto al fedele consumatore ad ottenere dei premi, che sceglie da un apposito catalogo.

Lo stabilimento romano chiude definitivamente i battenti nel 1955, ma ancora per una ventina d’anni si vedranno girare nelle stanze deserte degli uffici alcuni solerti impiegati amministrativi, la cui mansione principale se non unica è consegnare ai consumatori i premi della raccolta punti.

Quello che avviene dopo vale la pena di raccontarlo, anche se non interessa direttamente lo stabilimento romano.

La guerra dei saponi riprende, con altri protagonisti, un orizzonte europeo e il medesimo obiettivo di vendere prodotti detergenti alle massaie italiane. I colossi europei Unilever e Colgate (con la consociata Palmolive), impegnati nella riconversione dallo scarto animale al chimico, perdono mercato a vantaggio dell’americana Procter & Gamble. Colgate e Palmolive reagiscono lanciando sul mercato il sintetico Olà, e altrettanto fa Unilever con Omo. Quando nel 1957 la Società Italiana Persil, associata alla Henkel, si inserisce nel mercato con un nuovo aggressivo prodotto, il Dixan, la guerra dei saponi si fa furibonda: fondamentale nel determinare le quote di mercato diventa la pubblicità.

La Mira Lanza decide di investire in un nuovo strumento di comunicazione: la tv. Il 3 febbraio 1957 la Rai mette in onda Carosello, un format televisivo a scopo pubblicitario, di cui la Mira Lanza è tra i primi sponsor. Carosello viene trasmesso tutti i giorni dopo il telegiornale prima dell’interruzione delle trasmissioni, e consiste in brevi sketch di contenuto estraneo al prodotto pubblicizzato, che a sorpresa viene evocato nella frase finale. La funzione di Carosello è di rappresentare le novità di una nascente società dei consumi ad una platea di potenziali consumatori ancora legati ad abitudini tradizionali. Il messaggio è rassicurante: lo slogan dichiara le qualità del prodotto, e la promessa viene sempre mantenuta.

Il 14 luglio 1961 va inonda il celebre carosello di Ava, dove si fa uso della tecnica stupefacente del cartone animato. I bambini assistono con gli occhi sbarrati alle avventure in bianco e nero del Pulcino Calimero, disegnato da Nino e Toni Pagot. E le mamme sono lì accanto, e ascoltano il buon pulcino declamare lo slogan: «Ava, come lava! ».

Calimero è un pulcino comune, che essendo caduto nel fango si sporca e diventa nero, e non viene più riconosciuto dalla madre. Lasciato solo in giro per il mondo, Calimero incontra di continuo cattive compagnie e vive disavventure in cui quasi mai il bene e la verità trionfano, nonostante la buona fede e l’onestà del protagonista. Celebri le sue frasi: «Tutti ce l’hanno con me perché sono piccolo e nero», o «È un’ingiustizia però». Calimero è lo stereotipo dello sprovveduto, vittima preferita della cattiveria altrui: il mondo di Calimero è un mondo buono in cui bisogna fare attenzione ad aguzzini e truffatori, un po’come l’Italia di quegli anni. A riscattarlo dalla sequenza di brutti incontri è l’Olandesina della Mira Lanza, che mette a mollo il pulcino con il detersivo Ava: Calimero non è nero, è solo sporco, e il provvidenziale detersivo lo fa tornare lindo e contento.

Il Carosello si rivela molto efficace ed è parallelo ad alcuni interventi sugli impianti industriali: a Mira in grandi stabilimenti chimici producono i sintetici Ava e Miral; a Genova i detergenti liquidi Calinda, Lip e la nuova gamma di saponi da toilette e dentifrici.

Gli Anni Sessanta si sono aperti con l’aspra guerra commerciale tra cinque produttori di saponi: Mira Lanza, Società Italiana Percil (Henkel), Unilever, Colgate-Palmolive e Procter & Gamble. La Mira Lanza regge bene alla concorrenza: Ava e Lip sono prodotti che tengono bene il mercato, qualche pensiero lo danno invece il Dixan, che si afferma rapidamente, e il nuovo fustino Dash della Procter & Gamble.

Nel 1964 la Mira Lanza lancia nuovi prodotti per l’igiene personale: shampoo, borotalco e crema da barba. In quello stesso anno lo stabilimento di Genova, divenuto obsoleto, chiude. Al suo posto viene edificato il nuovo stabilimento di Latina, in località Mesa. Gli annuari riportano che nel 1965 negli stabilimenti Mira Lanza si producono 2,3 milioni di quintali di prodotti l’anno e lavorano 1000 operai, 20 dirigenti e 1300 tra impiegati amministrativi e rappresentanti. Alla guida della società c’è sempre Andrea Maria Piaggio, in azienda dal 1949.

Nella seconda metà degli Anni Sessanta viene inventata la seconda generazione dei detersivi sintetici, i detersivi additi vati con enzimi ad alto potere smacchiante. La Mira Lanza si lancia nella nuova tecnologia e mette sul mercato Biol e Lanza Tres, mentre le concorrenti commercializzano Biopresto, Aiax, Ariel e Sole, tutti con gli enzimi. Nel 1968 intanto va in onda forse il più celebre dei caroselli di Calimero: Calimero e il concerto. Gli annuari riportano che quell’anno la Mira Lanza è saldamente in sella nel mercato italiano, con il 26% del totale. Le altre concorrenti italiane occupano un altro 10%, mentre il residuo 64% è ormai in mano ai produttori esteri.

E arriva il 1969 è l’annus horribilis. La crisi economica si abbatte sull’Italia, l’inflazione galoppa, il costo del lavoro sale. Si creano aspri confitti tra sindacati e proprietà (sempre in mano alla famiglia Piaggio) con al centro rivendicazioni sulla sicurezza degli impianti. Ci sono grandi investimenti da fare per ammodernare gli stabilimenti, e la congiuntura economica non promette di ammortizzarli in tempi brevi. Tra novembre e dicembre 1969 la fabbrica di Mira viene occupata: sarà un’occupazione particolarmente lunga e con serie ricadute sulla produzione. Procter & Gamble e Henkel producono alacremente e occupano nuove fette di mercato, fino a superare la Mira Lanza nelle vendite. Inaspettata arriva dalla famiglia Piaggio la decisione di vendere.

Il nuovo acquirente, nel 1972, è il Gruppo Bonomi, che acquista la Mira Lanza insieme ad un’altra società dei Piaggio, l’Immobiliare Vittoria. Il Gruppo Bonomi è un gruppo finanziario, orientato per lo più ad investimenti nel settore immobiliare, e in molti si chiedono cosa se ne faccia di un saponificio.

Ma, anche se non c’è un vero e proprio piano di rilancio industriale, non mancano le buone intuizioni. Vengono fatti investimenti in pubblicità: celebri sono le réclames con il testimonial Corrado. E dal 1973 la raccolta punti trova una sponda nel Postal Market, il catalogo di vendite per corrispondenza di proprietà del Gruppo Bonomi: vengono introdotte le figurine speciali con l’immagine della Marianna, la mascotte di Postal Market, che si ricevono facendo acquisti sul catalogo e danno diritto a doni speciali.

Vengono rilanciate le vendite all’estero e vengono condotte politiche accorte per la ricerca delle materie prime nel mondo a costi contenuti. Viene potenziato lo stabilimento di Latina, il più moderno, e vengono associati nella produzione gli stabilimenti di due società controllate: La NIAV di Potenza e la Super Iride di Firenze-Calenzano. Vengono infine lanciati nuovi prodotti in settori contigui ai saponi, come la carta domestica Tenderly, l’insetticida Faust, lo spray contoro i cattivi odori Liolà, gli additivi per bucato Superbianco.

Anche la raccolta di figurine ha nuovo slancio. Nel 1976 viene conclusa la storica prima serie, durata ben 22 anni, e ne inizia una seconda, che durerà fino al 1979. Dalle nuove figurine spariscono le immagini dei prodotti, e al loro posto arriva Calimero, alla scoperta dei monumenti del Bel Paese. Nel 1980 inizia la terza serie, destinata a durare fino al 1992. Nelle figurine compare l’Olandesina, accompagnata da un’illustrazione esotica su quattro temi: India Misteriosa, Favoloso Islam, Grande Nord e Africa Nera. La serie si presenta un po’più complessa e meno magnanima delle precedenti: il numero delle figurine per confezione si assottiglia, spariscono le figurine di grande punteggio, e i prodotti della nuova gamma – dalla carta casa agli insetticidi – ne vengono tenuti fuori.

Dopo un inizio promettente torna però al pettine il nodo degli ingenti capitali necessari per ammodernare gli impianti produttivi. E in più, altri problemi: l’aumento dei costi delle materie prime, del costo del lavoro, la prosecuzione delle agitazioni sindacali. Non ultimo subentra un problema ambientale: negli Anni Ottanta si scopre che i tensioattivi inquinano, e il Parlamento sta per imporre ai produttori pesanti obblighi. La Mira Lanza insomma nel breve galleggia (nel complesso tra l’80 e l’84 genera anche qualche utile): è la prospettiva di lungo periodo che spaventa. Alla fine anche il Gruppo Bonomi mette la Mira Lanza in vendita.

La cessione avviene nel maggio 1984, sotto i migliori auspici. A comprare è un colosso italiano della chimica, il Gruppo Montedison. È un gruppo industriale, capace di elaborare compiuti piani pluriennali.

All’acquisto seguono mosse accorte: a Mira viene concentrata la produzione degli intermedi chimici, si privilegia la produzione di saponi liquidi rispetto a quelli solidi, cresce la pubblicità nei settori di mercato in cui si erano perdute delle quote (stoviglie, lavatrici e capi delicati) e, nell’attesa che il Parlamento legiferi, viene ridotto l’impiego del fosforo. Vengono ceduti i depositi di Seriate e Cagliari e il numero di dipendenti scende a 1500. Vengono infine aggiornati in alto i listini, e gli incassi aumentano senza che la domanda cali.

Gli annuari dicono che nel 1985 le quote di mercato sono discrete: Ava e Biol tengono il 24% del settore bucato a mano e il 15% del settore lavatrice; Lip ha il 41% nei capi fini. In quell’anno intanto le figurine spariscono progressivamente e vengono sostituite dai gadgets: le ultime figurine si troveranno nelle confezioni ad astuccio di Ava bucato a mano nel settembre 1992.

Nel luglio 1986 è iniziata intanto una complessa operazione finanziaria: la scalata al Gruppo Montedison. Varie società del gruppo cominciano improvvisamente a passare di mano, per comporre nuovi equilibri interni al gruppo industriale. La Mira Lanza pesa complessivamente nel Gruppo Montedison poco più del 3%, ma è un 3% che pesa. All’acquisizione segue una sostanziale immobilità: il fatturato stagna, si ricorre alla cassa integrazione, e non si fanno altri investimenti se non in pubblicità. La scalata ha termine con successo nel 1987, e il finanziere Gardini ottiene il controllo del Gruppo Montedison. A questo punto (siamo nel giugno 1987), la Mira Lanza viene rivenduta al Gruppo Ferruzzi.

Gli annuari del 1988 riportano dati in allarmante calo: Lip è sceso dal 41 al 25%, nel segmento lavatrice la quota è sotto il 10%. L’anno seguente gli annuari riportano dati ancora peggiori. Intanto dalla Mira Lanza viene scorporato il settore carta per la casa, e per la società si prepara una nuova vendita.

Il nuovo proprietario, dal novembre 1988, è la Benckiser, colosso europeo dei saponi, che più o meno nello stesso periodo compra anche la Panigal (detersivi Sole). In quegli anni la casa olandese-tedesca fa una campagna di acquisizioni industriali in tutta Europa per consolidare la sua posizione nel continente: nel 1984 era stata comprata la società francese Saint Marc, nel 1989 la spagnola Camp-Undesa.

La Benckiser unisce le due società italiane (Mira Lanza e Panigal) con la società spagnola, facendone un’unica filiale italo-spagnola sotto le insegne Mira Lanza. Il piano industriale è molto duro: viene modernizzato l’impianto di Venezia, chiuso quello di Latina e quello bolognese della Panigal. Ci sono investimenti in tecnologie e in pubblicità, puntando soprattutto sui marchi Ava, Lip, Finish e Calfort. Il personale Mira Lanza scende a 850 unità. La fabbrica viene in pratica dimezzata, ma vengono centrati due obiettivi importanti: la Mira Lanza esce dal vortice della finanza per tornare a produrre, e non produrrà i prodotti di una multinazionale estera, ma quelli propri.

Nel 1999 la Benckiser si fonde con la società inglese Reckitt & Colman e dà vita alla nuova multinazionale Reckitt Benckiser. Nel 2001 la Mira Lanza viene integrata nella casa madre e soppressa come marchio autonomo. Rimangono in commercio i marchi Ava, Calinda e Lanza, Sole e Super Bianco.

 

La Pascoli è una scuola elementare comunale, situata nell’ex complesso industriale Mira Lanza. Nel febbraio 1924 il Comune di Roma acquista dalla Fabbrica di candele Mira l’Area Uffici del suo stabilimento romano, con l’intenzione di aprirvi una scuola. Si tratta di un elegante villino a pianta quadrata a tre piani con ingresso da una doppia rampa di scale (in origine: Villino della Direzione), intorno al quale sorge un corpo più basso con pianta a ferro di cavallo disposto per tre lati intorno al Villino (in origine: Alloggi del personale direttivo e gli Uffici della dirigenza). Entrambi gli edifici risalgono al 1918, su progetto di Costantino Moretti. La nuova scuola ha il nome di Scuola rurale Magliana, e in seguito quello di Scuola Giovanni Pascoli. Alla Pascoli insegna, dal 1940 al 1975, il poeta Giorgio Caproni.

Nel marzo 2015 nel vialetto che collega la scuola con viale Marconi vengono effettuati alcuni interventi di messa in sicurezza e pedonalizzazione. Dalle pagine di Arvalia News (n. 2/2015) leggiamo che i lavori consistono nella sistemazione della pavimentazione pedonale, delle panchine e dei cestini, e nell’installazione dei parapedonali (i dispositivi che impediscono l’accesso ai motorini) e dei dissuasori di velocità (per le automobili).

In quell’occasione la scuola decide di realizzare anche un bel dipinto murale sul muro perimetrale, commissionato alla pittrice Alessandra Carloni. «I piccoli allievi della Pascoli hanno scelto il tema, la sostenibilità ambientale – leggiamo dal giornale –, e realizzato i disegni, dai quali è stato tratto il bozzetto dell’opera. E i disegni dei piccoli, affidati alla pittrice Alessandra Carloni [sono diventati] una favola ecologica raccontata sul muro».

Giorgio Caproni, maestro elementare, poeta e critico letterario, nasce il 7 gennaio 1912 a Livorno e trascorre l’infanzia a Genova. La famiglia, di origini modeste, lo incoraggia agli studi musicali e alla lettura. Conosce i nuovi poeti dell’epoca: Ungaretti, Barbaro e soprattutto Montale, rimanendo colpito dagli Ossi di seppia.

Scrive versi suoi, che dal 1933 pubblica su riviste letterarie. Conseguita l’abilitazione magistrale, dal 1935 insegna alla scuola elementare di Loco di Rovegno, in Val Trebbia. Pubblica il volumetto Come un’allegoria e nel 1938 Ballo a Fontanigorda, ispirato dall’incontro con la sua futura sposa, Rosa Rettagliata, cui si rivolge con il nome letterario di Rina.

Con lei si trasferisce a Roma, dove prende servizio come insegnante ordinario alla Scuola Pascoli. Il soggiorno romano dura solo quattro mesi. Il richiamo alle armi e lo scoppio della Seconda guerra mondiale lo portano sul Fronte occidentale. Dopo l’8 settembre 1943 Caproni entra nella Resistenza, nella brigata partigiana della Val Trebbia, maturando l’adesione al Partito Socialista.

Dopo la Liberazione riprende ad insegnare a Roma, nelle scuole Pascoli e Crispi. Affronta un problema immediato: i ragazzi non vanno a scuola. Decide di andarli a cercare. Su un registro del 1946 annota con grafia nervosa: «Accordàtomi con il Signor Direttore ho fatto un giro nelle case dei recidivi e ora le frequenze sono tornate alla normalità». L’abitudine di scrivere cronache scolastiche lo accompagnerà per tutta la carriera: perplessità e soddisfazioni, ostacoli burocratici, ritardi, tutto con un’umanità profondissima e lucida.

Negli Anni Cinquanta Caproni collabora a ritmi frenetici con La Nazione, L’Avanti, Mondo operaio, Il Punto, La fiera Letteraria. Traduce dal francese il Tempo ritrovato di Proust, cui seguono altri classici: Fiori del male di Baudelaire, Morte a credito di Céline, Bel-ami di Maupassant. Conosce scrittori e intellettuali – tra cui Pratolini, Cassola e Fortini – ma si tiene alla larga dai salotti letterari. Rifiuta opportunità di comodo disimpegno, convinto della dignità del ruolo di maestro. Su un registro del 1952 annota soddisfatto: «È che a furia di far parlare questi marmocchi, facendo finta di non insegnare, sono in parte riuscito a far loro coordinare le idee». Il 1959 è l’anno de Il passaggio di Enea, in cui ordina i temi ricorrenti – Livorno, Genova, il viaggio, la madre, la guerra, la Resistenza – con perizia metrica e chiarezza di sentimenti, mescolando lingua popolare e lingua colta, raccontando l’attaccamento sofferto al quotidiano e all’epica casalinga.

Continua ad insegnare. I vecchi scolari ricordano il Trenino Rivarossi al centro di un’aula sgombrata dai banchi, i concertini di violino, gli schizzi sulla lavagna per invogliare al disegno, ma anche le bocciature sdegnose ai disegni stereotipati o di maniera. Caproni sa di essere amato e rispettato. E ricambia con garbo e sorridente comprensione. Nel 1961 scrive: «Son tutti di 8 anni. Mi salgono sulle spalle, sulle ginocchia. Finiranno col saltarmi anche in testa, come i piccioni di Piazza Grande. Sono morto di fatica ma mi trovo bene tra i piccioni! ».

Nel 1965 pubblica Congedo del viaggiatore cerimonioso e poi Terzo libro. Passa a una metrica spezzata, esclamativa, con una sintassi ansiosa che riflette la scoperta dall’assurdità dell’esistenza. È di questi anni l’amicizia con il giovane collega Pier Paolo Pasolini.

Nel frattempo cerca la via per far crescere umanamente e intellettualmente i suoi scolari, senza ricette predefinite, definendosi un «maestro senza metodo». Incoraggia la spontaneità, educa alla curiosità e allo stupore, inventa le lezioni fuori programma, fa fare le ricerche nella Bibliotechina scolastica, organizza con Pasolini la visita alla fabbrica Ferrobedò. Soprattutto, apre un varco alla poesia, in una didattica ancora basata sull’apprendimento mnemonico. La burocrazia scolastica, da sempre sospettosa dell’anticonformismo, lo guarda con diffidenza. Caproni ricorda: «Ero la disperazione dei direttori didattici! ».

Dopo il pensionamento arriva il grande successo di pubblico, con Il muro di terra, del 1975. Seguono i volumetti Erba francese e Franco cacciatore, fino all’ultimo libro, il Conte di Kevenhuller del 1986. L’ultima produzione, segnata da un’aspra solitudine, accenna ad una religiosità senza fede. Caproni scrive: «Ah, mio dio. Mio Dio. Perché non esisti?». Muore il 22 gennaio 1990, lasciando Res amissa alla pubblicazione postuma.

Il Fondo Caproni (composto di manoscritti, appunti, e la biblioteca personale del poeta), sono oggi conservati nella Biblioteca Marconi.

Il c.s.a. Marconi è il primo, e più antico, dei due centri anziani del quartiere Marconi. Si trova in via dei Papareschi al civico 28/B. Apprendiamo alcuni frammenti della «vita» di questa struttura attraverso gli atti del Parlamentino municipale, che nella seduta del 14 gennaio 2016, prima delibera dell’anno, prende atto delle dimissioni della presidente, avvenute nel 2015. Il vicepresidente aveva assunto allora temporaneamente le funzioni e il Consiglio municipale convocò le nuove elezioni per il 28 febbraio 2016. Poiché le elezioni sono soggette a ratifica da parte del Consiglio dovremmo a breve poterne riferire l’esito attraverso gli atti consiliari.

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