Secondo Macrobio il primo popolamento del Territorio Portuense avviene nell’VIII sec. a.C. dal matrimonio tra Acca Larentia (latina) e Faustolo (etrusco), i cui 11 figli – i «Fratrelli Arvali» – si associano a Romolo nella fondazione dell’Urbe. L’edificazione moderna fa capo ai nuclei primo-novecenteschi di Magliana Vecchia e Portuense, cui seguono Ponte Galeria e Trullo e, nel Dopoguerra, Marconi, Magliana Nuova e Corviale in forme intensive. I confini attuali risalgono al 1972 e racchiudono una striscia di 71 km² a sud-ovest del Centro storico, tra il Tevere e la Via Portuense. Dal 2001 il Territorio Portuense gode di poteri amministrativi decentrati  ed è oggi denominato «Municipio Roma XI Arvalia-Portuense». La popolazione è di 152 mila abitanti[1].

 

Sommario

 

IL TERRITORIO PORTUENSE

Geografia portuense

Città consolidata e in trasformazione

La Rete stradale portuense

La Rete ferrovia portuense

Gli edifici pubblici di Arvalia

La cura del patrimonio locale

 

LA COMUNITÀ PORTUENSE

La popolazione

I piccoli

La scuola

L’edilizia scolastica

Gli anziani

Arvalia in Nera

 

ARVALIA SOCIALE

Il sociale

L’Emergenza casa

La sanità

La cultura

Lo sport

La fede

 

ARVALIA SOSTENIBILE

La macchina amministrativa

Il bilancio locale

L’economia locale

Rete bus e mobilità sostenibile

L’ambiente

I giardini

 

Arvalia nasce ufficialmente solo nell’anno 1996, a seguito di un atto amministrativo. Succede allora che l’esteso Comune di Roma trasforma le sue partizioni amministrative in «nuove municipalità urbane» (in breve: «municipi»), disponendo che ciascuna di esse scelga un proprio nome, con cui identificarsi.

In quella che si chiama allora soltanto XV Circoscrizione la scelta di un nome è assai difficile, non certo per l’assenza di idee, ma al contrario per la loro abbondanza. Nel concorso di idee che ne segue – in cui ai ragazzini delle scuole, gli utenti dei centri anziani, lettori delle biblioteche e impiegati circoscrizionali, viene chiesto di suggerire un nome – ci sono tre nomi che vanno per la maggiore: Portuense, Magliana e Arvalia. Il primo nome – Portuense – deriva da quello della strada consolare Via Portuensis, che costeggia da nord l’intero territorio municipale. Come tutte le strade dell’antichità essa prende il nome dalla sua destinazione, cioè l’antica città di Portus, il Porto dell’Imperatore Claudio a Fiumicino. Il secondo nome è Magliana, toponimo attestato già dall’anno 1018 per indicare la Tenuta de la Manliana, che occupava gran parte del moderno Territorio Portuense. In molti fanno risalire anche, per la verità senza riscontri archoeologici molto solidi, l’origine del nome Magliana all’antica Gens Manlia di epoca romana. Il terzo nome – Arvalia – è invece un nome completamente inventato, ma frutto di una profonda elaborazione culturale, che unisce idealmente la nuova entità municipale con la sua più antica origine: Arvalia è infatti la contrazione di un antichissimo toponimo di epoca romana – Lucus Fratrum Arvalium –, ovvero bosco sacro («lucus») dei Sacerdoti Arvali, che proprio in quegli anni si andava riscoprendo grazie agli studi appassionati dello storico locale Emilio Venditti. La memoria popolare vuole che questo nome sia nato su idea di un informatico in servizio al Municipio, Daniele Fappiano, e subito sostenuta e fatta propria dal presidente circoscrizionale dell’epoca, Gianni Paris. È proprio quest’ultimo nome, carico di suggestioni, a spuntarla nel concorso di idee, seguito per una manciata di voti da quello di Portuense; più distanziato arrivò invece il nome Magliana. Il Municipio decide allora di adottare una doppia denominazione, di «Arvalia-Portuense».

Da segnalare che esistono anche altre definizioni culturali, meno note ma egualmente appropriate nel descrivere complessivamente il territorio. Al poeta latino Ovidio si attribuisce la formula «Ripa Suburbana Tiberis» – riva del Tevere (riva) a valle dell’Urbe (suburbana) –, da cui si ritiene sia nata la definizione classica di «Suburbium» (circondario a valle dell’Urbe), adottata sotto il Principato di Augusto, quando Roma fu divisa in «regiones» amministrative, per indicare la porzione extra-urbana fra il Gianicolo e il mare. Proprio al legame con il mare si rifà l’ultima delle definizioni classiche – «Ab Janiculo ad mare», territorio fra il Gianicolo e il mare –, utilizzata dallo storiografo Svetonio (cfr. Vite, Vespasiano, 1).

Per completare il quadro, va detto che alla circoscrizione portuense era stata assegnata la numerazione di XV circoscrizione, con riferimento alle 20 partizioni circoscrizionali in cui il territorio romano era stato suddiviso. Nel 2004 la circoscrizione muta di denominazione in «Municipio XV» e, nel 2013, a seguito di un riordino dei confini che però non muta i confini municipali, la denominazione del municipio muta da XV a XI: Municipio XI Arvalia-Portuense è il nome vigente.

È il momento, dunque, di narrare per sommi capi la storia di questo territorio, partendo dalle origini più antiche. Nel Pleistocene – cioè l’ultima fase della preistoria, quella più vicina a noi – la linea di costa è assai più arretrata, rispetto a quella attuale, e il mare arriva all’incirca a Ponte Galeria. Anche il Tevere è molto diverso dal Tevere di oggi: è un profondo canyon (in alcuni punti profondo anche 60 m) che pone un ostacolo naturale ai movimenti migratori dei grandi mammiferi provenienti dal nord: è qui, sulla riva destra del fiume, che i grandi animali migratori incapaci di nuotare sono costretti a fermarsi. Questa circostanza attira nella località di Ponte Galeria una precoce presenza dell’Homo Sapiens, nomade e soprattutto cacciatore. Non si tratta di insediamenti stabili, ma di accessi periodici legati ai movimenti delle grandi prede. La traccia archeologica più antica di una comunità umana stabile, capace di «sentimenti di pietà verso i defunti», risale all’Età del rame, è documentata con l’Insediamento protostorico della Muratella: qui la Soprintendenza Archeologica di Roma ha rinvenuto una tomba a grotticella contenente le spoglie e l’armamento del c.d. Guerriero eneolitico – ribattezzato dagli scopritori con il nomignolo di Luca –, che è ad oggi il nostro concittadino più antico. La tomba è stata distaccata ed è esposta oggi presso il Polo espositivo del Drugstore.

Gli archeologi attestano anche nel Territorio Portuense, attraverso ritrovamenti di vasellame, a partire dal X sec. a.C., i transiti di navigatori fenici e greci in risalita lungo il Tevere: essi contendono agli Etruschi della città-stato di Veio le ricche rotte commerciali verso l’entroterra, fissando probabilmente lungo il fiume degli avamposti commerciali. Ad oggi, non sono archelogicamente noti i resti di villaggi arcaici fenici o greci lungo la riva destra del Tevere. Tuttavia è ricorrente, nelle fonti, la citazione di un presidio militare di lingua etrusca chiamato Allias, che si ipotizza posto alla foce del Rio Magliana, affluente di destra del Tevere.

I popoli di lingua latina arrivano dall’VIII sec. a.C., attraverso penetrazioni progressive. Lo storiografo di lingua greca Macrobio riferisce nei Saturnalia (I, 10) l’esistenza di una comunità mista latina-etrusca, fondata attraverso la leggendaria unione in matrimonio tra una meretrice di lingua latina, Acca Larentia, e il pastore etrusco Tarun, che nei testi latini si incontra con il nome di Faustolo. Dai due nascono 12 figli: alla morte del più piccolo di essi Faustolo, affranto dal dolore, raccoglie lungo il fiume una cesta, contenente due infanti gemelli, abbandonati. Faustolo li conduce presso la sua casa, e Acca Larentia ne assume da allora il ruolo di «pietosa nutrice». I due gemellini – i cui nomi sono Romolo e Remo –, divenuti grandi saranno destinati a grandi imprese. È da questo punto in poi che il Mito fondativo portuense narrato da Macrobio si «aggancia» con il ben più conosciuto Mito fondativo di Roma. Riporta Livio che gli undici figli di Acca Larentia e Faustolo si associarono a Romolo nell’impresa della fondazione dell’Urbe, e che Romolo attribuì ad essi il nome di Fratres Arvales, costituendoli «primi sacerdoti di Roma» e divenendone egli stesso il capo e «dodicesimo arvale». Agli Arvali è affidato il compito sacro di propiziare raccolti generosi e le fortune dello Stato Romano, tramite invocazioni rituali alla Dea Dia, la divinità primigenia della luce solare che fa maturare le messi. La «terra degli Arvali», dunque, è sin dalle origini mitiche associata a Roma e considerata sua «sorella maggiore», e insieme terra di transito, incontro e meticciato tra culture.

Sin qui la leggenda. Dalla data di fondazione di Roma (che si fissa convenzionalmente al 21 aprile del 753 a.C.) inizia invece, altrettanto convenzionalmente, la storia. Nella narrazione della storia locale – seguendo un Modello lineare del tempo con gli eventi ordinati in sequenza secondo l’ordine del prima e del poi –è possibile riconoscere taluni eventi speciali, che chiamiamo cesure storiche, portano con sé anche un cambiamento del tipo di società, e determinano quindi i limiti temporali di quelle che chiamiamo epoche storiche. Poiché nel mondo le società sono diverse, il tempo non ha uno scorrere eguale in ogni luogo: nel piccolo del Territorio Portuense abbiamo pertanto determinato – in maniera del tutto arbitraria e quindi revisionabile – 9 grandi tipi di società, che corrispondono a altrettante epoche storiche.

Il primo periodo, l’«Epoca arcaica», va dal 753 a.C. (anno convenzionale della Fondazione di Roma) al 509 a.C., anno della cacciata di Tarquinio il Superbo: tale data segna la fine di un tipo di società retta dalla monarchia, e l’instaurazione della Repubblica. La nuova fase dell’«Epoca Repubblicana» si chiude nel 31 a.C., con l’assunzione da parte di Ottaviano del potere personale assoluto. L’«Epoca imperiale» termina nel 410 d.C., anno del saccheggio di Roma da parte dei Goti.

Il lungo sonno dell’«Epoca medievale» si protrae sino al 1471: abbiamo individuato tale anno, per far finire convenzionalmente il Medioevo alla Magliana, con l’avvento alla Tenuta della Magliana di Papa Sisto IV e dei suoi successori rinascimentali, caratterizzati da fasti e splendori. Questa fase termina nel 1799, con l’arrivo delle truppe napoleoniche.

L’epoca successiva, il «Primo Ottocento», è segnata da una straordinaria fioritura urbanistica, dalla nascita del Catasto e dagli slanci riformisti dei papi-re. La Repubblica Romana del 1848 avvia la nuova fase risorgimentale e unitaria («Risorgimento e Regno»).

Nel 1909 l’urbanista Edmond Sanjust di Teulada e il sindaco di allora, Ernesto Nathan, avviano un processo di riordino amministrativo della città di Roma, che ha il suo cardine nel «Piano Regolatore Generale», il primo piano regolatore moderno di Roma. Nathan e Sanjust dividono Roma in quattro cerchie concentriche – Città storica, Città moderna, Città in espansione e Aree rurali – secondo il c.d. «modello anulare». Al suo interno ciascun anello è suddiviso in comprensori omogenei, chiamati «rioni» nella Città storica, «quartieri» nella Città moderna, «suburbi» nelle aree in espansione e «settori d’Agro» in quelle rurali. È in questa fase che si comincia a non pensare più al Territorio Portuense, allora costituito in «frazione» come ad un «piccolo paese», allo stesso tempo vicino e distante da Roma, ma come a un tutt’uno con essa, come parte della città. Si tratta di un processo graduale, che nasce in questo Primo Novecento.

La Marcia su Roma del 1922 apre la breve dolorosa stagione dell’«Epoca fascista», che si chiude con la Liberazione del 1944 e il successivo Dopoguerra. Nel 1966 l’impianto urbanistico «ad anelli» di Nathan viene abbandonato, in favore del nuovo modello ispirato agli «Arrondissement parigini»: il Legislatore del tempo, partendo dai comprensori omogenei esistenti, riaggrega gli esistenti quartieri, suburbi e settori d’Agro, in nuove entità territoriali, chiamate «circoscrizioni». Esse sono disposte secondo un impianto non più anulare ma «radiale» intorno al Centro storico ed hanno per lo più forma di striscia e si sviluppano lungo le direttrici delle grandi strade consolari romane. In questa prima suddivisione del 1966 il Territorio Portuense ha confini molto più ampi e diversi da quelli attuali: è denominato «IX Circoscrizione» e comprende l’attuale Municipio XI per intero, l’attuale Municipio XII (Monteverde) per intero, e parte dell’attuale Comune di Fiumicino. Questa unica entità amministrativa rimarrà in vita per soli 7 anni: nessuno la ricorda ormai con il nome di IX Circoscrizione, ma nella memoria degli amministratori pubblici più anziani essa ha il nome convenzionale di «Grande Circoscrizione», estesa fra il Tevere e la Via Aurelia, dal Gianicolo all’Aeroporto di Fiumicino, e attraversata centralmente dall’asse della Via Portuense.

Nel 1972 la Grande Circoscrizione viene frazionata in tre parti: tutto ciò che si trova a sinistra della Via Portuense diventa la nuova XV Circoscrizione; mentre tutto quello che si trova a destra diventa XVI Circoscrizione; la piccola porzione dell’Aeroporto di Fiumicino viene aggregata alla Circoscrizione XIV, già esistente. Il nuovo confine della XV con Fiumicino è dato dall’Autostrada per Civitavecchia, mentre il confine con la XVI segue per lungo tratto la Via Portuense, e, nel settore più occidentale segue via della Pisana, via di Monte Carnevale e viabilità minore. La XV Circoscrizione assume quindi dal 1972 i contorni attuali e ha la superficie complessiva di 70.875 km².

Nel 1977 avviene la «zonizzazione», cioè la suddivisione interna dei territori circoscrizionali in zone urbanistiche omogenee, oggi impropriamente chiamate quartieri. Il Territorio Portuense viene suddiviso in 7 zone, numerate progressivamente con le lettere dell’alfabeto: Marconi (A), Portuense (B), Pian Due Torri (C), Trullo (D), Magliana (E), Corviale (F) e Ponte Galeria (G). Col tempo al toponimo di Pian Due Torri si affianca, fino a sostituirlo progressivamente, quello di Magliana Nuova, e poi semplicemente Magliana; parallelamente il vecchio toponimo di Magliana, per esigenze di univocità, viene distinto in Magliana Vecchia.

Il lavoro di zonizzazione viene elaborato da urbanisti, sulla base dello studio delle uniformità architettoniche, e utilizza confini razionali, di tipo naturale come corsi d’acqua o linee di crinale, o artificiale come la Via Portuense, la Ferrovia Roma-Pisa, il Grande Raccordo Anulare. Questo modello presenta un impianto razionale, ma ha il limite di non tenere conto delle estensioni culturali, creando spesso problemi di collocazione. Ne sono esempi lampanti l’inclusione geografica della Borgata rurale Magliana (la zona a monte di piazza Madonna di Pompei) nel quadrante del Trullo, mentre invece è il cuore della Magliana Vecchia; e dell’abitato di Santa Passera nel Portuense, che, seppur in una posizione del tutto peculiare, è considerato parte della Magliana Nuova. Un impianto razionale ma non perfetto, dunque. Un secondo limite della zonizzazione è di non tenere conto delle nuove centralità urbane sorte dopo il 1977. Ne sono un esempio il Nuovo Corviale, Piana del Sole, Muratella, la Nuova Fiera di Roma ecc., le quali, pur essendo nei fatti dei nuovi quartieri, non sono al momento considerati tali.

 

IL TERRITORIO PORTUENSE

 

Geografia portuense

 

Arvalia è una porzione di territorio romano, estesa 70 kmq, in forma di striscia e posizionata nel sud-ovest cittadino. Si dispone lungo la Riva destra del fiume Tevere, a valle della città, tra le ultime propaggini della Dorsale del Gianicolo e la piana alluvionale del Tevere, quasi a ridosso della foce.

Inevitabile dunque iniziare il racconto del territorio proprio dal suo fiume. Il Tevere è il maggior corso d’acqua dell’Italia centrale. Nasce in Romagna sul Monte Fumaiolo, a quota 1268 m sul livello del mare, e, dopo un percorso di 403 km tra Toscana, Umbria e Lazio, si getta nel Mar Tirreno. Oltre alle sorgenti romagnole, il Tevere è alimentato da altre due sorgenti stabili – il Peschiera e le Acque Marce – e tre affluenti: il Paglia, la Nera e l’Aniene.

Gli affluenti hanno apporti disomogenei nel corso dell’anno, determinando per il Tevere un carattere stagionale e torrentizio, ben descritto dal poeta Virgilio con le parole «Tevere, fiume vorticoso e quieto insieme». Negli ultimi 30 anni la portata media, stimata dal Servizio idrografico in 232 m3 al secondo, si è ridotta facendosi tuttavia più regolare, per via delle captazioni di acqua potabile e per uso irriguo e delle dighe. Le quote massime del fiume si registrano a febbraio; le minime ad agosto. Il livello del pelo d’acqua – misurato fin dall’anno 1704 dall’Idrometro di Ripetta – si classifica in quattro livelli: magra (inferiore a 5 m), ordinario (5-7), intumescenza (7-10) e piena (10-13). Nella sua storia il Tevere ha registrato, per circa quaranta volte, stati di piena straordinaria (13-16 m) o eccezionale (oltre).

Nel tratto urbano, il Tevere scorre a quota +15/20 m sul livello del mare, incidendo una valle delimitata da due modeste formazioni montuose di composizione tufacea. Alla destra del fiume si colloca una dorsale continua, delimitata da tre cime: Monte Mario (+139 m slm) a nord, il Giancolo al centro, e il Monte delle Piche (+60 m slm) a sud. Essa prende il nome di Dorsale Monte Mario-Monte Piche o Dorsale del Gianicolo, e degrada in un alture minori, denominate Colline di Monteverde. Sul versante di sinistra si collocano invece i tradizionali Sette colli di Roma (+40/50 slm), che si prolungano nell’Altopiano Casilino (+50/60 slm).

Al di là del Monte delle Piche il territorio si fa pianeggiante e, passato il Raccordo e Ponte Galeria (dove si attestava l’antica linea di costa) si fa pianura alluvionale, sostituendo le terre brune alla sabbia e ghiaia. Nel tratto finale di Piana del Sole ritornano le terre brune, riportate nel Primo Novecento a seguito di un’ingente opera di bonifica. Qui si ergono, nella piatta pianura di bonifica, improvvise formazioni collinari, residuo delle antiche dune costiere.

Dal 1977 gli urbanisti sono soliti suddividere il Territorio Portuense in 7 grandi aree dai caratteri omogenei, chiamate anche zone urbanistiche, zone o toponimi o, assai impropriamente, quartieri. Dal più vicino al più lontano, rispetto al Campidoglio di Roma, essi sono: Marconi, Portuense, Magliana, Trullo, Corviale, Magliana Vecchia e Valle Galeria.

Va detto subito che la suddivisione urbanistica non ha caratteri di ufficialità o risvolti amministrativi, ma è semplicemente una suddivisione assai comoda e, per lo più, corretta. Ad esempio per il toponimo di Magliana la denominazione iniziale era Pian Due torri, ormai però caduta in desuetudine; così come è ormai desueta la denominazione di Magliana Nuova, che si usava per distinguere l’area da Magliana Vecchia. Peraltro, la denominazione Valle Galeria è assai recente, per distinguere la sola frazione di Ponte Galeria (che in precedenza denominava l’intero toponimo), dagli estesi settori circostanti oggi oggetto di grandi cambiamenti urbanistici. Avremo comunque modo di tornare sull’argomento.

Dicevamo, l’uso dei toponimi si caratterizza per la praticità, in quanto al loro interno sono distinguibili caratteri omogenei dal punto di vista dell’antropizzazione. Il versante di Arvalia più prossimo al Centro-città, costituendone parte della media-periferia, è caratterizzato da un’urbanizzazione intensiva e continua, che gli urbanisti sono soliti indicare con il nome di «Città Densa». Della Città densa fanno parte i tre toponimi interni di Marconi, Portuense e Magliana.

Sui toponimi mediani di Trullo e Corviale l’urbanizzazione è più rarefatta, e alterna tratti di spazio-città a tratti di spazio-campagna. I toponimi esterni di Magliana Vecchia e Ponte Galeria conservano ancora tratti prevalentemente rurali.

Tra il Portuense e i toponimi esterni si collocano tre estese aree di riserva naturale integrale, dai caratteri assai diversi. La riserva regionale della Valle dei Casali, tra Portuense e Trullo, risente maggiormente della vicinanza alla città: ha caratteri di forte antropizzazione, e l’agricoltura è ormai un’attività residuale. Ben diversa è la condizione della riserva regionale della Tenuta dei Massimi, che alterna un fitto bosco di querce alla pianura coltivata a latifondo. L’ultima delle tre aree protette è la riserva statale del Litorale romano: essa alterna aree a latifondo agricolo a estese aree ancora in condizione di naturalità, zone umide e golenali e aree boschive.

La Valle dei Casali è stata istituita con la Legge regionale n. 29 del 6 ottobre 1997, ed è gestita dall’ente Roma Natura. Prende il nome di «Valle dei Casali» dai suoi due aspetti caratterizzanti: la presenza di numerosi edifici rurali, alcuni dei quali descritti già a fine-Seicento; e l’alternarsi quasi nervoso di crinali e vallette profondamente incise, ognuna delle quali costituisce quasi un mondo naturalistico a sé. La Valle dei Casali confina a nord con il parco urbano di Villa Pamphili, con cui costituisce un unico eco-sistema.

La Valle dei casali si articola a sua volta in tre «bacini»: il Basso Bacino sull’altopiano di Monte Cucco, valle di Papa Leone e colline dell’Imbrecciato; il Medio Bacino compreso tra Trullo e Casetta Mattei, con le aree di Parrocchietta, Vigna Consorti, Affogalasino; e l’Alto Bacino, che si trova esternamente al Territorio Portuense, in quello di Monteverde. La flora annovera querce sughere, salici, gelsi e ginestre; la fauna è costituita da ricci, volpi, gheppi e barbagianni. Nel 2015 la Regione ne ha approvato il Piano d’assetto.

La superficie della riserva Valle dei Casali è di 466 ettari, a cavallo tra i municipi XI e XII. La sede amministrativa della riserva – la Casa del Parco – si trova in via del Casaletto, 400. Come tutte le riserve regionali è gestita dall’Ente Roma Natura.

Il paesaggio naturale è costituito, nella parte più settentrionale (nel XII Municipio) da un altipiano che degrada progressivamente verso il Tevere in una serie di colline alternate a fossi, per poi costituirsi nuovamente in altopiano nell’area di Monte Cucco (Municipio XI). La riserva rappresenta la prosecuzione ideale del parco storico di Villa Pamphili, con cui forma un unico ecosistema naturale: è possibile risalire dal Tevere a Villa Pamphili praticamente senza mettere piede sull’asfalto e senza incontrare recinzioni. Il nome della riserva deriva dalla presenza di numerosi “casaletti della campagna romana”, che in alcuni casi sono casali storici e di grandi dimensioni, attestati già in Epoca tardo-secentesca.

I naturalisti dividono la riserva in tre settori o “bacini”: l’Alto Bacino, che corrisponde all’altopiano dei Colli Portuensi da Villa Pamphili fino a Casetta Mattei (si trova interamente nel Municipio XII); il settore contiguo del Medio Bacino, che va da Casetta Mattei fino alla Via Portuense, l’attraversa, e prosegue al di là della via, nell’area dell’ex Vigna Consorti fino al Trullo e Parrocchietta; e infine il Basso Bacino, distaccato dai primi due, che coincide con l’area di Monte Cucco.

Nell’Alto Bacino ricordiamo tra le maggiori presenze storiche la settecentesca Villa York (appartenuta al cardinale-duca Clemente di York, tipico esempio di vigna romana realizzata secondo la concezione inglese del paesaggio naturale) con la cappellina rurale di Sant’Agata, Villa Consorti (di recente identificata come il “Casino Lanfranco” progettato e affrescato dal pittore Giovanni Lanfranco), il moderno complesso del Buon Pastore opera di Armando Brasini, Forte Bravetta e il ninfeo monumentale di Casal Ninfeo.

Il Basso Bacino si articola in tre settori: Monte Cucco, papa Leone e Imbrecciato. Particolare pregio ha la collina di «Monte Cucco», una terrazza panoramica sull’Ansa del Tevere, che raggiunge i 42 m s.l.m. Da qui è possibile abbracciare idealmente l’intero abitato di Roma e il Campidoglio, mentre verso est è chiaramente visibile la cintura dei Castelli. Sull’altopiano di Monte Cucco è situato un parco-campagna di 6,4 ettari, con al centro i ruderi monumentali della villa secentesca della famiglia Koch (1607) e la torretta belvedere del 1825, edificata dal Cavalier Righetti.

A valle scorreva fino ad anni recenti il fosso di Papa Leone, che caratterizzava il settore omonimo di «Papa Leone», oggi prosciugato per lasciare il posto a viale Isacco Newton. Ad est si trovano le alture dell’«Imbrecciato», a ridosso del quale si trova la Borgata Petrelli.

Il Medio Bacino, separato dal bacino superiore dall’asse viario di vicolo del Conte, via della Serenella e via Affogalasino, si articola in cinque settori.

I primi tre sono contigui (Contea, Affogalasino e Casetta Mattei) e sono tutti compresi sulla destra della Via Portuense. Il settore della «Contea» è dislocato a ridosso del vicolo del Conte ed è caratterizzato da pregiati casali, assecondando la percorrenza della via degradano in un vallone agricolo fino a raggiungere le colline del vicino settore di «Affogalasino» su via della Serenella e via Affogalasino, anch’esso caratterizzato da pregiati casali. Un terzo settore si avvicina alla Via Portuense, raggiungendone il lato destro presso via dei Buonvisi, è caratterizzato dal caseggiato seicentesco della «Casetta Mattei» che dà il nome all’intera area urbana circostante.

Attraversata la Via Portuense la riserva procede con due ulteriori settori, distaccati e di più modeste dimensioni: l’area storica della «Vigna Consorti», che degrada fino a via del Trullo dove scorreva l’antico fosso di Affogalasino e si trovava una zona umida, e, al di là di questa, un ultimo settore che si arrampica sul fianco ovest della collina della «Parrocchietta».

La flora è caratterizzata da pini mediterranei, aceri, querce-sughere, palme, pioppi, salici e ginestre. Si incontrano facilmente ulivi e gelsi, a testimonianza della vocazione agricola della zona.

La fauna è costituita da ricci, volpi e donnole. In particolare l’avifauna annovera gheppi, poiane, e barbagianni, nonché cornacchie, fagiani, storni, merli, e vari passeriformi. Di recente, un po’come avviene in tutta Roma, si è notata la presenza di colonie di pappagalli nidificanti, delle specie del parrocchetto dal collare e del parrocchetto monaco.

Nel marzo 2015 la Regione Lazio ha approvato il Piano di assetto della riserva. Si tratta di un documento di gestione e programmazione del territorio, atteso da molto tempo, che consente di pianificare lo sviluppo dell’area, l’organizzazione del territorio, definire azioni e interventi per garantire l’uso dei beni e delle risorse, stabilire i diversi gradi di accessibilità pedonale e veicolare, individuare le attrezzature e i servizi che si possono realizzare. Il Piano identifica l’obiettivo di recuperare Villa York e altri casali storici, come la Vaccheria di Villa Koch. È prevista anche la realizzazione di un polo agro-ambientale e turistico-rurale sulla Collina di Monte Cucco e la risistemazione dell’area intorno viale Isacco Newton, che dovrà diventare un giardino pubblico con zone di sosta collegate da un percorso ciclabile. Sono stati annunciati anche interventi a sostegno delle attività agricole e la creazione di fattorie didattiche. Per gli interventi pubblici e i programmi di recupero urbanistico (Articoli 11) già approvati derogano al Piano d’assetto.

[La Riserva regionale Tenuta dei Massimi].

[La Riserva statale del Litorale romano].

 

Città consolidata e in trasformazione

 

[Le trasformazioni urbanistiche].

[PRU Ostiense-Marconi].

[I nuovi lungotevere].

[PRU Magliana].

[Zona O21 – Monte delle Capre]

[Zona O64 – Pisana]

[Zona O65 – Spallette]

[PRU Trullo-Corviale].

[I Piani di recupero integrato].

[Pdz 14V – Portuense, I Peep]

[Pdz 59 – Colli Portuensi Sud, I Peep]

[Pdz 60 – Colli Portuensi Nord, I Peep]

[Pdz 61 – Corviale, I Peep]

[Pdz B38 – Muratella, II Peep]

[Pdz B39 – Ponte Galeria, II Peep]

[Pdz B40 – Piana del Sole, II Peep]

[Pdz B50 – Monte Stallonara, II Peep]

[Pdz B69 – Monte Stallonara 2, Manovra di completamento]

[Piano di Recupero B12 Arvalia-Portuense, in corso]

[Consorzio Nuova Marani (nucleo di edilizia ex abusiva da recuperare), sospeso]

[Via di Monte Stallonara (nucleo di edilizia ex abusiva da recuperare, completato]

[ATO I13–Lottizzazione Villa Agnese (programma di intervento urbanistico), completato]

[Monte delle Piche (programma urbanistico), completato]

[Spallette (programma integrato), completato]

[Piano Casa PdZ B38 Muratella e B50 Monte Stallonara, completato]

Nella Legge finanziaria 2009 il Governo italiano ha inserito un complesso sistema di norme per rilanciare l’edilizia, che va sotto il nome di Piano Casa. Il Piano Casa si declina di regione in regione, e quello vigente nel Lazio è contenuto nella Legge regionale n. 21 del 2009.

Queste nuove norme consentono ai proprietari di ampliare edifici esistenti, oppure di abbatterli e ricostruirli, con numerose agevolazioni. Per gli edifici ad uso abitativo l’ampliamento può raggiungere il 20% del volume, anche in deroga ai limiti stabiliti dal Piano regolatore. Per tutti gli altri edifici non abitativi l’ampliamento può arrivare al 20% della superficie coperta. In caso di abbattimento e ricostruzione il bonus edificatorio sale al 30%: è possibile cioè demolire un edificio costruito prima del 1989 e quindi ricostruirlo. Se la ricostruzione avviene poi con tecniche di bioedilizia e impianti a energie rinnovabili il bonus edificatorio sale ulteriormente al 35%. Tutti gli interventi del Piano Casa godono di oneri di costruzione (cioè le somme che i costruttori devono versare al comune) ridotti del 20%, e vi sono ulteriori riduzioni se l’edificio, ultimati i lavori, sarà destinato a prima casa. Si tratta insomma di norme assai vantaggiose, pensate inizialmente per i piccoli proprietari di immobili, che possono così ampliare la propria casa aumentando il benessere della propria famiglia, sostenendo il comparto economico dell’edilizia. Anche la previsione della demolizione-ricostruzione ha, nelle previsioni, una forte valenza sociale, in quanto consente la trasformazione dei relitti urbani – vecchi stabili non residenziali ormai fatiscenti – in case.

Il Piano Casa tuttavia porta con sé due problemi. Il primo è che non sono fissati limiti massimi alle dimensioni degli interventi: le trasformazioni possono riguardare una singola casa, uno stabile, complessi di stabili o addirittura interi quadranti urbani, senza che queste trasformazioni avvengano con il controllo della cittadinanza e sotto un indirizzo pubblico. I costruttori beneficiano di deroghe importanti al Piano regolatore e non sono sottoposti all’obbligo della partecipazione della cittadinanza alle scelte urbanistiche. In alcuni casi, addirittura, comitati di cittadini hanno chiesto ai comuni di poter accedere agli atti dei piani casa che riguardavano aree a loro vicine, e si sono correttamente visti negare tale possibilità, trattandosi di opere private. Il Piano Casa insomma presta il fianco a interventi edificatori di tipo meramente speculativo.

Un secondo problema, legato alle demolizioni-ricostruzioni, è che per l’edificio da abbattere non è richiesto, come requisito, che esso sia fatiscente o inutilizzato. Così molti costruttori hanno richiesto l’abbattimento di edifici decorosi e in pieno esercizio, soprattutto in aree semi-centrali e con elevata densità edilizia, attratti dalla prospettiva di riedificarli con il 35% di cubatura in più. Queste scelte hanno provocato non pochi disagi in quartieri dalle strutture urbane già consolidate. Il caso emblematico è quello dell’UCI Cinema di viale Marconi, struttura funzionale che ospitava al suo interno un presidio sanitario, destinata all’abbattimento per far posto a nuove case.

Non potendo modificare una normativa nazionale, nel 2014 la Regione Lazio è intervenuta con una nuova legge regionale, la n. 10, che fissa il principio che gli oneri di costruzione incassati dai comuni per il Piano Casa debbono essere spesi «nel perimetro dell’intervento stesso», risarcendo così il territorio circostante con opere di pubblica utilità. «Al fine di implementare la qualità urbana nel territorio limitrofo agli ambiti di intervento – dice la legge –, l’importo degli oneri di urbanizzazione […] è utilizzato esclusivamente per realizzare le opere pubbliche con la prioritaria finalità del raggiungimento degli standard urbanistici nel perimetro dell’intervento stesso o nel territorio circostante».

[Le aree ex-militari].

[L’edilizia privata].

 

La Rete stradale portuense

 

La Rete stradale moderna si sviluppa lungo un asse viario dell’antichità: la Via Portuense-Campana. La strada è data dalla sovrapposizione, in epoche diverse, di almeno sei tracciati. I quattro tracciati storici sono la Via Campana arcaica (IX sec. a.C.?), la Via Campana monumentale (Età Claudia), la Via Portuensis (Età Traianea) e i rifacimenti medievali; i due tracciati moderni sono la Strada provinciale n. 1 Via Portuense (insieme, per alcuni tratti, a via della Magliana) e l’Autostrada A91 Roma-Fiumicino (con il recente tratto di complanare). La viabilità moderna urbana e autostradale, pur insistendo su tracciati diversi da quelli storici, ne replica sostanzialmente la funzione di arteria stradale del settore sud-occidentale fra Roma e il mare. Con ordinanza n. 3 dell’8 luglio 2016 la delega alla Mobilità è stata affidata all’assessore Stefano Ludici.

Le antiche Via Campana (oggi via della Magliana) e Via Portuensis, la Strada Provinciale 1 Via Portuense (nata dai rifacimenti medievali, ottocenteschi e moderni della viabilità romana), per finire con l’Autostrada Roma-Fiumicino, possono considerarsi come rifacimenti successivi di un’unica strada: l’Asse viario Portuense, che costituisce ancora oggi la nervatura del sistema stradale portuense.

La Via Campana prende il nome dalla sua destinazione, il Campus Salinarum Romanarum, le Saline alla foce del Tevere (citate nell’epigrafe CIL XIV, 4285), identificabili grossomodo con la parte meridionale degli Stagni di Maccarese.

La strada non nasce da una pianificazione urbanistica ma da una rotta commerciale naturale, che congiunge l’abitato arcaico di Roma al Foro Boario con i giacimenti di sale, seguendo la riva destra del Tevere. Fin dal IX sec. a.C. il sale insieme ad altre merci dirette a Roma vengono stivate su imbarcazioni a fondo piatto (naves caudicarie o anche semplici chiatte), e risalgono il fiume controcorrente, trainate da coppie di buoi.

Convenzionalmente il percorso della Via Campana si fa nascere dalle Mura Serviane, dalla Porta Trigemina. Assecondando i meandri del fiume la Via raggiunge il Santuario di Fors Fortuna e l’abitato di Pozzo Pantaleo, per piegare poi nuovamente verso il fiume, lungo un tracciato che si ipotizza grossomodo sovrapponibile con l’odierna via della Magliana, toccando il porto fluviale di Vicus Alexandri (Santa Passera). Tra il V e il VI miglio la Campana interseca il secondo Santuario di Fors Fortuna, parte del Lucus dei Fratres Arvales. Questo punto, che segna il confine dell’Ager Romanus Antiquus, è anche il punto di metà percorrenza.

Da qui in poi le fonti si fanno avare. A Parco de’ Medici sono stati ritrovati una coppia di ponti romani di età imperiale, ma gli archeologi dubitano che siano direttamente collegati alla Via Campana. La strada raggiunge così il Rio Galeria, affluente di destra del Tevere, superandolo con un ponte. Gli studiosi concordano sul fatto che il ponte romano non debba essere molto distante dal moderno attraversamento carrabile. Di questo avviso è ad esempio, Laura Cianfriglia, che ritiene i resti di un pilone di età romana, situato nelle vicinanze, come fortemente indiziato di far parte dell’antico ponte. Il ponte risulta comunque ancora praticabile nel 1548, quando il maestro di caccia della Corte papale Giandomenico Boccamazza lo descrive come un «ponte di pietra, ch’è sopra il Galera».

Per l’ultimo tratto in direzione delle Saline i recenti ritrovamenti archeologici (2006-2008) ci forniscono un quadro sorprendente: la strada attraversa la piana con un rettilineo diagonale, in viadotto sopraelevato, distaccandosi dal corso del fiume. Questo taglio obliquo ha generato più di un dubbio interpretativo, perché secondo le fonti la Campana assecondava integralmente il corso naturale del fiume. Il fatto è stato spiegato da Tuccimei e Serlorenzi con la localizzazione, in questo tratto, di un pantano idrotermale: il modo migliore per oltrepassarlo era tirar dritto con un percorso rettilineo, poggiato in antico su ponti di legno. E là dove finiscono i ponti finisce anche la Via Campana, giunta ormai a destinazione nel cuore delle Saline.

Taluni hanno ipotizzato la prosecuzione della Campana con una carreggiata di servizio fino al mare, relativa alla fase di controllo degli Etruschi di Veio. L’ipotesi si è rivelata corretta solo per metà, perché gli Etruschi non commerciavano con le flotte fenicie e greche sulla costa, ma aspettavano che esse giungessero via Tevere direttamente alle Saline, che erano un grande emporio a cielo aperto. Eppure, la strada di servizio esiste per davvero (un tratto è stato ritrovato nel 1973), sebbene non risalga che al IV sec. a.C., quando l’area è ormai romanizzata.

Almeno per le origini la Campana aveva l’aspetto di un battuto stradale, creato più dal prolungato passaggio dei bovini che dall’intervento di maestranze operaie organizzate. Una datazione al carbonio su resti della Via Campana in località Nuova Fiera di Roma, condotta nel 2008, ha permesso di datare i più antichi interventi edilizi intorno al 643 a.C. La tecnica costruttiva è grossolana ma solida. Si scavava una trincea sul piano di campagna, e vi si gettava un sottofondo stradale (piccole e medie schegge di tufo ben compattate). Al di sopra veniva poggiata la carreggiata (massi di tufo sbozzati, cementati insieme dal limo argilloso estratto durante l’escavazione della trincea). Infine, sopra la carreggiata veniva posto il pavimentum (uno strato compatto di ghiaia), delimitato da una fila di crepidini laterali per impedire l’invasione delle acque piovane e costituire all’occorrenza un rudimentale marciapiede.

La Via, si è detto, iniziava (o terminava) al Foro Boario. Ma questo non era la fine (o il principio) di tutto: passata l’Isola Tiberina, la strada si immetteva nella Via Salaria, che proseguiva la risalita del fiume Tevere verso le parti più interne e remote dell’Italia centrale. Per questo gli studiosi parlano anche di un unico Asse viario Salaro-Campano, indicandolo come il principale percorso di comunicazione dell’Italia centrale di epoca pre-romana. In epoca romana la gestione amministrativa della strada è affidata ad un magistrato. Il Curator viarum della Via Campana presiedeva anche ad un’altra via, la Via Ostiensis, che può definirsi la gemella della Via Campana e compie un percorso speculare sulla riva sinistra del Tevere, raggiungendo il porto di Ostia.

Questa lunga fase iniziale di vita della Via, che va dall’Epoca arcaica ai primi anni dell’età imperiale, è detta dagli studiosi Periodo 1.

A metà del I sec. d.C. la Via Campana, via di penetrazione ideale verso l’interno per commercianti cartaginesi, greci, etruschi e latini delle origini, non basta più.

Le chiatte trainate da buoi, cariche non solo di sale ma di merci di ogni genere dirette ad una metropoli da un milione di abitanti, generano continui litigiosi ingorghi. Senza contare che il Porto di Ostia, ormai troppo piccolo, riversa sulla Via Ostiensis in riva sinistra un traffico pesante dagli stessi vertiginosi livelli di traffico della Via Campana.

L’imperatore Claudio decide così di decongestionare il porto di Ostia, avviando la costruzione di un secondo bacino marittimo a nord di quello di Ostia, a ridosso delle Saline alla foce del Tevere. Per la Via Campana inizia così quella che potremmo definire una seconda vita e che gli studiosi chiamano Periodo 2 o «monumentalizzazione» della Via Campana.

Il saggio Imperatore Claudio realizza tre interventi: il raccordo con il mare, la circonvallazione tra Ponte Galeria e Pozzo Pantaleo e il rifacimento e allargamento degli altri tratti.

Il raccordo collega le Saline al mare (più precisamente, al Porto), riadattando la viabilità di servizio del IV sec. a.C. (gli archeologi ne hanno indagato un tratto, al Km 19,700, presso il Tempio di Portuno): la Campana risulta così finalmente collegata al mare.

La circonvallazione si distacca dalla Via Campana al XIV miglio, in località Chiesuola di Ponte Galeria, e si riunisce alla Campana al II miglio, in località Pozzo Pantaleo, tagliando con un rettilineo di circa 6 miglia le alture e le selve portuensi, ed evitando i meandri tortuosi del Tevere, che sono lunghi circa il doppio. La circonvallazione consente di snellire di 1/3 a percorrenza complessiva.

Con il rifacimento e allargamento della Via Campana (e il declassamento del tratto sostituito dalla circonvallazione al solo traffico pesante) Claudio non immagina, probabilmente, di avere di fatto costruito una nuova strada, ma si pone l’obiettivo di adeguare razionalmente la strada esistente alle esigenze della Capitale imperiale, smistandone i flussi di traffico in base al volume di carico: il traffico pesante (le merci che dal mare raggiungono Roma) continua a seguire il percorso originario lungo il fiume, mentre il traffico leggero (cui si aggiunge il traffico di ritorno, alleggerito dei pesanti carichi) segue invece la circonvallazione nell’entroterra.

Questa fase di rinascita della Via Campana ha durata brevissima: un cinquantennio dopo l’Imperatore Traiano mette nuovamente mano sulla via per il mare.

Alla fine del I sec. d.C. anche il Porto di Claudio si rivela insufficiente ad approvvigionare l’Urbe. Così Traiano interviene sul porto esistente e avvia la costruzione di un secondo bacino, interno, collegato attraverso canali al Porto di Claudio e al Tevere.

La realizzazione del bacino interno, di forma esagonale, avviene rinunciando a parte delle Saline, che vengono scavate e allagate. Intorno fioriscono magazzini di stoccaggio merci e il porto diviene una vera e propria città, che prende il nome di Portus.

In questa fase Traiano avvia il nuovo completo rifacimento della Via Campana, abbandonando i tratti dei meandri e utilizzando la circonvallazione rettilinea di Claudio come percorrenza principale. Si viene così formalmente a costituire una seconda via, che, in onore della sua destinazione Portus prende il nome di Via Portuensis.

In questa fase la Portuense si allarga, viene lastricata di basoli in crepidine in grado di sopportare un robusto traffico di carri, e, nei tratti soggetti ad allagamento, viene sopraelevata con percorrenze ad arcate simili ad acquedotti, assicurandone la percorribilità in ogni stagione. Questa fase della Via Campana, che assicura alla strada la sopravvivenza al lungo sonno medievale, è detta dagli studiosi Periodo 3.

Il tratto finale della Via, quello tra Ponte Galeria e le Saline, richiede continue manutenzioni, la cui qualità è sempre più scadente man mano che l’Impero lascia il posto al Tardo Antico e poi al lungo sonno dell’Età di mezzo.

In particolare i tratti finali della Via, in viadotto sopraelevato circondato dalle acque, sono soggetti a continui crolli e vengono continuamente rattoppati con interventi di qualità scadente. Oppure, quando in epoca medievale non si possiedono più le cognizioni per restaurare i ponti, vengono aggirati mediante la creazione di viottoli di servizio che nei punti di crollo discendono dalle arcate perdute e poi risalgono all’arcata successiva. E se poi la stagione è quella delle precipitazioni invernali, con continui allagamenti, nemmeno i viottoli sono sufficienti a raggiungere il mare, per cui il collegamento si interrompe e bisogna attendere la nuova bella stagione.

Una datazione al carbonio, effettuata in occasione di recenti scavi sul tratto presso la Nuova Fiera di Roma, ha indicato l’anno 982 d.C. come il momento critico della vita della Via, sommersa da detriti fluviali probabilmente a seguito di una piena eccezionale. L’indagine al carbonio si incrocia, del resto, con una fonte storica, la bolla di Benedetto VIII (1° agosto del 1018) che descrive la zona fra Ponte Galeria e le saline come riconquistata dalle selve e impantanata: «cum terminis limitibusque suis, terris, casalibus, sylvis atque pantanis, cum ponte et ipsum vicum qui vocatur Galera».

Si ha notizia di rifacimenti in epoca medievale, attribuiti all’architetto Giuliano da Sangallo. I committenti pontifici sono in realtà molto più interessati all’edificazione di vedette semaforiche, più che al recupero della funzionalità stradale. Succede così che a distanza di pochi anni le piene eccezionali del 1530 e del 1557 ricoprono definitivamente di fanghi l’antica arteria stradale. Le torri di guardia sopravvivono invece ancora oggi.

Nel 1660 l’agrimensore incaricato di descrivere l’area delle Saline nel Catasto Alessandrino vi annota la presenza di uno stagno, attraversato dalle arcate sopraelevate della strada romana ancora visibile, sebbene non più percorribile. In didascalia, al numero XXVIII, annota: «ponte rotto, che segue passato Ponte Galera».

La viabilità moderna replica il percorso funzionale antico, pur insistendo su un tracciato diverso e non sovrapponibile alla Via Portuense-Campana antica.

Sorprende tuttavia notare che, così come in antico, il collegamento fra Roma e il mare si basa su un doppio tracciato: uno sinuoso e a scorrimento lento – la Strada Provinciale 1 Via Portuense e via della Magliana –, e uno rettilineo a scorrimento veloce – l’Autostrada A91 Roma-Fiumicino -.

L’autostrada viene messa in cantiere nella seconda metà degli Anni Cinquanta per congiungere Roma con il suo aeroporto, allora in costruzione presso Fiumicino. La denominazione ufficiale di autostrada è assunta nel 1969, anche se si tratta in realtà di una strada statale (la n. 201) attrezzata per lo scorrimento veloce, e attualmente senza pagamento di pedaggio.

Il tracciato si sviluppa per 18,5 km, di cui 6,5 in tratto urbano (il nome tecnico del tratto cittadino è tronco di penetrazione urbana), e 12 km fra lo svincolo del GRA e l’Aeroporto (tronco autostradale). Il km 0 è posto nello stretto gomito di distacco dal Viadotto della Magliana, in prossimità delle uscite Via della Magliana e Viale Isacco Newton. Dopo aver superato con un ponte sospeso a tracciato curvilineo il tratto panoramico presso l’Ansa della Magliana, l’autostrada assume l’aspetto di un rettilineo. Dopo l’uscita Parco dei Medici interseca al km 6,600 il grande svincolo a quadrifoglio che immette sul Grande Raccordo Anulare e sulla nuova viabilità complanare.

La Complanare permette di accedere alle uscite delle c.d. nuove urbanizzazioni: Ponte Galeria, Fiera di Roma e Parco Leonardo, mentre il troncone principale dell’autostrada procede spedito verso l’innesto dell’Autostrada Roma-Civitavecchia (al km 14,300) e verso la sua destinazione, ai terminal dell’Aeroporto internazionale Leonardo da Vinci (km 18,500).

I lavori di costruzione sono stati svolti dall’ANAS (che ne è anche l’esercente attuale) e si concludono nel 1959, in tempo per l’apertura al pubblico dell’Aeroporto. Nel 1965 una frana investe il viadotto presso l’Ansa della Magliana: il tratto viene smantellato e ricostruito con un ponte sospeso ad unica luce, che porta oggi il nome del suo progettista, l’ingegner Riccardo Morandi.

In occasione del Giubileo del 2000 l’autostrada viene ampliata, con la costruzione della terza corsia, nel tratto che va dal Grande Raccordo Anulare all’Aeroporto, e ammodernata, dotandola di un impianto di illuminazione arancione e LED rossi sui lati. Nel maggio 2010 si concludono i lavori della Complanare.

[Le dieci strade dipartimentali]

[Corridoi della mobilità]

[La viabilità locale]

[Traffico]

[Segnaletica]

Appuntiamo qui di seguito di alcuni incidenti recenti, dai caratteri eclatanti o ricorrenti.

A Marconi, nel maggio 2017 c’è stato un vistoso incidente all’ingresso di Ponte Marconi, sul lato di piazzale Edison, in cui sono risultati coinvolti un taxi e due gazzelle della Polizia. Vi sono stati quattro feriti.

Un altro incidente, finito in tragedia, non ha riguardato il traffico urbano, ma l’attività in un terreno agricolo. Il 13 aprile 2017 un uomo di 61 anni è rimasto schiacciato dal suo trattore. L’episodio è avvenuto nella proprietà con accesso da via dell’Imbrecciato, 191, al Portuense. L’intervento dei Vigili del fuoco, con un autocarro di sollevamento e un’autogru, ha restituito il corpo dell’uomo, ormai senza vita.

Il 2 maggio 2017 a Magliana c’è stato un incidente mortale, che ha destato grande commozione. Il fatto è avvenuto su via della Magliana, altezza civico 130, incrocio con via Luigi Rava, e ha riguardato uno scooter, un’automobile e un bus Atac. Secondo una possibile ricostruzione lo scooter procedeva su via della Magliana, in direzione Villa Bonelli; quando l’automobile che lo precede si ferma all’intersezione con via Rava per favorire l’immissione di una seconda auto in ingresso su via della Magliana, direzione Meucci, lo scooterista tenta il sorpasso, trovandosi di fronte alla seconda auto in fase di immissione in carreggiata: la collisione innesca una carambola che porta lo scooter a invadere la corsia opposta. Fatalmente, dalla corsia opposta sopraggiungeva un mezzo di linea Atac, senza che fosse possibile evitare l’impatto. Lo scooterista muore poco dopo per le ferite riportate. Si trattava di una persona molto conosciuta: il signor Luciano, 43enne gommista della vicina autofficina di via Vaiano, residente alla Magliana. Il fatto ha destato grande commozione ed è stato ripreso dalle cronache locali: «Una morte annunciata in una strada ad alta incidenza di incidenti stradali»[2]. Il fatto si sarebbe potuto evitare, ha detto il consigliere Daniele Catalano, se in quel tratto si fosse posizionato un semaforo:

 

Un’altra famiglia verserà lacrime per una morte che purtroppo sembra annunciata, su una strada tra le più pericolose del quadrante, trafficata ad ogni ora del giorno e della notte, piena di intersezioni e dove spesso i mezzi raggiungono velocità oltre il consentito. Da tempo chiediamo un intervento per mettere in sicurezza questo tratto di strada. Avevamo inoltrato richiesta di un impianto semaforico all’incrocio con via Nathan: limiterebbe la velocità dei veicoli che percorrono via della Magliana, consentirebbe un attraversamento pedonale più sicuro, e tutto ciò contribuirebbe a diminuire il rischio di incidenti. Avevamo segnalato tale esigenza sia al Municipio, sia al Comune e a Roma Servizi per la Mobilità, e la risposta ufficiale è stata che era in corso uno studio di fattibilità, previa verifica dei flussi di traffico, per l’eventuale posizionamento dell’impianto semaforico, con un precedente nulla osta anche per la regolamentazione con semaforo dell’intersezione via della Magliana – via Caprese, per cui non si riteneva opportuno una ulteriore semaforizzazione. Spiace constatare come in attesa di queste verifiche si continui a morire.

 

Al Trullo, un brutto incidente è avvenuto all’alba del 1° maggio 2017, all’incrocio tra via Licciana Nardi e via del Trullo. Per ragioni non note un uomo e una donna a bordo di una Citroen C3 hanno perso il controllo dell’autoveicolo e sono andati a urtare due auto parcheggiate. Subito giudicati in gravi condizioni, l’uomo e la donna sono stati trasportati al San Camillo in codice rosso.

 

La Rete ferrovia portuense

 

La rete ferroviaria portuense si compone di quattro tratte storiche: la linea per Civitavecchia (1859), il passante di Ponte dell’Industria (1863), la diramazione per Fiumicino (1878) e la rete di servizio del Porto fluviale (1911-1954, dismessa). Dal 1990 le percorrenze interregionali sono state deviate sul Passante di Maccarese, liberando i vecchi tracciati per le nuova linea urbana FR1 e il Leonardo Express. Stazione Trastevere fa da snodo e, dal 1998, è allacciata anche con la rete tranviaria. Sono allo studio tre progetti: ammodernamento FR1, nuova rete tram e Metro D.

All’inizio del 1846 Papa Gregorio XVI legge irritato la petizione di un gruppo di intellettuali romani che chiedono a gran voce di costruire una ferrovia. Papa Gregorio è un papa conservatore e dei diabolici treni che sbuffano vapori luciferini non vuole neanche sentire parlare. Poco importa se nel Regno delle Due Sicilie la ferrovia (la Napoli-Portici) esiste già dal 1839 e nel Lombardo-Veneto, in Toscana e Piemonte i cantieri di piccole ma efficienti reti locali, destinate a collegarsi fra loro, anticipano nel nome del progresso un’unità italiana ancora tutta da inventare. È comprensibile l’irritazione di Papa Gregorio, che di getto affida al suo computista generale, il cavalier Angelo Galli, il compito di rispondere a quegli intellettuali insolenti.

Il documento ufficiale di risposta si intitola «Lista di cinque obiezioni», nel quale si legge che la ferrovia a Roma: «I. accresce la povertà; II. danneggia i commercianti; III. compromette la sicurezza degli Stati; IV. compromette la sicurezza interna; V. facilita il contrabbando». Il cavalier Galli qualche buona ragione ce l’ha – basti pensare che le truppe di Nino Bixio e del generale Cadorna a Roma ci arriveranno in treno! –, e oltretutto, anche volendo costruirla, gli Stati della Chiesa non hanno giacimenti né di ferro né di carbone, che sono le materie prime per le strade ferrate e per far marciare i treni. Ma il progresso è fatto del dialogo tra cinque obiezioni e mille speranze, e nella Corte papale sono in molti a vedere, in caute aperture verso la modernità, uno strumento per rinsaldare il consenso tra i ceti borghesi, in una fase difficile per il potere temporale della Chiesa.

È su questa linea il successore di Gregorio XVI, Giovanni Maria Mastai Ferretti, papa dal 16 giugno 1846 con il nome di Pio IX. In soli cinque mesi il suo nuovo segretario di Stato, il cardinal Gizzi, licenzia la Notificazione per la costruzione di tre grandi linee, datata 7 novembre 1846. Le tre grandi linee – la Centrale nel Lazio, la Latina per Napoli, l’Emilia per Bologna – sono in realtà ancora tutte sulla carta, ma la Notificazione è un manifesto politico che dà il via libera alla progettazione organica dell’intera rete ferroviaria pontificia.

La Linea Centrale ha il suo cardine su Roma, e collega la città con i suoi porti commerciali: la tratta Costiera Nord raggiunge Civitavecchia; la tratta Costiera Sud porta ad Anzio; infine la tratta Interna, che si preannuncia come la più impegnativa, scavalca gli Appennini e si attesta sull’Adriatico, ad Ancona.

La linea meridionale, chiamata Linea Pio Latina, è diretta a sud: la prima tratta collega Roma con Frascati; la seconda procede fino all’allaccio con la ferrovia borbonica. La linea settentrionale, chiamata Linea Pio Emilia, è diretta a nord, e fa cardine su Bologna: la prima tratta procede si allaccia ad Ancona alla Linea centrale e procede verso Bologna; la seconda da Bologna arriva alla dogana sul Fiume Po, e di lì si allaccia alla rete lombardo-veneta.

Pio IX ragiona anche su una quarta linea, diretta a Firenze attraversando le cittadine umbre. Succede che i negoziatori romani e quelli toscani si incontrano, ma non trovano l’accordo: il tratto appenninico si presenta assai oneroso. La stampa internazionale comunque, e soprattutto quella francese, non manca di entusiasmarsi per le direttive illuminate e amiche del progresso del Papa ferroviere.

L’anno in cui i progetti diventano cantieri è il 1855. La prima tratta a vedere la luce è la Porta Maggiore-Frascati sulla Linea Latina, realizzata dalla Società York, e inaugurata il 7 luglio 1856. La stampa sarà sempre presente ad ogni inaugurazione, e così il cronista Carlo Mascherpa racconta la giornata memorabile: «Monsignor Palermo vescovo di Porfirio, nella stazione temporanea di Porta Maggiore, che è la prima che sìasi eretta in Roma, in mezzo al raccoglimento di grande moltitudine di astanti, recitate le apposite preci, asperse con l’acqua santa la strada, e benedisse quindi fra le salmodìe dei Cantori le Locomotive messe a festa […]. Alle due e mezzo, datosi il segnale della partenza, il convoglio lasciava la stazione fra gli applausi di una gran folla di popolo […]. E in poco più di 30 minuti percorreva il tratto da Roma a Frascati, ove l’intero municipio tuscolano […] ne salutava con giubilo l’auspicato arrivo». Così conclude il cronista: «Le fabbriche già costrutte e l’apertura di sempre nuove officine sono frutto della benefica concessione del sempre provvido Pontefice».

Ma l’obiettivo della Pio Latina è ben oltre Frascati, è Napoli. Il Regno Borbonico è il principale partner commerciale degli Stati della Chiesa, da cui giongono ogni giorno derrate, prodotti manufatturieri e industriali. Dopo Frascati il cantiere non si ferma: raggiungerà Velletri (29 dicembre 1862), attraverserà la Ciociaria, e infine farà capolinea alla Dogana di Ceprano, dove c’è l’allacciamento con la rete ferroviaria borbonica.

Intanto, siamo sempre nel 1855, in contemporanea col cantiere per Frascati si aprono altri due cantieri, sulle tratte della linea settentrionale: Bologna-Ferrara, e Ancona-Bologna. Nel complesso gli appalti ferroviari sono caratterizzati da una certa spregiudicatezza: le imprese costruttrici non sono molte, e il Governo romano, allettato dall’idea di finire in fretta, chiude un occhio sulle numerose commistioni di interessi fra le imprese. Succede spesso che gli appalti, affidati di tratta in tratta a ditte diverse, vengano poi subappaltati dalla vincitrice alle altre imprese escluse. Tra tutte le imprese, però, la parte del leone la fa la Casalvaldès, che cambierà in seguito nome in Société Générale des Chemins de Fer Romains, e che tutti a Roma chiamano La Pio Centrale, dal nome della linea di cui è aggiudicataria.

Nella tratta interna della linea centrale Roma-Ancona, però, il meccanismo dei subappalti si inceppa, e c’è un fallimento famoso, quello dell’impresa subappaltatrice York, e non è ben chiaro chi debba farsi carico delle maggiori spese. Sulla percorrenza Roma-Foligno – dove è necessario superare le asprezze dell’Appennino – si è sempre sul punto di dichiarare la resa. Ma Pio IX non molla: chiude un occhio e spesso tutti e due, e obbliga le imprese ad avanzare a colpi di viadotti e gallerie. Una dopo l’altra vedono la luce opere di ingegneria arditissime: i tunnel della Balduina, del Fossato, della Gola della Rossa; due ponti sul Tevere; un ponte sull’Esino; un numero infinito di grandi viadotti. La linea si completerà solo dieci anni dopo, il 29 aprile 1866. Pio IX non avrà però la gioia di arrivare in treno sull’Adriatico: già dal 1860 Ancona è una città italiana.

L’anno dopo, siamo nel 1856, iniziano i lavori della tratta costiera nord della Linea Pio Centrale, la Roma-Civitavecchia. L’appalto, vinto dalla Casavaldès, prevede in favore dei costruttori anche il diritto di esercizio per 99 anni.

Legato al contratto c’è un aneddoto curioso. Pio IX ha fretta di concludere i lavori, e richiede tassativamente che l’approdo marittimo di Civitavecchia sia congiunto alla nuova stazione romana di Porta Portese entro tre anni. Viste le difficoltà incontrate nella tratta appenninica, il pontefice non crede che la casa ferroviaria francese riuscirà a compiere l’impresa nel termine fissato, e si spinge ad inserire nel contratto una clausola-scommessa che prevede un premio esorbitante – ben un milione di lire! – in caso di successo dell’impresa.

La Casalvaldès adotta un diverso metodo di lavoro: anziché cantiere dopo cantiere, andando da Roma verso Civitavecchia, apre in contemporanea 27 cantieri su tutti i 73 km di percorrenza (all’incirca uno ogni 2/3 km). Nella fabbrica lavorano 800 manovali, reclutati in maggioranza dall’Abruzzo. Il lavoro è continuo, su turni di notte e di giorno. Dal punto di vista tecnico viene realizzata una linea a binario unico, ma la linea è predisposta per la costruzione di un secondo binario, da realizzarsi in seguito.

Il viaggio di collaudo avviene il 25 marzo 1859, mentre l’apertura al traffico avviene il successivo 16 aprile.

La Casalvaldès, dunque, ha vinto la scommessa. E non si conosce lo stato d’animo del pontefice: amareggiato per aver il premio aggiuntivo che deve corrispondere ai costruttori, o segretamente compiaciuto perché il successo della Casalvaldès è insieme un suo successo e un successo della Chiesa al passo coi tempi. Scrive Venditti: «Tutti si sentono orgogliosi per una così grande realizzazione, ma nel contempo anche sbalorditi e quasi impauriti nel constatare la potenza di quella macchina infernale, che riesce a trainare a quella velocità tre enormi vagoni, e per di più carichi di gente».

Non essendo ancora del tutto rifinita la Stazione di Porta Portese, la cerimonia di inaugurazione avviene vicino alla stazioncina della Magliana. Racconta lo studioso locale Emilio Venditti: «Pio IX invia un suo delegato a portare un messaggio di congratulazione per questo nuovissimo e rivoluzionario impianto. La cerimonia solenne della benedizione della ferrovia è impartita dal rappresentante papale, proprio lungo il tratto di strada ferrata che attraversa la Magliana, alla presenza di una grande moltitudine di romani. I cronisti descrivono il compiacimento delle autorità capitoline e di tutta la popolazione per tale grande opera, che permette di raggiungere comodamente Civitavecchia in due ore e mezzo soltanto».

È soprattutto un successo della borghesia romana, che è lo sponsor morale dell’impresa ferroviaria. «I primi passeggeri – riporta Venditti – sono le autorità cittadine: gli uomini in scoppettoni e le donne in crinolina, precisa il cronista dell’epoca, per sottolineare il rango e l’eleganza di quei primi fortunati viaggiatori».

Nel popolino invece, si fa strada l’idea di un altrove rispetto alla Magliana, legato alla città che precede e al mare che segue. Si viene così a costruire, con la ferrovia, una geografia del cuore negli abitanti della contrada, che può riassumersi in questo detto: «Cosa c’è oltre Roma? Trastevere. Cosa c’è oltre Trastevere? La Magliana. E cosa c’è oltre la Magliana? Il mare». Il mezzo per uscire da sé è una corsa in treno, a folle velocità. Scrive Venditti: «Uno dei desideri più vivi del popolino in quel periodo è quello di poter salire sul treno, e fare un viaggetto fino al mare di Civitavecchia a folle andatura sulla strada ferrata».

Ma «la doccia fredda – continua – i romani l’ebbero quando vennero a sapere che il biglietto per Civitavecchia costava 9 lire e 60 centesimi in prima classe, e 6 lire in seconda classe. E che inoltre, per prendere il treno, occorreva l’autorizzazione dell’Offizio Passaporti, mentre, se si rimaneva fuori la notte, occorreva fare anche una suppletiva dichiarazione giustificativa. In altre parole, recarsi a Civitavecchia equivaleva quasi ad andare all’estero. Erano i tempi in cui a Roma al tramonto venivano chiuse le porte di ingresso alla Città, e chi faceva tardi la sera doveva aspettare il giorno seguente per rientrare. Questa, sembra incredibile, è storia di appena cento anni fa».

Ai nostri concittadini di un secolo fa non rimaneva quindi che godersi il sogno di un viaggio solamente immaginato, attendendo su un prato il transito del treno: «È curioso ricordare – scrive Venditti – come i romani del secolo scorso, per assistere al passaggio di una locomotiva con tre carrozze, facevano a piedi chilometri di strada, si accampavano per tempo sul prato con moglie e ragazzini, e aspettavano ansiosi di godersi lo straordinario spettacolo del ciuff-ciuff del treno, consumando felici la merenda fatta di pane, cicoria e caciotta, accompagnata dall’immancabile fiaschetto di vino bianco. Era un’altra epoca. Lo stress non si conosceva ancora».

Con l’apertura delle corse regolari per Civitavecchia l’impresa ferroviaria non è terminata, anzi è solo al suo esordio.

La costiera nord è la prima delle tre tratte che compongono l’ambizioso progetto di Pio IX di una Linea Centrale a servizio della Capitale pontificia. Mentre i primi treni raggiungono Civitavecchia, ci sono in piedi altri due alacri cantieri, per l’apertura di altrettante nuove tratte: la costiera sud fra Roma e Anzio, e la lunga e impegnativa tratta interna per collegare Roma con Ancona. Proprio la realizzazione di quest’ultima tratta, per le mille difficoltà, assumerà i contorni di un’epopea – tra arditissimi viadotti appenninici arditissimi e improvvisi tumulti garibaldini – e non sarà completata che nel 1866, quando Ancona è già una città piemontese.

In quel periodo i computisti di Pio IX fanno presente al pontefice l’esistenza di un serio problema, di carattere ferroviario e militare insieme. Si era deciso di non fare entrare le ferrovie direttamente in città, attestandole fuori dalle mura, nel timore che il treno avrebbe potuto portare con sé, fin dentro l’abitato, anche ciurme di invasori travestiti da viaggiatori. Ma avere i capolinea delle tratte fuori porta, insieme al vantaggio difensivo, porta l’indubbio handicap che le tre tratte della Linea Pio Centrale sono scollegate fra di loro.

Non si sa bene di chi sia stata l’idea, fatto sta che si fa largo in quel periodo l’idea di un Anello ferroviario, che, girando intorno alla città senza entrarvi, intercetti i capolinea delle tre tratte, raccordandole finalmente in un’unica linea.

Si aprono i cantieri e il primo tratto dell’Anello vede la luce nel 1863, ed ha la forma tecnica di una diramazione. La diramazione si innesta sulla costiera nord per Civitavecchia poco prima del capolinea di Porta Portese, dove oggi c’è piazza Ampère. La diramazione attraversa piazzale della Radio e poi prosegue su via Pacinotti, superando il fiume Tevere sul nuovo e avvenieristico Ponte dell’Industria, costruito per l’occasione, in tempi record e interamente con componenti prefabbricate in ferro e ghisa.

Nel punto di bivio tra la tratta principale e la diramazione viene realizzata una stazioncina di smistamento, chiamata Roma San Paolo.

Tra il 1864 e il 1867 la linea per Civitavecchia è prolungata fino a Orbetello, dove si innesta con le ferrovie toscane.

Nel 1867, quando ormai l’Italia è quasi fatta, e il Papato è accerchiato dentro i confini del Lazio, la rete ferroviaria di Pio IX può dirsi praticamente completa, e rimane solo da realizzare la linea per Firenze, al cui completamento peraltro non manca molto.

A Roma entra in servizio la Stazione Termini, che è il grande capolinea di tutte le linee ferroviarie di Pio IX. Arrivano a Termini treni non solo quelli provenienti da Frascati, ma anche quelli provenienti da Orbetello (in Toscana), da Ceccano (in Ciociaria), da Orte (Alto Lazio), dove si incontrano le linee toscane e quelle provenienti da Ancona.

La linea costiera nord di Pio IX viene in seguito prolungata fino a Pisa ed è oggi chiamata Ferrovia Tirrenica, o, tra gli addetti ai lavori, Dorsale Tirrenica, poiché rappresenta una delle principali direttrici della Rete Ferroviaria Italiana. Misura 312 km e termina a Livorno, dopo aver attraversato la costa nord del Lazio e l’intera costa toscana.

È gestita da RFI, è a doppio binario.

[La rete di servizio del Porto fluviale]

La diramazione Ponte Galeria – Fiumicino è una breve tratta ferroviaria, che congiunge lo snodo sulla Via Portuense con il mare (il porto), l’aeroporto e l’abitato di Fiumicino.

La sua storia, breve ma ricca di avvenimenti, è strettamente legata alla storia della tratta costiera-nord della Linea Pio Centrale, tra Roma e Civitavecchia.

Fin dall’apertura al pubblico, il 16 aprile 1859, viene notato che è possibile realizzare una diramazione che raggiunga la foce del Tevere, lunga appena una decina di chilometri. Il costo di costruzione si presenta davvero contenuto: si tratta di una piana alluvionale in cui non ci sono ostacoli naturali (è possibile realizzare una linea completamente in rettilineo, con appena una leggera pendenza del 5‰ sulla percorrenza finale, vicino al mare). Per giunta la proprietà dei terreni è in gran parte pubblica.

Si apre il cantiere, e la nuova tratta viene aperta al pubblico il 6 maggio 1878.

La percorrenza complessiva è di 10,4 km. La diramazione è a binario unico (il raddoppio arriverà solo nel 1961).

La diramazione inizia alle spalle della Stazione di Ponte Galeria e l’arrivo è nella città di Fiumicino. Qui viene edificata una stazione.

C’è una sola fermata intermedia, presso l’antico abitato di Porto, in aperta campagna (nel 1961 sarà trasformata in stazione).

La linea è dotata anche di un breve collegamento di 0,7 km tra la città di Fiumicino e il Portocanale, lungo le banchine commerciali alla foce del Tevere, sul ramo artificiale di Isola Sacra.

Lo studioso di storia ferroviaria Omar Cugini ha rinvenuto il primo orario di servizio della Linea Roma-Fiumicino (che utilizza la diramazione di Ponte Galeria). La linea è servita da due coppie di treni giornaliere, in partenza alle 7,05 e alle 17,05 da Roma Termini, e alle 9,50 e alle 18,45 da Fiumicino. Il tempo di percorrenza è di 34 minuti.

Nel corso degli anni il traffico commerciale tra il Portocanale e Roma si rivela comodo e fiorente, al punto che lo scalo merci si rivela insufficiente. Sotto il fascismo, nel 1927, lo scalo merci viene trasformato in stazione e prende il nome di Fiumicino Portocanale.

Il 14 novembre 1938 la linea viene completamente elettrificata. Scrive Omar Cugini: «Sono gli anni di massimo splendore, sia per il traffico passeggeri che per quello merci: oltre al Portocanale è presente tutta una serie di raccordi per collegare le allora numerose industrie presenti nella zona».

Le devastazioni della guerra interessano solo marginalmente la linea, che nel Dopoguerra torna subito in servizio. C’è un calo del traffico merci, dovuto al fatto che comincia ad essere più conveniente trasportare su gomma, anziché su rotaia. Ma al Portocanale è ancora possibile assistere ad un discreto movimento, e alle manovre degli automotori del Gruppo 211 tra le rotaie della stazione fluviale.

La linea, essendo strutturata in un lungo rettifilo, è una delle prime a passare al servizio navetta: i treni reversibili E 626 a telecomando parziale possono correre in entrambe le direzioni senza dover fare ad ogni capolinea le complesse operazioni di inversione della motrice su binari di servizio. E la linea ne risulta ora comoda e veloce.

L’apertura, sul finire degli Anni Cinquanta, del nuovo Aeroporto internazionale Leonardo Da Vinci, è l’inizio per la Linea Roma-Fiumicino di una seconda vita. Nel 1961 si decidono tre interventi: il raddoppio del binario su tutta la linea; il potenziamento della fermata di Porto e la trasformazione in stazione, per servire il nuovo Aeroscalo internazionale; il miglioramento del percorso, costruendo un raccordo all’altezza della fermata di Porto.

Il primo intervento viene realizzato agevolmente: la linea si dota del secondo binario, rendendo possibile il simultaneo passaggio di due treni, e quindi il raddoppio del traffico passeggeri. Sulla linea transitano ora le moderne vetture ALe801/940.

Anche il secondo intervento riesce, e la fermata di Porto diventa una moderna stazione con ben 4 binari. Ma i risultati in termini di aumento del traffico passeggeri non sono quelli sperati. Scrive Omar Cugini: «Nelle intenzioni delle FS questa stazione avrebbe dovuto servire i passeggeri diretti all’Aeroporto. In realtà non servì praticamente a nessuno, essendo posta a circa 3 km dagli ingressi aeroportuali. La gente, invece di servirsi del servizio ferroviario, affidato ormai alle ALe801/940, preferì continuare a servirsi degli autoservizi in partenza dal primo Air Terminal di via Giolitti, vicino la Stazione Termini».

La costruzione dell’aeroporto non incide insomma sulla vita tranquilla della linea per Fiumicino: linea merci e passeggeri insieme. Così il terzo intervento, «il raccordo, nonostante si mostrasse privo di particolari problemi di realizzazione, essendo la zona ancora in aperta campagna, non viene mai realizzato».

Negli anni Settanta il traffico merci cala, fino quasi a scomparire, perché ormai si trasporta tutto su autostrada: scompaiono molte industrie della zona e la Stazione Portocanale perde di importanza fino a tornare fermata e diventare il set decadente e sinistro di molti film di terz’ordine. La linea però ha ancora un discreto successo come linea balneare: tanto traffico passeggeri nella stagione estiva, e un traffico passeggeri limitato ai soli pendolari di Fiumicino, una cittadina con meno di cinquantamila abitanti. Mantenere in piedi la linea per l’Aeroporto è una questione di immagine, ma nel frattempo anche le FS declassano la stazione dell’Aeroporto a semplice fermata.

I dirigenti delle Ferrovie studiano varie ipotesi di rilancio, e tornano a lavorare al progetto di un raccordo per superare i 3 km che separano la ferrovia dall’Aeroporto. Intanto il traffico merci cala ancora, tanto che nel settembre 1989 la fermata di Portocanale viene definitivamente chiusa.

In occasione dei Mondiali di calcio, che si tengono nel 1990 in Italia, tutta la rete ferroviaria romana è soggetta ad un ammodernamento e ad un ripensamento delle percorrenze. Si fa strada l’idea di separare la Dorsale Tirrenica dai collegamenti per l’Aeroporto, costruendo un passante, a nord della tratta esistente su cui deviare la Dorsale.

L’opera viene aperta al traffico ferroviario il 25 maggio 1990 e prende il nome di Passante Trastevere-Maccarese. Si tratta di un piccolo raccordo ferroviario che sostituisce la percorrenza Trastevere-Maccarese via Ponte Galeria, nel quadrante sud-ovest, con una percorrenza più breve, che da Trastevere raggiunge direttamente Maccarese (al km 34,200), passando per la Stazione Aurelia, nel quadrante ovest.

Il vecchio ramo Trastevere-Maccarese via Ponte Galeria rimane in funzione per la linea merci, a transito prevalentemente notturno.

Il passante Roma-Maccarese via Aurelia, avendo separato la Roma-Fiumicino dalla Linea Tirrenica, rende obsoleta la Stazione San Paolo, che, avendo perduto la funzione primaria di regolare gli scambi in diramazione subito prima di Trastevere, viene avviata allo smantellamento. In quest’anno dunque lo snodo di Trastevere cessa di essere stazione di diramazione per diventare stazione passante (i treni in transito possono attraversarla senza dover fermare in stazione), e quindi tecnicamente Trastevere cessa anche di essere uno snodo.

Nello stesso anno avviene la fusione operativa della Stazione Trastevere con la vicina Stazione Ostiense, in riva sinistra, dove vengono concentrate le operazioni di smistamento dei binari: pur mantenendo per il pubblico due distinte denominazioni (Trastevere e Ostiense) le due stazioni sono da quest’anno una super-stazione, dislocata sulle due sponde del fiume e collegata da moderne interconnessioni. Così è ancora oggi.

Per la linea Roma-Fiumicino l’occasione di rilancio arriva con i Mondiali di calcio di Italia 90. Per quell’anno l’evento sportivo internazionale prevede un ingente arrivo di visitatori da ogni parte del mondo, e il collegamento della ferrovia con l’Aeroporto torna ad essere una priorità.

Si trovano i fondi e viene approvato un progetto – che in verità lascia perplessi molti progettisti – di un avvenieristico Air Terminal nell’area dell’ex Scalo merci Ostiense.

Il 27 maggio 1990, appena in tempo per il fischio d’inizio dei giochi, viene inaugurato il raccordo, lungo 3,2 km, pendenza 14‰, interamente costruito in viadotto, che porta la ferrovia fin dentro l’Aeroporto, con la nuova Stazione Fiumicino Aeroporto realizzata al 1° piano del Fabbricato Voli internazionali, al km 31,400. All’inizio della diramazione viene creato uno scalo tecnico, chiamato Bivio di Porto, che viene telecomandato dalla stazione di Fiumicino Aeroporto. La vecchia fermata di Porto viene definitivamente chiusa.

Il 1990 è l’anno di gloria della Linea Roma-Fiumicino, fiore all’occhiello dell’Italia, quinta potenza economica mondiale. La linea è servita da vetture ALe601 con il logo Alitalia e i tre colori della bandiera nazionale. Si creano per l’occasione due linee ferroviarie speciali dirette, ribattezzate voli di sperficie: la Firenze-Fiumicino e la Napoli-Fiumicino, con i primi treni ETR 500, quattro volte al giorno.

Durante i Mondiali di calcio di Italia 90 vengono occasionalmente create delle corse prolungate della Fiumicino-Air Terminal Ostiense, che proseguono, sfruttando l’anello ferroviario urbano, fino a Stazione Tiburtina, secondo snodo ferroviario di Roma.

È probabilmente in questa circostanza che si fa strada l’idea di recuperare l’ormai obsoleta rete ferroviaria urbana di Papa Pio IX, trasformandola in una moderna metropolitana di superficie, sul modello della RER francese. Ci si accorge così che, facendo correre nuovi treni, più agili, sui tracciati di più linee diverse, si possono creare nuove linee urbane capaci di assorbire un grande numero di viaggiatori. Questo progetto, che prende il nome di cura del ferro, ha avuto tra i suoi più accesi sostenitori l’allora sindaco di Roma Francesco Rutelli.

Nasce così, nel 1993, la prima linea FM1 (dove FM sta per ferrovia metropolitana), che collega stabilmente la Stazione Tiburtina con l’Aeroporto di Fiumicino, attraversando l’intera città da nord-est a sud-ovest.

Successivamente la linea, innestandosi sulle ferrovie regionali, viene prolungata fino a Fara Sabina, divenendo FR1 (dove Fr sta per ferrovia regionale).

Nel 1999 entrano in servizio sulla FM1 i primi TAF, Treni ad Alta Frequentazione (composti di Ale 426/506 + Le739; prima insieme alle ALe801/940, e poi prendendone il posto).

Sulla FR1 oggi l’offerta tipica è di 4 treni l’ora: di essi due seguono la percorrenza breve Aeroporto-Fara Sabina; il terzo è prolungato fino a Poggio Mirteto; il quarto è ulteriormente prolungato fino ad Orte.

Ma l’euforia mondiale di Italia 90 dura poco, il tempo di una festa. Spostata la direttrice principale sul nuovo raccordo per l’Aeroporto (dove fa capolinea il maggior numero di treni), la vecchia percorrenza per l’abitato urbano di Fiumicino diventa un ramo secco, utile soltanto per la stagione del mare. La stazione urbana di Fiumicino, per distinguerla dalle altre stazioni dell’area, viene ribattezzata Fiumicino Paese.

Nel 1994 l’innovativo metodo della stazione telecomandata, già sperimentato allo scalo tecnico di Bivio di Porto, viene esteso anche alla stazione di Fiumicino Paese, dove viene soppresso anche il servizio di biglietteria.

Nel 1994, con l’attivazione della linea FM1, i servizi per Fiumicino Città si attestano all’Air Terminal della Stazione Ostiense.

I servizi Alitalia per i Mondiali vengono soppressi appena quattro anni dopo la loro istituzione, nel 1994.

Riporta Omar Cugini che sulla linea corrono treni ALe801/940 e i complessi di E646 + carrozze a piano ribassato.

Nel 1995 arrivano i primi moderni complessi ALe841, nella tratta diretta tra Roma Termini e Fiumicino Aeroporto.

Intorno al 1994-95 l’Air Terminal viene chiuso al traffico e i treni per Fiumicino Città seguono le sorti dell’FM1, attestandosi a Fara Sabina, capolinea della FM1, con un’offerta di un treno ogni ora.

Il grande Giubileo dell’anno Duemila sarà l’occasione per nuovi cambiamenti sulla linea.

Già nel 1999 viene creato un nuovo servizio, chiamato no-stop Termini-Fiumicino Aeroporto (oggi Leonardo Express), trainati dalle nuove locomotive E464 (E464 + carrozze UIC appositamente ristrutturate), in precedenza affidati ai complessi di ALe841.

In un primo tempo il servizio partiva dall’Air Terminal di Roma Ostiense. Oggi il servizio parte da Roma Termini.

Nel 1999 è insomma ormai chiaro che la direttrice principale della linea è quella per l’aeroporto, e la percorrenza per Fiumicino Paese è ormai un ramo secco. In quegli anni i tecnici delle FS valutano la soppressione della linea per Fiumicino Paese.

Un aneddoto popolare vuole che sul finire del 1999 le Ferrovie abbiano deciso di testare gli effetti del cosiddetto Millennium Bug sulla rete ferroviaria, prendendo in esame proprio l’area di Fiumicino Paese. La Ferrovia viene interrotta per molti giorni e si comincia a pensare che in realtà si tratti delle prove generali della chiusura della linea. Non si sa quanto c’è di vero in questo aneddoto; fatto sta che la diramazione per Fiumicino Paese viene effettivamente chiusa il 30 gennaio 2000, e al suo posto viene istituito un autobus per Ponte Galeria, alla frequenza di 15 minuti. Mentre viene annunciata, l’imminente realizzazione di una nuova stazione in corrispondenza del Bivio di Porto (che non verrà mai realizzata).

L’area della vecchia stazione viene destinata dal Comune di Fiumicino alla nuova piazza di fronte alla nuova sede municipale, ma per qualche tempo la linea viene mantenuta armata, in attesa di trovare una buona idea sul da farsi per rilanciare i trasporti della cittadina.

Ma inevitabilmente, sulla tratta non più utilizzata, inizia il degrado. C’è qualche protesta dei pendolari, ma nel complesso nulla si muove.

Nel 2002 c’è un bel progetto, promosso da associazioni ambientaliste, per recuperare la vecchia stazione di Porto facendone la porta di accesso all’area archeologica di Porto. Ma non se ne fa nulla. Intanto anche i deviatoi di Bivio di Porto vengono sostituiti da un semplice posto di comunicazione, telecomandato dalla stazione di Fiumicino Aeroporto.

Nel 2003 si fa avanti l’ANAS, che presenta un progetto di recupero del sedime ferroviario per trasformarlo in una carreggiata stradale. Ma nemmeno qui se ne fa nulla.

C’è un altro bel progetto per la realizzazione di un tram locale sulla ex linea ferroviaria. Idem come sopra. E intanto la vegetazione si impadronisce dei binari. Nel frattempo RFI rimuove l’elettrificazione e disattiva gli apparati di stazione.

Nel 2003 si parla di un progetto di riattivazione della linea, a servizio del Porto di Fiumicino. Ma la notizia è di poco successiva e contrastante con un’altra notizia che dice che Ferservizi, società immobiliare delle Ferrovie, avrebbe messo in vendita le aree in blocco.

A distanza di anni anche il Bivio di Porto viene smantellato.

Nel 2005, al km 26,800, viene realizzata la nuova stazione di Parco Leonardo.

Nel 2007 arriva la parola fine: il Comune di Fiumicino, proprietario dell’area della Stazione di Fiumicino Paese la vende ad un consorzio di costruttori, che decide per la demolizione e la costruzione, al suo posto, di una nuova area residenziale.

Attualmente i collegamenti con Fiumicino Paese sono assicurati da bus CotraL diretti a Roma, e bus navetta per l’Aeroporto e la Stazione Parco Leonardo della FR1.

L’offerta tipica sulla FR3 è di 4 treni l’ora: due di essi svolgono la percorrenza breve Ostiense-Cesano; il terzo è prolungato fino a Bracciano; il quarto è ulteriormente prolungato fino a Viterbo Porta Fiorentina.

Sulla FR5 l’offerta tipica è di 2 treni l’ora, che coprono la tratta Termini-Civitavecchia.

[La FR1 come metro leggera].

[Progetti di nuove stazioni: Meucci e Newton].

[Interazioni con la Cabinovia di Magliana].

[Interscambio Muratella-Nuovo Stadio].

[Tram 8].

[Progetti relativi alle nuove linee tram].

La Metro D è un progetto di trasporto pubblico metropolitano, che attraversa la città da sud a nord per 20 km, con 22 stazioni e una capacità di trasporto di 20 mila passeggeri l’ora nella fascia di punta. Occorre dichiarare subito al lettore che questo progetto non è attuale né futuribile, e anzi le attività di finanziamento dell’opera sono state interrotte nel 2012. Tuttavia, a futura memoria, appare utile narrarne i contenuti.

La Metro D compare per la prima volta nei documenti ufficiali della città il 10 gennaio 2005, quando la delibera comunale n. 1 pone l’obiettivo di dotare Roma di una quarta linea metropolitana. Il tracciato serve i quartieri meridionali di Eur, Magliana, Marconi, San Paolo e Trastevere, per poi attraversare per intero la Città storica e proseguire nel settore nord, servendo i quartieri di Montesacro, Salario e Talenti. La D è pensata per collaborare con la Linea B, su un tracciato in parte parallelo lungo la direttrice nord-sud: allo stesso modo funziona la Linea C rispetto alla Linea A, lungo la direttrice est-ovest. Se l’impianto complessivo delle metropolitane romane resta quindi invariato nella sua forma a «grande croce» lungo i due assi nord-sud ed est-ovest, la novità principale è che le intersezioni delle quattro linee nel Centro storico determina una «maglia» di quattro «stazioni centrali», concepite per smistare le corrispondenze: Termini già esistente, Venezia da costruire, più Spagna e Colosseo da reinventare.

La delibera comunale del 2005 non prevede la copertura finanziaria dell’opera, ma un finanziamento a progetto – in inglese «project financing» –, un’innovativa formula economica istituita con la Legge n. 109 del 1994. Project financing significa sollecitare il «libero mercato» a presentare una sua proposta di realizzazione dell’opera, già completa di tutto: progettazione, sostenibilità finanziaria del cantiere, regole di gestione per dopo che l’opera sarà realizzata. Tra tutte le proposte pervenute, l’Amministrazione cittadina ne sceglie una, nominando l’autore della proposta «promotore» dell’opera. Si apre a questo punto una gara pubblica, in cui il promotore e le altre imprese «sfidanti» competono per aggiudicarsi la concessione dell’appalto. La città determina la cornice dell’appalto, fissando le regole del project financing, cosa che effettivamente avviene con la delibera comunale n. 60 del 2 marzo 2006. L’iter di gara procede spedito, e nel maggio 2006 viene pubblicato l’Avviso indicativo per l’individuazione del promotore. L’istruttoria per la valutazione delle proposte si conclude nel marzo 2007, con l’adozione della delibera della Giunta comunale n 110. Questa delibera, che riconosce l’«interesse pubblico» dell’opera, individua come soggetto promotore l’associazione temporanea di imprese tra la Società Italiana per Condotte d’Acqua e l’Impresa Pizzarotti & C.

In questa fase il progetto si delinea con maggior chiarezza. Il capolinea Sud è collocato a piazzale dell’Agricoltura, all’EUR, e la stazione Eur-Magliana (già esistente) diventa una stazione di corrispondenza per l’interscambio con la Linea B e la Ferrovia Roma-Lido. A questo punto la linea passa sotto il Tevere, con una galleria sotto l’alveo fluviale che rappresenta una complessa sfida dell’ingegneria, per entrare in territorio portuense, dove è prevista la fermata Magliana Nuova. Il progetto non specifica il posizionamento esatto della nuova fermata – possiamo solo tirare a indovinare: piazza de André? – ma descrive solo le caratteristiche che la fermata dovrà avere: deve offrire il servizio al quartiere, deve avere vicinanza ai parcheggi di scambio e un raccordo con la pista ciclabile. Dopo Magliana Nuova la linea sottopassa di nuovo il Tevere, per sbucare su lungotevere Dante e raggiungere l’università, dove è prevista la fermata Roma Tre; dopo l’università la linea passa di nuovo il Tevere all’altezza di Ponte Marconi, dove è previsto un raccordo in superficie con la pista ciclabile, e quindi prosegue lungo la direttrice di viale Marconi, in direzione di piazzale della Radio. È prevista una fermata intermedia esattamente al centro del quartiere (Fermi), quindi la linea D arriva all’attuale Stazione Trastevere, che diventa stazione di corrispondenza con le ferrovie regionali (F1, F3, F5, linea per l’Aeroporto). Dopo Trastevere la linea prosegue per altre 15 fermate, replicando inizialmente il tracciato del tram 8. Sono previste due fermate nel rione – Nievo e Sonnino –, quindi la linea passa sotto l’Isola Tiberina e raggiunge Piazza Venezia, snodo di corrispondenza con la Metro C. La Linea D ferma ancora su via del Corso, dove è prevista la nuova fermata San Silvestro, interseca la Linea A a Spagna e infine prosegue a nord, con le fermate Piazza Fiume, Buenos Aires, Verbano, Vescovio, Salario (scambio con la F1), Prati fiscali, Jonio (scambio con la B1), Adriatico, Talenti, Pugliese e Ojetti (capolinea nord). La tecnologia della D è basata sull’automazione integrale, cioè senza personale di guida a bordo. Il servizio è previsto su treni a capacità ridotta – 800 posti – ma con elevata frequenza di passaggio – 90 secondi tra due convogli consecutivi –. Le gallerie a canna unica a doppio binario sono realizzate con le talpe meccaniche TBM («tunnel boring machine): nel centro storico la linea raggiunge profondità di 40-50 metri, essendo necessario sottopassare le linee A e C, mentre nelle fasce periferiche la profondità è limitata a 20-30 metri.

Il Piano regolatore generale del 2008 conferma l’opera, e in quell’anno si definiscono i costi dell’intero progetto. Il costo è valutato in due miliardi e settecentomila euro. Con IVA e altri oneri si arriva ad un totale di 3.415.000.000. Nell’agosto 2009 si arriva al bando di gara, dal titolo «Concessione per la progettazione, realizzazione e gestione della Linea D della Metropolitana di Roma». Come previsto dal project financing in questa gara debbono farsi avanti gli sfidanti del promotore, per aggiudicarsi la concessione della linea. La gara prevede che l’opera sia realizzata in tre tratte, partendo da quella centrale chiamata «tratta prioritaria» da realizzarsi subito (11,5 km e 12 stazioni da Fermi a Salario), mentre le due «tratte di completamento» a sud e a nord sono da realizzarsi in un momento successivo. L’ammontare netto dell’investimento è di 2.127.820.000 euro per la tratta prioritaria (maggiormente impegnativa), e di 1.050.980.000 per le due tratte di completamento.

Succede a questo punto che, in mezzo alle cifre da capogiro del project financing, interviene l’Autorità per la Vigilanza sui Contratti pubblici, che comincia a esprimere perplessità crescenti sulla sostenibilità finanziaria dell’opera. Le perplessità si trasformano in un atto ufficiale nell’estate 2010, quando l’Authority, con la delibera n. 19, dichiara che l’opera è «sprovvista di copertura finanziaria». Nella lettera del 29 luglio al sindaco dell’epoca, Gianni Alemanno, l’Authority comunica che «l’architettura della gara è sconveniente per l’Amministrazione»; «il trasferimento dei rischi si è rivelato a sfavore della Amministrazione»; «restano del tutto valide le perplessità afferenti la mancanza di copertura finanziaria». A stretto giro, siamo al 3 agosto, si riunisce il consiglio di amministrazione di Roma Metropolitane, per valutare la missiva dell’Authority. L’indomani un comunicato stampa informa che è stata «sospesa temporaneamente la gara della Linea D»:

 

L’Autorità per la Vigilanza sui contratti pubblici ha reiterato le perplessità, già espresse in una precedente nota del giugno scorso, puntualmente controdedotta da Roma Metropolitane, sullo schema di project financing della Linea D della metropolitana di Roma. L’Autorità ha evidenziato come, a suo avviso, tale procedura sia accompagnata da consistente aleatorietà, tanto da farne dubitare il vero interesse pubblico. Il Consiglio di amministrazione di Roma Metropolitane, riunitosi quindi in seduta ordinaria, si è visto costretto a deliberare la sospensione temporanea della gara in atto. Tale sospensione consentirà al Comune di Roma di svolgere una ulteriore riflessione sulla tematica e di stabilire quindi gli opportuni indirizzi, a cui Roma Metropolitane prontamente darà il dovuto seguito.

 

Da quel momento la gara si ferma, per non riprendere mai più. Dopo due anni, il 26 ottobre 2012, una nuova riunione del Cda di Roma Metropolitane decreta l’abbandono del progetto, chiudendo formalmente il procedimento di gara. Il successivo 5 novembre viene pubblicato l’Avviso di revoca del bando di gara, in cui si legge: «Si rende noto che il bando di gara è stato revocato in via di autotutela […], per i motivi di pubblico interesse ivi indicati, relativi in particolare alle mutate condizioni tecniche ed economiche a base della procedura. Sono altresì revocati tutti gli atti conseguenti al bando di gara». È la pietra tombale della Metro D. Oggi, al momento in cui scriviamo, non vi sono prospettive di ripresa del progetto.

[Progetto Berdini di Metro C a Corviale].

 

Gli edifici pubblici di Arvalia

 

[Demanio e Patrimonio].

L’utilizzo del suolo pubblico è normato dall’Art. 55 del Regolamento del Decentramento amministrativo, che fissa la competenza generale per il rilascio delle concessioni in capo ai municipi: sia che si tratti di un’assegnazione durevole nel tempo, ad esempio per l’esercizio di un’impresa, sia che si tratti di un semplice passo carrabile per permettere l’accesso ad un condominio, o di una manifestazione artistica temporanea che si svolge in strada. Il municipio si occupa degli adempimenti gestionali (riscossione, accertamento e recupero dei canoni dovuti), ma anche della vigilanza sull’esercizio della concessione, adottando eventuali provvedimenti di disciplina in caso di inadempienze. Ci sono tre esclusioni – le pompe di benzina, le riprese dei film e le grandi manifestazioni temporanee –, che hanno una disciplina speciale.

 

La cura del patrimonio locale

 

[I lavori pubblici].

Tra gli atti consiliari dell’8 marzo 2016 troviamo intanto che il Parlamentino dell’XI ha affrontato la questione dei ripristini, su strade e marciapiedi, a seguito di interventi di compagnie elettriche, idriche, telefoniche ecc. Esse, dopo aver posato cavi e tubazioni, spesso eseguono rattoppi sommari, creando rischi per la pubblica incolumità e costringendo l’Amministrazione a intervenire con altri rattoppi. «L’attività di controllo di esecuzione della posa cavi e dei ripristini – si legge in atti – prevede un impegno dell’Ufficio Tecnico, che […] provvede al controllo dei medesimi interventi, e che gli stessi vengano effettuati in rispetto di quanto previsto dal Regolamento Posa cavi». Il Consiglio approva in quella sede l’ordine del giorno n. 1, dal titolo «Sanzioni a società di pubblici servizi che svolgono attività nel municipio Roma XI», con cui si impegnano gli organi esecutivi a «ottimizzare il servizio di controllo sugli interventi […], avviando una serie di verifiche con l’obiettivo di controllare l’operato e di sanzionarlo nel momento in cui si dovessero riscontrare irregolarità».

Nella seduta dell’8 marzo 2016 il Parlamentino dell’XI si occupa delle manutenzioni degli edifici affidati al Municipio. Nella discussione viene evidenziato che ci sono delle «criticità elevate», a cui occorre far fronte avviando «una serie di interventi per la messa a norma», con il fine di «garantire sia la fruibilità [e] l’accessibilità […ma] anche la sicurezza di chi vi presta l’opera di lavoro». Lo strumento operativo individuato dal Parlamentino municipale in quell’occasione è una «road map», cioè una lista ragionata degli interventi da fare, accompagnata da una pianificazione di quali e quanti interventi eseguire nel tempo, ordinandoli secondo priorità. L’ordine del giorno n. 2, approvato quel giorno e intitolato «Manutenzione e messa in sicurezza uffici, immobili municipali e plessi scolastici», impegna gli organi esecutivi a «pianificare una road map delle criticità e, dopo aver individuato le priorità, intervenire ricorrendo ad una serie di interventi che possano avere l’obiettivo di bonificare le irregolarità presenti».

 

LA COMUNITÀ PORTUENSE

 

La popolazione

 

Nel Municipio XI risiedono oggi 154.871 abitanti, concentrati in quattro popolosi quartieri: Marconi (35 mila abitanti circa), Trullo (30 mila), Portuense (29 mila) e Magliana (26 mila). Rispetto al 1981 – anno del Censimento generale – la popolazione portuense ha avuto un progressivo calo: gli abitanti erano allora circa 168 mila. Oggi i fatti rilevanti di anagrafe e stato civile (nascite, morti, matrimoni, migrazioni ecc.) gestiti localmente dai municipi, tramite gli uffici anagrafici. Quello del Municipio XI si trova in Via Portuense, 579. Nel territorio vi sono altri quattro sportelli anagrafici decentrati: nei mercati Trullo e Magliana, nel plesso municipale di Corviale e alla Biblioteca Marconi.

L’anagrafe è un pubblico registro, che si tiene in ogni comune italiano, con il fine di documentare la situazione numerica della popolazione. A fianco dell’anagrafe esistono altri pubblici registri, chiamati registri di stato civile, nei quali i comuni annotano gli eventi significativi della vita dei singoli abitanti e delle famiglie: tutti nasciamo, abbiamo una cittadinanza e alla muoriamo; spesso ci sposiamo e talvolta divorziamo, adottiamo figli o veniamo adottati; oppure ci spostiamo in altri comuni o emigriamo in altri Paesi.

Questi registri sono conservati negli uffici anagrafici. Questi uffici hanno il doppio compito di aggiornare i registri, e di rilasciare a chi li richiede i certificati, cioè dei documenti che riproducono parti dei registri. Nel comune di Roma gli uffici anagrafici hanno una struttura decentrata: c’è un ufficio anagrafico per ciascun municipio, mentre l’ufficio anagrafico centrale di via Petroselli si riserva alcune funzioni speciali relative a stranieri, militari e pensionati.

Nel Municipio XI l’Anagrafico si trova in Via Portuense, 579, e occupa uno stabile novecentesco in cui il pianterreno, cui si accede da una scala, è destinato ai servizi al pubblico; il piano superiore è riservato agli uffici, mentre gli ampi scantinati e le soffitte a doppia falda ospitano archivi.

Come tutti gli altri uffici anagrafici, il suo compito principale è l’aggiornamento del registro anagrafico (iscrivendo i nuovi cittadini) e dei registri di stato civile (annotando nascite, morti, matrimoni ecc.), rilasciando agli interessati i relativi certificati, le carte di identità e i libretti di lavoro. Altri compiti dell’Anagrafico sono i cambi di domicilio, le pubblicazioni di matrimonio, la consegna dei libretti di pensione, alcune funzioni in materia di autocertificazione e alcune pratiche per l’estero (iscrizione degli italiani provenienti dall’estero e cancellazione degli stranieri che emigrano all’estero).

L’Ufficio centrale di via Petroselli si riserva invece, oltre alle funzioni generali di coordinamento, alcune funzioni più specializzate: il registro anagrafico degli Italiani residenti all’estero (AIRE), quello della popolazione emigrata, l’archivio delle pratiche di immigrazione; gli archivi relativi all’adempimento del servizio militare e alcuni servizi in materia di pensioni.

[I Servizi demografici].

[Gli uffici anagrafici decentrati].

Il 25 ottobre 1981 si tenne in Italia il XII Censimento generale della popolazione. Questo avvenimento, oltre a consentire al Comune una revisione straordinaria dei registri di anagrafe e stato civile, fu l’occasione a Roma per intraprendere studi demografici e sociologici sulla popolazione. Ve ne erano stati altri in passato, ma per la prima volta non si considerò la città come un tutt’uno, ma si cominciò ad analizzare i dati per singola circoscrizione. Quanto i nuovi confini delle circoscrizioni, da poco istituite, corrispondono anche a comunità urbane omogenee? Il compito di rispondere a questa impegnativa domanda, per la allora XV Circoscrizione, venne affidato all’impiegata Nicoletta Campanella, prematuramente scomparsa e ancora oggi ricordata per la grande umanità e spirito di servizio. La Signora Nicoletta, seppur nella pochezza dei mezzi a disposizione, credeva profondamente nel lavoro che andava a svolgere. La sua indagine, pubblicata nel 1987 con il titolo «Ritratto di una circoscrizione: La XV» è ancora oggi considerata una pietra militare per gli studi del territorio.

Nel 1981 nel Municipio risiedono 168.166 abitanti. Per fare un raffronto oggi gli abitanti sono scesi a circa 155 mila e la densità è scesa dai 24 abitanti per ettaro di allora ai 21,85 di oggi. Il calo demografico è un fenomeno relativamente recente. Le serie storiche indicano una crescita ininterrotta a livello cittadino, e il sovrappopolamento risulta, negli scritti della Campanella, come uno dei problemi più sentiti. Si pensi che un secolo prima, nel 1881, la densità di Roma era di appena 1,8 abitanti per ettaro; sale a 9,3 nel 1941 e nel 1981 passa a 19. «Roma assorbe il flusso migratorio proveniente soprattutto dall’entroterra e dal Mezzogiorno – scrive la Campanella –. È cresciuta in fretta e senza regole. I piani regolatori che si sono susseguiti sono stati sempre disattesi, per volontà politica e perché la veloce crescita non permette piani a lunga scadenza: la gente ha bisogno di case, e se le costruisce magari con le proprie mani. Dove il popolo non arriva da solo ci pensano gli speculatori, ai quali con la scusa del bisogno impellente di case si lascia fare di tutto».

Eppure, già nel 1981, la sociologa prevede un’inversione di tendenza: «Questo salire, questo continuo crescere, sta volgendo alla fine. Nell’area meridionale e nell’area occidentale del Comune di Roma nel prossimo futuro dovrà esserci una forte riduzione dell’edilizia sia dentro che fuori il Gran Raccordo Anulare, con un blocco dell’edificazione a favore dell’ambiente e del patrimonio esistente». Un fenomeno che invece la Campanella non poteva prevedere erano i recenti flussi migratori, da paesi europei ed extraeuropei. Nel Territorio Portuense, nel 1981, la studiosa riporta che gli abitanti sono per lo più di origine romana: «La XV ha il primato dei nati nel Lazio, il 71%, che si può dedurre siano anche in gran parte romani. Un numero rilevante della popolazione proviene dalle altre regioni, prime fra tutte quelle meridionali».

Allora la media dei componenti per famiglia è 3,16 persone, con una natalità superiore al dato romano e una significativa presenza di giovani. Gli anziani – e in quegli anni si considera anziano chi ha più di 60 anni – costituiscono l’11,3% della popolazione, mentre la media romana è del 15,8%. La scolarizzazione è bassa. I capofamiglia laureati sono solo il 5,6% (media romana: 11%), i diplomati sono il 18% e ci sono l’1,2% di capofamiglia analfabeti.

La popolazione attiva è al 34%, e solo un terzo è donna. Disoccupati e in attesa di prima occupazione sono il 6,9% (più della media cittadina). Tra i giovani c’è un 11,2% che abbandona gli studi e non lavora. Il 24% dei lavoratori è impiegato entro il territorio municipale, il resto lavora in città e solo il 3,2% fa il pendolare fuori comune. Insieme ai lavoratori si spostano anche gli studenti: il 67,7% di essi studia fuori dai confini circoscrizionali, diretti principalmente a Monteverde e in Centro. A fronte di questo flusso in uscita, la circoscrizione registra ogni giorno 14.771 lavoratori in entrata. Gli studenti in entrata sono 1386.

L’ultimo censimento generale (il XV) si è svolto il 9 ottobre 2011. In questa rilevazione sono state chieste ai capifamiglia informazioni numeriche sull’abitazione, le persone della famiglia (dati anagrafici, titolo di studio, professione, luogo in cui si svolge l’attività di studio/lavoro), le persone che non abitano abitualmente nell’alloggio e le persone temporaneamente presenti. Dal censimento risulta che la popolazione italiana è salita a 59.433.744 abitanti (60.457.909 compresi gli stranieri).

Anche in quell’occasione il Comune di Roma ha fatto un importante lavoro di indagine statistica, del quale ci proponiamo a breve di dare conto.

È stato recentemente pubblicato dal Comune l’Annuario Statistico 2015, il quale esamina rilevazioni anagrafiche dell’anno 2014: anche di questo ci proponiamo di dar conto non appena possibile.

Riportiamo intanto alcune anticipazioni alla data del 31 dicembre 2015, rilasciati da Roma Statistica. A quella data la popolazione iscritta nell’anagrafe municipale è di 154.871 abitanti. I due quadranti urbani più popolosi sono Marconi (34.851 abitanti) e Trullo (30.516), seguiti da Portuense (29.308) e Magliana (25.638). Minor popolamento hanno i quadranti di Corviale (16.184), Ponte Galeria (11.933) e Magliana Vecchia (5235). Per 1206 residenti non è stato possibile rintracciare l’esatta localizzazione.

 

I piccoli

 

[I nidi].

Il Municipio è competente in materia di «realizzazione, mediante gestione diretta o in convenzione, di iniziative a carattere sociale, di centri diurni o di comunità alloggio per […] minori […] e relative competenze di vigilanza e controllo sulle stesse».

Il Municipio è competente in materia di «realizzazione e gestione di vacanze diurne estive per […] minori residenti nel territorio municipale; realizzazione e gestione di soggiorni estivi e invernali, anche in località termali».

Il Municipio è competente in materia di «tutte le forme di assistenza previste nei confronti dei minori ai sensi delle norme vigenti e in ottemperanza ai provvedimenti disposti dalle Autorità Giudiziarie».

Il Municipio è competente in materia di «gestione delle tutele pubbliche (ex Art. 354 del Codice Civile)».

Il Municipio è competente in materia di «assistenza domiciliare e di sostegno alla famiglia per i […] minori […], nell’ambito delle attività proprie di questa modalità di intervento».

Il Municipio è competente in materia di «autorizzazione al funzionamento e vigilanza degli istituti di accoglienza per i minori su direttive della Regione Lazio o del Dipartimento comunale competente per materia».

 

La scuola

 

[Attività scolastiche e parascolastiche].

 

L’edilizia scolastica

 

[Gli edifici scolastici del territorio].

Tra l’estate 2016 e l’inizio del 2017 tre intensi terremoti, chiaramente avvertiti anche a Roma, devastano le zone appenniniche dell’Italia centrale: il 24 agosto c’è un magnitudo 6,0; due repliche il 26 e il 30 ottobre alzano la magnitudo a 6,5; infine una sequenza di scosse raggiunge magnitudo 5,5 il 18 gennaio 2017.

La scossa di agosto avviene a scuole chiuse; con le repliche di fine ottobre si avvia invece una campagna di sopralluoghi a tappeto, per escludere ogni ragionevole dubbio danni alle strutture. Questi sopralluoghi si concludono il 4 novembre, e permettono a tutti di tirare un sospiro di sollievo: non viene rilevato alcun danno strutturale provocato dal sisma e per l’indomani viene autorizzata la regolare riapertura delle scuole.

 

Gli anziani

 

I centri sociali anziani (c.s.a.) sono strutture territoriali a servizio della terza età. Per terza età si considera chi abbia compiuto i 55 anni compiuti, ma oltre agli over 55 possono iscriversi anche il coniuge o convivente di qualsiasi età e gli invalidi over 40. Altro requisito per l’iscrizione è la residenza a Roma e il domicilio nello stesso municipio del centro anziani; l’iscrizione è gratuita e non sono richieste contribuzioni periodiche.

I centri anziani sono un luogo di incontro sociale, culturale e ricreativo, aperto alla realtà locale. In essi gli anziani possono ritrovarsi, esprimere le proprie capacità, avere occasioni di partecipare a varie attività come gite, cene, conferenze, giochi di carte e ginnastica.

Ogni centro anziani ha una vita interna democratica ed è retto da un presidente e da un comitato di gestione, eletti dall’assemblea. I centri sono attualmente disciplinati dal Nuovo Regolamento per il Funzionamento dei Centri sociali anziani (delibera comunale n. 28 del 2010).

Il Municipio è competente in materia di «istituzione e gestione dei Centri Sociali per Anziani».

Nel territorio municipale vi sono 9 centri sociali anziani:

— c.s.a. Marconi, su via dei Papareschi, 28/B;

— c.s.a. Cardano, via G. Cardano, 122;

— c.s.a. Ciricillo, via degli Irlandesi, 47;

— c.s.a. S. Mancini, via Greve, 63;

— c.s.a. Mario Roma, via Calamandrei, 95;

— c.s.a. Liliana Toti (già Parrocchietta), via Seravezza, 2;

— c.s.a. Corviale, largo Quadrelli, 5;

— c.s.a. Piana del Sole, via Pescina Gagliarda, snc in loc. Piana del Sole;

— c.s.a. L’Eucalipto, via Caminada, snc in loc. Castelmalnome.

Queste in dettaglio le vicende dei vari centri anziani, così come ci pervengono dagli atti amministrativi municipali:

Il c.s.a. S. Mancini è il centro anziani della Magliana. Attualmente si trova al civico 63 di via Greve: questa sede ha preso il posto della sede storica di via Vaiano, 7. Abbiamo individuato tra gli atti del Parlamentino municipale, alcune notizie sulla vita democratica del centro, contenute nella delibera 1/2016. Era successo che nel corso del 2015 tre membri del comitato di gestione avevano rassegnato le proprie dimissioni: non era stato possibile sostituirli per esaurimento della graduatoria elettorale e il Consiglio municipale aveva convocato nuove elezioni per il 25 febbraio 2016. Dovremmo a breve essere in grado di riportarne l’esito, attraverso gli atti consiliari di ratifica.

Il Trullo non dispone di un centro anziani nell’agglomerato urbano, ma dispone di due centri in posizioni decentrate: Montecucco e Parrocchietta. Il primo di essi, denominato c.s.a. Mario Roma, si trova in via Calamandrei, 95 a Montecucco.

Il c.s.a. Liliana Toti è il secondo centro anziani del Trullo e si trova in via Seravezza, 2, alla Parrocchietta. Il centro è anche comunemente chiamato “Parrocchietta”. Apprendiamo alcune notizie sulla vita interna del centro anziani dagli atti della seduta consiliare del 16 aprile 2015:

 

In data 11 novembre 2014 il presidente ha rassegnato le proprie dimissioni. In data 15 novembre un membro del Comitato di gestione ha rassegnato le proprie dimissioni […]. In data 11 dicembre si sono dimessi tutti gli altri membri del Comitato di gestione. Si rendeva, quindi, necessario procedere a nuove elezioni [ed] era stata predisposta la delibera per la definizione della data delle elezioni, indicando il giorno 17 febbraio 2015. In data 19 gennaio […] si teneva l’Assemblea per la presentazione delle candidature, nel corso della quale si candidavano soltanto 2 persone. Non essendo stato possibile procedere alle elezioni per mancanza di candidati, il Comitato di gestione dimissionario ha continuato a garantire il regolare funzionamento del Centro, dando altresì la possibilità ai soci di confrontarsi ed organizzarsi per cercare nuovi candidati. In data 12 marzo si riuniva nuovamente il Comitato di gestione e, nel corso della riunione, si proponeva la data delle prossime elezioni per il 26 maggio.

 

Nella seduta consiliare del 16 aprile il Consiglio municipale approva, e indice le nuove elezioni per quella data (delibera 15). Il 26 maggio le elezioni si tengono regolarmente, rinnovando presidente e comitato di gestione. Il nuovo presidente è il signor Antonino Mandarino, affiancato dal nuovo comitato di gestione, di cui fanno parte, oltre allo stesso presidente, anche i membri Valerio Selloni, Antonio Rossi, Anna Natale, Antonio Barretta, Maria Fausta Aquilani e Bruno Giunta. Il Consiglio municipale ha ratificato gli esiti elettorali nella seduta del 2 luglio 2015 (delibera 18).

Il c.s.a. Corviale si trova all’interno del Serpentone, in una struttura interna con accesso da largo Quadrelli, 5.

Nel febbraio 2002 il Centro ebbe un ruolo di importante sostegno alle indagini del magistrato Monteleone circa la presunta fossa comune di soldati della Wehmacht nella miniera di Ponte Pisano. Il magistrato cercava riscontri, attraverso la «memoria dei vecchi», al racconto di Riziero Aquilante, unico testimone oculare del bombardamento della miniera; il Centro, presieduto allora da Franco Sellitto, collaborò attivamente organizzando riunioni su riunioni. Molte testimonianze di anziani suffragarono il racconto di Aquilante, attestando l’esistenza della memoria popolare dell’episodio, tuttavia nessuno degli iscritti aveva assistito personalmente all’episodio. «Ne abbiamo parlato fra noi, ma nessuno ricorda niente di preciso», dichiarò Sellitto. In quelle riunioni emerse anche l’ipotesi, sino ad allora esclusa dagli inquirenti, che dentro la cava i tedeschi avessero condotto anche degli ostaggi, o ebrei rastrellati in quei mesi terribili. Gli atti furono secretati e della vicenda non si è mai conosciuto pienamente l’esito.

L’esteso territorio di Ponte Galeria conta due centri anziani, entrambi in posizione distaccata rispetto all’abitato urbano principale, e precisamente nelle località Piana del Sole e Castelmalnome. Il c.s.a. Piana del Sole si trova in via Pescina Gagliarda, snc.

Il secondo centro anziani di Ponte Galeria, il c.s.a. polivalente L’Eucalipto, si trova in via Caminada, snc, in località Castelmalnome.

Il Municipio è competente in materia di «assistenza domiciliare e di sostegno alla famiglia per i soggetti anziani […], nell’ambito delle attività proprie di questa modalità di intervento».

Il Municipio è competente in materia di «istruttoria (come valutazione integrata con i distretti della A.S.L. e come esame delle richieste di contributo) per l’ammissione ai servizi residenziali e semiresidenziali ed alle R.S.A., secondo quanto previsto dalla normativa vigente, di persone anziane non autosufficienti».

Il Municipio è competente in materia di «realizzazione, mediante gestione diretta o in convenzione, di iniziative a carattere sociale, di centri diurni o di comunità alloggio per anziani […] e relative competenze di vigilanza e controllo sulle stesse».

Il Municipio è competente in materia di «realizzazione e gestione di vacanze diurne estive per soggetti anziani […] residenti nel territorio municipale; realizzazione e gestione di soggiorni estivi ed invernali, anche in località termali».

 

Arvalia in Nera

 

[Storie di banditi e di coltelli].

[Le batterie].

[Le Brigate Rosse].

[La Banda della Magliana].

[Alcuni casi eclatanti].

[La fine della Banda].

[La situazione attuale].

[Le forze di contrasto].

Una breve rassegna, attraverso le veline delle Forze dell’Ordine, può offrirci uno spaccato dei fenomeni criminali più recenti nei vari quadranti portuensi.

Nel maggio 2017 a Marconi è stato arrestato il Rapinatore seriale dell’Upim. Questo malvivente, un pregiudicato 44enne romano, aveva già messo a segno quattro colpi, tutti nello stesso store Upim di viale Marconi. Ad incastrarlo è stata una sofisticata indagine delle Forze dell’Ordine. L’uomo infatti era solito infatti fare un sopralluogo nel centro commerciale, a volto scoperto e mimetizzato tra le migliaia di clienti, per poi tornare armato e col volto travisato, per compiere la rapina. Le Forze dell’Ordine hanno analizzato le immagini del circuito interno di videosorveglianza, compiendo un non facile lavoro di comparazione fisiognomica tra i volti degli avventori e la sagoma travisata del rapinatore. Una volta individuato, arrestarlo è stato facile: l’uomo nel frattempo era già finito in carcere, per una precedente rapina.

Sempre a maggio 2017 a viale Marconi sono stati arrestati due uomini evasi dai domiciliari. I due, di 40 e 47 anni, mentre passeggiavano sono stati seguiti dai Carabinieri di Porta Portese, fino al loro scooter parcheggiato poco distante. Fermati per un controllo, è emerso che i due avrebbero dovuto trovarsi ai domiciliari, che il loro scooter era stato rubato il giorno prima e che, sotto la sella del mezzo era presente una pistola con matricola abrasa. I due sono stati condotti nel carcere di Regina Coeli, per rispondere delle accuse di evasione, detenzione di arma illegale e ricettazione.

Spostiamoci al Serpentone di Corviale per parlare di una lite in famiglia finita nel sangue. Al culmine di un diverbio per futili motivi un 41enne già noto alle forze di polizia accoltella l’ex-genero al braccio destro. L’uomo, per garantirsi la via di fuga, estrae una pistola e spara alcuni colpi in aria, scappando poi a bordo di un’auto. Il Commissariato San Paolo inizia le ricerche del fuggitivo, diramando anche un identikit a tutte le volanti, rintracciando l’auto parcheggiata non distante da casa e fermando il fuggitivo. L’ex genero, soccorso, ha avuto una prognosi di 10 giorni.

Nell’aprile 2017 è stato arrestato un uomo di nazionalità marocchina, intento a vendere merci contraffatte su via di Casetta Mattei. Si tratta di uno degli interventi dei pattuglioni anti-abusivismo della Polizia locale, che comprendono al loro interno, oltre a uomini del gruppo territoriale, anche unità del GSSU (Gruppo sociale di sicurezza urbana) e dello SPE (Sicurezza pubblica emergenziale). Quando gli uomini del pattuglione hanno avvicinato l’ambulante per un controllo di routine, questi si è dato precipitosamente alla fuga, salvo poi essere bloccato e condotto al centro di foto-segnalamento di via Patini, per l’identificazione. Lì è risultato che l’uomo era ricercato per precedenti specifici: immediato è scattato l’arresto.

Una certa apprensione ha destato, nell’aprile 2017 a Magliana Vecchia, uno scippo ai danni di un uomo: non solo per il luogo sensibile dell’aggressione – il parcheggio dell’Ospedale Israelitico a via Fulda – ma perché il fattaccio era stato preannunciato sui social: da giorni i residenti lamentavano la presenza di comitive di sconosciuti che si aggiravano con fare minaccioso. La dinamica[3] ci viene narrata dal consigliere Daniele Catalano:

 

Alcune persone hanno bloccato il cittadino in macchina e, aprendo lo sportello dal lato del passeggero, hanno rubato la borsa in modo repentino. Sono giorni, forse mesi, che i cittadini di questa zona segnalano anche sui social network la presenza di comitive di persone, molto spesso rom, aggirarsi per le strade con un comportamento minaccioso. La richiesta che proviene dai territori è una sola: maggiore sicurezza.

 

ARVALIA SOCIALE

 

Il sociale

 

Parlare dell’intervento sociale – cioè di azioni pubbliche per lenire o prevenire le situazioni di disagio dei cittadini – è un’impresa molto difficile. Gli strumenti sono tanti: sostenere chi è in difficoltà economica, curare chi ha una malattia, creare sul territorio centri specializzati e una rete di assistenti sociali sono tutte forme di intervento sociale. Essi possono essere più o meno ampi quanto più le politiche pubbliche e le risorse del momento lo consentono, e possono rivolgersi a una platea di utenti più o meno vasta: giovani, adulti, anziani, malati ecc., ma anche detenuti, senza fissa dimora, nomadi e migranti, sono tutti destinatari dell’intervento sociale. Strumenti e destinatari dell’intervento sociale costituiscono una matrice, chiamata spesso «arcipelago sociale», nel quale è facile perdere la bussola. Per questo, tra tanti modi di descrivere il sociale, ne abbiamo scelto uno a caso, quello più comune: raccontare le fasce di utenti, e quindi elencare i tipi di intervento. Raccontiamo quelli in favore di minori, anziani e malati in capitoli dedicati; affrontiamo qui l’intervento sociale in favore di beneficiari adulti, sia singoli che famiglie.

In generale, il Municipio è competente in materia di «assistenza economica a singoli e a nuclei», secondo una normativa complessa, nazionale e regionale. Il caso tipico è quello dell’improvvisa perdita del lavoro, e l’incapacità di provvedere, in assenza di risparmi, al sostentamento proprio o della propria famiglia. Ma possono esservi anche altri imprevisti, come una spesa improvvisa, che pongono singoli e nuclei in condizioni di povertà. In questi casi l’intervento sociale è un sostegno economico ai soggetti in difficoltà.

Il Municipio è competente per le iniziative a carattere sociale finalizzate a ridurre l’impatto delle povertà e delle c.d. “nuove povertà”, spesso invisibili. Queste iniziative possono essere più o meno strutturate, come ad esempio con l’istituzione di centri diurni o comunità alloggio per particolari categorie sventaggiate, oppure interventi molto più semplici, per alleviare l’indigenza.

Una proposta è ad esempio quella di istituire un «banco solidale» all’interno dei box dei mercati, per contrastare il fenomeno del rovistaggio tra gli scarti del mercato dopo che la giornata è terminata. Questa proposta è stata avanzata da Marco Palma già nel 2012, oggi vicepresidente del Consiglio municipale, che l’ha portata in Commissione Politiche sociali per trasformarla in un atto di Consiglio. «Ma questo era già successo due consiliature fa, e il tempo per valutare la proposta non è mancato»[4], spiega. Così Palma racconta come potrebbe funzionare un banco solidale:

 

Ho notato che intorno alle quattordici, quando gli operatori chiudono i box, si assiste a scene che ledono la dignità umana. Non è raro imbattersi in persone intente a raccogliere frutta e verdura da terra, se non addirittura nei cassonetti. Questo fenomeno negli ultimi anni è addirittura peggiorato. In passato trovavi solo gli anziani, mentre oggi lo riscontri anche nei cinquantenni. La mia idea è quella d’instituire una banco solidale. Pensavo semplicemente a un banco dove gli operatori del mercato possano lasciare frutta, verdura, al limite il pane invenduto. Poi servirebbe un volontario, magari della Protezione civile se è disponibile, in grado di sorvegliare questo banco. Solo per evitare che i prodotti siano presi da un unico cittadino, tutto qua. È un provvedimento finalizzato soprattutto a restituire la dignità a quelle stesse persone che, oggi, raccolgono quei generi alimentari da terra o nei cassonetti.

 

Il Municipio è competente in materia di «erogazione di contributi e rimborsi a invalidi del lavoro che usufruiscono di soggiorni climatici e termali» e l’«organizzazione e gestione degli stessi».

Il Municipio è competente in materia di «iniziative a carattere sociale, di centri diurni o di comunità alloggio per la popolazione detenuta ed ex detenuta».

Il Municipio è competente in materia di «organizzazione e gestione di campi attrezzati per comunità nomadi». I campi debbono coordinarsi con le linee di intervento dell’Amministrazione comunale.

Un ulteriore compito municipale è realizzare «servizi, anche nelle forme di presìdi mobili (unità di strada territoriali, educative e di riduzione del danno), per il monitoraggio delle situazioni di disagio sociale, per l’attività di prevenzione e di informazione all’utenza».

 

L’Emergenza casa

 

I dati raccolti già dal 1981 dalla sociologa Nicoletta Campanella sono considerati il punto di partenza per comprendere la situazione abitativa attuale e le sue criticità. I dati del 1981 indicano che un terzo delle famiglie ha casa di proprietà (18.686), mentre gli altri due terzi sono in affitto: per la precisione 29.728 da privati, 6967 da Stato ed Enti, 1993 dall’Istituto Case popolari. Ci sono allora sul territorio 4784 case sfitte, delle quali 227 dello Stato ed Enti pubblici e 610 allo IACP: «Case senza inquilini e inquilini senza case!», riassume la Campanella. Riporta la studiosa che in quell’anno ci sono ancora 208 case senza gabinetto e senz’acqua, e 93 che hanno l’acqua ma non il gabinetto. Un altro fenomeno analizzato dalla Campanella sono le «coabitazioni promiscue», cioè case nelle quali la necessità (e non la scelta) ha portato a convivere famiglie diverse sotto lo stesso tetto.

Nel 2011 si è svolto un nuovo censimento generale. Ci proponiamo, non appena saranno disponibili i dati aggregati per municipio sulla situazione abitativa, di raffrontare i dati di trentacinque anni fa con quelli attuali.

Sulle emergenze dell’abitare qualche dato più aggiornato si ritrova negli atti consiliari dell’8 marzo 2016, giorno in cui il Parlamentino dell’XI discute dell’emergenza casa. La narrativa degli atti della giornata riporta i dati nazionali del Ministero degli Interni, relativi però al 2013, che contano in 70.000 le sentenze di sfratto emesse ogni anno, di cui 40.000 a Roma. Una stima ipotetica aggiornata al 2016 calcola in 200.000 gli sfratti pendenti a Roma. La Forza pubblica esegue ogni giorno 300 sfratti, e il 90% di essi è dovuto a un fenomeno relativamente nuovo, la cosiddetta «morosità incolpevole», cioè l’impossibilità di pagare il fitto per effetto della perdita di lavoro. E le previsioni a Roma sono tutt’altro che rosee: è prevista la chiusura dei centri di assistenza abitativa temporanea (i Caat); lo strumento del buono casa risulta insufficiente; per la cronica carenza di alloggi di edilizia residenziale pubblica (Erp) il Dipartimento per le Politiche abitative non riesce a dare risposta alle 20.000 famiglie in graduatoria per una casa popolare; non esiste una normativa per l’autorecupero che consenta di destinare stabili abbandonati alle famiglie in emergenza abitativa; il Bilancio comunale 2016 infine non prevede risorse aggiuntive per aumentare gli strumenti di protezione sociale. A fronte di questa situazione emergenziale, le case sfitte in città sono stimate in 250.000, e di esse 40.000 sono alloggi di nuova costruzione invenduti. Questo il quadro della situazione nel Territorio Portuense:

 

Nel nostro territorio sono previsti oltre mille tra sfratti e sgomberi. L’emergenza abitativa è aggravata dalla previsione di centinaia di sgomberi e sfratti nelle case ATER, preannunciati dal Commissario di Governo. Tra questi ci sono occupanti, cosiddetti abusivi, e famiglie morose, che avrebbero diritto a usufruire di una casa popolare o di stare in emergenza abitativa. Nelle case dell’INPS, alla Magliana, sono previsti oltre 400 tra sfratti e sgomberi, per i gravi ritardi dell’Ente nell’applicazione della sanatoria. Il Municipio XI si troverebbe da solo ad affrontare una emergenza che coinvolgerebbe famiglie con minori e disabili buttati per strada, senza poter dare una minima soluzione.

 

Negli atti approvati quel giorno si legge che «sarebbe un comportamento incomprensibile che nell’Anno del Giubileo straordinario della Misericordia […] si possano sfrattare tante famiglie e lasciarle per strada, senza una soluzione». Ma gli strumenti dati agli enti di prossimità sono ininfluenti: «I municipi non hanno né le risorse, né gli strumenti per poter intervenire sulle emergenze in atto, se non in modo parziale e decisamente ininfluente a mitigare la drammaticità dell’emergenza abitativa». E alla fine la montagna partorisce il topolino: nell’Aula Petroselli viene approvato l’ordine del giorno n. 5, dal titolo «Emergenza abitativa», con cui si impegnano gli organi esecutivi a proporre una «moratoria degli sfratti e degli sgomberi per tutta la durata dell’Anno giubilare».

Talvolta l’emergenza abitativa degenera in episodi violenti. Nel maggio 2017 c’è un tentativo di occupazione di uno stabile, in via di Montecucco, da parte di esponenti del movimento politico di estrema destra Forza Nuova. Intervengono gli agenti della Polizia di Stato e seguono tensioni con gli occupanti, tra i quali è presente anche il leader romano Giuliano Castellino, fermato e condotto in commissariato. Anche se in quell’occasione non vi furono cariche delle forze dell’ordine o arresti, alcuni video in Rete mostrano come l’episodio sia quantomeno degenerato in tafferugli[5]. Di lì a breve segue una dichiarazione infuocata del segretario nazionale di FN Roberto Fiore: «Arresti e aggressioni contro uomini e donne di Forza Nuova. Cariche della Polizia contro donne indifese e bambini. Un intero quartiere popolare in rivolta. Sono questi i primi eventi di una lunga battaglia che porterà il popolo di Roma a scontrarsi contro il Regime del business dell’immigrazione». Alcuni giorni dopo, nella stessa via, si è tenuta una «marcia per il diritto all’abitare», non organizzata, alla quale ha partecipato lo stesso Castellino. I manifestanti hanno scandito lo slogan «Prima gli italiani».

 

La sanità

 

[I servizi sanitari].

Il Municipio è competente in materia di «assistenza economica a singoli e a nuclei […], ivi compresa, fino a diversa regolamentazione della materia da parte dell’Amministrazione, quella ai soggetti affetti da HIV e sindromi collegate».

Il Municipio è competente in materia di «assistenza domiciliare e di sostegno alla famiglia per i […] portatori di handicap, nell’ambito delle attività proprie di questa modalità di intervento».

Il Municipio è competente in materia di «autorizzazione al funzionamento e vigilanza delle Case di riposo per anziani su direttive della Regione Lazio o del Dipartimento comunale competente per materia».

I municipi non hanno compiti diretti per la cura delle tossicodipendenze, ma lo Statuto comunale attribuisce loro dei compiti di prevenzione, ad esempio tramite campagne informative o formazione nelle scuole.

Riteniamo di poter contribuire all’informazione, con una fotografia attuale dei luoghi dello spaccio e delle sostanze smerciate, raccogliendo ordinatamente, quartiere per quartiere, le “veline” recenti delle Forze dell’Ordine.

A Portuense cocaina e hashih. Nell’aprile 2017 viene individuato un «garage dello spaccio» a Villa Bonelli. Riporta l’informativa dei Carabinieri dell’Eur che i clienti di questo box stupefacente sono soprattutto giovani, mentre i gestori sono due romani di 60 e 44 anni. La sostanza spacciata è la cocaina. A seguito di un blitz i militari sequestrano dosi già pronte e sostanze da taglio, oltre all’immancabile bilancino di precisione e il kit di confezionamento.

Sempre al Portuense, pochi giorni prima (ad inizio aprile 2017) nel liceo di zona arrivano i cani anti-droga Jamil e Condor, condotti dagli agenti del Commissariato San Paolo della Polizia di Stato. I cani poliziotto si piazzano all’ingresso a caccia di spinelli, ma gli studenti e le aule risultano tutti “puliti”. I due cani puntano dritto invece verso il locale per i detersivi in uso al bidello, e lì individuano un «bong», cioè una pipa ad acqua per fumare hashish, risultata usata di recente. Nell’appartamento del bidello 53enne, perquisito, vengono trovati ben 4 chili di hashish, 50 grammi di cocaina, oltre al bilancino e il kit.

A Magliana, nel maggio 2017, c’è stato un episodio davvero macabro: il ritrovamento del corpo senza vita di un uomo, stroncato da un’overdose di sostanze stupefacenti, nel bagno di una sala slot. Le indagini seguite al decesso hanno appurato che l’uomo era un frequentatore abituale della sala slot, e il locale sarebbe stato spesso «ritrovo di spacciatori e tossicodipendenti». Nella sala, dove si raccoglievano anche scommesse sportive, sono state riscontrate numerose le violazioni amministrative, e le attività erano gestite da «personale non autorizzato». Il questore ha disposto la chiusura della sala per 45 giorni e revocato al titolare la licenza per la raccolta di scommesse e video-slot. L’11 maggio gli agenti del Commissariato S. Paolo hanno apposto i sigilli, per la chiusura coatta.

Un altro episodio recente ci porta a Corviale e ci parla di cocaina. Ad aprile 2017 due romani di 32 e 42 anni, parcheggiati a bordo delle loro auto sotto il Serpentone, vengono fermati dai Carabinieri dell’Eur mentre cedono tre dosi di cocaina a una studentessa. Nel parasole dell’auto vengono trovati 24 grammi di cocaina, e altri 36 grammi vengono trovati a seguito delle perquisizioni domiciliari, oltre al bilancino e il materiale di confezionamento.

A maggio 2017, durante un controllo stradale, una volante ha fermato un 31enne romano che viaggiava a forte velocità su via di Casetta Mattei. Gli agenti lo hanno perquisito e gli hanno trovato negli slip sei dosi di cocaina confezionate.

La perquisizione domiciliare del pusher fermato a maggio a Casetta Mattei ha portato la Polizia a Ponte Galeria, precisamente in via di Monte Stallonara, dove il pusher risiedeva. Lì gli agenti hanno trovato di tutto: 800 grammi di cocaina confezionata in 12 dosi, due telefoni impiegati per le relazioni commerciali con gli acquirenti, due taglierini usati di recente, tre bilancini di precisione, diversi stampi artigianali e, cosa insolita, una pressa idraulica con la quale la sostanza stupefacente veniva confezionata sottovuoto.

[Alcool, gioco e altre dipendenze]

 

La cultura

 

Il Regolamento del Decentramento amministrativo delega ai municipi la gestione delle politiche culturali locali.

Non esiste una vera e propria definizione di cultura locale. L’ambito di competenza del municipio si ricava per sottrazione, tenuto presente che il Campidoglio riserva per sé le politiche culturali cittadine (che talvolta possono avere anche una valenza nazionale o internazionale) e le politiche culturali complesse (che riguardano più municipi o ufficici). E non esiste nemmeno un elenco di «cosa sia» culturale e cosa no: sono sicuramente culturali, perché citati dai freddi regolamenti, i campi tradizionali delle arti e dell’artigianato, del teatro, musica, cinema e folklore; ad essi sono affiancate dagli stessi regolamenti le attività sportive compresa la caccia e quelle relative ai beni culturali e al turismo; c’è infine la categoria residuale del tempo libero, che include un range variegato di attività, tutte tendenti – come ricorda il termine latino –, a coltivare lo spirito.

Le politiche culturali locali affidate ai municipi si dividono a loro volta in due aree di intervento: la programmazione delle attività culturali nel lungo periodo (che comprende anche la gestione dei centri culturali e dei centri sportivi) e i c.d. pubblici intrattenimenti (mostre, spettacoli, manifestazioni ecc.). Gli intrattenimenti sono ulteriormente suddivisi in quattro categorie: mostre, dibattiti e manifestazioni di arte e artigianato; spettacoli di teatro, musica, cinema e folklore; fruizione del patrimonio storico-artistico; manifestazioni sportive. Cominciamo da questi.

Il Municipio si occupa dell’organizzazione e promozione di mostre, dibattiti e manifestazioni (sia di arti rappresentative che figurative) artistiche e mostre di produzioni d’artigianato.

Di recente il Comune ha regolamentato l’Assegnazione di postazioni a favore di pittori, ritrattisti e caricaturisti nel Centro storico, per «il corretto svolgimento delle attività artistiche» su strada con postazioni en plein air, con evidenti ragioni di contrasto all’abusivismo commerciale e all’occupazione abusiva di suolo pubblico, soprattutto in prossimità dei monumenti e delle attrattive turistiche. È prevista la progressiva estensione del metodo delle postazioni en plein air su tutti i municipi: i municipi possono richiedere al Comune di destinare aree, sui propri territori, alle attività artistiche locali. Il 9 aprile 2015 il Parlamentino dell’XI, chiamato a esprimere parere su queste norme, le ha licenziate favorevolmente.

Il Municipio si occupa della programmazione e realizzazione di spettacoli teatrali, musicali e cinematografici e delle manifestazioni folcloristiche.

Le riprese cinematografiche e televisive non rientrano invece tra le competenze municipali: si tratta di concessioni speciali, disciplinate da un’apposita delibera comunale, gestite direttamente dal Campidoglio.

Il Municipio si occupa della realizzazione di visite guidate e, in generale, delle altre iniziative tendenti alla divulgazione e valorizzazione del patrimonio artistico, storico, naturale e paesistico.

In generale il Municipio vi provvede tramite fondi propri o con sponsorizzazioni, oppure tramite le quote destinate al «finanziamento di progetti di carattere strutturale o di promozione di attività culturali predisposti dai municipi» degli stanziamenti di bilancio comunale per la Cultura. La progettualità di questo tipo è esaminata da una apposita commissione comunale.

Nell’organizzazione di mostre, dibattiti, manifestazioni, spettacoli e visite guidate il Municipio può impiegare anche lo strumento delle convenzioni, con «enti, associazioni, cooperative e istituti culturali di comprovata esperienza nei rispettivi settori».

Al Municipio competono le iniziative per offrire alla cittadinanza forme agevolate di partecipazione allo sport e alle attività ricreative e culturali.

Il Municipio si occupa dell’istutuzione e della gestione dei centri culturali polivalenti municipali. Questi centri possono essere gestiti anche in convenzione, con enti, associazioni e cooperative.

[Le sponsorizzazioni].

Il Municipio è competente per l’organizzazione e promozione di manifestazioni inerenti il turismo di interesse municipale.

Il Municipio non si occupa invece delle biblioteche, che fanno capo all’Istituzione Biblioteche di Roma. Può tuttavia realizzare con esse delle convenzioni.

Infine, rimangono in capo al Municipio le altre manifestazioni temporanee che si svolgono sul suo territorio, in cui l’aspetto dell’occupazione di suolo pubblico, sia pur temporanea, è prevalente rispetto al contenuto culturale, sportivo, ricreativo. Se la manifestazione si svolge in ville, parchi o edifici di interesse storico e archeologico («aree pubbliche vincolate di valore artistico o paesistico-ambientale»), va richiesto il parere dell’ufficio competente, che, secondo i casi, può essere la Sovrintendenza Capitolina o le Soprintendenze Statali, l’Ufficio Decoro urbano o l’Ufficio Tutela Ambiente, con la forma tecnica della conferenza di servizi.

[Arvalia nella letteratura].

[Arvalia nel cinema].

[Arvalia nella pittura].

 

Lo sport

 

Il Municipio è competente in materia di programmazione e realizzazione di manifestazioni sportive.

Il Municipio ha inoltre una competenza generale per quanto riguarda le attività inerenti lo sport. Può operare anche mediante la stipula di convenzioni con enti, associazioni, cooperative e istituti culturali di comprovata esperienza nei rispettivi settori.

Il Municipio si occupa dell’istituzione e della gestione dei centri sportivi municipali. Questi centri possono essere gestiti anche in convenzione, con enti, associazioni e cooperative.

Il Municipio disciplina inoltre le modalità di utilizzazione di impianti e attrezzature per l’esercizio dello sport e assegna in concessione quegli impianti sportivi comunali che hanno una rilevanza municipale. In quest’ultima categoria rientrano anche le piscine coperte e scoperte.

Il Municipio è infine competente per il rilascio delle licenze per la gestione di campi sportivi, piscine ed altre strutture per l’esercizio dello sport.

Tra le attività sportive, un posto a parte occupa l’attività venatoria. Il Municipio si occupa degli atti gestionali relativi al rilascio delle autorizzazioni amministrative per l’esercizio dell’attività venatoria, con l’adozione, su rapporti della Questura, di Carabinieri e Vigili Urbani, di procedimenti disciplinari.

La fede

 

[Dal paganesimo ai primi cristiani].

[Il culto dei Martiri Portuensi].

[Altri santi portuensi].

[Il gemellaggio di fede con Fulda].

[La XXIX Prefettura ecclesiastica].

[La XXX Prefettura ecclesiastica].

[I culti riformati].

Attraverso un saggio di Silvio Galeano apprendiamo alcune notizie sulla Sala del Regno dei Testimoni di Geova, luogo di culto situato in via Pietro Frattini, 226. La struttura continua l’attività della precedente Sala del Regno di Casetta Mattei, oggi non più esistente. Il cantiere ha inizio nel luglio 2007 e si conclude nel 2010 circa. L’edificio si compone di un unico corpo a pianta rettangolare su tre piani, in stile contemporaneo con rivestimenti a cortina. Al primo piano è collocata una sala destinata alle adunanze, composta di una parte dedicata all’accoglienza e di un podio con leggio; al secondo piano si trova una sala, di maggiori dimensioni, con simile impianto. Le due sale si differenziano per il colore della parete di fondo (la prima è attrezzata per agevolare la lettura del linguaggio dei segni LIS, e presenta uno sfondo di colore blu). In entrambe sono assenti simboli religiosi.

[L’islam].

[L’ebraismo].

[Il Buddhismo].

[Le altre confessioni].

 

ARVALIA SOSTENIBILE

 

La macchina amministrativa

 

[Distribuzione del personale nella macchina amministrativa].

I «municipi», pur godendo di una speciale autonomia – ogni municipio ha ad esempio un suo «parlamentino» in cui vota gli atti di propria competenza –, non sono ancora assimilabili a «comuni metropolitani». Le competenze amministrative e tecniche municipali infatti, sono fissati nel Titolo IV del Regolamento del Decentramento amministrativo del Comune di Roma. Tale regolamento fa un elenco minuzioso delle competenze municipali, che vogliamo rammentare: risorse finanziarie; servizi demografici; tributi ed entrate extra-tributarie; affissioni e pubblicità; concessioni di suolo pubblico; commercio e artigianato; mercati saltuari; funzioni di polizia amministrativa; attività culturali; turismo, sport e tempo libero; sponsorizzazioni; servizi sociali; attività scolastiche e parascolastiche; fornitura di materiali e servizi; lavori pubblici; traffico e segnaletica; edilizia privata; demanio e patrimonio; aree verdi e alberate stradali, lasciando le «funzioni di indirizzo e di coordinamento» in capo al Campidoglio. Le funzioni assegnate ai municipi sono dunque molte: eppure il cammino per decentrare pienamente le competenze municipali è ancora tutto da compiere. Secondo l’Art. 50 del Regolamento infatti, «al municipio vengono assegnati strumenti, personale e adeguate risorse finanziarie e professionali per il concreto esercizio»: finché i municipi non godranno di autonomia finanziaria, la loro autonomia sarà sempre imperfetta.

La riforma costituzionale del 2001 ha dichiarato il ruolo speciale che la città di Roma riveste per l’Italia: «Roma è la capitale della Repubblica», dichiara l’Art. 114 della Costituzione, e la «legge dello Stato disciplina il suo ordinamento». Negli anni a seguire le leggi statali non sono certo mancate, ma ad oggi si attende ancora una legge complessiva che definisca il ruolo della città.

La legge di attuazione della riforma costituzionale risale al 2009, ed è stata attesa ben 8 anni. Con la Legge n. 42 la città è stata dotata di maggiori competenze, molto più grandi di quelle di un comune, ma diverse da quelle di una provincia o di una regione; Roma è considerata un ente territoriale speciale dello Stato italiano. L’Art. 24 di questa legge enuncia: «Roma Capitale è un ente territoriale [che] dispone di speciale autonomia, statutaria, amministrativa e finanziaria […]». Nel settembre 2010 il Governo ha approvato il decreto legislativo n. 156, che istituisce formalmente il comune speciale di Roma Capitale e abolisce il vecchio Comune di Roma; questo decreto è entrato in vigore il 3 ottobre 2010, giorno che può considerarsi la data di nascita di Roma Capitale. Le funzioni del nuovo ente sono tutte le funzioni amministrative che in precedenza facevano capo al Comune di Roma; e ad esse si aggiungono nuove funzioni, in precedenza statali o regionali: la valorizzazione dei beni storici, artistici, ambientali e fluviali; lo sviluppo economico e sociale, con particolare riferimento al settore produttivo e turistico; lo sviluppo urbano e pianificazione territoriale; l’edilizia pubblica e privata; l’organizzazione e funzionamento dei servizi urbani e di collegamento con i comuni limitrofi, con particolare riferimento al trasporto pubblico e alla mobilità; la protezione civile, in collaborazione con la Presidenza del Consiglio e la Regione Lazio.

Nel luglio 2012 anche la Provincia di Roma si è trasformata, divenendo Città metropolitana di Roma con il decreto legge n. 95. Questa modifica si perfeziona con una nuova legge del 2014, a seguito della quale il Consiglio provinciale (divenuto Conferenza metropolitana) ha approvato il 22 dicembre 2014 il nuovo Statuto metropolitano. Dal 1° gennaio 2015 la Provincia è divenuta Città metropolitana di Roma Capitale, con un territorio coincidente con quello dei comuni che facevano parte della Provincia di Roma. Il sindaco di Roma è di diritto anche sindaco metropolitano. Vale la pena enunciare l’Art. 1 dello Statuto metropolitano, che così definisce i compiti dell’«area vasta» di Roma:

 

La Città metropolitana […] riconosce le straordinarie tradizioni e peculiarità storico‐politiche della Capitale d’Italia, punto d’incontro tra culture, religioni e popoli diversi e centro della cristianità, città tra le benemerite del Risorgimento nazionale, insignita di Medaglia d’oro al valor militare Città di Roma 1849‐1949, per la meravigliosa epopea del 1849”, nonché di Medaglia al valor militare per la Lotta di Liberazione. In virtù del suo storico ruolo centrale, essendo depositaria di una tradizione civile fondata sul dialogo fra culture e popoli, ispira la propria formazione istituzionale ai principi di fraternità, interdipendenza tra popoli e comune destino della società umana, e promuove l’attivazione di relazioni di riconoscimento, reciprocità, condivisione, per contribuire all’edificazione di una cultura di pace e di comunione.

 

Nel frattempo, il 7 marzo 2013 il Consiglio comunale (divenuto Assemblea Capitolina), ha approvato il nuovo Statuto di Roma Capitale. Esso definisce i princìpi, le funzioni e gli organi dell’ente, e regola inoltre i rapporti tra l’Amministrazione cittadina e gli altri enti territoriali italiani, le ambasciate presenti nella città e la Santa Sede. In base al nuovo statuto sono organi di governo di Roma Capitale l’Assemblea capitolina (composta da 48 consiglieri), la Giunta capitolina (formata dal sindaco e da 12 assessori).

Nessuno di questi interventi normativi ha tuttavia definito il ruolo dei municipi, che sono ancora oggi considerati delle semplici partizioni amministrative di Roma, sprovviste di poteri reali. Si studia da diversi mesi una riforma statutaria che dia un nuovo ruolo ai municipi che li trasformi in efficienti «istituzioni di prossimità». Riportiamo una voce su tutte, quella dell’ex-presidente del Municipio Maurizio Veloccia, che nel 2013, da candidato, dichiarava agli elettori che «purtroppo il Municipio non ha in molti casi responsabilità e competenze dirette per l’ottenimento [degli] obiettivi». Cosa si può fare allora, oggi, nei municipi? Continua Veloccia: «Il ruolo che il Municipio deve svolgere è quello di “costante pungolo”, verso l’Amministrazione comunale e regionale, per far sì che adottino scelte e politiche volte a giungere a questi obiettivi. Noi pensiamo che l’istituzione di prossimità quale è il Municipio deve svolgere una fondamentale funzione di ascolto dei cittadini e di sensibilizzazione delle istituzioni centrali per migliorare la qualità della vita dei nostri quartieri».

Nella seduta del 29 ottobre 2015 il Parlamentino municipale si è occupato delle «proposte di iniziativa popolare o delle Consulte»: si trattava dell’introduzione di alcune modifiche all’Art. 54 del Regolamento comunale, che le disciplina. In quell’occasione il Parlamentino municipale votò favorevolmente alla proposta di modifica (delibera 21/2015).

 

Il bilancio locale

 

Parlare di bilanci municipali ci riporta a scuola e ci obbliga inevitabilmente a ripassare qualche definizione, assai ostica persino agli studenti di ragioneria. Il complesso delle spese che lo Stato deve affrontare è chiamato «bisogni pubblici», e lo Stato provvede a questi bisogni riscuotendo i «tributi», cioè delle somme che i cittadini sono chiamati a versare. I tributi vengono pagati da tutti in eguale misura? No. I tributi si dividono in due categorie: imposte e tasse. Solo le imposte riguardano tutti: sono un prelievo generale che ciascun cittadino paga in ragione del reddito (quanto ha guadagnato quest’anno) e della sua capacità contributiva (quante ricchezze ha accumulato nel tempo). Le tasse riguardano invece riguarda i soli cittadini che fruiscono di un certo servizio pubblico.

Questo ci insegna la scuola, ma oggi distinguere un’imposta da una tassa è un’impresa tutt’altro che facile: ad esempio molte tasse sopravvivono ben oltre la durata del servizio pubblico che le ha originate, fino a trasformarsi di fatto in imposte; oppure alcune tasse finiscono per riguardare tutti, perché di alcuni servizi siamo tutti fruitori anche solo a livello potenziale. A complicare il quadro ci sono oggi le c.d. «imposte uniche», che raccolgono insieme sia imposte che tasse in un unico pagamento. Per questo la suddivisione fra imposte e tasse ha via via nel tempo perso di popolari, in favore di una suddivisione molto più pratica – tributi statali e tributi locali –, che non contempera l’origine ma la destinazione dei tributi. Di norma le imposte sono destinate all’Erario, cioè le casse statali. Tutti gli altri tributi – e qui rientrano molte tasse, le imposte uniche e altri vari contributi – alimentano le casse degli enti locali (per lo più i comuni, ma vi sono anche altre casse, di cui non stiamo ora a parlare). Per questo tipo di tributi è stato coniato il termine di «local tax».

Le local tax hanno delle caratteristiche ben definite. Il gettito (cioè il loro ammontare) appartiene al comune, che può disporne per soddisfare i propri bisogni (ad esempio per erogare i servizi locali o finanziare un’opera pubblica), e la riscossione e l’accertamento competono anch’essi al comune. Altra caratteristica è che comune non ha potestà impositiva: non può cioè creare dei tributi (che è prerogativa dello Stato) e non può nemmeno modificare la base imponibile (cioè quali cittadini ne sono soggetti); i comuni tuttavia hanno potestà regolamentare: possono cioè con propri regolamenti favorire alcune categorie di cittadini o ambiti territoriali particolarmente svantaggiati, o determinare le aliquote (le percentuali di tassazione) entro dei valori minimi e massimi.

Oggi le local tax sono costituite da tre grandi voci: la IUC (imposta unica comunale), l’ICPA (imposta comunale per la pubblicità e le affissioni) e la TOSAP (tassa per l’occupazione di spazi e aree pubbliche). La Iuc, essendo un’imposta unica, raggruppa al suo interno varie imposte e tasse: l’IMU (imposta patrimoniale sugli immobili), la TARI (tassa sui rifiuti) e la TASI (tassa sugli altri servizi).

Accanto alla Iuc, Icpa e Tosap, che sono chiamate entrate tributarie, i comuni beneficiano anche di entrate extra-tribuatarie. Alcuni servizi pubblici locali sono facilmente divisibili tra i vari fruitori. Questi servizi sono detti «a domanda individuale» e sono molteplici: la refezione scolastica, gli asili nido, il rilascio di documenti e la celebrazione di matrimoni, tanto per fare qualche esempio. Per essi non si paga una tassa ma un contributo, che viene pagato soltanto da chi richiede il servizio. Infine, rientrano nelle entrate extra-tributarie sia le sanzioni sia gli oneri previsti dalle leggi urbanistiche.

A Roma il Regolamento del Decentramento amministrativo ha trasferito alcune competenze sui municipi, basandosi proprio sulla suddivisione tra entrate tributarie ed entrate extra-tributarie. Il principio generale è che il municipio provvede alla gestione e alla riscossione di quelle «di propria competenza». Le competenze sono articolate in questo modo: l’imposta unica comunale (cioè Imu, Tari e Tasi) si paga direttamente al Comune, e queste risorse ritornano indirettamente sul territorio municipale tramite i trasferimenti di bilancio. Sono invece gestiti direttamente dal municipio i canoni per l’occupazione di suolo pubblico, l’imposta sulle insegne pubblicitarie, le quote per i servizi a domanda individuale.

I municipi – ci dice il Regolamento del Decentramento – debbono organizzare in modo unitario (cioè con un unico ufficio) le attività del settore tributi, per facilitare e unificare gli adempimenti richiesti ai contribuenti. Questi uffici sono «accertatori di fonti di entrata» per l’Amministrazione comunale (permettono cioè al Comune di sapere di quali entrate potrà disporre: ogni anno entro il 30 marzo il Direttore del Municipio elabora una relazione sull’andamento delle entrate tributarie) e, se le local tax non vengono pagate, curano gli adempimenti preliminari per la riscossione coattiva e l’istruttoria preliminare dei contenziosi.

Dal 2014 la principale voce di entrata tributaria di Roma è la IUC, imposta unica comunale, che ha unificato l’imposta patrimoniale sugli immobili (IMU), la tassa sui rifiuti (TARI) e la tassa sugli altri servizi (TASI). La IUC (nelle sue tre componenti IMU, TARI e TASI) è disciplinata da una normativa nazionale e dal regolamento comunale del 2014, che ha ottenuto il parere favorevole del Parlamentino dell’XI nella seduta del 2 marzo 2016.

L’imposta patrimoniale sugli immobili (IMU) si applica a tutti immobili, esclusa la «prima casa» (l’abitazione principale). Alcune tipologie immobiliari hanno un regime più favorevole – gli alloggi sociali e quelli in uso alle Forze armate, le case in cooperativa non ancora frazionate, la casa assegnata al coniuge dopo la separazione, la casa di un anziano o un disabile ricoverato in istituti di cura –, mentre altre tipologie – come le «case di lusso» pagano l’IMU anche se prima casa. Hanno un regime di favore anche alcuni tipi di immobili produttivi: botteghe artigiane, teatri, cinema, edicole, autorimesse e locali utilizzati dalle onlus. L’aliquota ordinaria nel 2016 è fissata all’1,06%, mentre l’aliquota ridotta è allo 0,76%.

Il regolamento del Decentramento amministrativo (Art. 53) dà ai municipi alcune limitate competenze, come la «ricezione delle dichiarazioni rese ai fini dell’imposta comunale sugli immobili». Tuttavia il gettito dell’IMU non è assegnato ai municipi ma arriva nelle casse di Roma Capitale. Il comune provvede poi, tramite le assegnazioni di bilancio a distribuire le risorse fra i municipi.

Nella seduta del 2 marzo 2016 il Parlamentino dell’XI si è occupato del ravvedimento operoso e dell’accertamento con adesione, due strumenti fiscali che consentono di “aggiustare” le irregolarità di pagamento. Il primo di essi, il «ravvedimento operoso», consente al contribuente di regolarizzare spontaneamente le violazioni, irregolarità e omissioni tributarie, versando sanzioni ridotte; il secondo, l’«accertamento con adesione», è un accordo tra contribuente e uffici fiscali, per definire l’ammontare delle imposte dovute ed evitare una lite tributaria. Il Parlamentino, chiamato ad esprimere parere sulle delibere comunali che regolano questi strumenti, ha votato favorevolmente ad entrambi, rispettivamente con le delibere n. 4/2016 e 3/2016.

La tassa sui rifiuti (TARI) si applica agli utenti, cioè gli utilizzatori del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti. Ogni anno il gestore dei servizi (l’azienda municipalizzata Ama) presenta un Piano finanziario (che calcola i costi del servizio e le somme da destinare al miglioramento del servizio) e l’ammontare (valutato nel 2016 in 777.791.840 euro) viene ripartito tra le utenze domestiche (le case) e quelle non domestiche (le attività produttive, a loro volta distinte in 26 categorie). Il regolamento del Decentramento pose ai municipi alcune competenze marginali, come ad esempio la «ricezione delle dichiarazioni relative agli oneri di natura tributaria o tariffaria riguardanti lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani».

La tassa sui servizi indivisibili (TASI) si applica ai fabbricati (esclusa la prima casa) e ai terreni edificabili, e riguarda non solo il proprietario, che ne paga l’80%, ma anche l’eventuale utilizzatore (ad esempio un inquilino), per il residuo 20%. Nel 2016 l’aliquota principale a Roma è all’1 per mille.

Il suolo pubblico può essere impiegato in una miriade di modi differenti, di cui ci occupiamo in dettaglio nel capitolo sul Patrimonio. Ciò che accomuna un chiosco per le bibite, un passo carrabile e una manifestazione all’aperto è che queste attività si svolgono su suolo pubblico e si svolgono sotto concessione dell’ente di prossimità (Art. 55 RDA), che riscuote i relativi canoni, cioè delle «somme dovute per l’occupazione permanente e temporanea di spazi ed aree pubbliche».

[Regolamento Cosap].

Non tutte le concessioni sono onerose. Di recente, a fianco del Regolamento Cosap, di carattere generale, l’Assemblea Capitolina ha approvato un regolamento speciale, chiamato in gergo «Spazi contro servizi», che prevede la «concessione di spazi e aree pubbliche in riduzione o affrancazione del canone, in cambio della fornitura di beni e servizi pubblici e gratuiti». Il Parlamentino dell’XI se n’è occupato nella seduta del 16 aprile 2015, licenziandolo favorevolmente (delibera 14), e proponendone l’estensione non solo ad imprese e comitati, ma anche a singoli cittadini.

Tra gli atti consiliari in materia di concessioni troviamo anche che l’8 marzo 2016 il Parlamentino dell’XI ha affrontato la questione dell’evasione dei canoni dei passi carrabili. Ai municipi compete il rilascio delle concessioni sui passi carrabili e anche il loro controllo successivo al rilascio; tuttavia il pagamento dei canoni viene effettuato direttamente al Comune, con la conseguenza che, essendo difficile incrociare i dati, «risulta esserci una grande fascia di evasione rispetto al pagamento». «Nonostante le ripetute richieste – si legge negli atti – non è stata pianificata alcuna iniziativa, subordinandola alla carenza di mezzi e risorse umane». L’ordine del giorno 4/2016, approvato, dal titolo «Verifica regolarità amministrativa passi carrabili», chiede «verifiche rispetto a chi detiene regolarmente il passo carrabile e chi, al contrario, ne abusa non corrispondendo all’Amministrazione alcun compenso».

Competono al Municipio l’accertamento e la riscossione dell’imposta sulla pubblicità. Il quadro generale di questa imposta è dato dal Regolamento comunale sulla Pubblicità, cui si affianca il Piano delle affissioni municipali deliberato dal Consiglio municipale, con relativa planimetria. Il Municipio, dice l’Art. 54 del Regolamento del Decentramento amministrativo, è competente sia per il «rilascio, revoca e diniego delle autorizzazioni» pubblicitarie, sia per i «controlli e la rimozione degli impianti pubblicitari abusivi» (con potere di sequestro), sia per la «riscossione dell’imposta sulla pubblicità e delle eventuali sanzioni». Sono esempi di pubblicità le «insegne e installazioni afferenti gli esercizi commerciali, attività produttive, studi professionali, associazioni ed enti localizzati nel territorio municipale». Vi sono tuttavia delle esclusioni, perché alcune tipologie di insegne sono gestite direttamente dal Comune.

Il Municipio provvede direttamente alla gestione e riscossione delle quote relative ai «servizi a domanda individuale erogati in sede decentrata». Tali quote sono rendicontate attraverso i «conti giudiziali», cioè veri e propri bilanci individuali e annuali prodotti da coloro che a vario titolo maneggiano i denari pubblici dell’ente municipale: l’economo, i riscuotitori speciali, l’agente contabile dei Centri anziani, quelli dei Servizi sociali e quelli dei Servizi educativi e scolastici. Il Parlamentino dell’XI ha esaminato in blocco tutti i Conti giudiziali 2014 nella seduta del 26 marzo 2015, approvandoli con la Delibera 12.

Le multe (chiamate più propriamente «sanzioni amministrative pecuniarie») sono determinate da una legge statale, la n. 689 del 1981, più volte modificata nel tempo. A Roma questa legge è corredata da un apposito Regolamento, elaborato dalla Giunta Capitolina nel 2014 con la delibera 111. Il Parlamentino municipale è stato chiamato a licenziare questo testo nella seduta del 17 febbraio 2015, votando favorevolmente.

Nel 2014 la legge regionale n. 10 ha introdotto il principio che gli oneri di costruzione incassati dai comuni per le trasformazioni urbanistiche debbano essere spesi «nel perimetro dell’intervento stesso». Il comune di Roma, rielaborando questo orientamento, ha proposto in Commissione Riforme Istituzionali una modifica al Regolamento del Decentramento, per ripartire i proventi legati alle trasformazioni urbanistiche su base municipale. Questa proposta tuttavia non è stata trasformata in delibera dall’Assemblea capitolina.

Il 22 gennaio 2015 il Parlamentino del Municipio XI, discutendo del bilancio municipale, ha fatto a sua volta proprio questo orientamento, e si è anzi spinto oltre, inviando al Comune una petizione bipartizan (ordine del giorno n. 5), chiedendo che gli oneri delle trasformazioni urbanistiche siano direttamente introitati dai municipi. Occorre – si legge negli atti di quel giorno – «individuare meccanismi di bilancio che consentano di vincolare in maniera strutturale l’utilizzo nel medesimo territorio municipale di tutti gli oneri relativi agli interventi urbanistici, non soltanto per quelli legati agli interventi di trasformazione urbana nell’ambito del Piano Casa, assicurando in particolare che le somme introitate entrino direttamente nel bilancio dei municipi». Lo strumento tecnico per raggiungere questo scopo, si legge, sono «appositi sottoconti di entrata vincolati su centri di responsabilità municipale, collegandoli all’utilizzo per opere pubbliche nel medesimo territorio».

Le regole dei bilanci municipali sono enunciate dall’Art. 46 del Regolamento del Decentramento amministrativo. Il principio fissato da questo articolo è che «i flussi di cassa tra entrate e uscite municipali sono indipendenti tra di loro», in un’ottica di solidarietà comunale. Vi sono cioè municipi dove gli incassi sono maggiori delle quote di bilancio assegnate dal Campidoglio, e viceversa.

Da tempo si discute a vari livelli la modifica di questo articolo, introducendo criteri di «premialità» per i municipi che incassano di più e combattono meglio l’evasione, bilanciati da contrappesi per garantire la «solidarietà» tra i territori e assicurare la medesima qualità dei servizi in tutta la città. Anche il Parlamentino municipale ne ha discusso, nella seduta del 22 gennaio 2015. Negli atti redatti quel giorno si legge che «prevedere forme premiali di attribuzione di risorse, in proporzione alle maggiori entrate riscosse, rappresenterebbe un’opportunità di giustizia sociale che offrirebbe nuove risorse per l’amministrazione comunale da ripartire in modo equo». Il Parlamentino si è occupato anche di come garantire, poi, la coesione cittadina: «Non sfugge la necessità di adottare un criterio di solidarietà nel riparto delle maggiori somme incassate, finalizzato sia a garantire i municipi più virtuosi che hanno già operato una significativa riduzione dell’evasione sia ad attuare una politica di progressiva riduzione del carico fiscale per i cittadini». In quell’occasione il Parlamentino approvò l’odg n. 2, invitando l’Assemblea Capitolina «ad approvare quanto prima la modifica dell’Art. 46» e il Sindaco e l’Assessore al Bilancio ad «avviare una politica di riparto della percentuale dei maggiori oneri incassati dai Municipi di Roma attraverso criteri di premialità, solidarietà e riduzione del carico fiscale».

[Dlgs 118/11, spesa e accertamento dell’entrata].

E c’è poi la questione delle normative europee. Nel 1997 tutti gli Stati dell’Unione hanno sottoscritto un accordo, chiamato Patto di stabilità, per il controllo dei bilanci pubblici nazionali. Questo sistema di regole impone agli Stati membri politiche di rigore per contenere il deficit (il deficit pubblico non può essere superiore al 3% del prodotto interno lordo) e per ridurre il debito pubblico (che deve essere inferiore al 60% del Pil). Gli Stati che superano questi parametri devono attuare un percorso di progressivo rientro e nel frattempo possono subire severe sanzioni. Ogni Stato è poi libero di adottare le regole interne che ritiene più adeguate per raggiungere questi obiettivi: l’Italia ad esempio ha scelto una regola, chiamata Stabilità interna, che coinvolge direttamente gli enti locali, nel raggiungimento degli obiettivi europei, stabilendo che il bilancio annuale di ciascun comune deve avere entrate e uscite perfettamente in pareggio.

Questo sistema è oggetto di numerose critiche da parte degli enti locali, soprattutto da parte dell’ANCI, l’associazione dei comuni italiani: la Stabilità interna impedisce ai comuni di contrarre mutui, di accantonare risparmi di esercizio, o di programmare investimenti pluriennali. Gli investimenti hanno una durata che spesso eccede l’anno, e i pagamenti alle ditte realizzatrici avvengono di norma un po’ per volta, con l’avanzare dei lavori; succede così che il pagamento di una somma preventivata nell’anno venga effettivamente pagato solo l’anno successivo: in questo caso la Stabilità interna blocca i denari non spesi nell’anno, e il Comune si trova nell’impossibilità di pagare le ditte l’anno successivo. Questo meccanismo insomma è davvero stretto. Tuttavia, se non è in potere degli Stati membri esimersi dall’applicare il Patto di stabilità europeo, è in loro potere di cambiare le regole della Stabilità interna, ad esempio consentendo ai comuni di ricominciare a fare investimenti pluriennali in particolari settori nevralgici, o modificando le drastiche norme sul congelamento dei risparmi di esercizio.

Dagli atti consiliari del 22 gennaio 2015 apprendiamo che il Parlamentino locale ha fatto proprie queste critiche: «I municipi hanno provveduto alla cancellazione dei residui al 31 dicembre 2014 cui non corrispondono obbligazioni perfezionate. Tali residui ammontano in alcuni casi a diversi milioni di euro di investimenti per opere pubbliche strategiche nell’economia dei territori. Da una ricognizione effettuata sono decine le perizie di variante il cui provvedimento non è stato reso esecutivo poiché la spesa relativa non risulta compatibile con i limiti posti dal Patto di stabilità». Quel giorno il Parlamentino locale inviò una petizione bipartizan al Governo italiano, chiedendo di farsi portavoce in Europa di un ripensamento del Patto di stabilità, e nel frattempo di allentare le regole della Stabilità interna, esonerando da quelle rigide regole «gli investimenti sostenuti per la manutenzione straordinaria finalizzata alla messa in sicurezza del territorio e alla messa a norma e in sicurezza degli edifici pubblici, in particolare quelli relativi all’edilizia scolastica» (ordine del giorno n. 6).

Vale la pena dare un’occhiata ai due più recenti documenti di bilancio.

Nella seduta del 22 gennaio 2015 il Parlamentino municipale ha licenziato favorevolmente il Bilancio previsionale 2015 e i documenti collegati (Bilancio pluriennale 2015-2017, Relazione previsionale e programmatica, Piano degli investimenti 2015-2017). Sul verbale di quella giornata leggiamo che i fondi assegnati (9,7 milioni di euro) sono in linea con quelli dell’anno precedente, con un incremento della dotazione sui Sociale:

 

Dopo molti anni la Giunta Capitolina ha approvato il progetto di Bilancio 2015 nei tempi previsti. Questa scelta consentirà, sia ai dipartimenti sia ai municipi, di poter avviare dopo diversi anni una programmazione certa e tempestiva degli interventi. Grazie ad un lavoro di confronto con la Giunta Capitolina, condotto dall’attuale Giunta del Municipio, si è proseguito nel percorso di riequilibrio del divario delle risorse assegnate al Municipio XI rispetto agli altri municipi. Il progetto di Bilancio 2015 del Municipio XI prevede una disponibilità economica complessiva di euro 9.733.474. Malgrado l’attuale difficile situazione economica, nel Bilancio 2015 sono comunque previste per il Municipio XI risorse finanziarie in linea con quelle dell’anno 2014. Questo consentirà di mantenere nel complesso il livello degli attuali servizi. I fondi risultano tutti pienamente disponibili in quanto non sono previste limitazioni legate al Patto di stabilità, come per gli esercizi precedenti. Nell’ambito del Servizio sociale, i fondi disponibili del 2015, pur non comprendendo ancora le risorse assegnate dalla Regione Lazio destinate all’erogazione di contributi assistenziali, hanno avuto un incremento di circa 212 mila euro rispetto all’anno 2014, a testimonianza dell’interesse prioritario di questo settore. Per quanto riguarda il Piano di investimenti è stato previsto per il Municipio XI la disponibilità, per il 2015, di l milione di euro. Tale scelta rappresenta un’inversione di tendenza rispetto ai bilanci degli anni passati, nei quali non era prevista alcuna risorsa a tale riguardo.

 

L’anno seguente, nella seduta dell’8 marzo 2016, il Parlamentino si trova a discutere gli stessi documenti contabili per l’anno 2016. Anche in quell’occasione i documenti vengono licenziati favorevolmente. Tuttavia, leggiamo nei resoconti della giornata, se «le risorse complessivamente attribuite al Municipio sono in linea con quelle del Bilancio assestato 2015», esse sono ritenute dall’Aula consiliare non più adeguate «rispetto alle esigenze complessive del territorio e delle sue criticità».

In quell’occasione il parere favorevole viene accompagnato da una richiesta di variazione di bilancio, rimodulando alcune voci tra centri di costo, a saldi invariati, nei settori della spesa sociale, scolastica, delle manutenzioni del verde, degli edifici, delle strade e della segnaletica stradale. L’ammontare complessivo degli spostamenti è di 573.347,58 euro. Una rapida occhiata a quelle fredde liste di cifre può darci l’idea di quali istanze siano maggiormente sentite dal territorio. Per il sociale le rimodulazioni operano in favore dei centri di aggregazione giovanile, tirocini formativi, attività in piscina per disabili e anziani, soggiorni anziani, assistenza domiciliare ai minori. Per la scuola le rimodulazioni riguardano nidi, micronidi e spazi baby e le attività integrative scolastiche.

Le risorse finanziarie municipali sono regolate dall’Art. 51 del Regolamento del Decentramento amministrativo. Tale articolo fissa il principio che spetta al Consiglio municipale assumere gli impegni di spesa, entro il limite delle risorse assegnate. Il Consiglio può anche deliberare, sempre nell’ambito degli stanziamenti di propria competenza, delle variazioni di bilancio, siano esse storni o variazioni del PEG (Piano Esecutivo di Gestione). L’impiego concreto dei fondi assegnati ai centri di costo municipali avviene attraverso i dirigenti amministrativi o, in taluni casi, attraverso gli Uffici centrali.

Nella seduta del 29 ottobre 2015 il Parlamentino municipale XI si occupa del nuovo Regomanento dei contratti, che disciplina le forniture di materiali e servizi. In narrativa leggiamo che il precedente regolamento risale al 1993 e la necessità di una sua revisione deriva dalle «nuove normative nazionali e comunitarie, delle nuove tecnologie informatiche e dell’evoluzione degli orientamenti giurisprudenziali». In quell’occasione la proposta viene emendata con una serie di aggiunte, relative soprattutto al carattere etico e alla sostenibilità ambientale, e con alcuni riferimenti alla normativa Anticorruzione. La delibera, la n. 20, viene approvata così all’unanimità.

[La trasparenza].

 

L’economia locale

 

A Roma il commercio e l’artigianato, purché si svolgano su superfici inferiori ai 600 mq, sono trattati unitariamente e tutta la trafila è decentrata ai municipi. Gli enti di prossimità si occupano delle comunicazioni di inizio attività, delle autorizzazioni per i settori in cui sono richieste, del rilascio delle idonità tecnico-sanitarie per i locali, in alcuni casi degli orari di esercizio, della disciplina delle infrazioni. Rientrano nella competenza municipale tutte le attività a cavallo tra artigianato e commercio o strumentali ad essi (vendita a km 0, vendita all’ingrosso, magazzini, depositi e show-room), la recettività (caffè, ristoranti, alberghi), gli esercizi regolamentati da norme a tutela dell’ordine pubblico (tipografie, sale slot, portierati ecc.), l’ambulantato.

Il Campidoglio riserva per sé invece le attività su grandi superfici (sopra i 600 mq), le autorizzazioni per gli esercizi pericolosi (come i distributori di benzina), i poteri generali di programmazione, regolamentazione, ispezione e tutela del consumatore, e l’istituzione e gestione dei mercati rionali.

Si definiscono negozi tutte le attività commerciali sotto i 600 mq non soggette alla autorizzazione di polizia amministrativa. I negozi si suddividono ulteriormente secondo la loro superficie: quelli al di sotto dei 250 mq sono chiamati esercizi di vicinato (cioè il piccolo negozio sotto casa), mentre i negozi veri e propri sono quelli con una superficie da 250 a 600 mq. Esercizi di vicinato e negozi si differenziano unicamente per la normativa: per i primi la normativa è semplificata e il Municipio è competente a ricevere le sole comunicazioni di apertura, trasferimento e ampliamento; mentre per i secondi è comunque richiesta un’autorizzazione amministrativa e gli adempimenti in generale sono più complessi.

[I mercati].

L’ambulantato è costituito dai venditori itineranti, sia che operino singolarmente, in posteggi all’interno di mercati saltuari, o in fiere o altri eventi estemporanei. Complessivamente queste attività sono normate dal regolamento comunale Attività commerciali sulle aree pubbliche, approvato nel 2006. Di recente il Comune è intervenuto con alcune modifiche e integrazioni a questo regolamento, per adeguarlo alle nuove normative europee. Il Parlamentino dell’XI, nella seduta del 26 marzo 2015, le ha licenziate favorevolmente, e ha proposto a sua volta ulteriori modifiche in particolare per quanto riguarda i mercati saltuari.

Senza entrare nelle varie casistiche, è opportuno mettere a fuoco alcune definizioni. A differenza dei mercati rionali, i mercati saltuari si tengono solo in alcuni giorni della settimana, del mese, periodi dell’anno o ricorrenze e, a differenza di quelli rionali, è delegata ai municipi la loro istituzione, ubicazione, eventuale spostamento, le categorie merceologiche ammesse e i criteri per l’assegnazione dei posteggi. Ai mercati saltuari si affiancano anche i mercati straordinari, come fiere, pubblici trattenimenti, esposizioni di rarità, persone e animali, che si svolgono una tantum. Vi possono essere infine singole postazioni mobili che esercitano commercio itinerante. Tutte queste attività sono assimilabili ad attività mercatali oppure di un pubblico esercizio, con la differenza che le autorizzazioni non sono permamenti ma temporanee.

Un aspetto particolare è costituito dai c.d. «mestieri girovaghi», come ad esempio i circhi, che prevedono regole molto strette. Nella seduta del 23 aprile 2015 il Parlamentino dell’XI è intervenuto su questo argomento, licenziando il regolamento comunale che vieta l’utilizzo di animali esotici o selvatici in questo genere di intrattenimenti (delibera 16).

I pubblici esercizi sono attività, assai diverse fra loro, che hanno tutte in comune il requisito di una licenza (chiamata autorizzazione di polizia amministrativa) che garantisca agli avventori l’igiene, l’incolumità e la moralità dei locali e di chi li esercita. I pubblici esercizi sono suddivisi in due classi principali: quelli in cui si somministrano cibo e bevande (bar, caffè, osterie e trattorie, ristoranti) e gli esercizi ricettivi: pensioni e locande, bagni pubblici, alberghi diurni e dormitori, bed and breakfast e case vacanze.

I turisti che fanno uso delle strutture recettive per la notte o per più notti, sono tenuti a versare il contributo di soggiorno, una tassa finalizzata a migliorare l’accoglienza, il decoro urbano e la promozione turistica. Nella seduta del 2 marzo 2016 il Parlamentino locale è stato chiamato a licenziare i ritocchi al rialzo delle tariffe. Le tariffe prevedono ora un contributo di 3 euro a persona per gli alberghi economici (una e due stelle), che sale fino a 7 euro per le strutture di lusso (5 stelle). Il contributo riguarda anche la recettività in agriturismo, bed and breakfast e campeggio, mentre sono esclusi gli ostelli della gioventù.

Rientrano nei pubblici esercizi anche gli esercizi regolamentati, una cattiva gestione dei quali potrebbe creare problemi di ordine pubblico. Sono attività di questo tipo sale da biliardo e da «gioco lecito» (le c.d. sale slot), tipografie e copisterie, rivendite di cose antiche o usate, rimesse di autoveicoli, i distributori automatici.

Riguardo le sale gioco, il Comune ha proposto nel 2013 un nuovo Regolamento delle Ludoteche pubbliche e private, che sostituisce la precedente regolamentazione contenuta in una delibera comunale del 2005. Il Parlamentino dell’XI, chiamato ad esprimere parere nella seduta del 26 febbraio 2015, ha espresso parere contrario.

Tra gli esercizi regolamentati rientrano anche semplici e comuni mestieri – come il portiere, custode, corriere, guida, interprete – ma anche mestieri insoliti come l’istruttore di tiro e il fochino (colui che fa brillare le mine nelle cave) e altri. La legge equipara infine a pubblici esercizi anche talune attività minute: barbiere, parrucchiere, estetista, venditore di prodotti stagionali.

Sono soggette al pubblico controllo anche talune attività private: i circoli privati e le mense aziendali; attività di cooperative di consumo per la vendita ai soli soci; vendita all’interno di strutture ricettive e di enti pubblici; vendita nelle aree di servizio. Tutte queste attività sono soggette, al pari di alberghi e ristoranti, ad autorizzazione di polizia amministrativa, rilasciata dal municipio.

Il Comune trattiene per sé invece il rilascio delle autorizzazioni per talune attività ritenute pericolose per l’intera comunità cittadina. Sono un esempio di esercizio di questo tipo l’installazione di impianti per l’erogazione di carburante: la competenza non è locale, ma il rilascio della concessione fa capo a un ufficio centrale capitolino, sentito il parere del municipio interessato.

Le cronache ci danno qualche esempio di quanto vario sia l’elenco delle attività pericolose. Nel marzo 2017 ad esempio è stato chiuso dalla Polizia locale un autolavaggio al Portuense[6]. L’attività, è stato accertato, scaricava le acque sporche e i saponi direttamente nelle fogne, senza prima sottoporle a depurazione, come prescritto dai regolamenti ambientali. Il titolare, un cittadino egiziano, è stato denunciato e sull’attività sono stati apposti i sigilli. La sanzione amministrativa è stata di 2500 euro.

Nella seduta del 19 marzo 2015 il Parlamentino del Municipio XI ha esaminato, respingendola, una proposta comunale che modificava il servizio di noleggio di autovetture con autista. Facendo proprie alcune osservazioni sull’eccessiva riduzione dell’importo di appalto, l’Aula Petroselli si è espressa negativamente, paventando riduzioni nella qualità del servizio.

 

Rete bus e mobilità sostenibile

 

A Roma la prima rete di trasporto pubblico su gomma risale al 1914 e si compone di sole quattro linee: la I del Centro; la II per San Giovanni; la III per San Pietro; e la IV per Trastevere. Quest’ultima, con capolinea a Porta San Pancrazio (Monteverde), non toccava direttamente il quadrante Portuense, ma poteva essere «agganciata» in più punti dopo una passeggiata a piedi, consentendo ai nostri concittadini di raggiungere, sfrecciando a folli velocità (per l’epoca!), verso l’Isola Tiberina e il centro cittadino, via Veneto, fino all’altro capo della città, al capolinea di Porta Salaria.

La prima linea locale viene istituita nel 1921: si tratta del bus n. 6, che, dal capolinea di Stazione Trastevere, percorre via degli Orti di Cesare, via Portuense e raggiunge l’altro capolinea alla Parrocchietta. La Linea 6, che nel tempo cambierà nome in 202, 225 e infine 128, è la più longeva del territorio, e si incammina ormai verso il traguardo dei cento anni di attività.

La rete bus si potenzia nel biennio 1927-1928: il piazzale circolare di fronte alla Stazione Trastevere viene attrezzato e intitolato a Flavio Biondo, e assume la conformazione di un terminal per le linee del quadrante sud-ovest, che diventano ben cinque, tutte contraddistinte dalla nuova numerazione «Duecento». Il vecchio 6 diventa 202P (dove P sta per «corse prolungate»): il capolinea non è più a Parrocchietta, ma viene portato in avanti alla Stazione ferroviaria di Magliana. Del 202 esiste anche una percorrenza ordinaria, con capolinea all’Ospizio Vigna Pia, e il 202L (L sta per «corse limitate») destinato ai militari diretti a Forte Portuense. Ci sono poi due linee del tutto nuove: il 210 da Trastevere porta su via del Casaletto altezza «Vicolo Affogalasino»; e il 211 collega Trastevere alla «Località Corviale». Da fonti orali apprendiamo che il 211 deviava dalla Portuense su via della Casetta Mattei, per fare capolinea presso l’attuale largo dei Della Bitta. Queste cinque linee – 202, 202L, 202P, 210 e 211 – potevano nei fatti considerarsi un’unica linea con partenza da Trastevere, che, dopo aver percorso un buon tratto della via Portuense, «sfioccava» sul finale su cinque capolinea diversi. Dal capolinea di Località Corviale inoltre, con una piccola percorrenza a piedi, era possibile salire su un’altra linea bus, il 212 (che in seguito cambierà nome in 233), che congiungeva il Portuense con la via Aurelia, passando per Bravetta.

Fra il 1930 e il 1935 le linee di piazzale Biondo cambiano di nuovo numerazione, e razionalizzano i percorsi. Nel 1930 è possibile prendere da Stazione Trastevere il 225 (ex 202P) per Stazione FS Magliana, il 227 (ex 211) per Località Corviale, i nuovi 228 per Monteverde e 228 barrato per l’Ospedale del Littorio (oggi S. Camillo), e il 229 (ex 210) per il Casaletto. Nel 1933 si aggiungono due linee assai innovative: il 226, che raggiunge piazzale Ostiense passando sopra il Ponte di ferro, da poco aperto al traffico carrabile; e il 227 barrato per via Ramazzini e il Sanatorio Forlanini, consentendo per la prima volta ai Romani di andare in massa a trovare i congiunti ricoverati nei poliambulatori romani. È in questa fase che la rete bus raggiunge il massimo dell’estensione e dell’efficienza.

Dal 1939 la rete si contrae, per sostenere lo sforzo bellico, e le linee in partenza da Trastevere si riducono a tre: 225 per Stazione Magliana, 227 per Corviale, 227 barrato per gli Ospedali. Con la nascita della nuova Borgata Costanzo Ciano al Trullo, dal 1° novembre 1942 alcune corse del 227 prendono il nome di 227 rosso, con capolinea alle Caserme del Genio. Il 13 dicembre 1943 anche il 225 viene deviato al Trullo, con capolinea in via Montalcino. Ma la cosa durerà poco: il 24 maggio 1944 la linea viene sospesa per carenza di carburante; e di lì a breve si interromperanno anche le corse del 227, 227 barrato e 227 rosso.

Nel Dopoguerra una dopo l’altra vengono riattivate tutte le linee interrotte dal conflitto. La prima corsa del 227 avviene il 7 gennaio 1946, mentre l’11 marzo 1946 viene ripristinata anche la linea interna 233 fra Casetta Mattei e l’Aurelia. Il 25 gennaio 1947 torna attivo il 225, il cui percorso viene completamente rinnovato: sono invariati i capolinea di Trastevere e Magliana, ma il bus, per la prima volta non percorre più la Portuense ma via della Magliana, con cinque fermate intermedie: v. degli Orti di Cesare, v. G. Volpato, p. della Radio, v. Oderisi da Gubbio, v. della Magliana. Nel corso del 1948 viene riattivato anche il 227 rosso per la Borgata del Trullo.

Fra marzo e aprile 1951 tutte le linee bus cambiano nome, a percorrenze invariate: il 227 diventa 328; il 233 diventa 146; il 225 diventa 128 (nome in uso ancora oggi). Anche il 227 rosso cambia nome e diventa 228 (numerazione in uso ancora oggi): per questo bus tuttavia cambia anche la percorrenza, che assume un curioso tragitto a zig-zag – con fermate intermedie a v. degli Orti di Cesare, v. G. Volpato, p. della Radio, v. Oderisi da Gubbio, v. di Pozzo Pantaleo, v. della Magliana Antica, v. Portuense, v. del Trullo, v. del Tempio degli Arvali – e un innovativo prolungamento della percorrenza su via della Magliana, per fare capolinea all’altezza del Grande Raccordo Anulare da poco aperto alla circolazione. È la prima volta che a Roma si parla di «nodi di scambio» tra mezzo privato (l’automobile) e mezzo pubblico.

Dal 1952 anche il 328 assume la percorrenza a zig-zag su Oderisi da Gubbio-Pozzo Pantaleo, con capolinea spostato su via Portuense altezza via delle Vigne (dal 1956 il capolinea sarà ulteriormente arretrato all’altezza di via del Fosso della Magliana, mentre si istituiscono delle corse deviate nel tratto finale su v. di Bravetta alt. v. Cardinale di York). Nel 1953 vengono inoltre deviate anche alcune corse del 228, in direzione Monte delle Piche.

Il 1° aprile 1956 nasce un’altra linea storica del territorio: il 96, tra Magliana Vecchia e Trastevere. Il capolinea è attestato nella piazzetta della Madonna di Pompei e il percorso si snoda su v. del Trullo, v. Portuense, il consueto zig-zag Pozzo Pantaleo-Oderisi da Gubbio. La novità è che, dopo la nuova piazza della Radio, realizzata in quegli anni, il bus non fa capolinea a Stazione Trastevere, ma prosegue oltre su viale di Trastevere, v. G. C. Santini, v. G. Zannazzo, v. della VII Coorte. Il 96 è la prima «linea lunga» del territorio, che collega senza trasbordi la Magliana col centro-città. Il 96 ha una linea gemella – il 96 barrato –, nata anch’essa il 1° aprile 1956, dalla medesima percorrenza ma con capolinea iniziale su via Portuense alt. Vicolo degli Irlandesi. Il 15 maggio 1957 il capolinea del 96/ viene arretrato nella nuova area attrezzata di viale Isacco Artom.

Va segnalata anche, il 27 novembre 1956, la nascita di un’altra linea storica: il collegamento extra-urbano (quindi senza nome) su gomma fra la Stazione ferroviaria di Ponte Galeria e la Stazione ferroviaria di Fiumicino Paese.

Il 1° febbraio 1958 nasce anche la linea 98 (ancora oggi esistente), nata dalla fusione di due linee: il percorso sperimentale del 98 del quadrante dell’Aurelia e la vecchia linea interna 146 di Casetta Mattei.

[Le linee bus attuali]

Il 30 dicembre 2014 la Giunta Capitolina ha aggiornato le Linee guida per il nuovo Contratto di Servizio tra Roma Capitale e l’azienda Atac. Il nuovo contratto di servizio riguarda gli autobus (trasporto pubblico di superficie) la metropolitana e le attività complementari. Il Parlamentino dell’XI, chiamato ad esprimersi nella seduta del 5 febbraio 2015, ha licenziato favorevolmente le linee guida.

I trasporti pubblici regolamentati destinati ai turisti sono chiamati linee «Gran turismo». Si tratta di servizi di linea assai eterogenei e disposti su tutto lo scacchiere regionale, dati in concessione a privati con lo scopo di «valorizzare le caratteristiche artistiche, storico-ambientali e paesaggistiche delle località da essi collegate». A differenza dei normali trasporti di linea, i servizi Gran turismo sono a tariffa libera e operano in un mercato di concorrenza. Essi non incidono che in maniera marginale sul Territorio Portuense. Il Parlamentino locale, chiamato nella seduta del 12 febbraio 2015 a dare un parere sul nuovo regolamento comunale in materia, lo ha licenziato favorevolmente.

[La pista ciclabile]

[La pedonalità]

[I parcheggi pubblici]

[Il car sharing]

[Le corsie preferenziali: Preferenziale Marconi]

[Le corsie preferenziali: Preferenziale Corviale]

 

L’ambiente

 

A Roma il servizio di gestione dei rifiuti urbani, e gli annessi servizi di igiene urbana, sono affidati all’azienda municipale AMA, in base alla delibera capitolina n. 52/2015, che rinnova l’affidamento di questi servizi per i successivi 15 anni.

Compito dell’azienda municipalizzata è scrivere, ogni anno, un Piano finanziario, in cui indica gli obiettivi industriali che intende raggiungere. L’obiettivo primario contenuto nel Piano 2016 è lo sviluppo della raccolta differenziata, e precisamente l’«estensione del nuovo modello ad un bacino aggiuntivo di almeno 710.000 abitanti ed incremento dell’intercettazione dei rifiuti presso le utenze non domestiche». Altri obiettivi posti sono l’«ottimizzazione del ciclo impiantistico» e il «miglioramento dei servizi operativi sul territorio, nella logica di aumentare il livello di regolarità e la qualità dei servizi resi nonché l’aumento degli stessi, sia in termini di frequenza sia di copertura del territorio, potenziando le attività di pulizia e spazzamento».

[Il dissesto idrogeologico].

[Il rischio sismico].

Altra questione ambientale localizzata è quella dell’Oleodotto Eni, che attraversa Piana del Sole parallelo all’Autostrada Roma-Civitavecchia, a ridosso del confine tra l’XI e il Comune di Fiumicino. Il problema risiede nel fatto che il «tubo» è posizionato in superficie per ampi tratti, ed è soggetto ai cosiddetti «vampiri di kerosene»: individui senza scrupoli che per sottrarre il prezioso liquido carburante forano la condotta e provocano fuoriuscite di materiali inquinanti nel terreno circostante, e che attraverso i canali di drenaggio si disperdono in mare, oppure rimangono intrappolati nel terreno, avvelenando la faglia idrica. Torna qui utile citare un recente caso di cronaca, in cui un gesto limitato ha causato danni ingenti. Il fatto è avvenuto nel maggio 2017: a notte fonda un anonimo vampiro di kerosene compie un’effrazione sulla condotta, in un punto tra l’Autostrada e via Geminiano Montanari. Immediatamente si aziona il sistema di «allarme vibro-acustico», per cui il ladruncolo fa appena in tempo a riempire una tanica o qualcosa di simile, per poi dileguarsi protetto dall’oscurità. Poco dopo giungono sul posto i tecnici dell’Eni. Il kerosene scivola sul terreno e nell’acqua infatti con una rapidità impressionante, è fondamentale la tempestività dell’intervento. Vengono subito posizionate le «panne assorbenti», per circoscrivere la fuoriuscita e impedire che il liquido raggiunga i canali idraulici, mentre i «mezzi aspiratori» risucchiano il kerosene che nei canali ci è già entrato. Le cronache riportano che in quell’occasione è necessario intervenire in quattro distinte direttrici: via Montanari, via Lingua d’oca, via del Campo Salino e presso l’Aeroporto di Fiumicino. Un bel guaio per l’ambiente e un costo economico rilevante, a fronte di una tanica di kerosene del valore di poche decine di euro.

 

I giardini

 

Può stupire sapere che Roma è la città più verde di Europa, ed è «un buon verde», cioè un verde di qualità, caratterizzato da un alto livello di biodiversità di ambienti, flora e fauna, con aree verdi interconnesse fra di loro e tali da costituire un ecosistema cittadino.

Ma cosa si intende per verde a Roma? Per verde non si intende né le riserve naturali regionali o statali, né le ampie superfici agricole destinate alla produzione agroalimentare, né infine il verde privato. Per verde a Roma si intende il «verde pubblico cittadino», cioè quelle aree che il Piano regolatore ha destinato a quattro funzioni: parco urbano, verde storico (quello intorno alle ville monumentali), giardini (i «giardinetti» di quartiere) e verde dell’arredo urbano (quello delle alberate stradali, rotatorie e spartitraffico, nel quale impropriamente si fa confluire anche il verde scolastico, a corredo delle scuole). Alcuni dati raccolti dalla sociologa Nicoletta Campanella già dal lontano 1981 ci dicono che il verde pubblico cittadino copre già allora l’1,8% del territorio romano. Nel territorio portuense la superficie a verde pubblico è allora di 279.016 m2, lo 0,4% della superficie totale.

Da allora tante cose sono cambiate: il distacco del comune d Fiumicino, la Variante delle certezze, la definizione di confini delle riserve regionali, un’edificazione aggressiva e in certe fasi addirittura selvaggia. Ad oggi il verde pubblico cittadino a Roma è stimato in circa 4000 ettari. Il verde pubblico è una ricchezza per tutti i cittadini, e ne migliora la qualità delle vite.

Le quattro categorie di verde pubblico cittadino – parchi urbani, ville storiche, giardini di quartiere e verde dell’arredo urbano – si differenziano tra loro per le modalità di gestione. Le prime due – i parchi urbani e il verde delle ville storiche – si definiscono «verde di interesse cittadino» e sono gestite direttamente da Roma Capitale, in quanto costituiscono un patrimonio dell’intera città. Le altre due – i giardini di quartiere e il verde dell’arredo urbano – vanno per lo più sotto il nome di «verde di interesse locale» e competono invece ai municipi.

Questa suddivisione è enunciata nell’Art. 26 dello Statuto comunale (che fissa i principi generali) e nell’Art. 69 del Regolamento del Decentramento amministrativo, che precisa i termini: competono ai municipi sia il «verde di quartiere e di vicinato su aree di superficie non superiore a 20.000 mq», sia il «verde dell’arredo urbano». Questa suddivisione, va detto subito, è un’enunciazione più teorica che reale, e negli anni più recenti si è assistito per contro a un fenomeno generalizzato di «accentramento del sistema delle manutenzioni» in capo al Campidoglio, relegando i municipi in una posizione marginale.

Il Parlamentino di Corviale, nella seduta del 22 gennaio 2015, ha rivendicato un maggior ruolo dell’ente di prossimità nella gestione del verde di quartiere e dell’arredo urbano, invocando l’«imprescindibile l’attuazione dell’Art. 69».

Quel giorno in effetti il dibattito assembleare fu caratterizzato da un altissimo livello di civile discussione. Si legge dai verbali di quel giorno: «In questi anni si è assistito a un accentramento quasi totale delle competenze e delle risorse per gli interventi in materia di verde: dalle grandi ville storiche ai giardini di quartiere, fino alle singole aiuole spartitraffico». E «l’attuale gestione centralizzata si è mostrata in gran parte inefficace, con conseguenti riflessi negativi sul decoro della città»

A dire il vero, da tempo l’assessorato capitolino alle Politiche ambientali ha elaborato un Piano del decentramento del verde di prossimità. Questo piano prevede di fare le cose con gradualità, incominciando a delegare ai municipi le aree più piccole, quelle sotto i 5000 mq. Nei verbali municipali si legge il pieno sostegno a quel piano, accompagnato dalla richiesta pressante di renderlo operativo al più presto, «per avvicinare il controllo e la gestione delle aree verdi al territorio e favorire un più ampio coinvolgimento dei cittadini, anche per una più efficace azione di prevenzione». Per fare questo occorrono risorse da trasferire dal Campidoglio ai municipi: «C’è l’assoluta necessità che tali atti siano accompagnati con un’adeguata assegnazione di risorse, sia economiche, sia di personale, sia strumentali».

Un’occhiata alle cronache locali ci consegna uno spaccato delle casistiche che richiederebbero una gestione più adeguata: l’erba che con la bella stagione cresce fino a diventare «savana», le «panchine sommerse» dalla vegetazione, il verde scolastico trascurato. Il vicepresidente municipale Marco Palma fa il punto[7] della situazione ad aprile 2017:

 

A poche decine di metri dalla sede dei Vigili, del Calciosociale, dell’Ufficio tecnico e della sede del Consiglio municipale, c’è questa situazione… A pochi passi dalla Presidenza del municipio, all’interno del plesso scolastico di via Benucci, l’idea dell’abbandono la fa da padrona. Ovunque si nota la presenza di erba alta e panchine sommerse. La città deve reagire. Ci stiamo abituando alla cultura dell’abbandono e del brutto: poche settimane fa a Magliana un signore leggeva un giornale su una panchina in un’area che con l’erba alta lo circondava. È chiaro che da un lato ci può essere la mancanza di fondi, ma dall’altro a me pare che manchi proprio la volontà. Questa città è dilaniata dal rimpallo di competenze. L’unica speranza è trasformare gli attuali municipi in comuni metropolitani.

 

La Relazione sullo stato dell’ambiente di Roma Capitale riporta che in città sono presenti più di 300.000 alberi, dei quali la metà sono alberature stradali. Gli alberi hanno una funzione importante: puliscono l’aria, con le loro radici rendono stabili i terreni, e migliorano la qualità della vita dei cittadini: attutiscono i rumori e rendono unici, con la loro bellezza, i viali e parchi della città.

Il Parlamentino municipale ha discusso della situazione degli alberi nella seduta del 22 gennaio 2015, approvando un bell’ordine del giorno (il n. 3) intitolato Sulle potature e la cura degli alberi, con caratteristiche innovative.

Un primo problema affrontato è quello dei limitati fondi di bilancio, per le potature degli alberi sani, per la cura di quelli malati e per la sostituzione di quelli morti: «Risulta evidente su tutti i territori l’insufficienza dei fondi dedicati alle potature, soprattutto stradali, e alla cura e sostituzione delle alberature. In diversi casi sono ancora in attesa interventi urgenti per la sicurezza della cittadinanza e la salute degli alberi stessi». Il Parlamentino locale richiese allora al Comune di stanziare più fondi, sia per gestire gli interventi correnti, sia per smaltire quelli in arretrato.

Un secondo problema è organizzare le potature secondo una programmazione periodica, tenendo conto che ciascuna specie arborea ha caratteristiche proprie che richiede una differente potatura, con periodi e modalità differenti. «È urgente ristabilire un sistema di manutenzione programmato [e] va favorito un sistema che preveda interventi periodici su tutte le alberature, ogni 2/3 anni, al fine di stabilizzarne la chioma secondo le esigenze della struttura urbana e ottimizzare così a lungo termine i costi di manutenzione». Lo strumento ottimale per programmare questi interventi, si legge nell’atto, è «dare il via ad un censimento capillare delle alberature di Roma», una banca-dati dei 300.000 alberi di Roma, in sostanza. «È opportuno registrare tutte le alberature di Roma in una banca-dati che ne possa seguire lo sviluppo, consentendo di ottimizzare la loro cura». La banca-dati, si legge nell’atto, dovrebbe essere accessibile in rete a tutti i cittadini, «per favorire il monitoraggio e la creazione di una coscienza collettiva riguardante il patrimonio verde; e stimolare proposte di adozione e partecipazione collettiva».

Un ultimo problema è quello delle c.d. «capitozzature». Molti interventi di potatura, si legge negli atti di quel giorno, sono appaltati a cooperative o ditte esterne, le quali non vanno molto per il sottile e sono solite effettuare due tipi di interventi giudicati piuttosto maldestri: la capitozzatura e l’azzeramento delle chiome. La capitozzatura è una tecnica di potatura drastica, che consiste nel taglio dei rami principali sopra il punto di intersezione con il tronco, eliminando così la chioma e lasciando solo il tronco. L’azzeramento delle chiome è una capitozzatura parziale, che anziché intervenire sul tronco interviene sui rami principali. Benché capitozzatura e azzeramento siano tecniche economiche e di veloce realizzazione, il Corpo forestale dello Stato da anni le indica come pratiche deprecabili, in quanto «mettono a repentaglio la vita dell’albero a medio e lungo termine e ne minano la stabilità». Con l’eliminazione della chioma l’albero attiva le gemme latenti: nuovi germogli cresceranno rapidamente attorno al taglio, ma l’albero sarà costretto ad un enorme sforzo produttivo, specialmente se si tratta di alberi ad alto fusto, che non sempre l’albero è in grado di sopportare. Questo crea problemi alla stabilità della pianta, con rischi di rotture. Nel medio e lungo termine i costi delle opere di arboricoltura delle piante capitozzate insomma aumentano: capitozzare un albero significa risparmiare oggi e spendere di più domani. Senza contare che si perde anche la bellezza dell’albero, che perde la sua forma naturale. «È urgente ristabilire un sistema di potatura improntato alle regole più avanzate – si legge –. Va categoricamente vietato l’esercizio della capitozzatura». La soluzione individuata in quel bell’ordine del giorno n. 3 è «che sia potenziato, in termini di personale e struttura, il sistema di controllo delle attività di potatura e cura delle alberature, sanzionando gli operatori che minano la stabilità e la salute delle alberature con interventi non ad arte».

[Spartitraffico e rotarorie].

[La golena: un vuoto urbano?].

[Gli orti urbani].

 

[1] Log di pubblicazione:

– Arvalia.it n. 18/2017 del 27 giugno 2017. I contenuti editoriali sono estratti e adattati dalla pubblicazione Arvalia di A. Anappo, prima edizione novembre 2016.

[2] Via Magliana: Ennesimo incidente mortale, da tempo chiediamo installazione di semafori, in Arvalia Today, 2 maggio 2017.

[3] Colle del Sole, scippato a due passi dall’ospedale. È allarme sicurezza, in Arvalia Today, 21 aprile 2017.

[4] Grilli, F., Municipio XI, addio agli sprechi? Si lavora al progetto del banco solidale, in Arvalia Today, 4 aprile 2017.

[5] Polizia carica donne e bambini. Arrestato Castellino (FN), utente RogerFN in Youreporter, 10 maggio 2017.

[6] Chiuso autolavaggio irregolare, in Arvalia Today, 28 marzo 2017.

[7] Corviale come la savana: panchine e aree verdi soffocate dall’abbandono, in Arvalia Today, 28 aprile 2017.

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