Valle Galeria è il più esteso e periferico quadrante del Territorio Portuense, posizionato nell’Agro ad ovest del Raccordo Anulare e a nord del Tevere. Il primo popolamento avviene con Etruschi e poi Romani, che si contendevano le Saline, il passaggio d’acqua del fiume Careia e quello di terra della Via Campana. Nell’VIII sec. Papa Adriano vi edifica una masseria fortificata. Nel XIX sec. si forma il paesino di Ponte Galeria, che con la bonifica primo-novecentesca, l’ampliamento dello snodo ferroviario e le prime industrie sviluppa caratteri architettonici moderni e talvolta razionalisti. Profonde trasformazioni investono oggi l’Agro, dalla Fiera alle frazioni di Spallette e Monte Stallonara. La popolazione è di 12 mila abitanti[1].

 

Sommario

 

IL CAMPO SALINO

Rio Galeria

Campus Salinarum

Ponti della Via Campana

Necropoli di Malnome

Campo Merlo

Vico Galera

TENUTA DI PONTE GALERIA

Castel Malnome

Chiesuola

Stazione Ponte Galeria

Ponte Galeria Paese

Vetreria Sciarra

Idroscalo del Littorio

PONTE GALERIA

Ponte di Mezzocammino

Bunker

Fontignani

Città dei Ragazzi

Distretto di Malagrotta

Santa Maria di Porto

AGRO PORTUENSE, OGGI

Monte Stallonara

Piana del Sole

Spallette

Riserva del Litorale Romano

CIE

Fiera di Roma

 

Il toponimo Valle o Ponte Galeria deriva dalla parola etrusca Careia, che identificava il corso d’acqua del Rio Galeria, allora navigabile, che permetteva un collegamento indiretto tra Veio e il corso finale del Tevere presso le paludi saline in prossimità della foce. L’edificazione moderna inizia sotto il fascismo, con l’insediamento del grande snodo ferroviario e delle prime industrie. La denominazione ufficiale dell’area circostante è allora quella di Agro Portuense, per la sua vocazione essenzialmente rurale.

Valle Galeria è oggi la settima zona urbanistica del Municipio XI; la più estesa (da sola è grande come le altre sei zone urbanistiche sommate insieme), periferica e prossima al mare. I confini sono il GRA ad est, il Tevere a sud, L’Autostrada per Civitavecchia a ovest e l’asse viario della Pisana a nord. L’area ricade, dal punto di vista ecclesiastico, sotto la Diocesi di Porto e Santa Rufina. Il luogo di culto principale è la chiesa parrocchiale di Santa Maria di Ponte Galeria.

Nel territorio di Ponte Galeria ricadono cinque frazioni, o meglio, quattro sole frazioni, se si esclude dal novero la frazione di «Ponte Galeria Paese» (che coincide con l’abitato urbano di Ponte Galeria), che è ormai una piccola città. Sulla strada le frazioni sono segnalate con cartelli rettangolari bianchi con iscrizione nera di inizio e fine località. Il segnale di fine località è barrato di rosso. Un dato comunale del dicembre 2009 riporta che a Ponte Galeria risiedono 6905 abitanti. Il dato però non tiene conto delle nuove edificazioni estensive della Nuova Fiera di Roma, Monte Stallonara, Spallette. La popolazione oggi si avvia al raddoppio: il dato anagrafico al 31 dicembre 2015 annovera infatti 11.933 residenti.

 

IL CAMPO SALINO

 

Rio Galeria

 

Il Rio Galeria è oggi un affluente di destra del Tevere, che nasce all’altezza della via Trionfale e si immette nel Tevere presso l’abitato moderno di Ponte Galeria, dopo una percorrenza di 38,5 km. In antico, quando la costa era più arretrata, la foce del Rio Galeria nel Tevere coincideva con l’area delle paludi costiere nelle quali si immetteva lo stesso Tevere. Il bacino del Rio Galeria comprende inoltre corsi d’acqua minori – alcuni semplici rigagnoli, altri persino navigabili –, le cui sorgenti risalgono in quota sino alle pendici del lago vulcanico di Bracciano e all’attuale borgo di Cesano. L’estensione complessiva del bacino è pertanto notevole: 158 kmq, ad un’altitudine media di 95 metri slm.

Gli Etruschi di Veio conoscevano bene questa caratteristica dei numerosi piccoli affluenti, che potremmo, con un’immagine moderna, paragonare a una rete di vasi sanguigni che, come capillari portano tutti al grande rio: non tutti erano navigabili con facilità, ma con  un po’ di conoscenza del territorio, che agli Etruschi non mancava, era insomma possibile portare le merci, su imbarcazioni dal fondo piatto, dalle paludi alla foce del Tevere sino alla capitale Veio: seguendo percorsi di volta in volta diversi, e senza il rischio di imbattersi, nelle aggressive tribù latine che controllavano il Tevere. Veio aveva già un suo fiume – il Cremera –, che immetteva al Tevere a nord di Roma: il rio Galeria aveva pertanto per gli etruschi la valenza di un secondo fiume attraverso il quale raggiungere il Tevere, questa volta a sud di Roma. Ci è pervenuto anche il nome etrusco del rio Galeria: «Careia», dove la lettera c si pronunciava g; e la lettera r, per il fenomeno linguistico del rotacismo, si è col tempo trasformata in l, originando il nome latino di «Galeria».

Il rio oggi ha una portata d’acqua assai inferiore rispetto al passato: si presenta quasi completamente regimato, e regolato dai manufatti del Consorzio Tevere-Agro Romano, realizzati a seguito della bonifica sanitaria di un secolo fa. Durata cinque anni, la bonifica diede lavoro ad un gran numero di braccianti, in buona parte provenienti dalla regione della Romagna, e fu attuata con l’uso di idrovore, collettori e canalizzazioni ancora oggi presenti. L’intervento di bonifica ha modificato il territorio dando luogo ad una pianura piatta, con pochi ostacoli.

Il bacino fluviale porta il nome di “Riserva di Ponte Galeria” e fa parte dell’area naturale protetta della Riserva naturale statale del Litorale Romano. Nella progettualità della Riserva si indica da anni la possibilità di creare nella riserva un’area umida protetta di grande valore ecologico e paesaggistico, con il recupero dei manufatti di bonifica, per la creazione di un punto-ristoro o casa del parco. Tra le linee di sviluppo dell’area protetta sono indicati l’agriturismo e escursioni educative incentrate sull’impresa idraulica compiuta per trasformare una palude ostile in uno spazio agricolo. Nei pressi dell’abitato di Ponte Galeria la Soprintendenza segnala resti di un ponte romano, non suscettibile tuttavia, per la limitatezza dei resti, di essere valorizzato a fini turistici.

 

Campus Salinarum

 

[Le saline di Roma Antica].

[L’economia arcaica del sale].

[L’epigrafe latina del Campo Salino].

 

Ponti della Via Campana

 

L’architetto latino Vitruvio (3, 3, 17) attesta lungo la Via Campana la presenza di un luogo orribile, caratterizzato da una sorgente di acque mortali, costellata di scheletri di animali morti: «[In] Via Campana […] est lucus in quo fons oritur; ibique avium et lacertarum reliquarumque serpentium ossia iacentia apparent» (Sulla Via Campana c’è un bosco dove sgorga una sorgente; qui si accumulano le carcasse derelitte di serpenti, lucertole e uccelli).

Questo luogo pare essere stato individuato casualmente nel 1996, durante lavori per la realizzazione della nuova Fiera di Roma. Al km 17,500 della moderna Via Portuense, in località Torre della Bufalora, è emerso infatti un tratto dell’antica Via Portuensis-Campana, costituito da una sequenza di 13 ponti di pietra che sostenevano una carreggiata sopraelevata in viadotto, costruita con tecnica simile ad un acquedotto romano.

Al momento della scoperta, la strada viene scambiata inizialmente per una condotta idrica, anche perché la carreggiata era ormai spoglia dei basoli. Gli scavi archeologici del 2001 e le analisi della studiosa Paola Tuccimei (2008) ne hanno permesso invece la corretta interpretazione: si tratta di una sopraelevazione realizzata al tempo di Traiano (fine I – inizio II sec. d.C.), con cui la Via Portuensis superava una palude idrotermale ad elevata tossicità, interessata allora da continue fuoriuscite di fanghi, soffioni ed esalazioni.

Sotto il viadotto è stato riconosciuto lo strato arcaico della strada, che attiene alla precedente Via Campana, ed è stato datato, con il metodo del carbonio, all’anno 643 a.C. Gli archeologi hanno individuato, poco distante, anche una necropoli e un impianto rurale.

L’area di scavo si trova ad una quota di piano di campagna fra +2 e +5 m s.l.m., che ha oggi l’aspetto uniforme della pianura di bonifica. Non era così, però, nell’antichità. Lo strato di bonifica sovrasta completamente le strutture archeologiche: si compone di terra di aratura, terra di riporto e di un fondo limoso-argilloso di colore grigiastro portato dall’alluvione del 1915. Al di sotto troviamo uno strato di argilla compatta blu-nerastra su cui scorre la falda superficiale, insieme a sedimenti alluvionali del paleo-suolo preromano: è in questo strato che si trova la Via Campana.

Ancora più sotto, però, troviamo uno strato profondo che i geologi chiamano Fondovalle tiberino, cioè quello stretto e profondo canyon, scavato subito dopo l’ultima glaciazione dal fiume Tevere, che scende giù in profondità fino a 60-70 m sotto il livello del mare. Il Fondovalle tiberino non coincide con l’alveo attuale del fiume, che scorre alcune centinaia di metri più a sud, ed è molto meno inciso. La caratteristica di questo strato profondo, seppur spesso, è di non essere del tutto impermeabile e di costituire all’occorrenza una valvola di sfogo per le espulsioni di acque, fanghi, vapori e gas termali delle c.d. «attività finali del Vulcano dei Colli Albani». Nel Lazio si conoscono altri punti come questo: le Acque Albule, Cava dei Selci, l’Acqua Acetosa Laurentina, Ardea, la Zolforata di Pomezia e Tor Caldara di Lavinio.

In epoca romana dunque il suolo doveva quindi offrire uno scenario ben diverso dall’attuale, dai caratteri luciferini: sbuffi di gas e acque mineralizzate, pozze di acque bullicanti spesso a elevate temperature, circondate da croste calcaree, patine ferruginose e depositi di minerali sulfurei e cristalli di gesso. La superficie pianeggiante si apriva in improvvise depressioni coniche profonde alcuni metri e larghe una decina, che rappresentavano i «camini di fuoriuscita» dei materiali idrotermali. Gli archeologi, in questo tratto di scavo, ne hanno individuate ben dieci, distanti tra loro variabilmente tra i 30 e i 100 metri. Tutta l’area doveva apparire butterata di continui saliscendi, e apparire avvolta di una nebbia irreale, che in occasione di fenomeni particolarmente intensi, doveva avere livelli di tossicità elevati, tali da uccidere gli animali in transito, come tramandato da Vitruvio.

È facile immaginare che i Romani, e prima di loro Etruschi e italici, abbiano attribuito alla palude idrotermale caratteri di luogo maledetto, raffigurandolo come un naturale punto di comunicazione fra il mondo degli Inferi e quello dei vivi, e per questo da evitare, o da oltrepassare in fretta se proprio non si poteva evitare.

La studiosa Serlorenzi ha persino ipotizzato che la Via Campana arcaica finisse grossomodo qui, a due passi dal mare, senza raggiungerlo. Gli uomini non dovevano recarvisi con piacere, e si poteva incontrare qui solamente la comunità abbrutita dei cavatori di sale. A loro servizio dovevano esservi un sistema di passarelle sorrette da pali, o forse più in là nel tempo un sistema di ponti in legno.

I resti in pietra emersi durante lo scavo non risalgono comunque alla fase arcaica della Via Campana, ma ai rifacimenti in pietra di Epoca traianea (fine I sec. – inizio II sec. d.C.), a loro volta sovrapposti agli interventi dell’Imperatore Claudio di mezzo secolo precedenti. In questo settore l’antica Via si sviluppa da nord-est a sud-ovest, con un tracciato e una direzione diversi dalla Via Portuense moderna (che segue un asse da est a ovest). L’angolo tra le due vie è di circa 35°. Questo aspetto ha messo in crisi il luogo comune che vuole il percorso antico, se non proprio sovrapposto, quantomeno parallelo al percorso moderno.

A fine Anni Novanta e nel 2005 nell’area vengono effettuate delle prospezioni archeologiche in trincea, che permettono agli archeologi di risalire fino al paleo-suolo naturale ferruginoso. Da segnalare che nel corso degli scavi archeologici l’attività delle risorgive, lungi dall’essere conclusa, è riemersa, con una polla di forma conica profonda mezzo metro, che ha provocato la fuoriuscita di acqua mista a anidride carbonica (con circa il 25% di CO2). Del resto fuoriuscite occasionali di acque mineralizzate sono effettivamente state segnalate anche in altri punti della zona.

Gli scavi archeologici hanno premesso di ricostruire l’aspetto della Via Portuensis in quel tratto. L’asse viario antico è costruito in elevato, come un moderno viadotto, sorretto da una sequenza di ponti. Il viadotto è sostruito da due muri di contenimento laterali in materiale cementizio, con paramento in opera reticolata con cubilia di tufo, in alcuni casi di diverso colore. I muri di contenimento sono muniti di contrafforti esterni, posti a circa 4,50 metri di distanza l’uno dall’altro.

L’impalcato stradale misura 5,30 metri. Uno dei motivi per cui il viadotto è stato in un primo tempo confuso con un acquedotto è che la sede stradale ha subìto, probabilmente in epoca medievale, una spoliazione della originaria pavimentazione in basoli di selce, per cui, della pavimentazione rimangono solo i livelli di preparazione (strati di terra alternati a strati di ghiaia).

Il tracciato interseca in una decina di punti le depressioni idrotermali del paleo-suolo. In corrispondenza delle depressioni la Via adotta la soluzione ingegneristica del ponte, a campata unica, oppure a doppio fornice con pilone centrale. Ne sono stati complessivamente individuati 13. I ponti hanno spalle in calcestruzzo, rivestite internamente da blocchi di tufo. Al di sopra dei blocchi si imposta una volta a botte munita di costolature laterizie di rinforzo. La volta è rifinita in facciata da archi con ghiere, anch’esse in laterizio, di cui rimangono i resti delle reni.

Tra i ponti, quello di maggiori dimensioni è il n. 9, che supera ben due polle idrotermali ravvicinate. La struttura presenta una tecnica costruttiva differente dagli altri ponti, con fondazioni realizzate in cassaforma (con ancora visibili le impronte di tavoloni verticali in legno), con una gettata di conglomerato cementizio con cœmenta legati da malta pozzolanica. Sul Ponte n. 9 sono ben visibili i segni di numerosi interventi di restauro (tanto da non consentire agli archeologi di ricostruirne la fisionomia originaria): ciò indica che l’attività delle due polle idrotermali doveva essere qui davvero virulenta. L’ipotesi è che comunque il Ponte n. 9 avesse due condotti laterali e una pila centrale in struttura piena, forse alleggerita da un occhione.

I restauri sul Ponte n. 9 debbono essere andati avanti per tutta l’epoca classica, e anche in epoca tarda deve essersi proceduto ad interventi più grossolani, nel tentativo di riempire le polle o di aggirarle con deviazioni del tracciato. Gli archeologi hanno in effetti riscontrato maldestri tentativi di riempimento con materiali inerti e la presenza di pianciti (viottoli di aggiramento in pezzame di tufo).

Tra il 2001 e il 2005 le opere di fondazione del Ponte n. 9, per la supposta virulenza delle due polle contigue che le investono, sono state scavate in profondità dagli archeologi, al fine di rilevare la stratigrafia dei depositi carbonatici e permettere, con il supporto dei geologi, la datazione al carbonio. I rilievi hanno individuato quattro diversi livelli di incrostazioni minerali: uno più antico (tagliato dalle strutture di fondazione, quindi anteriore ad esse), un secondo e un terzo coevi all’utilizzo della strada (uno inferiore relativo alle prime fasi di utilizzo, e uno superiore più tardo), e infine un quarto (successivo all’abbandono del tracciato, in Epoca rinascimentale).

È stato costituito un pool multidiciplinare di studiosi (Paola Tuccimei, Michele Soligo, Antonia Amoldus-Huyzendveld, Cinzia Morelli, Andrea Carbonara, Marilena Tedeschi, Guido Giordano), cui è stato affidato il compito di indagare i sedimenti e datare al carbonio il 2° e il 3° livello (cioè i due contemporanei all’utilizzo della strada). Sono stati quindi prelevati dei campioni, e inviati al Laboratorio di Geologia Isotopica dell’Università di Berna in Svizzera, dove sono stati analizzati con il metodo detto U/Th (frazionamento degli isotopi di uranio e torio). I campioni sono stati macinati, lavati, messi in soluzione con spike contenente isotopi di uranio e torio e di seguito sono stati calcolati i c.d. rapporti di attività. L’analisi spettrometrica ha così dato il suo responso.

Lo strato n. 2, il più antico, ha un’età media di 2650 anni e risalirebbe all’anno 643 a.C. (si ricordi comunque che la datazione al carbonio presenta un margine di errore di ±250 anni). In quell’anno dunque la Via Campana già esisteva.

Lo strato n. 3, il più recente, ha un’età media di 1025 anni e risalirebbe all’anno 982 d.C.: nella fase più buia del Medioevo la Via Portuense-Campana era ancora affiorante in superficie, non ancora sommersa dai detriti alluvionali.

Gli scavi del 2001 si sono concentrati su un tratto di 130 m della Via Portuensis-Campana, presso la vedetta semaforica della Bufalora, al km 17,500 della moderna via Portuense. L’importanza dello scavo risiede nel rinvenimento eccezionale di una «fossa», sorta di altare sotterraneo dedicato a quattro ordini di divinità: il Genius loci, Nettuno, le ninfe e i demoni.

Lo scavo viene condotto tra il 2000 e il 2001, a seguito di sondaggi per la costruzione di alcuni padiglioni della Fiera di Roma e del locale stadio. L’indagine – diretta da Mirella Serlorenzi, con G. Ricci e A. De Tommasi – porta alla luce un tratto di viadotto sorretto da ponti ad arco, della lunghezza di 130 metri, con cui l’antica Via Portuensis prosegue il difficile attraversamento della faglia idrotermale al km 17,500. Lo scavo è stato svolto in tre sezioni. Il Saggio A ha indagato un ponte (Ponte n. 1), interrotto non appena ci si è resi conto che il ponte era uguale ad altri ponti già scavati. Lo stesso è avvenuto per il Saggio B, dove i ponti trovati sono stati ben 2 (Ponte n. 2 e Ponte n. 3). Di particolare importanza si è invece rivelato il Saggio C, condotto a maggiore profondità fino a raggiungere la viabilità di Epoca medio-repubblicana, databile tra fine IV e inizi III sec. a.C.

In esso è stato rinvenuto un deposito di materiali, identificato come una «fossa di fondazione», contenente al suo interno i resti del sacrificio di espiazione per la costruzione dell’opera, offerti in dono alle divinità. Più precisamente, il deposito è costituito da due fosse sovrapposte: la prima misura 2,60 × 7,80 m (profondità 30 cm); la seconda 2,00 × 6,35 m (profondità 11 cm).

Gli oggetti ritrovati (tutti coerenti per fascia cronologica: fine IV – primo trentennio del III sec. a.C.) sono: frammenti di uno strumentario di oggetti ceramici per la libagione e il banchetto; piattelli, coppette miniaturistiche e brucia-incensi per le offerte votive; una moneta; una conchiglia; un chiodo; un osso umano. Ciascuno di essi, come si vedrà, ha un significato rituale preciso.

Lo strumentario è assai ricco e completo: un mortaio da cucina (per triturare i cibi), un bacile (per contenere i cibi non ancora cucinati), pentole e coperchi (per la bollitura), brocche, anfore, skyphos e coppe (per la mescita di acqua e vino). Lo strumentario votivo si compone di piattelli ceramici (Ø cm 14) di tipo Genucilia a figure rosse, coppette miniaturistiche in ceramica a vernice rossa o nera, alcune delle quali a forma di thymiaterion (bruciatore di essenze). La conchiglia (concha) è una conchiglia di mare della specie Cerastoderma glaucum. Il chiodo (con borchietta) è in ferro. La moneta è un bronzo romano-campano (serie RRC 16, databile tra il 300 e il 270 a.C.). Infine, l’osso umano è una tibia di un maschio adulto, con epifisi incomplete, cioè priva dei rigonfiamenti alle due estremità.

Gli archeologi sanno che scavare le fondamenta è estremamente difficile. Perché allora come oggi nelle fondazioni si gettava di tutto e di più, senza andare molto per il sottile con la qualità dei materiali, preoccupandosi più che altro di riempire in fretta, prima che qualche spiritello sgradevole approfittasse del solco aperto nella terra per evadere dall’Oltretomba. Per lo più quindi, gli archeologi ritrovano nelle fondamenta materiali eterogenei e ripetitivi, delle epoche più disparate, di modestissimo valore. Nello scavo sulla Via Campana siamo invece di fronte a fondamenta pulite, dove sono stati rinvenuti uno scarso numero di reperti, concentrati nella sola fossa. La natura estremamente selezionata dei reperti (un unico esemplare per ogni tipo) ha permesso di interpretare la deposizione come volontaria. E ha aperto il dibattito sul suo significato, lasciando il campo agli antropologi e agli studiosi della primitiva religiosità romana.

Uno studio di Paola Tuccimei (2007-2008) mette in luce le precarie condizioni idrogeologiche del terreno al km 17,500: 60-70 m più sotto c’è la faglia del Fondovalle tiberino, da cui affiorano, a cadenze periodiche, fanghi, vapori e gas. La studiosa ne conclude però che costruire una strada in una palude interessata da fenomeni di termalismo, per quei profondi conoscitori dell’arte delle strade che sono i Romani, non è affatto un tabù sul piano tecnico: la soluzione del viadotto rettilineo poggiato su ponti in pietra è anzi convincente sul piano ingegneristico e garantisce un’opera durevole nel tempo.

Ma la situazione è ben diversa se si passa dalla geologia all’antropologia. Quasi a proseguire lo studio della Tuccimei, la Serlorenzi rileva che i tabù infranti sono molti. Un primo tabù è la costruzione di un ponte: secondo la religio romana unire ciò che la natura ha separato è un atto molto delicato, che sovverte l’ordine naturale e, arrecando un’offesa agli spiriti del luogo, richiede un atto di espiazione. Un secondo tabù è che il ponte non unisce lembi di terra asciutta, ma attraversava un acquitrino salmastro, rendendo necessario anche riconciliarsi con Nettuno, nume tutelare delle Saline. Un terzo tabù è che nell’acquitrino ci sono delle sorgenti: chiudere le polle o imbrigliarle tra piloni e casseforme, richiede di confrontarsi anche con le capricciose Ninfe, divinità delle fonti. Infine, un quarto tabù è la presenza di acque bullicanti, che, generate dalle profondità dell’Ade, avvertono circa la presenza di un pericoloso corridoio fra mondo dei vivi e mondo dei morti, da cui è lecito aspettarsi la fuoriuscita di demoni e iatture.

La Serlorenzi ne conclude che costruire non un ponte solo, ma una sequenza di ponti, su acque insieme consacrate, sorgive e maledette è davvero un grosso problema per la comunità, che entra in conflitto contemporaneamente con quattro ordini di divinità del pantheon arcaico: Genius loci, Nettuno, Nymphæ e demoni. Per risolverlo, secondo la studiosa, è stato svolto lungo la Via Campana uno straordinario rito di espiazione, un super-rito che unisce i caratteri dei riti riservati alle singole divinità.

Il cerimoniale, secondo la studiosa, si è svolto in giornate diverse, seguendo una unica regia coordinata da un pontefice: una prima volta in forma solenne ad inizio delle opere per la purificazione del suolo, per poi essere ripetuto in forma ridotta per ciascun ponte da costruire. Il servizio ceramico utilizzato per la prima volta, al termine dev’essere stato frantumato e conservato in frammenti selezionati dal pontefice, incaricato di ricomporlo per parti in ciascun ponte.

L’ipotesi è che un così complesso cerimoniale, capace di scomodare così tante divinità insieme, e per un così grande numero di volte, non poteva non lasciare un segno permanente nel terreno. Soccorre qui Varrone, che spiega che i segni nel terreno possono essere di tre tipi: altari se si scomodano divinità celesti, are per quelle della terra, e fosse per le divinità del sottostuolo: «Altaria ab altitudine sunt dicta, quod antiqui diis superis in ædificiis a terra exaltatis sacra faciebant; diis terrestribus in terra; diis infernalibus in effossa terra». Dei quattro destinatari del cerimoniale, due (Ninfe e demoni) hanno sicuramente un carattere ctonio, e Nettuno e genius loci debbono averli seguiti per attrazione.

Alla base della religio romana vi è la pax deorum, ovvero il patto di rispetto reciproco tra uomini e dèi che permette a entrambi di godere di esistenze serene: chi vive in pace con gli dèi ne riceve benevolo sostegno; chi muove guerra agli dèi – e mal gliene incorra! – è ripagato con rappresaglie, vendette, e distruzioni. Tra le azioni che rompono il patto con gli dèi vi sono tutte quelle che alterano l’integrità naturale, come ad esempio la costruzione di «opera» (case, templi, città ecc.), considerati una violenza nei confronti degli spiriti del luogo, un’invasione ingiusta. Anche la costruzione di strade rientra tra le opere invasive dell’equilibrio naturale. Ma l’infrastruttura oltraggiosa per eccellenza è il ponte, per la sua caratteristica di «unire ciò che è naturalmente separato».

Costruire case, strade e ponti, secondo la religio romana, non è vietato; tuttavia l’atto costruttivo deve essere prontamente riparato con un atto di espiazione, chiamato «piacula operis faciundi», cioè un rito di purificazione accompagnato da un sacrificio, che assicura in maniera retroattiva l’assenso degli spiriti del luogo, scongiurandone la vendetta.

Questi riti si declinano in maniera diversa, secondo la tipologia e la grandezza dell’opera da realizzare. In particolare, i riti per la costruzione di ponti consistono in offerte – offerte incruente oppure con vittime –, e replicano il primo rito effettuato a Roma per la costruzione del Ponte Sublicio, durante il quale vennero offerte al Dio Tevere delle vittime umane. La cerimonia era presieduta dallo stesso costruttore del ponte, che prende il nome di pontefice (da «pontem facere», secondo la definizione di Varrone), ed era celebrata fino al III sec. a.C. con il nome di Sacrificia Argeorum (Processione degli Argei), in cui vengono gettati dal Ponte Sublicio, in sostituzione degli uomini, dei fantocci di giunco (Plutarco, Numeri 9, 6).

La studiosa M. Eliade individua l’origine dei rituali di costruzione nella credenza secondo la quale la morte rituale, interrompendo una vita non vissuta interamente, può trasferire la residua «vis» (forza) alla nuova costruzione. L’anima della vittima, seppellita nelle fondamenta del nuovo edificio, continua a vivere nel nuovo corpo architettonico, e ne diventa anche lo spirito guardiano, impedendo la risalita dei demoni dal sottosuolo.

L’istituzione di sacrifici umani risalirebbe al tempo del re Tarquinio il Superbo. Scheletri rinvenuti sotto il muro perimetrale della Domus regia, nelle Mura palatine, nell’Equus Domitiani e al Carcere mamertino attesterebbero un’ampia diffusione nell’VIII sec. a.C. Col tempo il sacrificio umano è stato considerato un atto estremo e aberrante, fino al divieto esplicito, introdotto dal console Bruto. Tuttavia la storiografia ricorda una certa casistica di uccisioni rituali, di carattere eccezionale, avvenute anche in tutta l’Epoca repubblicana e attestate negli anni 228, 215 e 113 a.C. E Cicerone descrive il sacrificio di un fanciullo persino durante la congiura di Catilina. Per non parlare poi delle accuse di sacrifici umani imputate agli adepti di religioni scomode: Giudei (cfr. Giuliano l’Apostata, II 89 ss.), Baccanti (Livio XXXIX 13, 13) e Cristiani (Plinio Ep. X, 96, 7). I sacrifici umani vengono definitivamente banditi da un senatoconsulto del 97 a.C., e il fatto che una legge abolisca una cosa già considerata vietata la dice lunga sul fatto che, di tanto in tanto, se ne faceva ancora qualcuno. Di pari passo gli antichi riti cruenti vengono via via addolciti con uccisioni simboliche, come i «simulacra» (sorta di bambole) offerte ai Lari in occasione dei Compitalia, o ancora altri surrogati, come i pisciculi, gli oscilla e i sigilla.

Ad un primo esame, dunque, l’osso di tibia della Via Campana – ritrovato tra due blocchi di tufo, vicino al thymiaterion miniaturistico – sembrerebbe evocare scenari sinistri nel Territorio Portuense del IV sec. a.C., non ancora pienamente civilizzato e distante quanto basta dall’Urbe da permettere qualche eccezione alle leggi degli uomini in favore di quelle degli dèi: una barbara ripetizione dell’antico rituale del Ponte Sublicio, insomma, offerta alle quattro divinità della faglia idrotermale.

E invece lo scenario ricostruito dagli antropologi è ben diverso, persino raffinato e civile: alle quattro divinità portuensi vengono offerte le ossa di un uomo già morto da tempo (lo proverebbero le epifisi della tibia mancanti), replicando sì il rito del Ponte Sublicio in maniera tale da rispettare la legge divina, ma in forma simbolica, cosicché anche la legge degli uomini fosse rispettata. La studiosa Eliade ne dà questa spiegazione: «La rappresentazione rituale simula e rende presente simbolicamente l’avvenimento: non annulla il beneficio che si attende da quella autentica, anzi la equivale». L’anima agli edifici viene trasmessa «per partecipazione», attraverso una parte simbolica (una tibia) di un corpo vivente, e questo è ritenuto sufficiente per garantire allo stesso tempo la pax deorum e non fare del male a nessuno.

Ma il ponte non è che il primo dei problemi. Perché se il ponte incatena l’acqua, o i piloni ne frazionano le correnti, allora occorre chiedere il permesso anche al nume delle acque.

La letteratura abbonda di citazioni: Stazio (Silv. 4, 76-80) racconta di Domiziano che fa sacrifici al fiume Volturno, all’atto di costruirvi sopra un ponte; nella Colonna Traiana c’è il disegno del sacrificio di un toro durante la costruzione di un ponte sul Danubio. Tacito (Ann. 6, 37, 2) riferisce che Vitellio, l’imperatore-arvale, costruendo un ponte sull’Eufrate, replica ai confini dell’Impero la cerimonia del suovetaurilia (il sacrificio di un maiale, una pecora e un toro).

Va detto che le Saline sulla Via Campana sono considerate un’estensione del mare, e sono poste sotto la protezione del dio Nettuno (un’epigrafe rinvenuta in un contesto vicino, riporta la dedica a Nettuno di due «conductores Campi salinarum Romanarum»). Appare quindi plausibile che Nettuno sia, insieme al Genius loci, uno dei destinatari del super-rito: il dono della moneta sarebbe interpretabile come il pedaggio al dio per il superamento delle sue acque. Una credenza richiedeva il lascito di una moneta negli attraversamenti angusti o comunque pericolosi: una sorta di offerta per la buona riuscita del transito.

Ma vi è dell’altro. Il ponte, che passa sopra l’acqua, attraversa anche una pluralità di sorgenti, e le bocche delle sorgenti per dare stabilità al ponte sono state chiuse o deviate. Nulla è  più sacro di una fonte («Nullus enim fons non sacer»), e questo deve aver richiesto nel super-rito anche l’ottenimento del consenso delle divinità delle acque sorgive, le Ninfe (Nimphæ). Il ritrovamento nella fossa della conchiglia, secondo gli studiosi, è interpretabile come un dono per le capricciose divinità, che secondo la tradizione hanno una smodata cupidigia di conchiglie. Come ipotesi alternativa alle Ninfe, è possibile che i doni sacri siano per il dio Fons, nume tutelare di sorgenti e corsi d’acqua («deus qui fluminibus et fontibus præest»), titolare di un proprio culto al VI miglio della Via Campana. Le Ninfe tuttavia appaiono più probabili, perché Fons non ha un carattere ctonio. C’è da dire poi che nemmeno gli antichi sapevano bene distinguere le divinità minori legate all’acqua: un’epigrafe famosa dedicata alle Ninfe di Poggio Bagnoli recita: «Nymphæ, sive quo alio nomine voltis appellari» (CIL XI, 1828) (A voi, Ninfe! …o in qualunque altro modo vi chiamiate).

L’ultimo tassello di questo complicato caso di archeologica magica e religiosa è il chiodo in ferro, con relativa borchietta. Gli archeologi chiariscono subito che il chiodo è stato trovato al di fuori della fossa. Potrebbe essere stato messo lì intenzionalmente, per chiuderla simbolicamente, ma potrebbe anche essere finito lì per caso: sulle strade passano molti carri, che spesso perdono qualche pezzo a forma di chiodo: come l’innesto di un timone, l’ancoraggio delle tirelle dei cavalli, o parte di un calzare. Il vicino ritrovamento del thymiaterion (un brucia-essenze), spesso presente nelle offerte agli dei infernali, non risolve i margini di dubbio. Tuttavia, ammesso che si tratti di un chiodo, il significato apotropaico è abbastanza evidente: il chiodo serve a fissare nel sottosuolo gli spiriti dell’oltretomba, le cui scorribande nel mondo dei vivi (evento infelice di per sé) sono sempre accompagnate da eventi nefasti, come inondazioni, crolli e malattie (in questo caso si può persino pensare alle intossicazioni da gas), che è bene scongiurare. L’espiazione potrebbe essere stata compiuta con il rito del «clavum figendi» (l’infissione del chiodo), che ricorre spesso nei riti di fondazione.

È possibile poi che la moneta non fosse un pedaggio per Nettuno, ma per gli spiriti infernali, visto che le fondazioni vanno a poggiarsi nel sottosuolo. Va citata anche un’altra credenza – il mito di Anfiarao –, che lega fonti e Ade, che vuole che i morti possano riemergere dagli Inferi passando per le sorgenti, poiché le acque palustri sono considerati un passaggio verso l’Ade. Un’ultima ipotesi, suggestiva, è che la moneta non sia un dono, ma un amuleto per proteggere gli scavatori delle fondazioni, affinché potessero incidere la terra senza essere molestati dagli spiriti dell’Ade. La moneta è un oggetto magico per definizione, circolare e di metallo: la credenza vuole che agli spiriti maligni non sia consentito di attraversare oggetti tondi. La moneta era insomma, un’idealizzazione di uno scudo.

Il super-rito dev’essere stato insomma un fatto grosso, nella vita della comunità locale del IV sec., in cui convivevano speranza nel progresso (costruzione di una strada), timore delle divinità ctonie, e una razionale e rispettosa rivisitazione della tradizione (l’osso in sostituzione del sacrificio umano). Furono presenti insomma caratteri avanzati, più che regressivi.

Il servizio in vasellame (mortai e bacini per la preparazione del cibo; olle e coperchi per la cottura; coppe, skyphos, brocche e anfore per la mescita del vino) permette di affermare che la cerimonia si basò su una libagione e sull’offerta di cibo. Circa il cibo consumato nel rito, soccorre il De Agricultura di Catone (passo 75), che in base ai supporti ceramici spiega i cibi che vi si preparavano. In quell’occasione si consumò, probabilmente, mola salsa insieme a focacce non lievitate (libum o turunda), annaffiate con parecchio vino. Parte del cibo, deposto su piattelli Genucilia o sulle coppette ministuristiche, venne poi offerto agli dèi, mentre il thymiaterion bruciava incensi in un’atmosfera rarefatta.

Va detto che è stato indagato anche un terzo tratto, poco distante. Lì i ritrovamenti sono stati sostanzialmente identici, il ché ha determinato gli studiosi a reinterrare rapidamente la trincea.

Tuttavia la Via Campana non finisce sicuramente lì. Un nuovo tratto dei rifacimenti traianei della Via Portuense-Campana è stato segnalato nel 2001, durante lavori su Via Sabadino, traversa della Via Portuense poco distante da questo tratto di Via Campana.

Le rilevazioni satellitari infine permettono a occhio nudo di distinguere (come una linea di colore più scuro) che la Via prosegue lungo l’asse nordest-sudovest, puntando verso la Chiesuola di Ponte Galeria. Qui la strada sembra effettivamente avere termine.

 

Necropoli di Malnome

 

La Necropoli di Malnome è il più grande sepolcreto portuense, datato tra fine I sec. e II sec. d.C. Viene scoperto nel 2006 dai Finanzieri e scavato nel 2007. Le indagini rivelano 270 sepolture poverissime, in fosse terragne ricoperte da tegole o legno, con i corpi avvolti in un sudario. Gli scarsi corredi consistono in vasellame, uno specchio, due orecchini, una collana con pendagli e appena 70 monete per pagare il pedaggio a Caronte. La necropoli è composta in prevalenza di maschi, adulti, con le ossa rotte dalla fatica: da questo dato gli antropologi deducono che Malnome fosse la necropoli della comunità di lavoratori dei porti di Claudio e Traiano e delle vicine Saline. L’esame del cranio di un trentenne affetto da signazia ha permesso di riconoscere tuttavia, nella abbrutita comunità portuale, aspetti di inattesa umanità.

 

Nell’estate 2006 la Guardia di Finanza di Fiumicino irrompe nella casa di un trafficante di reperti archeologici, rinvenendo materiali freschi, con la terra ancora non dilavata, probabile frutto di uno scavo clandestino in corso nelle immediate vicinanze. L’indagine si allarga, sotto la direzione del II Gruppo operativo, e porta in breve a sgominare il traffico e ad individuare lo scavo, nella zona sud-orientale della Tenuta agricola di Castel Malnome. I giornali danno spazio alla brillante operazione, e riportano le parole del tenente colonnello Pierluigi Sozzo: «Le risorse della Guardia di Finanza per questo tipo di attività sono residuali, ma la passione che mettiamo è tanta e ci permette di fare scoperte importanti» (La Repubblica, 9 giugno 2008).

Nel marzo 2007 la Soprintendenza avvia lo scavo estensivo, sotto la direzione di Laura Cianfriglia. L’area si estende per 3000 m2 e occupa il pianoro sommitale di un bancone di depositi di sabbia e ghiaia di origine marina. Si tratta della più vasta necropoli del Suburbio, e, tra gli scavi recenti a Roma, è la seconda per estensione, dopo la Necropoli Collatina.

Le sepolture risalgono ad un periodo compreso tra la fine del I sec. d.C. e il II. Vengono individuati 270 scheletri, in perfetto stato di conservazione, depositi in fosse terragne con copertura fittile (con tegole in coccio disposte a cappuccina) o più spesso con umili e deperibili tavole di legno. I corpi sono in maggioranza fasciati o avvolti in un sudario. Soltanto 70 di essi hanno, stretta tra i denti, la moneta per pagare il pedaggio a Caronte per l’Aldilà. Gli altri 200 erano, per così dire, portoghesi.

I corredi sono umilissimi e presenti solo in una tomba su tre: boccali in ceramica, lucerne ecc. Il ritrovamento più prezioso è una collana con pendagli di ambra, osso, conchiglie e un amuleto dedicato alla dea egizia Bes, a corredo della sepoltura di un bambino di 8 anni. Una donna è stata sepolta con il suo specchio; un’altra con un paio di orecchini d’oro. Infine sono state rinvenute due ollette in ceramica, contenenti le ceneri degli unici due defunti incinerati della necropoli.

A scavi conclusi il sepolcreto è stato interrato e non è oggi visitabile.

Quali sono le cause delle presenza di una necropoli così estesa in aperta campagna, in una zona ritenuta archeologicamente poco interessante?

Dobbiamo, per un istante, mettere da parte il paesaggio moderno, bonificato dalle braccia operose dei Romagnoli più di un secolo fa. Immaginiamo una distesa di acque paludose, salmastre e poco profonde, in cui già dal X sec. a.C. ferve l’attività di estrazione del sale, con gli operai chini o che camminano curvi trasportando in gerle pesanti carichi. In questo pantano salino si erge una collina di terraferma, che è già in antico un marcatore del paesaggio: in quest’isolotto asciutto è possibile che la pietas dei più antichi frequentatori abbia portato occasionali sepolture, già in tempo remoto.

Ma «è con l’età imperiale – spiega la Cianfriglia – e con la realizzazione dei porti di Claudio e di Traiano che tutta l’area viene investita da un processo di profonda trasformazione e popolamento. Questa gente abitava probabilmente in uno degli insediamenti verso il porto». E Malnome era la loro necropoli.

L’indagine del Servizio antropologico della Sovrintendenza, diretto da Paola Catalano, riscontra questa ipotesi. Su 270 scheletri, il 72% appartiene a maschi. Sono in maggioranza individui adulti (nella fascia tra i 20 e i 40 anni), mentre mancano quasi del tutto giovani e vecchi. «Evidentemente, a Malnome riposa una comunità di lavoratori», è la conclusione della Catalano: «saccarii» (facchini ai moli), portatori di sale e uomini di fatica in genere, in condizione di schiavitù oppure di immigrati, comunque in estrema miseria. I dati antropometrici evidenziano numerosi segni della fatica impressi nelle ossa, soprattutto fratture lungo gli arti e lesioni alle vertebre. «Molti scheletri – afferma la Catalano – sono caratterizzati da alterazioni della colonna vertebrale, dovute al trasporto di carichi pesanti».

Nella conferenza di presentazione dei ritrovamenti l’allora Soprintendente Angelo Bottini così conclude: «La quantità dei materiali ritrovati non è rilevantissima, ma in questo scavo i pezzi di pregio sono le povere ossa, che ci permetteranno di sapere come viveva una piccola comunità operaia nella capitale dell’Impero al momento del massimo fulgore».

Tra i rinvenimenti di Malnome gli archeologi notano un cranio, appartenuto ad un uomo tra i 30 e i 35 anni, il cui volto delinea una smorfia enigmatica: la bocca serrata a denti stretti, con la dentatura mancante degli incisivi.

L’esame radiografico, condotto alla tac al Policlinico Casilino dal professor Paolo Preziosi, rivela che l’uomo era affetto da una rarissima malformazione congenita, la «signazia». Si tratta di un’ossificazione dell’articolazione temporo-mandibolare: la mandibola e la tempia sono saldate su entrambi i lati. Questo individuo insomma non ha mai potuto masticare, parlare, persino sorridere… Al mondo se ne contano non più di cinque casi e mai nessuna testimonianza era emersa dal mondo antico.

La mancanza degli incisivi rivela un gesto di pietà: qualcuno, fin da bambino, deve avergli strappato via gli incisivi, per permettergli di alimentarsi con cibi semiliquidi, di emettere suoni, e svolgere così la sua misera vita di facchino. Gli antropologi interpretano questo intervento come volontario da parte della comunità, per assicurare la sopravvivenza ad un individuo altrimenti destinato a morire in età infantile.

La mentalità del tempo  consentiva al pater familias o al padrone di lasciar morire un bambino nato deforme, e sicuramente una malformazione del genere era considerata una deformità. «Gli antichi non avevano simpatia per le anomalie – osserva Bottini –. Qui invece assistiamo a una comunità povera che si dà da fare per salvare la vita a una persona, strappandogli via addirittura i denti, per respirare e mangiare. Questo nucleo contraddice la mentalità di quel periodo di sentire le anomalie come un elemento negativo».

 

Campo Merlo

 

Il toponimo Campus Meruli è nominato per la prima volta in un documento ecclesiastico del 669 d.C., che racconta di un anziano monaco (il futuro Papa Adeodato II) impegnato nel restaurare la chiesina campestre di San Pietro in Campo Merlo. Ma intorno al Mille la chiesina è ormai in abbandono: altri documenti parlano  di una tenuta fra il IX e il XII miglio della Portuense, senza più nominare la chiesina. L’ultimo ad avvistarne i ruderi è l’umanista rinascimentale Flavio Biondo nel XV secolo. Nella tenuta si trovava anche un ponte (Pons Meruli), anch’esso oggi perduto. In tempi più recenti la memoria popolare riferisce di un anonimo bandito, il Bandito di Pisciarello, che infestava le selve dei paraggi.

 

Il toponimo Campus Meruli è nominato per la prima volta nell’anno 669. Il Liber Pontificalis riporta che in quell’anno un anziano monaco di Sant’Erasmo al Celio restaurò la chiesa campestre di San Pietro in Campo Merlo, ricominciando ad officiarvi messa: «Hic Ecclesiam S. Petri, quae est Via Portuensi in Campum Meruli, ut decuit restauravit atque dedicavit». L’anziano monaco ebbe un destino fortunato: tre anni dopo divenne papa con il nome di Adeodato II e fu un pontefice generoso, compassionevole verso i pellegrini e benevolo verso il clero. È ricordato per aver aumentato l’indennità elargita in occasione della morte del pontefice, e per il fatto che il clero romano, contro ogni previsione, dovette aspettare a lungo per incassarla: Papa Adeodato morì  nell’anno 676.

Intorno all’Anno Mille la chiesina è in abbandono. Un diploma dell’anno 1019, al tempo di Papa Benedetto VIII, accorda  la tenuta di Campo Merlo in privilegio al vescovo di Fiumicino, senza nominare tuttavia l’esistenza della chiesina. Da questa bolla sappiamo qualche informazione in più sulla tenuta: sappiamo che era incolta e ridotta a prato («pratum situm in Campo qui dicitur Merule»), e si trovava più o meno al XII miglio della Portuense («Via Portuensi miliario ab Urbe Roma plus minus XII»). Nell’anno 1033 la tenuta passa in proprietà alla odierna chiesa di Santa Caterina de’ Funari, che allora era intitolata a S. Maria Dominae Rosae, grazie ad una donazione di Papa Giovanni XIX. La notizia della donazione è contenuta in una bolla vaticana di quasi due secoli successivi, datata al 1192 al tempo di Papa Celestino III. Lo studioso Mariano Armellini, interpretando questo documento, ipotizza che la tenuta fosse allora estesa per tre miglia, dal XII al IX miglio della Portuense: «Questo nome era comune a due masse situate sulla Via Portuense, una al nono, l’altra al dodicesimo miglio, che in origine probabilmente formavano un corpo solo di terra». L’ultimo avvistamento della chiesina di San Pietro in Campo Merlo risale all’umanista rinascimentale Biondo Flavio (1392-1463), che la descrive ormai in rovina: «Ecclesia S. Petri, quae Via Portuense ad Pontem Meruli dirupta cernitur».

Accanto alla chiesina, l’umanista Biondo nomina incidentalmente un secondo manufatto presente nell’area: il Pons Meruli, ponte di Campo Merlo. Questo elemento ci fornisce qualche indicazione utile per localizzare la chiesina: essa si trovava sulla Via Portuense, nel punto in cui scavalcava un corso d’acqua con un ponte. I resti archeologici di questa chiesina, finora, non sono stati localizzati.

[Il bandito di Pisciarello].

 

Vico Galera

 

Nell’VIII sec. Papa Adriano I vi edifica, al XII miglio della Via Portuense, la sua domus culta, cioè una masseria fortificata («posita in Via Portuense, miliario ab urbe Roma plus aut minus duodecimo, cum fundis et casalibus, vineis acquimolis et lecticaria qui vocatur Asprula»).

La domus culta viene trasformata da Gregorio IV in un castello, oggi perduto.

A ridosso dell’Anno Mille il Vico Galera è l’ultimo villaggio abitato prima del nulla, come testimonia la bolla di Benedetto VIII del 1018 («cum… sylvis atque pantanis, cum ponte et ipsum vicum qui vocatur Galera»).

 

TENUTA DI PONTE GALERIA

 

Castel Malnome

 

[Il “malo nome” del drago di Mala Grotta].

Il racconto di un terribile fatto di cronaca nera, avvenuto tre secoli fa nell’anno 1718 nella Tenuta di Ponte Galera, ci giunge attraverso il «Diario» tenuto dalla Confraternita degli Agonizzanti. Ne sono protagonisti il bracciante Carlo Antonio Anastasio, trentenne immigrato, originario di Terni (l’assassino), che lavora nella tenuta di cui è affittuario il Macellaro Menicuccio (la vittima), di professione buttero e macellatore di carni in via della Pace, a Roma.

Questa la nuda cronaca:

 

Saputo che il buttero possedeva denari, [Carlo Antonio Anastasio] gli disse se per quella sera gli voleva dare alloggio. Il buon uomo gliel’accordò. Nel meglio del sonno con un bastone gli diede in testa. [Macellaro Menicuccio] destatosi disse: che mi fai amico? Pure non desisté, anzi gliene replicò due altre, sino che l’uccise. Cercò delli denari e non trovò che 15 pavoli, li quali presi scappò.

 

Dopo l’efferata rapina dell’omicida si perdono le tracce e «per molti mesi non si seppe dove fosse capitato». Ma il delitto perfetto, si sa, non esiste. E a distanza di tempo l’assassino commette l’errore fatale di ritornare a lavorare, come bracciante agricolo, in una campagna vicina. Anastasio viene riconosciuto e, avvertito il bagello, viene catturato. Il Diario degli Agonizzanti riporta la conclusione della vicenda, e la terribile punizione che colpì l’omicida.

L’accusato nega pervicacemente e i gendarmi papalini lo sottopongono alla «tortura della corda». La corda è un supplizio in uso fino a tutto il Settecento, che si infligge agli imputati per estorcerne rapide confessioni: consiste nel legare le mani dell’imputato dietro la schiena con una corda, e quindi appenderlo al soffitto per mezzo di una carrucola. La pubblica accusa lo interroga, chiedendogli di ammettere le proprie colpe, e, ad ogni risposta giudicata menzognera, l’imputato viene lasciato cadere giù di botto. C’è un vero e proprio gergo che individuava i diversi tipi di cadute: «tratto, squasso, scossa o saccata». Riferisce il Diario degli Agonizzanti che queste torture hanno subito effetto: «Datagli la corda, confessò e ratificò immediatamente».

La punizione, come accennavamo, fu terribile e avvenne in forma esemplare a Ponte Sant’Angelo. Il malfattore fu impiccato e, da morto, fu anche «squartato»: il suo corpo venne cioè spaccato in quattro quarti, proprio come una qualsiasi bestia macellata nella Tenuta di Ponte Galera.

 

Chiesuola

 

La Chiesuola della Sanctissima Eucharistia è una cappellina rurale, oggi sconsacrata. Risale al XVII sec. ed è ricavata da una grotticella, chiusa da un piccolo avancorpo con copertura a doppia falda. Prende luce dall’unica finestrella rotonda e dalla porta d’ingresso.

Alcuni abbellimenti vengono compiuti nel 1734 dal vescovo di Porto cardinal Pietro Ottoboni (1667-1740), che vi appone sull’architrave all’ingresso il suo stemma nobiliare e decora l’interno con un altare dai preziosi fregi marmorei (oggi conservato nella chiesa di Santa Maria Madre della Divina Grazia).

La proprietà è privata e non è possibile entrarvi. Da fonti orali apprendiamo che la chiesina conterrebbe ancora, al suo interno, pitture settecentesche a fresco di matrice neoveneta e, in fondo alla grotta, una Natività in formelle in terracotta.

 

Stazione Ponte Galeria

 

La Stazione di Ponte Galeria è uno scalo ferroviario posto alla diramazione fra la Dorsale Tirrenica e la Linea per Fiumicino.

Entra in servizio il 6 maggio 1878, a servizio della diramazione a binario unico per Fiumicino, con il nome di Ponte Galera. Il vecchio nome è attestato fino all’ordine di servizio n. 110 del 1936. In questo periodo la stazione viene potenziata e trasformata in snodo per il traffico merci. Nel 1943, nel caseggiato ferrovieri, risiedeva Antonio D., prigioniero nel Lager di Ludwigsburg. Nel 1961 la stazione viene rimodernata, in concomitanza con il raddoppio dei binari della linea per Fiumicino. Oggi la stazione è a quattro binari ed è dotata di una galleria di sottopasso e biglietteria. L’offerta tipica è di un treno ogni 15 minuti sulla percorrenza urbana (FR1 Fara Sabina – Aeroporto).

Una storia, legata alla stazione ferroviaria di Ponte Galeria, ci porta molto lontano, fino al M.-StammLager 5A.

Il 5A è un campo di prigionia della Germania nazista, situato a Ludwigsburg, nel Baden-Württemberg. È un campo militare della cavalleria tedesca, che dall’ottobre 1939 (dopo l’invasione della Polonia) viene trasformato in campo di detenzione, con l’edificazione di baracche e un doppio recinto di filo spinato alto 15 metri. Ai polacchi si affiancano, man mano che la guerra procede, belgi, olandesi e francesi, e dal 1941 i sovietici. A migliaia muoiono per malnutrizione e malattie, e chi sopravvive è addetto al lavoro nelle vicine fabbriche o alla riparazione di strade e ferrovie.

Dopo l’8 settembre 1943 arrivano i prigionieri italiani. Fra di essi vi è il signor Angelo D., che viene immatricolato con il gefangenennummer 44233. Non conosciamo la sua storia: di lui sappiamo solo che la sua famiglia (composta dalla moglie e almeno tre figli) abitava nel caseggiato ferrovieri della Stazione di Ponte Galeria, in Via Portuense, 1445, Dal cognome possiamo intuire una possibile origine ebraica. Dal lager Angelo scrive molte lettere ai familiari, attraverso il servizio postale gestito dalla Croce rossa. Una di esse è per la moglie Emilia, datata 31 gennaio 1944: «Carissima Emilia, ti scrivo questo biglietto per farti sapere che io sto bene e così spero che sia anche di te, unita con i nostri cari bambini. Io già ti ho scritto altre cinque volte. Credo che le avrai ricevute. Saluti cari a te e ai bambini. Vi auguro una buona salute. Tuo marito».

Da Ponte Galeria però non arriva nessuna risposta. Il 27 febbraio Angelo scrive un altro biglietto, rivolto questa volta al figlio maggiore Antonio: «Carissimo Antonio, ti scrivo per farti sapere che io mi trovo in Germania internato. Fammi sapere come state perché io ancora non ricevo una notizia da voi. Saluti cari a te e i tuoi fratellini e tua madre. Tuo padre». Si saprà in seguito che solo una piccola parte delle lettere venivano recapitate, mentre la maggior parte rimaneva accatastata in magazzini all’interno del campo di prigionia.

Dal giugno 1944 gli Americani, sbarcati in Normandia, iniziano l’avanzata verso la Germania. Ci vorranno 10 mesi, e il prezzo di un’immane carneficina, per arrivare al campo di concentramento 5A. L’evacuazione avviene il 1° aprile 1945, giorno di Pasqua. Tutti i prigionieri vengono suddivisi in colonne e rimpatriati, a piedi, a marce forzate. La U.S. Army si fa carico di recapitare la corrispondenza accatastata nei magazzini. Le lettere di Antonio, con i timbri della posta militare americana, arrivano all’ufficio postale di Ponte Galeria a fine aprile.

Pare purtroppo, però, che al civico 1445 di Via Portuense, il postino non trovò nessuno.

Nel 2008 le lettere del signor Antonio, acquistate dal Fondo Rivaportuense, sono state messe a disposizione della parrocchia di Ponte Galeria, nella speranza di poterle recapitare ai nipoti, 63 anni dopo.

[Stazione Fiera di Roma].

 

Ponte Galeria Paese

 

La Soprintendenza Archeologica Statale ha segnalato in località Ponte Galeria due importanti indagini. La prima riguarda una Struttura in opera poligonale, della quale purtroppo non sono note ulteriori informazioni. La seconda riguarda il ritrovamento di un Tratto di strada glareata. Anche di questa indagine, purtroppo, non sono conosciuti maggiori dettagli.

[La Condotta medica].

[La Dogana].

[La stazione dei Carabinieri e la Posta].

[Il passaggio a livello e la sopraelevata].

Il 16 luglio 2014 si è costituito, nella piccola comunità di Ponte Galeria, il comitato di quartiere. Dallo statuto apprendiamo alcune caratteristiche di questa libera associazione, senza scopi di lucro, apartitica e autonoma nei confronti dei partiti politici stessi e delle altre associazioni sportive, sociali e culturali. Essa è formata da cittadini, che si incontrano in riunioni periodiche e comunicano informazioni e programmi in una bacheca web. Le azioni del Comitato sono rivolte «al fine di rendere responsabile la cittadinanza delle scelte amministrative e sociali che riguardano la comunità, nonché al fine di farsi interprete e promotore degli interessi dei cittadini del quartiere presso le Istituzioni e la Pubblica amministrazione».

Nella prima assemblea pubblica, tenuta il 19 settembre, sono state presentate in un’unica lista le candidature per le cariche sociali. Ne sono risultati eletti la presidente Simona Ficcardi, il vicario Daniele Galassi, il segretario Filippo Linzitto e il tesoriere Cristian Micarelli. Gli altri rappresentati del quartiere, eletti con la qualifica di consiglieri, sono stati Roberto Bresciani, Andrea di Cuio, Filippo Linzitto, Fulvio Principe e Alessandro Roncati.

[Scuole del quadrante di Ponte Galeria].

 

Vetreria Sciarra

 

Abbiamo rintracciato notizie della Vetreria Sciarra attraverso un Cinegiornale dell’Istituto Luce, datato 7 luglio 1937, in cui si dà notizia dell’inaugurazione dello stabilimento industriale.

Le sequenze mostrano nell’ordine il governatore di Roma Don Piero Colonna attorniato dalle autorità religiose e di regime; gli altoforni della materia liquida; il reparto che forgia e riduce i vetri in lastre; il reparto taglio per sagomare la lastra e infine la partenza delle autorità dalla Vetreria. Questa la narrazione del cronista Arturo Gemmiti:

 

Visita al nuovo centro industriale romano inaugurato dal Governatore e dal Federale dell’Urbe a Ponte Galeria – Questa grande vetreria, dovuta all’iniziativa di un giovane industriale romano, il grande ufficiale Pietro Sciarra, è costituita da due corpi di fabbrica laterali all’ingresso, adibiti ad uffici ed abitazione del personale, e da un grande corpo centrale, dove sono situati i generatori di gas di grande potenza, destinati al riscaldamento dei forni donde la materia liquida incandescente necessaria alla costruzione dei vetri greggi esce, per essere depositata nelle grandi macchine dove la lastra di vetro viene forgiata ed impressa, per passare poi al Reparto taglio dove viene sagomata e quindi ai grandi depositi. Lo stabilimento attuale, suscettibile di ampliamento, e che si propone di cooperare all’autarchia economica nazionale producendo vetro con materie prime italianissime, quali il quarzo e i silicati, è capace di una produzione giornaliera di 3000 metri quadrati di lastre di vetro e dà lavoro a circa 500 operai.

 

Idroscalo del Littorio

 

[L’aeroporto degli Idrovolanti].

 

PONTE GALERIA

 

Ponte di Mezzocammino

 

Gli Stagni di Fiume morto sono una zona umida protetta, parte della Riserva naturale statale del Litorale Romano. Gli stagni si trovano intorno al Raccordo Anulare, da cui sono tagliati in due. L’ansa morta presenta già tutte le caratteristiche necessarie per un eventuale turismo da campeggio e fungerebbe in maniera perfetta da portale di ingresso al futuro Parco Fluviale Tevere Sud, data la sua prossimità all’asse stradale del Raccordo. Nelle sue vicinanze sarebbe possibile realizzare un parcheggio di scambio e ingresso al parco dal quale avviare anche l’eventuale capolinea dei servizi battello/navetta. L’arrivo dell’ultimo lembo della ciclabile del Tevere sud a pochi passi dall’ansa, prefigurerebbe anche la diramazione del sistema ciclo-pedonale ed escursionistico del parco.

Il Ponte monumentale di Mezzocammino è un attraversamento sul Tevere, fra le due sponde di Mezzocammino e Spinaceto, realizzato nel 1938.

Il 10 luglio 1938 la Società anonima Tudini & Talenti presenta all’Ufficio Tevere un elaborato per un ponte su piloni, in sostituzione della chiusa a paratìe mobili la cui costruzione era stata interrotta dopo la piena eccezionale del 1937. Il ponte misura 362,5 m (385 m compresi i muri di accompagno) e si sviluppa su 15 campate: 5 interamente in acqua (la distanza fra le pile è di 34 m), 4 intermedie in golena e 6 a sbalzo sulla terraferma. La campata centrale è, in origine, apribile. L’opera comprende un muraglione di 545 m sulla Riva Sinistra e una Cabina di comando. Le 4 pile d’alveo sono impiantate con fondazione pneumatica a quota -25,7 m sotto il livello del mare, su cassoni in cemento armato di 24 m di lunghezza × 7,5 di larghezza. Le murature sono in tufo, mentre i rivestimenti esterni sono in calcestruzzo cementizio leggermente armato e travertino. Le travate Gerber dell’impalcato sono collocate sulle pile con appoggi in materiali innovativi (lega di piombo e acciaio inox con calcestruzzo cementizio armato). La carreggiata misura 9 m, con marciapiedi di 2 m per ogni lato.

Dal 1951 il ponte è inserito nel tracciato del Grande Raccordo Anulare. I crescenti volumi di traffico hanno reso necessaria la costruzione a valle di un secondo ponte e poi di un terzo ponte a scorrimento veloce. Dal 2003 il ponte di Mezzocammino, classificato come monumento nazionale, è utilizzato per la sola viabilità in immissione dalla Via del Mare alla nuova carreggiata interna del GRA.

 

Bunker

 

I Bunker sono un sistema difensivo fortificato, costruito dagli Italiani intorno al 1943. La struttura, il cui nome militare è Caposaldo di Ponte Galeria, proteggeva lo scalo ferroviario omonimo, l’incrocio stradale tra via della Magliana e la Portuense, e il passaggio sul Tevere. Si compone di 14 bunker, 3 postazioni anticarro, alcuni manufatti di varie funzioni, camminamenti, trincee e gallerie. I bunker sono in calcestruzzo, del tipo postazione circolare monoarma del diametro di 5 m, con doppia apertura per i cannoni 47/32 e le mitragliatrici. Le postazioni anticarro sono costituite da piazzole circolari in barbetta di uguale diametro. Il caposaldo era sotto la responsabilità dei Granatieri di Sardegna. Si presenta oggi perfettamente conservato perché non è stato mai interessato da operazioni belliche.

 

Il Caposaldo di Ponte Galeria sorge intorno al 1943, con funzioni militari difensive, sulle piccole alture sabbiose poste intorno all’abitato di Ponte Galeria.

Precisamente, i nuclei interessati sono: il bancone di Colle Lanzo al km 23,300 della ferrovia per Fiumicino (dominante sulla viabilità stradale: l’incrocio della Via Portuense con via della Magliana, con la diramazione per Muratella e Malnome), i due banconi a est e a ovest della stazione di Ponte Galeria (dominante sulla ferrovia e sull’abitato urbano), e infine, in pianura, l’argine destro del Collettore delle Acque alte sul Rio Galeria (oggi via Vescovali).

La struttura si compone in tutto di 14 bunker. I bunker sono di una tipologia, tipica italiana, detta «pcm», acronimo di postazione circolare monoarma. Hanno un diametro di circa 5 m e murature antibomba in calcestruzzo spesse 120 cm. Una peculiarità è che alcuni di essi presentano fondazioni, realizzate attraverso uno sbancamento del terreno, e si presentano oggi come semi-ipogei. Altri invece, sono privi di fondazioni, e sono stati semplicemente appoggiati sopra platee, cioè basamenti circolari realizzati con gettate in calcestruzzo, e si presentano completamente fuori terra. I bunker presentano una doppia apertura per il tiro con armi da fuoco. Dall’esame delle riservette l’appassionato di storia militare Andrea Grazzini ha ricostruito i probabili armamenti dei bunker: l’ipotesi è che vi siano stati mitragliatrici e cannoni di calibro non superiore a 47/32 armati con proiettili da 30-40 cm.

A complemento della struttura vi sono 3 postazioni anticarro, costituite da piazzole in barbetta (anch’esse del diametro di 5 m e realizzate su platee). Alcune piazzole presentano un’abile mimetizzazione. Nel caposaldo è stata individuata un’opera rettangolare, la cui funzione non è chiara: potrebbe trattarsi di una postazione per arma automatica o un osservatorio con periscopio. Vi sono infine altri manufatti di servizio. Bunker, postazioni anticarro e manufatti sono collegati da camminamenti: alcuni sono scoperti, altri in trincea, e altri ancora in galleria.

Il caposaldo operava secondo le direttive del CAM, Corpo d’Armata Motorizzato, ed era sotto la responsabilità del 1° Reggimento Granatieri di Sardegna, comandante di reggimento Mario Di Pierro. Non si conosce il nome del comandante di caposaldo.

La struttura non ebbe mai il battesimo del fuoco.

 

Fontignani

 

«Fontignani» è l’ultima delle frazioni comunali. La particolarità è che sorge a cavallo di via della Pisana (che a sua volta segna il confine tra il Municipio XI e il Municipio XII, a est del grande incrocio di via di Malagrotta con via di Ponte Galeria. La frazione si trova quindi per metà nella zona di Ponte Galeria (XLI) e per metà nella zona di Castel di Guido (XLV).

 

Città dei Ragazzi

 

La Città dei Ragazzi è un’opera assistenziale, ispirata al principio utopico di autogoverno della gioventù. Monsignor Carroll-Abbing rileva nel 1951 parte della Tenuta della Pisana, con lo scopo di accogliervi bambini e adolescenti disagiati. L’edificazione dell’abitato, strutturato secondo i criteri della città ideale, inizia nel 1953. Intorno alla piazza si dispongono L’Assemblea, Banca, Bazar, Direzione, Scuola, Cappella e Refettorio. A nord e a sud vi sono i due settori residenziali: il piccolo Quartiere giardino (per i bambini) e l’esteso Quartiere industriale (per gli adolescenti), con annessi impianti produttivi, manifatture, laboratori e campi agricoli.

 

John Patrick Carroll-Abbing nasce da una famiglia irlandese, in un borgo rurale vicino Manchester (Regno Unito), l’11 agosto 1912. Nel 1930, appena diciottenne, si trasferisce a Roma, dove entra in seminario. Si distingue da subito come osservatore acuto, e autore di un’apprezzata biografia di Papa Pio X (1903-1914), il cui successo fa del seminarista Carroll-Abbing uno dei componenti di spicco della Commissione per la postulazione della causa di beatificazione di Pio X, con il ruolo di segretario di lingua inglese. Carroll-Abbing ha una continua sete di conoscenza, gusto per l’arte, è uno scrittore brillante e pratica vari sport, soprattutto l’alpinismo. Nel 1936 completa gli studi teologici e viene ordinato sacerdote. Non pago intraprende quindi gli studi giuridici, laureandosi nel 1938 in diritto civile e in diritto canonico. In quell’anno prende servizio in Vaticano, presso il nuovo ufficio dell’Actio catholica.

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, Carroll-Abbing affianca al lavoro in Vaticano il servizio volontario presso l’ospedale di guerra Principe di Piemonte, dedicandosi all’assistenza ai feriti. Papa Pio XII nota questo giovane zelante, e gli affida personalmente, dopo l’8 settembre 1943, la gestione degli aiuti alle popolazioni martoriate dagli eventi bellici. Le giornate del giovane sacerdote trascorrono in mezzo agli sfollati, ai feriti e ai bisognosi, portando loro cibo e medicine, senza curarsi dei bombardamenti. A Carroll-Abbing le truppe naziste risconoscono una discreta libertà di movimento: il sacerdote ne fa uso per aiutare perseguitati e ricercati di ogni genere.

Dopo il 4 giugno 1944, quando finalmente Roma è libera, la Curia vaticana lo encomia con «vivo compiacimento e ammirazione profonda per la sua opera di tanto valore morale e religioso», e il Governo italiano fa altrettanto, con la Medaglia d’argento al Valor militare. Divenuto monsignore, Carroll-Abbing adegua l’organizzazione assistenziale del tempo di guerra alle nuove esigenze della Capitale devastata, dedicandosi ai profughi bisognosi di tutto che si riversano in massa in città: organizza mense per i poveri, ambulatori per l’assistenza sanitaria e centri per la distribuzione gratuita di medicine (i «dispensari»).

Con l’aiuto di Don Antonio Rivolta, della Compagnia di San Paolo, allestisce uno scantinato in via Varese, alla Stazione Termini, che destina a centro provvisorio di accoglienza per i giovani senza famiglia, occupandosi dei loro più immediati bisogni materiali. I ragazzi di strada, a Roma, sono quasi tutti concentrati alla Stazione Termini, e hanno il nomignolo inglese di «shoe-shine», cioè lustra-scarpe: durante la giornata racimolano pochi spicci lucidando le calzature dei viaggiatori stranieri, o offrendosi di trainare loro le pesanti valigie. Il nome di shoe-shine, italianizzato in «sciuscià», sarà reso celebre dal film omonimo di Vittorio De Sica (1946), capolavoro del neorealismo italiano.

Nel gennaio 1945, con il sostegno della Santa Sede, monsignor Carroll-Abbing fonda l’Opera per il ragazzo della strada, votata all’attività assistenziale a favore della gioventù allo sbando.

Quando l’Opera riceve in lascito la Tenuta di Tor Marangone, a Civitavecchia, il Monsignore e Don Rivolta fondano qui il primo villaggio del fanciullo (che esiste ancora oggi, col nome di Repubblica dei Ragazzi). Dopo alcuni adattamenti, il 13 Agosto 1945, i primi 23 sciuscià di Stazione Termini lasciano la strada e arrivano al villaggio del fanciullo a Civitavecchia. Da allora in poi Don Rivolta e Monsignor Carroll-Abbing si dividono i compiti: Don Rivolta fa base a Civitavecchia, e si occupa dell’assistenza materiale, del recupero, e dell’avviamento al lavoro dei ragazzi, mentre il Monsignore rimane a Roma, nello scantinato di via Varese, e si occupa della quotidiana emergenza di Stazione Termini. La stampa dell’epoca si occupa spesso della prodigiosa opera assistenziale di Rivolta e Carroll-Abbing, soprannominando quest’ultimo il «Monsignore degli sciuscià».

Quando tutto pare avviato nella direzione giusta, però, il Monsignore viene colpito da una forma grave di polmonite. Carroll-Abbing rimane in ospedale per un mese in pericolo di vita, finché progressivamente il male si allontana e inizia la convalescenza. Durante una notte in ospedale Monsignore fa un sogno premonitore, una specie di visione profetica, che subito dopo avverte il bisogno di trascrivere in un breve saggio, intitolato «Sognai la futura Città dei ragazzi». In quel sogno c’è già il progetto. E la tabella di marcia, di quanto avrebbe realizzato nei successivi 60 anni.

Abbiamo recuperato quel saggio. Scrive Carroll-Abbing: «Durante la mia malattia sognai la futura Città dei ragazzi, una comunità ove l’antico adagio «Maxima debetur puero reverentia» (ndr: trattare i bambini con il massimo rispetto, massima di Giovenale) sarebbe stato meditato e applicato; una comunità dove i diritti e i doveri innati […] sarebbero stati rispettati». Monsignore descrive la Città dei ragazzi come «una fraterna comunità, dove i giovani avrebbero imparato la difficile arte del vivere insieme, in libertà, mutua tolleranza, e pace; un luogo sereno […] dove il fanciullo amareggiato avrebbe imparato che nel mondo vi è calore, bontà e abnegazione; un luogo dove il giovane spronato a sviluppare le proprie qualità avrebbe potuto progredire giorno dopo giorno». Carroll-Abbing conclude enunciando i due pilastri – fiducia e amore -, «le due grandi forze su cui edificare una città, non intesa semplicemente come raggruppamento di costruzioni, ma come comunità di liberi, responsabili cittadini che sarebbero vissuti insieme come fratelli sotto la paterna protezione di Dio».

Dopo la convalescenza il Monsignore torna nello scantinato di via Varese, dai suoi sciuscià, con un sogno in testa e la ferma volontà di realizzarlo. Carroll-Abbing decide di assegnare a ogni sciuscià un preciso compito da realizzare, responsabilizzando i ragazzi a saper dirigere le proprie azioni, autogovernarsi. Per ogni compito realizzato c’è una ricompensa simbolica, rappresentata da un nocciolo di pesca o di albicocca. I noccioli possono essere consegnati ad una speciale banca, che converte i noccioli in lire italiane, con cui provvedere alle necessità materiali. In pratica, l’opera caritatevole di alleggerire i bisogni materiali dei ragazzi viene trasformata in una conquista personale di ognuno di loro, un frutto del proprio lavoro.

Intanto le opere assistenziali di Stazione Termini e Civitavecchia continuano a lavorare in parallelo: a Stazione Termini il Monsignore mette la toppa ai bisogni contingenti e improcrastinabili dei ragazzi, e restituisce loro fiducia; a Civitavecchia Don Rivolta offre un approdo sicuro, in cui i ragazzi vengono protetti, allenati a guadagnarsi il pane, e messi in condizione di procedere poi con le loro gambe nella lunga marcia della vita. Il villaggio di Civitavecchia viene diviso in tre quartieri: quello marinaro, quello agricolo e quello industriale, dove si insegnano rispettivamente i mestieri del mare, dell’agricoltura e dell’artigianato. Anche a Civitavecchia c’è la speciale banca, solo che qui in sostituzione dei noccioli viene coniata una vera e propria moneta metallica, chiamata «merito».

In quel periodo l’Opera per il ragazzo della strada si struttura nella forma di un ente ecclesiastico, che fa parte della Sacra congregazione per l’educazione cattolica della Santa Sede. Il 1° luglio 1948 l’Opera viene riconosciuta come persona giuridica pubblica. Qualche anno dopo, il 30 luglio 1953, arriverà anche il riconoscimento della personalità giuridica ai fini civilistici.

Dal 1951 intanto la Santa Sede ha acquistato una porzione di 84 ettari della Tenuta della Pisana, nell’Agro Romano, due chilometri fuori dall’attuale GRA (precisamente fra gli attuali civici 1207 e 1301 di via della Pisana), con l’idea di fondarvi una seconda comunità per i giovani bisognosi, anch’essa organizzata secondo il sistema dell’autogoverno della gioventù. Il terreno è estremamente povero, perché si trova al di là dell’antica linea di costa: si trova su un bancone di sabbia strappato al mare, che dà frutti avari: c’è una vigna e un uliveto, entrambi stentati, ma per la gran parte è incolto o adibito a pascolo.

La prima pietra della nuova comunità viene posta ufficialmente il 6 ottobre 1953, con il nome di Boys’Town of Rome, o Città dei ragazzi di Roma. Il Monsignore si trasferisce qui da subito (e vi rimarrà tutta la vita), seguendo personalmente tutte le fasi dell’edificazione.

Succede, sul finire di quell’anno, che visita il cantiere della Città dei ragazzi l’industriale americano Philip Liebmann, in luna di miele con la sua sposa, la bellissima attrice Linda Darnell, interprete di Sangue e arena e Sfida infernale. La Darnell chiede al marito di sostenere la nascita di una terza comunità giovanile, destinata all’accoglienza delle bambine e delle adolescenti con problematiche psico-sociali e a forte rischio di marginalità e devianza. Liebman fa all’Opera un ingente donativo, grazie al quale viene acquistata una villetta con parco al quartiere Trionfale di Roma. La terza comunità viene inaugurata il 15 gennaio 1957, con il nome di Girls’Town (oggi Città delle ragazze). Nella villetta si struttura una comunità di tipo familiare, organizzata in tre appartamenti, per 8 ragazze ciascuno.

Non è stato possibile reperire fonti precise al riguardo, ma sembra che in questa fase la prima comunità, il villaggio del fanciullo di Civitavecchia di Don Rivolta, si distacchi progressivamente dalla Boys’Town e dalla Girls’Town, intraprendendo un percorso autonomo. Nel 1962 si sancisce la separazione, e l’Opera per il Ragazzo della Strada muta nome in Opera Nazionale per le Città dei Ragazzi (ONCR), occupandosi esclusivamente delle due comunità romane. Assume la direzione della comunità maschile il dottor Porfirio Grazioli, che rimarrà in carica fino al 1996.

Nel corso degli anni faranno visita alla Città dei ragazzi molti personaggi illustri: i pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, i presidenti della Repubblica Giovanni Leone e Francesco Cossiga, i presidenti degli Stati Uniti Johnson e Nixon, il presidente irlandese Hillery, Carlo e Diana d’Inghilterra, la Principessa di Giordania, e ancora il disegnatore Walt Disney, lo sportivo Joe Di Maggio e il cantante Perry Como.

La popolazione della Città dei ragazzi, costituita inizialmente dai soli sciuscià romani, si amplia nel tempo soprattutto a ragazzi difficili del Meridione d’Italia e qualche giovane straniero. Per la sua opera caritatevole Monsignor Carroll-Abbing riceve nel tempo prestigiosi riconoscimenti, come la Gran Croce al Merito della Repubblica Italiana, o la cittadinanza onoraria del Comune di Roma. Nel 1988 Monsignore è stato nominato per il Premio Nobel per la Pace. L’UNICEF Italiana gli ha conferito il Premio Mondo Domani.

Monsignor John Patrick Carroll-Abbing muore il 9 luglio del 2001, lasciando al dottor Grazioli il compito di continuarne l’opera. La popolazione della Città dei ragazzi è costituita oggi, per la quasi totalità, da ragazzi stranieri. Un dato, desunto da un’intervista del 2011, riporta che i ragazzi italiani sono solo tre su 70.

Alla Città dei ragazzi si accede da via della Pisana, da un grande portale che simula in forme eclettiche la cinta muraria di un castello incantato. Da qui parte il grande viale alberato, perpendicolare a via della Pisana, che conduce al nucleo edilizio della Città dei ragazzi, in posizione interna non visibile da strada.

Il viale costituisce l’asse viario principale della Città dei ragazzi, articolata in tre quartieri: a nord (è il primo che si incontra provenendo dal cancello d’ingresso) il piccolo quartiere giardino, che accoglie i piccoli dai 10 a 14 anni; al centro il quartiere comune, che ospita gli edifici dell’autogoverno; e a sud e a est il vasto quartiere industriale, che accoglie i ragazzi dai 15 a 21 anni, ed è diviso a sua volta nella sezione residenziale (ville) e negli apparati produttivi (industrie). Oltre il quartiere industriale si trovano gli spazi agricoli.

Un occhio attento può riconoscere, nell’impianto urbanistico, tre tipologie di edifici: gli edifici del Dopoguerra, che costituiscono la maggior parte dell’edificato, e, accanto ad essi, preesistenze rurali (caseggiati rurali della Tenuta della Pisana, soprattutto nel settore est), e altri edifici più recenti o addirittura modernissimi. Gli edifici del Dopoguerra (realizzati a cavallo degli Anni Cinquanta e Sessanta) costituiscono la «città di fondazione», cioè il nucleo urbano pianificato, nato con un intervento unitario (il c.d. nucleo di fondazione); esso sorge accanto ai caseggiati della Tenuta della Pisana (preesistenze rurali), e si è via via arricchito, a seguito di donativi, di alcune nuove strutture (edificazioni recenti).

La visita alla Città dei ragazzi, parte dunque necessariamente dal suo nucleo di fondazione. Seguiamo il viale cittadino, fino ad incrociare la piazza, a sua volta intersecata da un controviale. Gli edifici che affacciano sulla piazza sono disposti secondo lo schema della città ideale del Rinascimento, e ciascuno di essi ospita una funzione primaria della comunità. Le funzioni primarie sono a loro volta divise in quattro gruppi – politico-economiche (edifici dell’autogoverno), amministrative, educativo-religiose e ricreative -, che coincidono con i quattro settori della piazza, delimitati da viale e controviale.

Il I settore, sul lato destro del viale, ospita l’edificio circolare dell’Assemblea, preceduto dai due piccoli corpi del Mercato (il Bazar) e della Banca. Essi adempiono alle funzioni politico-economiche della comunità.

L’Assemblea è luogo dove i ragazzi (chiamati cittadini) si incontrano tre volte a settimana (martedì, giovedì e sabato) e prendono le decisioni sull’autogoverno cittadino. Il sistema politico assembleare della Città dei ragazzi, ideato da Monsignor Carroll-Abbing, fonde insieme tre culture democratiche assai distanti fra loro, nello spazio e nel tempo: la democrazia diretta dell’Antica Grecia (potere legislativo), la democrazia rappresentativa dei Comuni italiani (potere esecutivo) e il sistema delle corti anglosassone (potere giudiziario). L’Assemblea ha la funzione dell’agorà nella polis greca: ogni cittadino ha diritto di parola, di proporre un’iniziativa, di esprimere un voto egualitario. Il sistema rappresentativo mutuato dalla tradizione dei comuni italiani fa sì che l’Assemblea nomini un sindaco, eletto ogni due mesi, il quale a sua volta nomina gli assessori di sua fiducia. Gli assessori regolano gli aspetti pratici della vita comunitaria: tra di essi vi è quello all’igiene da cui dipendono i turni di pulizia e quello alle attività ricreative da cui dipendono i campi da gioco. Dal sistema anglosassone è preso invece il sistema di amministrazione assembleare della giustizia. Il Giudice è eletto dai cittadini e si pronuncia sulle piccole controversie secondo equità (per le questioni complicate può investire anche l’intera Assemblea). Il Questore è una sorta di poliziotto, che nei casi complessi rappresenta anche le ragioni della pubblica accusa.

Il Bazar è il mercato comunitario: il mercato dipende dal sindaco, che affida le chiavi all’assessore alle finanze. Va detto che nella Città dei ragazzi esiste un doppio sistema economico: un’economia che può tranquillamente definirsi socialista regola i beni di prima necessità (distribuiti gratuitamente secondo i bisogni); mentre il libero mercato regola i c.d. acquisti-extra (cioè tutti quei beni non primari, che vanno dalla coca cola ai telefoni cellulari). Il Bazar è il luogo dove i cittadini possono acquistare i beni extra e dove i visitatori (cioè i non-cittadini) possono comprare gli oggetti di artigianato prodotti dai cittadini. Tutti gli acquisti si fanno con una speciale moneta locale, chiamata «scudo», erede dei noccioli di pesca di via Varese.

Le operazioni di cambio euro-scudo si effettuano nell’edificio attiguo, la Banca, le cui chiavi sono detenute dal Banchiere. Il tasso di conversione è fissato 1 a 10 (un euro vale dieci scudi). Il Banchiere disciplina il corso legale dello scudo, e di riflesso, non essendo ammesso l’uso dell’euro, la distribuzione della ricchezza tra i cittadini: non vi sono limiti nella quantità di scudi che i cittadini possono accumulare; vi sono però dei limiti mensili alla riconversione scudo-euro: questo fa sì che i cittadini abbiano tutti un eguale tenore di vita, e l’eventuale surplus debba necessariamente essere accantonato in forme di risparmio.

Il II settore, sempre sul lato destro del viale ma sull’altro lato della piazza, ospita lo Stabile amministrativo, dove risiedono il Direttore e gli educatori. La funzione esercitata è l’equivalente della pubblica amministrazione, ed è l’unica funzione che non è esercitata dai ragazzi, ma dai grandi.

L’Amministrazione ha il compito di «portare avanti» le decisioni adottate dai ragazzi. L’Autogoverno è un metodo pedagogico che ha come fine di fare emergere le capacità di autodeterminazione: l’Amministrazione si pone quindi in maniera neutrale rispetto alle scelte che fanno i ragazzi, accettando anche il rischio che possano sbagliare. «La Città è una palestra di responsabilizzazione, partecipazione, cittadinanza», ha spiegato in un’intervista Porfirio Grazioli, presidente della Città dei ragazzi dal 2001. «Gli educatori non sono una guida ideale, non sono dei modelli. Sono solo delle persone che mettono la buona volontà e devono scegliere di voler bene: il segreto è tutto nell’amore. Soprattutto non devono avere paura che i ragazzi possano sbagliare. Ai ragazzi bisogna dargli fiducia, ma anche sfidarli: tirargli fuori le risorse personali e dargli la possibilità di realizzarsi autonomamente».

L’Amministrazione si occupa del bilancio e della gestione economica della Città dei ragazzi. Le entrate sono costituite da rimesse di una fondazione Boys’& Girls’Towns of Italy, che provvede, attraverso reccolte fondi negli Stati Uniti, a circa la metà del fabbisogno della Città dei ragazzi. Il resto proviene dall’Italia, tramite donazioni individuali, il cinque per mille e le rette corrisposte dai comuni. La Città dei ragazzi, pur essendo un’opera di religione protetta dalla Congregazione dell’educazione cattolica, non riceve finanziamenti dalla Santa Sede.

Attraversato il viale (di fronte alla Direzione), si trova il terzo settore, cui è affidata la funzione educativa e religiosa. Qui si trovano la Scuola e la Cappella.

Il grande fabbricato della Scuola contiene un teatro da 240 posti.

Oggi nessuno nega che sia una cosa necessaria educare i giovani alla responsabilità: alcuni, però, continuano a sostenere che si può fare senza dar loro responsabilità concrete, senza che abbiano la libertà di predisporre programmi, di prendere decisioni, di fare scelte, cioè di correre il rischio di sbagliare.

Mi chiedo piuttosto se spesso non sia l’adulto a temer di affrontare il grave compito di educatore e di accollarsi anche il rischio che ne deriva; se egli non preferisca gli schemi rigidi di regolamenti formali, che rendono più agevole la disciplina esterna, ma non sono atti a favorire una reale educazione alla responsabilità.

I giovani di un istituto possono essere educati alla responsabilità senza sindaco, giudice, elezioni, assemblea, assessori e banca?

Senza dubbio, ma a condizione che vi sia un sistema pedagogico adatto; il quale, però, è tutt’altro che facile a trovarsi. Come è possibile dare, giorno per giorno, concrete responsabilità a centinaia di adolescenti?

Come si può programmarne il graduale intensificarsi, adattandole alle diverse età e alle varie capacità di ognuno? E come, in pratica, si può realizzare ciò in modo che sia accetto anche ai ragazzi?

Il mio timore è che, se non si elabora un sistema di vita comunitaria quanto più possibile aderente alla realtà, si rischia facilmente di ricadere in quello che soddisfa gli adulti per la soluzione degli immediati problemi disciplinari, trascurando l’altro, basilare, della vera educazione.

Nella scuola insegna lo scrittore Eraldo Affinati.

La Cappella a pianta circolare è dedicata a San Giuda Taddeo, che secondo la tradizione è il protettore delle cause perse. Nella cappella riposano le spoglie di Monsignor Carroll-Abbing.

Il quarto e ultimo settore (sempre sul lato destro del viale, ma di fronte all’Assemblea) è quello deputato alla funzione ricreativa. È caratterizzato dall’edificio della Dining Hall o Ristorante cittadino, che è il refettorio comune di tutti i cittadini. Il refettorio dipende dal sindaco, che nomina il capo-ristorante e i camerieri.

Il settore ricreativo è la porta d’ingresso verso il settore residenziale sud, articolato in quattro edifici residenziali, denominati ville. Essi sono piccoli edifici indipendenti l’uno dall’altro, dove sono presenti gli appartamenti dei ragazzi e i servizi e gli spazi comuni, secondo un impianto simile a quello già visto per il corpo residenziale del quartiere giardino.

I ragazzi ospitati in questi caseggiati hanno tutti un’età compresa fra i 14 e i 21 anni. Al compimento del diciottesimo anno di età, i ragazzi stranieri sono obbligati ad andare via.

Oggi i cittadini sono 70 e vengono da tutte le parti del mondo.

Capire quanti sono i ragazzi fuori famiglia in tutta Italia è invece più difficile: l’ultimo censimento è stato fatto nel 2008, i numeri qualche anno fa parlavano di almeno 30.000 minori, 15.000 in affidamento, l’altra metà in quelle che la vulgata ora chiama «case famiglia» e la legge «strutture residenziali di riferimento».

Dalla nascita ad oggi è cambiato il mondo e sono cambiate le condizioni nelle quali lavoriamo. Prima di tutto in Italia non ci sono più ragazzi abbandonati per la strada come nel dopo guerra, oggi la popolazione della città è fatta soprattutto di stranieri che arrivano quando hanno 16, 17, 20 anni. Riescono ad avere un pezzo di carta in cui dicono che ne hanno 16, ma la parte formativa della loro personalità è stata superata ed è più difficile a quel punto inserirsi in una comunità, fare un’azione pedagogica importante. Poi i nostri cari governanti si sono inventati anche il reato di clandestinità e la legge ci obbliga a mandare via i ragazzi stranieri quando diventano maggiorenni.

Con i ragazzi italiani non è molto diverso, loro possono rimanere almeno fino ai 21 anni, ma i fondi dell’assistenza sociale si riducono drasticamente. Quindi se rimangono è praticamente tutto a nostre spese.

L’istituto dell’adozione è un’illusione. La percentuale di ragazzi che vengono adottati, sopratutto quando sono così grandi da arrivare da noi, è scarsissima. Possiamo contare i casi sulle dita di una mano.

La Città cerca di essere quella famiglia, di dar loro non solo un tetto e un pasto caldo, ma un posto dove sentirsi sicuri e realizzarsi. E quando raggiunge i suoi obiettivi fa anche un grande lavoro di prevenzione della microcriminalità. I ragazzi se lasciati soli, corrono il rischio di perdersi.

Alle spalle delle ville si trova un’estesa superficie ricreativa destinata in prevalenza a campi da gioco. Per la precisione: due campi da tennis, tre da calcio, un campo da basket, un campo da pallavolo e un campo di bocce.

Alle spalle della Direzione si apre un giardino alberato, che delimita un settore residenziale raccolto della Città dei ragazzi, chiamato Quartiere giardino. Nello spazio alberato si trova il dormitorio dei piccoli, riservato ai giovani sotto i quattordici anni. Si tratta di un edificio a due piani, che al piano superiore ospita le camere dei giovani e quelle degli educatori. Al pianterreno vi sono le cucine, la sala da pranzo, la sala tv, la sala per le attività e i giochi. Alle spalle del corpo residenziale si trova una piscina.

Ai margini del giardino, verso l’ingresso, in posizione distanziata, si trova l’edificio dell’International Institute for the study of the problems of youth (Istituto internazionale per lo Studio dei problemi della gioventù). L’istituto è un ente morale di diritto italiano, fondato da Carroll-abbing il 10 febbraio del 1969, riconosciuto nel 1990, e operante nell’ambito del Ministero dell’Università e della Ricerca scientifica. L’istituto ha lo scopo di promuovere iniziative di studio, ricerca e formazione sulla condizione giovanile, «con particolare attenzione alle situazioni di disagio secondo un progetto di pieno sviluppo personale e sociale delle nuove generazioni, nella prospettiva etica di una cultura della cittadinanza responsabile e solidale». L’istituto organizza un convegno annuale su temi di carattere pedagogico. È diretto dal 2001 dal dottor Grazioli.

In posizione arretrata si trovano tutti i caseggiati agricoli e artigianali. Tra di essi il Bread and Pizza-making Training Facility (laboratorio per la panificazione).

Per promuove la formazione, la Città dei Ragazzi ha progettato e strutturato al suo interno diversi laboratori professionali: un laboratorio informatico, un laboratorio di ceramica, un laboratorio di vetrate artistiche, un laboratorio di modellismo, un laboratorio di meccanica (collegato all’Istituto Professionale «Cattaneo»), un laboratorio di pizzeria-panificatori (progetto in itinere in collaborazione con l’Ass. Provinciale dei Panificatori).

Distanziato, si trova il Vocational Training Center (centro per le vocazioni).

A ridosso del Vocational Training Center si trovano due piccoli edifici: l’Awards and Trophy Room (la Sala dei Trofei), e l’Art & Ceramic Studio (il laboratorio di arti e ceramica).

 

Distretto di Malagrotta

 

Il distretto di Malagrotta è un’area, a cavallo tra i municipi XI e XII, che il Piano regolatore di Roma ha destinato ad uso industriale. Qui nel tempo sono fiorite numerose «industrie speciali», variamente legate al ciclo dei rifiuti come la Discarica di Malagrotta e l’impiantisca collegata, o ad altre attività produttive fortemente impattanti sull’ambiente: una raffineria, un bitumificio, cave, un cementificio ecc. Esse sono tutte attività dolorosamente necessarie per il buon funzionamento della città; tuttavia la loro concentrazione in un unico quadrante è motivo di dibattito da oltre mezzo secolo.

Per tracciare un quadro di queste industrie speciali occorre partire da molto lontano, e precisamente dalla legge n. 364 del 1941. Questa legge, scritta al tempo del fascismo ma caratterizzata da una straordinaria modernità e lungimiranza, descrive le caratteristiche che deve avere un moderno «ciclo dei rifiuti urbano», basato su tre fasi: differenziare gli scarti, recuperare le materie prime e riutilizzarle come nuove. Questa legge si rivolge alle grandi città e chiede loro di adeguarsi, strutturando un proprio ciclo dei rifiuti, lasciando a ognuna la scelta sui modi per arrivarvi. Allora a Roma la gestione dei rifiuti è completamente artigianale, basata sui «carretti», spesso trainati da cavalli e muli, che con un incessante andirivieni tolgono le immondizie dalla città e le sversano agli «orti» di campagna, dove si lascia che Madre Natura faccia il suo lavoro, riassorbendone i contenuti tossici. Questo sistema a Roma sopravvive nel Dopoguerra e per l’intero decennio degli Anni Cinquanta.

Qualcosa cambia in vista delle Olimpiadi romane del 1960. È in quegli anni che la città bandisce il primo enorme appalto per affidare a privati tre grandi servizi legati ai rifiuti: la raccolta cittadina delle immondizie; il trasporto fuori città dei rifiuti su appositi mezzi chiamati «autocollettori»; e infine la realizzazione di 4 «impianti industriali di trattamento dei rifiuti finalizzati». Il territorio romano era stato infatti suddiviso in quattro «quadranti dell’immondizia», e si immaginavano già allora quattro moderni impianti industriali in grado di recuperare materiali utili dagli enormi volumi di pattume che vi sarebbero confluiti.

Uno di questi impianti, chiamati comunemente «forni», è la SARR – acronimo di Società Agricola Recupero Residui –, che viene realizzato in Valle Galeria, in località Ponte Malnome. L’impianto non viene inaugurato che quattro anni dopo le Olimpiadi di Roma, il 29 ottobre 1964, alla presenza dell’allora sindaco Petrucci, con tanto di Cinegiornale dell’Istituto Luce a sancire lo storico momento. La SARR è allora in grado di smaltire 600 tonnellate di residui al giorno. L’impianto è considerato di grande modernità, perché si basa su una visione ciclica del rifiuto. Delegazioni da tutto il mondo giungono in visita, e il regista Leandro Castellani realizza in quel periodo un interessante documentario, dal titolo emblematico: «Vanno, si trasformano e tornano».

Nel 1967 intanto viene completato anche l’impianto industriale SORAIN di Rocca Cencia, a servizio del quadrante Sud-est di Roma. L’impianto Sorain, che replica le tecnologie Sarr, è anch’esso considerato un impianto-gioiello. Tra gli obiettivi industriali dell’impianto viene individuato già allora l’obiettivo del «riciclo assoluto dei rifiuti», cioè la formula «rifiuti zero» della quale si discute ancora oggi a mezzo secolo di distanza.

Può essere utile ragionare su qualche breve dato nazionale. Ancora nella prima metà degli Anni Settanta in Italia la percentuale di rifiuti che finiscono direttamente in discarica è altissima: siamo all’85%. In tutta Italia sono attivi solamente quattro forni. Nel 1975 apre intanto a Roma una nuova piccola discarica, sempre in Valle Galeria, in località Malagrotta. Roma si era da poco dotata di un Centro Carni, e l’ufficiale sanitario dell’epoca, il professor Martelli, autorizzò l’apertura della discarica a Malagrotta per conferirvi i soli scarti della lavorazione del nuovo macello romano.

In quegli anni Roma è ancora considerata una città all’avanguardia nello smaltimento dei rifiuti, e nel frattempo gli impianti erano diventati quattro: due a Ponte Malnome e due a Rocca Cencia. Una fonte sicuramente neutrale, l’Enciclopedia Treccani, nel 1976, spende parole di elogio nei confronti del sistema di smaltimento dei rifiuti a Roma, definendolo «particolarmente valido ai fini della conservazione delle risorse naturali».

Nel settembre 1979 si apre tuttavia una nuova fase: i quattro impianti industriali, da privati diventano pubblici, e nasce una nuova società di gestione, la SOGEIN. È in questo periodo che si cominciano a registrare alcune difficoltà e funzionamenti a singhiozzo. Ma la presenza di quattro impianti, autonomi uno dall’altro, assicura comunque uno svolgimento complessivamente ordinato del servizio. Le cose si complicano nel 1984, anno in cui gli impianti Sogein vanno a uno a uno in tilt e conoscono lunghi periodi di chiusura. Il 1984 è il primo anno in cui la cittadinanza percepisce a Roma l’esistenza di un problema-rifiuti e i giornali si spingono anche oltre, cominciando a interrogarsi su cosa accadrebbe se tutti e quattro i forni si bloccassero contemporaneamente.

È alla fine di quell’anno – siamo a ottobre 1984 – che la piccola discarica di Malagrotta per gli scarti della macellazione viene rilevata dalla società COLARI. Il ruolo della Colari, in uno scenario di impianti pubblici che funzionano a singhiozzo – e alla fine come preconizzato dai giornali si fermano tutti e quattro – diventa fondamentale. La discarica di Malagrotta è infatti in grado di assorbire, oltre agli scarti della macellazione, anche i rifiuti «tel quel», cioè «tali quali» e non lavorati da impianti industriali per ottenerne un parziale recupero: la cosa non è sicuramente virtuosa sul piano ambientale perché non affronta il rifiuto come una risorsa da riciclare, ma sicuramente è in grado di risolvere l’emergenza, togliendoli di mezzo. La gestione emergenziale dei rifiuti a Malagrotta diventa così la norma, fino alla fine del millennio.

Intanto a fine Anni Novanta si era tornato a parlare a Roma di realizzare impianti industriali innovativi, per il trattamento e il riciclo dei rifiuti. C’era stata una nuova legislazione che portava in questo senso, e la competenza sulla programmazione dei ciclo dei rifiuti era stata trasferita alle regioni.

Sotto la giunta regionale del governatore Francesco Storace (2000-2005) la progettualità si basa su una nuova tecnologia – gli «inceneritori» – alimentati a CDR, acronimo di Combustibile Da Rifiuti. Essa prevede che il rifiuto tale quale non venga semplicemente bruciato nei forni, ma che da questo processo, preceduto da un trattamento di trasformazione del tale quale in cdr, si possa ricavare energia. In pratica gli impianti industriali dei rifiuti si trasformano in centrali elettriche. La normativa prevede che queste nuove centrali elettriche alimentate a immondizia siano localizzate nei soli comuni disposti ad ospitarle. Se l’ultima parola spetta ai comuni, come è facile prevedere, in quel primo scorcio di anni Duemila la sola risposta che si riceve è «mai». Nel 2002 la Regione Lazio propone al comune di Roma tre diversi siti in cui realizzare gli inceneritori: Castel Romano, Lunghezzina e Santa Palomba. La giunta comunale di Walter Veltroni, dove pesa il veto opposto da Rifondazione Comunista, si oppone e risponde «nessuno dei tre».

Nel 2005 c’è un avvicendamento in Regione: il nuovo governatore è Piero Marrazzo, mentre sindaco di Roma è confermato Veltroni. In quel periodo c’era stata un’ulteriore evoluzione tecnologica degli impianti industriali, passando dagli inceneritori ai «gassificatori». Il gassificatore è considerato un impianto capace di ricavare «energia pulita da fonti rinnovabili», e questo consente di superare le resistenze di parte della politica romana. In quello scorcio di 2008 si costituisce anche il Consorzio COEMA, la cui maggioranza è detenuta dalle municipalizzate Ama e Acea, mentre una quota minore del capitale è detenuta dalla società Pontina Ambiente. Scopo del consorzio è realizzare ad Albano laziale, dove già esiste un impianto TMB (di Trattamento Meccanico-Biologico), un impianto industriale «gassificatore», capace di trattare il Cdr di Roma.

Nel frattempo a Roma, da aprile 2008, era diventato sindaco Gianni Alemanno, mentre poco dopo terminava l’esperienza regionale di Piero Marrazzo, seguita dall’interim di Esterino Montino.

[Il gassificatore].

[L’inceneritore di rifiuti ospedalieri].

Nel 2009 si affaccia l’ipotesi che per lo smaltimento dei rifiuti romani, a fianco dei gassificatori, operi anche una «discarica di servizio». Il carico sugli impianti esistenti – Colari di Malagrotta, Ama di Rocca Cencia e un terzo impianto al Salario – appare infatti non più sostenibile sul lungo periodo.

Per giunta, le volumetrie di stoccaggio disponibili nella discarica di Malagrotta sono ormai in esaurimento. Così, nell’ottobre 2009 la Colari richiede le autorizzazioni per aprire tre nuove discariche di servizio, in alternativa alla discarica di Malagrotta, di cui appare ormai imminente la saturazione: due nelle località Quadro Alto e Pian dell’Olmo nel comune di Riano, e una terza in Valle Galeria, in località Monti dell’Ortaccio.

[Proteste popolari a Monti dell’Ortaccio].

Il 2010 trascorre senza l’individuazione di una soluzione definitiva, quando ormai la discarica di Malagrotta pare prossima al riempimento. Nel frattempo c’era stato un cambio al vertice in Regione, con la presidenza di Renata Polverini.

La situazione torna ad acuirsi a metà del 2011. A giugno 2011 l’Unione Europea apre una procedura d’infrazione contro l’Italia, contestando che nella discarica di Malagrotta i rifiuti non vengono trattati prima di essere stoccati. Nel frattempo a Malagrotta si lavora febbrilmente per reperire ulteriori volumi, in un invaso ormai colmo, per far fronte a quella che potrebbe presto diventare una situazione di emergenza. In quel periodo fra settembre e dicembre 2011, su sollecitazione del prefetto dell’epoca e della Regione, le ruspe recuperano nell’invaso di Malagrotta ulteriori 1.280.000 mc di volumetrie.

A dicembre 2011 intanto viene definita la lista dei siti idonei ad accogliere la nuova discarica di servizio. Viene indicato un nuovo sito, quello di Corcolle nel comune di Roma.  È una fase abbastanza turbolenta, in cui sono forti le proteste popolari: il prefetto si dimette, e il nuovo commissario prefettizio Sottile, tra i numerosi dossier che trova sul tavolo, deve affrontare primo tra tutti quello sulla procedura europea di infrazione contro l’Italia. Viene dato ordine di far girare a pieno regime i 4 impianti TMB di Roma (due dell’AMA e due della Colari). In questo modo si arriva a trattare 3000 tonnellate al giorno di rifiuto, inviando in discarica solo i rifiuti trattati. Ma non basta: il commissario Sottile ordina di far lavorare in emergenza anche la «terza linea di riserva» del TMB di Malagrotta 2. In questo modo si arriva a ridurre il deficit rispetto all’ingiunzione dell’Europa a 1000 tonnellate al giorno.

Per colmarlo la Colari propone allora di realizzare nell’Impianto di Rocca Cencia di una «stazione di trasferimento» e un nuovo «Impianto di trito-vagliatura». Ottenuta l’autorizzazione e l’assenso degli enti locali, il nuovo Tritovagliatore di Rocca Cencia inizia a funzionare il 15 aprile 2013. Quella data è un giorno di grande sollievo per tutti, a cominciare dal Ministro dell’Ambiente Clini: le prescrizioni europee sono numericamente rispettate ed è, almeno per ora, scongiurata l’applicazione delle sanzioni da un milione di euro al giorno. L’ultimo carico di rifiuti urbani indifferenziati viene stoccato a Malagrotta il 10 aprile 2013.

Nel marzo 2013 si era intanto insediato il nuovo presidente regionale Nicola Zingaretti, mentre di lì a breve, nel giugno 2013, a Roma si insedierà il nuovo sindaco Ignazio Marino. Alla discarica di Malagrotta, dall’11 aprile al 30 settembre si apre intanto un regime transitorio, in cui viene stoccato solo l’umido pretrattato, chiamato con la sigla FOS, che sta per «frazione organica stabilizzata». Il 30 settembre ha termine anche lo stoccaggio dell’umido pretrattato, e l’indomani, 1° ottobre 2013 è effettivamente una data storica per la Valle Galeria: è il primo giorno senza discarica.

A Malagrotta rimane in funzione – ed è così ancora oggi – la sola «impiantistica di supporto», costituita da due industrie speciali, denominate TMB, acronimo di impianti di «trattamento meccanico e biologico». Si tratta di strutture di lavorazione del rifiuto grezzo, che, privato dell’umidità e degli elementi di maggior tossicità, viene reso idoneo al trasporto in altri luoghi e tendenzialmente anche idoneo per altri utilizzi, e quindi effettivamente inviato altrove. I camion di rifiuti a Malagrotta in pratica continuano ad arrivare, pieni; e fortunatamente altri camion ripartono anche, portandosi via i rifiuti trattati. Malagrotta è insomma da allora un «hub dei rifiuti», in cui i rifiuti arrivano e ripartono, ma non si fermano più.

Malagrotta post-2013 – così come concepito come hub dei rifiuti – continua però ad avere delle debolezze strutturali. Il rifiuto trattato si suddivide infatti a sua volta in due tipologie – FOS e CDR – e per nessuna delle due il ciclo dei rifiuti è completamente «chiuso». L’umido pre-trattato FOS può essere riutilizzato come concime, ma la richiesta sul mercato non è sufficiente ad assorbire l’intera produzione: dal 2013 si ragiona a Roma sulla realizzazione di speciali invasi di stoccaggio per il FOS, ma questi non esistono ancora.

Ancora più complessa è la gestione del combustibile da rifiuti CDR: anche qui la richiesta sul mercato è carente; succede così che il più delle volte il CDR viene confezionato in speciali «balle» e destinato all’incenerimento nei termovalorizzatori sparsi in giro per l’Italia: i principali sono Colleferro, Lomellina e Brescia. Per ragioni diverse questi tre impianti faticano ad accettare tutto il CDR proveniente da Malagrotta, e si ragiona su soluzioni per lo smaltimento del CDR in eccesso. La soluzione principale è la «soluzione navale» – ovvero trasportare con una flotta i rifiuti in paesi lontani, come Marocco, Grecia e Portogallo – ma questa soluzione, apparentemente semplice, si scontra con il fatto che la tariffa regionale di smaltimento sembrerebbe non coprire a pieno i costi.

Il 2014 è anche l’anno delle indagini della Magistratura, con accuse pesantissime delle quali la brevità non consente di occuparci. Va dato atto che il 2014 è anche un anno di grande lavorìo di idee, finalizzate a chiudere il ciclo dei rifiuti. Molte di esse sono contenute nelle Linee guida Ama che affiancano il nuovo Contratto di servizio tra la città di Roma e la sua azienda municipalizzata dei rifiuti. Tale documento è stato formalizzato in Assemblea capitolina e quindi inoltrato ai municipi per i pareri nei primi mesi del 2015. Nelle Linee si dichiara lucidamente che dopo la chiusura di Malagrotta tutto è cambiato: il vecchio ciclo dei rifiuti non c’è più, ma non è ancora entrato a regime il nuovo ciclo dei rifiuti, alternativo al precedente. Per «chiudere il ciclo» occorre realizzare un «fabbisogno impiantistico di supporto». E per realizzare gli impianti di supporto non vi sono che tre strade: realizzare nuovi impianti, oppure ammodernare gli esistenti, oppure prenderli in affitto da terzi.

Nei primi mesi del 2015 si è insediata una commissione parlamentare d’inchiesta, col compito di indagare sul Ciclo dei rifiuti della capitale, presieduta dall’on. Alessandro Bratti.

Malagrotta non è l’unico impianto industriale della Valle Galeria

[Ex-Raffineria].

[Lampogas].

[Bitumificio].

[Ex-cave e cave in esercizio].

[Cementificio e altri impianti].

Nel febbraio 2014, a seguito di un’alluvione, si verifica l’immissione di sostanze tossiche nella rete di canalizzazioni idrauliche della Valle Galeria, in circostanze mai del tutto chiarite.

Questo episodio ha costretto per la prima volta a ragionare sul «rischio complessivo» di disastro ambientale nel distretto di Malagrotta, e in particolar modo sulla possibilità che un «incidente rilevante» in un singolo sito possa poi coinvolgere a cascata tutti gli altri, in quello che è chiamato «effetto domino».

La questione dell’effetto domino – cioè il rischio che un incidente rilevante su un singolo impianto industriale della Valle Galeria si ripercuota con effetti critici sull’intero quadrante, finisce in Consiglio municipale il 12 febbraio 2015.

In quella giornata il Parlamentino di Corviale è impegnato nella discussione sul nuovo Contratto di servizio tra la città e l’Ama. Sui banchi dei consiglieri si discute il primo piano industriale Ama del post-Malagrotta, basato su un «nuovo ciclo dei rifiuti», che suscita consensi trasversali. Ben presto tuttavia il dibattito assembleare si concentra sul «fabbisogno impiantistico di supporto» per completare il nuovo ciclo dei rifiuti. Il timore diffuso tra i consiglieri è che questi nuovi impianti, necessari a chiudere un ciclo finalmente virtuoso, possano sorgere ancora una volta in Valle Galeria: ex novo o dalla riconversione di impianti già esistenti. Questo perché le aree industriali idonee ad accoglierle, presenti sul Piano regolatore di Roma, non sono molte altre. È così che il Parlamentino dà parere favorevole al contratto di servizio e al piano industriale Ama, ma vota anche un ordine del giorno – l’odg n. 9 – perché questi nuovi impianti di supporto non sorgano in Valle. L’intendimento è chiaro sin dal titolo dell’ordine del giorno: «No a qualsiasi ipotesi di installazione e riconversione di impianti relativi al ciclo dei rifiuti nella Valle Galeria».

Due anni dopo – siamo a marzo 2017 – il Parlamentino di Corviale torna a deliberare sul fabbisogno impiantistico di supporto, con un atto che dice la stessa cosa di due anni prima ma sotto una diversa forma. Si tratta di una mozione dagli obiettivi assai più ambiziosi: cambiare il Piano regolatore generale di Roma, cancellando per sempre la destinazione industriale dalle aree ancora libere della Valle Galeria, così da sbarrare il passo non solo agli impianti di supporto del nuovo ciclo dei rifiuti, ma a qualsiasi nuovo impianto industriale qualunque esso sia.

La mozione viene approvata a maggioranza, con un’inedita convergenza di voti tra la maggioranza consiliare del M5s e il gruppo di opposizione di Fratelli d’Italia; contrarie le opposizioni democratiche. La mozione per la verità disegna un iter abbastanza irrealistico: il Parlamentino municipale impegna Presidente e giunta del Municipio ad attivarsi presso il Campidoglio, per «avviare le pratiche per la variazione di destinazione d’uso urbanistica delle aree industriali attualmente non utilizzate della Valle Galeria». Perché la mozione abbia successo è necessario quindi che il Campidoglio faccia sponda al Municipio, promuovendo un suo atto di variazione al Piano regolatore generale. È facile immaginare che il Campidoglio possa cancellare la destinazione industriale dalla Valle Galeria solo dopo aver individuato un’altra area, alternativa a Valle Galeria. E al momento purtroppo un’area industriale alternativa non sembra esserci.

Questo atto, che ha comunque il pregio di dichiarare senza ombra di dubbio la posizione contraria a nuovi impianti della comunità locale, nasce dal fatto che nel frattempo si era cominciato a pianificare la collocazione degli impianti di supporto. E l’attenzione si era posata di nuovo sulla Valle Galeria. Uno di questi impianti è la Discarica di amianto, la prima a Roma, che si pensa di collocare in via di Monte Carnevale, in località Malnome. Scontata la contrarietà dei municipi XI e XII, e anche in Commissione capitolina all’Ambiente è arrivato il parere contrario. Poi c’è stato una sorta di «giallo», perché alla conferenza dei servizi per pianificare la discarica di amianto l’XI non è stato invitato. Le cronache locali riportano la voce grossa[2] dell’assessore all’Ambiente Giacomo Giujusa:

 

Siamo contrari alla Discarica di amianto perché si trova in adiacenza agli impianti ed all’ex Discarica di Malagrotta. L’Amministrazione regionale non può continuare a giocare con la salute dei cittadini per perseguire gli interessi imprenditoriali privati. Chiederemo pertanto l’annullamento della conferenza dei servizi appena svolta. Chiederemo che sia ripetuta nella massima trasparenza e concertazione.

 

Nel marzo 2017 si registra una nuova crisi dei rifiuti. Tutto inizia il 7 marzo, con una lettera del gestore dei TMB di Malagrotta, che laconicamente comunica: «Nelle prossime ore saremo costretti a modulare i conferimenti dei rifiuti urbani da parte dell’Ama. Ci riterremo sollevati da ogni responsabilità». Nelle ore successive gli impianti TMB cominciano effettivamente ad accettare un terzo di rifiuti in meno, passando 1200 tonnellate al giorno a sole 800, lasciando le restanti 400 tonnellate in mano ad Ama, e quindi alla città di Roma che non sa che farne. Le cronache riportano la voce dell’onorevole Bratti, presidente della Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti, che sottolinea la debolezza del Piano quinquennale 2017-2021 per i rifiuti di Roma, e il fatto che la città è impreparata ad affrontare uno scenario di emergenza[3]:

 

Non abbiamo avuto dalla Giunta Raggi un piano credibile per interventi immediati, al di là delle pur condivisibili intenzioni di arrivare ad una raccolta spinta nel medio e lungo periodo. Il problema è cosa fare oggi, tra un’ora, per evitare il collasso del sistema, evitando emergenze che farebbero arricchire imprenditori senza scrupoli, come già è avvenuto in Italia nel passato. L’emergenza è la vera nemica dell’ambiente, questo va ricordato sempre. È una spada di Damocle, tenuta da un sottile filo, rappresentato da una impiantistica come minimo inadeguata.

 

Non passa molto tempo che interviene direttamente il Ministro dell’Ambiente, Gianluca Galletti:

 

Da ministro sono chiamato ad affrontare con realismo la questione dei rifiuti di Roma, ragionando, dati alla mano, sulla situazione attuale e non su piani futuri. L’obiettivo di tutte le continue interlocuzioni con l’Amministrazione capitolina è tenere alta l’attenzione sulla chiusura del ciclo integrato dei rifiuti: se il Comune di Roma mi dimostrerà di riuscire a farla senza il ricorso a un termovalorizzatore e a una discarica, né mandando i rifiuti all’estero, potrò solo essere contento. Oggi purtroppo i fatti dicono altro: la priorità assoluta resta quindi evitare alla Capitale nuove situazioni di emergenza e all’Italia pesanti infrazioni comunitarie.

 

L’Amministrazione capitolina affida la risposta alla stampa[4] tramite Daniele Diaco, presidente della Commissione capitolina Ambiente:

 

Le dichiarazioni rilasciate dal Ministro sul Piano rifiuti 2017-2021 parrebbero essere figlie di una lettura superficiale e poco attenta delle misure in esso contenute. Noi stiamo parlando di un piano innovativo, che punta ad elevare i tassi di raccolta differenziata al 70%, a ridurre il volume dei materiali post-consumo del 3% e a promuovere la riduzione dei rifiuti e il riciclo eco-efficiente degli stessi, in piena coerenza con i dettami previsti dall’Unione europea, ai fini del corretto perseguimento di un’economia di tipo circolare. Il Ministro sostiene che il Piano non sia in grado di chiudere il ciclo dei rifiuti e perora la causa della realizzazione di un inceneritore e di una discarica. È evidente che la traumatica e scellerata esperienza di Malagrotta non sia stata sufficiente ai fini di una corretta comprensione degli errori commessi in passato.

 

Al di là della schermaglia epistolare tv e media cominciano a prendere posizione, e ragionare su cosa succederebbe se si verificasse per davvero una nuova emergenza-rifiuti a Roma. Sarebbe inevitabile a questo punto, secondo speculazioni giornalistiche, riaprire per periodi limitati nel tempo la discarica di Malagrotta, ospitandovi i rifiuti che non si sa più dove mettere. In realtà l’ipotesi non era una semplice speculazione e si poteva già leggere tra le righe di qualche atto istituzionale. Ad esempio, in sede di conferenza dei servizi per il «capping» di Malagrotta (cioè la sigillatura della discarica con argilla e terra), si era affacciata l’ipotesi di sostituire le terre di sigillatura con il FOS (la frazione organica stabilizzata), il ché nei fatti avrebbe reso disponibile nuove volumetrie di stoccaggio dentro Malagrotta.

Ed è a questo punto che prende posizione l’Ama, con un comunicato: «E’ completamente errato parlare di riapertura della Discarica di Malagrotta, discarica che è chiusa dal 1° ottobre 2013 e resta tale». Anche l’assessore comunale all’Ambiente Pinuccia Montanari ribadisce: «Non abbiamo mai pensato alla riapertura di Malagrotta. Voglio ribadire che non prevediamo né discariche né inceneritori, che rappresentano il passato. Noi guardiamo al futuro». La posizione del municipio ci giunge attraverso le cronache locali[5], dalla voce dell’assessore all’Ambiente Giacomo Giujusa:

 

La discarica di Malagrotta è chiusa. E non riaprirà mai più, neanche per metterci la Frazione Organica Stabilizzata, che non è altro che rifiuto. L’emergenza, creata a tavolino, serve a portare profitti a pochi e a spingere gli impianti obsoleti. Smaltire il combustibile da rifiuto è costoso? Allora la soluzione pronta nel cassetto non può che essere sempre il solito scontatissimo Gassificatore di Malagrotta, per bruciare il CDR con l’appoggio di tutte le super-autorizzazioni di Governo. [I due TMB continueranno a funzionare] perché questo ci permetterà di completare le azioni di pianificazione del Ciclo, che sono in fase di chiusura. I mezzi Ama in ingresso portano rifiuti agli impianti di Malagrotta mentre altri mezzi portano il CDR e la FOS ottenuti dopo le lavorazioni in altri luoghi. Nulla può andare in discarica a Malagrotta, perché certe logiche per noi sono estinte.

 

Il futuro dunque è contenuto nel nuovo Piano quinquennale dei rifiuti 2017-2021, che pone l’obiettivo ambizioso di una raccolta differenziata al 70%, ma certo non risponde agli interrogativi contingenti sulla gestione di un’emergenza da qui al 2021. Le domus ecologiche, gli impianti di compostaggio aerobico, la green card e i meccanismi di premialità per i cittadini eco-virtuosi sono infatti strumenti tutti di là da venire. E le due soluzioni quasi a portata di mano – come riaprire temporaneamente Malagrotta per ospitarvi la FOS, o reinventare un gassificatore direttamente a Malagrotta – tornano periodicamente ad affacciarsi all’orizzonte. Saranno gli anni da qui al 2021 a dirci se Roma saprà vincere la «sfida della monnezza», e se la sua Amministrazione avrà le spalle grosse per reggere alle emergenze che potrebbero verificarsi nel frattempo.

 

Santa Maria di Porto

 

[Il santuario della Madonna delle Grazie].

 

AGRO PORTUENSE, OGGI

 

Monte Stallonara

 

Il comprensorio di Monte Stallonara si trova sul fianco sud del rilievo collinare di Monte Stallonara. La piccola altura è tagliata latitudinalmente in due da via della Pisana, che la lungo la linea di crinale: il lato nord (la destra di via della Pisana) è rimasto agricolo, mentre il lato sud (sinistra) è stato oggetto di insediamenti sin dal 1967. L’opera pioniera è stata il complesso edilizio dei Padri Scalabriniali, acquistata nel 1973 per divenire sede del Consiglio regionale. Poco dopo il fianco sud-ovest è oggetto di edilizia incontrollata, che il Comune di Roma classifica come ambito di recupero sin dai primi Anni Ottanta, con la denominazione amministrativa di Zona O64. Nel 1996 le aree retrostanti la Sede regionale vengono attrezzate a parco pubblico. Nel 2008 Il versante sud è inquadrato nel nuovo Piano di zona B50. Amministrativamente il comprensorio è denominato «Frazione Pisana», tuttavia questo nome è caduto ormai in desuetudine, perché nel tempo vi sono state molteplici edificazioni di comprensori lungo via della Pisana, e il toponimo Pisana non è ormai più univoco.

 

Fra il 1967 e il 1969, su via della Pisana, 1301 (due chilometri oltre il Gra) viene edificato il complesso religioso del Collegio dei Missionari Scalabriniani, su progetto architettonico in stile modernista dell’architetto Attilio Lapadula.

Nel 1973 il complesso viene acquisito dalla Regione Lazio, che vi insedia la sua Assemblea regionale. Il complesso si compone di sei palazzine, collegate fra loro, che ospitano l’Ufficio di Presidenza, le Commissioni e le sedi dei gruppi politici. Nella nuova Aula consiliare si svolgono i lavori assembleari. Vicino l’Aula consiliare, la Sala Mechelli ospita convegni, conferenze, seminari ed altri eventi. Ampi parcheggi sono a disposizione per coloro che raggiungono il Consiglio in auto. Un’imponente statua bronzea, opera di Claudio Capotondi, accoglie i visitatori all’ingresso.

L’ambito, oltre che da via della Pisana, è inquadrato da sole cinque strade, intitolate a comuni della Sardegna: via Baressa, via Gesico, via Muravera, via Nurachi e via Samugheo. Rispetto alla strada principale esse sono tutte traverse di sinistra.

Il complesso immobiliare della Regione Lazio è circondato da una vasta area verde di 20 ettari, denominata Parco della pace. Il parco è intitolato a Yitzhak Rabin, in onore dello statista israeliano ucciso nel 1995.

In occasione della cerimonia dell’intitolazione del parco, il 22 febbraio 1996, è stato piantato un ulivo, simbolo della pace, donato dal Fondo Nazionale Ebraico (Kem Kayameth Loisrael).

[Il Piano di zona B50].

L’edificazione del Piano di zona B50 si rivela disastrosa: le nuove residenze sono prontamente realizzate, i servizi no. «La situazione relativa ai servizi che dovevano essere completati nel Pdz B50 palesa una gravissima criticità – analizza un ordine del giorno municipale del 22 gennaio 2015 –, frutto di probabili inadempienze verificate negli anni e che oggi comporta, di fatto, un quartiere senza strade e senza servizi primari».

Il 29 luglio 2014 intanto il nuovo quartiere era sceso in piazza, con una manifestazione popolare dalla grande partecipazione. Il quella sede le rappresentanze dei partiti politici prendono l’impegno formale a migliorare la situazione.

Dopo breve, il 22 gennaio 2015, l’impegno preso ha un riflesso nel Parlamentino di prossimità, che vota unanime un ordine del giorno, rivolto al Sindaco e alla Giunta di Roma Capitale, affinché esonerino «residenti e proprietari immobiliari del PDZ Monte Stallonara dal pagamento della Tasi e Imu» (odg n. 1/2015). Si tratta ovviamente di un atto simbolico, poiché gli ordini del giorno sono mere petizioni e non atti normativi, tuttavia la narrativa dell’atto ne spiega le comprensibili ragioni. Le local tax (Imu e Tasi), vi si legge, sono direttamente correlate ai servizi indivisibili: «I servizi indivisibili sono le attività dei comuni che non vengono offerte “a domanda individuale”, come per esempio gli asili nido o il trasporto scolastico. Si tratta di una serie di servizi molto ampia, come per esempio l’illuminazione pubblica, la sicurezza, l’anagrafe, la manutenzione delle strade e tanti altri ancora». Dalla constatazione che questi servizi a Monte Stallonara non sono mai arrivati nasce la richiesta che il pagamento non sia corrisposto.

 

Piana del Sole

 

La frazione «Piana del Sole» è anch’essa una zona di edilizia non pianificata, classificata dai tecnici con il nome di «Piano di zona B40». È l’ultima propaggine del Municipio XI e sorge nella piana alluvionale a ridosso del confine con il Comune di Fiumicino, tra l’Autostrada per Civitavecchia, l’Autostrada per Fiumicino e via della Muratella. È Il territorio circostante è per 272 ettari costituito in area naturale protetta e fa parte della Riserva naturale statale del Litorale Romano.

[L’edificazione caotica e la Zona B40].

A nord del Tevere vi è il piccolo Settore del Parco del Litorale di Piana del Sole (272 ettari), compreso tra la ferrovia e l’autostrada per Civitavecchia.

[Il dissesto idrogeologico].

[C.s.a. Piana del Sole].

Il quadrante di Piana del Sole è sprovvisto di una vera e propria piazza urbana. Ma all’ingresso del quartiere è presente uno spiazzo che, con fantasia e con qualche lavoro, potrebbe diventarlo. Lo spiazzo – che tecnicamente è un largo alla confluenza di due strade – è intitolato ai Caduti di Manhattan, in memoria dell’attentato alle Torri gemelle del 2001 ed è stato recintato e pavimentato. Oggi il largo si presenta in condizioni davvero precarie, e somiglia molto ad una discarica, dove persone sprovviste di educazione abbandonano vecchi mobili, elettrodomestici e altro ancora. Di recente la sua valorizzazione è stata portata in Consiglio municipale, con una mozione a firma del consigliere Angelo Vastola. Nella mozione si chiede una pulizia straordinaria, un impianto di video sorveglianza, e quindi l’acquisizione e l’impiego per mercatini e feste, ma anche come punto di raccolta in caso di emergenze idrogeologiche. Così Vastola[6] spiega le sue ragioni:

 

[Questa zona] potrebbe essere considerata il biglietto da visita del nostro territorio, visto che si trova all’ingresso del Municipio per chi proviene da fuori Roma. Nonostante le reiterate segnalazioni prodotte al Gruppo XI Marconi Polizia locale mediante esposti, alla Giunta attraverso interrogazioni e segnalazioni, alle Commissioni con diverse richieste, ad oggi non si è registrata nessun azione concreta.

 

Grande è stata la delusione del consigliere, che si è visto bocciare la proposta dall’Aula: «La maggioranza del Movimento 5 Stelle, incapace di un confronto politico e amministrativo, continua ad adottare un metodo stalinista. Resta il degrado nella zona. Per mio conto, continuerò a presentare come sto facendo, segnalazioni e interrogazioni anche se, fino ad oggi,  non hanno prodotto risultati concreti».

 

Spallette

 

La frazione «Spallette» è una zona di edilizia spontanea, classificata dai tecnici comunali con il nome di «Zona O n. 65». Precede l’abitato di Ponte Galeria di un paio di chilometri, sulla destra della Via Portuense. Anche le strade di Spallette rievocano nei nomi dei comuni della Sardegna: Ardara, Arzana, Bono, Gavoi, Illorai, Irgoli, Isili, Mara, Muros, Narcao, Nulvi, Nurri, Orani, Selegas, Senorbi e Siligo.

Su via Senorbi la Soprintendenza segnala due siti archeologici in corso di studio: un tratto di strada di Epoca arcaica, e una vicina struttura della stessa epoca, la cui funzione non è ancora stata identificata.

 

Riserva del Litorale Romano

 

Nel 1986 gli studiosi Petronio e Capasso pubblicano un saggio sulla fauna di Ponte Galeria nel Pleistocene medio-inferiore, cioè quella fase del mondo preistorico che precede l’affermazione dell’Homo sapiens. Il testo prende spunto dai ritrovamenti della Cava Alibrandi, ma è l’occasione per fare il punto sulle 7 species antiquæ fin lì documentate, habitat e clima.

Tra le specie il Megàceros savini è certamente la più singolare. Si tratta di un cervo gigante, alto più di 2 metri al garrese. Il palco di corna presenta due ramificazioni, in ciascuna delle quali vi sono 5 o 6 pugnali più un primo pugnale anteriore, appiattito, a forma di paletta. Il Megaceros condivideva le selve, senza entrare in competizione, con un altro cervide, di piccola taglia, chiamato Dama nestii eurygonos, antenato dell’odierno daino.

Oltre al Megaceros erano presenti altri giganti: l’Uro (Bos primigenius), un bovide progenitore degli attuali buoi domestici, l’Elephas antiquus, antenato dell’elefante asiatico, l’Hippopotamus, antenato dell’ippopotamo di fiume, e l’Equus altidens, sorta di equide arcaico molto più vicino all’asino che al cavallo domestico. Singolare è la diffusione dell’Emys orbicularis, una specie di tartaruga palustre ancora oggi vivente.

La conclusione dei due studiosi è che «il daino, l’ippopotamo, l’elefante, il megaceros e il bue potrebbero indicare un clima temperato-caldo, con foreste e abbondanti corsi d’acqua, con frequenti specchi lacustri più o meno collegati al mare». Inoltre «l’equide indica anche l’esistenza di praterie con carattere di steppe, che costituivano radure alternate alle foreste». Infine «la tartaruga palustre consente di pensare alla vicinanza di uno specchio d’acqua con correnti assenti o deboli». Della presenza di un lago-stagno tra Roma e il mare, vi è del resto testimonianza anche in epoca storica.

Da: Carmelo Petronio e Lucia Capasso-Barbato, Nuovi resti di mammiferi del Pleistocene medio-inferiore di Ponte Galeria, in Bollettino Italiano di Geologia, pp. 157 e segg. Un’aggiunta del 1987, a cura del professor Petronio, riporta il ritrovamento di una mandibola di rinoceronte.

[Le idrovore e la regimazione delle acque].

Il Parco del Litorale Romano è una riserva naturale statale, istituita nel 1996.

Si compone di quattro settori (Fiumicino, Tevere, Capocotta e Piana del Sole), due dei quali insistono sul territorio del Municipio XI: Tevere (in parte) e Piana del Sole (per intero).

Del Parco del Litorale Romano si inizia a parlare nei primi Anni Settanta, a seguito di una campagna dell’associazione ambientalista Italia Nostra, per l’istituzione di una grande area protetta di 30 mila ettari, estesa lungo la costa da Capocotta a Passoscuro, e all’interno fino alla Magliana, seguendo l’asta fluviale del Tevere. Il primo passo concreto è un decreto del ministero dell’Ambiente (Decreto Pavan, 1987), che individua il litorale di Roma come zona di importanza naturalistica. Nel 1993 la Regione approva il Piano dei Parchi e nel 1996 un decreto ministeriale istituisce la Riserva Naturale Statale del Litorale Romano.

La superficie complessiva è di 15.900 ettari, poco più della metà rispetto al progetto originario, disposti grossomodo per metà nel comune di Fiumicino (7750 ettari) e i restanti (8150) nel Comune di Roma. Nel Municipio XI sono area protetta 1423 ettari (pari al 17% della superficie complessiva della Riserva); nel XIII (Ostia) insistono altri 3110 ettari, in XVI 2549; mentre porzioni minori si trovano in XII (936) e XVIII (135).

I confini della riserva (140 km lineari), sono estremamente frastagliati e individuano quattro settori sostanzialmente privi di continuità territoriale.

Il Settore nord, quello di maggiore estensione, è situato nel Comune di Fiumicino da Focene a Palidoro, e comprende anche un settore più interno (Macchiagrande di Galeria, 2684 ettari) situato nel comune di Roma.

Il Settore centrale segue il tratto terminale (22 km) del corso del Tevere. Il Tevere e le sue aree golenali costituiscono la principale emergenza naturalistica del Settore. Il settore si compone a sua volta di due aree ben distinte: il sistema ambientale delle aree di bonifica (dal ponte del G.R.A. alla foce, 3600 ettari) e, alle spalle di Ostia, il sistema ambientale delle pinete (Castel Fusano, Acque Rosse e Procoio, 1552 ettari).

Il settore meridionale, di ridottissime dimensioni (solo 45 ettari) ma grandissimo pregio naturalistico, è costituito dal sistema dunale di Capocotta (45 ettari), connesso alla Riserva dalla Tenuta Presidenziale di Castel Porziano, che si trova alle sue spalle.

Infine, a nord del Tevere, vi è il piccolo Settore di Piana del Sole (272 ettari), compreso tra la ferrovia e l’autostrada per Civitavecchia.

Il Settore centrale del Parco del Litorale segue il tratto terminale (22 km) del corso del Tevere. Il Tevere e le sue aree golenali costituiscono la principale emergenza naturalistica del Settore. Il settore si compone a sua volta di due aree ben distinte: la riva destra, con il sistema ambientale delle aree di bonifica (dal ponte del G.R.A. alla foce, 3600 ettari), e la riva sinistra, alle spalle di Ostia, il sistema ambientale delle pinete (Castel Fusano, Acque Rosse e Procoio, 1552 ettari).

La morfologia della riserva – compresa tra la linea di costa, il fiume Tevere e le prime alture verso il centro abitato di Roma – è in gran parte pianeggiante, solcata dai numerosi canali della bonifica degli inizi del secolo e dai tratti terminali dei fossi di Malafede, Mezzo Cammino, Magliana e Rio Galeria. L’area della Riserva risulta coperta per il 23% da macchia, pineta e bosco misto (1860 ettari), da vegetazione igrofila (17 ettari), da vegetazione dunale (48 ettari) e da circa 220 ettari di prato-pascolo. La gran parte dell’area della Riserva è costituita da terreni coltivati (circa 4.000 ettari). La proprietà delle aree della Riserva è per oltre il 60% pubblica; il rimanente 40% è per una grande parte suddiviso tra grandi proprietà e solo una esigua parte è frazionata in piccole proprietà.

La fruizione dell’area del Litorale Romano da parte dei cittadini è stata per tanti anni orientata verso specifici punti di interesse, di proprietà pubblica, attrezzati o comunque valorizzati dalle attività delle associazioni ambientaliste: l’area di Castel Fusano, meta preferita per scampagnate e passeggiate, la spiaggia di Capocotta nel periodo estivo, le rive del Tevere per l’attività diportistica, gli scavi di Ostia Antica e più di recente l’area di Castel di Guido (oasi Lipu). La creazione dei Centri Visita, di aree di sosta attrezzate, di piste ciclabili, di sentieri natura, di strade parco, il servizio di navigazione sul Tevere, contribuiranno a definire una vera e propria rete infrastrutturale dell’area protetta attraverso la quale, compatibilmente con le discontinuità geografiche della Riserva, sarà possibile una fruizione pubblica caratterizzata dalla continuità.

 

CIE

 

[Il Centro per l’identificazione e l’espulsione].

 

Fiera di Roma

 

La Nuova Fiera di Roma è il quartiere espositivo di Roma, progettato dall’architetto Tommaso Valle e inaugurato nel 2006. L’area espositiva si estende per 39 ettari, più altri 47 di parcheggi auto. La mobilità all’interno della Fiera è esclusivamente pedonale e si svolge lungo il viale meccanizzato, una strada a tapis-roulants lunga 1,3 km sopraelevata a 6 metri d’altezza, da cui si accede ai 13 padiglioni espositivi. La movimentazione merci avviene invece a livello del suolo. I padiglioni misurano 96, 120 o 144 m, × 72 × 16. Sono strutture prive di pilastri interni, realizzate con la giustapposizione in serie di archi ribassati con luce di 72 m. La cittadella fieristica si completa con un Centro direzionale in acciaio e cristallo e un Centro Convegni da 14 sale per complessivi 4000 posti.

 

Fin dal Medioevo sono presenti in Italia delle speciali manifestazioni commerciali, destinate a far conoscere al pubblico i nuovi prodotti e venderli a condizioni di particolare favore. Antichissime sono la Fiera di San Giorgio di Gravina di Puglia (istituita da Carlo II nel 1294) o quella di Messina (istituita da Federico II di Svevia nel 1296). Caratteristica comune delle fiere era la frequenza annuale, sovente in abbinamento a ricorrenze religiose o popolari, e il privilegio delle «Nundinas», ovvero l’esenzione da gabelle e dazi d’importazione per un periodo di 8 giorni consecutivi. Ciò rendeva più convenienti i prezzi delle merci, che venivano poi rivendute nel corso dell’anno in tutto il circondario. Le fiere finirono ben presto per essere collegate fra di loro, creando il tessuto di un mercato unico europeo.

Il modello della fiera medievale è arrivato sostanzialmente invariato ai nostri giorni, evolvendosi in quello di «fiera campionaria», che, a differenza della «fiera popolare», non è aperta alla generalità dei compratori, ma è riservata agli operatori del settore, ai quali vengono esibiti per primi i «campioni» di prodotti non ancora presenti negli scaffali dei negozi. Le fiere campionarie hanno dunque una grande importanza economica, perché rappresentano un canale di comunicazione diretto fra produttori e rivenditori all’ingrosso, e confronto fra produttori. Fiuto per l’innovazione e il talento, riconoscere i bisogni della società prima che essi siano manifesti, capire al volo il livello e i progetti futuri della concorrenza, sono tutti tratti caratteristici di una figura assai popolare di ieri e di oggi: il «mercante in fiera».

Nel Territorio Portuense un celebre frequentatore di fiere è l’avvocato Telemaco Corsi, che negli Anni Cinquanta si incontrava facilmente alla Campionaria di Milano o alla Photokina di Colonia, per promuovere la sua Rectaflex ai rivenditori, e marcare stretto i produttori rivali tedeschi[7]. Ancora oggi oltre alla Fiera di Milano esistono importanti fiere, come la Fiera del Levante a Bari o quelle di Bologna, Genova, Firenze, Bolzano e Bergamo. Conosciutissima è la Fiera dell’Oro di Vicenza, riservata ai gioiellieri.

E a Roma? È almeno dagli Anni Trenta del Novecento che si progetta di dotare la città di uno spazio fieristico permanente. L’occasione è data dall’Esposizione universale di Roma, prevista per il 1942, e dalla costruzione di intero quartiere fieristico: l’E42, oggi Eur[8]. Nei successivi venti anni il quartiere viene realizzato, ma l’esposizione romana del 1942 era fatalmente saltata, per gli eventi bellici. Nel Dopoguerra a Roma le campionarie si svolgono tutte in collocazioni di fortuna, diverse di anno in anno.

È solo nel 1959 che apre al pubblico un vero complesso fieristico, denominato Fiera di Roma, situato a ridosso di via Cristoforo Colombo nel quartiere della Montagnola. Tale sede, che nelle intenzioni doveva essere solo provvisoria, rimase invece in servizio per quasi mezzo secolo, sapendosi ben integrare con le esigenze di una capitale in espansione, affiancando le attività congressuali, del turismo d’affari e di ospitalità ai grandi concorsi della Pubblica amministrazione.

Col tempo tuttavia le aree della Montagnola, con la città che era cresciuta tutt’intorno, si rivelarono troppo importanti per impieghi sporadici come quelli fieristici. Matura così l’idea di trasferire la Fiera di Roma in un nuovo quartiere fieristico tutto da inventare, liberando così le aree alla Montagnola per la valorizzazione fondiaria. Le aree vengono individuate in Valle Galeria, precisamente fra l’Autostrada Roma-Fiumicino e la Via Portuense, su terreni allora acquitrinosi a ridosso del Tevere. Qui era presente un unico nucleo-pioniere: l’insediamento di Commercity, sorto sul finire degli Anni Novanta con funzione di porto intermodale per il commercio all’ingrosso. Dagli Anni Duemila inizia quindi il cantiere per la Nuova Fiera di Roma, realizzato dalla Società Lamaro Appalti su progetto dell’architetto Tommaso Valle. Il 2006 è l’anno del completamento dei lavori.

Il nuovo polo fieristico si estende complessivamente su una superficie di quasi 90 ettari: di essi più della metà sono parcheggi (per 21.000 automobili) e i restanti 39 costituiscono lo spazio espositivo vero e proprio.

L’asse principale del quartiere è il viale meccanizzato, ovvero una strada pedonale a tapis-roulants lunga 1,3 km, sopraelevata a 6 metri d’altezza, attraverso la quale i visitatori possono accedere dall’alto ai vari padiglioni.

Il viale meccanizzato è di fatto l’unica strada del quartiere, concepita per evitare le interferenze fra il flusso dei visitatori e i mezzi di servizio per la movimentazione a terra. Al viale meccanizzato si accede dai quattro ingressi (posti nei quattro punti cardinali) e il viale è collegato ai padiglioni mediante scale mobili, scale fisse e ascensori.

I padiglioni sono a pianta rettangolare ad unico piano. Hanno la caratteristica di non avere pilastri interni, in quanto sono realizzati con travi reticolari ad arco ribassato (luce = 72 m) poste in sequenza. Ognuno dei 13 padiglioni ha un’altezza al punto di culmine di 16 mt. I padiglioni sono di tre tipologie: piccolo (96 m), medio (120) e grande (144). La lunghezza è per tutti di 72 m. Il terreno su cui sorge la Fiera ha una consistenza estremamente povera: per questo gli edifici della Fiera hanno fondazioni profonde tra i 50 e 70 m.

I padiglioni sono realizzati secondo i principi dell’architettura bioclimatica ed ecocompatibile. L’arch. Valle ha dichiarato così, in un’intervista: «La mia architettura è un’equilibrata combinazione del linguaggio progettuale di oggi con i principi della bio-architettura, dell’architettura sostenibile e dei sistemi hi-tech. Nel progetto della Fiera di Roma tutto questo è evidente».

I materiali sono quasi per intero prefabbricati e assemblati sul posto: vetro, acciaio. Valle ha poi impiegato un nuovo materiale, il texalon, resistentissimo e leggerissimo: è l’ultimo scarto del petrolio, che invece di essere eliminato, si trasforma ed è biodegradabile. È stato usato per la copertura dell’intera spina centrale del complesso.

La cittadella fieristica si completa con un Centro direzionale, realizzato in acciaio e cristallo, e un Centro Convegni da 4000 posti. Vi sono inoltre: 3 ristoranti, 14 bar e 14 bar temporanei.

La Nuova Fiera ospita oggi importanti campionarie di settore, che hanno eletto a Roma la loro sede: come quella degli abiti da sposa, dei prodotti d’Oriente, o del mondo del fumetto, animazione, cartoni animati e videogiochi. In quest’ultimo settore particolare importanza ha assunto Romics, giunta nel 2017 alla XXI edizione, in cui gli appassionati possono incontrare dal vivo i loro beniamini e super-eroi di mondi fantastici, leggere in anteprima graphic novels o testare le nuove e più avanzate produzioni in fatto di videogames, sotto l’occhio attento della stampa specializzata, pronta ad ascoltare gli umori, e talvolta anche le critiche spietate, dei più conosciuti youtubers. Gli organizzatori sono soliti offrire biglietti gratuiti ai c.d. «cosplayers», appassionati che si recano alla fiera indossando l’abito e il trucco del loro eroe di riferimento, replicandone persino le movenze e attitudini. Romics insomma, oltre che evento fieristico, è anche un coloratissimo carnevale fuori stagione.

[Fattori di crisi].

 

[1] Log di pubblicazione:

– Arvalia.it n. 17 del 20 giugno 2017. I contenuti editoriali sono estratti e adattati dalla pubblicazione Ponte Galeria di A. Anappo, prima edizione novembre 2016.

[2] Valle Galeria, sulla discarica di amianto si decide senza il Municipio XI, in Arvalia Today, 14 aprile 2017.

[3] Sina, Y., Meno rifiuti negli impianti di Malagrotta. Per Ama 400 tonnellate in più al giorno da trattare, in Arvalia Today, 17 marzo 2017.

[4] Grilli, F., Rifiuti, Galletti bacchetta la Capitale: Serve realismo. Evitare emergenze e infrazioni Ue, in Arvalia Today, 14 aprile 2017.

[5] Grilli, F., La discarica è chiusa e non riaprirà mai più, in Arvalia Today, 10 aprile 2017.

[6] Piana del Sole: all’ingresso del quartiere resta una distesa di rifiuti, in Arvalia Today, 28 aprile 2017.

[7] cfr. § Rectaflex.

[8] cfr. § Eur.

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