Magliana Vecchia è il sesto quadrante urbano del Territorio Portuense, tra l’Ansa del Tevere e il Grande Raccordo anulare. Qui si collocano le origini leggendarie del territorio, e dei «Fratres Arvales», fratelli adottivi di Romolo e primi sacerdoti di Roma Antica. Nel Rinascimento avviene la grande fioritura intorno alla tenuta e Castello della Magliana. Le urbanizzazioni recenti iniziano ai primi del Novecento alla Borgata rurale Magliana. Negli Anni Ottanta nasce il polo terziario di Parco de’ Medici, nell’ultimo decennio l’edificazione residenziale della Muratella; gran parte del territorio è occupato dalla riserva naturale Tenuta dei Massimi. Controversa è l’origine del nome Magliana: la Gens Manlia, l’avamposto etrusco di Allias o la presenza di un guado Molleus potrebbero aver originato il toponimo. La popolazione è di 5 mila abitanti[1].

 

Sommario

 

 

La Magliana Vecchia è il sesto quadrante urbano del Municipio XI, il più esterno fra quelli compresi nel Grande Raccordo Anulare. Il GRA ne costituisce il confine ovest, insieme con il Tevere a sud, via della Pisana a nord e il fosso della Magliana a est. La Magliana Vecchia si articola in tre settori: la piana golenale di Parco dei Medici, l’area collinare della Muratella e quella più interna ed estesa della Tenuta Somaini (Casa Mattei). Comunemente è percepita come Magliana Vecchia anche l’area intorno alla Stazione Magliana e Colle del Sole (Borgata Magliana), che ricade invece nel quadrante del Trullo.

L’origine del nome Magliana non è affatto certa. La tesi più comune, verso la quale nutriamo forti riserve, evoca l’antica Gens Manlia (la famiglia romana dei Manlii). Mancano però dei riscontri archeologici: non c’è una sola epigrafe o un documento che attestino i Manlii alla Magliana. Una seconda tesi ipotizza l’esistenza di un guado tra le due sponde, che in latino era consuetudine chiamare «molleus» (cioè il punto molle di facile attraversamento). Qui qualche riscontro sembrerebbe esserci: ad esempio molti paesi sulle rive del Tevere hanno nel nome l’aggettivo «magliano», in memoria di un antico guado. Quello che manca alla nostra Magliana, tuttavia, è proprio l’attraversamento sul fiume: perché la stretta Ansa della Magliana è caratterizzata da forti correnti che ne rendono senz’altro sconsigliabile l’attraversamento a nuoto o in barchetta. Una terza tesi, la più suggestiva, identifica il Rio Magliana con il fiume Allias, dove si combatté la sanguinosa Battaglia di Allia, il 18 luglio del 390 a.C., tra Romani e Galli Senoni. Questo fiume, del quale si sa solo che era posto a 10 miglia romane (20 km) dal Campidoglio, non è stato mai identificato con certezza e viene per lo più oggi riconosciuto in un torrente a Monterotondo, nel nord di Roma. Qui sarebbe anche esistito un avamposto etrusco di nome Alliane, a presidio dell’imbocco del fiumiciattolo nel Tevere. Anche qui mancano i riscontri archeologici, sebbene la battaglia di Allia sia comunque un fatto reale.

Di certo, il termine Manlianus fa la sua prima apparizione ufficiale soltanto nel Medioevo, in un atto di concessione del 1018, che affida il Fundus Manlianus ai Monaci di San Pancrazio. Nel 1074 è citata la chiesina di Sanctus Johannis de Maliana. E un secolo dopo, nel 1184, compare la forma flessa Fundus Manliani.

I dati comunali del dicembre 2009 parlano di 4237 residenti (senza Borgata Magliana e nuove urbanizzazioni). Al 31 dicembre 2015, con le nuove urbanizzazioni, la popolazione risulta di 5235 abitanti.

 

GLI ARVALI

 

Il mito fondativo portuense

 

Dopo aver fondato l’Urbe, Romolo elevò i suoi 11 fratelli adottivi «primi sacerdoti di Roma», con il nome di Fratres Arvales e il compito sacro di celebrare gli Ambarvalia per la fertilità dei campi. In bianche vesti di lino ornate di spighe sacrificavano un toro, una pecora e un maiale, intonando il Carmen. A Roma e nel bosco sacro della Magliana gli Arvali onoravano un pantheon complesso, con al centro la Madre Terra, protetta da Marte e sostenuta da Flora, Summano, Fontano, Acca e i Lari. Il sodalizio, caduto in decadenza nel I sec. a.C., con Augusto conoscerà un nuovo vigore.

 

La nostra storia inizia con una partita a dadi e la racconta il funzionario romano Macrobio (390-430 d.C.), autore dell’opera enciclopedica Saturnalia. Nel primo libro, capitolo X, Macrobio narra il Mito fondativo portuense, che è una sorta di “prequel” del ben più celebre Mito fondativo di Roma, ambientato una generazione prima, grossomodo intorno all’anno 783 a.C.

Ci troviamo al Foro Boario, quella zona di transito che precede l’Isola Tiberina, luogo di scambi commerciali e incontri tra culture antichissime. Qui sorge il tempio rotondo del dio Ercole, ancora oggi molto popolare tra i turisti sebbene sia conosciuto con il nome di Tempio di Vesta a causa di un errore interpretativo degli umanisti rinascimentali.

All’ombra, fuori dal tempio di Ercole, giocano accanitamente a dadi due personaggi: il bieco custode del tempio e un misterioso straniero venuto in pellegrinaggio. Lo straniero è taciturno, di aspetto prestante, ed è assistito nel gioco dalla buona sorte. Al punto che il custode, sconfitto, non esita a saldare il debito di gioco offrendogli la gemma più preziosa del tempio: la bellissima Acca, ragazza di origine latina che esercita il mestiere antico di «prostituta sacra». In antico era consuetudine che ai templi oggetto di pellegrinaggio fosse associata una «lupa», che si offriva ai visitatori venuti da lontano con una calda accoglienza; essi lasciavano poi un generoso obolo che serviva al mantenimento del tempio. Acca, per la sua struggente bellezza, è considerata la «lupa» per eccellenza, al punto che alcuni autori la chiamano con il nome proprio di Lupa (cfr. Livio, Historiæ I, 4 e Ovidio, Fasti III, 55).

Racconta Macrobio che Acca si concede al prestante straniero con sublime trasporto. E lo straniero, impietosito e commosso, decide di rivelare ad Acca la sua vera identità: egli non è  un semplice pellegrino, ma il dio Ercole in persona! Ercole la affranca dalla condizione di metrice e la congeda con un insolito messaggio: «Sei libera, esci e segui ciecamente il primo uomo che incontrerai». Acca si affretta a uscire. Grande è la sua sorpresa – e possiamo immaginare anche la delusione – quando fuori dal tempio, Acca incontra un anziano e maleodorante pastore, che parla una lingua incomprensibile. L’uomo incontrato è etrusco, e il suo nome è Tarun (Tarunzio): è lo stesso pastore che ritroveremo nel Mito fondativo di Roma con il nome di Pastore Faustolo.

Acca fa come indicato da Ercole, e lo segue attraversando il fiume, nelle terre in riva destra sottoposte al dominio di Vejo. Tarun-Faustolo di queste terre è il luogotenente: è di fatto proprietario di un vasto possedimento compreso tra il Gianicolo e il il mare. Tra i due nasce un amore sincero e devoto. Acca si adegua ai costumi etruschi e onora il culto dei Lari, gli spiriti degli antenati che presidiano benevoli le campagne, gli incroci, le case. Dal matrimonio tra Acca e Tarun-Faustolo nascono, uno dopo l’altro ben 12 figli: dai figli dei figli, e dalla loro discendenza, nascerà quella popolazione di sangue misto – latina per parte di madre, etrusca per parte di padre –, che popolerà il Territorio Portuense in riva destra del Tevere. La curiosità, che può forse far sorridere, è che i moderni abitanti della Magliana, essendo uno dei dodici figli probabilmente figlio di Ercole, vantano un dodicesimo di sangue divino.

Questo incontro leggendario, suggellato da un patto di amore, finisce così, un po’come tutte le leggende, per raccontare in termini mitici una verità storica persino banale: l’incontro e fusione delle due culture romana ed etrusca, che ha avuto come culla le campagne al di là del Tevere. I latini davano a questo “luogo di mezzo” il nome di Silva Mœsia (che letteralmente significa proprio “bosco di mezzo”), in mezzo tra Roma e Veio. L’incontro tra le due culture viene collocato da Macrobio in Epoca arcaica. Eppure il passaggio formale della riva destra sotto l’influenza latina avverà molto più tardi, al tempo di Anco Marzio. Poco importa. Racconta Tito Livio che la Selva Mœsia diventa latina poco alla volta, senza battaglie campali: «Silva Mœsia Veientibus adempta», riporta in Historiæ I, 33. La parola latina «adempta» sta ad indicare che gli Etruschi furono indotti ad evacuare la Selva Mesia un po’per volta, sotto la minaccia armata del nascente e bellicoso villaggio di pastori in riva sinistra: Roma.

Lasciamo il Mito portuense, per ritrovarci, una dozzina di anni dopo, nel Mito di fondazione dell’Urbe.

Dal matrimonio tra Acca e Tarun-Faustolo sono nati, uno dopo l’altro, ben 12 figli. Succede però che il più piccolo di essi improvvisamente muore. Faustolo, sconvolo dal dolore, passeggia solitario lungo le rive del Tevere, fino a raggiungere il Foro Boario e il tempio di Ercole dove aveva conosciuto Acca. Qui, sotto un albero di fico – cui il mito dà il nome di ficus ruminalis –, Faustolo assiste ad un evento prodigioso, che lo storico greco Plutarco colloca nel 771 a.C. Due neonati, gemelli, sono stati abbandonati in una cesta alle acque del Tevere. Sotto il fico la cesta si è arenata, e una lupa, animale sacro al dio Marte, li ha raccolti e protetti, allattandoli dalle sue mammelle. La feroce lupa permette a Faustolo di avvicinarsi, e Faustolo intuisce la valenza straordinaria dell’episodio. Senza pensarci prende in consegna la cesta con i gemellini, e la porta a casa dalla moglie Acca, perché se ne prenda cura.

Anche Acca non esita per un solo momento: è ancora sconvolta dal dolore per la perdita dell’ultimo nato, ma i suoi seni hanno il latte che può nutrire i due gemellini, altrimenti condannati a morte certa. Acca prende così il posto della lupa – ed è curioso che il soprannome di Acca sia proprio «Lupa» – e assume il ruolo mistico della «pietosa nutrice». Come genitori adottivi Acca e Faustolo danno ai gemellini i nomi di Romolo e Remo. Dall’arrivo dei gemellini Acca esce rigenerata, riguadagnando la gioia perduta durante il lutto. I due gemelli crescono così, con i loro undici fratelli di adozione, nella serenità in un mondo di pastori.

Li ritroviamo così già forti e adulti, diciotto anni dopo, pronti a fondare una Città. Siamo nell’anno 753 a.C.: Romolo fonda l’Urbe, sul colle Palatino in riva sinistra. E ne segue un evento drammatico: il fratricidio di Remo. Romolo è così solo alla guida della nuova città.

Lo scienziato Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) ci ha trasmesso il racconto del sostegno dato a Romolo dai suoi 11 fratelli adottivi. Romolo affidò ad essi la cura degli affari religiosi, affidando loro il nome di «Fratres Arvales». Scrive Plinio – nella sua opera enciclopedica, la Historia naturalis, al XVIII libro, capitolo 2,6 – che i Sacerdoti Arvali furono il primo sodalizio sacerdotale istituito da Romolo. Tale sodalizio era costituito di dodici membri: 11 di essi erano i suoi fratelli adottivi, gli undici figli della sua nutrice Acca Larentia; e lui stesso si nominò «dodicesimo arvale»: «Arvorum sacerdotes Romulus in primis instituit, seque duodecimum fratrem appellavit inter illos ab Acca Larentia nutrice sua genitos». Secondo Plinio dunque la costituzione del sodalizio arvalico si colloca subito dopo la fondazione dell’Urbe, nell’anno 753.

Lo studioso locale Emilio Venditti scrive al riguardo: «L’origine leggendaria di questo celebre sodalizio, coevo dell’arcaica epoca della fondazione dell’Urbe, rende ancor più nobile e autorevole nel mondo romano antico questo collegio sacerdotale». Il nome Arvales deriva dagli «arva», i campi coltivati. Un campo coltivato era molto diverso da un comune «campus» (campo incolto), per la valenza sacrale che era collegata al campo coltivato. «Il collegio sacerdotale degli Arvali è dunque, fin dalle origini, indissolubilmente legato ad un carattere agreste», scrive Venditti. Agreste e sacro insieme.

Plinio documenta gli attributi liturgici degli Arvali. Essi indossavano una «spicea corona, quæ vitta alba colligaretur», ovvero una corona di spighe di grano, sopra un velo di lino bianco. Questo velo ha il nome latino di «vitta». Si tratta di uno speciale copricapo, ricorrente nella tradizione religiosa romana: era costituito da una lunga stola di lino, che si indossava coprendo per intero i capelli, mentre le estremità ricadevano, come una moderna sciarpa, sul petto.

I riti arvalici si svolgevano secondo un ciclo annuale, suddiviso in tre fasi. L’«inditio», cioè l’apertura delle celebrazioni annuali, si svolgeva nel mese di gennaio, a Roma, con caratteri sostanzialmente privati. Il rito dell’«inditio», riservato ai soli appartenenti al collegio arvalico, si celebrava nell’Urbe. In una fase arcaica il luogo del rito era scelto di volta in volta dal Magister della confraternita, e coincideva il più delle volte con la stessa casa del Magister. Successivamente si passa a celebrare l’inditio all’interno di templi. Riporta Venditti l’ipotesi verosimile che, almeno fino al I sec. a.C. il rito si svolgesse nel Foro Romano, dove si onorava la dea Dia. L’inditio consisteva in una serie di sacrifici rituali in onore della dea, di cui non ci è pervenuto l’esatto ordine e contenuto. Uno dei compiti del Magister durante l’inditio era fissare le date delle fasi successive, in abbinamento con il ciclo agrario. In pratica, fissare le date della semina e del raccolto consisteva nel regolare i cicli agrari annuali.

Gli «ambarvalia», cioè i riti agrari pubblici, si svolgevano direttamente nei campi alla fine di maggio, con caratteri di festa popolare. Degli «ambarvalia» si sa genericamente che si svolgevano negli “arva”, i campi coltivati, alla fine del mese di maggio, all’interno del Lucus. «Le cerimonie cultuali avevano espressioni semplici, ma pittoresche. Si fondavano per lo più su gesti e riti magici con danze, invocazioni e offerte», scrive Venditti. «Se l’inditio aveva un carattere per lo più privato e riservato agli appartenenti al collegio sacerdotale, le ambarvalia avevano invece un carattere spiccatamente pubblico, ed erano ammessi i comuni cittadini. Le ambarvalia assumevano quindi il carattere di festa popolare». Se ne hanno attestazioni e descrizioni, attraverso gli Acta degli Arvali, in un periodo che va dal I sec. a.C. alla metà del III d.C., quanto, dopo la riedificazione del Tempio, vi partecipa spesso lo stesso Imperatore, nella sua veste di Magister degli Arvali.

Gli Ambarvalia avevano delle “code” e proseguivano in giornate diverse per tutta la bella stagione fino all’autunno. Le feste popolari si protraevano fino all’autunno, e avevano una funzione di ringraziamento e chiusura del ciclo annuale della terra. Dopo l’autunno la terra veniva messa a riposo, per poi riprendere nuovamente l’anno successivo, superati i rigori invernali, il suo ciclo produttivo.

Gli Arvali avevano un proprio canto liturgico tradizionale, che le antologie latine chiamano Carmen arvale o Carmen Fratrum Arvalium. Si tratta di uno dei primi esempi di letteratura latina, datato tra il V e il IV sec. a.C. Esso è in lingua latina arcaica, incomprensibile già ai tempi di Augusto: «E! Nos Lases iuvate / Neue lue rue Mar Mar sins incurrere in pleores / Satur fu fere Mars limen sali sta ber ber / Semunis alternei advocapit conctos / E! Nos Marmor iuvato / Triumpe».

Si tratta di un’invocazione agli Spiriti, distinti in due classi: i LariLases»), ovvero gli spiriti dei defunti, che proteggevano e sostenevano chi li invocava; e i SemoniSemunes»), spiriti campestri del vento, che rendevano fertile la terra, danzando sopra di essa e facendo germogliare i semi. Insieme a loro è invocato il dio Marte («Mar Mar») in veste di sanguinario difensore dei campi, affinché non consenta che le calamità li inaridiscano o i devastatori li minaccino. Abbiamo così tradotto il carme, avvertendo il lettore che abbiamo operato una traduzione non letterale ma rispettosa del senso liturgico:

 

Spiriti, dateci forza!

Marte sanguinario, castiga i devastatori, ferma le calamità!

E dopo sàziati. Siedi sereno sul confine, veglialo

Invita a danzare i Venti della fertilità

Marte, dacci forza!

Sia gloria a Marte!

 

Il Carmen è composto in versi di diversa lunghezza, e i primi cinque versi sono ripetuti ciascuno per tre volte, con grande lentezza e solennità. Il «Triumpe» finale, invece, veniva ripetuto non tre ma cinque volte, e subito dopo seguiva la danza del Tripudium. Si trattava di un qualcosa di più di una semplice preghiera: esso veniva non solo declamato, ma anche cantato e accompagnato da movimenti ritmici simili a una danza. Nel testo compaiono numerose figure retoriche, come l’iterazione, l’allitterazione e l’omoteleuto. Il Carmen veniva impiegato durante l’anno in almeno due occasioni: durante le festività di maggio, nelle processioni rituali tra i campi (Ambarvalia), con cui si propiziava la fertilità della terra, e in quelle autunnali, probabilmente al chiuso o in prossimità del Tempio, con funzione di ringraziamento per il buon raccolto.

Parte dell’ampia Silva Moesia acquista così valenze sacrali e prende il nome di Lucus Deæ Diæ, dove il termine lucus indica appunto un bosco sacro, dedicato al culto di Dia e posto sotto la protezione di Marte. Al suo interno sorgevano gli edifici sacri dei Sacerdoti Arvali.

Si deve allo studioso Pellegrini la ricostruzione sistematica della toponomastica del Lucus: la sua pubblicazione del 1865, basata sullo studio dei documenti epigrafici degli Arvali (gli «Acta Fratrum Arvalium», di cui parleremo a breve), è stata la base per tutti coloro che in epoca successiva si sono accinti allo studio dell’area. Il Bosco sacro si sviluppa in pendìo – chiamato «clivus» –, dalla riva del Tevere nell’ansa della Magliana fino alla sommità della collina sovrastante, di Monte delle Piche. La parte rivierasca – chiamata «Antelucum» – ospita il Tetrastylum (in epoca imperiale si aggiungeranno Cæsareum, Balneum, Papiliones e forse il Circo). La parte centrale, intersecata per tutta la lunghezza dalla Via Campana, ospita l’Ædes deæ Diæ (riedificato in epoca imperiale in forme maestose) e quello di Fors-Fortuna. Infine, il settore d’altura si arrampica con un’organizzazione a terrazze fino alla sommità della collina, dove si trova l’Ara sacra dei Lari. Tutte le strutture archeologiche si trovano oggi da due a cinque metri al di sotto dell’attuale piano di campagna.

Quando l’anziano marito muore Acca si ritrova padrona di una fortuna immensa, che cede al Popolo di Roma con una solenne donazione all’Ara Maxima, per poi affrontare la morte mistica immergendosi nelle acque del Velabro. I Romani, in segno di gratitudine, le dedicano la festa annuale dei Larentalia, il 23 dicembre, solstizio d’inverno.

La Lupa, si è detto, compare sin dal mito di fondazione di Roma, e in quello portuense dell’incontro tra l’etrusco Faustolo (Tarun) e la meretrice latina Acca Larentia.

Secondo il linguista Carlo De Simone le parole Roma, Romolus e ficus ruminalis avrebbero una matrice comune nell’etrusco ruma (mammella), che evocherebbe il leggendario allattamento di Romolo e Remo da parte della Lupa. Come l’uomo il lupo è un mammifero, capace di gravidanze gemellari, e la circostanza di un allattamento è rara ma non impossibile.

Acca è una divinità minore, associata a Dia-Cerere e legata all’augurio sacrale di fecondità della terra seminata, grazie al favore dei Lari. Acca prende gli attributi di Larentia e Mater Larum (madre dei Lari); peraltro la parola arcaica «akka» significa anch’essa «madre».

La Lupa è un animale sacro al dio Marte, nume tutelare del popolo latino, presente sin dal mito della fondazione di Roma.

La Lupa compare sotto il ficus ruminalis del Palatino, nell’atto di allattare i gemelli Romolo e Remo, abbandonati dai servitori di Amulio in una cesta alle correnti del Tevere. La personificazione della Lupa è presente inoltre in tutte e tre le culture originarie di Roma: presso gli Etruschi aveva il nome di Aita (con caratteri di divinità infernale); presso i Sabini quello di Soranus (purificatrice e fecondante); infine presso i Latini quello di Lupercus (divinità legata alla pastorizia).

Il nome Lupercus sembra derivare dalla fusione di lupus (lupo) e hirpus (capro). La festa annuale, i Lupercalia, si teneva nella Grotta Palatina il 15 febbraio, con l’augurio sacrale di proteggere le greggi dai lupi, purificare, preparare l’arrivo della imminente primavera. Il rito consisteva nel sacrificio di un cane e di una capra. Per estensione la festa propiziava anche la fecondità delle donne adulte, che i Sacerdotes Luperci, colpivano simbolicamente con dei fuscelli.

L’immagine più famosa della Lupa è il bronzo etrusco del V sec. a.C. conservato in Campidoglio, per il quale Antonio Pollaiolo realizzò nel 1471 la coppia dei Gemellini, in omaggio al mito fondativo dell’Urbe.

Dea dei fiori e della vegetazione, Flora presiede al risveglio primaverile e, in senso ampio, a tutto ciò che sboccia: la gioventù, i sensi amorosi, le belle speranze, spesso con gioia di vivere e scanzonata malizia e, una sola volta l’anno (il 28 aprile, durante la festa dei «Floralia»), con piccanti eccezioni alla morale sessuale.

La sua festa annuale (il 28 aprile, i «floralia») si svolge all’insegna della liberazione dai rigori invernali: a tutti sono consentite piccanti eccezioni alla morale comune e i giovani si inghirlandano con fiori senza timore di apparire vanitosi, scambiandosi petali e corone, o anche fave, piselli e lupini. La celebrazione culmina in danze licenziose.

L’iconografia rappresenta Flora come una fanciulla dal colorito vivo e lineamenti che rispecchiano la freschezza di un fiore.

Abbondano gli aneddoti maliziosi. La dea, ad esempio, possedeva un magico bocciolo, che, strofinato contro il sesso femminile, portava alla gravidanza senza l’intervento maschile: ne fece uso Giunone per concepire Marte, allorché la regina delle dee si decise a negare i doveri coniugali a Giove, a causa dei continui tradimenti. Di Flora si racconta ancora che Zefiro, dio del vento, dopo averla posseduta, acconsentì a sposarla.

Flora aveva a Roma due templi: uno al Quirinale e uno al Circo massimo. Celebre è la sua rappresentazione nella «Primavera» del Botticelli, accanto allo sposo Zefiro, dio del vento.

Gli Arvali conoscono il loro periodo d’oro in Epoca regia, per poi perdere conoscere una progressiva decadenza in Epoca repubblicana. Si sa che al tempo di Giulio Cesare il Collegio degli Arvali era ormai caduto in desuetudine.

 

Tempio di Dia

 

Luogo centrale del Lucus era il Tempio degli Arvali, di cui non rimane oggi alcuna evidenza archeologica. Tale tempio fu  riedificato sotto l’Imperatore Tiberio, e da allora si perdono le tracce del precedente edificio, probabilmente demolito già all’apoca o già in rovina.

Il tempio era dedicato alla divinità arcaica Dia, «protettrice della fertilità della Terra Madre e della maturazione delle messi» (Venditti). Il suo culto è stato studiato dagli archeologi Wissowa e Henzen, i quali assimilano Dia alla dea Cerere.

Augusto riforma completamente Roma e le dà nuove istituzioni. Con esse, Augusto riforma anche la religione tradizionale, depurandola degli elementi superflui che nel tempo si erano accumulati e ripristinando il «mos maiorum», i virtuosi costumi degli antenati. In questo quadro Augusto, intorno al 29 a.C., ripristina l’antico collegio sacerdotale degli Arvali, conferendo ai suoi membri una posizione di grande prestigio all’interno delle nuove istituzioni imperiali. È così che, in un legame ideale con Romolo, Augusto assume la carica di Magister degli Arvali, nominando se stesso «dodicesimo arvale», proprio come per primo fece il suo predecessore Romolo.

L’operazione è, sì, religiosa, ma l’attenzione di Augusto è tutta politica per quanto avviene nella corte imperiale, dove i suoi oppositori di un tempo, nell’impossibilità di continuare ad opporglisi, sono divenuti suoi alleati. Il professor John Scheid, cattedratico della Sorbona, così spiega la riforma augustea degli Arvali: «Augusto volle operarvi un autentico rimescolamento dei differenti strati sociali. Ammettendo sia i vecchi partigiani di Pompeo, sia i repubblicani, sia gli antichi simpatizzanti di Antonio, oltre ai suoi fedelissimi. L’Imperatore ha voluto rifondare la nobiltà romana, mobilitandola al servizio di un unico disegno. Dimenticando le opposizioni del passato tutti dovevano servire in seno ad un sodalizio religioso che aveva per compito di pregare gli dèi per la sicurezza e la grandezza, come pure per la prosperità economica, dell’Impero».

Sotto Augusto agli Arvali viene conferito un nuovo compito: quello di annotare su lastre di marmo, i fatti istituzionali salienti avvenuti durante l’anno. Queste lastre prendono il nome di «Acta Fratrum Arvalium» e sono dei veri e propri documenti storici che per oltre tre secoli ci permettono di conoscere fatti dell’antica storia romana che altrimenti sarebbero andati perduti. La lastra epigrafica più antica a noi pervenuta è datata al 29 a.C. Essa nomina proprio Augusto, a cui attribuisce il fatto di aver rinnovato e rinvigorito il culto arvalico.

Il successore di Augusto, Tiberio, riedifica il Tempio degli Arvali in forme monumentali. Attraverso i pochi resti del basamento e gli studi dell’archeologo Lanciani sappiamo che il Tempio aveva pianta circolare. Lanciani, ipotizzando che il tempio avesse un’altezza pari al diametro, riesce a disegnarne un’ipotetica ricostruzione.

Al centro del tempio doveva trovarsi una sorta di simulacro della Dea Dia, per analogia con altri templi. Si tratta tuttavia di una mera ipotesi, perché di Dia, divinità impersonale, non è giunta ai giorni nostri alcuna statua. È verosimile, tuttavia, ipotizzare che una tale statua, se esistente, avrebbe avuto fattezze e probabilmente il capo cinto di grano.

Del Tempio degli Arvali, a pianta rotonda, è oggi accessibile solo uno spicchio (grossomodo un quarto di circonferenza), che costituisce la fondazione di un edificio moderno sovrastante, dove si trova la celebre osteria la Tavernaccia.

Casale Sodini è un casale rurale ottocentesco, facente parte del nucleo della Borgata Magliana alla Magliana Vecchia.

L’odierno accesso carrabile è da una traversa di piazza Madonna di Pompei, anche se la presenza di un balcone padronale sul lato opposto lascia supporre che l’accesso storico doveva probabilmente trovarsi in direzione della strada che costeggia la stazione ferroviaria (oggi via del Tempio degli Arvali), parallela a via della Magliana.

La tipologia edilizia è quella rurale della campagna romana, ampiamente presente nella zona. Il casale si sviluppa su una pianta quadrangolare, a due piani, con esterni intonacati e coperture a falde e alcuni corpi di fabbrica minori addossati. L’edificio è in buono stato di conservazione ed è adibito a privata abitazione. Il nome popolare deriva da quello di una famiglia che ne è stata proprietaria. Non è purtroppo visitabile ma è agevolmente visibile da strada, dal civico 7 di via dei Martiri Portuensi, 7.

Il casale è stato catalogato dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (repertorio n. 00700749, a cura di Giampaoli & Fracasso).

Il Cæsareum (o Ædes Divum, cioè Tempio dei Divi Cesari) è uno dei templi minori del Santuario degli Arvali, dedicato al culto degli imperatori divinizzati.

Esso fu sicuramente in uso fino al tempo di Gordiano III a metà del III sec. d.C. Gli Acta Fratrum Arvalium riferiscono che in onore dell’imperatore si svolgeva «ante Cæsareum» l’immolazione rituale di un «taurum aureatum» (un toro dorato). Fu riconosciuto e individuato a più riprese già dal Quattrocento. L’umanista Peruzzi fu il primo a fornirne una descrizione. Il sacello misurava m 6,20 x 4,40, con quattro colonne alle estremità, pareti ricoperte di travertino e il lato posteriore absidato. Lo studioso Merchiorri nel secolo scorso raggiunse conclusioni simili. All’interno del Cæsareum si trovavano nove busti di imperatori arvali, che il Peruzzi descrive in questo modo: «Statue numero nove, di imperatori incoronati di spiche di grano […]. Ciascuna havea uno epitaphio e in nel fine dello epitaphio vi era ‘Frati Arvalì ed erano nove epitaphi correspondenti alle nove statue insino a Gordiano». Le statue sono oggi conservate ai Musei Vaticani, nel British Museum, il Louvre e il Castello di Ecouen (Parigi).

Attraverso le lastre epigrafiche degli Arvali è oggi possibile ricostruire quali imperatori, tra i successori di Augusto, ricoprirono il ruolo di Magister Fratrum Arvalium e, in molti casi, se essi si recarono personalmente alla Magliana.

Si sa ad esempio che furono arvali, e svolsero con zelo il loro compito sia Tiberio, che Claudio, che Nerone. Di questi tre imperatori sono attestate visite alla Magliana in cui presiedettero alle celebrazioni.

L’ultimo imperatore-arvale fu, a quanto pare, Gordiano III. L’ultima epigrafe arvalica a noi pervenuta, risale  all’anno 285 d.C. In quest’anno si tenne l’ultima celebrazione pubblica degli Arvali. In quell’anno possiamo considerare esaurito il culto della Dea Dia.

Il Tetrastylum è uno dei templi minori del Lucus deæ Diæ, nominati negli atti degli Arvali. Non è noto archeologicamente. Lo studioso Peruzzi ne colloca la fondazione in epoca arcaica («hoc sacellum ordinatum fuit a Romolo»), attribuendolo alla figura leggendaria del primo re di Roma e arvale.

Il tempio si sviluppava su quattro colonne, poste agli angoli di un basamento quadrato, a sostegno delle travi angolari e del tetto («Tetrastyla sunt, quæ subiectis sub trabibus angularibus columnis et utilitatem trabibus et firmitatem præstant». Vitruvio, De architectura VI, 3.3). Il Tetrastylon compare effigiato nella monetazione di Tiberio. Lo spazio sacro era aperto alla vista, non protetto da muri. All’interno dovevano trovarsi un idolo e i «triclinia» (le sedute) per i confratelli arvali. Peruzzi ipotizza fosse dedicato ai riti tradizionali della benedizione del grano e del suolo («ad benedicendum granum et agrum»). Peruzzi riferisce inoltre il ritrovamento di un basamento rettangolare, tra il Tempio di Dia e le Terme, ritenendola una riedificazione del Tetrastylon in epoca antoniniana («sic restauratum ab Antonino»). Tale base appartiene però con probabilità maggiore al Cæsareum.

Nel santuario arvalico si trovavano anche un piccolo circo, nel quale si disputavano giochi sportivi. Esso è nominato più volte dagli Acta ma non è stato individuato archeologicamente: probabilmente si trattava di poco più che un campo sterrato.

Vi erano inoltre degli edifici civili, con grandi camerate ad uso di foresteria per i sacerdoti Arvali, che negli Acta erano nominati come «Papiliones» (padiglioni). Gli scavi hanno restituito nel tempo numerosi resti di murature: ma chissà mai quali di essi erano proprio i Papiliones!

 

Balneum

 

Il Balneum è un impianto termale di piccole dimensioni (lato maggiore 35 m, superficie 600 m2), situato nel Bosco degli Arvali.

Sorge lungo l’antica Via Campana, a 150 m dal Tempio di Dia, non distante dagli altri edifici non archeologicamente noti del Tetrastylum, Cæsareum, Tempio di Fortuna. Si componeva di locali a differente temperatura (frigidarium, tepidarium e calidarium), laconicum (sauna), destrictarium (spogliatoio), spazi conviviali e latrina. Vi sono 6 piscine dai mosaici policromi o in tessere bianche e nere, con motivi marini e vegetali. Il Balneum è stato costruito nel 222 d.C. e ha continuato a vivere, come casale rustico, fino all’Alto Medioevo. Ad inizio Ottocento, sulle rovine del Balneum, è stata edificata la Casa Agolini. Le campagne di scavo risalgono al 1975.

In archeologia balneum significa piccolo impianto termale.

Misura in tutto 600 m2, e il lato maggiore è lungo 35 m. Si compone di 15 vani e 6 piscine. Dal vestibolo diviso in tre aulette affiancato dalle latrine collettive si accede a una grande sala conviviale, con pareti absidate dalle graziose nicchie e colonne marmoree a sorreggere la volta dagli ampi lucernari. Di lì una porta immette nel frigidarium, sul cui pavimento si aprono due piscine dai mosaici policromi. Il piccolo tepidarium è seguito dal destrictarium (spogliatoio) e dal laconicum (sauna). I due ambienti del calidarium sono dotati di vasche a diversa temperatura, alimentate dalle fornaci. Il circuito si completa con un tepidarium per il ritorno a temperatura ambiente.

La struttura risale al 222 d.C. Ha funzionato fino all’anno 340. Gli ambienti continuano a vivere, prima come fornace e poi come casale rustico, fino all’Alto Medioevo.

Durante una campagna di scavo, avvenuta in Vaticano nel 1778, viene ritrovata un’epigrafe (CIL VI, 32388), riconosciuta come Acta Arvalium. La sua importanza è peculiare, poiché essa, oltre ad essere datata (29 maggio dell’anno 218 d.C.), ci ha trasmesso il testo del Carmen Arvale. Il testo è quello in latino arcaico del VI sec. a.C., così come riproposto da Augusto nel quadro delle sue politiche di restaurazione del mos maiorum.

La prima campagna di scavo alla Magliana, avviene nell’anno 1867, nell’area del Tempio degli Arvali, sotto la direzione di dell’archeologo Wilhelm Henzen, direttore dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma. Sponsorizzarono l’operazione il re Augusto di Prussia e sua moglie Guglielmina.

[Inserire qui notizie degli scavi successivi]. In particolare: Robert Schilling per gli studi generali e John Scheid per gli scavi recenti.

Ad inizio Ottocento, sulle rovine del Balneum, viene edificato l’edificio rurale di Casa Agolini, reimpiegando i resti dell’impianto termale come fondazioni del nuovo edificio.

Il caseggiato sorge al civico 585 del vecchio tratto di via della Magliana presso vicolo dell’Imbarco, caratterizzato dalla presenza di casali di tipo rurale tradizionale dell’Agro Romano e dalle costruzioni del Primo Novecento della Borgata Magliana. Casa Agolini si compone di un doppio corpo di fabbrica a pianta mistilinea, a due piani, e di una serie di corpi di edificazione più recente. Le murature sono in tufo, laterizio e pietre coperte ad intonaco. Il nome popolare di Casa Agolini deriva dal cognome di una delle famiglie proprietarie (attualmente appartiene alla famiglia Mazzocchi). L’edificio è stato studiato nel 2005 dall’architetto Jean Rosa Peixoto De Oliveira per le Belle Arti (repertorio n. 00970756) e risulta identificato tra i «beni di interesse estetico tradizionale».

Le campagne di scavo risalgono al 1975 e al 1981, e sono state svolte dall’École Française. Lo scavo è oggi reinterrato: investiva la cantina di Casa Agolini e parte del terreno circostante.

 

Memorie della Via Campana

 

La Villa del Torcularium al Parco dei Medici è un edificio romano di epoca repubblicana, così chiamata per la presenza di una vasca, identificata come un probabile torcularium, cioè un impianto per la pigiatura dell’uva. L’edificio risale alla fine del II sec. a.C. e consiste in due ambienti in opus incertum (A e B), più un terzo ambiente scavato parzialmente (C), dal quale è affiorata una canaletta in opus spicatum. Nell’ambiente A, salendo due gradini, si accede alla vasca per la pigiatura dell’uva (D), rivestita in cocciopesto. Nel I sec. a.C. l’edificio viene ampliato con una seconda vasca in opus reticulatum, anch’essa foderata in cocciopesto (E), e con altri due ambienti (F e G), dei quali restano le fondazioni. Accanto alla seconda vasca si trova un pozzo circolare (H). Il complesso sopravvisse fino al III sec. d.C. A nord della villa è stato rinvenuto un tratto di strada basolata. Il sito è emerso casualmente, durante lavori per la realizzazione del Campo da golf di Parco dei Medici. Nella relazione degli scavi della Sovrintendenza Archeologica (1989) Laura Cianfriglia scrive: «Vasche e canaletta indicano che questa era la zona produttiva della villa. Lo scavo è parziale e incompleto. Non vi sono quindi elementi per comprendere se le strutture appartengono ad una villa più estesa dotata anche di una parte residenziale, o se è un edificio di solo utilizzo rustico».

I Ponti di Parco de’ Medici sono un sistema di attraversamenti fluviali di età romana, sito nella località omonima alla Magliana vecchia. Per quanto noto, la proprietà è privata e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada. è stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (scheda inventariale presso l’Ente).

La Villa romana dell’Infernaccio è una sontuosa villa rustica del II sec. d.C., cui fu aggiunto, nel III sec., un impianto termale. Essa si trova in via della Magliana, 854, in località Colle dell’Infernaccio, da cui prende il nome. Nel 1976, durante lavori agricoli presso il Casale dell’Infernaccio, emergono resti di murature. Essi vengono indagati dalla Soprintendenza, con una prima campagna di scavi tra il 1982 e il 1983. Segue una seconda campagna di scavi, nel 1988. Lo scavo è incompleto. Si ignora l’epoca di abbandono del sito.

La villa romana dell’Infernaccio risale al II sec. d.C. ed è stata in massima parte oggetto della prima campagna di scavi (1982-83): dagli scavi emergono una serie di ambienti con murature in opus mixtum. Un peristilio e due ulteriori ambienti sono stati scavati nel 1988. Nel III sec. la villa si amplia con una serie di locali per le terme. È probabilmente in questa fase che la villa viene restaurata, con alcuni aggiustamenti delle pavimentazioni in marmo. L’ambiente 2 presenta pavimenti decorati in mosaico bianco e nero.

Nel III sec. la villa viene ampliata, con l’aggiunta di una serie di ambienti termali, e con l’aggiunta di una cisterna, con la funzione di alimentare l’impianto termale. L’edificio termale è in opus vittatum, e riadopera mattoni e tufelli.

L’impianto è del tipo a padiglione indipendente.

L’ambiente 1 è decorato con pavimenti in opus sectile e lastre di marmo di forma irregolare.

L’ambiente 6 è stato riconosciuto come un præfurnium.

I mosaici dell’ambiente 6 sono in mosaico policromo.

Gli ambienti 5, 7 e 8, dotati di suspensuræ, costituiscono la zona riscaldata delle terme.

L’ambiente 4 ha pavimenti in marmo cipollino. Ciò fa pensare che si tratti del frigidarium, in analogia con altre ville dell’Agro Romano. Frigidaria con elementi in marmo cipollino sono stati ritrovati nella Villa dei Quintili sulla Via Appia, nella Villa di Livia di Prima Porta, a Tivoli alla Villa Adriana.

L’ambiente 4 è decorato con pavimenti in opus sectile e lastre di marmo di forma irregolare.

L’ambiente 5 ha bipedali su suspensuræ.

L’ambiente 8 è decorato con pavimenti in opus sectile e lastre di marmo di forma irregolare.

Gli ambienti 1, 3, 4, 5, 8 presentano tracce di rivestimenti marmorei.

Nel vicino Casale vengono raccolti rocchi e basi di colonne, capitelli e parti di iscrizioni, blocchi di travertino e di marmo, rinvenuti durante i lavori agricoli.

Negli anni 1982-83 si identificano ben 20 ambienti appartenenti a un edificio termale, scavandone per intero solo due.

L’ambiente 1, con muri in opus vittatum, ha il pavimenti in lastre di marmo di Carrara, di dimensioni irregolari, delimitate da lastre di marmo bigio, con restauri,

L’ambiente 2 ha il pavimento in mosaico bianco e nero., di cui resta un piccolo frammento in situ.

L’ambiente 3 viene scavato solo in parte. Ha il pavimento in marmo.

L’ambiente 4, costruito in opus vittatum, nìconserva nei muri nord e ovest parti del pavimento in mattoni alternati a tufelli per opus retivulatum di reimpiego.

Le pareti dell’ambiente 4 conservano tracce e frammenti di lastrine di marmo, mentre il pavimento è in grandi lastre rettangolari di marmo cipollino, di dimensioni diverse, con tracce di restauri.

A nord, due gradini, danno acceso all’ambiente 5, scavato solo in parte e danneggiato dalla posa di tubature moderne. I muri sono in opus vittatum, con tracce di rivestimento marmoreo. Il pavimento è in lastre rettangolari di marmo di Carrara, di diverse dimensioni, che poggiano su un piano di bipedali sorretti da suspensuræ.

L’ambiente 6 a un certo punto viene rifatto per trasformarlo in præfurnium. I muri sono in opus vittatum ma riadoperano anche tufelli per opus retivulatum. Nell’ambiente 6 resta parte di un mosaico con grosse tessere policrome irregolari, e nell’angolo est sono rinvenute quattro lastre di marmo bianco, che delimitano un’artura quadrangolare non meglio specificata.

L’ambiente 7, secmpre con i muri in opus vittatum che riadoperano tufelli per opus reticulatum, ha le suspensuræ fatte con bessali. Il pavimento superiore è andato distrutto.

Anche l’ambiente 8 ha le suspensuræ, e conserva alcuni resti del pavimento in marmo cipollino e bianco-grigio venato.

Alle pareti si vedono tracce di rivestimento marmoreo.

A nord della villa si è rinvenuta una cisterna che funziona tutt’ora, di cui però non esiste planimetria e non si conosce nulla di preciso.

Nel 1988 la Soprintendenza ha eseguit nuovi scavi più a sud, identificando due ambienti con muri in opus mixtum che hanno il pavimento fatto con lastre di marmi diversi, e conservano tracce di rivestimento marmoreo alle pareti. Si sono identificate nove colonne abbattute, il cui allineamento fa pensare che qui vi fosse un vasto peristilio.

È un edificio termale e parte di una villa.

Pavimenti.

La presenza di mosaico e opus sectile indica che questa era la parte residenziale della villa. L’uso del marmo cipollino nell’ambiente 4 lo fa interpretare come frigidarium in base all’analogo impiego di tale marmo in altre ville del territorio intorno a Roma.

Struttura.

A quanto sembra la villa ha un nucelo originario costruito in opus mixtum, del II sec. d.C.

Esso, nel corso del III sec. viene ampliato aggiungendovi un impianto termale, costruito con muri in opus vittatum che reimpiega tufelli per opus reticulatum.

Di quest’ultima lo scavo ha messo in luce la parte riscaldata, con pavimenti in opus sectile, marmo e mosaico.

Sembra che la villa sia stata molto estesa. La sua ricchezza è attestata dalla presenza di marmi e dal fatto che la terma è aggiunta in un’epoca relativamente tarda. Nulla si sa della cisterna che la alimenta, né di un’eventuale zona produttiva.

La cisterna

A questa fase edilizia risale probabilmente anche la cisterna.

È una cisterna fuori terra, situata a nord della villa.

La cisterna non è stata indagata: del resto essa è ancora oggi funzionante.

Nell’area della Magliana Vecchia esistono cinque siti archeologici in corso di studio da parte della Sovrintendenza: la Struttura tardo-repubblicana, il Manufatto romano alle Idrovore, la Strada arcaica al Monte delle Piche, la Villa romana allo Svincolo Alitalia e i recenti Ritrovamenti di via della Magliana in Località Muratella.

 

Catacombe di Generosa

 

Le Catacombe di Generosa sono una cava romana, un cimitero cristiano e infine un santuario, legato alla memoria dei Martiri Portuensi (303 d.C). La galleria principale (Spelonca Magna) conduce alla Tomba di Generosa, decorata con l’affresco del Buon Pastore, e di lì alla Tomba dei Martiri, con il grande affresco della Coronatio Martyrum, che raffigura i santi Simplicio, Faustino e Beatrice nell’atto di ricevere la corona del martirio. Iniziano a questo punto le gallerie cimiteriali vere e proprie, estese per 2600 m2 con loculi in 3 o 4 ordini. Due diverticoli danno accesso al Cimitero degli Infanti e alla Camera etrusca. L’uso cimiteriale cessa nel 382, con l’edificazione in superficie della Basilica Damasiana e la trasformazione dell’area in santuario. Il sito è stato abbandonato nel 682; la riscoperta avviene nel 1868, ad opera dell’archeologo De Rossi.

 

Il nostro percorso nelle Catacombe di Generosa inizia da un casotto in mattoni, realizzato nel Primo Novecento. Internamente, ai lati del robusto portone in ferro, troviamo murate due grandi lastre di marmo, la più celebre delle quali è l’Epitaffio di Elio Olimpio. L’epitaffio è il primo degli oggetti fuori posto che troveremo nel nostro percorso: si tratta di materiali che non appartengono originariamente alle Catacombe, ma al sovrastante Oratorio Damasiano, che i restauratori hanno ricoverato in galleria per proteggerli dalle intemperie. In questo capitolo ci limitiamo a segnalarli, mentre le descrizioni sono in quello sull’Oratorio Damasiano. Superati alcuni scalini in discesa ci ritroviamo quindi in un’ampia grotta, e siamo già nella parte più antica, appartenente alla fase edilizia della cava di tufo di Epoca repubblicana.

La cava consisteva in un impianto estrattivo in galleria, nel quale gli ergastolani – schiavi o uomini che avevano perduto la libertà per debiti o gravi delitti – erano condannati a vita a cavare pietre a colpi di piccone. Una vita terribile, abbrutita e senza speranza di tornare a vedere il sole. I materiali, estratti in grandi frammenti, venivano portati in superficie, raffinati in blocchi o polverizzati in pozzolana, e quindi avviati alla vendita. La cava non produceva il pregiato tufo rosso lionato della vicina cava di Pozzo Pantaleo, ma il dignitoso cappellaccio romano dal colore grigio-bruno, buono soprattutto per fare mattoni a basso costo e malta cementizia.

La grotta dove ci troviamo ha il nome moderno di Spelonca Magna: spelonca magna è il nome convenzionale con cui gli archeologi indicano la grotta più grande di una catacomba. In ogni catacomba che sia stata in precedenza anche una cava è presente un ambiente di grandi dimensioni, chiamato «ergastolum», in cui la sera, terminate le attività estrattive, erano riposti gli strumenti di lavoro insieme con gli schiavi, considerati strumenti di lavoro anch’essi. Testimonierebbe questa funzione la presenza di un pozzo per l’approvvigionamento di acqua, il cui orlo in terracotta è ancora oggi visibile. Avanziamo all’interno della Spelonca e segnaliamo altri materiali fuori posto: frammenti di colonne scanalate provenienti dall’Oratorio sovrastante.

Ancora avanti, sulla sinistra, troviamo un diverticolo cieco che conserva parte del frontone dedicatorio dell’Oratorio (anch’esso fuori posto) e un deposito in catasta di tegole, queste sì provenienti dalle gallerie cimiteriali. Altre tegole sono murate alle pareti e ben visibili, perché recano impressi sigilli di fabbrica di epoche diverse, a partire da quella più antica, del tempo di Domiziano (regnante dall’81 d.C.). Ciò ci permette di ipotizzare che nel I sec. d.C. la cava di tufo si sia esaurita (lo testimonierebbero nelle gallerie periferiche alcune brusche curve a gomito per evitare gli strati di roccia dura) e sulle gallerie in disuso si sia innestato un uso funerario.

Al termine della Spelonca scorgiamo, senza potervi purtroppo accedere, un diverticolo che nel punto più stretto misura solo 40 cm, dal quale si distacca un ipogeo a pianta quadrata, chiamato dagli archeologi Camera etrusca. Il curioso nome ci viene spiegato dallo studioso locale Emilio Venditti: «Al momento della scoperta questo ambiente era completamente murato. Entrando, gli scopritori trovarono, scavato nella parete di tufo, un grande loculo aperto, come un letto, sul quale era composto uno scheletro secondo l’usanza degli Etruschi, come si ritrova sovente nelle tombe di Cerveteri e Tarquinia». Accanto al letto funerario si trovano nicchiette parietali per la deposizione delle urne cinerarie. I materiali marmorei presenti nell’ipogeo provengono invece dall’Oratorio sovrastante.

Attiene probabilmente ad un contesto pagano anche il primitivo impianto di un altro ipogeo, l’ipogeo principale della catacomba, chiamato dagli archeologi Tomba dei Martiri. Esso aveva in origine la forma di un ampio camerone a pianta rettangolare. Alla fine del IV sec. esso viene modificato e ristretto, con l’inserimento di due finte pareti in laterizio, ma un’ispezione moderna attraverso un foro ha rivelato che al di là di una di esse si trova una soglia bisoma, cioè una doppio letto funerario simile a quello della Camera etrusca.

Una terza struttura, diversa dalle prime due, è chiamata dagli archeologi Tomba di Generosa e presenta una conformazione ad arcosolio (letteralmente: arco + soglia), cioè una nicchia di modeste dimensioni coperta da un arco ribassato: si tratta di una tipica struttura funeraria del I sec., deputata ad accogliere l’urna cineraria di un defunto di rango. La pratica dell’incinerazione non appartiene sicuramente al mondo cristiano, perché si riteneva che essa pregiudicasse, nel Giorno del Giudizio, la Resurrezione della carne.

La presenza di tre tombe atipiche ravvicinate ci fornisce sicuramente l’indizio della presenza di un settore necropolare pagano; tuttavia l’ipotesi di un uso pagano della catacomba, precedente a quello cristiano, è per lo più avversata. Venditti al riguardo interpreta le tombe atipiche come fenomeni di resilienza: la comunità locale, di fede cristiana, avrebbe continuato per consuetudine a praticare gli usi funerari che aveva un tempo.

Altra ipotesi degna di considerazione è che usi funerari pagani e cristiani abbiano convissuto, in settori non contigui della cava, già dal tempo di Nerone, ben due secoli prima della nascita ufficiale della catacomba. Sembrerebbe suffragare questa ipotesi la presenza di tegole sigillate del I e II sec. su loculi cristiani. I sigilli sono un timbro impresso sulla terracotta non ancora indurita, al momento della fabbricazione. Venditti ritiene che si tratti di vecchi materiali trasmessi dal I al IV sec. per ragioni di economicità: «Questo sta a significare – scrive lo studioso – che i rustici abitanti della Magliana, gente povera e semplice, per la chiusura dei loculi riutilizzò vecchio materiale in disuso».

Usciamo dalla Spelonca Magna ed entriamo nella Tomba dei Martiri.

Nel capitolo sulla Via dei Martiri narriamo diffusamente le biografie dei Santi martiri titolari delle Catacombe di Generosa: i fratelli Simplicio, Faustino e Beatrice, e il loro carnefice, il militare romano Rufo. Qui ci limitiamo a riassumerla, raccontando che, secondo la Passio altomedievale, i primi due fratelli, Simplicio e Faustino, vengono catturati durante la feroce persecuzione di Diocleziano del 303 d.C. e quindi vengono condannati e uccisi; e sorte analoga tocca poco dopo alla terza sorella, Beatrice, e al militare Rufo. La loro sepoltura nella cava di tufo ne determina la trasformazione in cimitero cristiano, con il nome di Cimiterium Generoses (che in latino classico si ritrova anche come Cœmeterium Generosæ).

La Tomba dei Martiri, accennavamo, ha oggi dimensioni apparentemente modeste: poco più grandi della galleria che vi dà accesso. In realtà le due finte pareti in laterizio celano nell’ampia superficie originaria due ambienti segreti – le due cripte –, destinate alle sepolture dei martiri. La parete di sinistra (quella affrescata) celava la Cripta di Simplicio e Faustino, deposte sulla soglia bisoma di cui abbiamo detto in precedenza. La parete di destra (con laterizi a vista) celava la Cripta di Beatrice, dei presbiteri Crispo e Giovanni e, probabilmente, anche quelle di Rufo.

Facciamo ora pochi passi indietro e arretriamo fino alla nicchia ad arcosolio chiamata Tomba di Generosa. Sebbene non vi sia l’evidenza storica che si tratti proprio della sepoltura di Generosa, antica padrona della cava, l’ipotesi è generalmente condivisa, in ragione della consuetudine di riservare gli arcosolii alla personalità più importante del complesso funerario. Alla base della nicchia sotto l’arco ribassato si trova una mensola in marmo, sopra la quale venivano deposte offerte e lumini ad olio. La spalletta di destra è decorata a fresco, con la raffigurazione del Buon Pastore, mentre quella di sinistra presenta una Scena pastorale. Anche la parete frontale aveva in antico decorazioni a fresco, oggi perdute: Abramo che immola il figlio Isacco e la Misericordia del Signore per Isacco. Completava la decorazione la figuretta a fresco di un Orante (un uomo in preghiera), anch’essa perduta, nella lunetta interna. Le pitture sono state descritte per la prima volta da Giovan Battista de Rossi in La Roma sotterranea cristiana (1887), e studiate dagli archeologi tedeschi Wilpert e Styger.

La spalletta di destra dell’Arcosolio di Generosa raffigura un giovane dalla corta tunica, ornata con una doppia croce gammata (simbolo solare di origine orientale, simile ad una moderna svastica, ma con tutt’altro significato!); ha nella mano destra un flauto di Pan (un flauto pastorale con canne di lunghezza diversa) e rivolge lo sguardo a due pecore, una delle quali «solleva verso di lui il muso, quasi in atteggiamento di ascolto» (Venditti). Una scritta didascalica oggi svanita riportava la parola latina «pastor» (pastore).

Si tratta molto probabilmente di un riutilizzo – ottenuto mediante la sovrapittura delle croci gammate e l’aggiunta dell’epigrafe didascalica – di un precedente affresco ispirato al tema pagano di Orfeo. Orfeo è il cantore greco capace di ammansire le belve feroci con la musica, che per amore della defunta Euridice si avventura fin nell’Ade per cercarla e riportarla indietro nel mondo dei vivi. In questo viaggio nell’oltretomba Orfeo vince la paura facendosi forza della musica del suo flauto. Anche le belve infernali erano ammansite dall’armonia delle sue note. In un contesto cristiano Orfeo diviene la rappresentazione simbolica dell’episodio evangelico del Buon Pastore. «II Pastore è l’immagine di Cristo – scrive Venditti –, buon pastore che ama e cura le pecore del suo gregge, fino ad andare alla ricerca della pecorella smarrita e, dopo averla ritrovata, la pone sulle sue spalle e la riconduce all’ovile». Il flauto a canne ha «il significato allusivo della parola di Dio che diviene musica dolce».

Gli affreschi della parete frontale (oggi perduti) erano una composizione in quattro scene, disposte sul fornice che corona l’arcosolio. Di esse, due sono state danneggiate già in antico, mentre le altre sono state interpretate come Abramo che immola il figlio Isacco (in alto) e la Misericordia del Signore per Isacco (in basso). La prima scenetta, sormontata dall’epigrafe «Abraham», raffigura il patriarca biblico nell’atto di sacrificare con una lama affilata il suo unico figlio Isacco, in obbedienza al comando di Dio. La seconda raffigura il montone che prende il posto di Isacco come offerta sacrificale: «Dio non abbandona l’innocente nelle mani del carnefice ma al momento opportuno viene in suo soccorso e lo salva, poiché è Signore misericordioso e giusto» (Venditti).

Una figuretta a fresco (anch’essa perduta) era presente anche nella lunetta della parete interna dell’arcosolio e viene interpretata come un orante, cioè un uomo in piedi con le braccia aperte in atto di preghiera.

La spalletta di sinistra si presentava invece, al momento della riscoperta nel 1868, non più visibile a causa del muro di sostruzione grossolanamente realizzato nel 682 dai restauratori di Papa Leone II. Essa venne rimossa e ricomparve una semplice e serena Scena pastorale.

Riprendiamo adesso il percorso verso la Tomba dei Martiri, e segnaliamo, subito dopo di essa, un tratto di galleria adibito dai restauratori a Tabularium, cioè un deposito di lapidi marmoree: provengono tutte dall’Oratorio insuperficie.

Dopo il Tabularium ci ritroviamo nel dedalo delle gallerie cimiteriali scavate nel tufo. La loro superficie complessiva è stimata in 2600 m2. Esse disegnano complessivamente, su un unico livello, un circuito, al termine del quale ci ritroviamo nuovamente nella Tomba dei Martiri.

Gli incroci, le diramazioni e i gomiti sono contrassegnati da piccole nicchie profonde pochi centimetri, che in antico ospitavano le lucerne. Attraverso deboli emissioni luminose esse mostravano ai familiari in visita ai propri defunti il percorso da seguire, come una sorta di segnaletica interna. Inoltre, gli olii di combustione delle lucerne, aromatizzati con profumi, mitigavano gli odori cimiteriali, non certo gradevoli.

Le gallerie nel complesso si presentano tutte piuttosto anguste e irregolari, prive di aria e di luce: nessuna di esse è quindi idonea a lunghe permanenze, riunioni o assembramenti, come talvolta capita di vedere nelle prime produzioni del cinema americano. Le assemblee eucaristiche si tenevano  fuori dalle catacombe, nelle case dei credenti che diventavano per l’occasione delle «domus ecclesiæ», cioè ritrovi di credenti. La preghiera in catacomba aveva per lo più in forma di raccoglimento individuale o in gruppi parentali, con lo scopo di suffragare le anime dei defunti o venerare le spoglie dei Martiri, chiedendo loro intercessione e protezione. In superficie si praticava anche il banchetto funebrerefrigerium» o agape fraterna), a ridosso del funerale o nella ricorrenza annuale della morte del congiunto.

I loculi sono posti orizzontalmente l’uno sopra l’altro, in tre o quattro ordini, o eccezionalmente anche in cinque. La loro densità è variabile: l’area a ridosso della tomba dei Martiri è satura; ma man mano che ci si allontana la densità diminuisce, e nei settori periferici vi sono persino gallerie inutilizzate. I loculi hanno generalmente la forma del corpo del defunto: sono scavati con maggior profondità nella parte del torso, e sono più stretti verso gambe e piedi. I defunti non portavano con sé nel loculo alcun corredo funerario: niente moneta di Caronte per passare l’Acheronte, monile o altri oggetti cari. I corpi erano semplicemente avvolti in un sudario (un telo di lino bianco), con la funzione di preservare l’unità del corpo in attesa della Resurrezione. Esternamente i loculi erano chiusi con tegole (tavelloni di terracotta), legati fra di loro con malta di calce.

La quasi totalità delle tegole non reca inciso il nome del defunto: «I senza nome sono la stragrande maggioranza», osserva Venditti. Dio conosce il nome di ognuno sin da prima della sua nascita, e non ha bisogno di leggerlo. Tanto più che gli abitanti dell’antica Magliana erano per lo più analfabeti. Scrive Venditti: «Per i contadini della zona, cristiani molto semplici e spesso poveri, era sufficiente riposare il più vicino possibile accanto ai Martiri in attesa della Resurrezione: qualsiasi ornamento esteriore sarebbe stato superfluo». Tra le poche epigrafi con nomi dei defunti incisi nella terracotta, segnaliamo una piccola lapide, collocata nella Camera etrusca, che riporta al caso genitivo il nome della proprietaria «Viviane» (Vivianæ in latino classico), e un’altra lapide che sulla malta riporta il nome della defunta Paola, salita a Dio nell’anno 372 d.C.

Tra le poche incisioni simboliche vanno ricordate quelle di una colomba che si leva in volo, e un’altra con una colomba con un ramo d’ulivo nel becco. Esse rappresentano, riporta Venditti, «l’anima innocente liberata dal peso del corpo, che raggiunge la pace di Dio». De Rossi segnala anche un paio di incisioni cruciformi, simbolo iconografico piuttosto raro nelle catacombe poiché la croce era ancora associata al castigo per le condanne capitali. Ben più frequente è il simbolo del chi-rho, dove le lettere greche chi (Χ) e rho (Ρ) formano il monogramma di Kristos (Cristo). Al cristogramma si accompagnano spesso le altre lettere alpha e omega (Α e Ω, prima e ultima dell’alfabeto), ad evocare il motto evangelico «Cristo, redentore e salvatore è il principio e la fine» (S. Giovanni). Altre epigrafi, annotate da De Rossi, riportano: «Dio è tutto», «Sei nella pace», «Vivrai». De Rossi segnala, in una specifica galleria, la presenza di epigrafi in lingua greca, purtroppo non facilmente interpretabili. Le ipotesi sono due: che si tratti di stranieri di lingua greca che vivevano alla Magliana (circostanza più volte attestata), o che si tratti di appartenenti alla comunità bizantina di Roma, venuta a Roma nel Tardo Impero al seguito del generale Belisario.

L’esigenza pratica di riconoscere tra tante tombe anonime quella di un proprio congiunto è assolta però dai c.d. graffiti mnemonici, incisi sui tavelloni o sulla malta ancora fresca. Si tratta di frequenti combinazioni di asticelle, disegni geometrici e piccoli cerchi, ricavati incidendo con una canna la malta, o ancora pigiando sassolini nella malta non indurita. Il cimitero sotterraneo si presenta quindi «povero di reperti archeologici, ma ricchissimo di penetrante eloquenza, capace di trasmettere l’universale messaggio della fede» (Venditti).

La percorrenza in galleria, dopo una serie di curve, ci porta alle spalle della Tomba dei Martiri, in una galleria cieca che prende il nome di Cimitero degli Infanti. La caratteristica di questo settore è la presenza di tombe di piccolissime dimensioni, riservate alla sepoltura dei bambini. Scrive Venditti: «La vicinanza, anche fisica, dei corpi dei piccoli defunti con il sepolcro dei Santi rivela il valore che gli antichi attribuivano all’innocenza, tanto da avvicinarla idealmente alla santità di coloro che avevano testimoniato la fede fino a morire per essa». Il numero di loculi degli infanti, in rapporto al numero complessivo di sepolture della catacomba, è elevatissimo, attestando il dato di una forte mortalità infantile.

Ritornati in galleria la percorrenza prosegue, diramandosi spesso in diverticoli laterali, che si replicano uguali a se stessi. Taluni di essi sono ciechi, con termine nella roccia nuda, o in pareti di sostruzione in laterizio, e chiusura di antiche frane. In particolare due frane sono ancora oggi ben evidenti: quella nella Galleria dei Francesi, la più lunga dell’intero cimitero, che ha ceduto in prossimità delle cantine di un vicino condominio, e la Galleria della Camera etrusca, dove la frana avvenuta già in antico ha interrotto un importante tratto che raggiungeva il cuore della collina, alle spalle dell’Oratorio Damasiano, e ne usciva presso l’attuale Parco Gioia (dove è riconoscibile il terminale d’ingresso).

Da notare infine che le ultime diramazioni sono sprovviste di loculi. Vi era stata, nel 382 d.C., la promulgazione degli Editti antipagani: si trattava di un complesso di norme che rendono legale la sepoltura in superficie, e segnano, di fatto, la fine delle funzioni cimiteriali della catacomba, e l’inizio di una sua seconda vita per il sito.

Nell’anno 382 viene abolita l’«immunitas» (immunità), cioè quell’istituto del diritto romano che – in epoca di cristianesimo trionfante – garantiva comunque l’inviolabilità dei luoghi consacrati alla religione tradizionale. Questo cambio di leggi investe anche il Lucus Fratrum Arvalium dove si trova la catacomba di Generosa: dall’oggi al domani diventa possibile l’abbattimento degli alberi sacri alla Dea Dia e l’edificazione di nuovi volumi fuori terra.

Sopra le catacombe viene così realizzata una basilica di superficie. Siamo nell’anno 382, al tempo di Papa Damaso (366-384). I suoi architetti operano un ingente sbancamento in un fianco della collina e innalzano sopra le catacombe una costruzione a pianta basilicale. L’impianto è del tipo «ad corpus», cioè con l’altare della basilica di superficie allineato al di sopra della Tomba dei Martiri. Questo comporta una serie di importanti interventi strutturali sulle fragili volte delle catacombe, per renderle idonee a sopportare il peso dell’edificio fuori terra. La Spelonca Magna viene rinforzata con poderose mura di sostruzione, fino ad assumere l’aspetto odierno di galleria a volte bottate sorrette da arcate in laterizio. È in questa fase che la Tomba dei Martiri viene ristretta: due pareti di sostruzione in posizione mediana lasciano al centro il semplice camminamento che vediamo ancora oggi, mentre i due settori laterali si chiudono a formare altrettante stanze segrete per la custodia delle venerate spoglie.

In superficie, nell’abside della nuova basilica, viene creato il nuovo ingresso delle catacombe. Si tratta di una piccola porta, che prende il nome di «Introitus ad Martyres». Accanto all’Introitus viene realizzata la «fenestella confessionis», cioè la finestrella della confessione, dove il genitivo «confessionis» deriva dall’appellativo di confessori della fede con cui erano chiamati i primi martiri. «Si trattava di una piccola finestra chiusa da una grata – scrive Venditti –, che consentiva ai fedeli riuniti nella basilica di stabilire un contatto visivo con la cripta martiriale, e di calare all’interno dei piccoli pezzi di stoffa legati con una cordicella: essi diventano reliquie per contatto».

La nuova conformazione edilizia, insomma, segna un passaggio funzionale: da cimitero locale a santuario per la venerazione dei Martiri; gli utenti non sono più i defunti locali ma pellegrini provenienti da tutta la comunità imperiale. Se si escludono i santuari nelle località portuali di Porto e di Ostia, la Basilica di Papa Damaso è il primo santuario che si incontra in avvicinamento a Roma.

Ma il momento di splendore è destinato a durare davvero poco: meno di trent’anni. Tre decenni dopo l’edificazione della basilica di superficie le campagne intorno a Roma si fanno insicure: le tribù gotiche cominciano a calare dal Nord, portando con sé morte, saccheggi e carestia. Il barbarico condottiero Alarico assedia Roma in tre anni di fila: 408, 409 e 410. In realtà il Territorio Portuense non ne viene neppure lambito, ma il Sacco di Roma, avvenuto il 24 agosto dell’anno 410, viene percepito dalla società romana intera come una cesura epocale, un evento millenaristico. Sant’Agostino nel De civitate Dei non ha dubbi nell’interpretare la Caduta di Roma come il chiaro segnale dell’imminente Fine dei tempi predetto dalle Sacre Scritture.

In questo clima da finimondo si colloca nella nostra catacomba l’aggiunta di un nuovo elemento: l’affresco della Coronatio Martyrum. Letteralmente «coronatio Martyrum» in latino significa incoronazione dei Martiri, e il tema dell’affresco è una visione apocalittica, cioè uno sguardo su un futuro prossimo e imminente in cui Cristo-giudice tornerà sulla terra per giudicare i vivi e i morti. E «i santi marceranno» al suo fianco, come dice un moderno canto spiritual: in quel giorno, assicura l’ignoto autore dell’affresco, anche i santi titolari della catacomba di Generosa marceranno al fianco del Redentore, e da lui riceveranno la corona del martirio, cioè il premio finale della vita eterna.

Anche dal punto di vista stilistico siamo su un punto di cesura: tra la fine dell’arte tradizionale romana e l’inizio di quella bizantina, in un contesto dove convivono le regole della pittura figurativa latina (con i tratti dei volti del tutto realistici) e «la ricca tonalità di colori, il portamento composto ed elegante, i nomi scritti verticalmente, le aureole che ornano il capo», già tipici dell’arte bizantina (Venditti).

L’affresco è realizzato su una base intonacata, sulla parete di sostruzione di sinistra nella Tomba dei Martiri (misure 1,50 × 2 m). Rappresenta frontalmente, in sequenza da sinistra verso destra, Beatrice, Simplicio, Cristo, Faustino e Rufiniano: in piedi, nell’atteggiamento di marciare, seguiti idealmente dalle schiere dei giusti di tutti i luoghi e tutti i tempi.

Il Cristo-giudice è la figura centrale e chiave di lettura di tutto il dipinto. Il suo volto è «di regale bellezza, ornato da una breve gentile barba; i lineamenti hanno espressione severa e dolce nel contempo» (Venditti). Dietro il capo un’aureola circoscrive una croce: pare che si tratti della più antica rappresentazione di un nimbo crociato (aureola + croce) mai documentata, perché, come detto, la croce non era tra i simboli più graditi ai cristiani delle origini. Il Redentore indossa abiti porpora: con la mano sinistra sostiene il Libro della Vita e con l’altra benedice. È stato osservato che la benedizione è impartita alla bizantina, con indice, medio e mignolo sollevati. Il gesto simbolico delle tre dita, evocatore della Trinità di Dio, è interpretabile solo alla luce dell’attualità del tempo, e della cosiddetta «polemica ariana». Le tribù gotiche si erano anch’esse cristianizzate, abbandonando il paganesimo, ma professavano per lo più una versione semplificata del cristianesimo, chiamata monofisismo. Il monofisismo è considerata dalla Chiesa cattolica una dottrina ereticale, perché nega le tre nature di Dio: Padre, Figlio e Spirito Santo. Per i barbari, ha voluto rimarcare l’autore dell’affresco, l’inferno è certo; invece per i devoti pellegrini che visitano le catacombe il paradiso è giusto a portata di mano.

A fianco del Cristo-giudice marciano Simplicio e Faustino, con il capo circondato da un nimbo dorato. Essi sono «imberbi e palesano dai lineamenti serena bontà e dignità nel portamento». Vestono con una tunica bianca, proprio come preannuncia l’Apocalisse di San Giovanni: «Chi sarà vincitore sarà vestito di bianco. E non cancellerò mai più il suo nome dal Libro della Vita». Anche Beatrice, posta sulla sinistra, indossa una tunica bianca, con la concessione estetica di una listatura color porpora e di una dalmatica azzurra sulle spalle. Beatrice porta la tipica elegante capigliatura in cercine delle donne romane, una collana di pietre preziose e due grandi orecchini d’oro, secondo una moda che permette di datare l’affresco al V sec. Tutte e tre le figure portano nella mano sinistra una corona di pietre preziose. Il riferimento è ancora una volta a San Giovanni: «Sii fedele fino alla morte e riceverai la corona».

Sulla destra si colloca infine l’enigmatica figura di Rufo (o Rufiniano): «Sanctus Rufinianus», recita l’epigrafe. Anch’egli ha in mano la corona e indossa la bianca tunica: si tratta quindi sicuramente di un martire, e l’epigrafe lo qualifica come santo, sebbene la Chiesa ufficiale non faccia menzione del suo nome. A differenza dei tre fratelli, Rufiniano indossa sulle spalle una «clamis coccinea», la clamide rossa che ne denota la professione terrena di militare. L’ipotesi per lo più condivisa è che Rufiniano sia stato il soldato romano carnefice di Simplicio e Faustino. Convertitosi, divenne martire a sua volta: «Il sangue dei martiri genera nuovi martiri».

Contrariamente alle previsioni, il mondo non era finito. Ma agli inizi del VI sec., Roma, immiserita e ammantata di paura, si presenta come una città fantasma di appena 50.000 abitanti. È in quest’epoca che un’altra tribù barbarica, gli Ostrogoti, torna ad assediarla. Il generale Vitige, per un anno intero – fra il 537 e il 538 –, con un esercito di 30.000 uomini attacca le sole 5 mila unità a difesa di Roma, guidate dal valoroso generale bizantino Belisario. Belisario rattoppa al meglio le sgangherate Mura Aureliane e riesce fortunosamente a tenere i barbari fuori dalla cerchia cittadina. Fuori dalle mura tuttavia si crea il deserto: chi può si rifugia in città, oppure emigra. Gli Ostrogoti controllano tutta la riva destra del Tevere fino al mare, ma non sembra abbiano infierito contro le catacombe portuensi.

Nel 546 una nuova ondata di assedi, la terza, investe invece direttamente le nostre Catacombe. Sono ancora gli Ostrogoti: il loro nuovo re, Totila pone il suo accampamento in località Campo Merlo, ad appena 2 km dalle Catacombe. In questa circostanza le Catacombe vengono abbandonate e avviene la prima traslazione delle reliquie dei Martiri verso un luogo sicuro: ne riferisce incidentalmente un’epigrafe di cui parleremo a breve. Per fortuna, il bizantino Belisario ribalta le sorti: dopo i primi successi di Totila, Belisario lo scaccia, e l’indomito Totila torna ad assediare Roma a più riprese fino al 553, quando il successore di Belisario, il bizantino Narsete, riporta la vittoria finale.

Papa Vigilio (537-555) può così tornare ad indossare le vesti di patrono civico di Roma, ed esegue alcuni restauri sui luoghi che più avevano patito dalle scorribande dei barbari. Dei suoi interventi alle Catacombe di Generosa rimane traccia in un’epigrafe marmorea che in latino recita: «In questa galleria vedrai i corpi dei Santi Fratelli. E saprai, con infinito dolore, che essi colsero il più bel frutto della vita, pagandolo col sangue. […] Da qui, o pellegrino, inizia la visita ai Santi che l’empia tribù gotica – orribile a dirsi! – scacciò dalle loro tombe». La lapide, annotata dal De Rossi, è purtroppo andata perduta.

Dunque, in queste alterne vicende di abbandoni e riconquiste il mondo non era finito; ma la millenaria storia di Roma quella fatalmente sì. Il paesello di Roma, immiserito e umiliato, sopravvive chiudendosi a riccio dentro le Mura. Riporta il Liber Pontificalis che Papa Leone II (682-683) ordina come misura emergenziale di evacuare tutti i santuari delle campagne intorno a Roma, portando le reliquie in essi contenute «intra muros», cioè nelle chiese dentro le Mura.

In quell’occasione Leone II fa praticare un foro alla base dell’affresco Coronatio Martyrum, nella parete che cela le sepolture di Simplicio e Faustino, e un altro nella parete di sinistra, per quelle degli altri confratelli. Qualcosa però va storto, e si odono sinistri scricchiolii, cadono calcinacci. I manovali di Leone II edificano in fretta e furia una parete di rinforzo sulla destra, e un’altra sulla spalla sinistra della Tomba di Generosa, temendo imminenti crolli. Questo frettoloso e maldestro intervento è anche l’ultimo eseguito in Antico. Non risulta che le catacombe siano state aperte per i successivi 1200 anni.

Le reliquie dei Martiri Portuensi finiscono nel 682 nella chiesa di Santa Bibiana all’Esquilino, e di lì iniziano un turbinoso tour che le disperderà nei santuari di mezza Europa.

La riscoperta intellettuale delle catacombe romane avviene già nel XVII sec.: l’umanista Antonio Bosio nell’anno 1600 scrive «Roma sotterranea», e San Filippo Neri ripristina l’usanza dei pellegrinaggi alle tombe dei Martiri. Gli studi scientifici iniziano nell’Ottocento, sotto il pontificato di Papa Pio IX e con l’impulso dell’archeologo Giovan Battista De Rossi. È proprio De Rossi, nel 1868, che riscopre le Catacombe di Generosa (per le modalità della fortunosa riscoperta: cfr. monografia sulla Basilica Damasiana).

Una volta disceso in galleria, De Rossi si rende subito conto della pessima situazione statica delle volte, rimasta invariata dai tempi dei Leone II e forse anche peggiorata.

Vuole l’aneddoto che quando, nel 1868, l’archeologo De Rossi riscoprì le catacombe, si trovò di fronte al foro di Leone II ancora aperto.

De Rossi svolge un’operazione di grande audacia, avendo individuato il punto debole delle catacombe nelle pareti di sostruzione nella Tomba dei Martiri, insufficienti a sostenere il peso della Basilica Damasiana. Fa fare da un acquerellista una copia della Coronatio Martyrum, e ne ordina il distacco dalla parete di sostruzione, su cui intende intervenire. Il distacco danneggia l’affresco (tutta la parte bassa viene perduta) ma l’affresco viene portato all’esterno e i restauratori di De Rossi possono finalmente trasformare la parete in laterizi in un vero e proprio pilastro, mettendo le volte e la basilica sovrastante in sicurezza. Subito dopo l’affresco viene ricollocato al suo posto.

A questo primo intervento provvisionale di De Rossi segue il vero e proprio restauro, avvenuto nel 1901 sotto la direzione dell’archeologo Marucchi, su commessa di monsignor Crostarosa, segretario della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. In particolare, all’ingegnere strutturista Bevignani si debbono i moderni calcoli di portanza che hanno portato a rimuovere i vari muri di sostruzione che si erano succeduti nel tempo con moderne pareti-pilastro. Del passaggio di Bevignani e Crostarosa rimane traccia in due iscrizioni a matita, lasciate su alcuni tavelloni in terracotta, recanti i rispettivi nomi. Poco distanti compaiono anche i nomi dell’archeologo tedesco Kirsch e dello studioso Wilpert. Quella di Kirsch recita: «Joh. Pet. Kirsch hoc sacrum cœmeterium visitavit». Un’ultima epigrafe a matita, anonima, recita: «Omnes Sancti Martyres, orate pro nobis».

Nel 1936 si svolge un secondo restauro, sotto la direzione dell’archeologo Enrico Josi, ispettore della PCAS. Anche in questo restauro il ruolo degli ingegneri è fondamentale, e per la prima volta vengono posizionate nelle volte delle moderne putrelle, perni e travi in acciaio, che hanno messo definitivamente in salvo la millenaria catacomba. I nuovi interventi permettono la rimozione di altri vecchi muri di sostruzione, in particolare del muro sulla spalletta di sinistra dell’Arcosolio di Generosa. Qui emerge il grazioso affresco della Scena pastorale, dove in un paesaggio campestre, tre pecore e un agnello si dirigono beate verso l’ovile.

Venditti riporta ancora due episodi, appartenenti alla storia recente della Catacomba. Il primo di essi si svolge il 17 luglio 1944, quando il paracadutista francese Paul Teyssier si raccoglie in preghiera nelle Catacombe e scrive a matita il suo nome su una tegola, unito alla toccante invocazione: «Saints Martyrs, protégez ma mère» (Santi Martiri, proteggete mia madre). Questa piccola epigrafe moderna ha il valore di un documento storico: il militare sa  che il suo continente sarà di lì a breve impiegato nelle sanguinose operazioni dello sbarco in Normandia: l’invocazione per la madre appare quasi come un piccolo testamento spirituale. Di questa storia narriamo in dettaglio nella monografia sul Monumento ai Caduti del Trullo.

Sempre a Venditti dobbiamo la cronaca di un secondo episodio, avvenuto nel giugno 1970, questa volta molto meno toccante. Nottetempo ignoti profanatori irrompono nella catacomba, razziando 58 loculi e tentando di rubare l’affresco della Coronatio Martyrum, che ne rimane seriamente danneggiato. «L’aspetto più triste è stato constatare l’incivile e disgustoso comportamento dei ladri, che, penetrati attraverso un foro dell’abside, profanarono moltissime tombe, alla meschina e vana ricerca di preziosi od oggetti di qualche valore da asportare». Meschina, e vana, sottolinea duramente Venditti: «Oltre al gesto sacrilego, essi hanno subìto la beffa di aver lavorato inutilmente, e non aver trovato assolutamente nulla tra quelle ossa. Perché i cristiani non lasciavano alcun oggetto nella sepoltura né sul corpo del defunto. Ladri meschini, quindi, e anche ignoranti». Racconta ancora Venditti: «Il vandalico atto ha ridotto questo pregevole dipinto ad una triste e sbiadita scena. Tentando di strappare dalla parete i colori con una tecnica imperfetta, i vili profanatori hanno irreparabilmente distrutto questa preziosa memoria, giunta fino a noi dopo tanti secoli».

Il foro praticato nell’abside è stato oggi richiuso con un tappo in cemento armato. E, all’interno delle catacombe, è stata realizzata dalla PCAS un’ulteriore parete in mattoni a rinforzo, come ricorda una lastrina marmorea posta in quel punto.

Nel 1983 l’affresco è stato restaurato dalla PCAS, reintegrando le parti danneggiate. Nel 1997 un secondo intervento di restauro, ispirato alla sensibilità attuale ed eseguito in laboratorio, ha rimosso le sovra pitture del 1983, permettendoci oggi di ammirare l’affresco, sebbene mutilo, nei suoi colori originari. Alcuni interventi di restauro sono stati nuovamente eseguiti nel 2013.

 

Oratorio Damasiano

 

L’Oratorio Damasiano è una chiesa cristiana a tre navate, oggi in rovine, che sorge ad corpus sopra la Tomba dei Martiri Portuensi. Viene edificata da Papa Damaso nel Lucus degli Arvali a seguito degli editti antipagani del 382, e abbandonata tre secoli dopo, nel 682. L’archeologo tedesco Wilhelm Henzen la riscopre nel 1868, e il suo collega italiano Giovanni Battista De Rossi opera i primi scavi e restauri. De Rossi indaga abside e presbiterio, e rinviene gli epitaffi di Elio Olimpio, Flavio Verissimo e aurelio Eutichio, e individua il fregio marmoreo con l’epigrafe dedicatoria, grazie al quale l’intero complesso catacombale di Generosa, di cui si era persa la memoria, viene reinterpretato. Nel 1980 Philippe Pergola continua gli scavi: individua il portico d’ingresso e determina la superficie complessiva dell’oratorio in 300 m2 circa, reinterpretando l’intero sito come una piccola basilica.

 

Alla fine del IV sec. la religione cristiana è ormai maggioritaria e il paganesimo è relegato negli ambiti rurali più conservatori. Negli antichi santuari, dove ancora è in vigore l’istituto giuridico dell’immunitas, che protegge i luoghi del culto tradizionale, si ha ormai la consapevolezza che gli antichi culti sono ormai il relitto di un mondo che non esiste più.

Ma nell’anno 382 le cose cambiano. L’imperatore Graziano emana una serie di decreti, con i quali scardina progressivamente l’istituto dell’immunitas: abolisce le rendite dei templi, mette fuori legge i collegi sacerdotali, e infine confisca i templi stessi, e anche i terreni sacri alle divinità del pantheon classico. Gli editti di Graziano finiscono così per travolgere anche il Lucus Fratrum Arvalium, il bosco sacro dei Fratelli Arvali, dove, per volontà di Papa Damaso, inizia la cristianizzazione forzata. Nel Lucus peraltro – ed era così da almeno 80 anni, dopo l’ultima persecuzione del 303 d.C. – il paganesimo e il cristianesimo convivevano: basti pensare che le Catacombe di Generosa sono sorte a soli 500 metri dal Tempio rotondo della Dea Dia.

Il pontefice Damaso (366-384) avvia così l’edificazione, nel 382, di una grande basilica cristiana sopra le Catacombe di Generosa, ad corpus, cioè con l’altare in corrispondenza della sepoltura dei Martiri Portuensi. E l’anno 382 segna effettivamente la fine del culto arvalico.

La basilica rimane in uso per tre secoli esatti, fino al 682 d.C., anno in cui, sotto la spinta delle invasioni gotiche che rendono insicura l’area, le reliquie dei Martiri vengono traslate dentro le Mura di Roma. Dell’abbandono dell’area basilicale esiste anche un’evidenza archeologica: gli archeologi francesi che dal 1980 hanno indagato il sito non hanno ritrovato nell’area monete o ceramiche che andassero oltre il VII sec.

Da allora «per oltre milleduecento anni su questa piccola altura della Magliana ci fu silenzio», scrive lo studioso locale Emilio Venditti. «Il tempo ha cancellato tutto».

La riscoperta avviene per caso, nel 1868. In quell’anno gli scavatori dell’archeologo tedesco Wilhelm Henzen sono impegnati in un cantiere 500 metri più a valle, presso il Tempio rotondo sacro alla Dea Dia. Henzen è un epigrafista: un ricercatore, traduttore e interprete di lastre iscritte. È un archeologo che ricava dalle iscrizioni informazioni di prima mano sul vissuto degli Antichi e con esse ricostruisce una storia pura, non filtrata dall’interpretazione degli autori di epoche successive. L’obiettivo della ricerca di Henzen alla Magliana sono le lastre arvaliche, sopra le quali i sacerdoti del Lucus annotavano due volte l’anno gli accadimenti verificatisi durante le celebrazioni sacre. Le indagini di Henzen sono assai fruttuose e portano al ritrovamento di decine di tavole arvaliche.

L’aneddoto popolare vuole che un contadino abbia segnalato all’epigrafista la presenza di lastre arvaliche anche sulla sommità della collina. Henzen, cupido di nuove scoperte, non esita ad arrampicarsi in collina. «Troppo importanti erano le scritte incise su quelle lapidi, ricchissime di particolari sulla vita religiosa e civile della Roma imperiale, per non tentare di recuperarne qualcuna che, per motivi sconosciuti, fosse andata a finire sulla cima del colle», scrive Venditti. Poco importa che la segnalazione del contadino sia, tecnicamente errata: in cima al colle  di lastre arvaliche quasi non ce ne sono, se non di riporto. Succede però che Henzen, superata la disillusione iniziale per non aver trovato lastre arvaliche, si trova di fronte ad una distesa di epitaffi cristiani.

Henzen informa subito il topografo specialista della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, Giovanni Battista De Rossi, già allora celebre per aver inventato una nuova disciplina scientifica, l’archeologia cristiana. De Rossi si reca sul posto e si rende subito di avere tra le mani qualcosa di davvero importante.

De Rossi ottiene dalla Pontificia Commissione l’apertura di un cantiere. E fin dai primi colpi di piccone emergono chiaramente tutti gli elementi di una chiesina rurale paleocristiana, un oratorio: i resti di un abside, un presbiterio, basamenti di pilastri a delimitare la percorrenza di navate. Al momento questi resti non hanno ancora un nome: De Rossi pensa ad un santuario periferico, il cui significato viene via via a ricomporsi come un puzzle man mano che gli scavi proseguono. Seguiremo anche noi, nella descrizione degli elementi architettonici dell’Oratorio, l’ordine con cui De Rossi li scoprì.

Le prime ad essere indagate sono le mura semicircolari dell’abside. Esse sono coperte d’intonaco e in alcuni punti deve esservi stata una decorazione a mosaico: gli archeologi rinvengono  numerose tessere musive sparse sul pavimento dell’abside. Nella calotta absidale viene individuata una decorazione a fondo rosso, nella quale sono raffigurati angioletti con in mano grappoli di uva, insieme a conchiglie marine e delfini.

Guardando frontalmente l’abside, sulla parete di destra, De Rossi individua una portella, che immette in gallerie sotterranee. Non ci vuole molto per l’insigne archeologo ad individuare, nelle gallerie, i loculi funerari e la cripta affrescata, e a riconoscere l’intero complesso di gallerie come una catacomba. La portella nell’abside viene dunque identificato come un «Introitus ad Martyres», cioè il sacro ingresso della catacomba.

A poca distanza dall’Introitus ad Martyres si apre nell’abside una seconda piccola apertura sopraelevata, dalla forma di una piccola finestra chiusa da una grata. Questa viene riconosciuta da De Rossi come una «fenestella confessionis».

La fenestella è un elemento architettonico caratteristico delle chiese paleocristiane, che consente ai fedeli di stabilire un contatto visivo con la cripta martiriale situata giusto alle spalle dell’abside, e di calare all’interno dei piccoli pezzi di stoffa legati con una cordicella: essi diventano reliquie per contatto, avendo materialmente toccato la santa sepoltura dei Martiri. Il nome «fenestella confessionis», che possiamo tradurre con finestrella dei Martiri, deriva dall’appellativo di confessori della fede che in antico era dato ai martiri (letteralmente: confessore = colui che confessa di fronte ai funzionari imperiali l’appartenenza alla dottrina cristiana).

La fenestella è negli oratori paleocristiani il cardine dell’intera struttura, al punto che l’edificato sorge, attraverso imponenti opere di sbancamento del terreno, allineando la fenestella alla cripta martiriale. Scrive Venditti: «Sarebbe stato più logico costruire l’edificio pochi metri più in alto in modo da risparmiare un grosso lavoro di sterro, in un’epoca in cui, ovviamente, bisognava scavare tutto manualmente». La ragione, scrive Venditti, è che «il punto centrale del piccolo santuario da edificare deve tassativamente essere la tomba originaria dei martiri, intoccabile e di assoluto rispetto. La basilichetta, , è costruita raccordando l’abside direttamente con l’ipogeo venerato». «Ci sono molti esempi illustri di questo tipo di costruzione ad corpus», scrive Venditti, ricordando le grandi basiliche di San Pietro e San Paolo. «Essi testimoniano la volontà delle prime comunità cristiane di essere presenti fisicamente il più vicino possibile ai Martiri, durante la preghiera liturgica comunitaria. È una venerazione affettiva, semplice e umana, nei con fronti di questi eroici confessori della fede».

La fortunata scoperta delle gallerie a scavo appena iniziato, segna di fatto la fine dello scavo archeologico in superficie, e tutte le forze di De Rossi si concentrano, da questo momento in poi, verso l’area catacombale e la sua interpretazione. Scrive Venditti: «L’umile cimitero sotterraneo si rivela un autentico archivio della fede. Sono rinvenute intatte 800 tombe, dislocate in 400 metri di gallerie. Tutto è rimasto perfettamente in ordine».

Lo scavo di De Rossi si ferma poco al di là del presbiterio, un emiciclo dove è collocata la cattedra del celebrante. Il presbiterio si presenta pavimentato con lastre di marmo, con incisi epitaffi funerari cristiani di cui avremo modo di parlare diffusamente.

Al termine del presbiterio due gradini immettono in un’area più bassa, quella delle navate. De Rossi non individua né le pareti laterali né la quarta parete, pur avendo correttamente intuito che l’Oratorio, essendo stato realizzato su uno sbancamento, dovesse poggiare ad ovest direttamente sul fianco della collina.

Grazie all’esame di alcune porzioni murarie e alla disposizione dei basamenti dei primi pilastri, De Rossi ipotizza (correttamente) una pianta a tre navate, divise da colonne: la navata centrale larga 6,50 m, e le due laterali più piccole di 2,75 m ciascuna. Tuttavia, per la limitatezza dell’area scavata, stima (sbagliando), in base a paragoni con altri oratori, una lunghezza complessiva non superiore agli 11 o 12 metri.

Tra il 1980 e il 1986 l’opera di De Rossi viene ripresa, con un nuovo scavo condotto dalla Pontificia Commissione di Archeologia insieme con l’École Française de Rome, sotto la direzione del professor Philippe Pergola. Pergola rimette in luce le fondamenta del perimetro murario, e arriva così a determinarne la superficie delle navate in 280 metri quadrati, per una lunghezza molto maggiore di quella stimata da De Rossi: 20 m × 14. L’oratorio viene quindi, per così dire, completamente ripensato dagli archeologi italiani e francesi: non si tratta di una chiesina di campagna, come ipotizzato da De Rossi, ma di una vera e propria basilica di media grandezza.

Altra importante intuizione di De Rossi confermata da Pergola è la funzione cimiteriale della costruzione: dal 382, essendo venuta meno l’immunitas, si comincia a seppellire in superficie, nel pavimento dell’oratorio-basilica. Gli scavi confermano la presenza di centinaia di sepolture. Le tombe hanno due tipologie: o alla cappuccina, povere deposizioni con la salma coperta da tegole in coccio, oppure in formæ, entro strutture in muratura.

Gli archeologi hanno indagato con avidità la lastre marmoree sopra le sepolture, per individuare se talune di esse fossero tabulæ arvaliche di reimpiego: incise per un lato con un’epigrafe cristiana, e per l’altro con Acta fratrum Arvalium. In effetti molte lastre hanno proprio questa struttura. Sono state trasportate nei musei.

Le altre lapidi con epigrafi esclusivamente cristiane sono state ricoverate all’interno della catacomba; l’opera monumentale Inscriptiones christianæ Urbis Romæ ne ha annotato le trascrizioni. Si tratta di testi molto semplici e spesso ripetitivi, in caratteri rozzi e spesso con errori di ortografia, che ricordano i nomi dei defunti unito all’augurio cristiano di riposare in pace nella terra, fino al termine dei giorni e la resurrezione finale.

Particolarmente conosciuto è l’epitaffio di Elio Olimpio, qualificato dall’aggettivo «benemerenti», cioè benemerito finanziatore delle opere per la basilica. Il lastrone di marmo (1 m × 1,80) viene ritrovato in frammenti ai piedi dei due gradini del presbiterio, proprio sotto l’altare. L’epigrafe latina recita: «Il generoso finanziatore Elio Olimpio riposa in pace. Morì il 29 giugno [… 382] (lett. «sotto i Consoli Antonio e Svagrio»). Sua figlia beneamata Elia Mallonia riposa anch’essa in pace. Morì il 23 novembre [… 397] (lett. «sotto i Consoli Arcadio III e onorio II»). L’epigrafe di Elio Olimpio è la più antica rinvenuta nell’Oratorio. Scrive De Rossi: «Il locus è il primo e più ambito posto nel quale Elio Olimpio fu collocato nel 382, fu scelto e ottenuto dal genero di lui mentre la Basilica era in costruzione. Me lo persuade il complesso delle verisimiglianze e la coincidenza esatta dell’anno 382 con quello appunto in che la storia ci indicherà confiscato il sacro bosco degli Arvali».

Singolare è l’epigrafe per Flavio Verissimo, da parte della vedova Volusia Martina. Si tratta di una lastra marmorea dalle graziose decorazioni di foglioline di edera e palme stilizzate, con la quale Volusia Martina piange la prematura scomparsa dell’amato congiunto, avvenuta solo dopo 12 anni di matrimonio. Nell’epigrafe la vedova ci tiene a precisare che il matrimonio è stato condotto «nullam querellam», cioè senza mai un battibecco in 12 anni. Un bel traguardo.

Un’altra epigrafe assai celebre è quella dell’85enne Aurelio Eutichio: un’età davvero ragguardevole. Aurelio Eutichio era sicuramente un benestante – o meglio, è sicuramente benestante la moglie Ermione, visto che è lei che l’epitaffio indica come generosa finanziatrice -, e la sua epigrafe si differenzia dalle altre per l’eleganza dei caratteri grafici. Essa riporta: «II marito Aurelio Eutichio eresse questa tomba per sé e per la incomparabile e generosa moglie Ermione. Riposa in pace. È stato sepolto il 18 febbraio all’età di 85 anni, 7 mesi e 4 giorni».

Vale la pensa segnalare che il De Rossi, al momento della riscoperta della sottostante catacomba, rinvenne un’epigrafe sicuramente appartenente alla basilica davanti all’Arcosolio di Generosa. È la c.d. epigrafe di Vincenza. L’epitaffio riporta che la defunta Vincenza «vixit p.m. annos LXXX et exivit die III idus decembres Recemde et Clearco consulibus». Quel pm sta ad indicare un più o meno (plus aut minus): l’ottuagenaria matrona, quando morì quell’11 dicembre del 394 al tempo dei consoli Recemede e Clearco, aveva suppergiù 80 anni. Scrive Venditti: «Il fatto poi che, alla defunta Vincenza il maldestro incisore abbia attribuito più o meno l’età di 80 anni, è un’altra conferma dell’ingenua semplicità di questi cristiani che vivevano in questa contrada, composta prevalentemente di contadini che non conoscevano, o non ricordavano più con precisione, neanche la data della loro nascita».

Nella Catacomba di Generosa fu trovata una lapide, annotata dal Marucchi, uno studioso di cimiteri paleocristiani, che riporta testualmente queste parole: «lulio Timotheo quis vixit plus minus annis XXVIII vitæ innocentissimæ decepto a latronibus cum alumnis – Otacilia Narcisa coniugi dulcissimo». Si tratta di un epitaffio dettato da una certa Otacilia in memoria del proprio marito che, tradotta, dice così: A Giulio Timoteo che visse circa 28 anni di vita innocentissima, sorpreso dai briganti insieme con i discepoli – Otacilia Narcisa all’amatissimo coniuge». La vittima doveva essere molto probabilmente un possidente o quantomeno una persona di una certa importanza abitante nei paraggi, preso di mira da elementi della malavita locale.

A proposito delle poche lapidi rinvenute e ancora conservate nella catacomba, va notato che nessuna è proveniente dalla ricca e pregevole serie di tavole Arvaliche del vicino «Lucus deæ Diæ» in disuso già da alcuni anni prima della sepoltura dei martiri cristiani su questo colle.

Capita talvolta invece, in altri cimiteri di trovare lapidi riutilizzate, scritte perciò su entrambi i lati. L’abolizione del culto idolatrico, sopravvenuta ai tempi del tardo Impero, prevedeva comunque, l’assoluto rispetto dei monumenti pagani spesso autentici capolavori di architettura e di pubblico decoro, tanto è vero che, nelle descrizioni di alcuni cronisti dell’epoca, Roma benché fosse divenuta cristiana, con i suoi mille monumenti pagani, esterna mente appariva ancora come la più idolatrica delle città. Nel nostro cimitero unica eccezione, che conferma pertanto la regola, fu il rinvenimento di un piccolo frammento di marmo con tracce di iscrizioni riferentisi al culto Arvalico, utilizzato per chiudere un loculo in una delle gallerie più distanti dalla cripta iniziale del sepolcreto. Un attento esame però, precisò che il frammento marmoreo vi fu posto per una tarda riparazione di quel loculo, probabilmente aperto e poi richiuso per qualche motivo a noi sconosciuto.

Il rispetto dei cristiani per questi templi fu, dunque, totale, perlomeno fino a quando, in tempi molto tardi, queste imponenti vestigia cominciarono ad essere utilizzate per abitazioni o luoghi di ritrovo pubblico, come mercati, tribunali, caserme e perfino chiese cristiane, come è constatabile a Roma attraverso molti esempi; il più illustre di questi è il Pantheon che per molti secoli fu adibito a chiesa dedicata a «Sancta Maria ad Martyres», appunto quei martiri le cui reliquie furono trasferite dai cimiteri suburbani tra il VI e ÌVIII sec. per le note vicende delle devastazioni barbariche e l’abbandono della periferia da parte della popolazione.

Tra i reperti che De Rossi rinviene nel rovistaggio delle terre di superficie ve ne è uno, giustamente ritenuto la chiave di interpretazione dell’intero complesso cimiteriale. Si tratta di un frammento marmoreo (1 m × 0,30 × 0,30), recante l’epigrafe incompleta: «-stino Viatrici». I caratteri grafici sono elegantissimi, e De Rossi non ha difficoltà nel riconoscervi – per la regolarità del segno grafico e la presenza di sottili volute a ricciolo al termine dei caratteri (le c.d. grazie) – la mano di Furio Dionisio Filocalo, incisore di Papa Damaso.

De Rossi non ha dubbi nel ritenere il frammento parte dell’iscrizione dedicatoria dell’Oratorio: cioè quella scritta, posta sul fronte del luogo di culto, che dichiara ai visitatori a quale santo l’edificio è dedicato. Da infaticabile scopritore, De Rossi scorre dai martirologi l’elenco di tutti i martiri dei quali non è archeologicamente noto il luogo di sepoltura, e immediatamente associa l’epigrafe incompleta «-stino Viatrici» al nome dei quattro Martiri Portuensi: Simplicio, Faustino, Beatrice e Rufiniano. La ricostruzione filologica non è oziosa, ma necessaria: (Fau)stino e Viatrici sono i due nomi propri, declinati al caso dativo, di Faustinus e Viatrix.

De Rossi ipotizza che il testo completo sia questo: «Sanctis Martyribus Simplicio Fau|stino Viatrici | et Rufiniano Damasus Episcopus fecit» (Papa Damaso eresse questo oratorio per i Santi Martiri Simplicio, Faustino, Beatrice e Rufiniano). «Il rinvenimento di questo prezioso frammento epigrafico rimise le cose al proprio posto», scrive Venditti. «L’archeologia ricompone mirabilmente una lacera pagina di storia e precisa che anche la tradizione ha validissime fondamenta».

De Rossi ipotizza la provenienza del frammento marmoreo dall’architrave della facciata, che colloca idealmente sul lato corto dell’Oratorio, in analogia con le altre basiliche. Un secolo dopo invece l’équipe di Philippe Pergola ritrova l’ingresso nella parete lunga rivolta ad est, verso il fiume. Pergola individua un avancorpo in muratura, addossato alla parete est, della lunghezza di 2,70 m, con un piano rialzato di 1 m rispetto al pavimento della basilica. Per una singolare coincidenza della storia, la moderna chiesetta della Madonna di Pompei (1908), replica inconsapevolmente la stessa struttura architettonica dell’Oratorio: pianta rettangolare con ingresso dal lato lungo, quello rivolto al fiume.

Secondo Venditti questo documento marmoreo prova che il complesso cimiteriale dell’Oratorio e delle Catacombe è effettivamente il luogo della primitiva sepoltura dei Martiri Portuensi: «La soluzione del rebus, ricercata da secoli, era stata finalmente trovata. Questo cimitero è effettivamente il «Cœmeterium Generoses super Filippi» vanamente cercato per secoli sulla riva destra del Tevere seguendo l’incerta traccia della dedica che copriva l’antico sarcofago».

Philippe Pergola, durante gli scavi dell’École Française del 1980-1986, elabora un’ipotesi che si rivela corretta. Se la catacomba (400 m2) fu usata per un periodo relativamente breve – circa ottant’anni dal 303 al 382 – e l’Oratorio (300 m2) per i successivi tre secoli fino al 682, ad un certo punto la pavimentazione della basilica deve essersi rivelata insufficienti per ospitare tutti i morti della comunità rurale della Magliana nell’arco di 300 anni. Doveva essere probabile, quindi, un utilizzo cimiteriale anche dello spazio esterno, attiguo all’Oratorio.

La campagna di scavo di Pergola effettua dei sondaggi a campione nella porzione di terreno antistante l’Oratorio e l’attuale ingresso del cimitero di Generosa. I sondaggi confermano tutti, ad un metro di profondità rispetto al piano di campagna, la presenza di tombe con scheletri, risalenti probabilmente ad un periodo compreso fra il V e il VII sec.

Trattandosi di umili sepolture, Pergola ritenne di non proseguire oltre lo scavo, lasciando dormire in pace i defunti di 12 secoli fa. Di diverso avviso lo storico locale Venditti: «È auspicabile che nell’area cimiteriale esterna possano proseguire questi scavi e ricerche, che potrebbero rivelarsi ancora ricchi di interessanti sorprese e ridare alla luce qualche scritta utile per allargare le pochissime notizie che abbiamo sulla vita dell’esterno cimitero e del l’attigua basilichetta fino al Medio Evo».

 

IL CASTELLO DELLA MAGLIANA

 

Castello della Magliana

 

Il Castello della Magliana è una casale fortificato medievale, accresciuto nel Rinascimento e circondato da una cinta muraria opera dell’architetto Sangallo. La presenza di edifici è attestata già dal 1018 (un contratto riferisce di un Palatium e di una chiesina rurale dedicata a San Giovanni), ma è solo dal 1460 che la tenuta della Magliana desta l’interesse di alti porporati. Il primo di essi è il cardinal Forteguerri (1460) seguito da… trasformata dal Sangallo in fortificata, edificata a partire dal 1480 da Papa Sisto IV. Si innesta su un precedente «Palazzetto», opera di Graziadeo Prada su commessa di Papa Innocenzo VIII, a sua volta insediato sulla preesistenza di un «Palatium Sancti Johannis» che risale all’Anno Mille. Giulio II effettua i primi ampliamenti, affidando i lavori agli architetti Giuliano da Sangallo e poi Bramante, fino ad assumere la forma architettonica di un corpo a L protetto da una cinta merlata. Nel castello è presente una cappellina, attribuita al Bramante, oggi spoglia ma decorata in origine con affreschi della Scuola di Raffaello. Papa Leone X Medici porta a termine le opere di Giulio II, realizzando l’imponente Salone delle Muse. Anche gli affreschi della sala sono stati distaccati. Il complesso è stato interamente restaurato nel 1959, a cura dell’Ordine dei Cavalieri di Malta.

 

La nostra visita al Castello della Magliana inizia nei curati giardini esterni, ombreggiati da alti pini e destinati al passeggio dei degenti dell’Ospedale dei Cavalieri di Malta. Prima di passare sotto l’arco monumentale nelle mura difensive, dobbiamo infatti fermarci – ancor prima ancora di cominciare – per raccontare la storia di altri edifici, oggi non più esistenti, che hanno preceduto il Castello della Magliana.

A ridosso dell’Anno Mille è documentata una proprietà fondiaria unitaria, chiamata Fundus Manlianus. L’atto di concessione dell’anno 1018, a firma del papa del tempo Benedetto VIII, è in effetti il primo atto moderno in cui compare il termine «Magliana». Questo atto affida il Fondo Magliano al Monastero di S. Pancrazio dell’Episcopio di Porto, con un’estensione che va dalla Magliana fino alla Torre di Palidoro, sul litorale tirrenico. Una successiva concessione del 1074, regnante papa Gregorio VII, affida il Fondo al Monastero di San Paolo fuori le Mura e nomina per la prima volta la presenza di un edificio: una chiesina campestre intitolata a San Giovanni (non sappiamo se l’Evangelista o il Battista), detta Sanctus Johannis de Maliana. Non conosciamo l’aspetto della chiesina, ma possiamo supporre che esso non sia stato dissimile dalla chiesina di Santa Passera o la Chiesuola della Sanctissima Eucharistia di Ponte Galeria.

Nel 1184 c’è intanto un nuovo passaggio di mano, in favore dei Monaci Benedettini. E nella seconda metà del XII sec. l’intera proprietà passa al Monastero di S. Cecilia in Trastevere. Le fonti del tempo attestano un secondo edificio, un Casale Sanctae Caeciliae successivamente denominato Palatium Sancti Johannis de Manliana. Il termine «palatium» pare comunicarci una certa importanza dell’edificio, e che esso fosse nelle vicinanze, se non contiguo alla chiesina, fino ad assumerne lo stesso nome.

I due edifici scompaiono dalle cronache sino alla prima metà del Quattrocento. L’importanza agricola del casale doveva essere tornata assai modesta, e la chiesina potrebbe addirittura essere stata già allora non più officiata. Il monastero di S. Cecilia era caduto infatti in un gravissimo dissesto finanziario, tanto che il papa del tempo, Callisto III Borgia, quando il 4 luglio 1457 il cardinale di S. Cecilia Rinaldo Piscicello muore, decide di non sostituirlo.

Papa Callisto muore un anno dopo, nell’agosto 1458. Nell’imminenza del conclave arriva a Roma un alto prelato toscano, il cardinal Niccolò Forteguerri, destinato a incidere sulle sorti della Magliana. Forteguerri è un «capitano della Chiesa», una di quelle figure rinascimentali capaci di sommare insieme l’arte militare, l’accortezza nell’amministrazione e la nascente libertà del pensiero che andrà sotto il nome di «umanesimo». La sua biografia merita di essere narrata. Niccolò Forteguerri nasce a Pistoia il 7 ottobre 1419, da un casato nobile sebbene decaduto in miseria. La famiglia, per togliersi una bocca da sfamare, lo destina al ruolo di accompagnatore di un «cugino ricco», di nome Enea Piccolomini, che in quegli anni intraprendeva gli studi giuridici a Bologna. Forteguerri si rivelerà per Piccolomini molto più di un semplice accompagnatore: sarà insieme un servitore, confidente, amico fraterno, un alleato per la vita in un’epoca di intrighi e calici di vino avvelenati. E il successo del nobile ricco Piccolomini trascina inevitabilmente il successo del nobile povero Forteguerri. Succede così che quando nel 1450 Piccolomini diventa vescovo di Siena, Forteguerri lo porta con sé e lo nomina uditore del Patrimonio e, nel 1456, grazie ancora ai buoni uffici di Piccolomini, Forteguerri diviene cardinale. L’anziano Papa Callisto, da tempo malato, è infatti ormai morente. E Piccolomini dall’imminente conclave si aspetta di trovare la sua «magnifica occasione». Nel conclave del 1458 il cardinal Forteguerri gioca il ruolo del leone, e riesce nell’impresa: fa eleggere pontefice, contro ogni previsione, proprio l’amico Enea Piccolomini. Piccolomini, che assume il nome di Pio II, sarà una figura di rottura nella Chiesa. Impara subito come funzionano le cose a Roma, ma soprattutto come fare per cambiarle. Una celebre pasquinata descrive bene la sua accortezza: «Quand’ero Enea, nessun mi conoscéa / Or che son Pio, tutti mi chiaman zio». Per Fortguerri si spalancano le porte di incarichi importanti e delicatissimi nella corte papale: diviene vescovo di Teano, col compito di farsi amico il Re di Napoli, aggiustando le dispute di confine a favore del Re e ottenendone in cambio una pace duratura. L’anno seguente (1459) Forteguerri diviene addirittura tesoriere apostolico, cioè «ministro delle finanze» degli Stati della Chiesa.

Da tesoriere uno dei primi nodi da sciogliere è la voragine finanziaria causata dal Monastero di Santa Cecilia: per Forteguerri non c’è altra via che nominare se stesso, dal 19 marzo 1460, cardinale di S. Cecilia, sebbene fosse già vescovo. Sin dalle prime visite alla Magliana, la tenuta suscita la sua attenzione, non solo per il potenziale economico, ma soprattutto per l’incontaminata bellezza del paesaggio e la ricchezza di acque e selvaggina. Forteguerri è solito sostare a lungo nella tenuta, e diffonde a Roma un uso già assai popolare in Toscana: quello di radunare nobili, alti porporati e il loro cospicuo seguito per delle scampagnate fuori porta dedicate al gioco della caccia. Il fosso della Magliana è infatti insieme sia un richiamo che un ostacolo naturale per la selvaggina: è un richiamo perché le povere bestiole vanno lì ad abbeverarsi, ma anche un ostacolo, perché le acque del fosso non consentono l’attraversamento e chiudono in trappola gli animali. A ridosso del 1460 Forteguerri, ritenendo le rovine dell’antico Palatium Sancti Johannis inadeguate ad accogliere i suoi illustri ospiti, commissiona l’edificazione di un casino di caccia. Non è dato sapere se il casino sia nato ex-novo, oppure da una ristrutturazione dell’esistente. Fatto sta che da allora del Palatium non si sente più parlare, e il casino del Forteguerri costituirà il primo nucleo del Castello della Magliana.

Ma il riposo portuense del Forteguerri alla Magliana dura assai poco: Papa Piccolomini gli affida infatti la seconda «missione impossibile», come legato pontificio nella città di Urbino, retta dai traballanti Montefeltro. A Urbino la situazione sta per precipitare: non molto distante sono in marcia le truppe francesi del duca d’Angiò, quelle del capitano di ventura Il Piccinino e quelle del casato dei Malatesta di Rimini, che si erano ribellate all’autorità papale. E come se non bastasse nel frattempo si era ribellato anche il casato dei Savelli, nella Sabina. Forteguerri, dimostrando eccellenti doti di strategia militare, sconfigge il Piccinino e Savelli, portando il duca d’Angiò alla pace e, nel 1463, sconfigge anche i Malatesta, bombardandoli a sorpresa via mare a Fano, con flotta pontificia.

Forteguerri ha modo di tornare per qualche tempo alla Magliana, ma Papa Piccolomini gli affida nel 1464 la terza missione: lo nomina legato papale della Lega contro i Turchi, contro i quali ha in animo di intraprendere una crociata. Forteguerri giunge a Pisa, dove sono radunate le flotte di diverse nazioni europee. A Pisa però è appena scoppiata la peste. Con prontezza di azione ordina alla flotta di lasciare Pisa, guidandola personalmente oltre lo stretto di Messina. Giunto ad Ancona, lo raggiunge però la terribile notizia: il 14 agosto 1464 Papa Piccolomini, suo amico e padrone, è morto.

Con il nuovo papa Paolo II Barbo (1464-1471), si ritorna al passato, e non c’è posto per il brillante Forteguerri. Di Papa Barbo le cronache riferiscono soprattutto l’avversione viscerale verso gli uomini di cultura, artisti e spiriti liberi, e in particolare verso l’umanista Plàtina, che farà imprigionare e torturare, non una ma più volte, con personale piacere. A dire il vero il Platina ce l’ha messa tutta per meritarsi il risentimento del nuovo pontefice, a cominciare dal nomignolo malizioso che gli ha affibbiato: Papessa Maria Pietissima, per l’inclinazione a scoppiare in pianto durante le frequenti crisi di nervi e le notizie di insuccessi militari. Nel 1465 è proprio la Papessa a richiamare Forteguerri in servizio come capitano della Chiesa, appena saputo dell’ennesima ribellione all’autorità papale, stavolta del casato degli Anguillara. Al Forteguerri bastano appena 12 giorni di scontri campali, per sconfiggere gli Anguillara e restituire la tranquillità alla Papessa. Come ricompensa però, Forteguerri chiede, e ottiene, come «buen retiro» il governo papale della città di Viterbo. Da allora Forteguerri lascerà Viterbo solo in un’occasione, per il conclave del 1471 per l’elezione del nuovo papa. Quel conclave segna l’inarrestabile ascesa di due nuove famiglie romane: i Riario e i della Rovere. Il nuovo papa eletto è Francesco della Rovere, che assume il nome di Sisto IV (1471-1484). Forteguerri torna a Viterbo e muore avvelenato poco dopo.

Uno dei primi atti da pontefice di Papa Sisto, nel 1471, è regalare la Tenuta Magliana al nipote prediletto, il ventottenne conte Girolamo Riario (1443-1488). Non c’è in realtà un vero e proprio donativo, o un’investitura ufficiale, ma da allora il conte Riario è il nuovo signore della Magliana. L’affidatario ufficiale della commenda della Magliana e del titolo cardinalizio di S. Cecilia viene nominato solo tre anni dopo. Si tratta di un aristocratico genovese Giovan Battista Cybo, un uomo austero che si dimostra un amministratore discreto: tiene le cose in buon ordine, permette a Girolamo Riario di usare la tenuta a suo completo piacimento, e prepara spesso ricevimenti in cui l’ospite d’onore è il nuovo pontefice Sisto IV.

Papa Sisto è in effetti il primo pontefice a frequentare assiduamente la Magliana. Allora non esisteva ancora la residenza papale di Castel Gandolfo, e la Magliana si presentava come un luogo di svago abbordabile, salubre, ricco di selvaggina, lontano dall’ufficialità della corte. Alla minima necessità bastava un’ora a cavallo e Papa Sisto poteva tornare in Vaticano. Secondo il cronista di corte Stefano Infessura (che parallelamente ai diari ufficiali teneva anche un Diario privato, dedicato al gossip), le ragioni che portavano Papa Sisto alla Magliana non erano propriamente ortodosse, e anzi l’Infessura ci va giù pesante, stilando la lista degli amanti di Papa Sisto: «Per quale motivo se non la sodomia Papa Sisto predilesse il conte Gerolamo, e Pietro Riario suo fratello, e il cardinale di San Sisto? Lo mormora il popolo, i fatti riscontrano! E cosa non fece ai servitori di camera! Ma li risarcì a suon di ducati, o elevandoli al rango di vescovi o cardinali!».

Ma lasciamo da parte le maldicenze e diamo merito a Papa Sisto di aver trascinato l’Urbe fuori dal livore medievale, con la magnificenza del rinnovamento urbanistico: appena eletto papa, Papa Sisto approva subito il nuovo piano regolatore, e di lì a poco vedono la luce Ponte Sisto, la via Sistina, la Biblioteca vaticana e la Cappella Sistina (che però non farà in tempo a vedere completata). Papa Sisto chiama a corte il musico Des Prèz, il pittore Melozzo da Forlì e gli umanisti Regimontano e Platina, quest’ultimo appositamente riabilitato. Toccherà proprio a Melozzo da Forlì, nell’occasione dell’inaugurazione della Biblioteca Vaticana, realizzare un affresco celebrativo che ha il sapore di un grande «ritratto di famiglia»: accanto al pontefice ci sono gli affetti terreni più cari, da Giuliano della Rovere, a Giovanni della Rovere, a Raffaele Riario e Girolamo Riario.

Giuliano della Rovere, oltre ad essere il nipote e il “delfino” di Papa Sisto (era nato nel 1443 e già nel 1471 era stato nominato già cardinale e vescovo) è il suo prediletto anche in campo diplomatico e militare. Papa Sisto gli affida importanti e variegate trattative, tutte con la medesima regola d’ingaggio: usare gli eserciti se gli strumenti della diplomazia avessero fallito. Era successo così ad esempio a Città di Castello, dove Giuliano non esitò a passare a fil di spada il signore locale Niccolò Vitelli e, per non sbagliare, anche tutti i suoi sostenitori, nonostante gli si fossero sottomessi. In ricompensa Giuliano ne ottenne da Papa Sisto ben 8 vescovati e il titolo di ambasciatore in Francia.

Già dal 1473 intanto Papa Sisto ha organizzato per Girolamo un matrimonio d’oro: quello con Caterina Sforza, figlia del duca di Milano; il matrimonio si celebra nel 1477, e il dono di nozze per i due giovani è la signoria sulla città di Imola, dove i due si trasferiscono, nell’attesa che sia completato a Roma il nuovo Palazzo Riario (oggi Palazzo Altemps), iniziato nel 1477 su progetto dello stesso Melozzo da Forlì. Girolamo ricambia tanta prodigalità facendosi fedele esecutore delle direttive di Papa Sisto, anche le più torbide: nel 1478 Girolamo si reca a Firenze, dove insieme con il fratello Raffaele è tra gli animatori della Congiura dei Pazzi. Il progetto prevede l’assassinio del Signore di Firenze ­– Lorenzo de’ Medici detto Il Magnifico – e di tutti i suoi parenti maschi: una volta sgombrato il campo da ogni erede Girolamo Riario avrebbe dovuto prenderne il posto. Gli eventi però volgono contro i congiurati, e a Papa Sisto non rimane che scomunicare frettolosamente Lorenzo de’ Medici, porre Firenze sotto interdetto, e muoverle guerra per due anni consecutivi. Nel 1480 appare ormai impossibile piegare Firenze con le armi, e Girolamo accetta di buon grado il titolo di Signore di Forlì, a scapito della famiglia degli Ordelaffi, detronizzata.

Intanto, mentre Girolamo è fuori Roma a ordire efferate congiure, il popolino mormora che un altro giovane di bell’aspetto abbia preso il posto di Girolamo tra i prediletti di Papa Sisto: si tratta del nobile milanese Gian Giacomo Sclafenato (1451-1497), che il pontefice eleva a «camerario», cioè amministratore delle proprietà della Camera apostolica. Intorno al 1480 Papa Sisto lo invia alla Magliana, affidandogli la costruzione di un nuovo corpo di fabbrica, su progetto architettonico di Jacopo da Pietrasanta. Di lì a breve intanto lo Sclafenato diventa cardinale (1483).

L’occasione per presentare alla nobiltà del tempo il nuovo cantiere della Magliana è la «Gran caccia» dell’anno 1480. Di questo evento mondano, durato mesi e al quale partecipava la nobiltà locale con un nutrito seguito di servitori, ci dà conto il cronista Giacomo Volterrano. Gli ospiti d’onore della Gran caccia fu il duca Ernesto di Sassonia-Lawenbourg, e gran cerimoniere fu Girolamo Riario. Appostati sul Rio Magliana, la caccia riservò abbondanti catture di prede, e memorabili scorpacciate campestri.

Le guerre di Papa Sisto intanto proseguono senza sosta. Nel 1482 è la volta di Venezia, contro la quale ordisce un perfido inganno: prima invia Girolamo Riario nella repubblica lagunare, convincendo Venezia ad aggredire i duchi d’Este, signori di Ferrara, assicurando il sostegno papale; poi, a guerra iniziata, Papa Sisto mette Venezia sotto interdetto e la abbandona al destino delle armi. Nel frattempo però in soccorso degli Este sono arrivati gli Sforza da Milano e pure i Medici da Firenze: Venezia ne esce malconcia. Sisto IV è riuscito in un capolavoro di perfidia rinascimentale: ha impegnato in una guerra tutti i suoi avversari – Venezia, Ferrara, Firenze e Milano – senza spendere un solo ducato, e godendosi lo spettacolo da lontano. Le finanze papali, in quel periodo, prosperano: Papa Sisto rende la vendita delle indulgenze anche retroattiva alle anime dei defunti, raccoglie fondi per la nuova crociata contro i Turchi, legalizza persino i bordelli dietro pagamento di una licenza da trentamila ducati l’anno.

Dopo aver mosso guerra a tutti, Papa Sisto si gode la pace e riscopre la residenza della Magliana. Si è fatto costruire una speciale «nave bucinatoria» con cui fa avanti e indietro lungo il Tevere, fra Roma e Ostia, con tappa fissa alla Magliana. Una di queste scorribande sulla nave papale è narrata nelle cronache dell’Infessura: si ferma due volte alla Magliana, il 9 e il 12 novembre 1483. Ma il pontificato volge ormai al termine e la morte coglie Papa Sisto l’anno seguente, il 12 agosto 1484. «Ucciso dalla pace», sentenzierà il solito Pasquino. La statua parlante di Roma liquida Papa Sisto con questo finto epitaffio: «Ingiusto e infido giace chi la pace odiò tanto, in sempiterna pace / Orsù, gettate a brani le scellerate membra a lupi e cani!».

Il periodo di sede vacante, nell’estate 1484, è caratterizzato da una fase di anarchia. Dal 12 agosto, giorno della morte del pontefice, Caterina Sforza moglie di Riario instaura la signoria a Roma, in nome del Sacro Collegio, insediandosi nella Rocca di Castel Sant’Angelo. Nonostante il nuovo papa fosse stato eletto in gran fretta il successivo 29 agosto, Caterina rifiuterà di consegnargli le chiavi di Pietro fino al successivo 25 ottobre, giorno in cui la breve signoria romana di Caterina Sforza ha effettivamente termine.

I ventidue anni fra il 1484 e il 1506 sono per la Magliana un periodo di composta austerità.

Nell’estate 1484 il conclave eleva a pontefice il genovese Giovan Battista Cybo, allora commendatario della Tenuta della Magliana in quanto cardinale di Santa Cecilia. Il nuovo papa si congeda quindi dalla Magliana e il 17 novembre riassegna la commenda al giovane Gian Giacomo Sclafenato. Sclafenato conosce bene la Magliana, e vi aveva intrapreso alcune opere edilizie al tempo di Sisto IV. Il compito di Sclafenato è in effetti proprio quello di concludere i lavori, che si erano fermati.

Il primo atto di Sclafenato è nominare un nuovo architetto – Antonio Graziadeo Prada da Brescia – in sostituzione di Jacopo da Pietrasanta. Il nuovo fabbricato viene così completato, più piccolo dell’originale Palatium, e prende il nome di «Palazzetto». Si tratta di un edificio cubico dalle forme severe, caratterizzato da un pianterreno fortificato, chiuso su tre lati e aperto sul quarto con un portichetto a tre archi e volte a crociera. Nei due piani superiori, anch’essi fortificati, vi sono vani di diversa grandezza e funzioni. Attiguo al pianterreno si trovava in origine un campaniletto, oggi non più esistente, di cui rimane traccia in una rampa di scale con pochi gradini. Con l’occasione vengono anche demolite tutte le preesistenze medievali circostanti, che consistevano nei ruderi del Palatium e oratorio di S. Giovanni, e probabilmente del casino di caccia del Forteguerri che si innestava sopra quelle rovine.

Il nuovo palazzetto viene intitolato al papa regnante, Innocenzo VIII, sul quale è opportuno spendere qualche parola. Papa Innocenzo è un «papa breve», dove l’aggettivo “breve” non indica la durata del pontificato (che durò peraltro 8 anni, quindi non poco) ma il fatto di aver inciso in maniera più o meno duratura sugli ordinamenti della Chiesa. Papa Innocenzo questi assetti li modificò poco o nulla, e anzi è considerato l’ultimo papa medievale. Si limitò a dare la caccia, con equanime intensità, a streghe, fattucchiere, indovini, eretici e umanisti, al punto che sotto il suo pontificato vide la luce il «Malleus Maleficarum» (1487), un pratico manualetto in uso agli inquisitori per la caccia alle streghe: se, dopo la tortura col ferro infuocato, la presunta strega confessava, essa era inequivocabilmente una strega. Al tempo di Papa Innocenzo i Valdesi furono perseguitati, e furono messe all’indice le opere di Pico della Mirandola; il sanguinario Grand’Inquisitore Tomás de Torquemada godé di grande considerazione. In compenso a tanta ferocia contro i «nemici di Dio», il pontificato di Papa Innocenzo è il primo, dopo molti anni, in cui non venne mossa guerra a nessuno. I soggiorni alla Magliana segnano per Papa Innocenzo momenti sereni e distensivi. I cronisti abbondano in testimonianze agresti: il 31 maggio 1487 il papa genovese fece alla Magliana una battuta di caccia per i duchi di Ferrara, in cui si catturano due povere bestiole: un cervo e un capriolo; il 18 novembre 1489 Papa Innocenzo percorse il tragitto Magliana-Vaticano, parte in battello e parte a cavallo. Innocenzo VIII muore il 25 luglio 1492, dopo essere caduto in stato di letargia. Si disse che fu vittima di un maleficio.

Il nuovo papa è lo spagnolo Rodrigo Borgia (Alessandro VI), di cui si ricorda un’unica turbolenta visita alla Magliana. Giunto in vista della tenuta, la Guardia svizzera lo accolse sparando salve di bombarda: sentendosi minacciato e pensando a un’imboscata del suo rivale Giuliano della Rovere, Papa Alessandro tornò indietro e non andò mai più alla Magliana, con grande delusione del cardinal Sclafenato, che lo attendeva. Sclafenato muore il 9 dicembre 1497 a 46 anni, 17 dei quali passati alla Magliana. Erano ben lontani i tempi in cui era il “favorito” di Papa Sisto! Nella sua epigrafe funeraria (in S. Agostino in Campo Marzio) Sclafenato volle ricordare ai posteri che la sua elevazione a cardinale avvenne «per meriti di ingegno, fedeltà e perseveranza, nonché per altre doti di animo e di corpo». Sì: c’è scritto proprio “per meriti di corpo”.

A Sclafenato succede, come affidatario della Magliana, Lorenzo Cybo de’ Mari, che non andò oltre l’ordinaria amministrazione, e dopo di lui Francisco Borgia, anche lui senza lasciare il segno. I due cognomi – Cybo e Borgia – ci raccontano in effetti di due casi di nepotismo. Intanto anche Papa Borgia era morto, nel 1503, e gli era succeduto il brevissimo pontificato di Francesco Piccolomini (Pio III), regnante per soli 26 giorni fra settembre a ottobre.

Il 1503 è in effetti un anno di svolta, che introduce a un «papa lungo». Il conclave del 1503 incorona il rivale di Papa Borgia, quel Giuliano della Rovere che da pontefice prende il nome di Giulio II. Giulio II, detto «Giulio il terribile» o il «papa guerriero», si caratterizza per il temperamento collerico: distrugge con le armi, a bastonate, o a mani nude, tutto ciò che resiste alla sua volontà. Dopo di lui la Chiesa non sarebbe stata più la stessa. Giuliano-Giulio viene eletto il 1° novembre. Dal giorno successivo Papa Giulio inizia a disfarsi, uno a uno, dei poteri che insidiano la sua autorità temporale: si accorda con chi è disposto a fargli strada, dà battaglia senza quartiere a chi gli resiste. Così riconcilia a sé le fazioni baronali romane vicine ai Borgia, mentre a chi porta il cognome dei Borgia non rimane che riparare all’estero. Il cardinale commendatario della Magliana, Francisco Borgia, fa buon viso: si affretta a dichiararsi fedele a Papa Giulio pur di conservare la sua tenuta. E riuscirà a conservarla in effetti ancora per altri tre anni.

In questi tre anni la corte papale diventa un modello di oculata parsimonia. Tutto è ridotto all’osso: l’avido Papa Giulio accorcia persino le cerimonie liturgiche, che dei salmi fa leggere il solo versetto iniziale. Persino il nepotismo viene contenuto, perché tutte le ricchezze della Chiesa devono convergere in due sole direzioni: l’arte, e la guerra. Papa Giulio non è un umanista, e anzi detesta fieramente tutto ciò che è contemplativo, ma comprende il valore politico dell’arte, e diventa, non per passione ma per interesse, il più grande mecenate del Rinascimento. Favorisce il Bembo, promuove gli scavi archeologici, sovverte con irruenza la topografia di Roma, buttando giù tutto ciò che è vecchio. Il suo lavoro da «patrono civico» è febbrile, e le commesse ruotano intorno a quattro architetti-artisti, i più grandi di ogni tempo: Sangallo, Raffaello, Bramante e Michelangelo. Al Sangallo affida le opere militari; a Raffaello gli affreschi delle Stanze vaticane; a Michelangelo, dopo una serie di scontri, la grandiosa volta della Cappella Sistina. Ma è il Bramante il suo prediletto: a lui affida il compito di abbattere la Basilica di San Pietro vecchia di dodici secoli e ricostruirla da capo (1506). È la ferrea volontà di Papa Giulio a chiedere tutto questo: distruggere e ricostruire, quasi mai restaurare. Nella guerra Papa Giulio fa esattamente quello che ha fatto nell’arte: è capace di pianificare, buttare all’aria con repentini cambi di fronte e ricominciare da capo, muovendo guerra ai suoi stessi alleati: l’indifferenza morale verso i mezzi impiegati lo rende spietatamente efficiente. Il primo obiettivo di Papa Giulio è la signoria ribelle di Perugia, dove scaccia i Baglioni. Poi tocca a Bologna, dove sottomette i Bentivoglio. Alla guida degli eserciti papali c’è un bravo capitano della Chiesa, Francesco Alidosi, che esegue con zelo gli ordini superiori di Papa Giulio.

Tuttavia la figura di Alidosi (1455-1511) è ben diversa dalle altre figure raffinatissime dei capitani della Chiesa, profondamenti intrisi di umanesimo e talentuosi sia nella diplomazia che nelle armi. C’è un ritratto di Alidosi, opera di Raffaello e oggi al Museo del Prado, che ben ci dà l’idea di un personaggio goffo e macilento, persino rozzo, poco incline alle relazioni umane, animato tuttavia da ambizione personale e progetti di rivalsa verso una sorte che gli aveva dato di meno di quanto riteneva di meritare. Francesco Alidosi era infatti il figlio cadetto del Signore di Imola. All’epoca destino comune dei «figli cadetti» era di ricevere una discreta istruzione di base – non grossolana ma nemmeno erudita, con caratteri molto pratici –, per essere messi al più presto al servizio presso uno dei potenti del tempo. Ad Alidosi era toccata la protezione di Girolamo Riario, che lo aveva introdotto nella burocrazia vaticana, fino a ricoprire la carica di segretario apostolico sotto Papa Sisto (1493). Papa Giulio lo porta avanti nella carriera: lo nomina ciambellano e tesoriere, e dal 1505 vescovo di Pavia. Il figlio cadetto del Signore di Imola brilla adesso di luce propria e, grazie alle sue sole abilità, è diventato il primo tra i capitani della Chiesa di Papa Giulio. Nel maggio 1508 Papa Giulio lo ricompenserà per i successi a Perugia e Bologna con la nomina a cardinale e legato pontificio a Bologna. Ma nel frattempo Alidosi aveva ricevuto anche un altro dono: la tenuta della Magliana.

L’11 agosto 1506 Papa Giulio dà il benservito al cardinal commendatario della Magliana, Francisco Borgia, e affida la tenuta al capitano della Chiesa Francesco Alidosi, come ricompensa per le vittorie conseguite a Perugia e Bologna.

È in questa fase che arriva alla Magliana, per eseguirvi lavori di radicale ristrutturazione, l’architetto Giuliano da Sangallo, esperto in fortificazioni militari. Il suo complito preliminare è di recintare il Palazzetto di Innocenzo VIII con un’ampia e solida cerchia muraria rettangolare, trasformando la dimora di caccia alla Magliana in un «castrum militare» lungo il Tevere, intermedio tra l’Urbe e il Castello di Ostia antica. Il castrum viene dotato di un fossato (oggi non più esistente) nel quale vengono canalizzate le acque del Rio Magliano, che passa poco distante. Nella cerchia muraria si entra attraverso un ponte levatoio e un arco monumentale d’ingresso. Il ponte levatoio era sicuramente presente almeno sino al 1867, anno in cui l’erudito e critico d’arte François Gruyer visita la Magliana e racconta[2]: «Una muro di cortina, rettangolare, sormontato da merli guelfi, racchiude i corpi di fabbrica, di epoche diverse e differente elevazione. Superiamo il ponte sul fiume Magliano, imbocchiamo un portale monumentale con un arco a tutto sesto fiancheggiato da colonne. Varchiamo ora la soglia: siamo in pieno Rinascimento, siamo alla Magliana!».

Il Sangallo oltre ad occuparsi del progetto architettonico complessivo della cittadella, pianifica anche, all’interno, i nuovi edifici che dovranno sorgervi, tutti disposti a corona intorno ad una piazza d’armi centrale, di forma rettangolare. In realtà, nel corso dei dieci anni successivi, il progetto verrà “tagliato” fino a dimezzarsi, ma del rettangolo di edifici progettato dal Sangallo, ne verrà comunque realizzata una buona metà. La parte realizzata è un corpo di fabbrica a L, che si innesta sul Palazzetto innocenziano esistente. Nel fabbricato a L sono presenti un secondo portico al pianterreno, il grande salone dei ricevimenti al piano nobile, gli appartamenti papali con la loggia belvedere e la vedetta-ridotta. Se l’aspetto “esterno” della cittadella appare fortificato dalla cinta muraria, gli affacci interni dei nuovi fabbricati sulla piazza d’armi hanno invece l’aspetto leggiadro degli edifici del tempo, caratterizzati da grandi e ariose finestre a croce mozza. Molte di queste finestre riportano nella cornice marmorea l’epigrafe «Ligur», che ricorda «Giulio il ligure» committente delle opere.

Ma un’altra epigrafe richiama l’attenzione. Essa si trova sull’architrave che immette nel salone delle feste, superato lo scalone che dal portico immette al piano nobile. Essa recita:

 

F[ranciscus Alidosi] CAR[dinalis] PAPIEN[sis]

JVLII II P[onteficis] M[aximi] ALVMNVS

 

Questa epigrafe – che si traduce con «Francesco Alidosi, cardinale di Pavia, discepolo prediletto di Papa Giulio II» – ruota intorno alla parola «alumnus», che dichiara un peccato di vanità che di lì a breve ad Alidosi sarebbe costato assai caro. E, una volta entrati nel salone dei ricevimenti, il peccato di vanità si ripete: il prezioso pavimento in tessere di maiolica smaltata (oggi perduto) alterna, in una composizione modulare, le insegne di Papa Giulio (rappresentate da un “giogo”) e le insegne personali di Alidosi (un’aquila ad ali spiegate). L’erudito Gruyer commenta così: «Dimenticava che l’aquila degli Alidosi doveva passare con umiltà sotto il giogo dei Della Rovere, se non voleva vedere interrotto il suo volo».

Per fortuna di Alidosi Papa Giulio era impegnato nel progetto di sottomettere l’Italia intera ai voleri del Papato, e non aveva tempo per visitare il cantiere della Magliana. Alidosi del resto adempie fedelmente agli incarichi assegnati dal suo maestro: nel giugno 1508 lascia la Magliana e va a Bologna, in veste di legato apostolico, per sovrintendere alla ripresa delle azioni militari. Dopo la conquista di Bologna infatti, la strada per le valli del Nord Italia è aperta, e Papa Giulio intende percorrerla a passo di carica. Nel frattempo Papa Giulio ha unito a sé Francia, Germania e Napoli nella Lega di Cambrai, e attacca la Serenissima Repubblica di Venezia. La battaglia campale si svolge nel maggio 1509 ad Agnadello. I Veneziani subiscono una sconfitta rovinosa e in un colpo solo perdono le terre fino a Parma e Piacenza. Nessuno si aspettava una vittoria così facile, e Papa Giulio si ritrova in breve nella condizione di difendersi dai suoi stessi alleati. Decide per questo di giocare d’anticipo: all’inizio del 1510, con un improvviso cambio di fronte, perdona Venezia e attacca le truppe francesi.

La manovra lascia completamente spiazzato l’Alidosi, che ha ottimi rapporti coi Francesi, e continua a mantenerne; e continua a perseguitare senza tregua la fazione bolognese dei Bentivoglio, che nel frattempo Papa Giulio aveva perdonato. Alidosi viene convocato urgentemente a Roma, e gli viene spiegata a malo modo la nuova situazione. Nel marzo 1510 Alidosi torna a Bologna, ma la sua parabola umana, come ci racconta l’erudito Gruyer, era fatalmente in declino:

 

Alidosi aveva assunto il titolo di alumnus proprio in allusione al favore di cui godeva presso Papa Giulio. E andò oltre: volle elevarsi quasi allo stesso rango del pontefice […]. Forse l’Alidosi si rivoltò contro Papa Giulio appoggiando le sorti della Francia? Si vendette forse a Luigi XII quando gli eserciti pontifici, di cui insieme al duca d’Urbino condivideva il comando, furono miseramente sconfitti dalle truppe di Venezia? Nulla è sicuro sull’argomento.

 

Nell’estate 1510 per Alidosi ci sono altri guai: i vescovi francesi di Tours revocano l’obbedienza a Papa Giulio e proclamano lo scisma della chiesa francese. Alidosi, invece di opporsi, tratta con gli scismatici. Il 7 ottobre 1510 il duca d’Urbino Francesco Maria della Rovere, comandante delle Forze pontificie, perde le staffe e lo fa arrestare, con l’accusa di cospirare insieme ai francesi. Papa Giulio sa bene che Alidosi non è un cospiratore – al massimo è un imbecille! –, ma si risolve a liberarlo e rimuoverlo dalla delicata posizione di legato pontificio a Bologna: «promoveas ut amoveas», ovvero lo promuove a vescovo di Bologna, con il compito di occuparsi, da ora in poi, dei soli affari spirituali. Da novembre intanto il «conciliabolo» dei vescovi scismatici si allarga ancora, e i vescovi scismatici provano ad eleggere un antipapa, accusando apertamente Papa Giulio di «infettare» la Chiesa con la sua corruzione. Tutte le energie del papa guerriero sono ora rivolte a sconfiggere con le armi le critiche dottrinali dei vescovi: nel 1511 si forma la Lega Santa, che unisce al Papato Venezia, gli Aragonesi, Germania e Inghilterra: tutti contro la Francia.

A maggio 1511 però Bologna cade nelle mani dei francesi, e Francesco Maria della Rovere rinnova contro Alidosi l’accusa di aver favorito i francesi. Papa Giulio convoca allora Alidosi a Ravenna, per una chiarificazione risolutiva. Non sapremo mai se Papa Giulio avesse in animo di perdonare Alidosi: il 24 maggio 1511, mentre sta andando da Papa Giulio, Alidosi cade nell’imboscata del duca Francesco Maria della Rovere, che lo pugnala a morte.

Per i due anni che seguono il titolo cardinalizio di Santa Cecilia (e la commenda della Magliana) non vengono riassegnati. Sono anni di turbolente imprese militari, che vale la pena, anche se brevemente, accennare. La Lega Santa anti-francese consegue dei successi militari, e Papa Giulio avanza tra le valli padane. Anche sul piano dottrinale le cose sembrano volgere a favore di «Giulio il terribile»: nel 1512 convoca a Roma il VI Concilio lateranense e, senza indugi, scomunica tutti i vescovi scismatici. Quando la morte coglie il papa guerriero, il 21 febbraio 1513, Papa Giulio sta ormai marciando con gli eserciti alla volta delle Alpi, oltre le quali i francesi si sono frettolosamente ritirati. Il suo disegno politico è compiuto: ha estromesso gli stranieri dall’Italia e ha aperto la strada all’egemonia pontificia. Dopo i Francesi, la furia guerriera di Papa Giulio si sarebbe probabilmente indirizzata contro i Medici, gli Sforza, gli Aragonesi, e chiunque altro gli avesse resistito. Le «cattive intenzioni» di Papa Giulio avevano precorso il nobile disegno dell’Unità d’Italia.

Il 9 marzo 1513 inizia il conclave per eleggere il successore di Papa Giulio. L’abile segretario Bernardo Dovizi da Bibbiena ha comprato per tempo i voti dei cardinali in favore di Giovanni de’ Medici, figlio del defunto Lorenzo il Magnifico signore di Firenze. Tutto si svolge senza intoppi, in appena un giorno. Qualcuno obietta che Giovanni de’ Medici non è un uomo di chiesa, ma il problema viene risolto rapidamente: il 15 marzo viene ordinato sacerdote, il 17 è consacrato vescovo e il 19 marzo Giovanni de’ Medici indossa la corona pontificia, con il nome di Papa Leone X. L’aneddoto vuole Papa Leone, appena 37enne, abbia già allora dichiarato gli intenti affatto spirituali del suo pontificato: «Giacché Dio ci ha dato il Papato, godiamocelo!».

Papa Leone affronta da subito le questioni irrisolte dal predecessore: perdona i cardinali ribelli del Conciliabolo di Pisa, perdona i congiurati che a Firenze avevano ordito contro la sua stessa famiglia dei Medici, perdona persino l’umanista Machiavelli che lo aveva avversato. Il 27 aprile 1513 apre un Concilio ecumenico, lasciando a dotti teologi il compito di sanare lo scisma francese e riconciliare i cardinali disposti all’obbedienza. Papa Leone perdona tutti.

Subito dopo – siamo a ridosso del 30 maggio 1513 – avviene l’incontro con la tenuta della Magliana, che Papa Leone affida all’anziano diplomatico Carlo Domenico del Carretto, al termine di una lunga ed equilibrata carriera. Alla Magliana il diplomatico non farà quasi in tempo a metterci piede, che morirà di vecchiaia poco dopo, il 15 agosto 1514. E così il titolo cardinalizio di Santa Cecilia resta vacante per un anno, e Papa Leone prende gusto ad occuparsi della Magliana in prima persona. C’è infatti da continuare il cantiere lasciato dall’architetto Sangallo. O meglio, Sangallo il lavoro suo l’ha fatto e finito: la cinta muraria è completa, e sono stati tirati su i muri maestri degli edifici. Rimane ora da abbellire gli interni degli edifici per trasformare la cittadella fortificata in una nobile succursale campestre della Corte vaticana; ma questo non è lavoro per lo spartano Sangallo, talentuoso nelle opere militari ma senza gusto estetico per le opere civili. Papa Leone chiama a lavorare alla Magliana Donato Bramante, nemico giurato del Sangallo. È da allora che Papa per sei mesi l’anno, da maggio a ottobre, fa armi e bagagli e vi si trasferisce. Scrive l’erudito Gruyer: «Se Giulio II ha ben amato la sua Magliana, Leone X Medici l’ha amata ancora di più, legandosene con una passione tra le più intense e viscerali».

Mentre il Bramante rifinisce il Castello, Papa Leone attende a delicati affari dottrinali e di governo: la bolla del 1513 proclama l’immortalità dell’anima (passaggio fondamentale per poter vendere le indulgenze!); la bolla del 1514 definisce e organizza il ruolo dei vescovi; e le tre bolle del 1515 limitano alcuni abusi ecclesiastici, regolano la censura dei libri e il Monte di pietà. Il 10 settembre 1515 Papa Leone trova anche a chi affidare la Magliana: investe del titolo cardinalizio di Santa Cecilia un porporato inglese, Lord Thomas Wolsey (1471-1530), che nel suo lontano Paese è un apprezzato uomo di Stato, ricoprendo anche la carica di Lord Cancelliere sotto Enrico VIII. Non risulta che Lord Wolsey alla Magliana abbia mai messo piede: e Papa Leone ha mano libera per tenersi la «sua» Magliana tutta per sé.

Ma in quel 1515 riprendono a soffiare i venti di guerra nel Nord Italia. L’ingombrante predecessore Papa Giulio aveva infatti esteso l’influenza del Papato fino a Parma e Piacenza, e il nuovo re di Francia Francesco I sembra intenzionato ad aggiustare gli equilibri, radunando truppe sulle Alpi. Papa Leone si prepara all’imminente attacco, ricostituendo la Lega Santa. È in questo scenario che, per fare soldi facili, Papa Leone si accorda con l’arcivescovo di Magdeburgo e il banchiere Fugger, per la vendita delle indulgenze in territorio tedesco. La battaglia campale coi Francesi si svolge a Marignano nel settembre 1515, con esiti disastrosi per le truppe di Papa Leone. A Papa Leone non rimane altro che evacuare Parma e Piacenza, ottenendo in cambio la pace e la sottomissione nominale della Chiesa nazionale francese al Papato. Seguono due bolle che normano la predicazione dei chierici e limitano i privilegi ecclesiastici.

A questo punto c’è una data importante, che divide in due il pontificato di Papa Leone: la data è il 16 marzo 1517, giorno in cui terminano i lavori del Concilio ecumenico iniziato nel 1513, dichiarando sanato lo scisma francese. Si inaugura per gli Stati della Chiesa una stagione di pace, in cui Papa Leone, finalmente libero dai noiosi affari spirituali e di governo, può finalmente godersi le gioie del papato.

In realtà, Papa Leone avrebbe fatto bene ad occuparsi ancora per un po’ di questioni spirituali: a Wittemberg c’è infatti un monaco agostiniano di nome Martin Lutero, che incarna la crescente insoddisfazione della Chiesa tedesca e ha intrapreso radicali predicazioni contro la vendita delle indulgenze. Papa Leone lascia che ad occuparsi della questione sia la rozza figura del predicatore domenicano Johann Tetzel, che sottovaluta le «Novantacinque tesi sulle indulgenze», affisse da Lutero in quello scorcio di 1517. Papa Leone richiama in fretta Tatzel a Roma e investe altri domenicani di maggior spessore, con l’ingaggio di fare aperture progressiste – come la liturgia in volgare e la traduzione della Bibbia –, ma di non arretrare di un passo sulla vendita delle indulgenze con cui finanzia la Corte papale.

E anche nella Corte papale ci sono dei problemi: il 1517 è infatti anche l’anno della «grande congiura», il cui racconto ci perviene dallo storico Francesco Guicciardini. Nella primavera di quell’anno Papa Leone è ormai prossimo alla partenza per la Magliana, quando il cardinal decano del Sacro Collegio Raffaele Riario e il cardinale Alfonso Petrucci da Siena ordiscono una raffinata trama per disfarsi di Papa Leone. Alfonso Petrucci, racconta Guicciardini, nutre per Papa Leone un incolmabile rancore, fin da quando, alla morte di suo padre Pandolfo Petrucci signore di Siena (1516), il papa aveva messo Siena sotto protettorato. Alfonso Petrucci, «ardendo di odio e quasi ridotto in disperazione, aveva avuto pensieri di offenderlo violentemente con l’armi», ma la vendetta prende invece la piega dell’intrigo di palazzo. Papa Leone soffre infatti di un imbarazzante disturbo fisico – una «fistola in ima sede», cioè una piaga al fondoschiena –, che Petrucci vuole curare con una medicina avvelenata, corrompendo il nuovo medico di corte, Mastro Battista da Vercelli.

Di Mastro Battista ci sono pervenuti ritratti contrastanti. Su tutti citiamo quello dell’umanista Paolo Giovio, che lo descrive come un ciarlatano abilissimo: «impurus, crudelis, fallacissimus» (sozzo, crudele, imbroglione), ma anche dotato di «ingenio expedito et singularis digitorum argutia» (di intelletto vivace e mani d’oro). In tempi in cui la medicina sconfinava ancora nell’astrologia, Mastro Battista conseguiva discreti successi nel «mal della pietra» (i calcoli renali), nel «mal francioso» (la sifilide), le cataratte; ed era persino un discreto «cavadenti» (dentista). Mastro Battista non era insomma un vero medico, ma ci sapeva fare. L’incontro fra Papa Leone e Mastro Battista avviene alla Magliana ai primi di giugno 1517, A Papa Leone basta poco per sentire puzza di bruciato… e così il papa umanista si rifiuta di mostrare al dottore la parte dolente, adducendo una «salutari quadam verecundia» (un certo salutare pudore): a chiunque, persino a un medico, è impossibile mostrare il fondoschiena papale! Da quel momento Papa Leone sguinzaglia le spie, finché il procuratore fiscale Mario da Perusco non intercetta una lettera cifrata di Antonio de’ Nini, segretario personale di Alfonso Petrucci, in cui si palesano gli intenti dei congiurati.

Papa Leone dà allora il via alla rinascimentale vendetta. Per primo arresta Petrucci: non ci vuole molto, nelle segrete di Castel Sant’Angelo, a fargli firmare sotto tortura la confessione, completa dell’elenco dei congiurati. Resa la confessione viene giustiziato pubblicamente e in maniera particolarmente efferata, per mano del celebre strangolatore Rolando il Moro. Il 22 giugno la pena capitale tocca a Mastro Battista e al segretario De’ Nini, squartati «da vivi». Gli altri congiurati – Raffaele Riario e buona parte del Sacro Collegio – vengono spogliati della porpora cardinalizia e perdonati il 24 agosto. Si tratta di una «gratia sub condicione»: la vita in cambio dei loro patrimoni. Per Riario il prezzo è altissimo: deve consegnare il suo sfarzoso palazzo urbano, appena completato dal Bramante, che diventa da allora sede della Cancelleria papale. La «grande congiura» è per Papa Leone un gigantesco e provvidenziale affare.

Risolta la congiura e depurata la Corte papale degli elementi più ostili, la Magliana diviene finalmente un luogo sicuro. E si apre un periodo di splendori, tipici delle corti rinascimentali.

Sul piano edilizio, c’è l’avvicendamento tra il Sangallo e il nuovo architetto papale, Donato Bramante, il quale completa i lavori già intrapresi dal Sangallo. Il Sangallo aveva realizzato una cittadella fortificata, che si presentava allora come una scatola vuota: gli interventi di Papa Leone sono quindi volti in due direzioni: completare attraverso il Bramante le parti architettoniche ancora in sospeso (non molte per la verità), e abbellire uno a uno i locali, chiamando a lavorare alla Magliana uno stuolo di artisti.

La prima opera realizzata sotto Papa Leone, della quale in realtà si sa poco e niente, è una Madonna con Bambino, opera del pittore Pietro Perugino. Di quest’opera si sa che era collocata nello scalone d’onore che dava accesso al piano nobile. Non se ne sa molto di più perché lo scalone era aperto verso l’esterno, e la Madonna con Bambino fu trafugata già in tempi lontani, senza che ce ne sia pervenuta una copia tramite qualche acquarellista. Comunque, la Madonna col Bambino è uno dei soggetti dipinti con maggior frequenza dal Perugino: possiamo farci un’idea di come fosse quella della Magliana confrontandola col la Celebre Madonna oggi conservata nella National Gallery di Washington.

Sotto Papa Leone viene completato il Salone d’onore o Salone delle feste. Vi si accede dallo scalone monumentale ed è la prima delle sale del piano nobile. L’impianto architettonico rettangolare risale al Sangallo e si caratterizza per il camino monumentale al centro del lato corto. Il camino reca in epigrafe il nome del predecessore Papa Giulio, così come i pavimenti in maiolica riportano ancora le insegne del cardinal Alidosi. Al Bramante si deve la sopraelevazione e la realizzazione di un soffitto a cassettoni, che rende la sala una cassa armonica da teatro, con un’ottima acustica ancora oggi.

Leone X fa affrescare le pareti, con una decorazione continua sui quattro lati, ambientata in un paesaggio agreste nella tecnica del trompe l’oeil, contornato in alto con un fregio di alloro, aquile e gigli medicei. Sopra il camino si trova la figura monumentale di Apollo, intento a suonare il violino, mentre sugli altri lati si trovano disposte alternate le figure delle nove Muse, dee delle arti. Il ciclo pittorico è attribuito Giovanni di Pietro detto lo Spagna o, secondo altre interpretazioni, a Gerino Gerini.

Questa sala fu senz’altro la più vissuta del Castello: essa era frequentata da letterati, artisti e musicisti, che Papa Leone riuniva in cenacolo letterario. Al cenacolo di Papa Leone presero parte Raffaello, Michelangelo, Bramante, Machiavelli e Guicciardini. Gli affreschi vennero distaccati fra il 1869 e il 1874.

Altre sistemazioni del tempo di Papa Leone riguardano la sistemazione del giardino, che prende l’aspetto di un parco di delizia. Papa Leone vi colloca l’Uccelliera. Si sa che tutta la tenuta fu interessata inoltre da migliorie agrarie finalizzate a estendere la superficie coltivabile e migliorarne le coltivazioni. In particolare si deve alla esplicita richiesta di Papa Leone di aver soppiantato il vitigno locale, la popolare “Romanella” a bassa gradazione, con il più pregiato “Aleatico” di Spagna, di gradazione più elevata. Papa Leone del resto era un amante della buona tavola: gli si attribuiscono ricevimenti in cui vengono servite ben 65 portate. L’erudito Gruyer ci ha consegnato una descrizione di questi giardini e vigne, dai toni lirici:

 

In mezzo a questa campagna dalle dolci increspature di una così austera armonia rimettiamo al suo posto la bella e calma architettura del San Gallo. Restituiamo ai terreni intorno al Castello le ombreggiature di alberi oggi scomparsi. Torniamo ad ascoltare, dalla corte interna, il brusio delle acque di fonte, e ripercorriamo gli stessi passi di Papa Leone Medici. Rimettiamo al loro posto, nelle camere, tutti i dipinti. Restituiamo alle colonne tutti i loro arabeschi. Rimettiamo insomma, ciascuno al suo posto, gli elementi che diedero vita a questa meraviglia. Arriviamo persino a figurarci la presenza fisica di quegli uomini del passato, così forti nel carattere, così brillanti nella mente, così pomposi nei titoli nobiliari. Compenetriamoci insomma dell’atmosfera morale e dello spirito del tempo, della sua ingenuità, delle sue passioni, delle sue convinzioni e del suo amore per la bellezza.

 

Gli aneddoti popolari descrivono questo periodo come il più felice e stravagante di Papa Leone. Quando si recava in città Papa Leone aveva un seguito che per molti aspetti somigliava a una parata: esso era preceduto da giullari, una pantera in gabbia e persino un elefante bianco, di nome Annone, cui si diceva Papa Leone fosse affezionatissimo.

Papa Leone era insomma un raffinato e colto umanista, in un’Europa che si avviava invece allo scisma protestante e alle guerre di Religione. I critici gli rimproverano la mancanza di zelo riformista e soprattutto gli rimproverano la scomunica a Martin Lutero. Papa Leone in realtà non aveva una particolare avversione a Lutero e gli inviò colti teologi incaricati di ricomporre la disputa. Il 15 giugno 1520 avvisò il monaco agostiniano con la bolla «Exsurge Domine», che la tradizione vuole scritta o quantomento concepita proprio nella tenuta della Magliana. Vi è una frase di questo scritto, ancora oggi molto citata, che in latino recita: «surrexerunt vulpes quaerentes demoliri vineam». In italiano essa suona come “e arrivarono le volpi a devastare la Vigna del Signore”. Questa bolla parte dalle 95 tesi di Lutero e ne individua 41 “errori”, invitando il monaco a ritrattare, ricomponendo la frattura. Lutero reagisce alla bolla di Papa Leone bruciandola pubblicamente nella piazza di Wittemberg, il 10 dicembre 1520. Il 3 gennaio 1521 Papa Leone lo scomunica, con la bolla «Decet Romanum Pontificem».

Papa Leone muore il 1° dicembre 1521, a soli 46 anni. L’aneddoto vuole che in quell’anno Papa Leone, profondamente amareggiato per le notizie di scisma provenienti dalla Germania, abbia prolungato il più possibile la villeggiatura estiva alla Magliana, al punto che le campagne si erano ormai coperte dei colori dell’autunno. Quell’anno Papa Leone non vuole saperne di far rientro a Roma. Pare che a fine novembre Papa Leone si sia affacciato dalla Loggia del Bramante, per benedire una staffetta dell’esercito accorsa a riferirgli alcune notizie positive dalla Germania, e che in quell’occasione Papa Leone si sia preso una brutta infreddatura dalla quale non si sarebbe mai ripreso. Trasportato a Roma, si spense nel giro di pochi giorni, morendo nel suo letto in Vaticano. Inevitabilmente, con Papa Leone moriva anche «l’epoca d’oro» della Magliana.

E quello che viene dopo ha poca importanza, e si riduce alla fredda cronologia di nomi e date. A Papa Leone succede il “papa olandese” Adriano VI, il cui breve pontificato (1521-1523) è assorbito dal compito di ricucire lo scisma tedesco. Papa Adriano non ha certo tempo per gli svaghi, e si limita a confermare nell’amministrazione della Magliana il longevo cardinal Wolsey, che ne rimarrà nominalmente affidatario fino alla morte, avvenuta nel 1530. Nel frattempo nessuno dei cinque successori di Papa Adriano troverà tempo da dedicare alla Magliana. Clemente VII Medici (1523-1534) affida la tenuta al cardinale Gabriel de Grammont dal 1531 al 1534, e poi al cardinale Francesco Corner per pochi mesi nel 1534. Paolo III Farnese (1534-1549) – il cui lungo e importante pontificato si ricorda per l’avvio del Concilio di Trento e per la fondazione della Compagnia di Gesù – affida la tenuta al cardinale Jean du Bellay (dal 1535 al 1547) e poi al cardinale Carlo di Lorena-Guisa, che terrà il titolo fino al 1555, regnanti Papa Giulio III (1550-1555) e poi Papa Marcello II, il cui brevissimo pontificato dura appena 21 giorni. Il successore Papa Paolo IV Carafa (1555-1559) affida la Magliana al cardinale Robert de Lénoncourt (fino al 1560).

Pio IV Medici (1559-1565) torna a frequentare la Magliana. Papa Pio è un papa importante, cui si deve tra l’altro il completamento del Concilio di Trento nel 1563. Sotto il suo pontificato alla Magliana ci sono alcune aggiunte e decorazioni, alcune delle quali riportano il suo stemma papale. L’intervento più evidente di Pio IV è la graziosa fontana a doppio bacino nella corte interna, caratterizzata dalle insegne con le «sette palle» della Famiglia Medici. Le cronache registrano che il cardinale affidatario della Magliana in quel periodo è Alfonso Gesualdo di Conza, rimarrà titolare dal 1560 al 1572, mentre per i tredici anni successivi, dal 1572 al 1585, il titolo rimarrà vacante. Nel frattempo si succedono altri due papi: il teologo domenicano Pio V (1556-1572), famoso per la vittoria navale di Lepanto contro i Turchi (1571) e il riformatore Gregorio XIII Boncompagni (1572-1585).

Papa Sisto V Peretti (1585-1590) è l’ultimo papa a soggiornare alla Magliana. A Sisto V si attribuisce anche di aver fatto affrescare alcune stanze rimaste prive di decorazioni. Dopo Sisto V c’è il brevissimo intermezzo di Urbano VII (papa per appena 13 giorni nel 1590), cui succede Gregorio XIV (1590-1591), il cui nome secolare è Niccolò Sfondrati, che ricordiamo soprattutto per essere stato affidatario della Magliana nel quinquennio precedente, dal 1585 al 1590, ma non sembra volle tornarvi una volta divenuto pontefice.

È in quegli anni che alla Magliana insorge la malaria: nessun pontefice trovò più salutare farvi visita, e il castello viene declassato a casale agricolo. Lasciamo che sia l’erudito Gruyer a descrivercene il contesto:

 

Da Clemente VIII in poi la tenuta cominciò anche ad essere trascurata dal punto di vista agricolo. Meno di un secolo dopo l’abbandono fu completo. Così completo che la Camera Apostolica ne alienò la proprietà alle Monache di Santa Cecilia. E da allora la rovina regnò sovrana. La Magliana, divenuta per il Convento d’Oltretevere una comune proprietà di campagna, fu consegnata ai fattori, che non si diedero alcuna cura dei beni improduttivi. La decadenza si consumò senza destare la benché minima preoccupazione. Il Seicento, aprendo al Papato un’era di declino e di sudditanza politica, relegò il Castello della Magliana in un ruolo di maggiore austerità. I papi, impossibilitati ormai a fare la guerra, smisero di colpo anche di andare a caccia! In breve, la Magliana non ebbe più ragione di esistere.

 

La cronologia degli affidatari secenteschi ci consegna ancora nomi e date: Paolo Camillo Sfondrati fino al 1618, Giambattista Leni fino al 1627, Federico Baldissera Bartolomeo Cornaro nei due anni successivi, Giovanni Domenico Spinola fino al 1646, e ancora: Michele Mazzarino (fino al 1648), Gaspare Mattei (1650), Francesco Angelo Rapaccioli (1657), Ottavio Acquaviva d’Aragona (1674), Philip Thomas Howard of Norfolk (1679), Giambattista Spinola (1696), Celestino Sfondato (pochi mesi nel 1696).

La lista settecentesca ci trasmette i nomi di Jacopo Antonio Morigia dal 1699 al 1708, Francesco Acquaviva d’Aragona (fino al 1725), Filippo Antonio Gualterio (1726), Cornelio Bentivoglio (1732), Troiano Acquaviva d’Aragona (1747), Joaquín Fernández Portocarrero (1753), Giorgio Doria Pamphili Landi (1759), Cosimo Imperiali (1764), Giuseppe Maria Feroni (1767), Ferdinando Maria de Rossi (1775), Girolamo Spinola (1784), Hyacinthe Sigismond Gerdil (1802).

Nel Primo Ottocento ricorre il nome del casato romano dei Doria-Pamphili: Giuseppe Maria Doria Pamphili dal 1802 al 1816, e poi Giorgio Doria Pamphili Landi fino al 1837. Sotto il casato dei Doria-Pamphili la tenuta è gestita dal rozzo fattore. Ai Doria-Pamphili succedono Giacomo Luigi Brignole (fino al 1853), Giovanni Brunelli (1861), Karl August von Reisach (1868), Innocenzo Ferrieri fino al 1887. È sotto l’amministrazione di quest’ultimo che il Castello viene spogliato delle sue opere d’arte più preziose: nel 1869 vengono staccati dal Salone delle feste i quadranti di Apollo e delle Muse, rimontati a Palazzo Braschi nel 1874.

Nel Novecento gli affidatari sono Mariano Rampolla del Tindaro (1887-1913), Domenico Serafini fino al 1918, Augusto Sili fino al 1926, Bonaventura Cerretti fino al 1933, Francesco Marmaggi dal 1936 al 1949. Negli anni durissimi della Seconda guerra mondiale il Castello è sede, per breve periodo, del comando di occupazione germanico. L’ultimo affidatario è Gaetano Cicognani, nominato nel 1953, che si congeda dalla Magliana il 14 dicembre 1959 per andare a ricoprire l’incarico di vescovo di Frascati. In quell’anno 1959 l’intero complesso immobiliare l’intera tenuta viene acquistata dal Sovrano Militare Ordine di Malta, che vi intraprende importanti lavori di restauro, per farne la direzione e uffici del costruendo Ospedale San Giovanni Battista, che andava a sorgere accanto al Castello.

 

Cappella di S. Giovanni Battista

 

A ridosso dell’Anno Mille, nella Tenuta della Magliana, esisteva una chiesina campestre intitolata a un Sanctus Johannis de Maliana, probabilmente San Giovanni il Battista. Di questa cappellina si sa davvero molto poco: non se ne conosce l’ubicazione, né sono pervenuti resti edilizi, disegni, né descrizioni architettoniche o delle decorazioni.

Alla fine del Quattrocento il culto doveva essere ormai decaduto e la chiesina in rovina: dopo il 1484 infatti, quando il cardinale Gian Giacomo Sclafenato intraprende nuove opere edilizie alla Magliana, senza grandi rimpianti dà anche l’ordine all’architetto Prada di abbattere tutte le preesistenze, ridotte ormai a rovine fatiscenti. Tra queste figurava probabilmente anche la chiesina di San Giovanni. Per un po’ dunque – una ventina d’anni –, il culto dev’essere stato officiato in un qualche locale del nuovo Palazzetto dell’architetto Prada, che sembrerebbe tra l’altro essere stato dotato di un grazioso campaniletto, di cui rimane oggi solo la manciata di gradini della rampa di scale che vi dava accesso.

Ma si tratta di una fase passeggera, perché dal 1506, sotto la commenda del cardinale Francesco Alidosi, arriva alla Magliana l’architetto Giuliano da Sangallo, che ha il compito principale di trasformare il Palazzetto in un «castrum militare» cingendolo di una robusta cortina muraria e quello secondario di realizzare i nuovi edifici che sorgeranno al suo interno, prevedendo tra essi gli spazi per una cappellina destinata al raccoglimento spirituale del pontefice. Sangallo si limitò probabilmente a tracciare in pianta la nuova chiesina, e forse ad avviarne il cantiere. L’interesse del Sangallo si concentra soprattutto sull’ingegnosa concezione di una «ridotta militare», cioè un «castello dentro il castello», che fa perno sui locali della cappellina, alloggi papali, loggia papale e torre squadrata, e prevedeva qui i luoghi dell’«ultima difesa», nel caso il Castello della Magliana fosse stato attaccato ed espugnato. Possiamo persino, aiutati dalla fantasia, immaginarci la scena: mentre la battaglia infuria nel cortile del Castello, con truppe ostili pronte a prenderne il controllo, il pontefice che si ritira in preghiera asserragliato nella cappellina, invocando Dio di capovolgere le sorti… E quando le truppe nemiche bussano alla porta della cappellina per catturare il Santo Padre, il pontefice, scivolando nella portella del Sangallo (ancora oggi presente sul lato sinistro della cappellina), sale da una scala a chiocciola ricavata sino alla torre: chiude il pesante chiavistello, e da lì, nei locali inespugnabili della torre, attende paziente l’arrivo di truppe di rinforzo.

La realizzazione della nuova cappellina avviene quindi nei cinque anni fra il 1506 e il 1511. In quel frangente viene dipinta una prima parte del ciclo pittorico dedicato al santo titolare, Giovanni il Battista, la cui ricorrenza liturgica si celebra il 24 giugno. Sulle due pareti laterali vengono dipinti i due episodi evangelici che precedono la nascita del Battista, rispettivamente l’Annunciazione (il 25 marzo) e la Visitazione (il 31 maggio). Riferisce l’erudito Gruyer:

 

Orbene, ad una dimora papale non poteva mancare una cappella. Essa fu ricavata negli appartamenti al pianterreno, e consacrata a San Giovanni Battista. Gli affreschi della Annunciazione e della Visitazione, dipinta sui due lati dell’unica finestra, stanno a dichiarare ancora oggi quali abili mani il cardinale di Santa Cecilia abbia utilizzato. Fu probabilmente lo Spagna, uno dei più famosi allievi del Perugino, ad eseguire quei dipinti. Quanto alla loro data, non è possibile individuarla con precisione. La morte violenta dell’Alidosi avvenne nel 1511: possiamo solo dire che gli affreschi affidati alla sua cura precedono tale data.

 

Inizialmente i due affreschi erano stati attribuiti a Pietro Vannucci detto Il Perugino (1450 -1524), ma già nell’Ottocento al tempo di Gruyer si ritiene più probabile che gli affreschi siano opera di un allievo del Perugino, il pittore spagnolo Giovanni di Pietro detto lo Spagna. Nel 1983 la studiosa Fausta Gualdi Sabatini ha proposto il nome di un altro allievo del Perugino, Bartolomeo Caporali (1476-1560), spostandone tra l’altro la data di realizzazione, tra il 1517 e il 1529.

Il primo di questi due affreschi, l’«Annunciazione» presenta una scena divisa in due campi da una finestra. Essa riprende i versi del Vangelo di Luca (I, 26-38) in cui l’angelo Gabriele annuncia alla Vergine Maria il miracoloso concepimento di Gesù per intervento dello Spirito Santo. L’ambientazione rinascimentale umbra contiene i personaggi in un cortile dal lastrico geometrico, sullo sfondo di un delicato paesaggio rurale. Nel campo di sinistra Gabriele saluta la Vergine deferentemente inginocchiato e pronuncia le parole: «Ave o Maria, il Signore è con te. Non temere, perché hai trovato grazia presso Dio. Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù». L’angelo vince l’iniziale turbamento di Maria, rassicurandola del favore divino e annunciandole anche la gravidanza miracolosa dell’anziana cugina Elisabetta, in attesa di Giovanni Battista. Nel campo di destra la Vergine apre le braccia in segno di umile adesione e risponde: «Ecco, io sono la serva del Signore; sia fatto di me quello che dici». La dottrina colloca in questo momento la discesa salvifica del dio-uomo sulla Terra, festeggiata il 25 marzo.

L’altro affresco, quello della Visitazione, prosegue la narrazione della vita di Giovanni Battista, e ha per soggetto la visita di Maria alla cugina Elisabetta. Esso raffigura centralmente, affiancate da due angeli, Maria, al terzo mese di gravidanza, che tende le mani con sguardo benevolo verso l’anziana Elisabetta, giunta ormai al sesto mese di gravidanza del futuro Giovanni Battista. Quando Elisabetta loda Maria per aver accolto il progetto di Dio, la Vergine pronuncia il famosissimo canto di ringraziamento del “Magnificat”, riportato nel Vangelo di Luca (I, 39): «L’anima mia magnifica il Signore / e il mio spirito esulta in Dio». La visitazione si celebra oggi nella ricorrenza del 31 maggio.

Sangallo non arriverà a vedere ultimata la cappellina del Battista alla Magliana. Sarà invece il suo acerrimo rivale, l’architetto Donato Bramante a portarla a termine, al tempo di Papa Leone. I margini di intervento del Bramante sono in realtà piuttosto risicati: Sangallo gli ha consegnato un locale di piccole dimensioni, dalle volumetrie cubiche già definite, in cui non rimane altro da fare se non dare eleganza alle linee squadrate ricavando un abside nella parete di fondo e un arco sulla parete d’ingresso. Tra il 1517 e il 1519 negli spazi di abside e ingresso viene completata la decorazione pittorica, con due grandi opere a fresco attribuite a Raffaello Sanzio da Urbino (1483-1520): l’Eterno Padre benedicente tra angeli e cherubini nella conca absidale e, sul lato opposto, il Martirio di Santa Cecilia.

L’ideazione di entrambe le opere è attribuibile al Maestro di Urbino. Per l’Eterno Padre ne abbiamo addirittura le prove: nel 1913 è stato ritrovato il bozzetto realizzato di pugno da Raffaello; mentre per Santa Cecilia dobbiamo attenerci a quanto dichiarato da un contemporaneo di Raffaello, l’incisore Marc’Antonio Raimondi, che nell’atto di farne una copia vi appuntò il cartiglio in latino «Raphael invenit». L’esecuzione delle due opere, tuttavia, fu affidata a discepoli di Raffaello, e questo provocò una serie di problemi di attribuzione di cui parleremo a breve: per il momento ci basti accennare che uno stuolo di critici dell’ultimo secolo e mezzo è concorde nell’affermare che all’esecuzione dell’opera Raffaello non abbia mai preso parte.

L’Eterno Padre collocato nell’abside ha forma di un quarto di sfera (diametro cm 283, altezza 140). Al centro, la figura maestosa del Dio-Padre emerge all’in piedi da uno strato di nuvole, evocative della volta celeste; lo sguardo benevolo è rivolto in basso, verso la Terra, e la mano destra è levata nell’atto di benedire l’umanità, rinnovando l’alleanza tra il Padre e i suoi figli. La figura del Padre è circondata da un arco dorato a forma di mandorla con una schiera di 7 putti alati; all’esterno due figure di angeli offerenti.

Sull’arco della navata, opposto all’abside, si trova il Martirio di Santa Cecilia. L’opera raffigura il supplizio della Martire Cecilia, la decapitazione del marito Valeriano e del fratello Tiburzio. Dell’opera in realtà non rimane gran ché, perché nel 1830 viene seriamente compromessa da un atto di stupidità umana. Scrive il critico d’arte Gruyer: «Chi avrebbe dovuto fare da guardiano ai dipinti contenuti nella Cappella fu per uno di essi la causa di definitiva rovina». Succede infatti che l’affittuario della tenuta in quel tempo, un certo fattore Vitelli, è infastidito dal dover assistere alle funzioni fianco a fianco con i maleodoranti bifolchi che lavoravano le campagne della Magliana: decide così di farsi costruire una tribuna sopraelevata appoggiata alla parete d’ingresso, cui si accedeva dai locali del primo piano scendendo una scaletta. Poco importa se per aprire il passaggio verso la cappellina sia stato necessario “bucare” la parete d’ingresso, e posizionare una porta nel bel mezzo il Martirio di Santa Cecilia. Dell’opera integra è sopravvissuta una copia, oggi conservata a Dresda, incisa a bulino da Marcantonio Raimondi (1482-1534).

Gli affreschi sono rimasti al loro posto per oltre tre secoli, fin quando le Monache di Santa Cecilia ne disposero il distacco, nel 1858. Il critico Gruyer è testimone diretto di questo evento, e così racconta:

 

Furono le stesse Monache che, avendo bisogno di denaro e pensando a ragione che gli affreschi di Raffaello valessero una fortuna, li fecero distaccare e portare su tela, per impegnarli al Monte di Pietà. Al Monte di Pietà ho avuto modo di esaminarli personalmente, nel 1858. Dal Monte, dove rimasero all’incirca un anno, i dipinti vennero spostati in una delle sale d’ingresso della Basilica di Santa Cecilia in Trastevere.

 

Nel frattempo le monache avevano tamponato le contingenti ristrettezze di denari, tuttavia non viene meno l’intenzione di mettere a frutto le opere: la collocazione nella celebre Basilica è solo finalizzata a offrire alle opere una buona vetrina, per trovare un compratore. L’acquirente viene trovato solo nel 1869, ed è un privato, un francese di nome L. Oudry, che acquista insieme l’Eterno Padre e Santa Cecilia, pagandoli la discreta somma di 5000 franchi.

Riportiamo tale valore, perché quattro anni dopo (1873) Oudry riuscirà a rivendere le due opere allo Stato Francese a un prezzo da capogiro: ben 207.500 franchi. Con i frammenti di Santa Cecilia in realtà si può fare ben poco, e l’opera finisce probabilmente già allora nei magazzini del Louvre. All’Eterno Padre invece viene riservata una collocazione prestigiosa: sempre al Louvre, nella grande sala della Gioconda di Leonardo da Vinci viene appositamente realizzato un nuovo ingresso, nel cui portale absidato viene collocata l’opera della Magliana. Da allora l’Eterno padre prende il nome internazionale de Le Père Eternel Bénissant o Fresque de la Magliana.

In Francia ci sono immediate e forti polemiche in merito alla genuinità dell’opera. Era già allora diffusa una sensibilità artistica molto moderna, che portava a distinguere fra opere interamente condotte dal Maestro e opere nelle quali il Maestro è ideatore del bozzetto ma la conduzione è affidata ad allievi, ritenendo le prime molto più pregevoli delle seconde. A risolvere lo Stato Francese a pagare una somma così elevata era stata proprio l’expertise del critico Gruyer, che aveva qualificato l’Eterno Padre come opera interamente condotta «dal genio potente di Raffaello». Così infatti aveva certificato Gruyer: «Nella Cappella del Battista, dove lo Spagna aveva dipinto affreschi senza una propria fisionomia, Raffaello ha lasciato i tipi di perfezione che appartengono a lui e solo a lui: nella volta che sovrasta l’altare, ha dipinto l’Eterno Padre benedicente, in mezzo ad una processione di angeli e cherubini; nella verticale dell’arco della navata ha lasciato il Martirio di Santa Cecilia».

Una sonora cantonata, dunque. Ma c’erano state anche altre expertise. Quella dell’italiano Gnoli ad esempio peccava dell’eccesso opposto, e negava persino che Raffaello avesse preso parte al bozzetto: «una povera cosa, difettosa nel disegno, con scorci falsi, tinte tenui e diluite, che ricorda l’arte giovanile di Perino del Vaga». Anche Gnoli sbagliava, e la dimostrazione non sarebbe arrivata che nel 1913, con il ritrovamento del bozzetto della figura del Dio-Padre, ascrivibile con certezza a Raffaello. Una posizione intermedia, più recente, è quella del critico Cavalcaselle, che, ponendo l’accento sulla realizzazione, che ritiene di impeccabile fattura, attribuisce l’ideazione a Raffaello e la conduzione non a discepoli ma a Pietro lo Spagna in persona: «Il solo Spagna poteva condurre in tal modo un dipinto su disegno di Raffaello!». Tra le altre ipotesi attributive vale la pena di ricordare anche il nome di un altro talentuoso allievo di Raffaello: Pellegrino da Modena. L’autore dell’affresco della Magliana rimane ad oggi un mistero.

Nel 1983 la studiosa Fausta Gualdi-Sabatini ha ritrovato le altre due opere disperse della Magliana, l’Annunciazione e la Visitazione: esse erano finite nella Cappella Grassi dell’Opera Don Guanella di Lora (Como), dove si trovano ancora oggi, dopo essere appartenute alla Collezione Bardi a Roma. I frammenti del Martirio di Santa Cecilia si trovano oggi al Museo di Belle arti di Narbona, nel Sud della Francia.

In tempi recenti il Comitato Catacombe di Generosa, con il sostegno del Sovrano Militare Ordine di Malta, proprietario della cappella, ha riposizionato delle fedeli riproduzioni fotografiche di Annunciazione e Visitazione. Nel giugno 2016 l’artista Stefano Lucà ha realizzato in pittura una copia fedele dell’Eterno Padre, posizionandola all’interno dell’abside.

 

Casali della Magliana

 

Il Borghetto Belvedere è un borghetto agrario del Primo Ottocento (1819), disposto su due blocchi architettonici lungo i due lati di via Fulda, sul Monte delle Piche. Gli edifici sul lato sinistro sono casali a pianta quadrata o rettangolare a doppia elevazione, accorpati gli uni agli altri fino a costituire un corpo unico longitudinale, affacciato in ripido pendio lungo il Monte delle Piche sulla Vallata del Tevere. Sono ancora visibili, parzialmente interrate, le sommità di arcate in laterizio che costituivano in origine stalle o botteghe. Gli edifici sul lato destro presentano una maggior varietà di forme: tre corpi di fabbrica a fronte strada costituiscono l’ingresso di quella che probabilmente era la parte signorile dell’abitato, anch’essa in posizione di belvedere, ma arretrata e preceduta da una corte interna, tutta in piano.

Gli edifici sul lato sinistro, visibili già dal Catasto del 1819, sono censiti dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma con la scheda inventariale n. 700735 (responsabile G. Sacchi, catalogatori Giampaoli & Fracasso). Essa reca l’epigrafe erronea Casali di via Fulda, 26, mentre il civico corretto è in realtà l’86. Si tratta di casali di proprietà privata, bisognosi di restauri ma non degradati, ancora abitati. Essi presentano piante rettangolari o quadrangolari, e sono accorpati gli uni agli altri fino a costituire un corpo unico.

La quota attuale non è probabilmente quella originaria: la strada attuale (via Fulda, già via della Borgata Magliana), si presenta ad una quota maggiore rispetto alla percorrenza antica, e copre in parte degli ambienti in laterizio, dei quali è ancora oggi visibile la parte superiore di arcate con tamponamenti in muratura. Questi ambienti, che presentano oggi caratteri semipogei, dovevano essere in origine stalle o botteghe artigiane. Gli edifici di questo lotto presentano un affaccio panoramico sulla Vallata del Tevere.

Frontistanti ai casali del lato sinistro, in corrispondenza del civico 87, si trovano altri casali, componenti un secondo nucleo edilizio, visibile anch’esso dal Catasto del 1819. Caratteristica di questo lotto di edifici è una maggior varietà di forme rispetto a quelli del lato sinistro, e la disposizione intorno ad una corte interna, tutta in piano. Vi sono tre corpi di fabbrica con affaccio su strada che determinano l’ingresso alla corte. Internamente, parzialmente appoggiati sul fianco del Monte delle Piche, sono presenti altri caseggiati di maggior elevazione, che dovevano costituire, con probabilità, la parte padronale dell’abitato. Anche questa parte gode di un belvedere sulla Vallata del Tevere. La proprietà è privata, e di recente questo gruppo di immobili ha avuto un restauro. La scheda della Soprintendenza per questo gruppo di casali è la numero 700734 (Sacchi, Giampaoli e Fracasso).

[Casale degli Inglesi].

Il Casale Pino Lecce, sito nella via omonima, già segnalato nel Catasto Gregoriano del 1818, è costituito da due nuclei, fusi nel tempo. Era allora affittato ad uso di fienile e stalla al Collegio Inglese, che possedeva altri casali più grandi nella stessa zona. Per una catalogazione dei casali nella zona si rimanda all’Ufficio Carta dell’Agro, della Sovraintendenza comunale.

Casale Agolini (Casa rurale Agolini) è un edificio rurale di inizio Ottocento, sito in via della Magliana, 535, alla Magliana vecchia. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970756A, Banchini R. – cat. Peixoto J.R.).

[Villa al Monte delle Piche].

 

Stazione Magliana

 

La Stazione di Magliana è una fermata ferroviaria lungo la Dorsale Tirrenica.

Entra in servizio il 16 aprile 1859, giorno dell’inaugurazione della tratta Roma-Civitavecchia. Non essendo allora ancora pronto il capolinea di Porta Portese, viene svolta qui, in forme solenni, la benedizione dell’intera linea ferroviaria, alla presenza delle autorità cittadine. Il 17 aprile 1921 si verifica in stazione un disastroso incidente, nel quale perdono la vita 30 persone e oltre 100 rimangono ferite. Dal 10 novembre 2002 la stazione è declassata a fermata impresenziata (priva cioè di personale e di biglietteria). La stazione è dotata di una galleria di sottopasso. L’offerta tipica è di un treno ogni 15 minuti sulla percorrenza urbana FR1. È servita dalle linee bus passanti 128, 228, 719 e il notturno14.

La Collezione di Rivaportuense ha acquistato il numero de La Tribuna illustrata (con la copertina dell’illustratore Morini) dedicato all’incidente ferroviario della Magliana, del 17 aprile 1921.

Quel giorno, una domenica, un treno viaggiatori stracolmo, partito da Roma Ostiense e diretto a Ladispoli, inaugura una precoce stagione balneare. Nella cittadina rivierasca celebri atleti si esibiscono in tuffi e i più temerari azzardano un bagno in mare. Al ritorno avviene la sciagura, presso l’attuale sottopasso di via del Trullo, in un tratto allora intersecato dai binari a servizio delle industrie di zona.

Il fotocronista Ferri accorre tra i primi e racconta con crudo realismo: «Un treno merci in manovra, malauguratamente affidato alle mani inesperte di un fuochista diciassettenne, è andato a cozzare come un ariete sulle vetture centrali del treno, che filava velocemente su Roma. Il cozzo è stato terribile». I vagoni deragliano, precipitano nella scarpata di Monte Cucco. «24 viaggiatori, in gran parte donne e bambini, v’hanno perduto miseramente la vita, e oltre 100 individui han lasciato brandelli delle loro carni e frammenti delle loro ossa in quel groviglio immane di ferri contorti e legname stroncato».

Il bilancio finale superò le 30 vittime. L’episodio (definito «uno dei più terribili disastri che mente umana ricordi») colpì duramente l’opinione pubblica, incrinando i miti della ferrovia e del mare per tutti.

 

Madonna di Pompei

 

La Madonna di Pompei è una chiesa annessa alla parrocchia dei Martiri Portuensi; è stata sede parrocchiale dal 1915 al 2007.

La parrocchia è stata eretta il 1° marzo 1915 con decreto del Cardinal vicario Basilio Pompili «Quamdiu per Agri Romani», sotto il titolo del Santissimo Rosario di Pompei fuori Porta Portuense.

Il territorio viene desunto da quello della parrocchia di S. Maria del Carmine e S. Giuseppe al Casaletto.

Essa viene affidata in origine al clero diocesano di Roma.

Il riconoscimento agli effetti civili del provvedimento vicariale avviene il 4 marzo 1917.

In data non nota (1933?) l’amministrazione parrocchiale viene affidata alla Provincia aquilana dei Frati Minori Cappuccini.

Il 17 agosto 1941 il Cardinal vicario Francesco Marchetti Selvaggiani riorganizza il territorio, istituendo una vicecura, destinata a divenire la futura parrocchia di San Raffaele Arcangelo.

Dodici anni dopo la vicecura viene eretta in parrocchia, con il nome di San Raffaele Arcangelo. È il 1° febbraio 1953, e il decreto istitutivo è del Cardinal vicario Clemente Micara («Quo uberius»).

Il 9 marzo 1960, con il decreto del Cardinal vicario Clemente Micara «Quotidianis curis», è eretta la nuova parrocchia di San Girolamo. Il territorio è desunto in parte dalla parrocchia di S. Maria del Rosario di Pompei alla Magliana e in parte da quella di S. Maria del Carmine e S. Giuseppe al Casaletto.

La Chiesa di Santa Maria del Rosario alla Magliana Vecchia ha avuto dal Ministero per Beni e le Attività culturali l’importante riconoscimento di edificio di interesse storico artistico.

La chiesa costituisce una testimonianza storica delle vicende dell’Agro Romano, ponendosi – come si legge sulla relazione storico-artistica del Ministero – «come elemento focale e tutt’ora di maggiore riconoscibilità dell’originario nucleo insediativo a carattere rurale, in ciò svolgendo un ruolo prezioso per la conservazione dell’identità del luogo, ormai raggiunto dalle recenti espansioni edilizie».

L’edificio è stato costruito tra il 1908 e il 1915 e sorge lungo via della Magliana, ai piedi delle colline che, secondo la denominazione tradizionale, erano conosciute come Monte delle Piche e Colli di Affogalasino. Esso trova origine dalla creazione della borgata rurale conosciuta in seguito anche come Borgo Maccaferri, sorto per accogliere gli operai degli Stabilimenti Maccaferri – officine nate nel 1917 in piena Prima Guerra Mondiale per iniziativa di un imprenditore emiliano con il sostegno del Governo -, destinati alla produzione di filo spinato, di cui vi era grande necessità per le esigenze belliche. Si affaccia sulla piazza Madonna di Pompei ed è posizionata strategicamente vicino alla Stazione della Magliana che era già attiva agli inizi del Novecento.

Il 1° marzo 1915 la chiesa fu eretta a parrocchia, con decreto del Cardinale vicario Basilio Pompili, sotto il titolo del Santo Rosario di Pompei fuori Porta Portuense. Il riconoscimento agli effetti civili del provvedimento vicariale fu decretato il 4 marzo 1917.

Dal punto di vista architettonico la chiesa si presenta a navata unica con tetto a capanna e con una piccola abside quadrangolare (scarsella). è una impostazione che si rifà volutamente alla tradizione architettonica degli Ordini Mendicanti. «L’impaginato architettonico – scrive il Ministero nella sua relazione – si presenta austeramente classicistico», con le parete laterali «realizzate in blocchetti di tufo e laterizio a faccia a vista e dall’equilibrata elegante intelaiatura, costituita da paraste di ordine tuscanico».

Da evidenziare la particolarità che tutti e due i fronti esterni su via della Magliana e piazza Madonna di Pompei sono trattati come facciate. Il fronte più lungo, corrispondente al fianco sinistro della chiesa, doveva svolgere inizialmente tale funzione. Una conferma è rilevabile da una fotografia del 1940 circa, in cui il lato corto sulla piazza non presenta una qualsiasi qualificazione architettonica. Tale soluzione sembra fosse dettata dalla volontà iniziale di privilegiare l’affaccio verso la Magliana e l’antistante stazione ferroviaria. Solo in seguito venne completato il fronte che si apriva sulla piazza, a seguito probabilmente della realizzazione di un nucleo abitato più significativo, e quindi di una più definita sistemazione della piazza stessa.

[Casa del Rosario].

Le messe si celebrano alle 9,00 e alle 19,00 nei giorni feriali; e alle 8,00, 10,30, 12,00 e 19,00 in quelli festivi.

In tempi recenti (2000?) l’amministrazione parrocchiale viene affidata alla Fraternità sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo (FSCB).

A seguito dell’edificazione della nuova Chiesa dei Martiri Portuensi, la chiesa della Madonna di Pompei ha perduto lo status di sede parrocchiale, per diventare una sede annessa della nuova chiesa dei Martiri Portuensi, divenuta sede parrocchiale.

 

Borgata rurale Magliana

 

L’Acqua Pino Lecce è un fontanile del Primo Novecento, oggi in abbandono. Si compone di un vascone allungato, recante il mascherone di un leone e l’epigrafe «Acqua Pino Lecce». Si trova in via della Magliana, 611, alle spalle della Stazione ferroviaria, nel punto di biforcazione tra vicolo dell’Imbarco e il ramo morto di via della Magliana. Il fontanile nasce come opera di miglioria per la nascente Borgata Magliana, dono della famiglia Pino Lecce, in un punto allora densamente popolato. La fontana è oggi di proprietà comunale e, priva ormai di acqua, versa in stato di forte degrado. Un progetto, della Sovraintendenza Capitolina, ne propone il recupero architettonico, il riallaccio alla rete idrica e la valorizzazione in una nuova piazza urbana.

Torre Pino Lecce è una vedetta semaforica a presidio dell’Ansa di Tor di Valle, oggi inglobata in un villino novecentesco. La torre, a base quadrangolare, si trova sul retro del villino, con i contrafforti alla base ancora visibili. Durante il restauro, eseguito verosimilmente negli Anni Venti, vengono aggiunti due corpi longitudinali a doppia elevazione ad uso residenziale, e alcuni corpi minori, mentre la torre viene ulteriormente elevata con una loggia. La struttura è rivestita in cortina laterizia dal ritmo misurato; le decorazioni a finestre, marcapiani e canne fumarie fanno anch’esse uso del laterizio. L’edificio, che volge la facciata al Tevere e ha ingresso da via della Magliana, 642, è stato studiato dalle Belle Arti (scheda 700754, Sacchi-Giampaoli-Fracasso).

Corre l’anno 1927. Gli alunni della scuola rurale Pascoli eccellono nella lettura, nel far di conto, ma soprattutto nell’igiene personale, con cui si proteggono dai virus e batteri di quella che allora era aperta campagna. Al punto che l’insegnante Fedra Angelelli li iscrive alle “gare d’igiene” che il Governatorato di Roma organizza ogni anno con grande enfasi tra le classi delle scuole rurali. Con grande stupore della maestra, la sua classe IV si piazza addirittura prima su tutta Roma. Tempo dopo il Governatore di Roma, Sua Eccellenza il Principe Francesco Boncompagni Ludovisi, scrive alla Maestra Angelilli per complimentarsi, e le conferisce uno speciale diploma in igiene (su una pergamena di 50 × 34 cm, con firma autografa del governatore), che fa oggi parte della Collezione di Riva Portuense. Il testo, sormontato da tre corone d’alloro, il fascio littorio e l’epigrafe S.P.Q.R., recita: «Gare d’Igiene anno scolastico 1927-28. Diploma di I° premio conferito all’insegnante sig. ra Angelelli Fedra della classe IV – Scuola Magliana, distintasi nella gara fra le scuole elementari rurali del Governatorato. Dal Campidoglio, il 21 aprile 1929, anno VII. Il Governatore Francesco Boncompagni Ludovisi».

I Casali Maccaferri sono una comunità di case sparse del Primo Novecento, legate al riformismo fondiario della famiglia Pino-Lecce e dell’industriale Gaetano Maccaferri. L’insediamento occupa il fianco est del Monte delle Piche, tra la Stazione Magliana e il Borgo rurale del Monte delle Piche. Ne rimangono oggi nove caseggiati, su via di Generosa (casali 8 e 10), largo dell’Oratorio Damasiano (casali 5, 6 e 7) e via Fulda (casali da 1 a 4). Presso largo dell’Oratorio Damasiano si trova il terminale dell’acquedotto. Del borgo fa parte anche il casale n. 9, che ospita oggi l’Archivio Storico Portuense (cfr. scheda apposita). I casali hanno tutti eguale struttura – longitudinale a piano doppio con vano scale esterno e coperture a doppia falda con capriate lignee –, secondo lo schema del casaletto dell’Agro Romano. Alcuni di essi possiedono dei magazzini.

L’edificazione dei casali su terreni di proprietà Pino-Lecce è – verosimilmente – databile a ridosso del 1907, anno in cui l’area è interessata da una campagna di bonifica sanitaria, al seguito dell’imperversare di febbri malariche. Nonostante la bonifica sia stata condotta con un certo zelo, l’insediamento sul versante collinare non è fruttuoso: il terreno tufaceo si presenta inadatto all’agricoltura: l’aratro fa fatica a lavorare la terra in profondità e le scarse acque di una sorgente, convogliate dai marchesi Pino-Lecce in un breve acquedotto con terminali a valle e a monte, sono insufficienti ad alimentare coltivazioni estese.

Non si conosce bene come si svolse la fase iniziale della colonizzazione, ma si sa che già dal 1911 i marchesi Pino-Lecce, abbandonano l’impresa, vendendo i terreni in maniera frazionata. Succede così che nel 1911, accanto ai casali di bonifica, si trovano solo tre stabilimenti industriali: una vetreria, una fabbrica di concimi e una conceria.

Dal 1917 i casali conoscono una seconda vita. Su commessa del Ministero della Guerra si era  insediata nel fondovalle la fonderia Maccaferri, che produce filo spinato per le trincee del Carso. Le manovalanze della Maccaferri sono composte da Marsicani, abitanti dei borghi abruzzesi devastati dal Terremoto di Avezzano, cui in un secondo tempo, essendo sopravvenute nuove commesse dal Ministero della Guerra, si aggiungono i Romagnoli, anch’essi umilissimi e sprovvisti di tutto ma assai laboriosi. Per questi lavoratori Maccaferri rileva le case nella collina sovrastante la fabbrica, destinandole ad abitazioni dei capifamiglia operai in fonderia.

Si tratta di casette modeste, tirate su in gran fretta, tuttavia salubri e dignitose nella composizione, ciascuna con il suo orto intorno. Il censimento del 1921 annota che alla borgata rurale della Magliana (compresa l’area a ridosso della stazione) abitano 1167 uomini e donne. Tuttavia l’agricoltura è ancora tutt’altro che facile, e i raccolti sono ingenerosi. Un’indagine della sociologa Nicoletta Campanella rivela che all’epoca nessuno degli abitanti del borgo rurale chiese i convenientissimi mutui agrari per la miglioria fondiaria, cui avevano diritto i colòni degli insediamenti di bonifica. In larga parte gli abitanti del borgo rurale preferiscono lasciare la terra al pascolo.

In compenso la borgata rurale è ben collegata con la città, attraverso un autobus di linea. C’è poi la ferrovia Roma-Civitavecchia, che permette comunque, in caso di necessità, di raggiungere Roma in meno di un’ora. Oppure, nella direzione opposta, di concedersi persino una giornata di riposo al mare.

Nonostante le avversità la popolazione della borgata rurale cresce ancora, in maniera costante. Nel 1936 conta 2555 abitanti, 250 dei quali sono impiegati alla Maccaferri. A fianco della Maccaferri sorgono intanto nuovi stabilimenti industriali: vi è una fabbrica che lavora i grassi, un’altra che costruisce tubi in cemento, e una fornace che cuoce mattoni. Nel complesso si tratta di attività poco pulite, che difficilmente troverebbero collocazione a ridosso della città.

L’insediamento rurale occupa il fianco est della collina delle Piche (oggi Colle del Sole), nella porzione di territorio compresa fra il preesistente abitato di valle (presso la Stazione Magliana) e il Borghetto della Magliana (1819) in cima alla collina. Si compone di tre settori: l’altopiano (plateau), oggi largo dell’Oratorio Damasiano; la scarpata (scarpa) verso il Tevere e la Stazione Magliana, percorsa da via di Generosa; la parte panoramica (panoramica) rivolta ad est, percorsa da via Fulda (già via della Borgata Magliana).

Dell’insediamento originario rimangono oggi in piedi soltanto dieci caseggiati, ma si suppone che essi siano stati originariamente molti di più.

Nell’area del plateau si trovano i casali denominati #5, #6 e #7 (rispettivamente quello di largo dell’Oratorio Damasiano e i due ai civici 17 e 15 di via Fulda). La rassegna dei Casali Maccaferri inizia al civico 15 di via Fulda, dove troviamo il Casale #7. Il casale presenta la struttura standard a tre finestre ed è intonacato in colore ocra. È abitato e funzionale. La scheda della Soprintendenza è la n. 700744 (Sacchi G. – cat. Giampaoli-Fracasso). Annesso al casale si trova anche un magazzino, censito dalle Belle Arti con la scheda n. 700743 (Sacchi G. – cat. Giampaoli-Fracasso).

Al di là dello slargo, con ingresso dal civico 17, si trova il Casale #6. Anche qui la struttura è quella standard a tre finestre, con alcune superfetazioni. È abitato e funzionale. La scheda delle Belle Arti è la n. 700742 (Sacchi G. – cat. Giampaoli-Fracasso). Come il precedente anche questo casale presenta un magazzino, repertoriato dalle Belle Arti con la scheda n. 700741 (Sacchi G. – cat. Giampaoli-Fracasso).

Dopo il civico 23 di via Fulda la strada si apre a formare uno slargo (via dell’Oratorio Damasiano). Qui si trova il Casale #5. Il Casale ha una struttura più grande degli altri due (su 4 finestre, con alcune superfetazioni) e presenta restauri recenti. La scheda inventariale è la n. 700740 (Sacchi G. – catalogatori Giampaoli & Fracasso).

I tre casali si trovano in posizione ravvicinata, rispetto agli altri casali. Il motivo va cercato nella presenza, a ridosso del Casale #7, della torre dell’acquedotto, che rappresenta per la coltivazione dei campi uno dei punti più ambiti.

Nell’area di scarpa lungo via di Generosa si trovano tre casali, denominati #8, #9 e #10 (rispettivamente su via di Generosa 40, via Catacombe di Generosa 43 e via di Generosa 19). Come accennato, del Casale numero 9, che ospita l’Archivio Storico Portuense, ci occuperemo con una scheda apposita.

Appena dopo l’Ospedale Israelitico via Fulda piega in repentini tornanti e ripide discese, proseguendo verso la scarpata con il nome di via di Generosa. Il primo casale della via, denominato Casale #8, presenta la struttura standard a tre finestre, con intonaci beige. È abitato e funzionale. La scheda delle Belle Arti è la n. 700748 (Sacchi G. – cat. Giampaoli-Fracasso).

La via a questo punto si biforca: prosegue in direzione est cambiando nome in via delle Catacombe di Generosa, e continua la discesa a tornanti mantenendo il nome di via di Generosa. Sulla prima diramazione, al civico 43, si trova il Casale #9, chiamato dal 2012 Casale Arvalia, per via della destinazione a sede dell’Archivio Storico Portuense (vedi scheda a parte).

Proseguendo su via di Generosa al civico 19 si trova il Casale #10. Il casale si presenta aggredito da una fitta vegetazione, sotto la quale è riconoscibile la struttura standard a tre finestre con intonaci ocra. La scheda inventariale della soprintendenza è la n. 700750 (Sacchi G. – cat. Giampaoli-Fracasso). Al casale è annesso un magazzino: probabilmente per la difficoltà di accesso non è stato censito dalla soprintendenza.

Infine nell’area panoramica si trovano gli ultimi quattro casali, chiamati #1, #2, #3 e #4 (rispettivamente su via del Tempio di Dia, via Fulda 70, via Elio Olimpio e via Fulda 33).

Alle spalle del plateau, lungo la panoramica via Fulda, si trovano altri quattro casali. Il primo di essi, denominato Casale #4, si trova al civico 33. La struttura è quella standard a tre finestre. Il casale, seppur vetusto, è abitato e presenta un certo ordine. La scheda delle Belle arti è la n. 700739 (Sacchi G. – cat. Giampaoli-Fracasso).

Al civico 50 di via Fulda, all’incrocio con via Elio Olimpio, si trova il Casale #3. Il casale ha la struttura standard a tre finestre e si presenta splendidamente restaurato. La scheda delle Belle Arti è la 700738 (Sacchi G. – cat. Giampaoli-Fracasso).

Superato il più antico Borghetto di Monte delle Piche si incontra il Casale #2, al civico 70 di Via Fulda, nel punto in cui la strada piega ad L. Il casale insiste sull’angolo e ha un caratteristico orientamento a 45° rispetto alla strada. Ha la struttura standard a tre finestre. È abitato ma avrebbe comunque bisogno di un restauro. La scheda delle Belle Arti è la n. 700736 (Sacchi G. – cat. Giampaoli-Fracasso). Annesso al casale si trova un magazzino, censito dalle Belle Arti con la scheda n. 700737 (Sacchi G. – cat. Giampaoli-Fracasso).

Assai distanziato dagli altri, al civico 112 di via Fulda, d’angolo con via del Tempio di Dia, si trova il Casale #1. Il casale si trova in posizione isolata, e sorge in un punto lievemente scarpato. È realizzato su uno sbancamento e ha caratteristiche costruttive leggermente diverse dagli altri casali, con un impianto a sole due finestre. È disabitato: presenta finestre murate e si riscontra un’aggressione della vegetazione. Necessiterebbe di un restauro. La scheda delle Belle Arti è la n. 700733 (Sacchi G. – cat. Giampaoli-Fracasso).

[Il progetto di Città Littoria di De Renzi].

 

IL COLLE DEL SOLE

 

Colle del Sole

 

[L’abitato moderno di Colle del Sole].

[L’Ospedale Israelitico].

[Nuove edificazioni a Colle del Sole].

 

Cavalieri di Malta

 

Il Cascinone, edificio dove oggi si colloca l’ospedale dei Cavalieri di Malta, viene indirettamente citato dal cronachista romano Stefano Infessura, in una narrazione relativa all’anno 1492.

Il «reporter di Corte» riferisce il cosiddetto episodio della «bombarda grossa». Succede che Papa Alessandro VI, da poco eletto al Soglio di Pietro, si reca alla Magliana, per prendere possesso della proprietà del Palatium Sancti Johannis. Succede però che la Guardia svizzera di stanza alla Magliana, nel Cascinone appunto, intravisto a distanza l’avvicinarsi del convoglio papale, lo accoglie festante con colpi di cannone a salve. L’Infessura definisce questi colpi con le parole latine «bombardam grossam».

Papa Alessandro non coglie però il messaggio di letizia proveniente dalle salve, e al contrario le scambia per un’imboscata del rivale cardinal Della Rovere. Racconta l’Infessura che il pontefice, udite le cannonate, fuggì a gambe levate e alla Magliana non fece mai più ritorno.

L’eterna rivalità tra Papa Alessandro, del casato spagnolo dei Borgia, e l’antagonista Giuliano, del casato dei Della Rovere, va raccontata. Giuliano è il “delfino” di Papa Sisto e il suo successore designato già quando Papa Sisto è ancora in vita. Papa Sisto era morto nel 1484: durante il conclave Giuliano aveva tentato, senza riuscirvi, l’assalto alla tiara pontificia, dovendo poi ripiegare sul sostegno a Innocenzo VIII. Quando, nel 1492, Papa Innocenzo muore, Giuliano entra in conclave che è praticamente «già papa». È in quest’anno che nasce la rivalità con Rodrigo Borgia, che gli soffia il titolo papale a suon di ducati. Inevitabilmente tra i due lo scontro diventa militare: Giuliano si asserraglia nel Castello di Ostia e lo spagnolo non gli dà tregua. Per questo la Magliana, in mezzo tra Roma e Ostia, era considerata da Papa Borgia un posto così pericoloso. Comunque, tra i due sembra avere la meglio Papa Borgia: Giuliano fugge da Ostia, ripara in Francia e poi ritorna in Italia, con a fianco gli eserciti di Carlo VIII di Francia, diretto a Roma. Ma Papa Borgia, ancora una volta, gliela fa sotto il naso: si accorda segretamente coi francesi perché se ne vadano da Roma, portandosi via, oltre che bauli pieni di ducati, anche Giuliano. Giuliano non potrà tornare a Roma che dopo la morte del papa spagnolo, per il conclave del 1503. Anche il terzo conclave gli va male: e Giuliano ripiega sul sostegno all’anziano e malaticcio cardinal Piccolomini, che infatti muore in meno di un mese.

L’Ospedale dei Cavalieri di Malta alla Magliana viene realizzato a partire dal 1959, su progetto architettonico di Julio Lafuente. I corpi architettonici di Lafuente si innestanto, con la costruzione di una nuova lunga ala, sul preesistente Cascinone, un fabbricato rinascimentale attiguo al Castello della Magliana con l’originaria funzione di scuderia e sede della guarnigione militare del castello.

[L’Unità del Risveglio e le altre eccellenze].

Il 2 dicembre 2007 papa Benedetto XVI visita l’Unità di risveglio del S. Giovanni Battista. È la prima uscita pubblica dopo l’enciclica «Spe salvi», e, durante la messa con i degenti, nell’omelia, il pontefice spiega il nuovo testo, in una piccola «lectio portuensis» sulla speranza cristiana.

Il santo padre è accolto dal gran maestro Fra’ Andrew Bertie, il cardinal vicario Ruini, gli ausiliari Tuzia e Brambilla, il cardinal patrono dello SMOM Laghi. Un ammalato gli rivolge gli indirizzi di saluto, cui replica: «Porgo il saluto più affettuoso a voi, cari malati, e ai vostri familiari, che con voi condividono ansie e speranze. Nella prova e nella malattia Dio ci visita misteriosamente e, se ci abbandoniamo alla sua volontà, possiamo sperimentare la potenza del suo amore».

Nella tensostruttura Ratzinger celebra la liturgia della prima domenica d’Avvento, «tempo di speranza». E spiega: «Alla speranza cristiana ho dedicato la mia seconda enciclica. Essa inizia con le parole rivolte da S. Paolo ai Romani: ‘Spe salvi facti sumus’, nella speranza siamo stati salvati» (8, 24); vorrei profittare della mia visita alla Magliana per consegnare idealmente l’enciclica alla comunità cristiana di Roma».

La «Spe salvi» si compone di 77 pagine in 8 capitoli, in cui si supera la «Fides et ratio» di Wojtila (1998) alla luce della «lectio magistralis» di Ratisbona (2006). In Germania Ratzinger aveva detto che «agire contro la ragione è in contraddizione con la natura di Dio»; con la Spe salvi chiarisce che tuttavia «la ragione, da sola, è insufficiente a raggiungere Dio». La ragione è una «piccola speranza».

«Nell’Enciclica scrivo che noi tutti abbiamo bisogno delle speranze – più piccole o più grandi – che, giorno per giorno, ci mantengono in cammino. Ma senza la ‘grande speranza’, che deve superare tutto il resto, esse non bastano. Questa grande speranza può essere solo Dio, che abbraccia l’universo e che può donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere».

Il senso dell’enciclica è già contenuto nel preambolo «La fede è speranza», nel quale si afferma che il messaggio cristiano è «più forte di ogni schiavitù», ma Cristo non è venuto per spezzare le catene materiali, ma quelle dello spirito. Si cita una santa poco nota, la piccola schiava Giuseppina Bakhita: prigioniera, eppure libera nell’amore di Dio: «fatta salva con la speranza».

Dopo un capitolo di taglio scritturistico – la speranza nel Vangelo, nella Chiesa primitiva (S. Gregorio Nazianzeno), medievale (Tommaso d’Aquino) e riformata (Lutero) – si passa alla «speranza della vita eterna». I cristiani, dice Ratzinger, hanno come tratto distintivo quello di «avere un futuro», anche nelle sofferenze più atroci e nelle condizioni più avverse: «Non è che sappiano nei particolari ciò che li attende, ma sanno nell’insieme che la loro vita non finisce nel vuoto». Il dolore magnifica la speranza: «Se la sofferenza, retaggio dell’umana natura, diventa talora quasi insopportabile, la sofferenza con l’avvento del Salvatore – senza cessare di essere sofferenza – diventa nonostante tutto canto di lode».

La Spe salvi contiene una confutazione dell’individualismo all’interno del pensiero cristiano (citando i teologi De Lubac, Bernardo di Chiaravalle, sant’Agostino e san Benedetto). Dice ai degenti, con veemenza, citando Paolo: «È ormai tempo di svegliarvi dal sonno! è tempo di convertirsi, di destarsi dal letargo del peccato! ». E ammonisce, citando Matteo: «Che non vi succeda quel che avvenne al tempo di Noè, quando gli uomini mangiavano e bevevano spensieratamente e furono colti impreparati dal diluvio! ».

Il nucleo centrale e più discusso dell’enciclica attacca duramente le «ideologie forti» del pensiero moderno: illuminismo, socialismo, comunismo ed evoluzionismo. In «La speranza nel tempo moderno» si confutano i filosofi Bacone, Kant ed Engels: «la scienza non è fonte della verità», dice Ratzinger, «non è la scienza che redime l’uomo», «la ragione non può essere unica guida dell’agire umano». è illusorio, afferma, credere nella possibilità di realizzare il’paradiso in terra’, un mondo perfetto retto dalla scienza e da una politica scientificamente fondata: quanti hanno cercato di farlo hanno lasciato dietro di sé una distruzione desolante. In «Fisionomia della speranza» si confutano i filosofi Marx, Lenin e Adorno: le leggi della materia e dell’evoluzione non governano il mondo, dice il Papa, la cui «ultima istanza» è «un Dio personale», costituito di Ragione, Volontà, Amore.

La parte finale contiene meditazioni teologiche sulla preghiera (si citano il cardinal Van Thuán, Horkheimer, Dostoevskij e Platone) e l’enciclica si chiude con una invocazione mariana. Proprio alla Madonna, che chiama «Vergine dell’attesa», Ratzinger dedica la conclusione dell’omelia, chiedendone la benedizione su «malati, familiari e quanti lavorano nell’ospedale e nell’Ordine di Malta». Il papa distribuisce personalmente l’ostia.

Dopo la celebrazione saluta la comunità ospedaliera e visita i reparti dell’Unità di risveglio. Il reparto è specializzato nell’assistenza e cura dei traumatizzati cranio-encefalici. La struttura, inaugurata nel 2000, ha 65 posti, 15 per pazienti in stato vegetativo e 50 per coloro «che si stanno progressivamente risvegliando».

 

Ponte Morandi

 

Il Ponte Morandi è più antico ponte sospeso di Roma, ed è l’unico ponte sospeso a tracciato curvilineo.

Esso non nasce tuttavia da una pianificazione, ma da una frana occorsa durante i lavori per la costruzione della Statale 201, oggi autostrada Roma Fiumicino.

Nella primavera 1965 la costruzione procede speditamente, anche nel tratto fra il 3° e 4° km all’Ansa della Magliana, tra la Ferrovia Roma-Pisa e la riva del Tevere, di cui si conosce la franosità. Nell’area si sta realizzando un viadotto di 640 metri, sorretto da terne di pali piantate in profondità, a 16 m di distanza per complessive 40 luci.

Il 28 giugno, al km 3,083, si verifica improvvisa la frana. Per dieci giorni i movimenti di terra sembrano non finire e generano un fronte esteso circa 200 metri. Il collettore fognario del Trullo risulta inservibile e il traliccio dell’alta tensione pencola. Alcuni piloni del viadotto abbandonano la posizione: sono cioè anch’essi inutilizzabili.

Sospesi i lavori, l’ANAS incarica un geologo, il professor Petrucci di Palermo, di studiare l’accaduto, mentre nel cantiere deserto Pier Paolo Pasolini dirige Totò e Ninetto Davoli in alcune scene di Uccellacci uccellini. I rilievi del Professore appurano uno scivolamento del terreno di 3 metri. La causa è una polla (una piccola sorgente) a monte del terrapieno della ferrovia, che disperdendosi sotto la massicciata ha creato gallerie, vuoti e caverne.

In seguito, gli interventi di ripristino del collettore porteranno alla scoperta archeologica del Balneum degli Arvali: un impianto termale alimentato forse, 18 secoli prima, dalle stesse acque all’origine della frana.

Il progettista Riccardo Morandi – incaricato dall’ANAS di porvi rimedio – individua due possibili soluzioni: ricostruire il tratto rovinato, con un impalcato che poggia su terne di pali a grande profondità; oppure scavalcare interamente l’area della frana con un ponte sospeso ad unica luce. L’ANAS sceglie la seconda opzione, la più ambiziosa e fino ad allora mai tentata a Roma. Il ponte poggia le fondazioni (indicate nel disegno con i punti A ed E) esternamente alla frana, ad una profondità di 53 metri, dove si trova uno strato di argille resistenti. L’impalcato (A-D, lunghezza 145 m, altezza dal suolo 5 m) è costituito da due travate curvilinee in calcestruzzo precompresso (A-B e B-D) unite con una cerniera Gerber. Sull’estremo di fondazione E si innalza un telaio verticale (E-O) i cui piedritti sono spessi 4 m. Dalla sommità del telaio partono i tiranti di sospensione (C-O) composti di cavi di acciaio ad altissima resistenza ricoperti di calcestruzzo precompresso e i tiranti di ancoraggio (O-F) che vincolano la struttura a due grandi contrappesi (F) costituiti ciascuno da un cassone in cemento armato riempito di materiali inerti.

 

Palazzo Esso

 

[Il progetto dei «Ventagli» di Lafuente e Rebecchini].

[Perché un edificio a forma di triangolo rovesciato?].

[2008. Il restauro dei Triangoli].

 

Parco dei Medici

 

[Le Torri sulla Roma-Fiumicino].

[Il complesso Telecom a Parco de’ Medici].

[La Stazione ferroviaria Muratella].

 

Campo Rom Candoni

 

[Origini del Campo Rom di via Candoni].

[Campo Candoni: un’integrazione difficile].

[Il Campo Candoni nelle cronache recenti].

 

LE SFIDE LUNGO L’ANSA

 

Via dei Martiri

 

La Via dei Martiri è un percorso memoriale, dedicato ai Martiri Portuensi e al gemellaggio tra il Municipio XI e la cittadina tedesca di Heinzell (Fulda). Esso si compone di due monumenti terminali: il Mosaico del Gemellaggio (1982) posto in piazza Madonna di Pompei, e la Croce in acciao (1980), posta nell’area delle Catacombe di Generosa. Tra i due terminali si colloca una percorrenza memoriale, delimitata dalla Salita di San Rufo (per intero) e via delle Catacombe di Generosa (dall’intersezione con la Salita di San Rufo al civico 45, alle Catacombe). La percorrenza ricalca il c.d. Cammino di Beatrice descritto da un testo agiografico rinvenuto dall’archeologo Giovanni Battista De Rossi e l’Epigrafe di Papa Vigilio originariamente posta all’interno delle Catacombe di Generosa.

 

La tradizione agiografica, attraverso una Passio altomedievale, riporta la vicenda dei Martiri Portuensi – i fratelli Simplicio, Faustino e Beatrice (in latino Simplicius, Faustinus e Viatrix) -, la cui prima sepoltura avvenne lungo la Via Portuense (dice il De locis sanctis: «ii qui dormiunt iuxta viam Portuensem») nella cava di tufo.

Il racconto colloca l’arresto di Simplicio e Faustino durante l’ultima grande e feroce persecuzione contro i cristiani, nell’anno 303. Scrive Emilio Venditti: «I tempi di Diocleziano sono i più duri per i cristiani, accusati di essere colpevoli di tutti i mali dell’Impero. E quindi, anche se pacifici predicatori della non-violenza, considerati da eliminare drasticamente e con la forza. In genere agli arresti seguiva un sommario processo, durante il quale il cristiano che non avesse abiurato subiva la pena di morte». Succede che Simplicio e Faustino rifiutano di spargere l’incenso di fronte alla statua dell’Imperatore – gesto simbolico che li avrebbe scagionati da ogni accusa -, opponendo il sovversivo messaggio dell’uguaglianza cristiana: «Non più schiavi, ma liberi e fratelli, perché figli dello stesso Padre». I due vengono quindi torturati e gettati a fiume: è il giorno ante diem IV kalendæ augustæ, cioè il 29 luglio, che verrà assunto dalla Chiesa come loro giorno di festa liturgica.

Non si conosce il luogo esatto del loro sacrificio, se non attraverso un versetto che accenna a un ponte «lapideo» («per pontem qui vocatur lapideum»). Per alcuni ponte lapideo significa Ponte Lepido all’Isola Tiberina, e il fiume è quindi il Tevere; per altri invece il ponte lapideo è un generico ponticello di pietra, e il corso d’acqua potrebbe essere il torrente Affogalasino, affluente del Tevere. Peraltro una suggestiva memoria del martirio trebbe essere contenuta proprio nel nome Affogalasino: asini era  lo spregiativo epiteto che i pagani davano ai cristiani, e dar loro la morte per annegamento era consuetudine.

Una volta gettate al fiume, le salme dei due giovani martiri, sospinte dalla corrente, raggiungono l’Ansa della Magliana, dove si arenano «in loco qui appellatur Sextum Philippi», cioè sul possedimento di un tale Filippo al VI miglio, all’interno dell’area sacra del Lucus dei Fratelli Arvali. Qui una terza sorella, Beatrice, aiutata dai presbiteri Crispo e Giovanni, ne cura pietosamente la sepoltura, sebbene in segreto e in gran fretta. Un testo, citato dall’archeologo Giovanni Battista De Rossi, racconta quel momento: «Viatrice, con i preti Crispo e Giovanni / salita per la paurosa via entro i sentieri del bosco / giunse tosto al vicino campicello della cristiana Generosa / E quivi, entro spelonche arenarie / nascose alla meglio il Santo deposito». Il testo contiene un paio di informazioni importanti. La prima sono le spelonche arenarie: da essa colleghiamo il futuro cimitero cristiano alla preesistente cava di tufo. La seconda è la prima apparizione del nome Generosa, che non è un appellativo reale: la prassi ecclesiastica attribuisce , ai personaggi di cui non si conosce esplicitamente il nome, un nome di fantasia che ne indica le virtù cristiane. Generosa è il semplice attributo della coraggiosa matrona, disposta ad accogliere nel suo possedimento le spoglie mortali dei pericolosi santi sovversivi, rischiando ovviamente la propria vita.

Peraltro, anche il nome di Viatrix (Beatrice) sembrerebbe un nome attributivo: da Viatrix, colei che percorre la via, ad indicare il ruolo di pietosa curatrice del percorso dal Tevere alla tomba, e ad evocare anche potenti significati cristiani. Riportiamo le parole di Emilio Venditti: «Il nome vero della Santa era senza alcun dubbio Viatrice, la cui radice Via è chiaramente di origine cristiana – Cristo è Via, Verità, Vita -. Viatrix, femminile di Viator, colei o colui che va, che è in cammino, non è forse anche la condizione di ogni uomo nella vita terrena, quale passeggero in viaggio verso il suo fine ultimo che è il ritorno a Dio? La ragione della trasformazione di Viatrice in Beatrice fu dovuta molto verosimilmente ai tardi trascrittori degli atti dei Santi, i quali, credendo bene di correggere un vecchio errore, corruppero invece il vero nome».

Beatrice segue poco dopo il tragico destino dei due fratelli. Arrestata e condotta di fronte al tiranno Lucrezio, confessa fermamente la sua fede in Cristo, finendo anch’ella uccisa, in un luogo imprecisato. Un’altra matrona, la nobile Lucina, provvede alla sua sepoltura vicino ai fratelli, nella stessa cava della Magliana. Da quel momento il sito, vuole la tradizione, cessa di essere utilizzato come cava, per diventare esclusivo luogo di sepoltura di altri cristiani, e di venerazione delle spoglie dei Martiri.

Le spoglie dei Martiri rimarranno lì fino al 682, anno della traslazione in Santa Bibiana all’Esquilino, accanto alla quale il Papa fece costruire un piccolo Oratorio dedicato ai Santi Martiri.

Da questa traslazione alla dispersione delle reliquie il passo è breve, tanto è vero che, nella canonica della Basilica di Santa Maria Maggiore, murata alla parete del primo piano, esiste il coperchio, ormai vuoto, di un sarcofago risalente al VII secolo che contenne i sacri corpi sul quale, con caratteri molto semplici, si legge la seguente dedica:

MARTYRES SIMPLICIVS ET FAVSTINVS

QVI PASSI SVNT IN FLVMEN TIBERE

ET POSITI SVNT IN CIMITERIVM

GENEROSES SVPER FILIPPI

Loro reliquie si trovano anche nelle chiese di San Nicola in Carcere a Monte Savello, in un santuario delle Marche e nella Cappella di San Lorenzo all’Escorial di Madrid. La parte più significativa delle reliquie si trova però in Germania, nelle città di Fulda, Lauterbach, Amorbach e Hainzell.

Una breve appendice è utile a questo punto, per dare notizie della memoria dei Santi Martiri quale attualmente viene celebrata nella Chiesa di Roma e fuori dai confini di questa; è necessario pertanto seguire l’ordine cronologico delle notizie che conosciamo. Come già accennato in precedenza, gli atti del Liber Pontificalis narrano della traslazione delle reliquie in Santa Bibiana ai tempi di Leone Il dove, in un piccolo Oratorio dedicato a San Paolo, tenuto dalle monache Benedettine, si continuò a celebrare il culto ai Santi che, per forza maggiore, era stato interrotto alla Magliana. Ma, anche in questa sede, la sistemazione non fu definitiva.

C’era nella Chiesa la norma che stabiliva di deporre alcune reliquie di martiri incastonandole nella pietra di ogni altare dove si officiava la Santa Messa. Si rese, pertanto, necessario ai Vescovi di attingere presso tutti i reliquiari dei Martiri esistenti in Roma, per fornire di reliquie il sempre crescente numero di altari che si consacravano.

Fu questa la causa del quasi totale frazionamento delle venerate spoglie dei Santi fratelli in piccole particole che finirono in moltissime chiese di Roma, d’Italia e anche all’estero.

Il fenomeno di questa dispersione dei resti dei Santi Simplicio, Faustino e Beatrice, se da un lato portò alla quasi disgregazione delle reliquie, dall’altra, in compenso, allargò enorme mente la notorietà e il culto dei Martiri a tutta la Chiesa, arricchendo di profondi valori spirituali le comunità toccate dal contatto con questi sacri avanzi.

Sul significato cristiano delle Catacombe scrive Emilio Venditti: «Qui, dopo tanti secoli, il martirio di Simplicio, Faustino e Beatrice appare ai nostri giorni, come un messaggio ancor più limpido di genuina fede e di trasparente esempio di vita. Questa tomba rimane come segno indelebile del trionfo cristiano dell’Amore sull’odio e sulla violenza nonché della vera libertà dello spirito sulla schiavitù e sull’intolleranza».

Scrive Venditti: «La testimonianza espressa col sangue da questi antichi cristiani, autentici «uomini nuovi», incarnò in modo veramente sublime la verità più autentica e la coerenza elevate fino ai vertici dell’eroismo. Una grande croce, testimonianza di nuova fede, innalzata dalla pietà popolare il Venerdì Santo del 1980 su questa terra benedetta, è segno esteriore del Sacrificio Divino e pegno sicuro di resurrezione. Andando a visitare questo santuario, come novelli pellegrini del nostro tempo, nel ricordare la memoria di quegli uomini e sostando un momento davanti a quel vuoto sepolcro, potremo forse riscoprire la perenne attualità del Vangelo. La zona è attualmente sistemata a parco. Nel 1980 è stata innalzata una croce di ferro alta 7 m. Ogni anno, nella ricorrenza del 29 luglio, si esegue una processione alla luce di fiaccole. Venditti: «Oggi, dopo tanti secoli, l’altura che custodisce nelle sue viscere le millenarie gallerie del Cimitero di Generosa, è ammantata da una folta macchia di ginestre e da selvatici fiori di campo. Durante il mese di maggio, nel periodo della fioritura, queste piante spontanee formano una naturale corona di splendidi colori attorno al solitario e grazioso ingresso della catacomba e ai poveri ruderi del Damasiano Oratorio».

 

Sheraton Golf

 

[Il Campo da Golf].

 

Muratella

 

[La struttura idraulica romana al Marriot].

[La Tenuta della Muratella].

[L’edificazione moderna].

[Greentower (progetto)].

[Torre di Rogers (progetto)].

 

Casale Arvalia

 

Casale Arvalia è un casale rurale della Borgata Magliana, edificato ad inizio del Novecento ad uso delle famiglie degli operai in servizio all’Industria Prodotti Siderurgici Maccaferri. Mentre gli uomini erano in fonderia, il resto del nucleo familiare aveva a disposizione il casale e l’attiguo appezzamento di terreno per provvedere alle necessità familiari e poter scambiare o rivendere i prodotti della terra agli altri abitanti della borgata. Dopo un lungo periodo di abbandono, che aveva ridotto il casale allo stato di rudere, nel 2007 l’edificio è stato restaurato dal Municipio XI e restituito alla comunità, divenendo sede del Comitato Storico archeologico municipale, e insieme il luogo della storia e della memoria del XV Municipio. All’interno trovano oggi posto tre attività: il percorso espositivo (Quadreria), il centro di documentazione (Archivio storico) e il punto di accoglienza per cittadini, turisti e studiosi. Un portale web – Arvaliastoria.it – restituisce via web i contenuti archivistici presenti nel Casale. Dal 2009 il portale web è incluso dall’UNESCO tra i Web World Portals, l’elenco degli archivi culturali mondiali aperti al web.

 

L’Archivio Storico contiene libri, fotografie, schede inventariali e audiovisivi. Si sviluppa per 4 sale più una sezione distaccata, presso il Comitato di quartiere Magliana. Al pianterreno si trovano la Biblioteca (Sala 1), che contiene libri sui beni culturali del territorio, storia locale, folklore; il Fondo fotografico (Sala 3), che contiene fotografie, antiche e moderne, in HD; lo Schedario (Sala 4), che contiene la raccolta di schede sui beni culturali locali. Al piano superiore, nella Sala 8, si trova lo Spazio multimediale (in allestimento). L’Archivio ha una sezione distaccata, che si trova presso il Comitato di quartiere Magliana). Essa contiene l’archivio della Nuova Magliana, con circa duemila documenti tra volantini, documenti e fotografie sulla Magliana in lotta degli Anni settanta.

Il Visitor center è un contenitore di servizi al pubblico, connessi all’utilizzo del Casale e alla fruizione dei beni culturali locali. Si sviluppa per 5 sale più 3 punti di raccolta. Al pianterreno (Sala 1) si trovano l’Ufficio PICA (postazioni riservate ai tirocinanti di Roma Capitale), il Laboratorio per le scuole e il Self-service Libri (terminale con scanner e masterizzatore; nella Sala 3 si trovano la Direzione, la Redazione Web (portale Arvaliastoria.it) e il Self-service Foto; nella Sala 4 si trova il Self-service Schede. Nell’attiguo cortile esterno si trova il Punto di raccolta per le visite alle Catacombe di Generosa e al Tempio degli Arvali. Al piano superiore (Sala 7) si trova l’Ufficio del Comitato Storico Archeologico (ospita le riunioni delle sovrintendenze e delle associazioni locali) e (Sala 8) la Sala conferenze (incontri con i cittadini) e il Self-service Media (in allestimento). Vi sono altri due punti di raccolta per le visite guidate (distaccati): il piazzale antistante il Castello della Magliana (per le visite al Castello) e il piazzale su vicolo di Santa Passera (per la visita alla chiesina medievale).

La Quadreria è una raccolta di oggetti d’arte, pezzi archeologici e cimeli, del passato e del quotidiano del Territorio Portuense. Il percorso espositivo si sviluppa lungo i due piani del Casale, per complessive otto sale. Al pianterreno si trovano le sale da 1 a 4. La Sala 1 (Sala della Biblioteca) è dedicata alla Magliana Vecchia; la Sala 2 (Galleria), è dedicata al Trullo; la Sala 3 (Sala del Fondo fotografico) alla Magliana Nuova; la Sala 4 (Sala delle Mappe), dedicata al Municipio XI in generale. Al piano superiore si trovano le restanti sale. La Sala 5 (Mezzanino) è dedicata al Corviale e Casetta Mattei; la Sala 6 (Mansarda) a Ponte Galeria e Agro Portuense (dalla sala si accede alla Terrazza, con il belvedere sul Parco di Generosa); la Sala 7 (Sala delle Sovrintendenze) al Portuense; la Sala 8 (Mediateca) è dedicata a Marconi. La Sala 4 ospita la Collezione di mappe storiche (in allestimento), mentre la Sala 7 ospita la Collezione di antichità proveniente dalla Necropoli Portuense, donata della Sovrintendenza Archeologica di Roma.

L’esigenza di creare un luogo della storia e della memoria nel Territorio Portuense parte da lontano, già dagli Anni Novanta. Già allora un primo intervento di decentramento delle competenze amministrative, dal Comune alle sue strutture periferiche – le allora Circoscrizioni – impone alla struttura amministrativa periferica di acquisire una maggior consapevolezza sui patrimoni culturali che in essa si trovano. Ma è solo dal 2004 che alle circoscrizioni, trasformate in nuove municipalità urbane (in forma breve: «Municipi»), vengono trasferiti poteri effetti, nei campi della manutenzione urbana, patrimonio, edilizia privata, commercio al dettaglio, artigianato, polizia urbana, servizi sociali, educativi e scolastici, anagrafe, sport, e anche le attività culturali.

Tale trasferimento impatta presto con le problematiche, oggetto della geografia sociale, tipiche di un territorio a forma di striscia: stretto, lungo e trasversale alle istanze sociali, economiche e urbanistiche della città densa, delle banlieues, dello spazio campagna. Questa relazione prescinderà dalla pluralità di queste problematiche e si occuperà di una sola di esse, e precisamente la gestione locale delle attività relative ai beni culturali. Ecco dunque l’enunciazione sintetica del problema riscontrato nel Municipio XI: vi è un unico territorio, ma sette diversi organi di sovrintendenza che, per ragioni territoriali e funzionali, vantano competenza su di esso.

La competenza generale per la tutela, conservazione e valorizzazione dei beni culturali fa capo allo Stato italiano, che la esercita mediante il Ministero per i Beni e le Attività culturali e le sue articolazioni periferiche, denominate Soprintendenze (con la lettera p

!). Le Soprintendenze possono avere articolazioni funzionali (beni archeologici; beni architettonici e paesaggistici; beni storici, artistici, etnoantropologici; archivi) e anche articolazioni territoriali. Nel Municipio XI operano tre strutture statali: la Soprintendenza Archeologica di Roma – Divisione territoriale per il Municipio XI, con competenza per il Municipio XI, ma solo fino all’abitato di Ponte Galeria; la Soprintendenza Archeologica di Ostia Antica, con competenza sul Settore costiero e sulla parte occidentale del Municipio XI, dall’abitato di Ponte Galeria verso il mare

; la Soprintendenza per i Beni architettonici e paesaggistici di Roma – Divisione territoriale per il Municipio XI, con competenza coincidente con il territorio municipale.

Vi è poi una competenza speciale, concorrente con quella dello Stato, che la Legge attribuisce agli «altri enti pubblici territoriali». Uno di essi è il Comune di Roma, che, in ragione dell’unicum storico-culturale di Roma, esercita compiti di sovrintendenza già dal 1872, tramite una propria struttura denominata Sovrintendenza (con la lettera v!), che replica i compiti delle soprintendenze statali, ma limitatamente ai beni di proprietà comunale. Anche la Sovrintendenza comunale ha articolazioni funzionali e territoriali. Nel Municipio XI operano tre strutture comunali: l’Ufficio Aree archeologiche del Suburbio, con competenza sui beni archeologici del Quadrante Portuense (Suburbium), grossomodo coincidente con il Municipio XI; l’Ufficio Monumenti medievali e moderni, con competenza territoriale generale sui manufatti architettonici e quindi anche su quelli del Municipio XI; l’Ufficio Carta dell’Agro e Forma Urbis, con competenza generale sulle cartografie storiche e quindi anche sui patrimoni cartografici del Municipio XI.

Infine, il trattato internazionale che regola i rapporti tra lo Stato Italiano e lo Stato Città del Vaticano prevede il regime di extraterritorialità per le catacombe cristiane, per le quali opera un dicastero sella Santa Sede investito di funzioni di soprintendenza: la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, con competenza nel Municipio XI su un unico sito: le Catacombe di Generosa.

Proprio alle Catacombe di Generosa si verifica un emblematico cortocircuito di competenze, che vede a vario titolo presenti quasi tutti gli enti di sovrintendenza: il sottosuolo compete alla soprintendenza del Vaticano; il soprasuolo con i resti dell’Oratorio del IV sec. compete alla Sovrintendenza del Comune; gli scavi sono stati condotti dalla Soprintendenza Archeologica dello Stato italiano (peraltro coadiuvata dalla École française, istituzione dello Stato francese). Infine, il pittoresco casale rurale sopra le Catacombe è studiato dalla Soprintendenza architettonica dello Stato, censito dalla Carta dell’Agro del Comune e restaurato con fondi del Municipio.

La difficoltà di raccordare in maniera efficace i tre livelli gestionali (Stato, Comune, Santa Sede) emerge con grande evidenza nel biennio 2004-2006, con l’effettivo subentro del Municipio al Comune nella gestione delle attività culturali decentrate. Domande apparentemente semplici – Quanti beni culturali abbiamo? chi fa cosa? chi ha le chiavi di quale monumento? – non hanno risposte univoche. Il Municipio promuove allora una tavola rotonda (un tavolo di incontro) con gli altri tre livelli, con l’incarico di trovare risposte caso per caso. Non è molto, ma è l’inizio di un cammino.

Ben presto il tavolo si allarga all’associazionismo locale e a singoli studiosi, e diventa un gruppo di lavoro stabile e motivato, con funzioni informali di comitato scientifico di consulenza e l’investitura ufficiosa di individuare un percorso di più ampio respiro.

Il 29 maggio 2007 l’Assemblea municipale trasforma questo gruppo informale in un organo tecnico, denominato «Comitato Storico Archeologico». Le decisioni sono adottate con il meccanismo «una testa un voto», dove le teste sono i 7 rappresentanti degli enti di sovrintendenza della Pubblica amministrazione e i 7 rappresentanti di associazioni e studiosi della Componente civica. Il Comitato è presieduto dal Presidente del Municipio, affiancato da una piccola giunta di coordinamento di 3 membri, della quale chi vi scrive fa parte fin dall’istituzione.

I lavori del parlamentino entrano nel vivo il 3 ottobre 2007, con l’istituzione della «base dati unitaria» dei «beni culturali locali».

Ciascun ente di sovrintendenza e ciascuna formazione civica devono conferire tutte le informazioni che possiedono sui monumenti del territorio in un data-base informatico comune, tenuto dal Municipio. La base dati è organizzata per righe (item), dove ogni riga rappresenta un monumento. Ad ogni riga sono associate una ventina di colonne (campi), con informazioni specifiche

. La matrice di righe e colonne compone 199 pagine di «Schedario», all’epoca consultabili su rete locale IIS nel plesso di via Lupatelli.

Non tutti i campi sono presenti nella base dati. E ciò sia perché a monte alcuni dati non sono conosciuti alle stesse sovrintendenze, sia perché a valle le sovrintendenze scelgono spesso di non comunicare alcuni dati, probabilmente perché ritenuti pericolosi per la conservazione del sito.

Fin dalle prime righe ci si accorge che il termine beni culturali locali è problematico, perché unisce insieme suggestioni collettive e particolari (beni culturali | locali) e raggruppa in realtà di due distinte classi di opere monumentali: i beni culturali propriamente detti, presenti negli archivi delle sovrintendenze (studiati, inventariati, vincolati); e gli altri variegati patrimoni di interesse culturale (storico, paesistico e memoriale) del territorio, non presenti negli archivi delle sovrintendenze (essi sono stati talvolta studiati, ma mai inventariati e vincolati).

Bene culturale è  un termine coperto da riserva di legge, che si può utilizzare soltanto per i monumenti con talune caratteristiche storiche, archeologiche o etnoantropologiche, o che abbiano ricevuto la speciale declaratoria di interesse pubblico. A fianco a questi esiste però tutta una casistica di altri luoghi che, seppur sprovvisti della qualifica legale di bene culturale, godono localmente della considerazione e rispetto propri dei monumenti. E ciò avviene per un numero davvero rilevante di opere: una tabella di esempi potrà essere illuminante.

Che fare? Il Comitato non può prescindere dall’occuparsi di questi altri patrimoni locali, ma non ha certo l’autorità di promuoverli al rango di beni culturali. L’impasse viene sciolto elaborando, per mere esigenz operative, una nuova definizione di bene culturale, e precisamente quella di «sito di interesse culturale locale». Essa racchiude insieme in una classe unitaria, senza interna distinzione di rango, tutti i patrimoni culturali presenti nel territorio, siano essi beni culturali in senso proprio o impropri. Questa nuova definizione di «sito di interesse culturale locale» non risulta abbia precedenti di applicazione in altre Pubbliche amministrazioni.

L’obiettivo della schedatura dei siti di interesse locale viene rapidamente raggiunto. Si decide a questo punto di restituire lo Schedario alla Cittadinanza attraverso il web. E l’operazione non è di poco conto, perché le schede non sono immediatamente fruibili da tutti ma vi è uno scalino di comunicazione tra il linguaggio «alto» delle sovrintendenze e quello «di base» dei popolani.

Si pensa ad un intervento di mediazione culturale, per tradurre le schede in linguaggio accessibile. Ad esempio il lemma «strada basolata», che appartiene all’archeologia, può essere sciolto nel linguaggio comune in «strada romana, ricoperta di lastre poligonali di granito, come quelle ancora oggi visibili sull’Appia Antica». Ma è un’operazione culturale corretta? Componente istituzionale e componente civica del Comitato sono su posizioni opposte: da una parte si argomenta che il linguaggio delle sovrintendenze è già un linguaggio semplificato, non ulteriormente semplificabile perché perderebbe di autorevolezza; dall’altra si controbatte che compilare una base dati senza renderla commestibile ai fruitori è un lavoro utile a poco.

C’è del vero in entrambe queste affermazioni, e  la soluzione non sta nello scegliere un linguaggio, ma piuttosto nel rappresentare la pluralità. Si decide quindi di lasciare invariate le schede nella lingua alta degli accademici e di creare una seconda base dati, parallela alla prima, composta di testi divulgativi in linguaggio accessibile. Un rigido Piano redazionale fissa le regole editoriali dei testi, ma consente a chiunque di cimentarsi nella scrittura, senza argomenti esclusivi, riservati o tabù. Parte il reclutamento di uno staff di redazione (composto di studenti, insegnanti e pensionati) e prende forma una raccolta di articoli monografici che ha il nome di «Biblioteca».

Schedario e Biblioteca sono basi dati improntate al modello relazionale: si compongono di materiali digitali differenti (informazioni nel primo caso; testi nel secondo) ma sono ordinate secondo la medesima chiave (i monumenti). Esse dialogano fra di loro come fossero un archivio solo, rispondendo unitariamente alle query (richieste) dell’utente.

Manca ancora un passaggio, per completare l’affabulazione di un monumento al Cittadino: un corredo di immagini. Da questa premessa inizia la costruzione di una terza base dati, il «Fondo fotografico».

Nel realizzarlo il Comitato si incontra con un soggetto privato, la Fondazione Riva Portuense, che già gestisce l’omonimo archivio fotografico, dedicato alle memorie del Municipio XI. Alla Fondazione viene affidato il compito di raccogliere le fotografie dei c.d. beni culturali impropri, attingendo dal proprio archivio se presenti, o fotografandoli ex novo. La Fondazione svolge tale lavoro gratuitamente, ma chiede in cambio che vengano mantenute le politiche di copyleft già adottate nell’archivio Rivaportuense. Il copyleft è un sistema di gestione dei diritti d’autore basato su licenze d’uso, attraverso le quali l’autore (detentore originario) indica ai fruitori dell’opera che essa può essere diffusa, utilizzata e modificata liberamente.

Per quanto riguarda invece i beni culturali in senso proprio, la Legge non solo non ammette licenze d’uso, ma fissa criteri ben restrittivi: soltanto lo Stato può fotografare beni culturali (è vietato non solo ai privati ma anche agli altri enti pubblici non-statali di acquisirne in proprio); in caso di pubblicazione, è obbligatoria la corresponsione di canoni pecuniari, i cui tariffari minimi sono inderogabili.

Di fronte a una contraddizione – il Legislatore decentra le attività culturali verso il basso (i Municipi), ma poi mantiene i diritti d’uso sulle immagini al livello più alto (lo Stato) – l’obiettivo di pubblicare on line un archivio fotografico sembra naufragare: non è possibile fare fotografie nuove ai beni culturali; né ripubblicare quelle esistenti negli archivi delle sovrintendenze (si tratta di archivi fotografici completi e di inestimabile pregio) se non pagando un canone proibitivo.

Dopo un non facile dibattito si opta per rifotografare ex novo tutti i beni culturali, considerando l’autorizzazione implicitamente contenuta nelle norme sul decentramento amministrativo, e di considerare il canone di pubblicazione non dovuto, in base ad un articolo che esonera i soggetti pubblici non-statali in caso di finalità di valorizzazione del territorio. Viene dunque effettuata, durante una precoce primavera, una avventurosa campagna di ricognizione fotografica sui siti ancora mancanti all’appello, fino a mappare tutti i siti. Inoltre, si sopperisce alla mancanza di rilevamenti fotografici dall’alto (aerofotometrie) con l’innovazione tecnologica, grazie alle immagini satellitari rilasciate da Google Earth.

Il 7 luglio 2008 il lavoro sulle tre basi dati è completo. Il Comitato ne delibera la fusione in un archivio unitario, denominato «Rivaportuense – Archivio Storico Portuense». Contestualmente vengono approntate le risorse logistiche e finanziarie per aprirne i contenuti alla Cittadinanza e al world wide web.

Scartata l’ipotesi di una migrazione della rete locale sul server del Comune di Roma, ne viene affittato uno, autonomo, ad Arezzo, presso il provider Aruba. Il server si compone di tre unità logiche (Software, Dati e Documenti), e tre classi di soggetti interagiscono con esso. I «programmatori» operano sull’Unità Software, facendo continue piccole modifiche ai programmi, per mantenere il portale in efficienza. Arvaliastoria ha due programmatori, uno a Roma e l’altro a Perugia, e i loro pc sono connessi direttamente con Arezzo via cavo (client FTP su linea telefonica). I «redattori» operano sull’Unità Documenti, inserendo, modificando e cancellando testi e foto, e sull’Unità Dati, aggiornando il data-base al variare dei contenuti. I redattori si trovano quasi tutti nel Municipio, e i loro pc sono connessi ad Arezzo via web, mediante un’«interfaccia di amministrazione remota». I «visitatori» infine consultano il server sul browser del proprio pc mediante il «portale pubblico», all’indirizzo www.arvaliastoria.it (IP 62.149.128.154).

Alla mezzanotte del 31 dicembre 2008, mentre viene spento il server di Rivaportuense.it, si accende il server dell’Archivio, e va on line il nuovo portale Arvaliastoria.it. Il 5 gennaio il nuovo portale riceve dall’UNESCO il riconoscimento di «Web World Portal», portale digitale dell’Umanità.

La presentazione ufficiale avviene il 26 novembre 2009, incontrando grande favore nella stampa, percettibile sostegno nei Cittadini e la meritata soddisfazione delle Autorità municipali, consapevoli di aver fatto l’impresa. L’obiettivo fissato due anni prima – tirar fuori le informazioni da tanti scaffali polverosi, metterle in comune e restituirle in forma accessibile – è raggiunto. Nessun altro municipio ha fatto tanto, e il XV può ben vantare il titolo di «municipio pioniere».

All’indomani del 26 novembre il Comitato Storico Archeologico si ritrova dunque senza più argomenti né ordini del giorno da discutere collegialmente. E ci si interroga sul destino del Comitato, ora che la gestione decentrata delle attività culturali è entrata in una fase ordinaria. È ancora necessario mantenere in piedi un organo trasversale a così tanti livelli di governo? O è sufficiente conservare la sola giunta di coordinamento, tutta interna al Municipio, per i soli compiti di mantenimento? O si può andare oltre, istituendo la figura politica del Delegato alla Storia e alla Memoria? Nessuna decisione viene presa. Per tutto il 2010 e in questo scorcio di 2011 il Comitato non è chiamato ad affrontare questioni collegiali (al massimo bilaterali), e le attività, a fronte di circoscritte emergenze, si concentrano sulla gestione ordinaria dei nuovi conferimenti.

Il caso tipico è quello del Cittadino che si presenta in Municipio portando sotto braccio gli album fotografici di una vita, con didascalie, anni, eventi e nomi: essi vengono digitalizzati e traghettati in Arvaliastoria. Oltre ai fondi familiari si raccolgono anche materiali estremamente variegati, spesso in forma di raccolte organiche, dei quali lo spazio non ci consente che di accennare in nota: tracce audio, video, un’antologia letteraria, i materiali di una mostra e persino un archivio di rilevamenti meteo.

Tuttavia, mentre i contenuti si consolidano, ci si rende conto che il portale non è giunto ad una versione definitiva, ma semplicemente stabile: stabile significa che i software girano senza bug e il visitatore ne ottiene risposte coerenti. Il limite non è determinato dalla tecnologia, ma dal metodo. Il visitatore naviga in solitudine: sceglie da sé cosa cercare (con il motore di ricerca) e quali saperi cogliere (con la navigazione interattiva). Il metodo di comunicare col visitatore, seppur «democratico» (il visitatore è libero di dirigere la navigazione, e tutti i saperi sono egualmente accessibili), è ancora «top-down» (orientato dall’alto verso il basso) secondo i canoni del web tradizionale o «1.0»: il portale eroga i saperi, il visitatore è lì a coglierli. Una diversa richiesta da parte dell’utenza, caratterizzata da una maggiore possibilità di interazione con il portale, emerge invece con forza in questo periodo. Occorre dare una risposta.

C’è un dibattito interno, e viene dato il via libera all’upgrade dei software in una direzione che i sociologi definiscono web «1.5», cioè un fronte avanzato del web tradizionale.

Il primo passo è la creazione di un protocollo di esportazione. I siti dell’1.0 sono mondi isolati, blindati verso l’esterno: vengono creati invece dei «feed RSS» (o «syndacation»), che traducono i contenuti del portale in un formato standard, utilizzabile da terze parti. L’utilizzo delle syndacation è deciso unilateralmente (sindacato) dai fruitori esterni: è ora possibile incorporare parti di Arvaliastoria in altri portali, sottoscrivere la ricezione di aggiornamenti automatici per e-mail, oppure monitorare il sito con speciali programmi chiamati aggregatori, utilizzati da uffici stampa, Pubblica amministrazione e addetti ai lavori.

Il passaggio successivo è l’integrazione con il web semantico. Il web semantico si basa sul principio che le parole contenute in un sito non sono tutte uguali, ma esistono delle «parole chiave» (in inglese tag), capaci di porre i contenuti in connessione logica fra di loro. I tag vengono inseriti dai redattori del portale. Ma vi è di più. Poiché la base dati di Arvaliastoria è relazionale, il portale crea dei tag speciali che collocano ogni contenuto nel tempo, nello spazio e per forma architettonica. Le associazioni logiche che vengono così a crearsi sono davvero molteplici e organizzate dalla macchina in strutture complesse sorprendentemente simili al pensiero umano.

Il terzo passo è la geolocalizzazione. La geolocalizzazione consiste nell’associare un contenuto ad una coppia di coordinate spaziali (per latitudine e longitudine), ricavate con un navigatore satellitare GPS. Il software colloca i monumenti di Arvalia nella realtà virtuale di Google Maps ne ne estrapola le diverse visualizzazioni da satellite: aerea, assonometrica, cartografica e dal piano stradale (visione immersiva o street wiew).

Nel frattempo però il web va avanti, e l’1.0 entra definitivamente in in crisi. Nuove piattaforme software – i «social media» -, caratterizzate dall’elevato livello di interazione fra visitatore e portale, ma anche fra visitatore e visitatore, abbandonano la navigazione in solitudine e aprono il web a due modelli di comunicazione alternativi: il web della partecipazione (interazione visitatore-portale), in cui il visitatore può costruire i saperi del portale, attraverso l’inserimento di contenuti da lui redatti; e il web della condivisione (interazione visitatore-visitatore), in cui gli utenti del portale acquisiscono, modificano e ridistribuiscono i contenuti in una rete personale di contatti o in una rete di identità sociali legate da un comune interesse (community).

L’insieme di questi due modelli, finora chiusi o poco esplorati, è detto web sociale o «2.0», per indicare il salto rispetto alla generazione precedente. E l’1.0 diventa di colpo un dinosauro, sebbene il 2.0 non sia ancora stabilizzato e ponga dubbi e interrogativi su riservatezza, confine pubblico-privato, sicurezza e libertà.

In breve, si decide di varcare la frontiera del 2.0, e si mette in cantiere il secondo upgrade dei software del portale, integrando i sorgenti del portale con i codici aperti rilasciati dalle piattaforme sociali.

Viene testato, e subito abbandonato, un wiki, realizzato con Wikimedia, la piattaforma opensource di Wikipedia. Poi si testa Facebook Connect, la piattaforma opensource di Facebook, ed è amore al primo click. I visitatori che hanno una identità su Facebook vengono riconosciuti da Arvaliastoria: essi possono utilizzare il portale storico del Municipio XI esattamente come se fosse Facebook, trasformandolo in una piattaforma sociale: il visitatore, posto di fronte a un contenuto di Arvaliastoria che ritiene interessante, può condividerlo con la sua rete personale di contatti (Amici), e ovviamente discuterlo con loro

; il visitatore, quando desidera un’interazione maggiore con un contenuto, può cliccare su Mi piace. Mi piace non è soltanto l’espressione di un generico apprezzamento, ma significa anche voler rendere conoscibile la propria identità ad una rete sociale di contatti, non necessariamente appartenenti alla rete personale, che hanno in comune l’interesse verso quel contenuto (Community).

Ed eccoci al momento presente, mentre il mondo digitale non è fermo, e i sociologi profilano già all’orizzonte una evoluzione del web che chiamano «3.0». Arvaliastoria ha, ad oggi, aperti tre cantieri: i tirocini PiCA, vincitori del prestigioso Premio Sussidiarietà del Forum della Pubblica Amministrazione; la digitalizzazione dell’Archivio storico del Comitato di quartiere Magliana; e infine Arvalia Mobile, versione di Arvaliastoria per telefonia palmare UMTS e rilevamento satellitare GPS. Dei loro esiti sapremo raccontare in un prossimo futuro.

Siamo dunque al momento di chiederci: i nuovi media della comunicazione non convenzionale rappresentano un rischio o un’opportunità?

Rispondiamo per il vissuto della nostra comunità. Arvaliastoria è un’esperienza possibile di integrazione tra livelli di governo del territorio; tra componenti istituzionali e formazioni civiche; tra fonti d’informazione istituzionale, accademica, aneddotica, della memoria; tra vecchi e nuovi media. Questa affermazione si scioglie come segue: è possibile la condivisione di dati fra livelli istituzionali diversi, gerarchicamente distinti e ordinati, quando hanno ad oggetto la medesima realtà territoriale; è possibile integrare in questo percorso anche una componente civica, in un ruolo non secondario ai soggetti istituzionali ma sussidiario; è possibile mettere in rete, in un sistema di comunicazione plurale, contenuti autorevoli (istituzionali o accademici) con contenuti popolari (aneddotici, della memoria); è possibile affiancare ai media convenzionali anche i media della partecipazione e della condivisione, laddove essi risultano inclusivi, nel raggiungimento degli obiettivi generali, di un maggior numero di parti sociali.

Oggi possiamo affermare di conoscere i beni culturali di Arvalia meglio che quattro anni fa. E il lavoro del Comitato è stato reso migliore dai nuovi media: per la gamma degli strumenti operativi disponibili, per il dibattito interno che essi hanno generato (perché li usiamo? quali i limiti?), per la complessità e qualità di relazioni umane che essi hanno richiesto di instaurare. E, non da ultimo, per la quantità di Cittadini che i nuovi media ci hanno dato modo di incontrare di persona, e ai quali abbiamo avuto modo di chiedere: «Raccontaci una storia».

 

Martiri Portuensi

 

La Chiesa dei Martiri Portuensi è la sede della Parrocchia di Santa Maria del Rosario ai Martiri Portuensi (la 52a del Vicariato di Roma). La parrocchia è stata eretta il 1° marzo 1915 con decreto del Cardinal vicario Basilio Pompili «Quamdiu per Agri Romani», sotto il titolo del Santissimo Rosario di Pompei fuori Porta Portuense. Il territorio viene desunto da quello della parrocchia di S. Maria del Carmine e S. Giuseppe al Casaletto. Essa viene affidata in origine al clero diocesano di Roma.

Il riconoscimento agli effetti civili del provvedimento vicariale avviene il 4 marzo 1917.

In data non nota (1933?) l’amministrazione parrocchiale viene affidata alla Provincia aquilana dei Frati Minori Cappuccini.

Il 17 agosto 1941 il Cardinal vicario Francesco Marchetti Selvaggiani riorganizza il territorio, istituendo una vicecura, destinata a divenire la futura parrocchia di San Raffaele Arcangelo.

Dodici anni dopo la vicecura viene eretta in parrocchia, con il nome di San Raffaele Arcangelo. È il 1° febbraio 1953, e il decreto istitutivo è del Cardinal vicario Clemente Micara («Quo uberius»).

Il 9 marzo 1960, con il decreto del Cardinal vicario Clemente Micara «Quotidianis curis», è eretta la nuova parrocchia di San Girolamo. Il territorio è desunto in parte dalla parrocchia di S. Maria del Rosario di Pompei alla Magliana e in parte da quella di S. Maria del Carmine e S. Giuseppe al Casaletto.

In tempi recenti (2000?) l’amministrazione parrocchiale viene affidata alla Fraternità sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo (FSCB).

La parrocchia è stata eretta il 1 marzo 1915 con decreto del Cardinale Vicario Basilio Pompili «Quamdiu per Agri Romani» sotto il titolo del Ss. Rosario di Pompei fuori Porta Portuense e affidata prima al clero diocesano di Roma, poi alla provincia aquilana dei Frati Minori Cappuccini e, infine, alla Fraternità Sacerdotale dei Missionari di S. Carlo Borromeo.

Il territorio, che si estende tra Via della Magliana e Via Portuense, è di notevole interesse storico e archeologico: qui, dopo l’epoca di Costantino i cristiani scavarono delle catacombe e vi fu istituito il cimitero di Generosa, meta ogni anno di pellegrinaggi provenienti da Fulda, che sostano in preghiera presso la tomba dei Santi Martiri delle catacombe, patroni di Fulda da oltre mille anni;  nel IV sec. i Santi Simplicio, Faustino e Beatrice furono tumulati nel cimitero di Generosa, la cui denominazione e ubicazione ci sono state tramandate grazie all’iscrizione sul sarcofago in cui furono poste le reliquie dei Martiri allorché, sotto il pontificiato di Leone II, furono traslate in S. Bibiana.

Il territorio è stato desunto da quello della parrocchia di S. Maria del Carmine e S. Giuseppe al Casaletto, Il riconoscimento agli effetti civili del provvedimento vicariale è stato decretato il 4 marzo 1917.

La proprietà è del Vicariato di Roma.

Santa Maria del Rosario ai Martiri Portuensi è una chiesa parrocchiale moderna.

Si trova in via Chiusdino, 16.

Essa sostituisce la chiesa di Santa Maria del Rosario di Pompei alla Magliana, parrocchia tra il 1915 e il 2007.

La parrocchia è amministrata dalla «Confraternita Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo» (Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo).

«S. Maria del Rosario ai Martiri Portuensi: la dedicazione con il Papa. La realtà della parrocchia di Angela Napoletano

«Il nuovo corso della parrocchia di Santa Maria del Rosario ai Martiri Portuensi comincia in una chiesa che profuma ancora di legno e vernice. A consacrare il nuovo edificio di culto, proprio oggi, sarà Papa Benedetto XVI, che presiederà la Messa di dedicazione alle 9, tornando così in visita nelle parrocchie romane.

La cerimonia si aprirà con un gesto simbolico quanto solenne: Pietro Sanpaolo, l’architetto che ha diretto i lavori per la costruzione del nuovo edificio religioso, consegnerà le chiavi della chiesa al Pontefice. Al rito seguirà la Santa Messa, che verrà concelebrata dal cardinale vicario Camillo Ruini, monsignor Benedetto Tuzia, vescovo del settore Ovest della Diocesi di Roma, monsignor Ernesto Mandara, segretario dell’Opera romana per la provvista di nuove chiese nella Capitale, monsignor Massimo Camisasca, superiore generale della fraternità sacerdotale che regge la chiesa (quella dei missionari di San Carlo Borromeo), e don Gerard Charles Mc Carthy, il parroco.

Il coro della comunità animerà la cerimonia eucaristica durante la quale il Santo Padre deporrà sotto l’altare le reliquie di tre santi: San Carlo Borromeo, il patrono della fraternità che regge la parrocchia; San Colombano, missionario irlandese del Cinquecento, nonché fondatore del monastero di Bobbio; Santa Maria Faustina Kowalska, mistica dell’Amore misericordioso canonizzata il 30 aprile del 2000 da Giovanni Paolo II. Al termine della celebrazione il Pontefice benedirà il salone che la parrocchia ha voluto intitolare proprio a Benedetto XVI e che, fino a due anni fa, rappresentava il luogo in cui si svolgevano le funzioni religiose. Qui, avverrà infine l’incontro tra il Santo Padre e i bambini della comunità. A nome di tutti i piccoli parrocchiani Matteo, 10 anni, leggerà un discorso di saluto al Papa.

Per la comunità della Magliana, dice il parroco, don Gerard Charles Mc Carthy, «è un momento di grande grazia e benedizione». Corollario solenne di due anni di cantiere. «Dono inaspettato», ancora, per un quartiere che sta cambiando volto. Il nuovo edificio è stato costruito come ampliamento di una chiesa, quella dedicata ai Santi Martiri Portuensi, diventata negli anni troppo piccola per accogliere un numero sempre crescente di fedeli. Don Mc Carthy, irlandese, della Fraternità sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo, che guida questa comunità da dieci anni, parla di una popolazione parrocchiale che, oggi, è arrivata a contare 21mila abitanti, circa 7mila famiglie. E racconta di essere stato più volte costretto a chiedere ospitalità alle vicine suore oblate del Divino Amore per organizzare il catechismo.

Grazie ai lavori da poco conclusi, i sacerdoti della parrocchia di via delle Vigne, angolo via Chiusdino, non avranno più problemi di spazio. Oltre a una serie di locali creati ad hoc per gli incontri di quella che il parroco chiama «scuola di cristianesimo», sono state costruite anche la casa parrocchiale e la cappella feriale. Poco lontano dall’ingresso principale della chiesa è stato allestito anche un oratorio e un campo da calcio. Da oggi, con la benedizione del Pontefice, lo spazio che fino a qualche tempo fa era dedicato alle celebrazioni diventerà un salone (intitolato proprio a Benedetto XVI) per gli incontri più importanti. Il cuore dell’intera costruzione si sposta così nella nuova chiesa. Manca ancora qualche dettaglio perché possa definitivamente dirsi completa. Don Mc Carthy indica la statua della Vergine Maria posta a destra dell’altare e spiega: «Lì sotto metteremo una teca con due pietre, una della casa di Nazareth e una del santuario della Madonna di Czestochowa». A sinistra del crocifisso centrale spicca invece l’icona che un’artista della parrocchia ha donato alla comunità e che rappresenta i Martiri Portuensi insieme alla Madonna del Rosario di Pompei. Alla protettrice della città campana è  dedicata la prima chiesa del quartiere che si trova a valle della collina su cui sorge il nuovo edificio religioso. «E che – spiega il sacerdote – è frequentata ormai solo da anziani».

Si trova in via Chiusdino, 16.

La proprietà è del Vicariato di Roma.

La chiesa ha una doppia dedicazione, alla Madonna del Rosario e dei Martiri Portuensi. I Martiri Portuensi sono Simplicio, Faustino, Beatrice e Rufiniano. Furono martirizzati verso l’anno 300, e sepolti nelle catacombe di Generosa. Il loro presunto sarcofago è conservato nella sagrestia di Santa Maria

La chiesa è stata progettata da Piero Sanpaolo, e completata nel 2007. È basata su una pianta basilicale rettangolare, con un transetto ampio e poco profondo.

I muri esterni sono tutti alti in mattoni rosso, e il tetto è piatto. Ha un ampie finestre, consistenti in nove finestre verticali rettangolari simmetricamente disposti dall’alto verso il basso in tre linee orizzontali di cinque, tre e uno. Ha queste lastre singole di vetro trasparente, con i vetri curvi per adattarsi alla curva della facciata.

Il campanile è attaccato al lato sinistro della facciata. È una torre rettangolare in mattoni, e nella parte superiore è un grande campana gabbia costituita da travi e puntoni. C’è una fila verticale di tre fori di risonanza rettangolari verticali sui lati corti, e due degli stessi sui lati lunghi. I rettangoli di fondo sono più alti.

Sul lato destro della facciata, vi è una larga finestra a striscia verticale, nascosto in un angolo tra il nartece e la mano della chiesa, di fronte longitudinalmente. Finestre simili sono negli angoli tra la navata e transetto a mano, quattro in tutto, e negli angoli tra abside e la navata. Il volto assicella trasversalmente, in modo da mettere in luce sull’altare. Sulle pareti del transetto sono una coppia di fenestrazioni di uno stesso modello del destino a quello indicato sulla facciata. Tuttavia, le righe sono di sei, quattro e due e la linea verticale di simmetria è un diritto ad un alloggio adeguato per area di muratura.

Le pareti interne sono dipinte di bianco e le finestre sono chiari. Questa mancanza di colore generale contrasta con la parete absidale, che è in un arancio rosato. Il soffitto è in legno lamellare, nelle piazze fortemente a cassettoni.

La parrocchia è retta dall’amministratore parrocchiale Don Paolo Desandré della Fraternità di San Carlo (dal giugno 2013), assistito dai vicari parrocchiali Don Dino Claudio Goretti (2013) e Don Maurizio Pirola (2013), e dai vicari cooperatori Don Matteo Invernizzi (2012) e Don Gerard Charles Mc Carthy (2013).

«Il cuore religioso della zona che si estende tra via della Magliana e Via Portuense è adesso rappresentato dalla parrocchia di via Chiusdino che, con la doppia dedicazione, vuole non a caso conservare la memoria dei luoghi sacri (appunto, la chiesa della Madonna del Rosario di Pompei e quella dei Martiri Portuensi) che hanno fatto la storia del quartiere. «Fino agli anni Cinquanta – racconta don Mc Carthy – in questa zona c’erano più pecore che case». Oggi, invece, dice il sacerdote, «vivono soprattutto famiglie di impiegati. E c’è chi fatica ad arrivare a fine mese». La chiesa è negli anni diventata un punto di riferimento anche per gli extracomunitari che vivono sotto il ponte del viadotto della Magliana. «Bulgari, slavi e soprattutto polacchi – spiega il parroco -. Persone che affrontano con dignità la propria povertà. Qualcuno anche con fede».

Don Mc Carthy descrive la comunità parrocchiale usando l’immagine di un mosaico fatto di tessere colorate. Comprese le nere. «È anche nel dolore e nella sofferenza – dice – che il gruppo cresce». Il collante di questo mosaico variopinto è però rappresentato dalla preghiera. «È una comunità alla continua ricerca di Dio», spiega il parroco sottolineando l’entusiasmo con cui i fedeli – bambini, giovani, adulti e anziani – partecipano ai momenti di catechesi e alle celebrazioni eucaristiche. E con cui, per esempio, hanno accolto le due nuove campane, intitolate a Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI. Con i loro primi rintocchi, oggi accompagneranno la visita pastorale del Pontefice».

La rete parrocchiale conta una chiesa annessa, che è quella di Santa Maria del Rosario di Pompei alla Magliana.

Gli enti territoriali sono: la già citata Chiesa Annessa Santa Maria del Rosario di Pompei alla Magliana; Oblate al Divino Amore; Casa di Cura «Villa delle Magnolie»; Casa di Cura «Villa Giulia»; Casa di Riposo «Opera Pia ‘Ricovero Israelitì»; Ospedale «San Giovanni Battista» (S.M.O.M.); Fraternità Maria Santissima degli Angeli – Aggregazione Ecclesiale.

Santa Maria del Rosario ai Martiri Portuensi è una chiesa parrocchiale, edificata nel 2007.

È attualmente gestita dalla Fraternità Missionari di S. Carlo Borromeo.

Chiesa Annessa Santa Maria del Rosario di Pompei alla Magliana (via Chiusdino 152)

Enti presenti nel territorio della Parrocchia (7)

Chiesa Annessa Santa Maria del Rosario di Pompei alla Magliana

Oblate al Divino Amore

Casa di Cura «Villa delle Magnolie»

Casa di Cura «Villa Giulia»

Casa di Riposo «Opera Pia ‘Ricovero Israelitì»

Ospedale «San Giovanni Battista» (S.M.O.M.)

Fraternità Maria Santissima degli Angeli – Aggregazione Ecclesiale

[Cappella delle Magnolie].

[Villa Giulia].

[Le Suore Oblate].

 

Interventi del Nuovo Stadio

 

[Magliana Vecchia e Stadio Nuovo: quali connessioni?].

 

[1] Log di pubblicazione:

– Arvalia.it n. 16 del 6 giugno 2017. I contenuti editoriali sono estratti e adattati dalla pubblicazione Magliana Vecchia di A. Anappo, prima edizione novembre 2016.

[2] Gruyer, F., Les fresques de Raphaël à la Magliana, in Gazette des Beaux-arts, 1° giugno 1867.

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