Il Trullo è la quarta delle sette zone urbanistiche del Municipio XI, popolata da circa 28 mila abitanti. Prende il nome dal Trullo dei Massimi, un sepolcro romano a tumulo divenuto chiesetta nel Medioevo, unico punto di riferimento in una campagna allora acquitrinosa e insalubre. Nel Settecento inizia il ripopolamento agrario, al seguito delle Vigne portuensi degli Jacobini, Gioacchini, Neri e Consorti. Nel 1939 inizia l’edificazione moderna, intorno al nucleo fascista della Borgata Costanzo Ciano, cui seguono nel Dopoguerra edificazioni abusive non pianificate. Oggi il comprensorio del Trullo si compone di un abitato continuo fra Monte delle Capre e Montecucco, affiancato dall’abitato delle Vigne e da un settore di riserva naturale tra la Collina di Montecucco e la Piana di Affogalasino[1].

 

Sommario

 

 

I sepolcri lungo il Tevere

 

Piana di Affogalasino

 

Fosso Affogalasino è un torrente (che in passato, per la maggior portata d’acqua era anche chiamato rio) che ha origine nell’Agro a Nord di Roma e si getta nel Tevere, come affluente di destra, in prossimità del Trullo.

Il fantasioso nome deriverebbe da una disavventura accaduta ad un povero ciuco, annegato nelle acque un tempo impetuose del corso d’acqua. Presso gli studiosi è tuttavia popolare la suggestiva ipotesi che l’etimo derivi dallo spregiativo epiteto di «asini» con cui erano chiamati i primi cristiani, e dalla consuetudine locale di dare loro il «martirio per annegamento», gettandoli da un ponticello di pietra.

«Vige tradizione – scrive il Tomassetti – che, presso la Magliana – ove l’avvallamento dimostra esservi stato un piccolissimo lago fra i boschi dei Fratelli Arvali -, molti pagani, convertiti al cristianesimo, vi fossero affogati. Per disprezzo dei cristiani, creduti adoratori di un dio simboleggiato in una testa d’asino, la località prese il nome di Affogalasino». Questa leggenda troverebbe riscontro nella Passio dei Martiri portuensi Simplicio, Faustino e Beatrice, i cui corpi, gettati da un «pontem lapideum» (un ponte di pietra) arrivarono poi, trasportati dalle acque, fino all’Ansa della Magliana.

L’esistenza di un ponticello è confermata dal cronachista Pietro Romano, che gli dà il nome di Ponte di Fogalasino. Fogalasino (o anche Foga l’asino) è in effetti il nome medievale (sopravvissuto fino a tempi recenti) del fosso, della contrada circostante e del viottolo che anticamente lo fiancheggiava, risalendone il corso sino alle spalle del Gianicolo.

Dal 1940 il fosso scorre in canalizzazione sotterranea sotto l’attuale via del Trullo. In epoca successiva sono state interrate anche la tratta successiva, dal Trullo al Tevere, e quella precedente sulla omonima via del fosso di Affogalasino, dal Trullo alla Serenella.

 

Trullo dei Massimi

 

Il Trullo dei Massimi è una tomba romana del I sec. a.C., divenuta dal XII sec. un casale rustico di proprietà della famiglia Massimi.

La tomba si trova sulla sponda destra del Tevere all’altezza dello stabilimento Pischiutta e si compone di un basamento quadrato (oggi ricoperto) sormontato da una volta a trullo, simile ad un tumulo etrusco. La struttura era in origine ricoperta di marmo. Attestato in epoca medievale come casale rurale, viene successivamente spogliato dei marmi e abbandonato. Nel 1951 sono state rinvenute alcune lastre marmoree che si ipotizza siano appartenute al sepolcro: una di esse racconta in bassorilievo la storia di Iulius, vincitore di ben cinque giochi gladiatori.

Oggi del mausoleo è visibile soltanto la cupola schiacciata, realizzata in muratura a sacco, in tufo e pietrisco, su cui si apre l’unico lucernario.

Il Trullo dei Massimi è stato studiato dall’archeologo Mocchegiani Carpano, per la Soprintendenza Archeologica di Roma.

Descrizione

Essa poggia su una base quadrangolare, a grossi blocchi di pietra, oggi interamente coperta alla vista dalle frequenti alluvioni e dai riporti di terra dell’arginatura del 1926.

La struttura è alta complessivamente 5 m rispetto all’originale piano di campagna.

A seguito dell’arginatura del 1926 e dei riporti di terra ne vediamo oggi tuttavia soltanto la parte superiore.

Le mura esterne si presentano oggi in uno stato precario, dovute a 21 secoli di intemperie del fiume Tevere.

molto logorate dal tempo, quale appare oggi, questa costruzione è stata datata dagli esperti al 1° sec. a.C.. Essa aveva la base quadrata a grossi blocchi, mentre all’interno il nucleo centrale era costituito da un’ampia cella a pianta circolare. La copertura aveva la forma di una volta a cupola, detta anche «a trullo», leggermente schiacciata nella parte superiore. Il manufatto strutturato a sacco con detriti di tufo, pietra e calce, anticamente era certamente rivestito di marmo e doveva ergersi imponente sulla riva del fiume.

Ingresso

L’ingresso, protetto da una cancellata, introduce in un ambiente circolare oggi parzialmente ipogeo (il piano di calpestìo originario era di poco sopraelevato rispetto all’antico piano di campagna).

L’ingresso attuale del nostro sepolcro, dal lato opposto al fiume, è chiuso da un cancello di ferro appostovi dalla Soprintendenza Archeologica, il quale consente tuttavia di scorgere l’interno abbastanza agevolmente.

Interno

Le pareti contengono 7 grandi nicchie simmetriche con finitura in laterizio, dove in antico erano poste le urne cinerarie dei defunti. L’ambiente si completava con stucchi, epitaffi, ritratti e scene di vita in affresco, andati perduti.

All’interno, il piano di questo sepolcro rimane molto al di sotto dell’attuale livello esterno del terreno. Nella parte superiore della cella circolare, sulla parete rimangono ancora ben conservate e simmetricamente poste, sette grandi nicchie rifinite in opera laterizia. Se immaginiamo questo ambiente decorato con stucchi, rilievi e ritratti, come era effettivamente all’origine, ne deriva che l’insieme di questa tomba doveva apparire veramente armonico nella sua architettura ed elegante nella decorazione. Bisogna figurarsi inoltre in queste nicchie, piccoli vasi e urne cinerarie, per lo più in terracotta, contenenti le ceneri dei defunti adulti (le salme dei bambini non venivano cremate). Non dovevano mancare infine, numerosi epitaffi con i nomi e gli elogi che si usava indirizzare ai defunti più importanti.

Interno della tomba romana. Sono visibili le nicchie in cortina utilizzate per la deposizione dei vasi cinerari.

Analisi

Si ipotizza che il sepolcro sia appartenuto ad una ricca famiglia urbana, forse del Trastevere e forse di antiche origini etrusche (sembrerebbe indicarlo la scelta edilizia del tumulo, sebbene il rito funerario della cremazione appartenga già al mondo romano).

Si trattava, con tutta probabilità, di una tomba di proprietà di qualche ricca famiglia della zona di Porta Portuense o delle ultime propaggini di Trastevere che poté permettersi un sepolcro di tali dimensioni.

Presso i Romani, secondo la legislazione antica, la sepoltura dei defunti veniva effettuata fuori della cinta muraria della città, e generalmente lungo le strade consolari o secondarie, oppure, come nel nostro caso, lungo il fiume. Questo tipo di tomba era abbastanza comune a Roma; ne rimangono ancora molti esempi e di ogni dimensione. Per citarne alcuni ricordiamo la più grande tomba esistente a Roma, tuttora saldamente in piedi dopo quasi due millenni: la Mole Adriana, conosciuta anche come Castel Sant’Angelo, che fu il sepolcro dell’Imperatore Adriano. Altra tomba gigante di questo tipo e quella di piazza Augusto Imperatore, il cosiddetto Mausoleo di Augusto o l’Augusteo. Il nostro «Trullo» o Turlone o «Trullone» (era chiamato anche così) è un tipo di tomba che aveva qualche affinità con il «tumulo» etrusco. Gli antichi abitanti dell’Etruria, , ancor prima dei Romani, per accogliere le salme dei loro morti, costruivano tombe che, in parte, apparivano come quella di cui stiamo trattando, con la differenza che gli Etruschi conservavano intatti i corpi dei defunti senza cremarli, come invece usavano fare i Romani.

Un’idea di come erano fatte le tombe romane può essere data da una visita alla necropoli di Porto a Fiumicino, rimessa in luce in questi ultimi anni; vi si trovano  tutte le possibili varianti di sepolture, compresa la «tomba a trullo». È interessante anche visitare la «Necropoli vaticana» sotto la Basilica di San Pietro, dove sono perfettamente conservati alcuni interni di tombe dello stesso tipo di quella di cui stiamo trattando; da non confondere però con le «Grotte vaticane», dove sono sepolti gli ultimi papi.

L’elemento principale è una lastra di marmo lunense cm 120 × 75 × 37, oggi conservato al Museo nazionale Romano. La lastra raffigura in bassorilievo un combattimento tra due gladiatori della classe dei provocatores, con a fianco un terzo e un quarto in attesa (il quarto è incompleto).

L’epigrafe è una delle più corte, e insieme delle più curiose che la letteratura latina ricordi. Essa recita soltanto: «iul w». La studiosa Sabbatini Tumolesi, chiamata a decifrare la misteriosa epigrafe, l’ha così sciolta: iul(ius) v (quinquies) v(icit). Ovvero: Giulio vinse cinque volte. Giulio è la seconda figuretta di gladiatore, vittorioso in cinque incontri. Al sesto, probabilmente, morì.

La doppia v sta dunque a significare l’unione del numerale cinque (il cui simbolo è la lettera v) e dell’azione vicit (vinse). Riportare cinque vittorie consecutive era un grandissimo onore per un gladiatore, una sorta di grande slam, meritevole di essere trascritto sulla sua tomba. Ancora oggi si è soliti indicare i pluri-campioni con l’uso enfatico della lettera W.

Se nella tomba avessimo invece trovato lo stesso simbolo rovesciato (la m di missus) o peggio ancora un cerchio (la o di obiit), ciò sarebbe stato ad indicare una sconfitta con grazia (al gladiatore veniva cioè risparmiata la vita), o una sconfitta senza grazia (il gladiatore veniva ucciso, sotto gli occhi in visibilio dei rozzi plebei romani raccolti negli stadi). A fare la differenza fra la grazia o la condanna era un semplice gesto dell’Imperatore: pollice su o pollice giù. Il pollice levato indicava che il gladiatore, seppur sconfitto, aveva combattuto con onore, e meritava di aver salva la vita e di poter combattere ancora. Il pollice verso (per la verità evento piuttosto raro nei giochi gladiatori), indicava che con esso terminavano insieme la carriera e la vita del gladiatore.

Per sei anni, fino al 1956, l’allora sovrintendente Salvatore Aurigemma tira fuori uno a uno i marmi sottratti dal sepolcro. Ne tira fuori in tutto 20, tra cui un’altra bella scena gladiatoria, 3 stele virili togate e una testa. Nel 1981 la studiosa Rita Paris, chiamata a datare il sepolcro in base agli indumenti indossati dai gladiatori, ne conclude che il sepolcro si può datare al primo trentennio del I sec. a.C., grazie soprattutto all’analisi dell’elmo a paratigmidi distinte (a volto scoperto).

Il Trullo, per così dire, ha avuto una seconda vita in epoca medievale. Essa ci è nota soprattutto grazie alle ricerche negli Archivi vaticani condotti dallo studioso locale Emilio Venditti.

Venditti ha individuato nel Regesto sublacense, antico registro di atti pubblici, un documento dell’anno 984, nel quale si parla di una mola sul Tevere, collocata «in apendice que vocatur Trullio». Un altro atto, datato 4 aprile 1011, accenna anche alla presenza di un casale, appartenente ad un tale Erminzanote, che viene venduto al Monastero dei Santi Ciriaco e Nicolò. Lo stesso casale, che svolge anche la funzione di sosta lungo la strada e di cappellina per i devoti, viene poi rivenduto alla famiglia romana dei Massimi. Per circa due secoli i Massimi conducono in zona una estesa campagna di acquisizioni fondiarie, fino a consolidare una proprietà unitaria, rra.re all’mo ricorre in seguito in altri appezzamenti vicini, fino a consolidare una proprietù fondiaria estesa dalla riestesa dalla riva del Tevere all’entroterra. In questo periodo il nome del Trullo si consolida nella denominazione in latino volgare di Trullus de Maximis. La proprietà dei Massimi sembrerebbe terminare nel 1286. Un documento catastale riporta che in quell’anno il casale viene venduto al prezzo di 300 fiorini.

Nel Trecento si attesta in zona un’altra importante famiglia romana, i Merlo. Un documento del 1322 indica tutta la località con il toponimo Contrada Trulli Meruli. Lo studioso Coste, che incrocia queste informazioni con altre successive che collocano in zona un casale di proprietà dei Canonici di Santa Maria in via Lata, ne deduce che il casale del Trullo dovesse aver acquisito dimensioni ragguardevoli, o che sovrintendesse ad una porzione di territorio estesa. Gli scavi archeologici più recenti hanno tra l’altro rilevato, nel pavimento del Trullo, che l’insediamento era anche fornito di un pozzo.

Nella prima metà del Quattrocento del Casale si perde ogni traccia. Possiamo ipotizzare una piena eccezionale del Tevere, che abbia travolto le strutture medievali, risparmiando solo i robusti blocchi di pietra della struttura del Mausoleo.

Si torna a parlare del Trullo nel 1458, in un documento del tempo di Papa Pio II. L’interesse che spinge qui gli incaricati pontifici è però ben diverso dai precedenti, e si evince da un libro paga del 1458: «A Mastro Cencio e Mastro Pietro Goputo, co’ manuali, ducati 50 per cavar petre a lo Trullo». Il 21 maggio 1461 un altro libro paga riporta l’acquisto di «25 barili de vino corso, dato pe’ li manuali e scarpellini, li quali ano lavorato a cavar marmi a lo Trullo». A distanza ravvicinata un altro documento riporta: «A Mastro Petro marmoraro, per costo di subbia e mazzola pe’ li scarpellini a lo Trullo». E un altro ancora: «A Palombello carraro e Giorgio Schiavo carraro, per carreggiatura de marmi da lo Trullo». Altre somme di denaro sono date «A li 23 de gennaro 1462 a Mastro Silvestro per tiratura de sette carrate de marmo condocti co’ suoi bufali da esso Trullo a esso fiume». Da questa nota si evincerebbe che i marmi più pesanti vengono caricati su imbarcazioni, e di lì trainati da buoi in risalita lungo il fiume fino a Roma. Per quattro anni circa, dunque, dal 1458 al 1462, viene operato al Trullo un grande saccheggio di pietre nobili, che lo riducono alla condizione miserevole di oggi, in cui rimangono solo le scheletriche murature in tufo.

Il Lanciani, nella sua Storia degli scavi di Roma, edito nel 1912, arriva peraltro alla stessa conclusione senza aver consultato gli archivi vaticani, ma semplicemente osservando la nudità delle murature a sacco, prive di coperture in laterizio. Possiamo immaginare che quei marmi siano finiti a Roma, per alimentare il grande cantiere papalino che preparava il risveglio dal lungo sonno medievale.

L’ultima notizia documentale del Trullo risale al 1547. Nella Mappa della campagna romana del cartografo Eufrosino della Volpaia il luogo è citato solamente con il nome di Turlone.

Nel 1951 una draga urta casualmente un relitto navale, sulla riva destra del Tevere all’altezza del km 6,300 della via Ostiense, di fronte al Trullo dei Massimi. Il pesante carico in essa contenuto rende impossibile la rimozione e, quando i sommozzatori si calano all’interno per un intervento, davanti a loro si offre lo spettacolo dell’intero bottino di spoliazione di un sepolcro romano, molto probabilmente il nostro Trullo.

In anni poco lontani il Trullo è stato nuovamente oggetto dell’interesse della Soprintendenza, con una campagna di studio, pulizia e svuotamento (il sepolcro risultava  riempito da fanghi alluvionali), e con l’aggiunta del cancello di ingresso per impedire che balordi vi si accampassero.

Il Trullo oggi giace abbandonato sul piè d’argine fluviale. Gli ortolani sono soliti chiamarlo Torraccio, o al femminile Torraccia. Eppure, abbiamo riscontrato con piacere, ciascuno di loro conosce che la Torraccia è il nobile mausoleo che dà il nome al moderno quartiere Trullo, ed è disponibile ad indicare ai visitatori la strada non agevole per arrivarvi.

Il Trullo si trova alle spalle dello Stabilimento Pischiutta di via delle Idrovore della Magliana, 49. Si può raggiungere in automobile il Collettore della Maglianella e di lì proseguire a piedi lungo il piè d’argine sul vecchio selciato dei bufalari. Occorre procedere fino al traliccio dell’alta tensione. Il mausoleo è lì accanto. Sono state segnalate tuttavia diverse situazioni di pericolo, che rendono sconsigliabile andarci da soli: cani sciolti, insediamenti abusivi, allagamenti in periodo invernale.

 

Grotte di Montecucco

 

Le Grotte delle Fate sono una cava sotterranea di Epoca Arcaica.

Durante la lunga fase delle Guerre di Roma contro Veio (509-396 a.C. circa) le grotte segnano, con alterne vicende, il confine territoriale fra le due città-stato: entrambe le culture vi collocano la residenza del dio Silvano (Selvans per gli Etruschi, Silvanus per i Latini). La frequentazione moderna è attestata da un contratto del 1451, e ancora nel 1547, nella mappa di Eufrosino della Volpaia. Ai primi del Novecento le grotte diventano rifugio antiaereo annesse al Genio militare. Si ipotizza che le grotte fossero unite con con gli edifici in superficie: le torri Cocchi e di Papa Leone, Villa Koch e il Casalone, e le più recenti Torre Righetti, Villa Usai e Villa Baccelli.

Veio è una città-stato etrusca, nata nel X sec. a.C., una ventina di chilometri a nord del Palatino. È una cittadina tutto sommato piccola (si pensi alle già fiorenti Tarquinia, Vulci, Cære); tuttavia ha caratteristiche destinate a farne per più secoli la più irriducibile avversaria di Roma. Sorge  su un altopiano fortificato, protetto da 8 km di mura e da un lago artificiale; gode dell’alleanza religiosa e militare delle città della koinè etrusca; e soprattutto Veio si trova sul crocevia di due grandi rotte commerciali: quella lungo il Tevere, da cui Fenici e Greci risalgono nell’entroterra; e quella tra nord e sud Italia, cioè tra mondo etrusco e un mondo ancora tutto in formazione, da cui emergeranno i Latini e Roma.

In questa situazione privilegiata la piccola Veio consolida nel IX sec. a.C. il suo potere sulla riva destra del Tevere, per un tratto di circa 30 km, dall’attuale Monte Mario fino alla foce, a cui Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia (III, 53), darà il nome di «Ripa Veiens». La Ripa Veiens ha una geografia piuttosto semplice. Ad est c’è una cittadella fortificata con poderose mura (di recente identificata con il grande «oppidum» di Colle Sant’agata a Monte Mario). La seguono, procedendo verso ovest lungo il Tevere, alcuni popolosi insediamenti fortificati: ve n’era uno nell’Ager Vaticanus, un altro sul Gianicolo, e un altro nell’ordierno Trastevere.

Superato Trastevere non ci sono più insediamenti stanziali, ma 7 avamposti militari a presidio del Tevere, con relative stazioni commerciali. I navigatori greci chiamano questi sette presìdi «

Πάγοι» (Epta Pagoi) e più tardi i Latini li chiameranno «Septem Pagi», cioè i sette villaggi. Su di essi però le fonti sono avare: uno di essi di chiamava «Careia» e presidiava il Rio Galeria, affluente di destra del Tevere. Probabilmente ce n’era un altro insediamento, chiamato «Allias», a guardia del Rio Magliana, e più probabilmente c’era un avamposto per ogni foce di corso d’acqua di una qualche entità (navigabile), che mettesse in comunicazione diretta il Tevere con l’interno. Una certa importanza doveva avere anche il Rio Affogalasino, che è il primo fiumiciattolo navigabile dopo il Gianicolo: gli archeologi, è opportuno dirlo, non vi hanno trovato finora alcun insediamento etrusco; e tuttavia hanno riconosciuto, nella Collina di Monte Cucco che domina l’estuario del Rio Affogalasino nel Tevere, un vistoso sbancamento attribuibile ad una cava di tufo in blocchi e polvere di pozzolana, a cielo aperto, che affonda le sue origini in Epoca arcaica. La cava presenta ampi tratti in galleria, che in alcuni punti si aprono in cameroni ipogei ancora oggi presenti. Giunti alla foce del Tevere troviamo l’ultimo degli insediamenti etruschi, a guardia delle saline costiere.

Veio sviluppa floridi commerci lungo il Tevere, basati soprattutto sul sale, che scambia con Greci e Fenici per ceramiche e tessuti. I Veienti, nella ricchezza di beni materiali, possono dedicarsi così all’attività preferita della cultura etrusca: la «bella vita», fatta di pace e prosperità.

A metà dell’VIII sec. a.C. si affaccia però sulla scena un rozzo e prepotente villaggio di pastori sul Colle Palatino: Roma. Non ci vuole molto per i Veienti per capire che Roma, speculare a Veio sulla riva sinistra del Tevere, è il suo doppio, uguale e opposto. Per dirla con le parole degli storici è la sua «antipolis»: la prosperità Roma significa la povertà di Veio, e viceversa.

È Veio ad aprire le ostilità con Roma nel 750 a.C., secondo i racconti degli storiografi Tito Livio e Plutarco, che si intrecciano con la leggenda della fondazione di Roma. Il suo fondatore, Romolo, ha da poco occupato il villaggio etrusco di Fidene. E Veio, riporta Livio dei suoi Ab Urbe condita Libri (I, 15), in ragione del «comune sangue etrusco» prende le armi contro Roma. Dopo alterne vicende Romolo riporta una netta vittoria, e insegue i Veienti fino sotto le loro mura. Il trattato di pace che ne segue consente ai Romani una prima penetrazione commerciale nei Sette Pagi e nelle Saline, e porta con sé una tregua («indutiæ») della durata di 100 anni. La «Silva Mœsia» (letteralmente: il bosco di mezzo che abbraccia tutto il Territorio Portuense), rimane invece sotto l’esclusivo controllo etrusco.

Il successore di Romolo, il pacifico Numa Pompilio, rispetta la tregua. Qualche scaramuccia c’è al tempo del re Tullo Ostilio, che, impegnato in azioni di guerra contro i Sabini, presta il fianco ai Veienti per alcune azioni di brigantaggio. Ma non si arriva allo scontro aperto, perché la tregua dei cento anni è ancora valida. Riporta Livio (I, 30): «Valuit pacta cum Romulo indutiarum fides», prevale il rispetto dei patti di tregua stipulati con Romolo.

Con il bellicoso Anco Marzio la tregua scade. Livio non è preciso nel dirci come Anco Marzio abbia fatto guerra ai Veienti. Si limita a riassumene l’esito (I, 33): «Silva Mœsia Veientibus adepta, usque ad mare imperium prolatum», la Selva di mezzo viene strappata ai Veienti, e il potere di Roma si estende sino al mare. Alla foce Anco Marzio fonda peraltro la prima colonia romana: «in ore Tiberis Ostia urbs condita, Salinæ circa factæ», e lì vicino crea le Saline.

Con i successori, i tre «Re Tarquini», Roma finisce per un centinaio di anni sotto il protettorato della città etrusca di Tarquinia. Per Veio questo periodo coincide con un secolo di tranquillità, in cui i Veienti commerciano indistrubati lungo le rive del Tevere, in coabitazione coi Romani. Non era difficile, per le campagne portuensi, incontrare sia Etruschi che Romani, che certo non nutrono simpatie reciproche, ma in questo periodo si sopportano senza grossi problemi. Al tempo di Servio Tullio, a dire il vero, succede che una tregua pluriennale scade senza essere rinnovata. Immediatamente Servio Tullio muove un esercito verso Veio e ha qualche successo militare, ma la guerra si conclude con quache ritocco del confine e una nuova tregua pluriennale.

La cacciata dell’ultimo re, Tarquinio il Superbo, segna l’inizio di un secolo di guerra vera.

Nel 509 a.C., riporta Terenzio Varrone, i Romani pongono fine al protettorato di Tarquinia e instituiscono la magistratura dei consoli, con il compito di guidare la nuova Res Publica. Uno dei primi consoli, Publio Valerio Publicola, si ritrova a fronteggiare un esercito di Veienti in marcia verso Roma. Riporta Livio (II, 6): «Veientes … amissa repetenda minaciter fremunt», i Veienti femono minacciosi per riprendersi la terra persa. Publio Valerio Publicola, sperimentando con successo la tecnica militare della fanteria ordinata in «quadrati», disperde i Veienti. Facendo un po’di umorismo Livio racconta: «Veientes, vinci ab romano milite adsueti, fusi fugatique», i Veienti vengono dispersi e messi in fuga, ma d’altronde erano già abituati a prenderle dai Romani.

Sulla scena entra intanto il re etrusco Porsenna, Lucumone di Chiusi. A Porsenna di Veio importa ben poco: gli importa invece di porre un freno all’espansione di Roma nell’entroterra. Porsenna ha qualche successo, al punto di costringere i Romani ad un onorevole accordo, di cui finiscono per beneficiare i Veienti. Nel «Trattato del Gianicolo» si riassegna  la riva destra per intero agli Etruschi, con la sola esclusione del Gianicolo e delle Saline, che restano ai Romani.

Ne segue un periodo di relativa tranquillità, in cui anche le croniche tensioni tra il patriziato e la plebe di Roma paiono trovare una composizione in leggi eque. Una di queste ad esempio nazionalizza il sale: «Salis quoque vendendi arbitrium in publicum omne suntum, ademptum privatis», il commercio del sale viene tolto all’arbitrio dei privati e avocato a sé dallo Stato (Livio, II, 9). Un nuovo nemico esterno, i Volsci, concede ai Veienti l’ennesimo periodo di tregua.

Con i Volsci, a cui si aggiungono anche Equi e Sabini, la guerra è dura. Al punto che Roma precipita in una lunga fase di miseria. Tra i plebei molti vengono colpiti dal «nexum», la riduzione in schiavitù per debiti, e la plebe, in risposta, si ritira sull’Aventino. I Veienti approfittano largamente della debolezza interna di Roma, e alimentano continue scorribande in territorio romano, con modalità simili al moderno brigantaggio. Roma da parte sua sopporta con pazienza le scorribande dei Veienti: c’è qualche combattimento quando i Veienti si fanno troppo vicini, prepotenti o avidi ma, una volta respinti e costretti a precipitose ritirate entro le mura di Veio, non c’è una seria volontà di inseguirli né dar vita alla «dimicatio ultima», la battaglia risolutiva.

È utile, a questo punto, parlare di una figuretta minore del pantheon arcaico di Roma, comune con il pantheon etrusco, che secondo la tradizione prende parte all’interminabile e poco virile disputa tra Etruschi e Romani.

Vuole la tradizione che in ampie grotte su Tevere, che non è difficile identificare proprio con le grotte di Monte Cucco, abbia risieduto il dio agreste Silvano. Più precisamente, secondo gli Etruschi abita qui il dio Selvans, e secondo i Romani abita qui il dio Silvanus: ma si trattava per entrambi della stessa divinità. Di un sacrificio a Silvano compare tra l’altro traccia anche negli Atti degli Arvali (redatti in epoca imperiale), testimoniandone tra l’altro una certa longevità nel culto. Dunque, secondo la tradizione, Silvano è una divinità rurale, che presiede alle selve e alle campagne, e protegge il bestiame e gli orti. Per estensione è però anche il nume tutelare della proprietà e delle frontiere, come in effetti sono una frontiera territoriale, tra Roma e Veio, le stesse grotte in cui Silvano risiede.

Silvano è raffigurato come un vecchio vigoroso dalla barba irsuta, che vagabonda miseramente vestito, attento al controllo della frontiera e armato di un pesante tortòre per respingere gli invasori. Non si sa bene chi debbano essere gli invasori: sono Romani visti dalla parte etrusca, e viceversa. Selvans/Silvanus è una sorta di tertius arbiter, una figura neutrale dal carattere retto e bonario, che mal tollera però i cambiamenti dei limiti fissati. Proprio per questo a Silvano sono associati caratteri di burbero, insofferente alla vita associata e capace talvolta di manifestazioni grevi o persino misogine (avversava partorienti e neonati e spaventava i contadini facendo rimbombare nelle grotte la voce fragorosa).

Una leggenda attribuisce infine a Silvano un inusuale arbitrato nelle guerre etrusco-romane. In effetti, nei suoi libri sulla storia di Roma, Livio parla in tutto di ben 14 guerre, datate tra V e IV sec. a.C. Ma in realtà si tratta di poco più che battaglie, che scoppiavano ogni qualvolta le frizioni permanenti sfociavano in saccheggi. La guerra endemica contro i Veienti era insomma pazientemente sopportata, fin tanto che era possibile, e lo strumento delle «indutiæ», le tregue pluriennali, era funzionale ad una mancanza politica a Roma per muovere una guerra su vasta scala al mondo etrusco che risolvesse la questione. Il conflitto si trascinava così stancamente, al punto che i due eserciti combattevano di giorno, e la sera, durante le sospensioni notturne, si incontravano quasi bonariamente, per assegnare la vittoria giornaliera, contando il numero dei rispettivi caduti.

Ad un certo punto il dio Silvano, stanco di questo massacro, infinito e assai poco virile, interviene proclamando a gran voce da dentro le grotte la vittoria ai Romani. Atterriti dalla roboante sentenza divina, gli Etruschi decidono da allora di rientrare nei confini.

Ritroviamo in seguito il dio Silvano con il nome di Marte-Silvano, essendo stato assimilato col tempo al dio Marte. Catone, nel De Agricoltura, riporta la cerimonia del «votum Martisilvani pro bubus uti valeant», per la salute del bestiame. L’offerta consisteva in un piatto di granaglie e pancetta rosolati nel vino («cocere in unum vas … farris, lardi, vini»), da ripetersi per ciascun capo di bestiame posseduto.

La leggenda di Silvano, tuttavia, come spesso accade, contiene una rappresentazione per metafora di una realtà storica. E la realtà storica è che dal 482 a.C. la guerra cambia registro, e finita la fase di stanca, riprende con una fase di rinnovato vigore che va sotto il nome di «bellum privatum» (Livio, II, 43). È una guerra privata perché ad animarla non è l’esercito di Roma, ma un’intera famiglia romana, la Gens Fabia, contrapposta ad un’intera città: Veio.

Tutto inizia quando il console Quinto Fabio Vibulano, della famiglia dei Fabii, reagisce all’ennesima scorribanda dei Veienti: quella che doveva essere però un’azione poco più che dimostrativa si rivela per i Romani una sonora sconfitta, e uno smacco personale per il console. Il console chiede rinforzi per vendicare l’affronto, e i Veienti chiedono rinforzi per ottenere una seconda vittoria. Parte da qui l’escalation e la corsa alla rivalsa della Gens Fabia.

Al console di rinforzi ne arrivano ben pochi. A Veio invece di rinforzi ne arrivano tanti. Specifica Livio: «non tam Veientium gratia concitata, quam quod in spem ventum erat discordia intestina dissolvi Rem Romanam posse», non per vicinanza spirituale a Veio, ma nella speranza che quella fosse la volta buona che Roma, logorata dalla lotta intestina, cadesse. La volta buona però non arriva per nessuna delle due parti in lotta: ogni anno, con la buona stagione, ripartono le ostilità, che la tregua invernale interrompe. E nessuna annata è quella risolutiva. Si instaura una situazione di pace armata in cui nessuno è disposto a perdere, ma nessuno ha abbastanza forza per vincere.

Il Senato di Roma, da parte sua, è contrario a muovere le legioni contro Veio, distogliendole dai fronti con Equi e dei Volsci. La Gens Fabia ottiene così dal Senato una sorta di delega in bianco, a condurre in proprio la guerra contro Veio. I Fabii si impegnano a finanziarla per intero, senza chiedere a Roma né un soldo né un soldato. I Fabii hanno il solo obbligo di compiere ogni azione in nome dell’autorità di Roma, per evitare, in caso di vittoria, che la Gens Fabia si secedesse da Roma rivendicando un regno suo. I Fabii conducono la loro guerra di famiglia con le stesse tecniche del nemico: la guerriglia. Li provocano, gli rubano mandrie e raccolti, e li portano ogni volta sino al punto di scendere a dare battaglia in campo aperto, fermandosi però un attimo prima.

E si arriva così al primo reale episodio di guerra combattuta. Nel 477 i Veienti, temibili e determinati, attendono l’esercito dei Fabii presso il torrente Cremera, li sorprendono, e con un’azione in larga scala uccidono fino all’ultimo componente della truppa dei Fabii. Riesce a salvarsi solo Quinto Fabio Vibulano. I Vienti prendono coraggio e muovono un esercito alla volta di Roma, riprendendo il controllo del Gianicolo, loro antico avamposto. È qui che Vibulano guida un contrattacco, che costringe i Veienti al precipitoso abbandono del Gianicolo e al ritiro entro le loro mura.

Inevitabilmente, ogni volta che il Gianicolo, come un interruttore, è chiuso o spento, le rotte commerciali si postano verso ovest, lungo le rotte dei torrenti, allora navigabili, che da Veio portavano al Tevere. Come il Rio Galeria, o il Rio Affogalasino, che sfocia proprio sotto le grotte di Montecucco. Le grandi grotte di Monte Cucco debbono essersi rivelate in questo periodo di grande utilità, soprattutto per lo stoccaggio delle merci in attesa di arrivare a Veio lungo il corso del Rio affogalasino.

Comunque, due anni dopo, siamo nel 475 a.C., i Veienti tornano ad attaccare, alleati dei Sabini, e opposti a Romani, alleati latini ed Ernici. Ci sono i presupposti per una ripresa della guerra su vasta scala. Succede invece che la cavalleria di Publio Valerio Publicola ha la meglio e le azioni si fermano lì. Di lì a breve viene siglata un’altra tregua pluriennale, della durata di ben 40 anni. Roma è ben lieta di accettare, e rivolgere così le attenzioni militari ad Equi e Volsci. È un periodo burrascoso anche sul piano politico, del resto, in cui a Roma si instaura la dittatura dei Decemviri e vedono la luce le Leggi delle XII tavole.

La situazione torna a complicarsi nel 438 a.C., quando la colonia romana di Fidene si consegna al nuovo re di Veio, Lars Tolumna. Roma invia subito degli ambasciatori a chiedere spiegazioni e in tutta risposta Tolumna li fa uccidere. L’uccisione degli ambasciatori, contrario allo ius gentium, è la miccia che riapre la guerra. Il console Lucio Sergio Fidenate riporta delle vittorie, ma a grande prezzo di vite umane. Il suo successore, Mamerco Emilio, riprende le ostilità, portando la battaglia sotto le mura di Fidene. I Veienti, alleati dei Falisci, si difendono con grande valore. L’azione decisiva la compie il tribuno Aulo Cornelio Cosso, che vince in battaglia Tolumna e ne spoglia il cadavere, riparando l’oltragio subit dagli ambasciatori.

Nel 435 a.C. i Veienti ci riprovano. Tocca al dittatore Quinto Servilio Strutto respingerli e mettere nuovamente sotto assedio Fidene, che finalmente cade. La notizia della caduta di Fidene ha però grande risonanza il tutta la koinè etrusca, al punto che per la prima volta la questione tra Veio e Roma viene percepita come una guerra per la sopravvivenza tra due mondi alternativi: quello quello etrusco e quello romano. Per la prima volta si ha cioè la percezione dell’impossibilità di convivenza tra i due popoli. Dei messaggeri di Veio raggiungono le Dodici città del mondo etrusco, e convocano un’adunanza presso il Fanum Voltumnæ, nell’attuale Orvieto. I rappresentanti della Dodecapoli, al Tempio, decidono però di non intervenire subito: i Veienti hanno aperto le ostilità con Roma, per ora se la sbrighino da soli.

È in questo momento che Roma riprende le armi contro Veio, per chiudere la partita. Neanche Roma, a dire il vero, dispone di grandi forze. Sorprendentemente i Veienti hanno la meglio, riprendono Fidene e fanno strage di coloni romani. Richiamato in fretta Mamerco Emilio alla carica di dittatore, Emilio ingaggia sotto Fidene la battaglia campale. I Veienti accettano finalmente la sfida in campo aperto e in un primo tempo hanno il sopravvento. La contromossa sono le cariche di cavalleria di Aulo Cornelio Cosso, che circonda gli attaccanti e compie a sua volta un massacro. Coloro tra i Veienti che riscono a fuggire si riversano sul Tevere, dove muoiono per annegamento. Fidene viene distrutta e gli abitanti vengono venduti come schiavi. Sulle rovine viene sparso il sale.

Con lo scadere dell’ennesima tregua, nell’anno 408 a.C., la strada per Veio è aperta, e un ritardo da parte di Veio nel pagamento delle riparazioni di guerra, provoca la ripresa delle ostilità.

Un esercito di Romani composto da militari, guidato da tribuni militari, ottiene facili successi, e giunge fin sotto le mura di Veio, mettendo la città sotto assedio.

Con l’assedio della capitale nemica la guerra entra nella sua fase conclusiva. Eppure il Senato romano non ha una gran voglia di impegnarsi in operazioni militari, almeno fino a che le guerre con Vosci ed Equi sul fronte sud-orientale non si siano concluse. C’è poi il rischio che la Dodecapoli etrusca, di fronte al rischio della capitolazione di Veio, si decida e muova guerra a Roma, aprendo un conflitto su vasta scala. Sul fronte etrusco però la nuova adunanza riunita al Fanum Voltumnæ non ha fretta di accordarsi per dichiarare guerra a Roma.

La situazioni si sblocca quando Roma espugna Artena ai Volsci, e libera così truppe per dare la zampata decisiva a Veio. In quel tempo Veio attraversa dei sommovimenti interni, ed elegge un nuovo re, che non gode del favore delle altre città etrusche. Gli alleati etruschi, riuniti al Fanum Voltumnæ, così colgono l’occasione e rinviano il sostegno militare a Veio fino a che il nuovo re fosse rimasto al potere.

Roma nell’inverno di quell’anno non sospende, come consuetudine, le operazioni di assedio: paga invece il soldo ad un esercito stipendiato, affinché l’assedio a Veio non concdesse tregua. All’esercito stipendiato si aggiunge presto un esercito di volontari, proveniente dalla plebe romana. Qualche rinforzo per la verità arriva anche a Veio, da parte di Falisci e Capenati. La guerra ha una nuova fase di stanca, e in soccorso di Veio arrivano pure Falerii e Tarquiniesi.

Intanto a Roma succede un piccolo disastro: l’arrivo a Veio di poche milizie volontarie ma provenienti da tutte le città etrusche, lascia intendere al Senato che da lì a breve le città etrusche avrebbero davvero mosso guerra a Roma. Non vi era nulla di più inesatto: al Fanum Voltumnæ si agitavano  venti di guerra, ma si pensava a tutto fuorché a Roma: il nuovo pericolo – i Galli Senoni di Brenno – minacciava  le frontiere settentrionali del mondo etrusco. Fatto sta che a Roma la notizia dei volontari giunti in soccorso di Veio giunge ingigantita, come se il contrattacco veiente fosse ormai imminente. In questo clima viene nominato dittatore Marco Furio Camillo, e viene proclamata come di consuetudine la legge marziale.

Furio Camillo imprime alla guerra l’accelerazione risolutiva. La narrazione di Livio (V, 19), sempre misurata, si apre qui in uno dei rari slanci lirici, e ci dà la misura del tornato morale dei Romani: «Iam Ludi Latinæque instaurata erant, iam ex lacu Albano acqua emissa in agros, Veiosque fata adpetebant». Già i Giochi Latini erano stati aperti, già l’acqua dell’emissario del Lago di Albano nutriva i campi, e già il destino segnava la sorte di Veio.

Il nuovo magister equitum Publio Cornelio Scipione rimette ordine nell’esercito, indice una nuova leva, arruola truppe volontarie latine ed erniche, e si trasferisce a Veio, per seguire da vicino le operazioni di assedio. Furio Camillo intanto sbaraglia a Nepe gli alleti di Veio Falisci e Capenati, e giunge anche lui sotto Veio, prendendo parte all’assedio.

Improvvisamente però tutte le ostilità cessano. Questo episodio viene narrato da Livio con grande pathos, come se stesse raccontando le fasi finali della guerra di Troia. In gran segreto  tutti i militi romani vengono messi a scavare: si tratta dello scavo di una grande galleria, per arrivare a portare la guerra sin dentro Veio, aggirandone le mura. Racconta Livio che i soldati fanno turni di 6 ore a ciclo continuo, anche la notte.

Un altro aneddoto raccontato da Livio vuole che Furio Camillo, ormai prossimo a completare la galleria, abbia inviato emissari al Senato per chiedere cosa fare dell’immenso bottino che si immaginava di trovare a Veio. Il Senato, con una risposta che galvanizzerà la plebe romana, con un pubblico editto risponde grossomodo così: chi vuole il bottino di Veio, deve andarselo a prendere. È così che la plebe di Roma all’istate abbandona i lavori agricoli e si riversa in massa sotto le mura di Veio.

Furio Camillo scatena improvviso un assalto alle mura di Veio, che in realtà è un diversivo, ma i Veienti ci cascano in pieno. I Veienti accorrono in massa a difendere le mura cittadine. Ed è in quel momento che l’Esercito Romano penetra a Veio dalla galleria scavata sin nel cuore della città etrusca. Ogni resistenza viene soggiogata nell’arco di una giornata. L’anno è il 396 a.C.. Ed è la fine di Veio. Il saccheggio della città, la deportazione dei Veienti, e la ripartizione dell’Ager Veietanus tra la plebe di Roma chiudono definitivamente la partita.

Delle Grotte di Monte Cucco si torna a parlare nel Medioevo.

Se ne parla in un contratto data 14 novembre 1451. I contraenti sono un tale Paluzzi Ponziani e un tale Ceccolella, per la vendita di «sette cavallate di mosto» in località «Grotte del Trullo dei Massimi». La «cavallata» è un’unità di misura fiscale, che equivale al mantenimento per un anno di un soldato a cavallo, cavallo compreso. Con un grande approssimazione potremmo stimare una cavallata in 50.000 euro, e in 350.000 il valore del mosto. È una somma davvero ingente, che lascia intendere come le Grotte siano diventate una sorta di cantina vinicola per lo stoccaggio dell’intera zona circostante, coltivata a vigna.

Scrive Venditti: «Il mosto trasportato in questa descrizione conferma l’esistenza di grossi appezzamenti di terreno coltivato a vigna in tutto il comprensorio. Tutte le colline che da Monte Verde e il Portuense si estendono fino alla piana del Tevere e all’inizio dell’Agro Romano, con i loro declivi assolati, si adattavano magnificamente alla coltura viticola, a cui i Romani da sempre volentieri avevano rivolto l’attenzione».

Lo stesso Venditti riporta dell’impianto su queste colline, a inizio del Cinquecento, di un pregiato vitigno spagnolo, in sostituzione delle uve locali. Il promotore di questa iniziativa sarebbe stato Papa Leone X dei Medici, «toscano e raffinato intenditore del buon vino, anche se malaticcio e sofferente di stomaco» (Venditti).

Nell’anno 1547 ritroviamo le grotte citate nella carta topografica di Eufrosino della Volpaia. In essa è scritto, e persino disegnato, il toponimo «Grotte delle Fate». Nel suggestivo nome rimane traccia di un’area magica di questo luogo, che si portava forse appresso dall’apoca del dio Marte Silvano.

Sappiamo inoltre che intorno alle grotte sorgeva un casale, la cui traccia è stata individuata dal Tomassetti. Tuttavia a fine Cinquecento, del «Casale della Grotta delle Fate» non vi è più traccia, e il al suo posto il latifondo è indicato con un generico «hoggi vigna».

Villa Koch è una dimora signorile nella collina di Monte Cucco, datata attraverso un’epigrafe al 1607.

Annesso a Villa Koch si trova un corpo longitudinale più basso, è indicato nelle mappe locali come Vaccheria Prosperi. Per quanto noto, la proprietà degli edifici è privata (è in corso un passaggio per compensazione al Comune di Roma). L’edificio storico è parzialmente crollato, mentre la Vaccheria ha perduto il tetto e presenta forti elementi di degrado. Non è visitabile, non è visibile da strada. L’edificio è stato studiato dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma, che ha redatto la scheda inventariale n. 970747 (Renato Banchini, catalogatore J.R. Peixoto).

Il Piano d’assetto della Riserva Valle dei Casali prevede il recupero del corpo della Vaccheria. Prevede inoltre, poco distante, la realizzazione di un polo agro-ambientale e turistico-rurale, con la risistemazione dell’area intorno viale Isacco Newton, che dovrà diventare un giardino pubblico con zone di sosta collegate da un percorso ciclabile.

Torre Cocchi è una posta commerciale del Primo Ottocento, sorta a fianco di una vedetta semaforica. La struttura insisteva sul vecchio tracciato di via della Magliana (oggi dismesso e inerbito) ed è oggi interclusa. Si sviluppa su una pianta a L e si compone di un casaletto a due piani che ingloba una preesistente torre semaforica (repertorio delle Belle Arti 970748, R. Banchini e J.R. Peixoto) e un corpo laterale addossato alla parete tufacea delle Grotticelle. Distanziata si trova una stalla, unita con un altro casale, censito dalle Belle Arti (n. 970749). La torre prende nome dall’italianizzazione di Koch, la famiglia svizzera proprietaria nel Seicento della Villa di Monte Cucco. A poca distanza si trovano un altro casale con torre, Casalone, Torre Righetti e le ville Usai e Baccelli.

Casale Zuccari è un casale rurale del Primo Ottocento, sul versante sud della Collina di Monte Cucco. Vi si accede da via del Trullo, da cui si distacca vicolo del fosso di Papa Leone. Il casale è posto al civico 8. L’aspetto è quello di un casaletto della campagna romana a doppia elevazione, con copertura lignea a doppia falda. Da esso si stacca in forma di avancorpo una torre semaforica a pianta rettangolare. La torre, probabilmente di epoca precedente, faceva il paio con l’altra torre posta a presidio del versante est della collina. Il casale è stato studiato dalle Belle Arti con il numero 970755 (R. Banchini, catalogo di J.R. Peixoto). Insieme con le Grotte delle Fate, Villa Koch, Casalone e le più recenti Torre Righetti, Villa Usai e Villa Baccelli, forma l’insediamento rurale di Montecucco.

[Villa Usai].

Ulteriori sistemazioni delle gallerie avvengono durante la Seconda guerra mondiale, con l’annessione all’impianto del Genio di Trullo e Magliana e la loro trasformazione in deposito militare e rifugio antiaereo.

Esiste una memoria popolare al riguardo. Essa vuole che, alla conclusione della Seconda guerra mondiale, le grotte siano state stipate di armi e per sempre murate.

Da informazioni prese dagli attuali frequentatori di Montecucco pare che oggi sia possibile entrare dentro le grotte attraverso le cantine di Torre Cocchi e di Villa Baccelli, e ovviamente dal Genio militare. Un’apertura presente nella Collina di Montecucco è ancora oggi presente ma si sconsiglia di percorrerla.

 

Parrocchietta

 

La Chiesa del Casaletto è la sede della Parrocchia Santa Maria del Carmine e San Giuseppe al Casaletto (la 24a del Vicariato di Roma).

Il breve «In supremæ potestatis» di Clemente XIII attesta nell’area, precedentemente al 1781, l’esistenza di una vicecura, svolta da un vicario rurale della parrocchia di Santa Maria in Trastevere.

La nuova parrocchia viene eretta dal pontefice Pio VI l’11 maggio 1781 con il breve «Divina virtutum». Viene affidata al clero diocesano di Roma. Il territorio è ottenuto da quello delle parrocchie di S. Maria in Trastevere e di S. Cecilia in Trastevere.

Con un successivo atto del 28 dicembre 1781 vengono definiti i confini con la Diocesi suburbicaria di Porto e Santa Rufina («Decreta Vicariatus», anno 1781, foglio 399, atto del notaio rotale Odoardo Faraglia).

Il Casale Jacobini è un edificio rurale di fine Ottocento, sito in via Gavorrano, 18-42, al Trullo. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970735A, Banchini R. – cat. Peixoto J.R.).

L’amministrazione parrocchiale passa in data non nota (probabilmente a metà Ottocento) ai Monaci Silvestrini.

In forza della legge n. 1402 del 19 giugno 1873 il cimitero annesso alla parrocchia viene indemaniato, passa cioè al demanio comunale di Roma. Stessa sorte tocca all’edificio parrocchiale.

Il Monumento ai Caduti della Parrocchietta è un’opera memoriale a ricordo dei soldati e ufficiali del quartiere che morirono durante la Prima guerra mondiale.

L’opera viene realizzata nel 1923 e si compone di un basamento a blocchi di tufo, su cui poggia la statua in bronzo di una Vittoria dolente, realizzata dallo scultore Torquato Tamagnini: l’alloro nella mano sinistra simboleggia la vittoria; la mano destra poggiata a terra nell’atto di deporre un ramo simboleggia il sacrificio dei giovani soldati. La lapide memoriale riporta i nomi di 7 graduati (tra i quali il capitano Mazzantini e il sottotenente Urbani) e 33 soldati semplici, accompagnati dall’epigrafe «Eterni vivano nella luce della gloria». Nel 1992 l’opera viene spostata su via Palmieri, per la costruzione del tratto in sopraelevazione della Via Portuense, e restaurata nel 2006.

Nel 1923 viene inaugurato il piccolo sacrario della parrocchietta, a ricordo di 40 uomini del quartiere che persero la vita durante la Guerra del 15-18.

L’opera si compone di un basamento a blocchi irregolari di tufo (a simboleggiare la roccia, cioè le asperità della montagna al confine italo-austriaco) su cui si erge una statua in bronzo, realizzata dallo scultore Torquato Tamagnini (1886-1965), celebre per aver realizzato numerosi sacrari militari e memoriali ai caduti. La statua rappresenta una figura femminile in tunica, una Vittoria dolente, che reca nel braccio sinistro un mazzo di serti di alloro, e con la destra depone un ramo sulla roccia, in segno di pietà per i Caduti.

Sul basamento è posta una lapide, che riporta a numeri romani le date di inizio e fine della Grande guerra (1915-1918) e l’anno di apposizione (1923). Recita: «Perché [Affinché] eterni vivano nella luce della gloria / il popolo della Parrocchietta e della Magliana / vuole qui consacrati nel marmo / i nomi dei suoi gloriosi Caduti». Seguono in tutto 40 nomi (gli ultimi, non in ordine alfabetico, risultano aggiunti successivamente), con il rispettivo grado militare. In testa all’elenco compaiono quelli dei graduati Capit. Leonello Mazzantini, S. Ten. Valerio Urbani, Aiut. B. Federico Agolini, Mar. M. Rodolfo Tronti, Serg. M. Giuseppe Rughia, Serg. M. Enrico Consorti e Capor. Attilio Mengarelli. A seguire i nomi dei soldati semplici (taluni appartenenti allo stesso nucleo familiare), di cui trascriviamo qui i cognomi: Amatucci, Annibaldi, Antonini, Astolfi, Baiocco, Bracaccini, Cerioni, Conti, D’Emilio, Farabollini, Ferrari, Galoppa, Gerini, Gioacchini, Grisci, Magliocchetti, Massini, Mattei, Mattioli, Monteporzi, Muzzi, Navara, Pallucca, Pierantonelli, Politi, Rango, Silvestrini, Silvi, Sterpi, Tonti e Verducci.

Nel 1992 l’opera viene spostata dal suo luogo originario, a causa della costruzione del tratto in viadotto della Via Portuense. Si trova oggi su un distacco di via del Casaletto, talvolta indicato come via Palmieri. Il monumento è stato restaurato nel 2006 dalla Provincia di Roma, sotto la direzione della Sovrintendenza Capitolina.

Il 1° marzo 1915, con decreto del Cardinal vicario Basilio Pompili «Quamdiu per Agri Romani», il territorio parrocchiale viene ridotto a seguito dell’erezione della nuova parrocchia del Santissimo Rosario di Pompei fuori Porta Portuense.

Il 14 agosto 1932 i confini vengono nuovamente ridotti, con decreto del Cardinal vicario Francesco Marchetti Selvaggiani «Cum Sanctissimus Dominus», che istituisce la nuova parrocchia della Sacra Famiglia.

L’amministrazione parrocchiale dei Monaci Silvestrini, termina il 17 giugno 1933 (data della soppressione della congregazione religiosa) e viene quindi affidata alla Provincia bolognese dei Frati minori Cappuccini.

Il 9 marzo 1960, con il decreto del Cardinal vicario Clemente Micara «Quotidianis curis», è eretta la nuova parrocchia di San Girolamo. Il territorio è desunto in parte dalla parrocchia di S. Maria del Rosario di Pompei alla Magliana e in parte da quella di S. Maria del Carmine e S. Giuseppe al Casaletto.

Il 28 febbraio 1982, con il decreto del Cardinal vicario Ugo Poletti «A tutti è ben noto», i territori di quattro parrocchie confinanti vengono ridotti, per dare vista alla nuova parrocchia di Nostra Signora di Valme. Esse sono: S. Silvia, S. Maria del Carmine e S. Giuseppe, S. Gregorio Magno e S. Raffaele Arcangelo.

Dal 1° luglio 1994 l’amministrazione parrocchiale é nuovamente affidata al clero diocesano di Roma.

Il decreto del Cardinal vicario Camillo Ruini del 22 marzo 1995 ridetermina i confini della parrocchia. Esso così dispone: «Via della Fanella con inizio da Via Portuense; linea ideale fino all’Istituto di clausura delle Suore Mantellate; linea ideale fino al Fosso di Affogalasino; via di Affogalasino fino al punto che la detta [via] curva verso via del Casaletto; largo Pepere; breve tratto di via del Casaletto; via Lorenzo Rocci; via Vincenzo Ussani; via Isacco Newton; piazza Eugenio Morelli; via dei Colli Portuensi; Via Portuense per breve tratto; vialeia Isacco Newton fino all’intersezione con via di Papa Leone; dalla fine di detta via in linea ideale, intersecando via del Trullo fino a via Clementi tutta; breve tratto di Via Portuense fino all’inizio di Via della Fanella».

L’attuale parroco è Monsignor Luciano Caforio (dal 2004), assistito dal vicario parrocchiale Don Luigi Santo (2008) e dal vicario cooperatore Don Hagos Haile Tesfagabir (2009).

La parrocchia conta 7 sedi sussidiarie.

Si tratta della Chiesa annessa Santa Maria del Carmine e San Giuseppe al Casaletto, di via del Casaletto, 701; della Cappella Istituto San Giuseppe, di via del Casaletto, 260; della Cappella Monache Adoratrici Santissimo Sacramento, di via del Casaletto, 266; della Cappella Monache Mantellate, di via della Fanella. 40; della Cappella Opera Don Guanella, di vicolo Clementi, 45; della Cappella Suore del Divino Amore (IDA), di via Lorenzo Rocci, 64; della Chiesa Monastero Regina Carmeli, di via del Casaletto 564.

La parrocchia conta numerosi enti territoriali. Si tratta di: Chiesa Annessa Santa Maria del Carmine e San Giuseppe al Casaletto; Anna Maria Martorano; Collegio Maronita Antoniano di Sant’Isaia; Pontificio Collegio Messicano; San Giuseppe; Fraternità Discepoli di Gesù; Casa di accoglienza «Al Casaletto» (Ancelle della Carità, ADC); Casa Famiglia «Bianca Rosa Fanfani» (Suore Piccole Operaie del Sacro Cuore); Casa Generalizia – Casa «Mater Mundi» (Suore del Divino Amore, IDA); Casa Generalizia (Suore di San Felice da Cantalice – Feliciane, CSSF); Comunità (Figlie di Santa Maria della Divina Provvidenza (Guanelliane), FSMP; Comunità (Suore di San Giuseppe – Chambéry, CSG; Monastero «Regina Carmeli» (Monache Carmelitane Scalze dell’Ordine della Beatissima Vergine del Monte Carmelo; Monastero di Gesù Sommo ed Eterno Sacerdote (Monache Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento); Monastero Mantellate «Beata Vergine Maria Addolorata» (Monache Mantellate Serve di Maria Vergine Addolorata; Casa di Procura (Ordine Antoniano Maronita, OAM); Comunità Addetti alla Libreria «Ancora» (Figli di Maria Immacolata (Pavoniani), FMI); Curia Generalizia – Opera Don Guanella (Servi della Carità (Opera Don Guanella), SC); Procura Generale (Figli di Maria Immacolata (Pavoniani), FMI); Casa di Cura «Villa Maria Immacolata»; European Hospital; Confraternita del Santissimo Sacramento in Santa Maria del Carmine e San Giuseppe; Associazione Cattolica «Fiaccola della Carità» – Aggregazione Ecclesiale; Scuola Media Statale «Giorgio Morandi».

 

Cimitero della Parrocchietta

 

Il Cimitero della Parrocchietta è un camposanto sorto nel 1781 e riedificato nel 1855. Il cimitero del 1781 sorge a fianco dell’attuale chiesa di San Giuseppe al Casaletto, come «fossa comune per i campagnoli indigenti», senza croci né nomi. L’epidemia di colera del 1855 rende necessario lo scavo di una seconda fossa, nel fondovalle, che, passata l’emergenza sanitaria, si apre via via alle sepolture per i morti della comunità della Magliana, con lapidi contrassegnate da brevi iscrizioni biografiche. La malaria di inizio Novecento e i lutti della Grande Guerra portano il cimitero alla conformazione attuale, con alcuni caratteri monumentali. Nel 1931 il camposanto viene acquistato dal Comune di Roma. Dal 1992, dopo la sopraelevazione della Via Portuense, l’ingresso è su viale Newton.

Nel 1847 un ispettore ecclesiastico visita la Parrocchietta e redige uno «stato delle anime», cioè un prontuario con domande e risposte sui costumi religiosi locali, riscoperto nel 1991 dagli studiosi P. Ferrarini e V. Teodoro.

Significative sono le domande circa la pietà dei defunti. «Come muoiono i poveri?», recita la prima domanda. «Li defunti poveri si accompagnano dal parroco con stola e cotta e croce innanzi, e quattro fiaccoletti. Condotti in chiesa vi si fanno li soliti suffragi, comprensivi della messa di requiem e indi si fanno sotterrare nella tomba comune adatta al sesso». Dalla risposta si ricava che la fossa comune è divisa in due settori, uno maschile e uno femminile. Domanda: «In cosa consiste la tomba comune?». Risposta: «Lo spurgo fatto tre anni indietro [nel 1844] fu eseguito col fare una fossa nell’orto della Parrocchia e le ossa ricoperte colla terra, senza alcun segno».

Significativa è la domanda «Come muoiono i ricchi?», da cui si ricava che la Parrocchietta è un cimitero per poveri: «Li defunti di qualche entità si seppelliscono in Roma, ove si conducono nel principio del male».

Altre domande chiariscono gli aspetti più pratici, e il fatto che intorno ai sacramenti non vi fosse un significativo giro di denari: «Come si impartisce l’estrema unzione?». «Si accompagna il Santissimo Viatico colli ceri ad ognuno, col velo omerale e ombrellino». Si celebrano suffragi e si prega per le anime del Purgatorio? «La raccomandazione dell’anima la fa il parroco, nello specchio del rituale». Il parroco viene pagato secondo i tariffari? «L’abuso vi è che niùno degli interessati col defunto vuole stare alle suddette leggi. Si fanno delle diminuzioni».

Le Belle Arti segnalano la presenza di un casale rurale di fronte al Cimitero, inventariato con il n. 970663 (a cura di R. Banchini, catalogo di G. Tantini). Il casale ingloba una torre semaforica della Via Portuense, e si presenta purtroppo in un brutto stato di conservazione. Da fonti orali si ricava che il casale ospitava la bottega di un fioraio, che faceva affari con il cimitero giusto di fronte. Non si conoscono i motivi della chiusura, ma pare ragionevole che la chiusura sia avvenuta prima degli Anni Novanta, da quando cioè il cimitero ha smesso di ospitare nuove sepolture, e di conseguenza il numero dei visitatori è notevolmente calato.

Pubblichiamo di seguito un’antologia di epigrammi, tratti dalle tombe del Cimitero della Parrocchietta. Come nella celebre Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, le vivide voci della comunità portuense di fine Ottocento e del Primo Novecento – braccianti, soldati, ma anche il Maestro, l’Agronomo, l’Innamorato e persino il Pazzo – si ricompongono nel quadro unitario di una società complessa e per molti versi attuale.

 

L’agricoltore – Qui riposa [un] agricolo solerte e laborioso. Morì il 18 marzo 1898 all’età di anni 58.

La zappatrice – Delizia del suol, esempio di virtù a chi la conobbe. Visse anni 70 e mesi 7.

Il guardiano – Fu agricolo solerte e vigilante.

L’immigrato – Nato a Fallerano in provincia di Fermo, morì al età giovanile (con errore grammaticale).

Il capo d’azienda – Giusto nella azienda, forte nelle avversità, coi poveri benefico.

Il maestro – Insegnante comunale, con affettuose cure per tre lustri illuminò le vergini menti, educandole ad amare Dio, famiglia e Patria.

L’uomo di progresso – [Fu] agronomo.

L’innamorato – Dopo Dio nulla ebbe di più caro della sua diletta sposa.

Il pazzo – Di animo gentile e religioso, nell’età di 36 anni, non sano di mente, si diè la morte.

Il camionista – Col suo camion carico, al passaggio a livello mentre traversava alla Magliana, sopraggiungeva il treno che lo uccise.

L’automobilista – A Castel di Guido fatale incidente d’auto recise.

Il caduto – Uomo laborioso è onesto (con errore grammaticale), periva miseramente di fatale infortunio ove lavorava.

Il giovane dalla doppia sfortuna – Nato a Rendinara (località colpita dal Terremoto di Avezzano), morì per terribile disgrazia sul lavoro.

Il combattente d’Africa – Classe 1887, prese parte alla Guerra libica.

Due fanti –

Rimase ferito a Zacora, morì a Plava (Epigramma I).

Sacrificò la giovane vita contro l’odiato nemico. Cadde da valoroso nel Passo del Falzareco (Ep. II).

Il bersagliere – Caduto da eroe nel campo dell’onore.

L’aiutante di campo – Caduto per la Patria sul Montello.

Il richiamato alle armi – Fu richiamato a combattere per la grandezza della Patria. Cadde valoroso sul Monte San Michele.

Due reduci –

Grande invalido di guerra (Ep. I).

Dopo 4 anni di guerra tornò dal fronte malato e in seguito morì (Ep. II).

Il padre che attese invano – Con l’assillante desiderio di rivedere il figliuolo, combattente contro l’odiato nemico, spegnevasi.

L’aviatore – Sacrificava la sua giovanissima esistenza per una più grande Italia.

Il caduto in tempo di pace – Nel cielo di Avezzano volò a Dio.

Il buono – Mite, pacifico, lieto animo.

Due virtuosi –

Amato da tutti (Ep. I).

Di elette virtù (Ep. II).

Il previdente – Uomo onesto e laborioso, dedicato alla famiglia, eresse in vita per sé questa umile tomba.

L’ironico – Libero pensatore.

Due uomini di fede –

Uomo onesto e laborioso, visse gristianamente. Dedigò la sua vita per la famiglia. Perì miseramente (Ep. I).

Sorretto da fede viva passò la sua vita nell’ideale cristiano. Suo vanto la famiglia, il lavoro, l’onestà (Ep. II).

I polemici –

Nata il 9 maggio 1861, romana (Ep. I).

Romano, visse onesto e operoso, tutto dedito alla famiglia (Ep. II).

Soldato romano, cadeva colpito da piombo austriaco sulle vette del Trentino (Ep. III).

Il malato di febbre quartana – Rapito da repentino morbo, dopo 5 giorni di malattia volò.

La vecchia dura a morire – Fu colpita più volte da paralisi. Il 10 maggio 1919 fu ripresa e fu colpita [e in conseguenza] cessava di vivere.

Due tempre forti –

Agricolo solerte e laborioso, visse nel lavoro cristianamente finché il fiero morbo lo rapì (Ep. I).

Morbo insidioso fiaccò in breve la fibra robusta (Ep. II).

I fratellini – Qui riposano [tre] fratelli che nel periodo di giorni dodici il morbo crudele li rapiva.

I rapiti –

Rapita da repentino malore (Ep. I).

Rapita nel fior degli anni (Ep. II).

Rapito da morbo crudele il 19 maggio 1925 (Ep. III).

Piccoli angeli – Omissis (si è scelto di non pubblicare gli epigrammi degli infanti).

Madre e figlia –

Spinta al sacrificio per salvare la figlia Pasquina, periva eroicamente (Ep. della madre).

Nei primi passi della vita è ghermita dal destino (Ep. della figlia).

Due uomini di cristiana pazienza –

Dopo lunga e penosa malattia, sopportata cristianamente, lasciava la terra (Ep. I).

Dopo lunga e penosa malattia si addormentò nel Signore (Ep. II).

L’uomo che seppe aspettare – Uomo onesto e laborioso, raggiunse la sua consorte lì 8 gennaro1924.

La donna che seppe aspettare – Nata a Torre Sabino fu esempio di virtù come sposa e madre. Raggiunse [infine] il suo consorte.

Il figlio (epigramma criptico) – I genitori e i parenti, quando lo conobbero, lo piangono.

Gli sposi –

Uomo di esemplare virtù, amato dalla moglie, il figlio e tutti quanti coloro che lo conobbero (Ep. I).

La numerosa figliolanza educò alla religione, al lavoro, all’onestà (Ep. II).

Sposo e padre esemplare, si sacrificò e visse per il bene della famiglia (Ep. III).

Il padre affettuoso – Fu sposo e padre affettuoso, amante del lavoro e della famiglia.

Due padri di famiglia –

Uomo onesto e laborioso, amoroso verso la famiglia (Ep. I).

Trascorse una vita esemplare e laboriosa, dedicata all’affetto della sua famiglia (Ep. II).

Tre madri affettuose –

Fu madre affettuosa, donna esemplare rapita sì presto (Ep. I).

Fu madre affettuosissima, moglie esemplare (Ep. II).

Sposa e madre affettuosa, di rare virtù (Ep. III).

La madre equanime – Madre di quattro figli, e tutti li adorava.

Le madri cristiane –

Qui riposa in pace [una] madre affettuosa [che] allevò la famiglia cristianamente (Ep. I).

Donna, sposa e madre cristiana (Ep. II).

Le spose –

Madre esemplare, cercò con amorosa tenacia di rendere sempre più bella la vita della sua famiglia (Ep. I).

Sposa e madre di alte virtù (Ep. II).

[…] la cui virtù e l’eterna rugiata […] (Ep. III, incompleto).

Le donne di virtù civili –

Esempio di domestiche e civili virtù (Ep. I).

[Ne] sarà ricordata la fortezza d’animo [e] la sagacità operosa, nella cara famiglia e nelle associazioni (Ep. II).

La donna delle pie opere – Nobile esempio di fede antica e pietà operosa, modello di sposa e di madre.

Uomini e donne che attendono nel sonno dei giusti –

Accanto all’amato sposo dorme il sonno dei giusti, in attesa della risurrezione (Ep. I).

Generoso e pio, qui riposa in perenne attesa della risurrezione (Ep. II).

Aspettando la risurrezione riposano in pace le [sue] spoglie mortali (Ep. III).

Nella ridente serenità dei giusti si addormentava nel Signore (Ep. IV).

 

Borghetto Portuense

 

Il Borghetto Portuense è un insediamento artigianale, composto di caseggiato principale affacciato su strada e vari corpi minori disposti intorno a una corte interna.

L’origine è ottocentesca. Vi si accede da Via Portuense, 723 (incrocio della Fanella), attraversando un arco bugnato che aveva in origine insegne nobiliari. Il caseggiato maggiore sulla destra si sviluppa su due piani contraffortati, con prospetti in laterizio e selce. Il piano superiore è l’unico ad uso storico abitativo. Il tetto a capanna è oggi crollato in più punti. Sulla sinistra si trova una piccola officina in laterizio/selce a doppia falda. In fondo alla corte vi è un magazzino con struttura simile. Tra questo e il corpo principale si trovano una serie di superfetazioni disordinate (scheda Belle Arti: Sacchi/599157, catalogo di Giampaoli e Fracasso).

 

Le vigne del Trullo

 

Vigna Consorti

 

Vigna Consorti è un borghetto agrario ottocentesco, residuo della vasta tenuta della famiglia Consorti, oggi appartenente alle Pie Discepole del Divin Maestro. La consistenza attuale si limita ad una porzione di terreno agricolo in abbandono, l’omonimo viale fiancheggiato da pini che da via del Trullo risale verso la Portuense, e quattro piccoli caseggiati: la Casa, il Casaletto, il Rudere e l’Oratorio. La Casa (abitazione rurale) è il maggiore e meglio conservato dei quattro edifici, riconoscibile per il colore bianco degli intonaci. Il Casaletto è riconoscibile per il colore rosso dei vecchi intonaci a calce, e la posizione leggermente distaccata. Il Rudere è anch’esso un casaletto rurale, contraddistinto da vistosi caratteri di degrado. Infine l’Oratorio è un piccolo magazzino, oggi impiegato come piccolo luogo di ritrovo e di preghiera delle Pie Discepole.

La Casa di Vigna Consorti è il maggiore dei quattro edifici del complesso agrario dei Casaletti del Trullo, oggi annessi alla Congregazione ecclesiastica delle Pie Discepole del Divin Maestro. Tra i quattro, è riconoscibile per il colore bianco, per la presenza di una grande palma e per le migliori condizioni di conservazione tra tutti gli edifici presenti. La Casa rurale al Divin Maestro è un edificio rurale di inizio Ottocento, sito in Via Portuense, 739, al Trullo. Per quanto noto, la proprietà è di ente ecclesiasico e risulta funzionale; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970737A, Banchini R. – cat. Peixoto J.R.).

Il Casaletto di Vigna Consorti è il primo di quattro edifici rurali che si incontrano risalendo il viale alberato di via del Trullo, in direzione di Casetta Mattei. Si tratta di quattro casaletti assai simili fra di loro, inquadrabili stilisticamente come architettura rurale tradizionale dell’Agro Romano, e identificati come «beni di interesse storico-monumentale». Il nostro casale è riconoscibile per il colore rosso dei vecchi intonaci a calce, la posizione leggermente distaccata dagli agli altri tre, e la presenza tutt’intorno di un boschetto in condizioni di naturalità. Risale ad inizio Ottocento e la destinazione d’uso storica era di abitazione rurale, verosimilmente di vignajuoli. Si sviluppa secondo la struttura tipica del casaletto, su un corpo di fabbrica unico a due piani su pianta rettangolare, con tetto a due falde dal manto di copertura a tegole, ancora oggi in posa. Le murature sono in laterizio, tufo e pietre. Nelle immediate vicinanze era posto un corpo edilizio di minori dimensioni oggi crollato (forse un magazzino). Nel 2005 il casale è stato catalogato per le Belle Arti dall’architetto Jean Rosa Peixoto De Oliveira (repertorio n. 00970738). Il casale appartiene alla Congregazione ecclesiastica delle Pie Discepole del Divin Maestro.

Il Rudere di Vigna Consorti è un casaletto rurale, facente originariamente parte del complesso agrario dei Casaletti del Trullo. Tra gli edifici del complesso è quello che presenta maggiori elementi di degrado. È segnalata la presenza di un vicino annesso agricolo (Magazzino al Divin Maestro), studiato dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970740A, Banchini R. – cat. Peixoto J.R.).

L’Oratorio del Divin Maestro è uno dei quattro casali superstiti della Vigna Consorti, oggi impiegato come luogo di ritrovo e di preghiera delle Pie Discepole del Divin Maestro. L’impiego storico è invece quello di piccolo ricovero agricolo o magazzino. Il fabbricato è costituito da un doppio corpo con copertura a doppia falda, ad unico piano. È distinguibile, tra i casali di Vigna Consorti per il colore rosso degli intonaci esterni. L’accesso moderno è dal civico 739 della Via Portuense (dal Centro religioso delle Pie Discepole) o da vicolo Clementi. L’ingresso storico era invece dal viale di Vigna Consorti, presso l’attuale via del Trullo. L’Oratorio è stato studiato dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma con la scheda inventariale n. 970739 (Banchini R. – cat. Peixoto J.R.).

 

La Fanella

 

Il Casale alla Fanella è un edificio rurale, visibile già dal catasto del 1818. Si trova in via della Fanella, 20. La documentazione presso le Belle Arti (scheda G. Sacchi n. 599151, catalogo di Giampaoli & Fracasso) risale ad anni ormai lontani e documenta un caseggiato dal nobile e decadente aspetto, composto di tre corpi di fabbrica in linea, di crescente elevazione. Negli anni successivi i proprietari privati hanno eseguito un restauro che ha riportato al caseggiato funzionalità e bellezza, ripristinando tra l’altro le coperture lignee a doppia falda. Il Casale è oggi circondato da un parco con alberi di alto fusto. Le informazioni in nostro possesso purtroppo si fermano qui: ci proponiamo di contattare direttamente i proprietari in cerca di altri dati, e di pubblicarli non appena disponibili.

Il Casale di via della Fanella, 40 è un lungo caseggiato rurale, composto di due casali storici affiancati, racchiusi tra strutture terminali di edificazione più recente. La datazione dei due casali è ottocentesca. Il primo casale ha sviluppo longitudinale su due piani con ammezzato, con copertura a doppia falda. Il secondo casale, contiguo al lato corto del primo, ha pianta quadrangolare e sviluppa un’altezza leggermente maggiore, su tre piani, ed ha anch’esso copertura a doppia falda. Una struttura, di dimensioni contenute, è addossata al primo casale: la sua edificazione appare più recente. Una ultima struttura infine, addossata al secondo casale, è di edificazione moderna. L’edificio è stato studiato dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio con il repertorio n. 599145 (Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

Il Casale al 45 di via della Fanella è un edificio rurale visibile già dal catasto del 1818, sito nella via omonima al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599143A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

Casale San Paolo è un edificio rurale visibile già dal catasto del 1818, sito in via della Fanella, 41, al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è di ente ecclesiasico e risulta funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599144A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

Il Villino alla Fanella è una dimora signorile verosimilmente dell’Ottocento, sita sul distacco della via omonima al Corviale.

Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599150A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

Il Convento delle Mantellate è un complesso di vita consacrata, i cui caseggiati sono disposti intorno a un chiostro centrale.

La congregazione delle Mantellate Serve di Maria viene istituita nel 1861 e prende il nome dall’uso della «mantella nera», con cui tradizionalmente era solito coprirsi il viso chi compiva opere di carità, secondo il precetto evangelico «Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra». Il convento si trova in via della Fanella, con ingresso dal civico 45. Su questa struttura, per quanto studiata dalle Belle Arti (scheda G. Sacchi n. 599139, catalogo di Fracasso & Giampaoli), non sappiamo purtroppo molto altro: ci proponiamo di chiedere all’ente proprietario proprietario ulteriori dati e di pubblicarli non appena possibile. All’interno del convento si trova una graziosa chiesetta, la Cappella delle Mantellate.

 

La Serenella

 

La Serenella è una dimora signorile visibile già dal catasto del 1818, sita in via dei Martuzzi al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è di ente ecclesiasico e funzionale; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599135A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

Il Casale 1 alla Serenella è un edificio rurale verosimilmente dell’Ottocento, sito nella via omonima al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è di ente ecclesiasico e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599124A, Sacchi G. – cat. Giampaoli-Fracasso).

Il Casale 2 alla Serenella è un edificio rurale visibile già dal catasto del 1818, sito nella via omonima al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è di ente ecclesiasico e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599128A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

Il Casale di via dei Martuzzi è un edificio rurale verosimilmente dell’Ottocento, sito in via dei Martuzzi al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599134A, Sacchi G. – cat. Fracasso-Giampaoli).

[Collegio dei Maroniti].

Il Fontanile alla Serenella è un’opera idraulica verosimilmente dell’Ottocento, sita su una strada poderale presso via della Serenella al Corviale. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00599123A, Sacchi G. – cat. Giampaoli-Fracasso).

 

Torre Righetti

 

Torre Righetti è un casino di caccia del 1825, di cui rimangono il corpo centrale in laterizio e il basamento circolare in pietra. Aveva forma di un tempietto circolare, secondo la moda neoclassica del Valadier. Sul tamburo centrale si innalzava una cupola, e intorno correva un giro di colonne. I quattro finestroni allineati coi punti cardinali davano luce agli ambienti sotterranei, destinati alla convivialità dopo le battute venatorie e alla cottura della selvaggina in un ampio camino. La porta ovest aveva una doppia rampa; quella est un timpano. Una seconda iscrizione ancora in loco racconta con orgoglio l’edificazione del sito, voluto dal banchiere Righetti: «Fui luogo ignoto e inospito. E s’or rallegro e incanto ha di Righetti il vanto, l’arte, l’ingegno e l’or». Una lastra in marmo oggi scomparsa recitava: «Ogni molesta cura, ogni timor qui tace. Qui fero arte e natura, tranquillo asil di pace». Il basamento aveva precedentemente funzione di cisterna, per la vicina casa signorile del 1607. La presenza di ambienti ipogei lascia supporre una frequentazione in epoca più antica. Per quanto noto, la proprietà è privata e presenta elementi di degrado; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970746A, Banchini R. – cat. Peixoto J.R.).

Il malinconico rudere in primo piano è la Torre Righetti, che le ingiurie del tempo hanno menomato fino a renderla irriconoscibile nelle forme originarie. Torniamo con la fantasia indietro al 1825, anno di edificazione: restituiamo al tamburo centrale la sua cupola; rimettiamo al suo posto, sul basamento circolare, il giro di colonne; vedremo ad un tratto la torre tornare ad essere quello che era: un tempietto circolare secondo la moda neoclassica del Valadier, un villino di delizia per la convialità dopo le battute venatorie! Questo era, in origine, la casina di Righetti!

Un’epigrafe racconta la sua storia: «Fui luogo ignoto e inospito / E s’or rallegro e incanto / Ha di Righetti il vanto / L’arte, l’ingegno e l’or». Cioè: ero un luogo solitario e persino pericoloso. Se tu, visitatore, trovi qui il ristoro, sappi che l’idea, la costanza e i denari pe farlo provengono da Righetti».

Righetti era una specie di banchiere, un prestasoldi ingegnoso, dallo spirito brillante, nonostante le origini popolane. Righetti sposa una figlia del ramo cadetto degli Orsini. Con la scarsissima dote acquisisce tuttavia quello che ancora gli manca: una storia da continuare e una terra, povera ma permeabile a progetti e sogni venuti da fuori, capace per necessità di accoglierli e farli parte di sé. È questo «l’oro» che Righetti ha trovato alla Magliana.

Nel maggio 1965 Pier Paolo Pasolini scrive tre soggetti (Falchi e passeri, Il Corvo, L’aquila) che nell’autunno dello stesso anno si fondono nel lungometraggio Uccellacci e uccellini (85 minuti, bianco/nero), girato nelle location romane di Monte Cucco, Torre Righetti, Villa Koch, Monte delle Capre e Piana di Affogalasino.

I protagonisti sono Totò (descritto in sceneggiatura come «un uomo tosto e fantasioso») e Ninetto Davoli (suo figlio, «un po’stupidello e tutto riso»). Essi attraversano le campagne portuensi diretti ad un casolare di loro proprietà, per sfrattare una famiglia contadina morosa con l’affitto. Lungo il cammino ai due (che rappresentano il popolo minuto, ingenuo ed estraneo alla Storia) si unisce un corvo parlante, un «compagno irrichiesto» dai tratti dell’intellettuale di sinistra, reso fragile e inquieto dalla crisi ideologica del marxismo tradizionale. In sceneggiatura Pasolini abbozza il Corvo con poche nitide parole: «un marxista non disposto a credere che il marxismo sia finito». E già allora il regista commentava: «Mai ho scelto un soggetto così difficile».

La piccola compagnìa procede ascoltando le storie petulanti del corvo (doppiato da Francesco Leonetti). Una di esse, ambientata nel Medioevo, assume un significato speciale. Si tratta del racconto di due fraticelli (Fra’ Ciccillo e Fra’ Ninetto, interpretati ancora da Totò e Ninetto) che ricevono da Frate Francesco da Assisi il compito di evangelizzare gli uccelli. I due annunciano la Lieta Novella ai falchi, e poi ai passeretti, ma quando le due specie si incontrano i primi predano inevitabilmente i secondi. La metafora dell’incomunicabilità tra le classi sociali (la classe degli uccellacci predatori, cioè la borghesia, e la classe degli uccellini predati, cioè il proletariato) è evidente. Quando i due fraticelli si presentano scoraggiati a Francesco, il sant’Uomo risponde loro nell’unico modo possibile: «Tornate e ricominciate da capo».

Dopo questo flash Totò e Ninetto indossano di volta in volta le piume degli uccellacci o degli uccellini: sono falchi quando giunti al Villa Koch sfrattano la famiglia contadina, in condizioni di grandissima miseria, non in grado di pagare l’affitto; e passeretti quando un ricco creditore (L’Ingegnere) li fa assalire dai cani per non aver onorato un debito. L’incontro con una prostituta (Luna, interpretata da Femi Benussi), con dei saltimbanchi, il suicidio di due amanti (episodio girato a Monte delle Capre) e infine i funerali di Palmiro Togliatti, segnano per Totò e Ninetto le tappe verso l’incontro con la Storia. Fondamentale è la sequenza girata a Torre Righetti, in cui il paesaggio lunare di Monte Cucco si apre improvvisamente sulla skyline dell’EUR, simbolo della modernità che non si può non vedere.

Vi sono anche degli episodi grotteschi, come il convegno dei Dentisti dantisti, l’inseguimento di un autobus in corsa (girato a via Porzio di fronte alla Scuola Collodi in costruzione) e quello della contadina che difende, fucile in pugno, il suo terreno dall’intrusione di Totò e Ninetto, costringendoli ad una rocambolesca fuga (girato alla Piana di Affogalasino).

Ma a questo punto il film evolve già verso una piega tragica, e la fine del corvo è prossima. L’animale parlante ha esaurito il suo ruolo di guida, e il suo gracchiare si fa insopportabile. Spinti dai morsi della fame, Totò e Ninetto gli tirano il collo senza troppi complimenti, improvvisando un banchetto ristoratore. è questo – secondo un Pasolini tragicamente profetico – il compito più alto del poeta: «morire per nutrire il popolo». L’assassinio rituale finisce così per indicare nella tolleranza fra le classi e nell’ascolto della parola dei poeti la via per uscire dal caos sociale. «Continuate – confida idealmente Pasolini – a predicare ad uccellacci e uccellini».

Il richiamo al sincretismo (convergenza di valori tra marxismo tradizionale e francescanesimo) suscitò consensi, ma soprattutto critiche. Gli insuccessi di botteghino non impedirono al regista di essere orgoglioso del suo lavoro: «L’ho amato, e continuo ad amarlo di più», scrisse. «Non ho mai messo al mondo un film così disarmato, fragile, delicato».

 

Villa Baccelli

 

Villa Baccelli è una dimora signorile, oggi ridotta a rudere, situata nella Collina di Montecucco. Il corpo pricipale a due piani (casa padronale) risale al Primo Ottocento, ed è contemporaneo delle vicine Torre Righetti, Torre Cocchi, Casale Zuccari. Il nuovo proprietario di fine Ottocento, l’insigne medico e ministro dell’Istruzione pubblica Guido Baccelli (1830-1916), realizza importanti sistemazioni architettoniche per trasformare la casa padronale in villa: un corpo di minori dimensioni ne diventa la Dipendenza, mentre un piccolo manufatto viene riadattato in Cappella privata. Viene costituito tutt’intorno un parco, dotato di una Vasca quadrata per la raccolta delle acque piovane. Nell’area si trovano anche alcune preesistenze: Grotte delle Fate, Villa Koch, Villa Usai, Casalone.

Guido Baccelli nasce a Roma il 25 novembre 1830, figlio dell’illustre chirurgo Antonio Baccelli.

Conduce gli studi giovanili con passione e talento, ma con animo irrequieto. A 17 anni si iscrive tra i volontari della I Guerra d’Indipendenza: in tutta risposta la famiglia, che si oppone, lo segrega in Collegio. Quando nel 1849 i venti di rivoluzione soffiano impetuosi anche su Roma, ritroviamo il giovane Baccelli tra le barricate degli insorti garibaldini. La famiglia interviene nuovamente, e, con un’azione di forza, lo preleva direttamente dal campo di battaglia alle Mura Gianicolensi, dove i patrioti romani subiscono con valore l’assalto delle preponderanti forze francesi. Il giovane Baccelli viene allora rinchiuso, in meditazione e in preghiera, nel borgo di San Vito Romano, per riflettere sulla sconsideratezza della sua passione rivoluzionaria: il suo posto non è con Garibaldi, è con il Papa Re.

Quando Pio IX torna sul suo trono, il giovane Guido, in virtù dei buoni uffici della famiglia, ottiene il perdono e viene riammesso al Collegio. Ma i guai per il ragazzo non sono finiti: quando viene sorpreso a scrivere su un muro della scuola un’invettiva contro il Pontefice, scatta l’inevitabile espulsione. È insomma un’adolescenza inquieta e decisamente atipica, per un ragazzo destinato a diventare in seguito ministro della Pubblica istruzione.

Baccelli viene avviato così agli studi universitari, dall’archiatra pontificio Benedetto Viale, e sotto la cappa della Restaurazione si dedica completamente agli studi: nel 1852 si laurea in medicina; nel 1853 in chirurgia; nel 1856 Baccelli ottiene l’incarico di professore all’ospedale Santo Spirito.

In quegli anni Baccelli dà alle stampe una poderosa sequenza di pubblicazioni sulle malattie cardiache e polmonari. Nel 1857 pubblica Ascoltazione e percussione nella Scuola Romana; l’anno seguente L’origine anatomica del tubercolo; nel 1859 La patologia del cuore e dell’aorta. Nel 1862 diventa titolare della cattedra di clinica medica. Si contraddistingue come un eccellente insegnate. Alterna le lezioni sul cadavere e le lezioni sul malato: insieme studio anatomico dei danni delle malattie e applicazione pratica delle terapie. Elabora il concetto dell’anatomismo clinico, condensato nella frase: «La clinica moderna è scuola di anatomia viva».

Nel 1863, mentre nasce il figlio Alfredo, dimostra sperimentalmente la Legge di Baccelli sui rumori endocardiaci. Studia il soffio al cuore, elabora una spiegazione razionale dei movimenti cardiaci delle sistole e delle diastole. Dedica gli anni tra il 1863 e il 1864 alla pubblicazione di un’opera monumentale in tre volumi: Patologia del cuore e dell’aorta. Nel 1864 si dedica alla pettiroloquia e alla diplofonia; elabora un metodo per la diagnosi dei tumori alle ovaie e al pancreas. Nei congressi medici la sua parola è sempre quella più attesa. A soli 34 anni Baccelli è considerato un luminare.

L’altro grande interesse medico di Baccelli è la malaria: Baccelli è il primo a localizzare l’infezione nei globuli rossi. Scopre una nuova malattia, la febbre subcontinua tifoidea. Ottiene lusinghieri successi con l’audace metodo dell’introduzione del chinino per endovenosa. Cura la sifilide con il sublimato corrosivo, sempre per endovenosa. Cura lo scompenso cardiaco con la strofantina, con la somministrazione endovenosa. Trova una cura per il tetano, con le iniezioni sottocutanee di acido fenico.

Il clima politico intanto torna a surriscaldarsi: i piemontesi fanno breccia a Porta Pia, Pio IX è destituito. Questa volta Baccelli, memore delle disavventure giovanili, non prende parte alla lotta nazionale. Per ironia della sorte finisce che i Piemontesi lo considerano un reazionario, al punto che il suo incarico di direttore della Clinica medica del Santo Spirito vacilla. Eppure i suoi successi medici sono notevoli. In questo periodo i suoi studi sono dedicati alla polmonite. Ed elabora una nuova metodologia di diagnosi dei versamenti pleurici attraverso l’ascolto endoscopico, che porta il suo nome, il c.d. «Segno di Baccelli».

Per due anni Baccelli è sempre in bilico: medico sicuro, patriota incerto. Per mettere a tacere i dubbi Baccelli si impegna attivamente in politica, con chiare connotazioni anticlericali. È conosciutissimo: non è difficile per lui farsi eleggere deputato (1874), mentre seguita senza sosta a pubblicare volumi scientifici: I tumori ovarici (1876) e La trasmissione dei suoni attraverso i liquidi endopleurici (1877). Nello stesso anno pubblica la sua prima opera politica: Discorsi sulla legge forestale. Nel 1878 pubblica quello che è a lungo considerato una pietra miliare della scienza clinica: La malaria.

L’occasione della vita Baccelli la ha quando Vittorio Emanuele II è colto da una improvvisa crisi respiratoria. Chiamato al capezzale del re morente, Baccelli fa la diagnosi di una polmonite: i polmoni del Re, sentenzia Baccelli, non funzionano più, l’illustre paziente è spacciato. Con il consenso della famiglia reale Baccelli tenta per la prima volta nella storia della medicina la somministrazione diretta di ossigeno nei polmoni, con respirazione indotta da macchine. È il primo caso di mantenimento artificiale in vita nella letteratura medica, letto persino da taluni in epoca moderna come il primo caso clinico di «accanimento terapeutico».

Il re muore pochi giorni dopo, ma prestigio di Baccelli è al culmine. E, avendo lottato per salvare la vita al Re d’Italia, nessuno nutre ormai più dubbi sui suoi sentimenti patriottici. La porta di una brillante carriera politica è aperta.

Il 2 gennaio 1881 il Presidente del Consiglio Benedetto Cairoli lo nomina Ministro della Pubblica istruzione, nel breve Governo Cairoli III. Il successore di Cairoli, Agostino Depretis, conferma Baccelli nella sua carica nel Governo Depretis IV, e la riconferma arriverà pure per il Governo Depretis V, fino al 1884.

Da ministro, Baccelli tira fuori la grinta di un rivoluzionario. Dopo il discorso «L’autonomia dell’Università» (1881) trasferisce alcuni poteri tenuti dall’amministrazione centrale ai rettori delle università e ai prèsidi degli istituti superiori. Desta scalpore quando assegna una cattedra universitaria a allo psicologo Roberto Ardigò, ignorando l’ammonizione del precedente ministro che bollava le sue teorie come «difformi dalla coscienza della maggioranza dei contribuenti».

Con il Discorso al Re (1881) ottiene l’ampliamento degli organici degli istituti scientifici pratici e delle facoltà mediche. Nel 1883 pubblica il libro-manifesto Policlinico e Palazzo delle Scienze in Roma, nel quale preconizza la costruzione di un ospedale polivalente a Roma.

Nel 1884, ritornato un privato cittadino, Baccelli si dedica alla pubblicazione della produzione poetica del figlio Alfredo, ispirata a motivi paesistici, rievocazioni alpine e temi di varia umanità (Diva Natura, 1885).

È probabilmente in questo periodo, successivo al 1885, che Guido Baccelli rileva la proprietà di un casolare di campagna nella Collina di Monte Cucco. Non abbiamo indicazioni precise sull’atto d’acquisto, ma è facile immaginare che Baccelli, lontano ormai dagli impegni di Governo, abbia pensato di trascorrere qui, nella quiete collinare, una ricca e serena vecchiaia. All’età di 55 anni, in quell’epoca,  un uomo poteva già ritenere di aver detto gran parte di quello che c’era da dire. E Baccelli il suo messaggio al mondo l’aveva in fondo ottimamente trasmesso: è possibile riformare dall’interno, portare la società a compiere grandi balzi in avanti senza necessariamente uscire dal solco della tradizione.

Baccelli compie sulla proprietà alcuni interventi di ristrutturazione e miglioria. Dopo i restauri il casale a due piani (già casa padronale) diventa una villa, sufficientemente degna per accogliere al suo interno un ministro del Regno con la sua famiglia (le Belle Arti chiamano questo edificio con il numero di repertorio 970751, catalogo di R. Banchini e F.R. Peixoto De Oliveira). Così Emilio Venditti ne descrive la posizione: «Sul lato sud della Collina, tra il verde dei boschetti come tra gli ampi spazi adibiti a pascolo, rimangono alcuni vecchi e diroccati casolari, che la moderna civiltà del cemento armato, freddo e senza anima, ci fa ancor più apprezzare. Questi vecchi e melanconici casali in rovina hanno qualcosa da raccontare. Il più grande, alla fine del secolo scorso fu una nobile villa di proprietà di Guido Baccelli… ».

Accanto alla villa viene sistemato il corpo di minori dimensioni della Dipendenza (970752), e infine un piccolo manufatto adibito a Cappella privata (970753). «Nella piccola cappella – riporta Emilio Venditti negli Anni Ottanta – sono ancora visibili tracce di affreschi con raffigurazioni sacre».

Sappiamo però che in quegli anni Baccelli non si ritira completamente dalla vita pubblica. Sostiene  attivamente il suo progetto di ospedale polivalente di Roma: il Policlinico (oggi Umberto I) vedrà la luce nel 1888. Dal 1893 dirige anche un’importante rivista medica, chiamata Il Policlinico.

Il 15 dicembre 1893 il primo ministro Francesco Crispi richiama Baccelli in servizio, di nuovo alla guida della Pubblica istruzione nel Governo Crispi III.

Sono passati 12 anni dal primo mandato, e lo spirito dei tempi questa volta è completamente diverso. Non occorre più fare balzi in avanti, ma consolidare con saggezza i passi fatti sinora. Nei discorsi ufficiali, perfino nel «Discorso della Corona» del 1894, Baccelli tiene atteggiamenti estremamente cauti, in cui mette in guardia dall’elargire al popolo una cultura in misura superiore al necessario.

Baccelli mette in cantiere la riforma dei programmi elementari, che si traduce in un energico sfrondamento dei programmi, giustificato con l’esigenza di non affastellare troppe nozioni nella mente del fanciullo.

Parallelamente, Baccelli si dedica al patrimonio archeologico, d’arte e paesistico: istituisce la Galleria Nazionale d’Arte moderna; progetta la Passeggiata archeologica; ripristina il Pantheon (liberandolo dalle sovrastrutture) e le Terme di Caracalla; infine si dedica alla piantumazioni di alberi a Roma, e alla difesa delle zone panoramiche, favorendo le prime norme per la tutela del paesaggio. Baccelli intanto favorisce l’ascesa politica del figlio Alfredo, favorendone l’elezione a deputato (1895).

Pur non disponendo di informazioni certe al riguardo, è facile immaginare che Baccelli, mentre su scala nazionale provvedeva ad occuparsi del verde e del paesaggio, abbia riservato grandi cure alla sistemazione del suo parco privato intorno alla Villa di Monte Cucco. Per garantirne l’irrigazione viene realizzata, poco distante dalla villa, una grande Vasca quadrata per la raccolta delle acque (970754).

L’invaso consiste in una costruzione in muratura a pianta quadrangolare, parte fuori terra parte in scavo, il cui fondo e le pareti sono foderate di malta idraulica. La destinazione d’uso è la raccolta delle acque piovane, da reimpiegare per l’irrigazione. È probabile che la realizzazione della vasca sia stata commissionata dallo stesso ministro Baccelli, contestualmente all’impianto del giardino arboreo per la sua villa.

Dopo un periodo di riposo, Baccelli è nuovamente ministro sotto il breve Governo Pelloux I e il successivo Governo Pelloux II, dal giugno 1898 al giugno 1900. Baccelli può ora completare la riforma dei programmi elementari. Introduce i lavori manuali, agricoli e donneschi. E compensa il maggiore spazio dato all’educazione religiosa con l’introduzione di una nuova materia: l’educazione morale, civile e patriottica. Baccelli progetta anche, senza realizzarla, la Coscrizione scolastico-militare, insieme scuola elementare e addestramento alle armi, per i giovani tra i 16 e i 19 anni. Tra le materie previste: esercizio ginnico, arte militare, etica civile, etica militare, storia patria e disegno.

Il 4 agosto 1901 per Baccelli arriva un nuovo incarico, l’interim del Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio, sotto il Governo Zanardelli, assistito dal figlio Alfredo come sottosegretario all’Agricoltura.

Baccelli scopre in questa fase gli interessi sociali ed è il precursore della moderna ecologia: si dedica al bonificamento dell’Agro Romano, favorisce nelle scuole rurali la pratica dei campicelli scolastici; istituisce la cerimonia della Festa degli alberi. «Fu forse il contatto con la splendida campagna che circondava a quei tempi la sua villa a Monte Cucco – osserva Venditti – a suggerire al Baccelli l’istituzione della Festa degli alberi». In quegli anni Baccelli combatte combatte anche l’afta epizootica diffondendo la pratica medica delle iniezioni di sublimato; promuove il miglioramento della coltura dei grani.

Ricopre incarichi minori fino al 1903, per poi ritirarsi, definitivamente, a vita privata. Il figlio Alfredo riferisce che il padre mantiene fino alla tarda vecchiaia una piena efficienza intellettuale e fisica. Baccelli anziano è ancora un oratore fluido, ispirato ai modelli classici; parla e scrive correntemente il latino. Il vecchio ministro torna ad aiutare il figlio, sostenendolo nella pubblicazione di una nuova raccolta poetica (Sentimenti, 1905) e variegate novelle e saggi. Il figlio pare però più interessato a una brillante carriera politica e accetta la carica di ministro delle Poste (1906).

Guido Baccelli muore a Roma il 10 gennaio 1916. Tre anni dopo il figlio subentra al ruolo del padre, divenendo a sua volta ministro della Istruzione Pubblica (1919-20). Nel 1923 pubblica il volume di ricordi Mio padre, memorie di Guido. Pare che da allora il giovane Guido non si sia occupato molto della villa.

Sappiamo, dalla ricostruzione di Emilio Venditti, che in seguito la villa torna alle sue funzioni originarie di casale agricolo, per poi conoscere un progressivo declino fino all’abbandono: «Abbandonata dai colòni che negli ultimi anni l’avevano usata come casale agricolo – scrive Venditti -, da quel poco che rimane mostra tuttavia ancora i tratti eleganti delle linee architettoniche della sue mura, ornate di marmi pregiati, portali e archi».

Già negli Anni Ottanta lo studioso locale Venditti osserva il disfacimento della villa con parole di rassegnata malinconia: «La vecchia Villa Baccelli è ora in completo disfacimento e forma uno spettacolo desolante. Chi, sfidando i cani randagi, si avventura su questo lato solitario di Monte Cucco, potrà certamente constatare da vicino quanto stiamo descrivendo».

 

SARA

 

La SARA è un’officina meccanica di precisione, che negli Anni Trenta produce macchinari per lavorare la pellicola fotografica ricavata dalla viscosa, la «plastica autarchica» fatta impastando segatura e soda caustica. Con la guerra la Sara si specializza nei dispositivi per la fotografia aerea e nei mirini ottici prismatici. Nel 1946 l’amministratore Telemaco Corsi converte questa tecnologia ad uso civile, avviando la produzione artigianale dei primi modelli di una macchina fotografica a rifrazione ottica da lui stesso inventata. La produzione in serie inizierà due anni dopo negli attigui Stabilimenti Rectaflex.

Quella della SARA è una storia eclettica: la SARA è una fabbrica che all’inizio produce una cosa, poi un’altra, poi un’altra ancora e infine ancora altro. Sono produzioni tutte in qualche modo concatenate sul piano tecnico, ma diversissime per le tipologie di oggetti finiti. Tutte queste produzioni sono accomunate dal filo rosso della capacità tutta italiana di cavalcare i tempi, di fare di necessità virtù, e guardare il futuro ancora prima che accada, lanciandosi nella produzione di una cosa che fino ad allora non era stata mai prodotta, e forse neanche pensata. Per questo per raccontare la storia della SARA occorre partire da molto, molto lontano.

Siamo nel 1883, quando il francese Hilaire de Chardonnet inventa la nitrocellulosa, chiamata anche seta artificiale. Si tratta di una fibra tessile ricavata da un procedimento chimico: la comune segatura di legno veniva impastata con la soda caustica e addizionata a solfuro di carbonio; veniva quindi filata e intessuta con macchine tessili tradizionali appositamente modificate. Ma i tessuti così ricavati avevano qualità di trasparenza, lucentezza, resistenza e impermeabilità senza pari rispetto agli altri tessuti di origine vegetale fino ad allora conosciuti. Un ventennio dopo, nel 1904, la nitrocellulosa arriva in Italia, con il nome di fibra chimica viscosa, che poi si accorcerà in viscosa. De Chardonnet – che da inventore si è trasformato in scaltro imprenditore – installa la sua succursale italiana a Padova, per venderla appena tre anni dopo alla Società Cinematografica Italiana CINES di Pavia.

Cosa porta un’industria del cinema a comprare una fabbrica di capi d’abbigliamento? La Cines aveva correttamente intravisto la possibilità tecnica di rimpiazzare, nel processo di produzione della pellicola cinematografica, i costosi materiali plastici d’importazione – derivati dal petrolio – con un succedaneo ricavato dalla ben più economica segatura di legno: allora la segatura in Italia si produceva in abbondanza, e anzi di norma non si produceva, ma si scartava, come residuo delle lavorazioni del legno. La Cines, come accade quando si fa una nuova scoperta, aveva allora intravisto soltanto la punta dell’iceberg: aveva riconosciuto che la viscosa era un buon succedaneo per le sue produzioni plastiche; non si era resa minimamente conto invece che il discorso era valido in generale: la viscosa poteva essere un succedaneo per qualsiasi materiale plastico, generando profitti economici inimmaginabili.

Intanto, mentre la produzione di viscosa in Italia è quasi interamente votata al cinema, nel 1917 nasce a Torino un’altra società, destinata a riempire il vuoto lasciato dalla Cines. Si tratta della SNIA, che sta per Società di Navigazione Italo-Americana, fondata dall’avvocato Riccardo Gualino. La Snia in origine fa tutt’altro: possiede una flotta mercantile che fa la spola fra i porti italiani e il Nuovo mondo. La Grande guerra – e soprattutto l’entrata in guerra degli Stati Uniti – fa fare alla Snia profitti da capogiro, che a guerra finita sono pronti per essere reinvestiti. La flotta navale non viene smantellata: semplicemente viene riposizionata nel Mediterraneo, creando un’efficiente rete per la distribuzione di merci conto-terzi per via d’acqua. E la Snia comincia a commerciare anche in conto-proprio, creando un fiorente mercato del mare, e via via comincia anche a produrre in conto-proprio, comprando uno a uno gli stabilimenti in cui si fabbricano le merci più diparate e originali. Non c’è un vero e proprio ordine o una pianificazione produttiva, ma una stretta logica commerciale: si produce ciò che sul mercato manca, e che genera i massimi profitti.

Succede così che nel 1920 la Snia acquista, tra i tanti, anche lo stabilimento Cines di Pavia, ben collegato attraverso il fiume Po ai porti dell’Adriatico, con l’intenzione di avviare la produzione industriale di capi d’abbigliamento con la viscosa. Dopo pochi mesi di esercizio la Snia comprende di poter diventare monopolista in un mercato – quello della «plastica autarchica» – dalle elevatissime potenzialità di guadagno. Tra il 1920 e 1921 la Snia rileva  uno a uno tutti gli altri stabilimenti concorrente (ve ne erano a Milano e Torino) e avvia la costruzione di nuovi impianti. È significativo anche il cambio di denominazione sociale della Snia, che diventa SNIA Viscosa, ovvero Società Nazionale Industria Applicazioni Viscosa, quotata in borsa dal 1922. Solo tre anni dopo, nel 1925, la Snia Viscosa arriverà a produrre 24.000 chili di viscosa al giorno, pari al 69% della produzione nazionale e l’11% di quella mondiale.

Ma torniamo al 1922. Dopo aver venduto lo stabilimento di Pavia, la Cines si rende conto dello sbaglio madornale. Se è vero che la Cines si ritrova ora in cassaforte una somma considerevole che la Snia gli ha consegnato sull’unghia, la Cines realizza anche, con vent’anni di ritardo, che la viscosa non serve soltanto a produrre pellicola da film, e che la Snia Viscosa è da quel momento la sua più acerrima rivale. La Cines corre ai ripari, investendo il suo gruzzoletto in quattro distinte operazioni: amplia lo stabilimento rimastole, a Padova, cominciando a produrvi la viscosa per uso tessile, e costruisce ex-novo tre stabilimenti in altrettante città italiane: Rieti, Napoli e Roma. È dello stabilimento romano che andiamo ora a parlare.

Lo stabilimento romano della Cines si insedia nel 1922, sulla via Prenestina. Sappiamo molto su questa fabbrica, grazie all’Archivio territoriale Maria Baccante di Roma.

La produzione è a ciclo continuo: 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Gli operai lavorano su tre turni da 8 ore ciascuno, senza riposo settimanale. I reparti più duri sono i c.d. reparti chimici, che impiegano personale solo maschile. In essi i fogli di cellulosa (cioè la segatura composta in lastre molto simili al moderno legno compensato) sono messi a bagno nella soda caustica, trasformandosi in una poltiglia chiamata alcalo-cellulosa. La poltiglia di alcalo-cellulosa viene messa a maturare in tini di acciaio, con l’aggiunta di solfuro di carbonio. Il «mosto chimico», che si chiama xantogenato, è una pasta semi-solida di colore arancione estremamente tossica, la cui inalazione provoca disturbi neurologici. L’Archivio Maria Baccante ha documentato, per quegli anni, frequenti casi di ricovero di operai nel manicomio romano di S. Maria della Pietà: qui l’intossicazione poteva regredire spontaneamente con pochi giorni di riposo e aria buona, oppure andare avanti per anni. In questi casi l’operaio veniva licenziato, ricevendo un modesto indennizzo assicurativo.

Nella fabbrica erano presenti elementari forme di tutela del lavoro, che oggi apparrebbero senz’altro inadeguate se non addirittura inumane, ma esse erano comunque più avanzate rispetto a qualsiasi altra industria chimica dell’epoca. Adesempio non venivano assunti lavoratori al di sotto dei 16 anni; vi era un sistema di sostegno salariale, chiamato indennità per il caro-viveri, che consentiva una parziale perequazione del salario all’aumento dell’inflazione; le lavoratrici potevano accedere a un dormitorio in fabbrica, c’era una nursery cui affidare i bambini durante il turno, e il dopo-lavoro consentiva di seguire una speciale scuola di cucito (lavorare manualmente la viscosa era infetti difficilissimo!), permettendo di incrementare ulteriormente il salario vendendo privatamente i capi realizzati. Per contro non esisteva nessuna tutela della maternità e la paga oraria femminile era inferiore a quella maschile. Le donne erano ammesse nei soli reparti meccanici (cioè quelli tessili), organizzati come una filanda tradizionale. Lo xantogenato , uscito dai reparti chimici, veniva trasportato ai filatoi, e i fili a loro volta venivano intrecciati per ottenerne dei fili più spessi. L’ultimo processo era il candeggio, che faceva assumere alle bobine di viscosa il colore bianco cangiante semi-trasparente.

Nel 1924 la fabbrica conosce la sua prima significativa agitazione sindacale, con lo sciopero per l’aumento dell’indennità del caro-viveri. La stampa dell’epoca è molto fredda per questa protesta giudicata anomala: è la prima protesta in Italia che non riguarda direttamente il salario ma l’indennità del caro-viveri, che è un benefit aziendale. Ma intanto il regime politico era cambiato – era brutalmente salito al potere il fascismo – e la fabbrica si avviava a diventare disciplinata come una caserma. Nei reparti ci sono controlli molti rigidi, grazie ai quali il ritmo di lavoro è serrato. L’Archivio Maria Baccante ha analizzato le infrazioni disciplinari erogate all’epoca. Esse consistevano in multe detratte dalla paga o sospensioni dal servizio: lentezza o trascuratezza nel lavoro, chicchiericcio e risate, abbandono del telaio per andare al bagno, errata timbratura del cartellino erano le infrazioni più frequentementi. C’era un turn-over assai elevato: spesso si veniva licenziati e riassunti più volte nell’anno, e ciò avveniva unicamente in base alla qualità e quantità della produzione che il lavoratore offriva. A cavallo fra gli Anni Venti e Trenta la Grande crisi del 1929 si fa sentire pesantemente: dei 2383 addetti del 1930 appena due anni dopo, nel 1932, ne rimangono in servizio meno di millequattrocento.

Nel 1931 le cose cominciano ad andare meglio, grazie anche ad un’innovazione tecnologica: si comincia a produrre il fiocco, che è un filo di viscosa molto più spesso che in precedenza, venduto in piccole matassine ripiegate a forma di fiocco, acquistabili nelle comuni mercerie. La viscosa esce così da un ambito prettamente industriale per entrare nel mondo delle alacri massaie del Littorio – che possono ora lavorarlo ad uncinetto con la stessa facilità del cotone – e in quello delle sartorie artigianali, che avendo a disposizione un filo più spesso riescono a lavorarlo con le macchine da cucito.

È in questo periodo che possiamo collocare l’entrata in servizio della Sara…

Un altro anno importante è il 1935-36. La fabbrica di via Prenestina riceve committenze e aiuti diretti dallo Stato, legando il suo destino a quello del regime fascista.

Lo stabilimento  nel corso degli anni diventa sempre più legato alla politica economica del regime. Esso diventa uno dei motori fondamentali dell’autarchia e in seguito – parallelamente all’economia di guerra voluta dal regime – alla politica di guerra, legata prima alla guerra d’Etiopia e poi alla seconda guerra mondiale. Alla Viscosa vengono prodotte – ad esempio – le uniformi militari che in centinaia di migliaia di esemplari vengono inviate al fronte, ma anche molte altre infrastrutture necessarie alla guerra.

Il rapporto tra la produzione e la guerra potenzia la fabbrica finché l’Italia è impegnata nelle operazioni militari.

Lo stabilimento viene anche bombardato dagli Alleati nel marzo 1944.

Ma questo legame è per la Viscosa anche la causa della sua fine. Finita la seconda guerra mondiale si avvia un lento declino, che porta lo stabilimento ad avere 1600 operai nel 1949 e appena 120 nel 1953, fino alla chiusura del 1954.

Negli anni a cavallo tra le due guerre i due produttori di fibre chimiche Cisa e Snia assumono entrambi una vera fisionomia industriale, contendendosi il mercato nazionale del tessile-chimico. Nel 1927 la Snia rileva nuovi stabilimenti in provincia di Novara: la produzione nel 1929 raggiunge il picco di 9,5 milioni di kg annui. Sul mercato opera in realtà anche una terza società, la Chatillon, che occupa posizioni di mercato più limitate. La concorrenza fra i tre produttori fa sì che il prezzo della viscosa rimanga contenuto e la viscosa cominci a diventare prodotto di massa. La viscosa ha  due grandi pregi: il primo è che il materiale di base costa pochissimo, essendo ricavata dagli scarti delle lavorazioni del legno; il secondo è che all’occorrenza, anziché tessuta, la viscosa può essere anche plasmata in forme, come la moderna plastica, ricavata dal petrolio. All’epoca la plastica era stata già inventata, ma non se ne erano ancora comprese a pieno le potenzialità, e comunque la plastica non aveva la diffusione di massa che ha oggi.

Nel 1935 il Regime fascista comprende al volo tutti gli utilizzi multiformi che la plastica può avere. E comprende anche che per l’Italia – che non ha giacimenti di petrolio e non può certo acquistarne a causa dell’embargo per la Guerra d’Etiopia – se la via della plastica è preclusa, quella della viscosa è una via aperta tutta da percorrere: il petrolio manca, ma di segatura di legno ce n’è quanta se ne vuole! È così che viscosa viene scelta dal Regime come succedaneo della plastica, e Cisa e Snia godono di un benevolo sostegno governativo. Nell’Italia della seconda metà degli Anni Trenta con la viscosa si fa un po’di tutto: ci si veste, si fanno per il cinema e i cinegiornali, pneumatici per le autovetture e persino le dentiere. Senza contare che dal 1937 la Snia ha aperto una nuova via autarchica alla plastica: il «lanital», che è una viscosa derivata non più dalla segatura ma dalla caseina, la proteina del latte. Nel 1938 intanto gli stabilimenti Cines di Padova, Roma, Rieti e Napoli vengono unificati nella nuova denominazione societaria di CISA Viscosa, che sta per Compagnia Industriale Società Anonima Viscosa.

Rispetto alla plastica la viscosa presenta però ben più di un inconveniente: per essere lavorata andava prima filata e poi ricomposta in tessuti o forme, il ché non la rende poi così economica. E soprattutto, la viscosa, contenendo soda caustica, era tendenzialmente tossica e facilmente infiammabile. Non era infrequente allora, leggere nelle cronache dei giornali, di disavventure occorse a fumatori con la dentiera.

La produzione industriale della viscosa è appannaggio in Italia di due grandi industrie, concorrenti fra di loro: la CISA Viscosa e la SNIA Viscosa. La CISA Viscosa ha una struttura frazionata sul territorio, con più sedi specializzate nelle singole fasi del processo produttivo. Ad esempio, nel quartiere romano del trullo, in via Monte delle Capre nei civici dal 23 al 37 – in un punto desolato che allora poteva tranquillamente definirsi la fine del mondo conosciuto – la CISA ha una serie di capannoni e caseggiati in muratura, taluni caratterizzati da ampie volte ad arco ribassato in ferrocemento.

In questi capannoni, che hanno la denominazione sociale di Officine meccaniche SARA, non si produce direttamente la viscosa, ma si effettua una parte specifica del processo produttivo: vi si fanno le «realizzazioni automeccaniche», cioè vi si costruiscono i macchinari per la filatura (cioè dei filatoi tessili tradizionali, riadattati per lavorare l’impasto di segatura e soda caustica producendone il pregiato filo di viscosa) e i telai meccanici (con cui il filo di viscosa viene tessuto per poter essere tagliato come stoffa o variamente assemblato in oggetti finiti). La sigla SARA sta appunto per Studi di Attrezzature e Realizzazioni Automeccaniche.

Il problema della riduzione dei costi, allora come oggi, che spinge le due società a confluire in un unico assieme nel 1939, insieme ad una società più piccola, la Chatillon, per formare un unico marchio commerciale, l’Italviscosa, con lo scopo di impiegare in modo più razionale ed efficiente le attrezzature industriali delle singole imprese. Pur rimanendo formalmente autonome, le tre società coordinano produzione, amministrazione, pubblicità e vendite, sbaragliando la concorrenza.

Raggiunta la stabilità nei prezzi e un allineamento nella qualità, i tre gruppi hanno quindi mano libera per espandersi in altri settori e dare vita a nuove industrie nell’Italia di prima e dopo la guerra.

Nella seconda metà degli Anni Trenta le due concorrenti CISA e SNIA operano forti campagne di assunzioni, contendendosi le menti più brillanti. È così che la CISA Viscosa, intorno al 1939, assume il giovane avvocato Telemaco Corsi. Corsi ha un carattere sognatore, e si appassiona di qualunque cosa. Controvoglia ha completato gli studi in legge, più che altro per compiacere il padre, dipendente della CISA, di cui dovrà prendere il posto in azienda. Fin da bambino Corsi riunisce a sé riunisce un gruppo di ragazzi – inventori e fraterni amici fra di loro -, che saranno ricordati col nome di Ragazzi di Monte delle Capre.

All’inizio sono in quattro. Gli altri tre componenti del gruppo si chiamano Luigi Picchioni, Aldo Pardini ed Emilio Palamidessi. Picchioni e Pardini sono compagni di scuola di Corsi: l’aneddoto vuole che da piccoli giocassero al gioco degli specchi, con immagini riflesse ribaltate in rudimentali camere oscure. Aldo Pardini è appassionato di scienze naturali: dopo le scuole inizia gli studi di medicina, in maniera rigorosa e costante. Diventa medico condotto alla Magliana. Sarà sempre uno degli animatori del gruppo ma sceglierà di tenersi in disparte dalla compagine societaria e dai brevetti, rimanendone soprattutto un socio morale. Luigi Picchioni, di impronta tecnica, si iscrive a medicina insieme a Pardini, specializzandosi poi in oftalmologia: diventerà un apprezzato ottico alla Salmoiraghi, società produttrice di occhiali. Picchioni nel gruppo ha il ruolo del realizzatore: è quello che trasforma le idee confuse in oggetti reali e brevettabili, riproducibili in serie.

Corsi nel gruppo è il capo. Non sa che forma avranno gli oggetti che usciranno dalla sua fabbrica, ma ha bene in mente quali problemi essi risolvono e quali sogni concretizzano. È Corsi che trascina gli amici verso la passione per la fotografia. Nel 1939 smonta un apparecchio Daguerre, una macchina fotografica tradizionale di quelle in cui si vede l’immagine sotto-sopra. Corsi intuisce già da allora che, con una serie ben congegnata di specchi, si può ottenere una visione raddrizzata.

Il quarto uomo del gruppo è Emilio Palamidessi, soprannominato Manidoro, che si aggiunge ai tre in un secondo momento. Il soprannome dice già tutto sul suo carattere: introverso, scrupoloso, è quello che assembla con precisione da orologiaio i pezzi pensati dal trio.

Ma il 1939 è anche l’anno dei venti di guerra, che iniziano a soffiare impetuosi. Il ragazzi di Monte delle Capre hanno ben poco tempo per pensare alla fotografia, e Corsi è interamente assorbito dal lavoro nello Stabilimento SARA, che si accinge a diventare un nodo strategico dell’industria bellica nazionale.

Succede  in quell’anno 1939 che il fascismo nazionalizza la produzione della viscosa, e impone alle due società rivali, CISA Viscosa e SNIA Viscosa di smettere di fare la guerra commerciale e consorziarsi per produrre insieme. Il nuovo colosso industriale CISA-SNIA si riorganizza al suo interno e fa quello che normalmente succede in una fabbrica efficiente: elimina le strutture duplicate, accorpa nelle stesse strutture le produzioni affini, trasferisce specialità e operai specializzati da un centro produttivo a un altro affinché tutto l’ingranaggio produttivo giri a dovere. Così al Trullo, mentre continua la produzione di realizzazioni automeccaniche per la viscosa, si aggiungono le realizzazioni automeccaniche speciali, che ben poco hanno in comune con i tessuti d’abbigliamento, e hanno tutte come committente l’industria bellica nazionale.

La CISA ha  ricevuto un’ingente commessa di pellicola fotografica in viscosa per le aerofotometrie (riprese planimetriche del terreno scattate da aerei in volo di ricognizione), e insieme ad esse, si iniziano a produrre al Trullo, su licenza della vicina fabbrica OMI (Ottico Meccanica Italiana) di Valco San Paolo, anche gli apparecchi aerofotometrici Nistri, per le riprese fotografiche dall’alto, a bordo degli aerei.

Poco dopo alla SARA arriva un’altra commessa, per la produzione di puntatori ottici (cioè mirini e collimatori) per aerei, carri armati e postazioni da fermo. Ufficialmente si tratta di mirini per macchine fotografiche. Ma tutti alla SARA sanno, Corsi compreso, che alla SARA si producono i mirini per le armi da guerra.

In pratica la SARA si trasforma in quegli anni in un’industria di guerra, specializzata nella fotografia militare. E la viscosa da abbigliamento diventa già settore marginale.

Dopo l’8 settembre 1943 la SARA viene occupata dalle truppe naziste. Non si hanno notizie dirette su come la fabbrica sia stata gestita in tempo di Occupazione. Ma da fonti orali sembra che in qualche modo la fabbrica abbia continuato a funzionare, e a dare impiego ininterrotto alle maestranze locali. Corsi comunque non c’è.

Corsi fa ritorno in fabbrica dopo la Liberazione. Il presidente CISA Francesco Maria Oddasso gli affida il ruolo di amministratore della SARA, e insieme quello di direttore di stabilimento (cioè degli impianti produttivi). C’è una grande stima reciproca fra Corsi e Oddasso: da questi Corsi riceve l’incarico, ora che la guerra è finita, di reinventare una nuova vita per lo stabilimento ex produttore di macchine per tessere, ex produttore di macchine fotografiche dall’alto, ex produttore di mirini di precisione per strumenti di morte. Oddasso ha capito che la nuova alleanza dell’Italia con le potenze occidentali apre una lunga prospettiva di pace, in cui le materie prime (e in particolare quelle plastiche derivate dal petrolio) torneranno ad essere disponibili, e questo metterà inesorabilmente la parola fine al tempo della viscosa. È iniziato un tempo diverso: il tempo della fantasia.

La prima commessa della SARA del nuovo corso ha una natura estremamente pragmatica: si tratta dello smaltimento del materiale bellico abbandonato. Corsi ovviamente non ci pensa neanche lontanamente di smaltire tutto portando in fonderia le carcasse metalliche di carri armati, autoblindo, sidecar motociclette e barchini esplosivi della Regia Marina, e talvolta persino cannoni e aeroplani. Corsi ottiene quei mezzi a costo zero: ognuno di essi sarà smontato, reinventato, e rimontato, a colpi di fresatrice. Corsi, che prima di tutto è un inventore, non poteva chiedere incarico più bello e gratificante di questo. Quei mezzi di morte rinascono e diventano nuovi veicoli civili: soprattutto ambulanze per gli ospedali, e motociclette per la Polizia di Stato, ma anche veicoli da trasporto, per la nuova motorizzazione di massa che in Italia sta per arrivare.

Un settore tutto particolare è quello dei piccoli natanti da diporto, ottenuti dalla rottamazione dei barchini esplosivi della Regia Marina. È frequente nel dopoguerra ritrovare questi temibili mezzi d’assalto (capaci in tempo di guerra di sfrecciare nel mare portando con sé 300 kg di tritolo, da posizionare sotto la pancia delle navi nemiche, e poi fuggire in fretta) che sfrecciano sul Tevere e nel litorale romano: con i nuovi motori Alfa Romeo da 80 cavalli, queste lambrette del mare possono raggiungere la fantasmagorica velocità di 32 miglia marine orarie. Le lambrette del mare prodotte alla SARA diventeranno il sogno di un’epoca.

Il fatto che la guerra è finita significa anche che i quattro amici possono tornare a riunirsi e lavorare insieme, sul progetto coltivato da anni di creare una macchina fotografica perfetta. Una macchina che, come l’occhio, fotografa esattamente quello che inquadra nel mirino, attraverso una visione riflessa da specchi interni. Deve essere una macchina leggera e maneggevole, deve essere compatibile con tutte le ottiche in circolazione, deve avere una messa a fuoco facile e precisa, deve poter lavorare sia sui tempi di posa lunghi che su quelli brevi.

In quel periodo si affianca al gruppo, seppur a distanza, l’architetto e designer milanese Giò Ponti (1897-1979), conosciuto da Corsi alla Feria Campionaria di Milano del 1946. Corsi vuole che la macchina perfetta, oltre che funzionale, sia anche bella. La Campionaria del 1946 è una tappa fondamentale per la vicenda dei ragazzi di Monte delle Capre. È qui che Corsi, attingendo ai suoi risparmi, acquista da Ireneo Rossi il brevetto della Gamma, una ingegnosa macchina fotografica a telemetro con tendina metallica curva. Intende migliorarla fino a renderla perfetta, fino a produrla in serie negli Stabilimenti SARA. Il sogno della macchina perfetta sta per iniziare. Ma c’è ancora un problema da risolvere.

La formazione di una compagine societaria ad hoc, legata alla nuova impresa, crea qualche attrito.

Emilio Palamidessi segue Corsi da subito, e partecipa con un po’di capitali messi da parte. Aldo Pardini non se la sente di mettere soldi in quell’impresa bellissima, ma che potrebbe anche rivelarsi fallimentare, e preferisce rimanerne un socio morale. Luigi Picchioni invece, pur volendo, i soldi non li ha.

Al posto di Pardini e Picchioni interviene il costruttore di macchine fotografiche Flamman. Nel gennaio 1947 Corsi, Palamidessi e Flamman vanno dal notaio e costituiscono così l’azienda Gamma. Acquistano un terreno al civico 39 di via Monte delle Capre, a fianco della SARA, su cui sono già presenti alcuni capannoni.

Nel frattempo, già dalla fine del 1946, al sodalizio dei quattro di Monte delle Capre si è aggiunto un quinto uomo. Il quinto uomo è in realtà l’uomo del mistero: di lui si sa pochissimo. Si sa che di cognome fa Assenza, ma non se ne conosce il nome. L’aneddoto lo descrive come un giovane di bell’aspetto, affascinato dalla Dolce vita, che gira sempre accompagnato da belle ragazze, sue amiche compiacenti. Assenza di professione fa il paparazzo: appena vede un soldato americano manda avanti le sue amiche, e al momento giusto propone agli americani lo scatto di una foto ricordo in dolce compagnia, in cambio di dollari sonanti.

Assenza ha un vecchio apparecchio fotografico Kinoflex, su cui ha applicato un pozzetto esterno di sua invenzione, all’interno del quale vi sono tre specchi inclinati: l’immagine, formatasi sul vetro smerigliato, si riflette nello specchio superiore, poi in quello frontale e infine viene restituita ad angolo retto in un mirino ad altezza d’occhio, correggendo l’inversione sotto-sopra delle macchine tradizionali. Con la Kinoflex modificata Assenza riesce a scattare con grande velocità. Corsi mette in mano di Assenza 10.000 lire in cambio della sua Kinoflex modificata, e lo assume a stipendio fisso alla Gamma come riparatore.

Di colpo l’invenzione di Assenza rende l’acquisto del brevetto telemetrico della Gamma inutile: la Gamma è una macchina ingegnosa, ma non rivoluzionaria.

Il matrimonio societario fra Corsi, Palamidessi e Flamman viene sciolto senza drammi, in maniera consensuale: Flamman rileva le quote di Corsi e Palamidessi e prosegue da solo l’avventura della Gamma, la cui produzione in serie inizierà un anno dopo. I cinque di Monte delle Capre tornano quindi a lavorare nei locali attigui, quelli della SARA, come se nulla fosse successo. A quanto è stato possibile raccogliere da memorie orali, i rapporti con Flamman saranno in realtà sempre un po’tesi, ma fra gli operai della Gamma e quelli della SARA (che di lì a breve comincerà a produrre macchine fotografiche) i rapporti saranno invece di una sana e persino cordiale rivalità. Si racconta, in particolare, di memorabili partite a calcio Gamma contro SARA sui campi polverosi del Trullo.

Nello Stabilimento SARA Corsi mette subito a lavorare il meccanico Gaetano Judicone e il tecnico specializzato Manlio Valenzi sul pozzetto di Assenza, insieme al fotografo Emilio Altan, incaricato di testare i risultati.

La svolta però avviene grazie ad un altro meccanico SARA, Michele Frajegari, che sostituisce il pozzetto di Assenza con un prisma ottico monolitico a cinque facce: due di esse sono riflettenti, due sono rifrangenti, e una è neutra. Lo specchio riflettore a monte dell’ottica proietta l’immagine capovolta sulla superficie rifrangente; l’immagine arriva alla seconda faccia riflettente e la proietta sulla terza; infine la terza riproduce l’immagine raddrizzata sulla quarta faccia rifrangente, restituendola raddrizzata all’oculare.

I ragazzi di via Monte delle capre, quell’inverno, lavorano sette giorni la settimana. Con una fitta corrispondenza collabora da Milano anche Giò Ponti, che realizza una cassa cromata dai lati arrotondati, che incorpora il pentaprisma e gli ingranaggi in un blocco monolitico. La prima macchina fotografica italiana a riflessione in pratica è pronta. Altan testa la macchina: funziona.

Corsi prende un treno per Milano e presenta al pubblico la «macchina che raddrizza l’immagine», durante la Fiera Campionaria del 1947. La sua strategia è semplice: raccogliere l’interesse del pubblico e qualche ordinativo sulla carta, per ottenere dalla CISA i finanziamenti necessari per l’avvio della produzione in serie nello Stabilimento SARA.

In fiera però si verifica un inconveniente sgradevole. Un uomo in divisa da carabiniere, il colonnello Armando Pelamatti, critica aspramente l’invenzione di Corsi: perché la macchina perfetta corregge il sopra-sotto, ma non l’inversione destra-sinistra, che effettivamente Corsi ha trascurato: la macchina di Corsi rende un’immagine speculare, non quella reale. Corsi arruola Pelamatti tra i ragazzi di Monte delle Capre, e si mette al lavoro per cercare una soluzione.

Di ritorno a Roma intanto Corsi ottiene un incontro con gli amministratori della CISA. Riferisce del vivo interesse del pubblico, e mostra le prime prenotazioni. I dirigenti CISA non paiono convinti, e gli chiedono di attendere. Per il momento Corsi ottiene soltanto che la SARA acquisti alcune pagine pubblicitarie sulla rivista Progresso Fotografico, con lo scopo di ottenere qualche riscontro dagli esperti del settore.

A questo punto Corsi, amareggiato ma non vinto, si mette al lavoro per risolvere l’inversione destra-sinistra osservata dal pungente Pelamatti. Pare che la soluzione gliel’abbia fornita, nella prima metà del 1947, un meccanico della SARA addetto al recupero del materiale bellico. L’uomo, magrissimo e altissimo, e per questo soprannominato Sellerone, mostra a Corsi un congegno periscopico contenuto nei collimatori ottici dei carri armati. Picchioni adatta il pezzo al pentaprisma, creando così il nuovo pentaprisma a tetto spiovente, che sdoppia la terza faccia (quella superiore) in due facce riflettenti a 90° tra loro. L’immagine arriva alla faccia finale con visione finalmente rettificata e non più speculare.

Corsi bussa all’Ufficio centrale dei Brevetti, a cavallo tra la fine dell’anno e il 1948. Sa bene di non poter brevettare una tecnologia militare, ma sa di essere il primo ad impiegarla in campo civile. Per questo, insieme a Picchioni gioca la carta del brevetto migliorativo. Il solerte funzionario dell’Ufficio Brevetti però non si lascia convincere e rifiuta l’invenzione, motivando, correttamente, che il periscopio militare col tetto è stato inventato un secolo prima, nel 1850, dal geodeta francese Carlo Mosé Goulier. Corsi è contrariato: perché Goulier aveva lavorato sugli specchi, ma un prisma di vetro con le facce interne a specchio finora non l’aveva ancora proposto nessuno.

In realtà sul pentaprisma sono in molti a lavorare in quel periodo: nel 1932 l’architetto Staudinger aveva brevettato la Pentagon, una 35 mm con mirino prismatico con tetto, che però non venne mai messa in commercio e della cui esistenza si seppe solo anni dopo; nel 1938 la Zeiss Ikon aveva presentato una richiesta per un brevetto simile, che lo scoppio della guerra impedì di portare a termine. Nel 1941 invece l’inglese De Wouters d’Oplinter il brevetto sul prisma riflettente lo ottiene, ma anche qui niente commercializzazione. Anche gli svizzeri dell’Alpa in quel periodo lavorano a soluzioni simili, partendo però da un prisma di diversa forma geometrica. E ci sono anche gli ungheresi della Gamma Works, che brevettano il pentaprisma col tetto senza mai commercializzarlo.

Ironia della sorte, negli stessi giorni in cui Corsi presenta il suo brevetto in Italia, la società Wray Optical Co. presenta una richiesta analoga in Inghilterra per brevettare un pentaprisma pentagonale con tetto spiovente, ottenendolo senza difficoltà.

Tuttavia, se Corsi non può ottenere l’esclusiva dell’invenzione, non gli è precluso né di farne uso né di essere il primo a commercializzarla. Corsi e Palamidessi si recano quindi a Valco San Paolo, alle Officine OMI, società alleata della SARA fin dai tempi della produzione di guerra. Alla OMI commissionano la produzione di una prima serie di pentaprismi a tetto spiovente.

Il 16 aprile 1948 Corsi e Picchioni bussano nuovamente alle porte dell’Ufficio Brevetti, per depositare una nuova invenzione, lo stigmometro.

Lo stigmometro è un meccanismo per la messa a fuoco, infinitamente più semplice del telemetro ad immagine spezzata allora in uso. L’impiegato dell’Ufficio Brevetti questa volta non ha problemi a concedere l’autorizzazione, e il brevetto dello «Stigmometro – Sistema ottico per la determinazione del punto focale» viene concesso a fine anno. L’aneddoto vuole che lo stigmometro sia stato inventato a seguito di una delusione. Pare che Corsi si sia recato personalmente in Francia dal professor Dodin, inventore del telemetro, per chiedergli il permesso di utilizzare la sua invenzione, ricevendone una richiesta di denari esosissima. Demoralizzato, Corsi si rivolge a Picchioni, che in mezza giornata inventa un dispositivo semplicissimo, basato su una lente cilindrica incollata sulla superficie inferiore del vetro smerigliato. Si legge nei carteggi del brevetto, che lo stigmometro è «un elemento di lente cilindrica il cui piano nodale anteriore è materialmente determinato in modo esatto, così da poter essere portato a coincidere col piano dell’immagine di cui si vuol analizzare la messa a fuoco […]. Viene così ottenuto un effetto di telemetro, per mezzo di dispositivi di pura ottica e senza che occorra alcun meccanismo».

La meccanica di base, dunque, è pronta; la visione reflex c’è; la messa a fuoco pure; perché la macchina sia completa occorre ancora un sistema per effettuare i tempi di posa lenti. Se ne occupano Emilio Palamidessi e Luigi Picchioni, riprendendo un vecchio progetto di ritardatore pensato per la Gamma a telemetro. Picchioni fa uso dello «scappamento ad àncora», un tipo di ingranaggio utilizzato in orologeria per calibrare l’impulso della molla di carica in maniera uniforme, col fine di ottenere l’esatto intervallo di tempo della molla che regola lo scorrimento delle tendine. I tempi lenti vengono impostati tramite un selettore separato rispetto a quello dei tempi veloci, facendolo entrare in funzione al momento dello scatto.

Si comincia quindi a ragionare su una preserie, cioè una produzione artigianale di un prototipo in più esemplari uguali, su cui impostare in seguito la linea di montaggio per la produzione in serie vera e propria.

I modelli di preserie prendono il nome di Standard 947, in omaggio a quel 1947 di sogni e di ore di lavoro strappate al sonno. Questa macchina, prodotta per la verità in pochissimi esemplari, si compone di 280 pezzi in tutto per un peso di 680 grammi.

Viene prodotto un depliant pubblicitario, che recita: «Il sistema di messa a fuoco deriva dal complesso di due distinti elementi: un’applicazione reflex [il pentaprisma] e un dispositivo ottico con effetto di telemetro [lo stigmometro]. Uno specchio a 45° riflette su di un particolare sistema ottico l’immagine proiettata dall’obiettivo. Questo sistema ottico fa sì che l’immagine stessa ruoti di 90° nel piano verticale e di 180° in quello orizzontale. Qualunque sia l’orientamento dell’apparecchio il soggetto si presenta dunque alla visione attraverso l’oculare nella grandezza naturale e nel senso reale, così, come l’occhio lo vede. Le velocità di posa sono sistemate su di un indicatore a due vie: un bottone girevole per le velocità da 1/25 ad 1/1000, e un disco rotante per quelle lente da 1 secondo a 1/10. Queste ultime sono ottenute per mezzo di uno scappamento ad ancora di precisione, montato su 8 rubini».

Tra le altre caratteristiche c’è un bottone unico per far avanzare il film e caricare l’otturatore; e lo specchio riflettore è collegato al pulsante di scatto con un meccanismo di ritorno istantaneo senza bisogno di riarmare l’otturatore. La macchina utilizza una pellicola cinematografica da 35 mm, realizzata in viscosa.

Nel maggio 1948 arriva il tradizionale appuntamento della Campionaria di Milano. Anche quell’anno Corsi è lì, con l’obiettivo di raccogliere molte ordinazioni e convincere finalmente il Consiglio di amministrazione della CISA Viscosa a stanziare fondi per trasformare lo Stabilimento SARA, assumere il personale qualificato e iniziare la produzione in serie.

Nello stand Rectaflex c’è esposto il prototipo Standard 947 e un opuscolo con lo slogan «Rectaflex, la reflex magica». Il corpo macchina costa 65.000 lire, abbinabile alle ottiche Angénieux, Berthiot o Boyer.

L’esordio Rectaflex è accompagnato da un servizio redazionale sul Progresso fotografico, dal titolo «Il miracolo Rectaflex. Stavorta er miracolo viè da Roma». Vi si legge: «La Rectaflex è la macchina di oggi e dei domani, in un’aristocratica categoria a parte. Anche lavorando verticalmente, l’immagine appare sempre diritta, con a destra quello che è a destra, a sinistra quello che è a sinistra. I caratteri vi si leggono normalmente. Non ci si venga a dire che questo particolare interessa relativamente, poiché nell’inquadratura è bene vedere le cose come realmente sono: tanto nei gruppi che nella composizione di nature morte od altro, scene sportive in particolare, poiché è più facile seguire un’auto nella sua vera direzione che in senso inverso… Il nuovo telemetro non può conoscere guasti perché incorporato nel prisma ricevente l’immagine. Esso lavora solidale col prisma, e si chiama stigmometro (dal greco stigma = segno, punto, stimmata); è costituito da una minuscola lente cilindrica che presenta la nota caratteristica di deformare l’immagine quando essa non è perfettamente a fuoco, qualunque sia la lunghezza focale dell’obbiettivo impiegato, e a tutte le distanze. Lo stigmometro garantisce finalmente la matematica messa a fuoco con qualsiasi focale a qualunque distanza. Nessuno ci aveva pensato prima! Il rallentatore dei tempi, tanto ammirato dai meticolosi tecnici svizzeri e montato su rubini non sintetici, costituisce un gioiello di moderna e sicura orologeria… Partita vinta! ».

La fiera milanese è per Corsi un successo. L’avvocato torna a Roma raggiante, con un portafoglio di 300 ordinativi. Impossibile con questi risultati per i soci della CISA rifiutargli quel che chiede.

Si tiene una seduta straordinaria del Consiglio di amministrazione della CISA Viscosa, in cui finalmente Corsi ottiene l’approvazione del suo progetto.

Viene approvata la produzione in serie della «reflex magica» e si decide l’investimento da capogiro di 300 milioni di lire. Sarà costituita una nuova società, la Rectaflex srl; sarà quasi completamente smantellato lo Stabilimento SARA per far posto alla modernissima fabbrica Rectaflex; e Corsi ne sarà amministratore delegato.

Dei tempi della viscosa, ormai lontanissimi, non rimangono che sbiadite fotografie in daguerotipo.

 

Trullo moderno

 

Borgata Costanzo Ciano

 

La Borgata Trullo è una città di fondazione, progettata dagli architetti Giuseppe Nicolosi e Roberto Nicolini. I terreni vengono acquistati nell’aprile 1939, con la prospettiva di edificarvi lotti di «abitazioni popolari». La prospettiva del ritorno in massa degli espatriati per l’imminente scoppio della guerra comporta il ripensamento del progetto in «abitazioni popolarissime»: segue il rapido appalto e l’edificazione in soli 8 mesi. La borgata viene inaugurata da Mussolini il 27 ottobre 1940. Il Duce, secondo l’aneddoto, definisce i lotti squadrati «più simili a una caserma che a case». Nel 1943, a seguito del rovesciamento del regime, la borgata cambia nome in Borgata Duca d’Aosta e dal 1946 assume quello attuale. La chiesa e l scuola saranno completati soltanto nel Dopoguerra. La borgata ha un suo monumento ai Caduti.

La «vaga idea» di un insediamento abitativo al Trullo è presente sin dal discorso pronunciato da Benito Mussolini il 31 dicembre 1925 in Campidoglio, in occasione della nomina del primo «governatore» della città. Nel discorso il Duce preconizza l’avvento di una nuova era per Roma (la terza, dopo la Roma dei Cesari e quella dei Papi) che avrebbe visto il territorio dell’Urbe espandersi, attraverso la fondazione di «nuclei pionieri», fino ad avere uno sbocco al mare.

Occorre attendere sino al 1936 perché questa decisione trovi concretezza nella decisione di edificare nell’area delle Tre fontane, il nuovo quartiere monumentale dell’E42, che trae il nome dall’Esposizione Universale che avrebbe dovuto svolgersi in quell’area nel 1942, con sinistra coincidenza di date con il ventennale dell’ascesa al potere del fascismo, è un realtà un pretesto celebrativo, cui fa sponda la direttiva.

«La Terza Roma – si legge ancora oggi sulla facciata del Palazzo degli Uffici all’Eur, riprendendo un passo del celebre discorso – si dilaterà sopra altri colli lungo le rive del fiume sacro sino alle spiagge del Tirreno».

Lo sviluppo urbanistico che fiorisce intorno all’E42 è inevitabilmente il volano per l’edificazione del territorio tutt’intorno. E già da quegli anni si comincia a pensare all’edificazione di un altro «nucleo pioniere» nell’area del Trullo. L’Istituto Autonomo delle Case Popolari, attraverso la sua sede provinciale di Roma, comincia quindi a studiare un’ipotesi di urbanizzazione del Trullo, con lo scopo di soddisfare le necessità di alloggi per i militari del Genio, degli operai delle fabbriche (prima su tutte la Maccaferri) già allora presenti, e delle maestranze impegnate nella costruzione dell’E42.

Grande sponsor dell’iniziativa è il principe Pietro Colonna, allora governatore di Roma, il quale abbraccia pienamente la causa della Terza Roma.

La scelta della valle del Trullo è però tutt’altro che felice: si trova in mezzo tra Via Portuense e via della Magliana (ma lontano da entrambe), in uno stretto fondovalle acquitrinoso, solcato dal Fosso di Affogalasino, frequentato unicamente da pochi contadini o butteri, incuranti del rischio delle febbri malariche.

La decisione effettiva viene presa il 5 aprile 1939, quando il Consiglio di Amministrazione della sede provinciale dello IACP delibera l’acquisto coatto dei terreni nell’area tra il fosso di Affogalasino e la Marrana di Papa Leone, individuando l’obiettivo di edificare una borgata. Le aree appartengono allora a cinque famiglie – Bianchi, Usai, Cosa, Riccioni e Governatori -, le quali, riferisce la memoria popolare, furono ben felici di ricevere l’indennizzo di Lire 7,70 al metro quadro, per dei terreni che sicuramente valevano molto meno. Riporta lo studioso Emilio Venditti che il solo Sebastiano Bianchi, di professione vivaista, rifiutò l’indennizzo opponendo il valore delle sue piante ornamentali. E dopo una trattativa non facilissima viene liquidato a 15 Lire al metro quadro.

«Si era alla vigilia del Secondo conflitto mondiale che di lì a poco avrebbe sconvolto il mondo», ricorda Emilio Venditti. E quando il 22 maggio 1939 proprio Costanzo Ciano firma con il ministro degli Esteri dei Reich germanico Von Ribbentrop un trattato di alleanza militare (il «Patto d’Acciaio»), è subito chiaro ai più avveduti che l’Italia sta sprofondando verso l’abisso della guerra.

Dopo questa data – scrive Emilio Venditti – «migliaia di famiglie di italiani all’estero, emigrati non naturalizzati, che da anni vivono pacificamente operando con laboriosità in ogni settore produttivo delle nazioni ospitanti, al sentore di un possibile conflitto europeo, per non subire le conseguenze di rimanere bloccati all’estero e di essere trattati come cittadini nemici (e per non finire di conseguenza nei campi di concentramento) decidono di rimpatriare».

Nelle «Case d’Italia», luoghi di ritrovo dei nostri concittadini all’estero, direttamente sostenute dal regime, i nostri connazionali subiscono la forte pressione della propaganda fascista, incentrata soprattutto sull’esaltazione della Nuova Roma di Mussolini, potente e florida, ed erede diretta dei fasti di quella dei Cesari. È Mussolini stesso che afferma che «mai più questi Italiani avrebbero avuto bisogno di ricorrere all’estero», perché l’Italia è in grado di provvedere ai loro bisogni e garantire la loro sicurezza. Per chiunque ritorni sono garantiti casa e lavoro.

In Italia invece si occupa di loro direttamente il Ministro degli Esteri, che organizza decine di treni straordinari. I primi treni cominciano ad arrivare in quattro grandi città: Milano, Torino, Genova, e Roma. I rimpatriati hanno lasciato lavori sicuri, case, e portato con sé i risparmi di una vita, pronti per iniziarne una nuova. Ma di case e lavoro, in Italia, non c’è neanche l’ombra. I rimpatriati si sistemano alla meno peggio, attingendo direttamente ai loro risparmi: chi può prende in affitto camere ammobiliate, per tutti gli altri il Ministero garantisce il soggiorno provvisorio nei pensionati.

Una prima stima dei costi però, anche in ragione degli arrivi sempre crescenti, induce il Ministero a ragionare sulla costruzione di nuove città, da edificare alla periferia delle grandi città esistenti, in cui alloggiare i rimpatriati.

È in questo quadro, a Roma, che il progetto della «Terza Roma» viene rapidamente piegato ad esigenze più immediate. Una comunicazione «ufficiosa» che provinene congiuntamente dal Ministero delle Finanze e dalla Direzione generale degli Italiani all’Estero, e che ha però il peso di una direttiva, giunge all’IFACP il 17 agosto 1939. Essa contiene un invito, per l’Istituto delle case popolari, ad avviare «con criteri di massima economia e celerità» l’edificazione della borgata al Trullo, dichiarando implicitamente l’urgenza di reperire case. Questo nuovo genere di abitazioni popolari prenderà il nome di «abitazioni popolarissime».

Poco più di un mese prima, il 5 luglio, il Consiglio di amministrazione delle Case popolari si era riunito, nel commosso ricordo del conte Costanzo Ciano, il presidente della Camera dei Fasci e delle corporazioni, morto a sua volta appena 9 giorni prima. In quella riunione il CDA dell’IFACP decide di intitolare a lui la nuova borgata del Trullo.

La biografia di Costanzo Ciano è controversa: patriota ed eroe di guerra, pluridecorato. E fascista ardente, implicato nei fatti di sangue di Livorno nel 1922. Morto con un patrimonio personale ingentissimo che i suei eredi non seppero giustificare e che fu confiscato.

Ciano, conte di Cortellazzo, nasce a Livorno, il 30 agosto 1876. Studente dell’Accademia navale di Livorno, si diploma guardiamarina nel 1896 e ottiene rapidamente le promozioni a sottotenente e tenente di vascello. Si mette in luce nella campagna coloniale di Libia (1911-1912), ricevendo un solenne encomio per le missioni temerarie al comando del piroscafo Siracusa.

Allo scoppio della Prima guerra mondiale è inviato come capitano di corvetta a Tobruch, in Cirenaica, ma è al rientro in Italia che gli vengono affidate le nuovissime unità da guerra della Marina militare, le torpediniere e i motoscafi armati siluranti (i màs). Nel novembre 1917 affronta con una flottiglia due corazzate austriache, mettendole in seria difficoltà. Il 10 febbraio 1918 è protagonista di uno dei più celebri eventi della marineria italiana, la spettacolare «Beffa di Bùccari». Il poeta Gabriele D’Annunzio la racconta con versi famosi: «Non in onta alla cautissima flotta austriaca, occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri… ». Al comando di una squadriglia composta di tre soli màs Ciano penetra per 90 miglia nei mari nemici, spingendosi per sinuosi canali e strettoie sbarrate difese da artiglierie, fino a raggiungere la Baia di Buccari, allora considerata il porto più difeso della flotta austriaca. Qui lancia sei siluri contro le navi austriache alla fonda, devastandole, e riuscendo indenne a tornare indietro. Per questa azione viene insignito della Medaglia d’oro al Valor militare e viene promosso capitano di fregata e poi capitano di vascello.

È il momento di tentare l’ascesa politica. Ciano si unisce al giovane Benito Mussolini, e l’occasione si verifica nell’estate 1922. Ciano è a Livorno, dove si stanno verificando dei moti violenti ad opera die squadracce armate fasciste in cui avvengono uccisioni di esponenti politici e devastazioni. Il 3 agosto Ciano ne prende il comando e fa irruzione nel Palazzo comunale, costringendo il sindaco socialista alle dimissioni.

Esattamente due mesi dopo, il 28 ottobre, il copione si ripete a Roma, con la ben tristemente nota Marcia su Roma di Benito Mussolini. Instauratosi il nuovo regime, Ciano ne sale uno a uno tutti i gradi: nel Governo Mussolini è sottosegretario per la Regia Marina e quindi commissario per la Marina mercantile, ottenendo la promozione a contrammiraglio. Nel 1924 è ministro delle Poste e comunicazioni.

A Roma Ciano diviene capo di una vera e propria dinastia familiare: i suoi due fratelli sono gerarchi, e suo figlio Galeazzo Ciano sarà – nel male o nel bene – un personaggio chiave del fascismo. Di Costanzo Ciano Emilio Venditti scrive: «I giornali dell’epoca lo descrivono come un abile politico, dal carattere fermo e deciso; un fine oratore, dal portamento nobile ed elegante, una personalità ricca di fascino indiscusso». Nel 1930 Ciano si imparenta col Duce, combinando le nozze tra suo figlio Galeazzo ed Edda Mussolini, figlia del dittatore. Nel 1934 Ciano è presidente della Camera dei Deputati, che di lì a breve diventa Camera dei Fasci e delle corporazioni.

La sua carriera sembra ormai arrivata in prossimità del vertice, quando il 26 giugno 1939, preannunciata da una rapida malattia, muore. Nei giorni che seguono gli viene intitolato di tutto: ospedali, scuole, strade. Anche l’IFACP non sfugge al sentimento collettivo, sostenuto dal regime, e viene presa la decisione di intitolargli addirittura una città, l’erigenda Borgata Ciano al Trullo.

I verbali dell’IFACP parlano di erigergli una statua commemorativa, proprio al centro della borgata. La statua al Trullo non ci arrivò mai, eppure se ne iniziò la manifattura, presso una cava di granito sull’Isola di Santo Stefano, in Sardegna, su tre blocchi monolitici che una volta assemblati dovevano raggiungere l’altezza di 9 m. Sono ancora oggi lì, incompiuti.

L’IFACP affida il progetto agli architetti Giuseppe Nicolosi e Roberto Nicolini (1907-1977, quest’ultimo padre del celebre uomo d’ingegno Renato Nicolini cui è dedicata oggi la biblioteca del Corviale), che peraltro sono già all’opera sul progetto da almeno tre anni.

Una relazione preliminare, redatta dal direttore dell’IFACP architetto Costantini, ne esalta la «gradevolezza dell’insieme, nel quadro tecnico della disciplina autarchica» e mette in risalto «la chiarezza e razionalità della lottizzazione; la ricchezza degli spazi intermedi aperti all’aria e al sole; la semplicità e ponderatezza negli effetti di massa».

Il progetto in effetti è di tipo semi-intensivo, con fabbricati di pochi piani ad elementi accoppiati o in serie aperta. La lottizzazione è ordinata e simmetrica, e l’esposizione delle case segue le buone regole dell’orientamento. Il progetto prevede, negli spazi intermedi, orti e giardini familiari.

Almeno stando alle dichiarazioni ufficiali le nuove case della borgata dovevano essere case provvisorie, in attesa di temi e sistemazioni migliori. Scrive a questo proposito Venditti: «L’estrema povertà di linee estetiche di queste case, molto simili a caserme e lo stesso materiale autarchico utilizzato, confermano l’iniziale intenzione». Eppure «la struttura abitativa della borgata è pensata come un insieme integrato di residenze, verde e servizi che ne fanno ancora oggi un modello di pianificazione del territorio e un esempio di edilizia popolare riuscita».

Il 1° settembre 1939 intanto la Germania invade la Polonia, provocando appena due giorni dopo l’entrata in guerra, contro la Germania, di Francia e Inghilterra. In Italia Mussolini ostenta con forza lo stato di «non-belligeranza», mentre il popolo plaude passivo.

Nell’establishment italiano invece sono tutti consci che l’inizio delle ostilità è prossimo, anche se non imminente. All’IFACP, il 6 settembre 1939, vengono appaltati in gran fretta i lavori per il Trullo. Si tratta di 336 alloggi (1155 vani in tutto), affidati alla ditta Zaccardi Armando per 9.100.000 di lire. Il contratto prevede, come clausola perentoria, l’ultimazione dei lavori in soli 7 mesi. Un rapido calcolo ci porta a leggere già in queste carte la previsione dell’aprile 1940 come data dell’ingresso in guerra dell’Italia (il ché avverrà effettivamente solo un mese dopo).

La ditta, nonostante qualche ritardo e manchevolezza che sul momento l’amor di patria impone di coprire come si può, riesce a completare l’impresa nel tempo stabilito. Venditti annota che l’edificazione avviene «in grande fretta ma con grande diligenza costruttiva».

Le prime case al Trullo vengono assegnate nella primavera 1940, praticamente in contemporanea con le altre case sorte nella borgata-gemella del Tufello, dall’altra parte di Roma.

Venditti dedica pagine di attenta analisi alle origini e vicende della comunità dei rimpatriati. Essi provengono soprattutto dalla Francia, ma anche dalle colonie francesi in Algeria, Tunisia e Marocco. Alcuni provengono dall’Egitto, allora sotto l’occupazione inglese. Altri ancora provengono dalla Grecia. Venditti ricorda che fino agli Anni Ottanta la lingua madre comunemente parlata nelle case è il francese, o in altre case l’arabo.

I rimpatriati hanno, come tratto unificante, quello di essere «passati attraverso la comune esperienza di lunghi anni di vita trascorsi in terra straniera, nella totalità dei casi sempre vissuta con dignità di comportamento e laboriosità, in ambienti spesso difficili e, talvolta, anche ostili». Venditti cita l’esempio dell’appellativo offensivo di «Macaronis» (letteralmente: Mangiaspaghetti), con cui i francesi erano soliti chiamare spregiativamente gli immigrati italiani. Nelle nazioni ospitanti essi svolgevano lavori duri e socialmente marginali, poiché «questa gente nella maggioranza dei casi era espatriata impreparata sia professionalmente sia culturalmente, per potersi inserire in posti più decorosi».

L’impatto dei nuovi arrivati con il Trullo è brutale. Scrive Venditti: «Dovette essere senz’altro amara la realtà per questi profughi, quando, dopo tante promesse e assicurazioni, si ritrovarono in quelle case popolari completamente tagliate fuori dalla città, e quasi tutti senza una occupazione». «Fu per molti un trauma dal quale non si riebbero mai; e incise in modo definitivo sul loro animo e sul loro morale».

Il primo problema da affrontare è di carattere economico, perché una volta consegnate le chiavi di casa l’aiuto del regime si limita a sussidi occasionali e pacchi alimentari o di indumenti. «I risparmi accumulati in lunghi anni di duro lavoro all’estero – ricorda Venditti – scemarono rapidamente per tutti. Si trattava di sopravvivere come si poteva». Eppure «l’esperienza di vita che questa gente aveva acquisito all’estero era tale da renderla tenace nelle difficoltà della nuova condizione, e disponibile all’adattamento nel nuovo ambiente; il quale se non era ostile (come talvolta capitava nelle nazioni appena lasciate) era però di quasi totale abbandono». «La Borgata Ciano si popolò così di gente in condizioni obiettivamente difficili e con uno stato d’animo deluso e sconfortato».

Eppure, osserva Venditti, «i rimpatriati dall’estero anche se venuti da paesi e nazioni differenti, costituirono all’inizio della vita della borgata quasi un ceppo unitario, sia di mentalità sia di costumi, tanto che le famiglie trovarono subito affiatamento e solidarietà reciproca, fraternizzando in modo esemplare». Il motivo, secondo Venditti, risiede «nei lunghi anni vissuti all’estero, a contatto con altri popoli e altre mentalità, che avevano arricchito la loro capacità di comunicazione». Fin dal primo momento – scrive Venditti – si creò un clima familiare che rese possibile quel tipo di rapporti sani e corretti, veramente degni di una popolazione di alto grado di civiltà».

Accanto al nucleo dei rimpatriati dall’estero, si aggiunge poco dopo una seconda comunità, costituita dalle famiglie romane cui il regime aveva ingiunto il trasferimento forzoso da altri quartieri in cui erano in atto le trasformazioni urbanistiche volute da Mussolini. Molti di essi provengono dall’attuale quartiere della Montagnola, dove il passaggio della nuova Via Imperiale (oggi Cristoforo Colombo) imponeva di non turbare l’occhio del viaggiatore con la vista, ai lati, delle baracche del quartiere. Da memorie popolari apprendiamo inoltre che al Trullo trovano sistemazione anche alcuni abitanti del borghetto di Santa Passera, allora sgomberato per compiervi la bonifica sanitaria.

Osserva Venditti che «l’inserimento e l’adattamento tra i primi due gruppi di abitanti fu del tutto naturale», soprattutto perché «le durissime prove della guerra cementarono la fratellanza tra queste famiglie, che avevano in comune il grande desiderio del ritorno alla pace e al benessere».

Al Trullo manca tutto, eppure sono presenti beni di assoluto lusso, che i rimpatriati hanno portato con sé dall’estero. Tanto per fare un esempio al Trullo tutti giocano al pallone, perché in ogni casa c’è almeno una palla di gomma, altrove introvabile. E le signore indossano capi confezionati con tessuti inglesi e francesi, considerati i migliori del mondo.

Questi oggetti hanno il nome popolare di «roba di prima», dove di prima non significa necessariamente «di prima qualità» ma st ad indicare la locuzione «di prima delle sanzioni». Questo termine va meglio spiegato. Alla fine del 1935 il Maresciallo Pietro Badoglio invade l’Abissinia, con una guerra rapida chiusa in soli 7 mesi, il 9 maggio 1936. In questa data viene proclamato l’Impero e le tre colonie sul Corno d’Africa (Somalia, Eritrea e Abissinia) vengono unificate nell’Africa Orientale Italiana. Eppure, gli Italiani hanno avuto ragione dei fieri abissini utilizzando terribili armi chimiche, messe al bando da un trattato internazionale. Inevitabile arriva la condanna della Lega delle Nazioni, cui seguono sanzioni economiche, che bloccano l’afflusso di molte materie prime e beni commerciali dall’estero.

Va detto che le sanzioni saranno molto blande e brevi, ma Mussolini ne farà un abile mezzo di propaganda inaugurando la «politica dell’autarchia», cioè la capacità di produrre sul suolo nazionale tutte le materie prime e di confezionarle secondo una moda nazionale. Un tipico esempio è il «formaggio italico», allora in voga.

E quando la materia prima proprio non c’è si fa ricorso ad una materia succedanea, da cui derivano i «prodotti surrogati». Un tipico esempio è nel caffè, venduto in chicchi fino al 1936, poi miscelato con percentuali sempre crescenti di cicoria o orzo, e poi del tutto sostituito dai surrogati. Una rapida indagine orale ci ha portato a sapere che al Trullo si beveva caffè fatto con i semi di orzo e avena tostati (amaro!) oppure maltati (un po’meno amaro), con la segale (amarissimo! e a detta dei Trullani imbevibile), con le radici della cicoria (dolciastro ma dal colore slavato, chiamato popolarmente «ciofeca») e con i fichi. Quest’ultimo era una bibita dolce assai apprezzata, perché veniva fatto in casa raccogliendo i frutti dei fichi non innestati a Montecucco. Sapeva ben poco di caffè, ma aveva il pregio del colore scuro, che salvava almeno le apparenze.

C’è una filastrocca molto conosciuta al Trullo che riguarda il re Vittorio Emanuele III di Savoia (re dal 1900 al 1946) e merita di essere ricordata: «Quando ero re bevevo caffè / Quando ero imperatore bevevo le cicorie / Se mi prendo pure un altro stato / non bevo più neanche il surrogato».

Altro aspetto che merita di essere ricordato è la presenza in borgata di 10 radio, alcune delle quali riuscivano a captare trasmissioni estere. Vi è anche una radio «pubblica», posizionata nell’unico bar al I lotto, da cui gli avventori ascoltano in piedi i roboanti bollettini di guerra, in cui si annunciano strabilianti successi sul fronte libico, pesanti perdite inflitte al nemico, e l’imminente ritirata degli Inglesi verso l’Egitto. Il resto delle trasmissioni alterna canzonette agli inviti pressanti ai cittadini a resistere virilmente alle privazioni, che la vittoria finale avrebbe miracolosamente cancellato. Ma la guerra-lampo intanto non è che all’inizio.

La radio racconta intanto, ai cittadini del Trullo, l’eroica vicenda degli Italiani sull’Amba Alagi.

Il serraglio di Amedeo, dove resisterà dal 17 aprile al 17 maggio 1941 è l’amba Alagi. Al suo comando 7000 uomini, di cui 3000 indigeni. I militari italiani sono soprattutto carabinieri e avieri. Il generale Cunningham, con superiorità di mezzi e forte di 39 mila uomini, cinge d’assedio l’Amba Alagi. Gli Inglesi gli danno il soprannome di «Iron Duke», il duca di ferro. Il valore degli Italiani è altissimo. E gli italiani devono fare i conti col razionamento delle munizioni, che inevitabilmente finiscono. Si aggiungono il freddo delle montagne, la mancanza di legna e viveri. Amedeo, il 14 maggio, ottiene dal Duce l’autorizzazione alla resa. Il negoziatore italiano, generale Volpini, appena uscito dall’Amba Alagi, viene massacrato con la sua scorta da truppe indigene.

Nel maggio del 1941, dopo undici mesi di strenua resistenza, la schiacciante superiorità degli Inglesi conclude sull’Amba Alagi la carriera militare di quest’uomo d’armi. Per il suo valore gli Inglesi gli concedono l’onore delle armi. Amedeo concede quindi l’autorizzazione agli ufficiali e agli indigeni ad abbandonare l’Amba Alagi. In segno di profondo affetto furono soltanto 15 gli uomini che abbandonarono il serraglio. Il 17 maggio Amedeo si arrende, ricevendo dai vincitori britannici l’onore delle armi ai superstiti, e il permesso, per gli ufficiali, di conservare la pistola d’ordinanza. Il 19 maggio Amedeo d’Aosta viene deposto, congeda il picchetto ‘onore con una cerimonia commovente e si consegna prigioniero.

Amedeo viene deportato in Kenya. Durante il volo aereo di trasferimento vuole l’aneddoto che gli venga concesso, per pochi minuti, di pilotare un aereo per l’ultima volta. Nell’insalubre campo di prigionia di Donyo Sabouk, vicino Nairobi, Amedeo vive in isolamento. Dal novembre 1941 manifesta i primi sintomi di malaria e tubercolosi. Muore il 3 marzo 1942. È sepolto nel sacrario militare italiano in Kenia, con 676 suoi soldati. Per la cronaca, l’ultima città italiana a cadere sarà Godar, espugnata nell’autunno 1941. Ma focolai di guerriglia italiana resisteranno almeno fino alla primavera 1943.

Riceve la Medaglia d’oro al Valor Militare, il cui documento ri conferimento ricorda: «Comandante superiore delle Forze armate dell’Africa Orientale Italiana, durante undici mesi di asperrima lotta, isolato dalla Madre Patria, circondato da nemico soverchiante per mezzi e per forze, confermava la già sperimentata capacità di condottiero sagace ed eroico. Aviatore arditissimo, instancabile animatore delle proprie truppe le guidava ovunque, per terra, sul mare e nel cielo, in vittoriose offensive, in tenaci difese, impegnando rilevanti forze avversarie. Muore l’anno successivo in prigionia, a soli 44 anni, e ora è sepolto a Nyeri nel Kenia. Assediato nel ristretto ridotto dell’Amba Alagi, alla testa di una schiera di prodi, resisteva oltre i limiti delle umane possibilità, in un titanico sforzo che si imponeva all’ammirazione dello stesso nemico».

Il primo giorno di storia comune degli abitanti del Trullo è forse proprio il 10 giugno del 1940. Gli abitanti vengono convocati in fretta e furia nel piazzale dell’odierna Scuola Collodi, per ascoltare un importante discorso del Duce. Gli altoparlanti diffondo il discorso radiofonico del dittatore, il quale dal balcone di Palazzo Venezia, annuncia l’entrata in guerra dell’Italia, al fianco della Germania, contro Francia e Inghilterra, con parole tristemente celebri: «La parola d’ordine è una sola – categorica e impegnativa per tutti -. Essa già trasvola e accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: Vincere! E vinceremo! ».

Il Trullo, appena popolato, si svuota rapidamente, con gli uomini validi impiegati al fronte. Alcuni però non vengono richiamati, e si tratta delle maestranze impiegate nella costruzione dell’EUR: Mussolini crede  in una brevissima durata della guerra, e Mussolini crede ancora di poter celebrare per tempo le cerimonie internazionali all’Eur del 1942. Le donne invece trovano occupazione tra i servizi cittadini. Gli anziani infine, riporta Venditti, «hanno tutti in donazione un piccolo lembo di terra da coltivare tra un fabbricato e l’altro dei vari lotti. Tutto l’attuale viale Ventimiglia era divenuto orto di guerra, come si usava chiamare questi spazi in quegli anni di sacrifici. La verdura, il grano e i cereali ricavati da questi orticelli servirono ad alleviare, almeno in parte, la grande fame di quei difficili momenti».

Il Duce del fascismo si reca personalmente a visitare la nuova borgata il giorno 27 ottobre 1940. È una domenica, piovosa e umidiccia, ed è anche la vigilia del 18° anniversario della funesta Marcia su Roma da cui l’avventura dittatoriale di Mussolini era cominciata. Conosciamo il resoconto di quella giornata grazie alla cronaca di Emilio Venditti, allora presente e poco più che bambino.

La giornata di Mussolini è densa di impegni, tutta dedicata alle nuove opere urbanistiche del regime: la mattina l’ispezione al Traforo del Gianicolo, poi il nuovo Ponte dei Fiorentini, che viene intitolato «Ponte Principe Amedeo Duca d’Aosta» e reca, tra i bassorilievi con aquile littorie, le incisioni circa la vicenda militare dell’eroe dell’Amba Alagi. Poi ancora il monumento equestre a Giorgio Scandenberg in piazza Albania, poi di corsa fuori Roma ai lavori di bonifica della pianura Pontina. Il pomeriggio è a Ostia, per inaugurare il Pontile Littorio, e infine, all’inaugurazione ufficiale della Borgata Ciano.

Mussolini incontra i rimpatriati in via Pitigliano, che era stata asfaltata in quei giorni come le altre strade del quartiere. Una foto dell’Istituto Luce mostra al suo fianco in camicia nera i gerarchi Bottai, De Bono, Starace, Muti e Navarra, che poco prima insieme alle autorità cittadine lo hanno accolto con il saluto romano. Insieme a loro c’è l’ingegner Alberto Calza Bini, presidente dell’IFACP, che incassa l’encomio del Duce per aver edificato la borgata rigorosamente nei tempi prescritti.

La popolazione della borgata è stata caldamente invitata con congruo anticipo a scendere per strada ad acclamare l’illustre visitatore. L’indomani la cronaca de «Il Popolo d’Italia» riporta che il Duce viene «ardentemente acclamato dal popolo» in un incontro «fervido e fecondo», con «il prorompente tripudio di cuori delle camicie nere che gli formavano attorno un granitico quadrato».

Proprio in quei giorni è in corso la «settimana autarchica per l’abbigliamento maschile», in cui si invitano gli uomini a risparmiare stoffa: con novembre ormai alle porte i trullani sono tutti in pantaloni corti e mostrano al Duce l’autarchico «maschio portamento, giovanile e disinvolto». Racconta Venditti: «Tutti i ragazzi delle scuole, i giovani avanguardisti, i balilla, i figli della lupa, agitando fez e bandierine tricolori al canto degli inni fascisti, fecero ala al passaggio del Duce, il quale, in divisa e stivali, con passo deciso e autoritario, percorse a piedi alcune strade della borgata. Fermatosi in via Pitigliano, tra il terzo e il quarto lotto, dopo aver esaminato il progetto del complesso edilizio mostratogli dai tecnici, entrò in alcuni appartamenti per rendersi conto di persona di come fossero sistemati gli interni di queste case». Il Duce, giunto ormai all’ultimo appuntamento di quella impegnativa giornata, si sofferma a lungo e cordialmente disteso a parlare con le famiglie dei rimpatriati, visitando alcune case al IV lotto, e ispezionandone in particolare i bagni e le cucine.

Venditti riporta a questo proposito un aneddoto, che possiamo considerare verosimile. Un abitante, in servizio come trombettiere in Marina, è incaricato di seguire il Duce, suonando l’Attenti! al suo passaggio, e potendo quindi sentire ogni sua parola. Il trombettiere afferma che Mussolini ebbe modo di richiamare a quattr’occhi i costruttori, rimproverandoli aspramente, e dicendo loro che le case del Trullo somigliano «più a caserme che ad abitazioni civili»: le cucine e i bagni hanno dimensioni insufficienti per le famiglie numerose cui sono destinati.

C’è anche un altro aneddoto, che riguarda un abitante, conosciuto come un ardente fascista: le autorità, per timore che potesse eccedere in inconsulte manifestazioni di entusiasmo, lo fecero imprigionare in uno scantinato qualche ora prima, rilasciandolo poche ore dopo. L’abitante non perdonò mai le autorità di averlo rinchiuso in quello che considerava l’appuntamento più importante della sua vita. Al di là dell’aneddoto riporta Venditti che ad essere fermati per precauzione in quella giornata furono davvero in molti, perché non tutti i beneficiati dal regime ne erano anche simpatizzanti.

Esattamente 24 ore dopo qul caldo incontro, nota Venditti, Mussolini è a Firenze, dove si incontra col Fuhrer Adolf Hitler per discutere degli aspetti militari della guerra.

E intanto la vita in borgata prosegue, tra speranze e privazioni.

Arriva così l’anno 1942. E si devono fare i conti con i razionamenti degli alimenti di prima necessità e le lunghe file davanti alle poche botteghe quasi sempre vuote. In quegli anni al Trullo le guardie a cavallo sono di casa, perché non di rado davanti alle botteghe ci sono dei tafferugli. Soprattutto la bottega del carbonaio, situata in uno scantinato al IV lotto. Al Trullo pesa tantissimo non solo il freddo, ma anche l’umidità. «Gli anziani del quartiere e quelli che erano ragazzi in quell’epoca, non hanno certamente dimenticato quei lunghi, dolorosi anni del conflitto», scrive Venditti.

«Non c’erano problemi di linea per le signore a quei tempi! Per la quasi totale mancanza di grassi, , gli obesi erano scomparsi».

Alcuni generi merceologici considerati «voluttuari» sono introvabili. Come le scarpe: «Le partitelle che i giovani disputavano sui prati adiacenti ai caseggiati avvenivano tutte a piedi scalzi, con memorabili sbucciate ai piedi quando malauguratamente invece della palla si colpiva una pietra».

«Bisogna riconoscere che fino al 1943 la vita nel quartiere Costanzo Ciano fu abbastanza tranquilla», scrive Venditti. «L’ordine e la disciplina, come è facile immaginare, erano severamente imposti e ottenuti, mentre le privazioni alle quali erano chiamati gli abitanti erano sopportate con dignità. Riguardo l’aspetto esteriore il quartiere, nel suo insieme, appariva decoroso: la pulizia, i giardini, il silenzio, erano rispettati; in poche parole, il livello civile di questa gente era alto».

Eppure, nonostante l’enfasi degli speaker radiofonici nell’annunciare i successi italiani in terra d’Africa, già a metà del 1943 si comincia a capire che la situazione militare non è del tutto rosea. I rimpatriati non hanno mai del tutto interrotto i contatti con l’estero, e da lì provengono ben altre notizie: «Si profilava un terribile rovescio militare, con la bruciante sconfitta». È nell’estate 1943 però che gli eventi precipitano e nemmeno la propaganda di regime riesce più a «metterci una pezza». In rapida sequenza  al Trullo si viene a sapere della débacle italiana in Libia, a cui segue lo sbarco alleato in Sicilia e, in quel terribile 19 luglio, il bombardamento del quartiere romano di San Lorenzo. Tutti ricordano, come un dramma personale, il pianto collettivo di fronte alla notizia di San Lorenzo in macerie. Al Trullo tra l’altro le bombe fanno discretamente paura anche per un altro motivo: la borgata ricade nella frazione Magliana, e non beneficia quindi della almeno teorica immunità dalle bombe di «Roma città aperta».

Il 25 luglio del 1943 si consuma la fine del potere fascista. Ironia della sorte uno dei protagonisti della giornata è Galeazzo Ciano, genero di Mussolini e figlio di Costanzo Ciano cui la borgata è intitolata. Galeazzo si trovò a votare, in quel 25 luglio, la mozione di sfiducia a Mussolini nel Gran consiglio del fascismo, che ne determinò la caduta e la nascita del nuovo governo del generale Pietro Badoglio, che porterà rapidamente l’Italia verso l’armistizio. Per il suo voto al Gran Consiglio Galeazzo Ciano sarà accusato di alto tradimento, e finirà fucilato l’anno seguente dai fascisti.

E il nome «Ciano» – padre o figlio che sia – si fa in un attimo pesantissimo: i vecchi detentori del potere ce l’hanno col figlio, i nuovi col padre. Senza solennità, e senza che sia occi possibile ricostruire il passaggio amministrativo, la borgata Ciano muta nome e diventa «Borgata Duca D’Aosta».

Amedeo di Savoia, principe ereditario del Ducato d’Aosta, è un personaggio notissimo, al Trullo come altrove, per l’eroica sconfitta all’Amba Alagi e la morte da deportato in Kenya. Amedeo nasce a Torino il 21 ottobre 1898. Cresce in Inghilterra e, al ritorno in Italia a 15 anni, viene avviato alla carriera militare. È uno studente anticonformista e gentiluomo, che ordina ai compagni di dargli del tu e omettere il titolo di «Altezza reale», e che, a 16 anni, allo scoppio della Grande guerra, si arruola come fante in artiglieria. Viene spedito in prima linea sul Carso, guadagnando sul campo il grado di tenente.

A guerra finita si imbarca per la Somalia italiana al seguito dello zio esploratore, Luigi Amedeo duca degli Abruzzi, lungo il fiume Uebi Scebeli. Tornato in Italia, risulta fatalmente inadeguato alla permanenza a corte. Riparte per l’Africa, rimanendovi questa volta quattro anni.

Di nuovo in Italia nel 1925, chiarisce da subito i rapporti con il regime fascista: vicino quanto basta da non apparire un oppositore, lontano quanto basta da non rimanerne invischiato: perché il fascismo non è affare da principi. Ottiene il brevetto di pilota d’aerei e, inviato in Libia, guadagna una medaglia d’argento per le ardite azioni in volo. Intanto si laurea in Legge a Palermo, con una tesi dedicata agli aspetti morali del colonialismo: l’imposizione della sovranità straniera su una popolazione indigena si giustifica solo per il miglioramento delle condizioni di vita dei colonizzati. Nel 1927 si sposa con Anna di Francia (Borbone-Orléans), da cui avrà due figli ma viene tenuto a distanza di sicurezza dalla corte, nel dorato esilio di Trieste, dove intanto sale i gradi più alti dell’Aeronautica: comanda il IV stormo dei caccia di base a Gorizia, poi la Brigata aerea e infine la Divisione Aquila. Nel 1935, con l’invasione italiana dell’Abissinia, Amedeo chiede di andare al fronte.

La risposta del Re è negativa. La corte  ha un piano, neanche troppo celato, per sbarazzarsi di Amedeo collocandolo come re su uno dei troni minori d’Europa. Si pensa prima alla Spagna, dove al termine della guerra civile i franchisti potrebbero avere bisogno di un re-fantoccio; oppure in Ungheria, dove il trono è vacante. La quadratura del cerchio si trova nel 1937, conferendogli il trono di viceré d’Etiopia.

In Etiopia Amedeo trova una situazione completamente fuori controllo: infuria la guerriglia e ristabilisce un relativo ordine esercitando con durezza anche la carica di «governatore». Ad Addis Abbeba, la capitale, riveste in maniera encomiabile con valore il ruolo di «monarca illuminato»: costruisce infrastrutture, dota la città di un piano regolatore e di una invidiabile linea ferroviaria, fa costruire piste camionabili verso le altre città abissine. L’occupazione italiana durerà in tutto cinque anni.

Nei mesi successivi all’entrata dell’Italia nel Secondo conflitto mondiale le truppe britanniche penetrano progressivamente nel Corno d’africa italiano, e già dal 1941 sottraggono a Amedeo posizioni importanti. Giunte ad Addis Abeba, Amedeo prende la decisione coraggiosa di evacuare la capitale, e organizzare l’ultima resistenza italiana sulle montagne etiopi. Braccato e asserragliato all’Amba Alagi incontrerà, dopo una valorosissima resistenza, il suo destino di sconfitta. Morirà di stenti durante la deportazione in Kenya.

Nella notte tra l’8 e il 9 settembre 1943 alla Magliana succede il finimondo: la radio ha diffuso la notizia che l’Italia ha tradito passando al Fronte alleato, e i Tedeschi scatenano la loro rabbiosa reazione, occupando militarmente Ponte della Magliana, e di lì avanzano verso Roma. I Granatieri di Sardegna, nella difesa del Ponte, scrivono una pagina gloriosa della nostra storia e riportano 38 caduti: ne parliamo in dettaglio nella monografia sul Ponte della Magliana.

L’indomani i Tedeschi occupano il Trullo. Prendono possesso del Genio militare, e poco dopo insediano il comando di zona a Villa Serenella, su via di Affogalasino.

Nell’immediato vengono posizionate due batterie antiaeree nelle alture che circondano la valle del Trullo: una in un vecchio casolare su Monte Cucco, e un’altra al Monte delle Capre. A quanto pare la contraerea ha un peso più psicologico che reale. Scrive venditti: «Le postazioni antiaeree immancabilmente entravano in azione ma, data la loro modesta portata, non impensierirono mai gli aerei inglesi e americani che, ad ondate successive, passavano ripetutamente e indisturbati su questa zona. Il sordo e cupo rumore di questi apparecchi da bombardamento, che viaggiavano ad altissima quota, creava in tutti un indicibile senso di smarrimento e di terrore».

Le sirene annunciano le incursioni aeree alleate, sempre più frequenti. L’obiettivo in realtà non è la borgata, ma la vicina ferrovia, con annessa stazione e impianto elettrico. La data terribile è quella dell’11 maggio 1944 (le 9,30 del mattino), quando una bomba colpisce una delle due palazzine-ferrovieri. Il tragico bilancio è di 7 morti e un numero notevole di feriti. Quattro di essi appartengono alla famiglia Lancia, e due di essi sono bambini. La memoria popolare conserva ancora il ricordo dello sforzo corale per rimuovere le macerie, strappando alla morte i sopravvissuti o consegnando le salme alla pietà dei defunti.

La «bomba» segna un cambiamento di vita per gli abitanti del Trullo. Scrive Venditti: «Da quel giorno molti abitanti della borgata si rifugiarono nel ricovero sotto la collina di fronte alle case popolari, per uscirne soltanto dopo la Liberazione». Il ricovero è una cavità sotto la collina di Monte delle capre. È costituito, internamente, da una struttura in cemento armato, che viene descritta come in grado di resistere anche alle bombe di alto potenziale. Vi sono tre uscite, più un certo numero di comignoli per la luce e l’aria. Scrive Venditti: «La gente accorreva in massa al rifugio antiaereo ogni volta che il sibilante e sinistro suono della sirena si faceva sentire. Ma mai che si fosse riusciti a prevenire e avvertire in tempo la popolazione dell’avvicinarsi degli aerei! L’allarme suonava sempre quando le formazioni degli aeroplani erano già sul cielo della borgata! ».

Quello cominciato «con l’armistizio dell’8 settembre 1943 – scrive Venditti – è per la Borgata Duca D’Aosta l’anno più critico della sua storia». Venditti descrive il clima del Trullo occupato di quei giorni: «La popolazione vive in un clima di grande paura, e tra difficoltà sempre crescenti. Basti ricordare che la razione giornaliera del pane era scesa a 100 grammi a persona, l’oscuramento e il coprifuoco erano rigidamente imposti e le notizie della stampa, portate dal Portuense da un giornalaio-ciclista, annunciavano che il fronte si avvicinava sempre più a Roma».

Man mano che i giorni passano il numero di generi alimentari disponibile con la terresa annonaria nei si riduce. Il sale per esempio scompare del tutto.

Racconta Venditti che invece circolano le uova, perché ogni famiglia alleva in casa almeno una gallina, trasformando un angolo della casa in pollaio con una semplice scaletta appoggiata al muro, con le galline tutte poggiate sopra i pioli. Di giorno le galline, sorvegliate a vista, venivano portate a sgranchirsi le zampe razzolando in piccoli recinti negli spazi condominiali. «Si poteva così ogni tanto assaggiare la coscia di un polletto arrosto, altrimenti introvabile nei negozi, dove era tutto tesserato. Durante gli anni della guerra, gli abitanti della borgata venivano svegliati ogni mattina di buon’ora dal canto dei galli, che da quasi tutti gli appartamenti facevano sentire il loro chicchirichì. Le uova diventano così una sorta di moneta parallela, non disdegnata persino dai militari tedeschi, che scambiavano facilmente con le uova il «pane nero» di segale in filoni.

Alla «borsa nera» si trova anche il latte e la farina, prodotto nelle campagne circostanti. Gli ortaggi si trovano a fatica, perché nelle campagne non si fa in tempo a coltivare che il raccolto viene razziato da gente affamata ancora prima di arrivare a maturazione. Scrive Venditti: «Gli ortolani delle campagne erano premuti dalla popolazione affamata, e alcuni vendevano perfino i cereali destinati alla semina».

Al Trullo arriva improvvisa la notizia dello sbarco alleato ad Anzio. Euforia e delusioni si alternano: gli alleati stabiliscono la testa di ponte senza essere ributtati a mare, eppure sono circondati e non riescono ad uscire da quel cul-de-sac. Annota Venditti che «dalla Borgata Duca D’Aosta di notte si sentiva distintamente il cupo rombo del cannone e i continui martellanti bombardamenti di quella micidiale battaglia».

Un clima di scoramento generale intanto invade la borgata. Si pensa che Roma non verrà ceduta dai tedeschi se non dopo una difesa a oltranza, e al prezzo di un bagno di sangue. Gli abitanti sanno, dalle radio straniere, cosa era successo a Leningrado, martoriata da un interminabile assedio, o a Varsavia, rasa al suolo dalle bombe. Si confida nel ruolo di mediatore del Papa, che lavora per un abbandono incruento della capitale da parte delle truppe tedesche, ora che gli Americani, usciti finalmente dalla testa di ponte di Anzio e congiuntesi con quelle già sbarcate a Salerno, si dirigono faticosamente a liberare Roma.

Fatto sta che invece, le parole di Pio XII vengono ascoltate, e già da fine maggio 1944 le truppe tedesche abbandonano ordinatamente la città. Al Trullo l’evacuazione inizia il 31 maggio, per concludersi il 2-3 giugno, e ne parliamo più in dettaglio nella monografia sul Genio. Ci sono momenti di paura, e disordini, di cui si sa ben poco perché la popolazione vive questi giorni rinchiusa nel rifugio antiaereo. Si sa che nella notte tra il 3 e il 4 giugno il quartiere è avvolto in un irreale silenzio. Alcuni ardimentosi si spingono fuori dai rifugi e vanno al Genio: i Tedeschi se ne sono andati.

Il 4 giugno, di primo mattino, esplode la festa. Le avanguardie del Generale Clark entrano a Roma. La popolazione del Trullo tripudia. Alcuni uomini e donne, piangenti di gioia, raggiungono a piedi il Vaticano, per rendere grazie riconoscenti all’intervento del pontefice che ha risparmiato la città. Annota Venditti: «si trattò della fine di un incubo, l’inizio di un periodo di rinascita e di speranza».

Non mancano in borgata alcuni disordini, come l’assalto alla tabaccheria e alcune devastazioni nelle case dei simpatizzanti del fascismo. «La grande paura comunque – chiosa Venditti – era passata; bisognava ora pensare a recuperare la tranquillità per ricostruire in pace, dopo tante sofferenze, una nuova società in un mondo migliore».

 

Caduti del Trullo

 

Il Monumento ai Caduti del Trullo è un piccolo sacrario a ricordo degli abitanti della borgata che hanno perso la vita, in nome della Libertà, nella II Guerra mondiale. In un giardinetto delimitato dalle ogive di quattro bombe inesplose è posta la statua di Santa Caterina da Siena con i tradizionali simboli del martirio: la croce, la palma e la ruota spezzata. Sul basamento sono incisi i nomi di Nino Costanzi (deportato in Germania), Vittorio Arcese (caduto in Libia) e di altri 25 militari, con la dedica «Ai gloriosi caduti». Il monumento insieme alla Scuola Collodi è forse uno dei luoghi-simbolo della borgata ed è conosciuto col nome popolare di «Milite ignoto». Per consuetudine onora anche la memoria del partigiano Giuseppe Testa, dei Granatieri del Ponte della Magliana e dei «Soldati francesi del Trullo».

Conosciamo le vicende che hanno portato all’edificazione del piccolo sacrario del Trullo, e le vicissitudini di alcuni dei nomi incisi nel marmo, grazie alla ricerca storica del professor Emilio Venditti.

Dopo la Liberazione – riferisce lo studioso – un’euforia generale avvolge la città, e con essa il quartiere del Trullo. Anni di misurata sopportazione delle miserie lasciano improvvisamente il posto ad una gioia e una speranza finalmente libere di esplodere. Grande è la felicità, ad esempio, dei coniugi Pieroni del II Lotto, genitori di quattro figli maschi partiti per la guerra, tornati tutti e quattro a casa uno dopo l’altro: «irriconoscibili dopo tanti anni di vita militare», racconta Venditti, ma in piedi sulle loro gambe. Per loro «ci fu una autentica gara di solidarietà tra tutti i cittadini per offrire a questi scampati un pranzo e fare festa presso la Trattoria dei Tre Pini».

Sono molti però quelli che tornano al Trullo invalidi o mutilati, anche a distanza di molti anni (è il caso dei prigionieri in Africa, Russia o addirittura in India). E ci sono molti altri, invece, che al Trullo non torneranno mai. Si tratta di militari dalle storie molto diverse tra loro: partiti per la Libia, la Russia o l’Europa orientale; o sbandati dell’8 settembre morti per fucilazione o nei campi di lavoro.

Per onorarne collettivamente la memoria è stato realizzato, a guerra finita, al I Lotto del Trullo, un piccolo monumento che ne conserva i nomi e ne ricorda del sacrificio. Il piccolo sacrario si trova nello spazio aperto che precede il I Lotto, di fronte alle Suore del civico 372 di via del Trullo. La catena che cinge il monumento è retta, ai quattro angoli, da altrettante ogive di bombe inesplose. Il monumento consiste in una semplice statua in stucco, che rappresenta Santa Caterina da Siena, con i capelli sciolti e una corona in testa, vestita con il saio. La Santa porta al petto il Crocifisso e, con l’altra mano, sostiene un ramo di palma. Ai suoi piedi l’attributo del martirio, una ruota spezzata.

La statua è posta su un basamento a sbalzo in travertino, su cui sono incisi i nomi di 27 caduti con la semplice epigrafe «Ai gloriosi caduti della Borgata Trullo Magliana». A differenza del monumento ai Caduti della Parrocchietta i nomi dei caduti non sono qui messi in ordine secondo il grado militare, ma in semplice ordine alfabetico. Essi sono: Vittorio Arcese (caduto in Libia), Luigi Achille, il caporal maggiore Romeo Bonetti, Antonio Bosas, Antonio e Michele Barilli, Giovanni Cacchiata, Giovanni Costanzi (deportato in Germania), il caporal maggiore Ferdinando Cittadini, il sergente Rinaldo Cabas, il caporale Antonio De Vito, Augusto Di Marzio, il caporale Luigi D’Andrea, Giovanni Giovagnoli, Eduardo Gusella, Aldo Ioli, Ivo Merighi, il sergente Aldo Marinacci, Angelo Mazzola, Giuseppe Palma, Luigi Simeoni, Francesco Spanicciati, Lorenzo Sessarago, Ennio Schiavetti, Domenico Tabolacci, Ernesto Valori e il caporale Blandino Vignarelli.

Giovanni Costanzi, conosciuto nel quartiere col diminutivo di Nino, è «un bel giovane amato e stimato in tutto il quartiere» (Venditti), arruolato non ancora ventenne, in servizio come militare nel Nord Italia.

Dopo l’8 settembre Costanzi rifiuta di arruolarsi fra le truppe della Repubblica di Salò: catturato dai Tedeschi viene deportato in Germania nel campo di concentramento di Moosburg (vicino Monaco di Baviera), dove muore il 12 ottobre 1944. Venditti ne racconta la fine con mestissime parole: «Per la Germania si profilava il crollo politico-militare e tutto l’apparato industriale, per evitare il tracollo, doveva produrre al massimo. Buona parte della mano d’opera era reclutata tra i prigionieri di guerra, quindi anche italiani. Il fisico di questo nostro giovane, però, come accadde a milioni di altri internati nei campi di concentramento, non resistette agli sforzi sovrumani che gli venivano imposti, per cui, malnutrito e senza cure, crollò fisicamente oltreché moralmente. In pochissimo tempo le infiltrazioni polmonari portarono alla morte Nino Costanzi».

In una commovente lettera il cappellano militare di Moosburg ha raccontato alla famiglia la vita di Costanzi nel campo di concentramento: «vinto dagli stenti, dalla fame e dalla tubercolosi contratta in quei disumani campi nazisti». Solo tempo dopo la famiglia riceve anche una fredda raccomandata dal Ministero della Guerra, che ne confermava le circostanze della morte con la formula di rito «per deperimento organico generale in seguito a tubercolosi».

Vittorio Arcese è un giovane operaio, da poco sposato e padre di due figli, reclutato nel 1942 e inviato a combattere in Africa. Muore nel 1943, nella regione libica della Tripolitania.

Anche qui una gelida comunicazione ministeriale informa la vedova che la morte di Vittorio Arcese, avvenuta tra Bengasi e Tripoli, durante un’operazione di trasferimento di truppe e materiali. Nelle comunicazioni ministeriali vi è una codifica, che purtroppo è oggi stata decifrata: così come la formula «per deperimento organico» indicava che il caduto «era morto di fame», allo stesso modo la formula «durante il trasferimento» indica che il caduto è saltato in aria su una mina. La salma di Vittorio Arcese, rimasta per anni in un cimitero libico, è potuta rientrare in Italia nel 1970.

Non conosciamo le vicende personali degli altri 25 soldati ricordati nel monumento del Trullo. Eppure «ai piedi del simulacro – ricorda ancora Venditti – una sconosciuta mano pietosa depone talvolta un mazzo di fiori di campo; un gesto umile che perpetua il ricordo». Quanto scritto dal Professor Venditti, negli Anni Ottanta, corrisponde al vero ancora oggi. E anzi il monumento conserva oggi il nomignolo popolare di «Milite ignoto» ed è finito per diventare, al di là dell’origine prettamente militare, un monumento alla memoria corale di tutte le vittime del quartiere, e al dolore patito da tutte le sue famiglie per i propri figli – in divisa o senza la divisa – caduti per la libertà della Patria, o semplicemente vittime innocenti della barbarie della guerra. Il quartiere ricorda qui ad esempio anche i civili vittime dei bombardamenti, o anche dei mitragliamenti aerei a bassa quota.

L’8 settembre non manca mai la corona a ricordo dei 38 militi appartenenti al I° Reggimento dei Granatieri di Sardegna caduti nel 1943 nella Battaglia per il Quinto Caposaldo (di essi parliamo diffusamente nella monografia sul Ponte della Magliana).

E ancora viva è la memoria del diciannovenne impiegato del Genio Giuseppe Testa, divenuto partigiano e comandante militare della Brigata Marsica: fu Medaglia d’Oro della Resistenza (anche di lui parliamo, diffusamente, nella monografia sul Genio).

Indossavano infine una diversa divisa, quella degli eserciti alleati, i militari francesi giunti al Trullo all’indomani della Liberazione di Roma, avvenuta il 4 giugno 1944. Il rapporto degli abitanti con i Liberatori è ben diverso da quello intrattenuto con i feroci occupanti germanici. «L’accampamento alleato – ricorda Venditti – si trovava al Castello della Magliana». Ma al Castello dimorano soprattutto gli ufficiali, mentre la truppa viene alloggiata ai fabbricati all’VIII e X Lotto, ancora in costruzione. In particolare «una compagnia di paracadutisti francesi si accampa nel fabbricato della scuola elementare tenuta dalle Maestre Pie dell’Addolorata in via Sarzana, e vi resta circa due mesi». Molti abitanti della borgata, molti dei quali nati in Francia e rimpatriati frettolosamente nel 1940, tornano così a parlare con i liberatori una lingua familiare. Fra di loro molti bambini, tra i quali lo stesso Venditti, originario di Marsiglia, che ricorda le barrette di cioccolata o la marmellata ricevuti in dono.

All’incirca a metà luglio per il contingente francese arriva però l’ordine di interrompere questa inattesa vacanza romana, e partire per la missione più difficile della guerra, la Battaglia di Normandia.

È probabilmente in questo contesto che due militari – il sergente maggiore Gabriel Courrier e il suo compagno d’armi Paul Teyssier – chiedono di visitare le Catacombe di Generosa, cosa che avviene il 17 luglio 1944. Essi, alla luce di torce militari, si spingono sin nelle gallerie più profonde della catacomba. Si raccolgono quindi in preghiera, e incidono a matita i loro nomi su una tegola di copertura. Paul Teyssier, in un riquadro di piccole dimensioni, incide il monogramma AM (Ave Maria), il cristogramma chi-rho e un lis-de-France (emblema della nazione francese), preceduti dalla sigla AMDG (Ad maiorem Dei gloriam) e accompagnati dalla toccante invocazione: «Saints Martyrs, protégez ma mère» (Santi Martiri, proteggete mia madre). Il suo compagno, sulla stessa tegola, incide: «J’ai visite cette catacombe le 17/7/1944. Sergent chef parachutiste Courrier Gabriel». Venditti spiega questa epigrafe, che è insieme documento storico e testamento spirituale: «Avevano scritto i loro nomi e quella invocazione, come fanno talvolta i pellegrini sulle pareti dei santuari. Toccante è l’invocazione di quel giovane militare che inconsapevole dell’imminente dramma, raccomanda ai Santi Martiri la sua mamma lontana».

Venditti racconta anche come finisce la vicenda dei parà francesi: «Si seppe che la missione di guerra finì tragicamente, con l’annientamento di quasi tutta la compagnia. Fu un’ecatombe».

 

Istituto dei Sacri Cuori

 

L’Istituto dei Sacri Cuori è un orfanotrofio, oggi scuola elementare e sede della omonima congregazione religiosa. L’orfanotrofio si costituisce nel 1896 a Pola (in Croazia) per opera di Madre Rosa D’Orazio, fondatrice insieme con Madre Rosa Rosato delle Suore dei Sacri Cuori. Investito dalla tragedia giuliano-dalmata, nel 1947 l’orfanotrofio si trasferisce al Trullo, in un caseggiato rurale progressivamente ampliato. In esso si trovano oggi la Casa generalizia delle Suore missionarie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, il noviziato, la scuola materna ed elementare dei Sacri cuori, e la cappella. L’Istituto fa parte della Parrocchia San Raffaele, insieme con la chiesa parrocchiale e le Ancelle di Cristo Re.

Rosa Rosato nasce a Lanciano (Chieti) nel 1858, da una famiglia di proprietari terrieri, terza di dieci figli. Nel 1884 entra come novizia della «Pia unione delle Serve Infime dei Sacri Cuori» di Lanciano, prendendo l’anno seguente i voti religiosi.

La Pia unione è allora una delle tante associazioni di vita consacrata sorte a fine Ottocento col sostengo diretto della Santa Sede per la devozione al Sacro Cuore di Gesù: dove il Sacro Cuore è l’«espressione dell’amore personale di Dio-Padre per l’uomo», declinato sul piano pratico dall’intervento della Chiesa nella realtà sociale del tempo in favore dei bisognosi, attraverso l’assistenza materiale a indigenti, infermi, orfani e fanciulle nubili. Nel febbraio 1886 Suor Rosa è inviata a Roma insieme ad un’altra consorella, per aprirvi una filiale della Pia unione di Lanciano. Ottenuta l’approvazione vicariale Suor Rosa prende in affitto una camera ammobiliata al civico 10 di via della sagrestia, e inizia una prodigiosa opera di assistenza.

In quello stesso anno entra nella Pia unione una seconda novizia di nome Rosa, Rosa D’Ovidio, nata nel 1857 a Lanciano da una modesta famiglia di tessitori. Nell’aprile 1886 la novizia raggiunge Suor Rosa a Roma, per sostenerne l’opera, e tra le due Rose si instaura una profonda comunione spirituale, cementata dal quotidiano operare nella carità. Rosa D’Ovidio prende i voti nel 1888 e in breve si ritrova a dirigere la Casa di Roma come madre superiora, lasciando a Suor Rosa Rosato libertà d’azione per organizzare su scala più vasta un complesso sistema di assistenza in tutto il Regno di Italia. Le due Rose, «dal carattere mite e forte insieme, proiettate nel futuro della loro epoca», prendono a modello nella loro vita consacrata le due figure di Gesù e Maria, e in particolare la cosiddetta «oblazione al Padre», cioè la dedizione incondizionata alla volontà del Padre.

Succede tuttavia nel 1892 che la Pia unione di Lanciano entra in contrasto con le autorità ecclesiastiche e viene improvvisamente sciolta: le due Rose, orfane di una famiglia spirituale di appartenenza, chiedono e ottengono il sostegno vicariale per poter proseguire nell’opera di assistenza, costituendo da allora una autonoma realtà ecclesiale, che prende il nome di «Suore dei Sacri Cuori di Gesù e Maria».

Nel dicembre 1896 Suor Rosa D’Ovidio parte con alcune consorelle per fondare una nuova comunità a Pola, in Istria. Pola in quello scorcio di fine secolo è un grande cantiere, perché l’Impero di Austria-Ungheria, dopo aver perduto Venezia nel 1866, ha intrapreso a Pola la costruzione del più grande porto-arsenale del Mediterraneo. In breve il numero degli abitanti triplica e con essi sale anche il numero delle «figlie di nessuno», per le quali si è resa necessaria la costruzione di un orfanotrofio femminile.

Il vescovo di Pola accoglie Suor Rosa D’Ovidio con affetto, ammirandone «il buono spirito, la perspicacia, l’intraprendenza, la fermezza, la coscienza del proprio ruolo». Suor Rosa D’Ovidio da parte sua dedicherà alla costruzione dell’orfanotrofio e alle opere di carità in Istria il resto della sua vita.

La congregazione delle Suore dei Sacri Cuori intanto cresce, con l’apertura di nuove case. Nel 1911 si tiene il Primo capitolo generale, nel quale le madri superiori di tutta Italiano nominano madre superiora generale Suor Rosa Rosato, che guiderà l’istituto nei successivi trent’anni. Intanto Suor Rosa D’Ovidio prosegue il suo apostolato istriano, mentre Pola dal 1918 diventa una provincia italiana. Nel 1930, quando le forze fisiche non le consentono più di proseguire, la religiosa si ritira in preghiera nell’Isola di Cres, morendo poco dopo. Dieci anni dopo, nel 1940, si spegne a Roma anche Suor Rosa Rosato.

Siamo ormai entrati negli anni terribili della Seconda guerra mondiale. Nelle ultime fasi del conflitto l’esercito popolare yugoslavo del Maresciallo Tito occupa progressivamente i territori di frontiera abbandonati dalla RSI (Repubblica Sociale Italiana): una dopo l’altra Zara, Pola, l’intera Istria, il Carso triestino e goriziano e l’Alta valle dell’Isonzo cessano di essere italiane. In questi territori si verificano, nei confronti delle popolazioni di lingua italiana, confische, rappresaglie violente ed eccidi. Chi può fugge; per chi non può c’è lo spettro orribile delle Foibe.

L’orfanotrofio di Pola viene investito dalla tragedia: le religiose e la cinquantina di bambine ospiti inscatolano in fretta i pochi effetti personali, sotto la minaccia di una sciagura imminente. Abbiamo ritrovato una pagina di giornale del 5 febbraio 1947, che documenta l’evacuazione dell’orfanotrofio: «Il supremo sacrificio di Pola sta per compiersi. La città è divenuta quasi deserta. Gli ultimi suoi cittadini si apprestano ad abbandonare terre, abitazioni, tutto quanto essi avevano accumulato in lunghi anni di lavoro. Interminabili colonne di profughi si avviano verso il porto, recando seco solo quel poco che consente il precipitare degli avvenimenti. C’è una grande angoscia nei cuori. Un altro contingente di profughi è giunto a Trieste da Pola: con gli altri sono arrivati pure 46 orfani dell’Orfanotrofio del Sacro Cuore, accompagnati da alcune suore. I bimbi sono stati ospitati provvisoriamente al Silos, in attesa di essere inviati in qualche altra città italiana».

L’«altra città» è Roma, da dove cinqunant’anni prima l’avventura istriana di Suor Rosa D’Ovidio aveva avuto inizio.

A Roma (ma per la verità siamo all’estrema periferia di Roma, nel quartiere del Trullo!) la congregazione dei Sacri Cuori possiede un terreno, con un modesto casolare rurale, adatto per un’accoglienza emergenziale. Si tratta di un terreno scarpato in località Monte delle Capre, con un accesso accidentato dal fondovalle lungo il fosso di Affogalasino (oggi via del Trullo, 372). In cima al pendio è presente un caseggiato, dove alla meno peggio vengono alloggiati i piccoli esuli istriani e le religiose.

Dal 1947 inizia un’importante opera edilizia di ampiamento della casa esistente con la realizzazione di nuovi corpi di fabbrica, che porterà la struttura ad assumere l’aspetto attuale di un articolato complesso edilizio, accompagnato da importanti modellamenti del fianco collinare e la realizzazione di un parco. Per i primi due anni la struttura è utilizzata prevalentemente come dormitorio: le bambine ospiti, chiamate «le ricoverate», frequentano i corsi scolastici presso la vicina scuola comunale Collodi.

Dall’anno scolastico 1949/50 alcuni locali dell’orfanotrofio vengono destinati a scuola, con il nome di Scuola dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, aperta per le sole fanciulle dell’Istituto. Gli esami finali vengono tuttavia svolti presso altri istituti e le scolare si presentano come privatiste, perché mancano ancora le formali autorizzazioni ministeriali. La situazione emergenziale viene sanata dal Provveditorato agli Studi di Roma con un documento autorizzativo datato 10 ottobre 1951.

Nell’anno scolastico 1956/57, su autorizzazione del Vicariato, la scuola si apre al quartiere, anche ad alunni di sesso maschile, e la scuola acquista la possibilità di svolgere esami interni. Emilio Venditti, nel suo libro sul Trullo, ricorda: «La Congregazione delle Suore dei Sacri Cuori aprì presso il proprio istituto in via del Trullo una scuola elementare, contribuendo concretamente alla educazioni e alla istruzione di un gran numero di bambini».

Negli Anni Sessanta il numero delle «ricoverate» diminuisce, e contestualmente aumenta quello degli alunni esterni provenienti dal quartiere Trullo, dal popolamento sempre crescente. Risale a quegli anni la chiusura dell’orfanotrofio e la sua trasformazione in una scuola privata cattolica, articolata nelle sue tre sezioni di scuola materna, elementare e media. La scuola media rimarrà in servizio fino al 1972, anno di chiusura per ragioni economiche, mentre rimangono in servizio ancora oggi le sezioni elementare e materna.

In quegli anni in effetti la congregazione dei Sacri Cuori attraversa un periodo di riorganizzazione, passando da associazione religiosa italiana ad ente di diritto pontificio, sotto la diretta autorità della Santa Sede. Nel 1975 la congregazione ottiene dal Vaticano il «decreto di lode» e muta nome (aggiungendo nel titolo l’attributo di «missionarie») in «Suore missionarie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria».

Nel nuovo assetto missionario la congregazione riprende, partendo dall’esempio dell’Orfanotrofio di Pola, l’apostolato all’estero. Nel 1989 è la volta di una «casa» nella lontana Corea; nel 2000 viene fondata una casa in Tanzania e dal 2005 ne vengono fondate in Guatemale e Brasile.

Il carisma spirituale della congregazione si riassume oggi nella frase «Conoscere l’amore del Padre, vivere nella salvezza del Figlio, lasciarsi guidare dalla sapienza dello Spirito Santo». Il principio del «cuore materno di Maria» viene declianto dedicandosi soprattutto ai piccoli orfani, assistendoli nello spirito e nelle conoscenze ma anche nel sollievo dalla povertà e nella cura della salute. Oltre che in favore dei bambini l’opera della congregazione si rivolge alle ragazze nubili, alla cura degli infermi poveri negli ospedali e ai servizi di carità verso gli anziani e gli indigenti. I cinque principi pratici di condotta sono ancora oggi: «accoglienza, amabilità, misericordia, perdono e immolazione».

La Scuola Sacri Cuori al Trullo è oggi un’istituzione educativa scolastica cattolica, gestita ancora dalle Suore dei Sacri Cuori. Tra le attività formative extrascolastiche si praticano la danza, il calcetto, il teatro e i laboratori di manualità. L’Istituto è oggi retto da Madre Margherita Amoroso.

 

Scuola Collodi

 

La Collodi è una scuola elementare comunale, dedicata a Carlo Collodi, autore delle Avventure di Pinocchio. La decisione di intitolare una scuola a Collodi viene presa nel 1940, su proposta di Benedetto Croce. La costruzione inizia nel 1942, nella Borgata Costanzo Ciano (oggi Trullo). Dopo l’interruzione per la guerra l’edificazione viene ultimata nel 1948. Negli Anni Sessanta, per il crescente popolamento, alla sede di via Massa Marittima si affianca la succursale di Monte Cucco, chiamato Collodi II. Nel 1966 gli scolari della maestrina Maria Luisa Bignaretti sono di ispirazione a Gianni Rodari per il romanzo breve «La torta in cielo». Nel 2009 alla Collodi è girato il film di Susanna Nicchiarelli «Cosmonauta».

Nel 1940 il Ministero dell’Istruzione decide di intitolare un edificio scolastico alla figura di Carlo Lorenzini (in arte Collodi, 1826-1890), autore del romanzo per ragazzi Le Avventure di Pinocchio (1883).

La decisione trae origine da due circostanze: nel 1940, trascorsi i 50 anni dalla morte dello scrittore e giornalista toscano, la sua opera più conosciuta, Pinocchio, diventa di pubblico dominio e viene quindi inserita nei programmi ministeriali; la seconda circostanza è il sostegno, verso l’opera di Collodi, dell’intellettuale Benedetto Croce, che nel burattino di legno dalla bugia facile vede la metafora del fanciullo che diventa ragazzo, acquisendo via via consapevolezza di sé e valori di riferimento, secondo il principio «sbagliando s’impara».

Individuato il sito, presso l’allora Borgata Ciano (Trullo), la costruzione inizia nel 1942 ed è subito interrotta a causa degli eventi bellici. L’edificazione riprende nel Dopoguerra e i corsi regolari iniziano nel 1948.

Negli Anni Sessanta, per il crescente popolamento, alla sede di via Massa Marittima si affianca il Secondo plesso su via Porzio (a Monte Cucco), chiamato Collodi II. È qui che insegna, per lunghi anni, la preparata e amatissima maestrina Maria Luisa Bignaretti: è grazie all’invito a visitare la sua classe, rivolto alla maestra allo scrittore Gianni Rodari (1920-1980), che prende vita il romanzo per ragazzi «La torta in cielo» (scritto nel 1964, pubblicato nel 1966), nel quale si racconta di un colossale sbarco UFO sulla collina di Monte Cucco. La storia appare prima a puntate sul Corriere dei Piccoli e poi in forma di romanzo per l’editore Einaudi.

«Un giorno è venuto nella mia classe», ha scritto la Maestra. «Non posso dimenticare il suo sorrisetto divertito, perché rimasi stupita nel vederlo proprio lì! I bambini presero subito confidenza. Rodari s’interessava di tutto. Se gli chiedevano qualcosa lui non rispondeva direttamente, ma li metteva in condizione di rispondere: questa è un’arte! Chiese il permesso di tornare ancora, per provare le sue storie, perché uno scrittore non sa mai se funzionano… E tornò, dicendo che voleva inventarne una tutta nuova, insieme ai bambini. I due protagonisti erano proprio due bimbi della classe, Paolo e Rita, così come sono reali gli altri personaggi della borgata».

La storia è delle più semplici. Un oggetto non indentificato, dalla forma di una gigantesca torta, atterra sulla collina di Monte Cucco. Il vigile Meletti, papà di Paolo e Rita, accorre subito sul posto per difendere il quartiere, e alla Centrale operativa nessuno sa che pesci prendere. Tutti hanno paura: si teme una bomba H lanciata da un nemico misterioso.

Ma Paolo e Rita hanno già capito che le cose stanno diversamente: uno scienziato pasticcione ha trasformato un fungo atomico nella più colossale torta mai cucinata! «Ce n’è per tutti i bambini di Roma! », esclama Paolo. E non rimane che chiamarli: la folla urlante dei piccoli inseguiti dalle mamme scavalca il cordone sanitario e invade la collina, per una scorpacciata liberatoria. «Quando ci presentò le prime pagine – ha scritto la Maestra – capii come si legge. Lui recitava! Cambiava la voce, faceva i rumori! Chiedeva il parere e ne teneva conto. Disse: ‘Che ci mettiamo sopra questa torta?’. E i bambini non finivano più di dire ingredienti! Li ritrovate tutti nel libro».

In questa favola moderna i cattivi sono i mostri della Guerra fredda e i buoni sono i bambini, capaci di affrontare il futuro liberi dai pregiudizi.

Nel 2009 la Scuola Collodi diventa set del film «Cosmonauta», della regista romana Susanna Nicchiarelli.

Si tratta di un racconto di formazione, in cui la ragazzina Luciana, cresciuta nel mito delle esplorazioni spaziali e dell’infinitamente grande, va alla scoperta del mondo di prossimità: il quartiere, il gruppo di amici, le passioni politiche, gli amori, imparando a conoscere se stessa. La vicenda è ambientata nel 1963, quando, in piena Guerra fredda, due modelli sociali alternativi – l’America capitalista e la Russia comunista – si contendono il primato ideologico sul campo della corsa allo spazio. I Sovietici sono avanti: hanno mandato fuori atmosfera la cagnetta Laika, i missili orbitanti Sputnik e il primo uomo nello spazio (Yuri Gagarin), e si preparano a lanciare la prima donna (Valentina Tereshkova). L’Occidente invece segna il passo, e le missioni lunari Apollo sono ancora soltanto un progetto. L’Italia sta a guardare, in bilico tra Est e Ovest, assistendo con ingenuità e fascinazione a quella corsa simbolica contro la forza di gravità.

La protagonista è una bimbetta alle prese con il dolore per la perdita del padre e la difficoltà di accettare un nuovo patrigno deciso ad educarla secondo schemi convenzionali (interpretato da Sergio Rubini). Durante la cerimonia della Prima comunione (la scena è girata alla chiesa di San Raffaele Arcangelo) la piccola improvvisamente fugge e inizia a correre a perdifiato per le campagne di Monte Cucco: è l’inizio della sua corsa verso l’adolescenza, che procede come il lancio di un razzo negli slanci e l’incanto dell’esplorazione del Cosmo.

Accanto a Luciana (l’attrice è una ragazzina di liceo, l’esordiente Miriana Raschillà) c’è il fratello maggiore Arturo (Pietro Del Giudice, anche lui esordiente). Arturo è un sognatore, appassionato delle missioni spaziali sovietiche e dei cosmonauti (attenzione a non confondere i cosmonauti sovietici con gli astronauti, che sono americani!). Arturo soffre di epilessia e la sua corsa all’adolescenza finisce presto in un’orbita cieca, tutta interiore.

I due fratelli si iscrivono alla FIGC, l’associazione giovanile del PCI, dove sono accolti con affetto e tenerezza. La sezione del PCI che fa da location è una vera sezione di partito ed è l’attuale sezione del PD del Trullo, che gli scenografi hanno riallestito dipingendo un grande murale con i ritratti di Marx, Engels e Lenin, ancora oggi visibile. E Luciana cresce, affascinata da Valentina Tereshkova, simbolo di un nascente femminismo e della scoperta dell’identità femminile. Arrivano i primi amori e i primi baci, girati nei prati sotto il casolare diroccato di Villa Usai.

Negli amori Luciana è impulsiva, persino spregiudicata e aggressiva. E di pari passo porta avanti sogni sconfinati e straripanti. La ragazzina, inevitabilmente, finisce per combinare disatri. Come quando incendia la sezione dei compagni del PSI, che incolpa di aver tradito gli ideali accettando il compromesso con la DC, o come quando ruba il fidanzatino alla compagna di sezione, beccandosi una sospensione al liceo (qui la location è la Scuola Collodi).

In breve, Luciana compromette la sua reputazione e si ritrova a fare i conti con la rigida disciplina richiesta dalla sezione. Perché, tra i comunisti di allora, spesso maschilisti e moralisti, la liberazione sessuale non esiste ancora: «Avere più di un fidanzato e rubare il ragazzo a una compagna – ha scritto la regista – sono cose che non si fanno». Quando arriva la condanna da parte dei compagni adulti, Arturo non è più al fianco di Luciana come quando erano bambini, e al suo fianco non c’è nemmeno Marisa, la compagna saggia, la zia che tutti vorrebbero (interpretata dalla stessa Nicchiarelli), da sempre sua alleata. «Non volevo prenderli in giro e non volevo che fossero grotteschi – scrive la Nicchiarelli -. Sono adolescenti, umani e goffi. Sono degli ottimisti ma poi alla fine sbagliano. Li giustifico perché sono pasticcioni».

Neanche a dirlo, in famiglia i litigi col patrigno diventano quotidiani. Luciana non sopporta lui e il modo in cui cerca di mantere un precario equilibrio tra gli scossoni di quegli anni. Per la madre (interpretata da Claudia Pandolfi) è una situazione difficilissima, divisa fra le apprensioni per la salute di Arturo e la comprensione per le esuberanze di Luciana. In tutto ciò Luciana cresce, imparando dalle proprie debolezze e da quelle di chi la circonda ad accettare la propria fragilità, a fare i conti con la sconfitta, a riprendere con più slancio dopo ogni battuta d’arresto la sua corsa verso l’esplorazione del Cosmo di prossimità.

Le riprese del film sono durate sette settimane e hanno coinvolto come comparse gli abitanti del quartiere. La produzione è della Fandango, in collaborazione con Rai Cinema con il sostegno del Ministero dei Beni culturali. È stato premiato a Venezia (Controcampo, 2009), Colonia (Miglior esordio alla regia, 2010) e Roma (Premio Verdone, 2010). Cosmonauta, seguendo i passi della ragazzina anticonformista in un tempo di grandi trasformazioni, fa il ritratto dei comunisti romani pre-68, in cui si sapeva fare bene i conti senza perdere di vista la prospettiva delle grandi utopie sociali. La narrazione – tenera, drammatica, spesso fiabesca – finisce così per raccontare una storia senza tempo, in cui i sogni di conquista dei cosmonauti si incrociano con gli sguardi dei ragazzi-adolescenti di ogni epoca.

 

Rectaflex

 

La Rectaflex è una palazzina del 1949, sede della breve esperienza produttiva delle omonime macchine fotografiche. La compagine societaria si costituisce già dal 1946 con lo scopo di produrre la prima fotocamera italiana di tipo reflex nei modelli Standard, 1000 e 2000. Nel 1948 i preesistenti Stabilimenti Sara vengono ampliati e viene costruita una nuova palazzina di 4 piani, strutturata secondo i principi di Gropius, in cui trovano posto i reparti Fresatura, Tornitura, Montaggio, Accessori, Semilavorati e Collaudo, oltre all’attrezzeria, i servizi e la mensa. Nelle vecchie strutture Sara vengono alloggiati i reparti Galvanica e Verniciatura, i magazzini, la Direzione e gli uffici. La produzione in serie inizia nel 1949, con i modelli 3000, 4000 Duo-focus, Junior, 16.000, Rotor, 25.000, 30.000 e vari modelli Special. Per testare la Gold verrà in visita, nel 1952, Papa Pio XII. Il fallimento dell’accordo commerciale con il Governo americano segna la crisi societaria e la messa in liquidazione, avvenuta nel 1955. Dopo la riconversione in istituto scolastico e una fase di abbandono, lo stabilimento è oggi sede del Centro polivalente di quartiere.

La Rectaflex nasce come un ramo produttivo della SARA, specializzato in macchine fotografiche. Conosciamo le vicende societarie e i dettagli costruttivi degli apparecchi grazie allo studio appassionato di Marco Antonetto, autore de Rectaflex. La Reflex magica (2001), al quale siamo debitori per la realizzazione di questa monografia.

I prototipi e i modelli semi-artigianali Standard 947 nascono ancora presso gli Stabilimenti Sara. Dopo il buon riscontro e le prime prenotazioni, ottenuti alla Fiera Campionaria di Milano del 1948, il Consiglio di amministrazione della società madre, la Cisa Viscosa, si riunisce in seduta straordinaria e delibera l’avvio della produzione in serie, costituendo per lo scopo la nuova società Rectaflex srl. L’investimento iniziale, che pare sia stato di 300 milioni di lire, consente l’ampliamento dell’esistente Stabilimento Sara e l’edificazione di una nuova avveniristica palazzina di 4 piani, dagli ambienti luminosi e aperti, alla maniera di Walter Gropius.

La prima pietra viene posata nell’autunno 1948. Vengono assunte le maestranze, formate dai tre storici capo-montatori Sara – Frajegari, Judicone e Assenza –, e nel personale vi sono numerose donne, impiegate nelle funzioni minute. Nel frattempo le Standard 947 vengono messe in vendita, prevalentemente sul mercato americano e francese, grazie ai distributori Director Products di New York e Exclusivités Télos di Parigi. Altre intese commerciali portano la Rectaflex nei cinque continenti, ma non ancora in Italia. Si tratta di una politica commerciale bizzarra ma basata sull’idea di un orizzonte largo, che rispecchia il carattere visionario dell’aministratore-progettista Telemaco Corsi. In quei giorni Corsi respira aria di fabbrica notte e giorno, perfeziona la macchina e insegue gli standard tecnici delle due principali concorrenti: Leitz e Zeiss. Con l’inverno 1948 inizia la produzione del nuovo modello, la Serie 1000, caratterizzato da numeri di matricola a partire dal numero 1001. Esteriormente il nuovo modello conserva il design della Standard 947, mentre il corpo-macchina, ricavato in pressofusione di alluminio anodizzato, si compone di quattro parti: il corpo vero e proprio, il castello (con prisma e specchio), il piano frontale (con l’imboccatura dell’ottica) e il dorso. Le ottiche sono intercambiabili e il meccanismo dei tempi lenti è migliorato.

La nuova fabbrica viene completata con invidiabile rapidità e nel gennaio 1949 il sindaco Salvatore Rebecchini può già inaugurarla. Sono gli anni della ripresa economica, del boom. Nel suo discorso Rebecchini rievoca la trasformazione della borgata del Trullo, da zona acquitrinosa a distretto industriale che porta con sé case, benessere, eccellenza. Il giornalista de Il progresso fotografico fornisce un enfatico resoconto di quella giornata:

 

Io petulante chiesi di poter visitare lo stabilimento con più tranquillità. Quando mi venne mostrato il castello della Rectaflex non ebbi bisogno di spiegazioni, per sapere che questa è l’ultimo grido delle pressofusioni, la più esatta! Entrando nel salone delle macchine utensili ebbi un grido di ammirazione, scorgendone oltre centoventi. Come si fa a non costruire bene i duecento pezzi che compongono la Rectaflex con quella attrezzatura? Sarebbe più difficile costruirli male che bene! E i controlli? non finiscono più! Ogni pezzo viene controllato con implacabile pignoleria durante il montaggio, tanto che i controlli finali, che sono i più severi, diventano forse inutili. Quindi, la Rectaflex costruisce in serie circa cinquanta macchine al giorno, occupando quattrocento persone, ma il controllo è singolo, accurato, esasperante. Organizziamo tutta la nostra industria con simili metodi e i nostri prodotti non temeranno confronti!

 

Il cronista esagera probabilmente nei toni e nei numeri, ma l’atmosfera di entusiastica fiducia nel futuro è reale.

Nei primi mesi del 1949 avviene un disastro: i modelli 1000, appena venduti, uno dopo l’altro manifestano problemi meccanici e vengono rispediti al Trullo per l’assistenza, tutti con difetti alle tendine e ai leveraggi del ritardatore: sui tempi di posa lunghi (dal decimo di secondo in poi) la Rectaflex non funziona. Corsi individua subito la causa nei corpi di alluminio, prodotti dalla Fonderia Romana di Porta Portese, soggetti a dilatazione termica: succede che al variare della temperatura i componenti interni sono compressi oppure ballano. Sotto gli occhi sgomenti degli azionisti Cisa, Corsi adotta la decisione di richiamare in fabbrica tutte le macchine vendute, e di ritirare dai negozi quelle lasciate in conto vendita. L’avvocato Corsi fa eseguire delle rettifiche manuali a colpi di fresatrice, eliminando le tolleranze o interponendo lamelle di ottone. Il processo è lungo e costoso, senza contare che la Fonderia Romana ha già realizzato altre 2000 fusioni.

Corsi prende una seconda decisione coraggiosa: rimanda indietro alla fonderia i 2000 corpi in alluminio, e chiede di rifonderli di nuovo, a spese della Rectaflex, con un nuovo stampo che risolve il problema. I nuovi stampi hanno numeri di matricola dal 2128 in poi: nasce così, non da una pianificazione, ma da una serietà commerciale che sa di tempi lontani, il nuovo modello Duemila. Ma Corsi è ancora inquieto. Nella nuova Duemila inserisce anche le migliorie sperimentali elaborate nel frattempo, e un nuovo pentaprisma, ideato dallo stesso Corsi e dal fidato Picchioni, che presenta nella seconda faccia una superficie convessa e nell’ultima faccia una lente ingrandente: il risultato è che sull’oculare si vede un’immagine ancora più grande e luminosa. Questa miglioria, chiamata pentaprisma a lente convessa, viene brevettata nel febbraio 1949. Nello stesso anno Corsi e Picchioni ottengono altri due brevetti: uno sul sistema di otturazione (con una doppia tendina ad apertura fissa), un altro sul ritardatore dei tempi lenti (montato su platine anodizzate con oro 22 carati e rubini).

Intanto arriva la Fiera Campionaria di Milano, edizione 1949, dove la Rectaflex presenta la Duemila. E c’è un’altra brutta sorpresa. Corsi osserva con rabbia, nello stand accanto, la Contax S della concorrente Zeiss, che monta lo Spiegelreflexkamera, un sistema a specchio riflettore con prisma di rinvio che in pratica è la versione tedesca del pentaprisma rectaflex. Poco più in là c’è la svizzera Alpa Reflex, con le stesse caratteristiche, ma per fortuna ancora costosissima. L’aneddoto vuole che Corsi, furibondo, abbia gridato al plagio. La fiera tuttavia sorride a Corsi e fioccano gli ordinativi. E in fiera Corsi mette a segno anche un bel colpo sul mercato di Francia e Colonie, ottenendo l’abbinamento in vendita della sua macchina con il nuovo grandangolare Retrofocus 35 mm della Angénieux. Tra Corsi e il produttore Pierre Angénieux si instaura subito un’amicizia personale, che durerà tutta la vita. Nell’autunno 1949 la Rectaflex è in mostra anche al Salone della Tecnica Torino. In quell’occasione la Rectaflex annuncia l’apertura di un punto vendita a New York, la partnership con la Phototecnic Equipment per il mercato inglese e quella con la Eshmann per la Svizzera.

Succede così che tutte le Duemila prodotte trovano collocazione sul mercato e la Rectaflex rimane a magazzini vuoti. Si inizia immediatamente a produrre la terza serie, la 3000, peraltro identica alla Duemila con la sola novità del nuovo pentaprisma a doppia faccia convessa (quella della base e quella posteriore), che migliora la luminosità e porta l’ingrandimento a 2 volte e mezza. La Rectaflex si avvia a diventare quella la macchina perfetta che Corsi sogna.

Nel 1950 l’Italia sorride, il Trullo lavora alacremente e Corsi – nel doppio ruolo di amministratore e progettista capo – è un vulcano di inventiva. Colloca i collaboratori più capaci e fidati nei punti chiave dell’azienda: all’ingegner Angelino Eleuteri affida la riorganizzazione dei reparti Produzione e Montaggio, ottenendone una vistosa riduzione dei tempi; i progettisti Emilio Palamidessi, Alfredo Ferrari e Giulio Fabricatore lo affiancano nel Laboratorio di ricerca. Con quest’ultimo, il 9 marzo 1950, Corsi brevetta la preselezione manuale, che supera i problemi della perdita di luminosità provocata dalla chiusura del diaframma. L’avvocato ha così mano libera per dedicarsi allo smercio e sanare le diffidenze degli azionisti, che chiedono in questo periodo di rientrare dell’investimento iniziale e orientare la vendita al mercato italiano. La Rectaflex, pur essendo l’unica prismatica sul mercato domestico, costa  110.000 lire: un capitale! Corsi affida all’ingegner Giorgio Marini quella che oggi chiameremmo una aggressiva campagna di marketing, basata sulla diffusione di opuscoli comparativi con la concorrenza.

Un aneddoto vuole che sia stato proprio il pragmatico ma fedele ingegner Marini a mettere Corsi sull’avviso circa l’intenzione degli azionisti di relegarlo all’angolo: la Rectaflex somiglia sempre più a un istituto scientifico e Corsi fa continue sperimentazioni e cambiamenti di rotta, che appaiono incomprensibili agli investitori. Corsi deve insomma scegliere: può arrestare la sua corsa verso la perfezione e godersi utili e stima degli azionisti, o proseguire accettando le inevitabili conseguenze. Ma Corsi ha già scelto. Succede così che Corsi viene convocato dalla Direzione Cisa Viscosa, senza ulteriori spiegazioni. Si svolge un colloquio non facile in cui viene di fatto esonerato dalla direzione della linea produttiva della 3000, che viene affidata all’ingegner Eleuteri, che accetta con imbarazzo. In cambio a Corsi viene affidata una nuova serie sperimentale, che prenderà il nome di 4000. Sulla 4000 Corsi potrà adottare tutte le bizzarie che vuole, mentre la produzione della 3000 è da considerarsi blindata. Il modello 4000 non è quindi una quarta serie produttiva, ma piuttosto una versione, parallela e sperimentale, della terza. Corsi non capisce ma si adegua, e si lancia a capofitto nella 4000: cambia l’anello di innesto delle ottiche, gli ingranaggi delle tendine, i leveraggi dei tempi lenti, e testa uno speciale stigmometro su vetro smerigliato. Sulle confezioni della 4000 compare la scritta Duofocus, in ragione del binomio tra visione reflex e il nuovo stigmometro. Corsi apprende amareggiato però che la Cisa ha contingentato la produzione della 4000: solo 500 esemplari e non di più.

Arriva l’appuntamento fieristico di Milano, edizione 1950. Per Corsi è la fiera dell’incubo. La Zeiss ha triplicato i modelli reflex: c’è la vecchia Contax, la nuova Contessa e il prisma esterno Exacta, in grado di trasformare una qualunque macchina tradizionale in una reflex. E ci sono altri due produttori tedeschi, Kilar e Tewe, che espongono macchine prismatiche. Per la Reflex gli affari vanno ancora discretamente: il pubblico osserva ammaliato la 4000, ma senza rendersene gran conto acquista la 3000. È possibile acquistarla ora in abbinamento con le ottiche di due produttori italiani, Filotecnica e Galileo, e una miriade di accessori. In quella fiera, in uno stand poco distante, c’è anche la società romana Gamma, di cui Corsi anni addietro era stato tra i fondatori. La Gamma rimane fedele al vecchio telemetro e produce modelli affidabili straordinariamente economici. Il Progresso fotografico spende parole di elogio per la «piccola grande fabbrica» Gamma, situata a soli 50 metri dalla Rectaflex: «La Gamma III è veramente perfetta e merita il successo che sta ottenendo. Il colmo è che è esportata perfino in Germania».

Corsi dedica la prima parte del 1951 alla Junior, una serie cadetta destinata al mercato italiano. Nei magazzini giacevano  un migliaio di macchine modello 1000, difettose nei tempi lenti e a suo tempo ritirate dal commercio. Corsi decide di dare loro una seconda vita, eliminando il ritardatore e dichiarando onestamente ai compratori che la Junior ha soltanto i tempi veloci. All’interno rimane il vecchio pentaprisma a facce piane, per cui la macchina ha una visione piuttosto chiusa e buia, ma questo ai compratori italiani poco importa: la rectaflex è ora un sogno accessibile, al prezzo più che dimezzato di 65.000 lire (la 4000 costa in quel periodo 170.000 lire).

Nel frattempo Corsi lavora al telcrom, un dispositivo esterno per la messa a fuoco che consiste in uno schermo smerigliato a due sezioni: l’immagine rimane sdoppiata fino a quando l’ottica non raggiunge la messa a fuoco ideale. Col telcrom è ora impossibile sbagliare il fuoco di una foto, sebbene il suo utilizzo sia piuttosto macchinoso. Alla Fiera campionaria del 1951 il telcrom non appassiona il pubblico, e questo era quasi prevedibile. In compenso gli ordinativi per la 3000 e la Junior sono soddisfacenti. Anche quest’anno in uno stand vicino è presente la Gamma, che presenta la Perla, un’onesta macchina di fascia bassa con ottica fissa e otturatore centrale: il suo prezzo non conosce rivali.

Corsi decide a quel punto di saldare i conti con gli odiati rivali tedeschi, portando la 4000 – con un nuovo modernissimo corpo in alluminio – nella loro tana, la fiera campionaria della Germania, la Photokina di Colonia. Corsi riesce a piazzare con facilità tutti i pezzi, al punto che al Trullo i magazzini restano per la seconda volta sguarniti. Forte dei risultati ottenuti Corsi affronta la Direzione Cisa e ottiene di soppiantare la produzione della vecchia 3000 con la sperimentale 4000, che ormai ha raggiunto buoni livelli di affidabilità. Nasce così la quarta serie produttiva Rectaflex, che, anche per ribadire il distacco con le precedenti, prende il nome di 16000.

Tutto questo ha una dolorosa contropartita. Proprio mentre risultati commerciali e corsa verso la perfezione sembrano aver trovato il punto di equilibrio, nel settembre 1951 gli azionisti comunicano a Corsi il suo allontanamento dalla fabbrica del Trullo. Per lui è stato realizzato il nuovissimo Laboratorio sperimentale di via Acqui, 9. Le attrezzature sono stupefacenti, è addirittura presente un elaboratore elettronico di calcolo. Insieme a Corsi l’editto di esilio colpisce anche Emilio Palamidessi (nominato direttore del Laboratorio) e il fidato caporeparto del Montaggio Michele Frajègari. Corsi rimane ancora formalmente amministratore delegato, ma la direzione finanziaria viene accentrata in via Sicilia, 162, presso la sede della Cisa Viscosa. La Rectafrex srl muta inoltre la ragione sociale in società per azioni. Il messaggio è inequivocabile: in Rectaflex comandano gli azionisti, e Corsi ne è solo il capo carismatico. Uno dopo l’altro però, ottengono di seguire Corsi in via Acqui anche l’ingegner Marini, l’ingegner Franco Sigismondi e il tecnico Angelo Antonelli.

Con i tecnici migliori intorno a sé, e macchinari da fare invidia, Corsi avvia a via Acqui una nuova serie sperimentale, la 20000 preserie. Mette a punto un nuovo otturatore a tendina con ingranaggi in alpacca, per consentire un maggiore scorrimento. Corsi riesce a tarare l’otturatore fino al duemilesimo di secondo. Per fare un paragone, i concorrenti tedeschi non vanno allora oltre il millesimo. Nei primi mesi del 1952 la 20000 diventa una produzione seriale, con il nome di Standard 20000, con tempi al 1300° di secondo: la quinta serie produttiva Rectaflex è l’apparecchio 35 mm più veloce di tutti i tempi.

Nel 1952 lo stabilimento del Trullo è ormai la «fabbrica perfetta» che Corsi ha progettato, in grado di produrre e assemblare autonomamente quasi tutte le componenti. Soltanto i corpi in alluminio, le lentine e i pentaprismi sono appaltati all’esterno. Lo stabilimento è diretto dall’ingegner Angelino Eleuteri e si presenta strutturato in due divisioni: l’Ufficio Tecnico (diretto da Pietro Raucci), erede del Laboratorio sperimentale di Corsi, e l’Ufficio Produzione (Erminio Cappellani), che si occupa della produzione in serie. La Produzione è a sua volta organizzata in 8 reparti: 6 officine meccaniche 2 officine di controllo-qualità.

Le officine meccaniche sono: Progettazione, Galvanica (caporeparto Attilio Berardi), Fresatura (Aldo Pini; comprende il sottoreparto Attrezzeria), Verniciatura (Antonio Pietrini), Tornitura (Gaetano Judicone; con sottoreparto Aggiustaggio), Montaggio (Roberto Germani; con sottoreparto Precollaudo). I tre reparti Montaggio, Fresatura e Tornitura costituiscono insieme il comparto Meccanica I (capocomparto Egeo Filippini), mentre Meccanica II comprende le altre lavorazioni più delicate. Questo comparto è dotato di macchinari per la rettifica, torni e trapani di precisione, fresatrici e macchine automatiche per le minuterie in acciaio inox. Meritano di essere spese alcune parole su Roberto Germani, a cui si deve la pianificazione del ciclo produttivo dei 6 reparti meccanici su complessive 40 ore: giovanissimo, entrato in azienda appena tre anni prima, è un tecnico di grande valore. Il ciclo inizia dal reparto Galvanica, che vaglia i corpi in alluminio e i pentaprismi. La Fresatura effettua le forature e trasmette i corpi alla Verniciatura dove viene applicata a fuoco la vernice nera opaca. Dalla Verniciatura i corpi tornano in Fresatura, dove i fori vengono imboccolati per le tendine e i ritardatori. Nel frattempo l’Attrezzeria prepara le calottine e la Tornitura e la Galvanica preparano viteria e leveraggi. I corpi preparati finiscono al Montaggio, che fra i reparti è quello dalla struttura di maggior complessità. Al Montaggio lavorano tecnici con diplomi di meccanica fine (orologiai, ottici, strumentisti di precisione, pantografisti). Dal Montaggio dipende il Precollaudo, in cui i fotoreporter Francesco Maesano e Antonio Tozzi provano le macchine (i negativi vengono allegati insieme alla garanzia). L’intero ciclo di montaggio risulta suddiviso in 36 passaggi. Ad ogni passaggio corrisponde una fila di banchi del grande salone luminoso al secondo piano; a capo di ogni fila vi è un montatore specializzato: se un operaio riscontra problemi in un passaggio passa la macchina al montatore esperto.

I reparti del controllo-qualità sono: Collaudo semilavorati (caporeparto Renato Bonci) e Collaudo finale (Amedeo Cimino, aiutante Giulio Fabricatore). Giulio Fabricatore è un insegnante di tecnica fotografica alla Scuola di Polizia, misantropo e austero nel carattere. Ogni giorno, dopo le lezioni, si reca in Rectaflex dove ispeziona ogni macchina con diligenza da poliziotto. Il professor Amedeo Cimino, ingegnere, è un insegnante di matematica. È una figura molto simile a Corsi: fantasioso, creativo. Tra i due esiste una sincera e lunga amicizia. Il ciclo del controllo-qualità dura complessivamente 8 ore.

In questo scenario di successi Corsi riceve un colpo davvero duro: a metà del 1952 la Cisa Viscosa lo esonera di fatto anche dalla direzione commerciale, mettendolo sotto la tutela di Léon Baume, un abile finanziere di origine polacca. Insieme a lui collaborano il dottor Fabbri e Aldo Falcone. Allontanato dalla linea produttiva, e ora da quella commerciale, Corsi ha perduto il comando dell’azienda. È un leone in gabbia, sebbene sia una gabbia dorata.

Alla Campionaria del 1952 la Rectaflex si presenta all’apice produttivo, esponendo la 16000 con nuove ottiche e il modello speciale Rotor. La Rotor nasce dall’amicizia tra Corsi e Federico Patellani, il celebre fotografo delle dive degli Studios di Cinecittà. Quando Patellani rappresenta a Corsi la difficoltà di cambiare ottica, perdendo attimi preziosi per afferrare lo «scatto fuggente», il progettista Ferrari monta su una 16000 una torretta girevole, che fa ruotare tre obiettivi a gradazioni diverse, abbinata con un’impugnatura a pistola col grilletto per lo scatto. Una foto famosa ritrae Gina Lollobrigida sul set del film Beat the Devil che impugna la Rotor. Nella fiera milanese di quell’anno c’è anche la Gamma, reduce da alcune vicissitudini in tribunale: non può più vendere la telemetrica a più obiettivi e ripiega sulle nuove versioni della Perla a ottica fissa. In quell’anno Corsi va anche alla Photokina tedesca, dove espone la nuova 24500 preserie, prodotta in soli 500 esemplari.

Ottenute le prime prenotazioni, al Trullo va in produzione la quinta serie Rectaflex, il modello 25000. Sul piano tecnico la nuova serie non è molto diversa dalla vecchia: ha una miglior taratura dei tempi veloci, l’innovativo flash Vacu-blitz a bulbo incandescente e una nuova componentistica, tutta milanese: il corpo in alluminio pressofuso prodotto dalla Simi, i pentaprismi e le lentine della Metal-Lux, e le tendine Pirelli in gomma (dopo che la Sara ha dismesso la produzione della viscosa).

All’altro capo del mondo, intanto, infuria la Guerra di Corea (1950-1953). Il Governo americano lancia un appalto internazionale per l’acquisto di apparecchi fotografici 35 mm, destinati ai cronisti di guerra. Il finanziere Baume porta subito l’affare in porto, con una commessa mastodontica da 30.000 apparecchi, da spedire in 20 lotti da 1500 macchine a trimestre. Corsi è furibondo: la Rectaflex non è in grado di produrre così tante macchine e, anche se fosse, la Rectaflex sparirebbe dal mercato civile per cinque anni. Senza contare i termini contrattuali, nei quali il maggior beneficiario è lo stesso Baume: ogni apparecchio è venduto a sole 63.000 lire, da cui va tolta la royaltee di 15.000 lire per Baume. Nel gennaio 1953 la Rectaflex assume tutto il personale Sara e lancia un’ulteriore campagna di assunzioni, arrivando a 300 dipendenti. In primavera il ritmo produttivo raggiunge le 900 macchine/trimestre. Gli azionisti Cisa gongolano e premiano Baume con la promozione a co-amministratore delegato Rectaflex.

Corsi e Baume hanno caratteri profondamente diversi: un sognatore alla ricerca della perfezione il primo; cinico abilissimo mercante il secondo. Corsi deve inchinarsi all’abilità del nuovo arrivato. Si rifugia spesso da Giorgio Cacchi, titolare del celebre emporio Casa del Fotocineamatore, dove si riunisce un cenacolo di artisti del calibro di Mastroianni, Fellini, Charles Boyer. Intanto Corsi crea il secondo modello speciale: la Gold, la reflex d’oro. La Gold è una 25000 con i corpi ricoperti in doratura e decorazioni in pelle di lucertola. La prima Gold viene regalata a Pio XII, che si reca personalmente nello stabilimento di Monte delle capre per riceverla. Papa Pacelli celebra una messa e benedice la fabbrica e gli operai. Ma l’euforia per l’illustre visitatore dura poco. La mancanza del capo carismatico si sente e succedono cose mai accadute prima: tensioni sindacali, conflittualità tra dipendenti, persino sabotaggi. Il nuovo personale, che si dice piazzato clientelarmente dai politici, è composto di fannulloni o incompetenti: le prime macchine prodotte escono difettose e necessitano di lunghi interventi di aggiustaggio. In breve si capisce che i tempi della commessa americana non saranno rispettati.

Corsi intanto ottiene dall’azienda il permesso di realizzare altre Gold e di donarle ai potenti del momento. Una è per il Re Farouk d’Egitto; un’altra è per il presidente Cisa Francesco Maria Oddasso; ve ne sono per il presidente della Repubblica Luigi Einaudi, per il presidente degli Stati Uniti Eisenhower e una per Winston Churchill. Le ultime due sceglie Corsi a chi donarle: una è per l’importatore francese Henry Tieman, suo amico e fedele rivenditore della Rectaflex in Francia; l’ultima Corsi la dona alla Fabbrica Rectaflex, dove viene esposta accanto ad un pannello sinottico con tutti i pezzi che compongono una Rectaflex. Questo dono ha quasi il sapore dell’addio. La fine dell’esperienza Rectaflex è dietro l’angolo.

Arriva la XXXI Fiera Campionaria di Milano, edizione del 1953. La Rectaflex espone la Standard 25.000 insieme alla Rotor. Durante la Fiera Corsi e Baume si intrattengono lungamente con Robert Brockway, distributore americano della Rectaflex e presidente della Director Products. In quell’occasione viene sottoscritto con il distributore americano un accordo per la vendita, sul mercato estero, di una rectaflex a telemetro. Corsi non approva e lo considera quasi un affronto alla sua creatura a visione prismatica, ma Baume, allettato dalle prospettive di un facile guadagno, ha rapidamente ragione delle obiezioni.

Il 1953, nel complesso è un anno di crisi per le vendite delle macchine fotografiche di fascia alta: nei vicini stand delle Officine Galileo (microcamera GaMi 16 con telemetro e correttore di parallasse) e San Giorgio (prototipo Janua modello 803 sincronizzata) ci sono macchine di grande qualità, ma gli ordini di acquisto languono. Vanno un po’meglio le cose per le macchine di classe economica, con Ferrania, Bencini e Closter che commercializzano apparecchi discretamente sofisticati, ad un quarto del prezzo di una Rectaflex. Vanno bene le cose anche per la Gamma, che l’anno precedente ha interrotto la fabbricazione della telemetrica, e ha saputo riposizionarsi sulla fascia economica del mercato. C’è la Perla A con ottica Stigmar 1:3.5 e il modello Al con ottica Radionar 1:2:8); c’è poi la supereconomica Stella con otturatore Pronto e ottica Kata 1:3:5/50 mm.

C’è un aneddoto curioso legato a quella fiera. Pare che fra i visitatori vi fossero, in incognito, August e Jacques Piccard, pionieri delle esporazioni dei fondali oceanici, e loro stessi costrutturi di sottomarini in grado di resistere alle pressioni delle grandi pronfondità, chiamati batiscafi. Il motivo della loro visita era acquistare una macchina fotografica per il batiscafo Trieste, con cui poco dopo avrebbero esplorato i fondali a largo dell’isola di Ponza. Pare che l’operaio specializzato incaricato del montaggio della macchina nel batiscafo sia stato lo stesso Corsi, ovviamente in incognito. Non si sa quanto vi sia di realtà e quanto di leggenda, fatto sta che, di fronte alle insistenze dell’operaio di accompagnare i Piccard nell’immersioni, Corsi venne riconosciuto. Venne accontentato e tra Corsi e i Piccard nacque una grande e lunga amicizia. Pare dunque che l’estate del 1953 sia stata un’estate magnificamente serena per Corsi – con i Piccard tra i fondali di Ponza, sul batiscafo Trieste -, mentre già da settembre sinistre nubi si addenzano sulla fabbrica di Monte delle Capre.

A settembre 1953 negli stabilimenti Rectaflex sono pronte le prime 3000 macchine per la commessa militare americana, e altrettante sono avviate alla produzione. Si procede con la prima spedizione di 1500 macchine, anche se con un certo ritardo rispetto ai termini contrattuali. Gli Americani sono furibondi, anche perché la guerra è ormai iniziata e anzi si avvia ad una rapida conclusione. Non si sa bene cosa sia avvenuto dall’altro capo del mondo: fonti orali riportano che gli Americani abbiano fatto valere (a buon diritto) una clausola sui tempi di consegna; altre dicono che poi alla fine abbiano pagato ma i soldi siano stati dirottati altrove. La sola certezza è che alla fine i soldi americani, equivalenti a circa 100.000.000 di lire, in Rectaflex non sono mai arrivati. Un breve comunicato annuncia poi il colpo di grazia: con l’elezione del nuovo presidente Eisenhower, la Commissione militare incaricata degli acquisti di guerra è decaduta e con essa è decaduto l’intero appalto, di circa 1.900.000.000 lire.

Viene convocato di corsa un consiglio di amministrazione della Cisa Viscosa: siamo ad inizio marzo 1954. La riunione è turbolenta, e sul banco degli imputati, per aver rallentato la produzione, finiscono Baume e Corsi. Gli amministratori Cisa decidono che l’esperienza Rectaflex è giunta al termine, e che il tutto sarà sancito da un’assemblea straordinaria. Dall’immediato, intanto, la produzione è interrotta e si cercherà di vendere il vendibile. Di quella riunione sopravvivono diversi ricordi. Pare che Baume abbia prudentemente taciuto, mentre invece Corsi, difendendosi come un leone, di fronte alla decisione padronale di interrompere la produzione, abbia minacciato di portare i brevetti in Francia e di continuare a produrre la Rectaflex laggiù. Ma la Direzione ha deciso senza appello.

Vengono licenziati in blocco tutti gli operai addetti alla produzione, salvando, almeno per ora, i soli operai dei reparti Montaggio e Collaudo. Si concorda coi sindacati una buona uscita per gli operai, e le fonti orali riportano che la buona uscita è condizionata al fatto che nulla di quanto avviene debba essere reso noto all’esterno. Fra i giornali economici di quello scorcio di 1954, nessuno fa menzione della vicenda. Anche i negozianti ricevono puntualmente gli ordinativi.

Del resto in magazzino vi sono ancora componenti per realizzare circa 3000 macchine. Léon Baume è incaricato della vendita, al prezzo base di 20.000 lire l’una: il maggior ricavo è il suo, come buona uscita. I listini fieristici di quel periodo riportano paradossalmente che il prezzo di vendita ai dettaglianti non subisce alcuna riduzione.

Non vanno meglio le cose per Corsi: il Laboratorio sperimentale viene ceduto ad una controllata della Viscosa, la Ecom, e lì Corsi dovrà occuparsi di pianificare la ripresa della produzione: la Viscosa non ha minimamente in animo di ricominciare a produrre la Rectaflex; semplicemente, vuole vendere una fabbrica apparentemente ancora in esercizio, mostrando ai possibili compratori dei piani produttivi credibili. Viene anche nominato un nuovo amministratore delegato, il signor Fabbri, che ha anche la funzione di commissario liquidatore.

Ad aprile 1954 arrivano intanto i tradizionali appuntamenti fieristici di Colonia e di Milano. In Germania nulla traspare della crisi Rectaflex, anche se la parte del leone in quella fiera la fa una macchina telemetrica, la nuova Leica modello M3. Se la rectaflex telemetrica concordata con Robert Brockway fosse stata immessa sul mercato solo qualche mese prima, ne sarebbe senz’altro stata una valida concorrente. A Milano la Rectaflex si limita ad anticipare la serie 30.000 insieme alla Rotor, con una gamma completa di ottiche e accessori. In quell’anno si registra il definitivo sorpasso dei prodotti tedeschi rispetto a quelli italiani: la guerra è ormai alle spalle, e i fotoamatori italiani acquistano in base alla qualità e al prezzo, non più sulla base emotiva del ricordo degli orrori del nazismo. Mantengono buone fette di mercato la Closter, con la sua Princess, e la Ferrania, con la Rondine, Falco S e bionica Elioflex II. Si difende bene anche la gamma, con i vari modelli di Perla e Stella.

Per quanto possa sembrare incredibile, in quel periodo Corsi, sebbene amareggiato per la consapevolezza della fine, è ancora un inventore vulcanico. Come se volesse sparare tutte insieme le ultime cartucce, sapendo che l’acqua presto bagnerà le polveri. Oppure no, forse non è ancora disposto ad alzare bandiera bianca e spera in un ripensamento della Direzione. Fatto sta che il 1954 sarà ricordato come l’anno delle meraviglie Rectaflex, in cui la tecnologia Rectaflex raggiungerà davvero livelli spettacolari.

Corsi lavora contemporaneamente a tre nuovi brevetti: il nuovo pentaprisma con tetto a doppio spiovente, il meccanismo di esposizione automatica, e un dispositivo speciale chiamato Esaflex. Il nuovo pentaprisma viene presentato ancor prima di essere brevettato, sul numero dell’ottobre 1954 del Progresso fotografico; il giornalista riporta di una presentazione per addetti ai lavori, probabilmente nella Casa del Fotocineamatore, forse persino all’insaputa della Direzione della Viscosa. Il progetto di una Rectaflex con esposizione automatica nasce invece in azienda, da una collaborazione di Corsi con l’ingegner Ferrari. Viene concepito uno speciale preselettore del diaframma, unito ad una nuova ottica con esposimetro al selenio, chiamata «lettore di luce», che, tramite un indicatore ad ago, dà la corretta impostazione del diaframma. Infine, l’Esaflex è un apparecchio reflex 6 × 6 monobiettivo ad ottica intercambiabile, dotato sia di visione prismatica che telemetrica. L’apparecchio è studiato per avere il magazzino intercambiabile: è una macchina omnibus, in grado di montare qualsiasi accessorio, volendo anche l’otturatore centrale o un visore a periscopio.

Allo stesso tempo Corsi lavora anche al Modello 30.000. Sa che è l’ultimo che uscirà dagli stabilimenti di Monte delle capre e vuole che sia un modello perfetto: sostituisce i leveraggi di carica e riavvolgimento del film, e sostituisce anche i vecchi pulsanti di scatto e di sgancio dell’ottica, con nuovi pulsanti dalla caratteristica forma a fungo.

Non è finita. Con il reporter Federico Patellani Corsi lavora ai modelli Special, dei modelli rectaflex destinati alle applicazioni scientifiche specializzate: Special 24 × 32 e la Rectaflex Silenziosa. La Special 24 × 32 prende il nome dalla dimensione ridotta del fotogramma, richiesto per particolari usi scientifici, come la microfotografia (applicando la macchina ad un microscopio) o la fotografia ospedaliera (per riprendere interventi chirurgici). In tutt’altro campo opera invece la Rectaflex silenziosa. Nasce da un’idea di Patellani ed è pensata per i safari fotografici: viene eliminato il rumoroso rimbalzo dello specchio, che avrebbe messo in fuga le fiere africane, e il corpo macchina è nichelato in nero opaco, per non riflettere la luce del sole. La prestigiosa rivista naturalistica Life ne acquista diversi esemplari.

Intanto, dalla fabbrica di Monte delle capre cominciano finalmente ad uscire le prime macchine rectaflex a telemetro, pattuite un anno prima con il distributore americano Robert Brockway. Ne escono in realtà due diversi modelli, chiamati Recta e la Director-35.

La Recta nasce sul corpo della Rectaflex Standard 30.000, su cui viene montato un grosso mirino con un telemetro speciale con il sistema di messa a fuoco a doppia finestra brevettato da Corsi nel 1951. Diversa è invece la storia della Director-35, che è in realta una nuova e diversa macchina. Monta anch’essa un telemetro con messa a fuoco su doppia finestra, ma le analogie finiscono qui. Funziona con una doppia tendina metallica rigida (non autoavvolgente), il ritardatore dei tempi èspostato, il caricamento della pellicola è frontale. Altre modifiche sono nella leva di carica curva, e una diversa collocazione del bottone dei tempi veloci.

Nel luglio del 1954 intanto, sulla scia delle esplorazioni scientifiche condotte l’anno precedente dai Piccard sul batiscafo trieste, gli alpinisti Achille Compagnoni e Lino Lacedelli commissionano alla Rectaflex due macchine, da portare con sé nella conquista del monte K2. Il capo del Montaggio, Roberto Germani, prepara due apparecchi in grado di affrontare le rigide temperature himalayane. Una modifica su tutte: l’olio di ingrassaggio sostituito con la polvere di grafite. Pare tuttavia, che le macchine, spedite per treno, non siano mai arrivate a destinazione, e che Compagnoni e Lacedelli, per le foto, abbiano usato una vecchia macchina a soffietto della Zeiss, la sola che siano stati in grado di reperire in uno sperduto emporio himalayano.

E questi sono davvero gli ultimi fuochi. La riserva di componenti giacente in magazzino termina nei primi giorni del 1955. Il capomontaggio Germani si dà da fare in tutte le maniere per montare i pezzi residui fino ad assemblarne qualcosa, ma non è proprio più possibile montare alcuna macchina. Le fonti aneddotiche riportano che a questo punto vengono mandati a casa anche gli operai del Montaggio e i capireparto.

I più meritevoli trovano con facilità impiego in altre aziende del gruppo: Alfredo Ferrari finisce alla Ecom; il meccanico Remo Nannini va ad occuparsi della riparazione delle macchine in garanzia al Servizio Dopo vendita. L’ingegner Cimino trova con facilità un posto alla Vasca navale.

Altri si mettono in proprio. Gli ingegneri Franco Sigismondi e Giorgio Marini, fondano la Staer, e assumono il tecnico Angelo Antonelli. Emilio Palamidessi, Manlio Valenzi e Roberto Germani aprono un’officina di riparazioni di apparecchi fotografici in via Cavour.

Altri infine, si impiegano alla concorrenza, per non disperdere il patrimonio di saperi maturati al Monte delle capre. Alcuni finiscono in Gamma, altri in Closter. Infine altri, tornano a fare i meccanici, in officine generiche.

Lo stabilimento di Monte delle Capre, vuoto di operai e di componenti, non viene più a questo punto vigilato. Le fonti aneddotiche riportano che in fabbrica regna il disordine, e che qualunque operaio abbia avuto a sentirsi indignato per l’avvenuto, si sia sentito moralmente legittimato a portarsi via un pezzo della fabbrica, a titolo di risarcimento morale.

Interviene la Proprietà, che dà ordine di vendere nella maniera più rapida possibile anche i pezzi non assemblati. Un aneddoto da più parti confermato racconta che Corsi si sia a questo punto fatto avanti per acquistare tutto in blocco, edificio e attrezzature produttive comprese, con l’intenzione di riprendere la produzione e iniziare da capo una nuova avventura. La Direzione ben conosce il genio creativo di Corsi, e sa che Corsi, con l’aiuto della fortuna, avrebbe persino potuto farcela. Soprattutto, la Direzione sa che la crisi Rectaflex non è derivata da una crisi del prodotto, che può ormai definirsi perfetto, ma da strategie commerciali errate. La Direzione gli chiede una somma spropositata, che si dice sia stata di 50.000.000 di lire. Eppure Corsi è pronto a pagarla. Si rivolge alle banche e cerca finanziatori: non ne trova alcuno.

Alla fine la spunta ancora una volta Léon Baume, che si fa consegnare le rimanenze, dietro la promessa di trovare un compratore per rimanenze, macchinari e mura della fabbrica. Da questo momento in poi Baume esce di fatto di scena, e diventa importatore in Italia della casa giapponese Konika.

Un aneddoto vuole che alla fine Baume un compratore per le rimanenze l’abbia trovato: Giorgio Cacchi della casa del fotocineamatore, insieme al ragazzo di bottega Tonino Arienzo e alcuni amici fedelissimi di Corsi, che a bordo delle loro automobili hanno dato vita ad un mesto convoglio di auto cariche di materiali obsoleti, qualche montatura di ottiche, alcuni accessori e ben 200 torrette Rotor inutilizzabili. Cacchi continuò a lungo ad esporre nel suo negozio alcuni cimeli della Rectaflex, tra cui il pannello della Rectaflex Gold con quasi tutti i pezzi della macchina scomposta, ovviamente senza le parti in oro. A quanto risulta, l’ultima rectaflex disponibile sul mercato fu venduta da Cacchi nel 1960, ad un turista accorso a Roma in occasione dei Giochi Olimpici.

Finita la produzione, negli uffici della Cisa Viscosa di Rectaflex si continua ancora ad occuparsi. Perché i muri della fabbrica non sono stati ancora venduti. Viene costituita una nuova società, la Rectaflex International, di cui Léon Baume è azionista. L’obiettivo non è riprendere la produzione, ma dare l’idea ad un potenziale compratore disposto ad investire tempo e mezzi che riprendere la produzione è possibile. Proprio per questo vengono acquistati degli spazi pubblicitari nelle riviste di settore. Alla Fiera Campionaria di Milano del 1955 la nuova società non ha uno stand, ma ci sono, si dice, diversi procuratori pronti a vedere ciò che resta al miglior offerente. Il listino prezzi di quel periodo mostra ancora la 25.000 vecchio modello, a prezzi invariati. Corsi, nel Laboratorio Sperimentale, prepara intanto un nuovo modello: la 40.000, che sul corpo della 30.000 monta un nuovo prisma più luminoso, uno specchio più grande, insomma tutto in formato maxi. Vengono realizzati i primi prototipi.

Quand’ecco che all’improvviso, siamo alla fine del 1955, il pontenziale compratore sbuca fuori, e viene da lontano. La Rectaflex annovera, tra i fornitori internazionali, la Kamerabau Anstalt, con sede a Vaduz nel Principato del Liechtenstein, di proprietà del principe Francesco Giuseppe II (1906-1989). Baume ha inviato nel piccolo principato ai margini della Svizzera tedesca alcune 30.000, assicurando che si può produrre con sole 8 ore di lavoro.

Il Principe invia a Roma il suo uomo di fiducia, l’ingegner Adolf Gasser, per valutare l’affare. Gasser è un uomo onesto, e dotato di grande esperienza. Proprio per questo la visita negli stabilimenti di Monte delle Capre si dimostra assai deludente e il tecnico, di ritorno in Liechtenstein sconsiglia al Principe l’acquisto dell’intera fabbrica, limitandosi ai brevetti.

Eppure l’accordo va in porto, negli ultimi mesi del 1956, e vede la partnership tra Cisa, Snia e la Contina AG, altra fabbrica di proprietà del Principe che produce calcolatrici tascabili e cineprese da 8 mm. Viene quindi creata una nuova società, la Établissements Rectaflex International Vaduz, della quale è azionista Léon Baume. La produzione si svolgerà nella fabbrica Contina, nella cittadina di Mauren. L’ingegner Gasser è a capo della progettazione, che prende il nome di 18.400, e della produzione. Il direttore di fabbrica è il signor Frick, mentre il Reparto Montaggio è affidato al signor Postner.

Da subito Gasser e Postner si mettono le mani nei capelli. Lamentano la mancanza di documentazione tecnica, e in particolare pare che manchi persino l’elenco dei componenti. Di ogni pezzo poi, esistono più versioni, senza sapere che pesci prendere. I due ingegneri decidono di richiamare in servizio, da Roma, Alfredo Ferrari, assunto ufficialmente nel settembre 1957. Poco dopo viene richiamato in servizio anche il meccanico Antonio Fasciani, con l’incarico di formare il personale del reparto Montaggio.

Gli ingegneri transalpini decidono di revisionare, pezzo per pezzo, tutta la componentistica, fresando i pezzi obsoleti, o scartandoli se necessario. E c’è un nuovo problema: la Contina, che non è in grado di produrre da sé tutti i componenti, deve ricorrere a fornitori esterni, facendo lievitare i costi. Alla fine del 1957 la linea di montaggio per la produzione in serie risulta ancora lontanissima. Sorgono degli attriti, e si evidenziano limpidamente le differenze di mentalità tra italiani e transalpini: geniali risolutori di imprevisti i primi; tecnici precisi che perdono le staffe ogni volta che un pezzo va fuori tolleranza i secondi. Considerando che i pezzi fuori tolleranza non sono l’eccezione, ma la regola, alla Contina sono tutti seriamente preoccupati. Fasciani propone una soluzione d’emergenza: riportare la produzione a Roma raccattando le vecchie maestranze del Trullo. La proposta viene respinta con sdegno.

I transalpini, giunti ormai alla disperazione, contro il parere dei soci italiani, richiamano in servizio, da Roma, Telemaco Corsi. Corsi, racconta la memoria popolare, pare che abbia detto sì all’istante, mettendo da parte tutte le amarezze. Porta con sé il veterano Roberto Germani, già responsabile del Servizio Dopovendita. Il miracolo riesce: le prime macchine made in Liechtenstein vengono montate. E funzionano. Pare anche che Corsi si sia subito ben inteso con le maestranze transalpine, nonostante le barriere linguistiche, ben felice di respirare aria di fabbrica a pieni polmoni.

Le macchine modello 40.000 arrivano alla produzione in preserie. C’è il comando automatico della preselezione del diaframma, e viene montato un nuovo obiettivo. I primi collaudi danno però una serie di inconvenienti, soprattutto nella velocità dei tempi. Corsi chiede che vengano sostituiti i comandi delle tendine con nuovi comandi, migliorati. Baume si oppone, il Principe del Liechtenstein non sa come schierarsi. L’ingegner Gasser studia la questione, e individua che il problema può essere risolto modificando i corpi di alluminio di futura fabbricazione. Alla fine, siamo all’inizio del 1958, la Rectaflex transalpina pare giunta a livelli qualitativi soddisfacenti. Viene approvato il piano di produzione. Dopo continui adattamenti e suggerimenti, all’inizio del 1958 le prime macchine cominciano a funzionare a dovere e sembra che si sia pronti ad iniziare la produzione in serie. Il piano di produzione prevede la realizzazione di 45 macchine al giorno.

L’ingegner Gasser chiede l’assunzione di nuove maestranze; gli azionisti frenano, fra un rinvio e l’altro. Corsi intanto perfeziona ancora la macchina, e chiede al Principe di installare sulla 40.000 l’esposimetro al selenio incorporato nel prisma. Nella silenziosa fabbrica Contina, si trasferisce in breve tutto il caos di una produzione italiana. Il tempo passa, i costi fissi scorrono, e della produzione in serie non c’è neanche l’ombra. Fra gli azionisti, nel 1959, si fa strada l’idea di essere fuori tempo massimo, anche perché il mercato di quegli anni vede affermarsi macchine giapponesi con tecnologie diversi, costi inferiori, in grado di offrire al fotoamatore scatti ugualmente belli.

A questo punto le informazioni si fanno imprecise. La produzione va avanti, tra arresti e ripartenze, ma nessuno crede seriamente in un successo. Pare che alla fine di macchine Rectaflex 40.000 ne siano stati prodotti 2500 esemplari. Pare anche che per la disperazione siano stati gettati tutti nel fiume Reno, per far capire al Principe che nel Principato transalpino non era possibile produrre all’italiana. Fatto sta che la storia si trascina ancora per cinque anni, finché la società viene rilevata dalla Hilti, interessata probabilmente ad impedire che i brevetti fossero acquistati da società concorrenti, piuttosto che proseguire la produzione.

Viene formalmente costituita la Rectaflex Srl, e nell’autunno 1948 viene posata la prima pietra. Il progetto consta di una palazzina di 4 piani, nel classico stile architettonico post-fascista. La fabbrica è strutturata in modo molto pratico, alla maniera di Walter Gropius, con larghe scale d’accesso ai piani, ampi locali open-space che prendono luce da grandi finestre rivolte ad est. I servizi e la mensa sono anch’essi completamente nuovi e modernissimi. Alcuni reparti meno importanti o forse meno puliti, come la Galvanica, la Verniciatura e il Magazzino, vengono alloggiati nelle costruzioni adiacenti. Gli uffici e gli ambienti destinati ai disegnatori tecnici rimangono invece nella palazzina centrale Sara. Si passa quindi a commissionare i torni, le fresatrici, le presse, i pantografi, e le altre attrezzature maccaniche.

Lo stabilimento romano di via Monte delle Capre è diventato, negli anni a seguire, un istituto tecnico di prim’ordine, denominato Marconi. Gli abitanti del Trullo assistevano con sempre viva soddisfazione alla discesa a frotte di ragazzi del centrocittà, che raggiungono la periferia per studiare presso questa eccellenza scolastica. Dopo la chiusura e un periodo di abbandono, l’edificio ospita oggi il centro socio-culturale e la biblioteca del quartiere.

Tra le varie attività presenti oggi nel plesso ex Rectaflex è sicuramente da ricordare il Centro Maree, un istituto di accoglienza per donne vittime di violenza, insieme ai loro piccoli. Il centro antiviolenza viene fondato nel 2000. Nel numero di Arvalia News di marzo-aprile 2015, ne troviamo sinteticamente raccontata la storia in un articolo intitolato “La Notte della Moda sostiene la ristrutturazione del Centro Maree”. «Parte dei ricavi della Vogue Fashion Night Out 2014 – vi si legge – sono stati devoluti in favore all’ass. Differenza Donna, che gestisce il Centro Maree (il centro antiviolenza che al Trullo accoglie donne e bambini vittime di abusi), per interventi di ristrutturazione. Al termine dei lavori c’è stata una vera e propria seconda inaugurazione del Centro, che segue di 15 anni la prima, avvenuta nel 2000».

 

San Raffaele

 

San Raffaele Arcangelo è una chiesa parrocchiale, consacrata nel 1957. Il terreno viene acquistato fin dal 1939, nel quadro più ampio dell’edificazione della Borgata del Trullo. Le avversità belliche fanno sì che il culto si celebri fino al 1945 in uno scantinato al III Lotto, e fino al 1957 in un’officina automeccanica. In quell’anno viene inaugurato l’edificio liturgico attuale, dalla caratteristica torre campanaria, su progetto architettonico di Tullio Rossi. La vita parrocchiale è caratterizzata, per i trenta anni a seguire, dalla guida del cappuccino Padre Celso, cui si deve l’attivazione delle iniziative sociali e sportive. Il San Raffaele è oggi uno dei tre nuclei di cui si compone la parrocchia, insieme con le Ancelle di Cristo Re e l’Istituto dei Sacri Cuori.

Fino al 1939 la vallata di Affogalasino è un acquitrino insalubre, regno indiscusso della zanzara anopheles anopheles. A ridosso degli Anni Quaranta succede però che il precipitare degli eventi bellici porta in questo luogo, nel giro di pochi mesi, la bonifica sanitaria e all’edificazione di una intera borgata, la borgata Costanzo Ciano. Sul finire del 1939 la Pontificia Opera per la Preservazione della Fede acquista un terreno di 4000 metri quadrati, con l’intenzione di edificarvi la chiesa della nuova borgata, non appena l’edificazione della borgata fosse compiuta. Le case popolari tutt’intorno sono destinate a «interi nuclei familiari di emigrati italiani che, causa il precipitare degli eventi politici, avevano dovuto abbandonare le nazioni presso le quali erano andati a trovare un lavoro sicuro, una casa, il pane per i propri figli» (Emilio Venditti). Le famiglie cominciano ad arrivare nelle case popolari già dalla primavera 1940.

Di pari passo con le necessità materiali, nasce anche il bisogno di «una assistenza religiosa e morale». Racconta Venditti che «la gente, proveniente quasi tutta da paesi lontani e da esperienze molto diverse, ha in comune, però, un profondo e radicato senso religioso della vita». Viene così adibito al culto, con grande semplicità (e sembra senza nessun passaggio formale negli Uffici del Vicariato) uno scantinato non ancora assegnato, situato nel III Lotto delle case popolari. Le messe vengono celebrate una volta a settimana, la domenica mattina, dai sacerdoti scalabriniani, la cui missione pastorale è proprio l’apostolato tra i migranti.

Il 14 agosto 1941 agli scalabriniani subentra il vicecurato Padre Fiorenzo, un francescano di origine romagnola della vicina parrocchia di Santa Maria e Giuseppe al Casaletto, in virtù di un decreto del cardinale vicario di allora, Francesco Marchetti Selvaggiani, che costituisce la zona di Affogalasino in vicecura della Parrocchia di Santa Maria del Rosario alla Magliana, in cui ricade il territorio della borgata. Padre Fiorenzo celebra messa al III lotto fino a metà del 1942, quando viene improvvisamente richiamato alle armi come cappellano militare.

In quell’anno 1941 arrivano nella nascente borgata anche quattro religiose, appartenenti alla congregazione delle Maestre Pie dell’Addolorata, per portare conforti spirituali e istruzione scolastica ai fanciulli. Le Maestre Pie sono una congregazione fondata da Madre Elisabetta Renzi (1786-1859) nel 1839: a Madre Renzi, dichiarata beata nel 1989 da Giovanni Paolo II, si deve la costituzione di scuole popolari nel circondario di Rimini e la creazione di una comunità di religiose-maestre, destinate a portare la scuola laddove ce n’era più bisogno, in tutt’Italia.

Al Trullo dunque, in uno stabile su via Sarzana, le religiose aprono un asilo e una scuola elementare. I loro nomi sono Suor Carolina Fabbri, Suor Maria Gasperoni, Suor Agnese Berti e Suor Maria Mondaini. Così ricorda Emilio Venditti: «Queste generose suore si prodigano per tutto il quartiere con grande zelo, e aprono anche una scuola di taglio e cucito che si rivela utilissima per le giovinette dell’epoca, chiamate a vivere in un periodo in cui conoscere le nozioni elementari di cucito è assolutamente necessario alle famiglie».

A Metà del 1942 arriva al Trullo, come vicecurato, Padre Alfonso Guerra, appartenente alla Provincia monastica dei Cappuccini di Bologna. Padre Alfonso lega il suo nome al momento più difficile della vita della borgata, tra la fame e l’occupazione nazista.

A Padre Alfonso è attribuita la decisione di intitolare lo scantinato del III lotto alla protezione di San Raffaele Arcangelo. Nella tradizione l’Arcangelo Raffaele è il patrono dei viandanti: viandanti (emigranti) come i primi inquilini della borgata. «Non fu certamente messo a caso come protettore della comunità che qui si era da poco formata», sottolinea Venditti. La sua statua, che si conserva ancora oggi nella attuale chiesa di San Raffaele, rappresenta l’Arcangelo «in una dolce e serena espressione, mentre tiene una mano su una spalla del giovane Tobiolo, che, a sua volta, appare con un pesce tra le braccia e un cagnolino ai piedi come nella narrazione biblica».

Di Padre Alfonso si ricorda soprattutto il ruolo tenuto in occasione di un terribile episodio di guerra. C’era da poco stato l’attentato di via Rasella (23 marzo del 1944), in cui persero la vita 32 tedeschi, e la popolazione conosceva la reazione di rappresaglia dei militi germanici, che sterminarono, con l’eccidio delle Fosse Ardeatine, un ingente numero di italiani (340 si seppe in seguito). Nella Borgata Ciano si rischiò che avvenisse qualcosa di simile. «Il comandante tedesco del Genio militare di via del Trullo – scrive Emilio Venditti – comunicò a Padre Alfonso Guerra che era stata rubata presso il Comando una valigia contenente importanti documenti militari. Se in 48 ore questa non fosse stata restituita, i soldati tedeschi avrebbero minato la borgata e l’avrebbero fatta saltare. Un brivido di terrore scosse tutti gli abitanti, per la terribile minaccia. Con Padre Alfonso in testa, un gruppo di persone iniziò a bussare casa per casa implorando l’ignoto ladruncolo di restituire la valigia». L’opera di convincimento di Padre Alfonso riesce, e la valigia viene riconsegnata al Comando germanico, evitando la tragedia.

Il 25 aprile 1945 (una data simbolica che coincide con la domenica delle Palme) Padre Alfonso inaugura il nuovo edificio per il culto, un capannone in via del Trullo (dove oggi si trova l’officina automeccanica). Padre Alnfonso entra nel nuovo capannone alla guida dei fedeli, «quasi a suggellare l’inizio della rinascita della borgata dopo la guerra. Era il caso di dire che si trattava di una chiesa uscita dalle Catacombe di uno scantinato» (Venditti).

Poco dopo, sempre nel 1945, viene in visita alla Borgata Ciano (ormai Borgata del Trullo) Monsignor Giovanbattista Montini (futuro Papa Paolo VI), nelle vesti di pro-segretario di Stato di Pio XII.

Montini apre il cantiere per la costruzione della nuova grande chiesa (quella attuale), e degli attigui locali per le attività sociali e sportive, promessa alla comunità già dal 1939 e rimandata per gli eventi bellici. Ci vorranno altri 12 anni (fino al 1957) per il completamento della nuova chiesa. Per questi due lustri e mezzo tuttavia il capannone di via del Trullo assolve egregiamente alle funzioni di centro religioso del quartiere.

Nel 1953 arriva intanto al Trullo Padre Celso (al secolo Silio Serri, 1917-2002), «un personaggio destinato a divenire familiare a tutti» (Venditti). È anche lui un cappuccino, di origine emiliana. Sarà il parroco del Trullo per 32 anni. È nato nel 1917 a Casina (Reggio Emilia); frequenta gli studi nei conventi di San Martino e di Scandiano. Durante il noviziato, a Fidenza, si distingue per l’assistenza prestata durante i bombardamenti. Padre Celso è famoso anche per le sue abilità oratorie. L’aneddoto, riferito dalla giornalista Giovanna Caroli, vuole che nel marzo 1948 abbia incontrato a Correggio la funzionaria del PCI Nilde Iotti, tenendole testa punto su punto in un’appassionata maratona oratoria. Divenuto sacerdote, quella del Trullo è la prima parrocchia che gli viene affidata. E sarà anche l’unica, finché le forze fisiche glielo consentono.

Il primo atto di Padre Celso è perorare presso il Vicariato, l’erezione a parrocchia della Vicecura di Affogalasino. L’ottiene il 1° febbraio 1953, con il decreto del Cardinal vicario Clemente Micara «Quo uberius». Padre Celso è il primo parroco (lo resterà per oltre 30 anni), e la parrocchia viene affidata alla cura della Provincia romana dei Frati Minori Cappuccini. Il Trullo è la 106a parrocchia di Roma. Un anno dopo, il 24 luglio 1954, la parrocchia ottiene anche il riconoscimento agli effetti civili e si cominciano a celebrare i matrimoni.

Giovanna Caroli ne traccia questo ricordo personale: «Di temperamento generoso, conservò sempre un forte legame con la famiglia e con la terra d’origine. Se si trattava di soccorrere qualcuno, Padre Celso era di casa dappertutto e a tutto trovava soluzione». Intanto, la grande chiesa di San Raffaele Arcangelo è quesi pronta.

L’edificio parrocchiale attuale, su progetto architettonico di Tullio Rossi in via di San Raffaele, 28, viene consacrato il 13 giugno 1957, giorno di Sant’Antonio, cui la borgata è legata. La solenne cerimonia è celebrata da Monsignor Luigi Traglia, arcivescovo titolare di Cesarea di Palestina, Vicegerente di Roma.

La chiesa si completa con gli annessi locali per attività sociali e sportive, la cui organizzazione è in gran parte frutto di Padre Celso.

Una decina di anni dopo la chiesa subisce alcune ristrutturazioni, per adattarla alle nuove indicazioni del Concilio Vaticano II (1965).

Il 25 dicembre, giorno di Natale, del 1964, Papa Paolo VI è nella chiesa di San Raffaele in visita pastorale. Riferisce Venditti che il pontefice celebra di buon’ora la messa e subito dopo visita alcuni infermi nelle case popolari (a causa della malattia non erano potuti venire in chiesa), portando loro una parola di conforto.

L’11 novembre 1979 c’è ancora una papa al Trullo: è Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II. Si tratta – riferisce ancora Venditti – di una delle prime visite nelle parrocchie romane del nuovo pontefice. È un pomeriggio molto freddo, ma c’è la partecipazione di migliaia di fedeli del quartiere. Di quell’incontro rimangono oggi le fotografie di viale Ventimiglia gremito, con il Santo Padre costretto a tenere il suo discorso nel portico della chiesa di San Raffaele, rivolto verso viale Ventimiglia, perché la chiesa di San Raffaele non è grande abbastanza per contenere tutti i fedeli accorsi.

Il 28 febbraio 1982, con il decreto del Cardinal vicario Ugo Poletti «A tutti è ben noto», viene istituita la nuova parrocchia di Nostra Signora di Valme a Villa Bonelli. Per fare questo vengono ridotti i territori di ben quattro parrocchie confinanti: oltre a quelle di S. Silvia, S. Maria del Carmine e S. Giuseppe, e S. Gregorio Magno, c’è anche quella di S. Raffaele Arcangelo, che perde i territori al di là del Fosso di papa Leone.

A Padre Celso si deve soprattutto l’organizzazione delle attività socio-culturali e sportive legate alla parrocchia. Scrive al riguardo Emilio Venditti: «Una delle deficienze più sentite al Trullo, specialmente dalla popolazione giovanile, è la mancanza di idonee strutture associative, sia per le attività sportive sia per quelle della cultura e del tempo libero. Va notato in questo settore l’impegno della parrocchia, sensibile da sempre al problema di colmare tali carenze strutturali. È la parrocchia, , che, con proprie concrete iniziative, ha permesso tra l’altro la costruzione di un campo sportivo, di una palestra e di un teatro capace di cinquecento posti a sedere».

Venditti fa riferimento alla Società Trullo 84 e al Nuovo Teatro San Raffaele. La U.S.S. Trullo 84 è un gruppo polisportivo che opera presso il capo S. Raffaele di via di Monte Cucco. Esso ha raccolto, spiega Venditti, «l’eredità di trenta anni di impegno sportivo, oltreché educativo, di un cappuccino: Padre Benedetto Camellini, stimato e seguito da schiere di giovani». In quegli anni i «colossi» della San Raffaele Basket del Trullo collezionano qualche bel successo nel panorama sportivo locale.

Il Nuovo Teatro San Raffaele, restaurato alla fine degli Anni Ottanta, costituisce il più importante teatro di tutto il quadrante del Trullo. In questi anni opera presso il Teatro San Raffaele una dinamica compagnia teatrale giovanile, con il nome di Teatro Insieme Trullo (TIT), animata dall’attore Pippo Franco. Al Teatro San Raffaele nasce il dramma sacro sui Martiri Portuensi, scritto da Clodio Fatello Orsini, che rappresenta, dopo anni di oblio, il recupero di un legame profondo del quartiere con le sue antiche origini.

Nel 1985 Padre Celso lascia la guida della parrocchia per motivi di salute, e si ritira in convento tra Fidenza, Piacenza e Reggio (si spegnerà nel 2002). In quel 1985 gli succede, per breve periodo, un altro cappuccino, Padre Paolo Poli, per poi cedere nello stesso anno la guida parrocchiale a Padre Michele Cinquepalmi, appartenente alla congregazione religiosa dei Missionari della Fede. Suo successore sarà Don Marcello Castelli, appartenente al clero diocesano.

Un decreto vicariale, a firma del Cardinal vicario Ugo Poletti del 20 giugno 1989, ritocca i confini della parrocchia San Raffaele, portandoli così alle forme attuali. Dal 1989 i confini parrocchiali sono dunque così determinati: «Viale Isacco Newton fino alla Ferrovia Roma-Pisa, partendo dall’intersezione con il vicolo di Papa Leone; detta ferrovia ad ovest; via del Trullo fino all’altezza di via Pitigliano; da qui, per via breve a ovest fino ad incontrare via di Vigna Girelli e oltre a nord tangendo la fine di via Ponte Buggianese fino a via degli Orti della Magliana; detta via; vicolo degli Orti della Magliana; via Pelago; linea ideale che tangendo la fine di vicolo Clementi giunge a via del Trullo all’altezza della biforcazione della stessa via; breve tratto di via del Trullo fino all’altezza del confine di proprietà delle Suore Olandesi della Carità; detto confine e quello della Proprietà Tortù fino al vicolo di Papa Leone nel punto in cui il vicolo interseca viale Isacco Newton; detta via».

La parrocchia è oggi affidata congiuntamente al clero diocesano e alla Fraternità sacerdotale dei Figli della Croce. A Don Massimo Allisiardi (parroco fino al 2008) della Fraternità dei Figli della Croce, succede così Don Alessandro Cavallo, che è l’attuale parroco, anch’egli appartenente alla Fraternità dei Figli della Croce. Don Alessandro è assistitio dai vicari parrocchiali Don Stefano Dell’acqua (dal 2008), Don Arjan Dodaj (2005) e Don Stefano Peri (2010).

Al luogo di culto principale di San Raffaele Arcangelo la parrocchia affianca, come luogo di culto sussidiario, la Cappella delle Suore Ancelle di Cristo Re di via di Monte Cucco, 25. La cappella sorge all’interno di un grande parco a verde, nel quale hanno sede la casa di procura romana della congregazione femminile spagnola delle Ancelle di Cristo Re e la casa di esercizi spirituali «Nostra Signora della Misericordia», in grado di accogliere 90 pellegrini di sesso femminile.

Poco distante, al civico 27 di via di Monte Cucco, si trova la scuola materna cattolica dei Santi Angeli Custodi, continuatrice della gestita Scuola delle Maestre Pie di via Sarzana già esistente dal 1941. Più dettagliatamente, la scuola consiste in una materna per bambini dai 3 ai 6 anni, una sezione primavera dai 2 ai 3 anni e un asilo nido dai 14 mesi ai 2 anni.

Sull’altro lato della valle, al civico 372 di via del Trullo, si trova il complesso edilizio delle Missionarie dei Sacri Cuori. Il complesso ospita la Casa generalizia dell’Istituto religioso femminile «Suore missionarie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria», e alla casa generalizia fa capo anche l’anesso Noviziato. Nello stesso complesso si trova anche la scuola materna ed elementare cattolica dei Sacri cuori, continuatrice dell’attività dell’Orfanotrofio di Pola, in Istria.

 

Trullo contemporaneo

 

Ancelle di Cristo Re

 

Le Ancelle di Cristo Re sono un complesso di vita consacrata, appartenente alla omonima congregazione religiosa spagnola. La congregazione viene fondata nel 1941 da Don Pedro Legaria y Armendáriz, con una religiosità incentrata sulla pratica degli «esercizi spirituali». In Spagna si trova oggi la casa generalizia della congregazione, mentre al Trullo si trova la Casa di procura romana, all’interno di un parco alberato sul fianco collinare della Parrocchietta, con accesso da via di Monte Cucco nel fondovalle. La Cappella delle Ancelle di Cristo Re è aperta al pubblico, mentre il parco è riservato ai clienti dell’albergo Nostra Signora della Misericordia, specializzato nei ritiri spirituali. Le Ancelle di Cristo Re, insieme con la chiesa di San Raffaele e l’istituto dei Sacri Cuori, fanno parte della Parrocchia San Raffaele Arcangelo.

Pedro Legaria y Armendáriz, nasce nel 1878 a Tudela, nella regione spagnola della Navarra, in una famiglia umilissima. Frequenta il seminario e per pagarsi la retta lavora come operaio.

Quando viene ordinato sacerdote, e nominato parroco del borgo rurale di Murchante, si dedica con zelo all’impegno pastorale. Don Pedro prende a cuore la pratica degli «esercizi spirituali», un metodo di spiritualità elaborato dal fondatore della Compagnia di Gesù, Sant’Ignazio di Loyola, che consiste in un insieme di meditazioni e preghiere in un’atmosfera di raccolto silenzio. Gli esercizi spirituali sono condotti tipicamente in ambienti di ritiro, con la mediazione di una guida spirituale, con la finalità della «purificazione del cuore e della conversione della vita ad imitazione Cristo, sotto la guida dello Spirito Santo». Nella sua attività di parroco Don Pedro è assistito da un gruppetto di giovani donne, ferventi volontarie che mettono la loro opera a disposizione dell’azione sociale, l’insegnamento scolastico e le missioni verso i bisognosi.

Nel 1928 Don Pedro costituisce i volontari in associazione di fedeli, con il nome di «Milicia de Jesus», Milizia di Gesù. Nel 1941 il vescovo di Tarazona erige il sodalizio in congregazione religiosa, conferendo il titolo attuale di «Esclavas de Cristo Rey», Ancelle di Cristo Re. Don Pedro muore nel 1956, in odore di santità. Due anni dopo la congregazione delle Ancelle di Cristo Re riceve il pontificio decreto di lode, trasformandosi in un istituto di diritto pontificio, con casa generalizia a Burlada, in Navarra. Pochi anni dopo Don Pedro è riconosciuto «venerabile della Chiesa». Oggi la congregazione è attiva soprattutto in Spagna e nei paesi dell’America Latina. Conta più di trecento consorelle in 42 case di procura.

La congregazione è presente a Roma con la «casa di procura», in cui dimorano le religiose appartenenti alla congregazione. La Cappella delle Ancelle di Cristo Re, oltre che alla devozione delle religiose, è aperta anche al quartiere e fa capo alla Parrocchia San Raffaele Arcangelo. Vi si accede attraverso un viale alberato a tornanti, direttamente dalla vallata sottostante, attraverso un grande cancello al civico 25 di via di Monte Cucco.

Le religiose della congregazione, oltre che alla catechesi e all’istruzione della gioventù, si dedicano principalmente all’organizzazione di esercizi spirituali e ritiri spirituali. La casa di procura romana gestisce, all’interno del complesso edilizio, anche la Casa di esercizi spirituali «Nostra Signora della Misericordia».

Si tratta di una moderna struttura ricettiva per pellegrini, da 90 posti. La struttura è silenziosissima, e ogni cosa è organizzata per favorire la concentrazione. Vi sono sale per gli incontri di varie dimensioni, utilizzate per convegni, ritiri e capitoli generali di congregazioni religiose.

Tutt’intorno si trova il grande giardino, che costituisce motivo di orgoglio e di ricchezza per l’intero complesso. Percorrendo i viali, è possibile fermarsi nel verde, accanto agli alberi, dimenticandosi di essere in città, e proseguire, passeggiando, nel difficile lavoro della «palestra dello spirito». Lo studioso locale Emilio Venditti, nel suo libro sul Trullo, ha riservato alla struttura parole incantate: «In fondo all’ampio viale intitolato a Giovanni Porzio sorge un grande istituto religioso amministrato dalla Congregazione delle suore spagnole delle Ancelle di Cristo Re. L’ampio spazio verde attorno all’istituto è stato trasformato in un parco di squisito gusto, con pregiatissimi alberi di alto fusto e splendidi giardini, nei quali le piante e i fiori sono curati con grande diligenza, come pure l’ordine e la pulizia. Visitando questo stupendo parco si riceve una lezione di amore per la natura e si ha quasi l’impressione di trovarsi in Svizzera o in Olanda. Mancano soltanto i mulini a vento e i tulipani».

 

Divin Maestro

 

Il Divin Maestro (abbreviazione di Nostro Signore Gesù Cristo Divin Maestro) è una chiesa moderna, parte del complesso edilizio di vita consacrata delle Pie Discepole del Divin Maestro.

Le Pie Discepole sono una congregazione cattolica appartenente alla Famiglia Paolina, fondata nel 1924 da Don Alberione, riconosciuta dalla Santa Sede nel 1948 e perfezionata nella costituzioni nel 1960. Sebbene non disponiamo di una notizia storico-architettonica, è probabile che l’edificio liturgico (insieme con la Casa provincializia, il Noviziato e la Comunità) sia stato edificato successivamente a quest’ultima data.

Il complesso sorge nella originaria Tenuta di Vigna Consorti, estesa dalla valle di Affogalasino (oggi via del Trullo) al crinale collinare verso Casetta Mattei. L’accesso moderno è a monte, dal civico 739 di Via Portuense, sebbene l’ingresso storico si trovasse a valle, attraverso un viale fiancheggiato da alti pini monumentali, ancora oggi esistente.

Intorno al viale, in posizione elevata, si trovano quattro edifici rurali di piccole dimensioni (casaletti), da cui deriva la denominazione storica di Casaletti del Trullo.

L’Opera Don Guanella è la casa generalizia dell’istituto religioso dei Servi della Carità, fondato da San Luigi Guanella.

Don Guanella (1842-1915) si dedica dal 1886 a Como all’assistenza ai bisognosi, costituendo nel 1908 una comunità maschile di vita consacrata. Riceve nel 1912 la lode pontificia e nel 1935 la formale approvazione da parte della Santa Sede. Don Guanella viene beatificato nel 1964 e canonizzato nel 2011. La Casa generalizia si trova in vicolo Clementi, 41, in un moderno stabile costituito da un’unica stecca, da cui si protende, nel lato opposto alla facciata, il corpo di fabbrica della cappella, anch’essa intitolata al fondatore Don Guanella (accesso libero, dal civico 45). L’Opera ha 76 case sparse in tutto il mondo e si dedica alle attività di misericordia in favore soprattutto di disabili mentali, anziani e fanciulli.

 

Monte delle Capre

 

Vigna Girelli è una proprietà fondiaria ottocentesca, oggi urbanizzata e ormai priva degli originari caratteri agricoli. Le Belle Arti hanno rintracciato, nel tessuto moderno, quattro casali che conservano caratteristiche peculiari. Il Casale di Vigna Girelli, al civico 46 di via di Vigna Girelli, ha mantenuto le forme edilizie del «casaletto della campagna romana», con pianta rettangolare a doppia elevazione e copertura con capriate lignee. Al termine della via, al civico 94, si trova il Casale Arpini, che sull’originaria struttura del casaletto ha via via impiantato corpi minori, fino ad assumere la conformazione di un borghetto. Sulla vicina via Coreglia Antelminelli al civico 24 è segnalato il Casale di via Coreglia, già accatastato nel 1807, mentre al civico 52 la Stalla Lauricella è integra nelle forme originarie.

I catalogatori della Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma Giampaoli e Fracasso hanno ispezionato in anni non recenti l’area della ex Vigna Girelli, allora già urbanizzata, individuando quattro edificazioni tipiche della tenuta: un casaletto della campagna romana, un borghetto agrario, un casale di epoca precedente e una stalla, contrassegnandoli rispettivamente con i numeri inventariali 724, 730, 723 e 720.

Il primo di essi, denominato Casaletto di Vigna Girelli (scheda G. Sacchi n. 700724), si trova su via di Vigna Girelli, 46, all’angolo con un’interpoderale. La sua caratteristica è che ha mantenuto inalterate le forme del «casaletto della campagna romana»: è un corpo unico a pianta rettangolare, con pian terreno e primo piano, e una bella copertura a capriate lignee a doppia falda. Non è l’unico casaletto della zona, ma, in un tessuto urbano caotico e con frequenti superfetazioni abuseive, è quello in cui i proprietari non si sono lasciati tentare dall’aggiungere altre stanze, magari per un allargamento della famiglia.

Via di Vigna Girelli, al suo termine, perde i tratti urbani, per proseguire su un tratto poderale. Qui (il civico di riferimento è il n. 94) si trova il Borghetto Arpini (scheda G. Sacchi n. 700730), costituito da un corpo principale dalla originaria struttura del casaletto della campagna romana, simile a quello già visto al civico 46. Tuttavia aggiunte successive di corpi di fabbrica minori – sia in linea che laterali che distaccati – hanno conferito al caseggiato l’aspetto di un borghetto rurale.

Diverso dai precedenti è un casale di maggiori dimensioni, visibile già dal Catasto del 1807, che le Belle arti collocano al civico 24 di Coreglia Antelminelli (Casale di via Coreglia, scheda G. Sacchi n. 700723). Una ricognizione sul posto non ha permesso purtroppo di individuarlo con certezza, sia perché il civico 24 è il punto di partenza di un viale interno protetto da un alto cancello, sia perché nell’area sono presenti numerose edificazioni, sia moderne che preesistenti. Ci proponiamo di bussare ai proprietari, confidando in maggiori informazioni.

Le Belle arti segnalano, al civico 52 di via Coreglia Antelminelli, la Stalla Lauricella (scheda G. Sacchi n. 700720). Si tratta di una struttura modesta, tuttavia integra nelle forme originarie di «stalla della campagna romana», costituita da uno spazio rettangolare aperto delimitato da una serie di colonne in muratura, che reggono una copertura a capriate lignee a doppia falda. Gli spazi tra le colonne si presentano oggi tamponati in muratura, e probabilmente la funzione originaria di stalla è andata perduta in favore di quella di magazzino.

Il Casale di via Buggiano è un edificio rurale visibile già dal catasto del 1807, sito al civico 14 di questa via. Le Belle Arti si sono occupate di questo casale, di grandi dimensioni ma caratterizzato da linee molto semplici, con la scheda n. 700722 a cura di G. Sacchi (catalogo di Giampaoli & Fracasso). Non sono tuttavia disponibili ulteriori informazioni, che ci proponiamo di chiedere ai proprietari pubblicandole non appena possibile. Dalle immagini satellitari rileviamo che il caseggiato si presenta in buone condizioni di conservazione, con intonaci bianchi, ed è circondato da un parco curato con alberi di alto fusto, tra cui una palma. Il tessuto circostante di Monte delle Capre si presenta densamente urbanizzato. Il casale ha pianta rettangolare e si articola su tre piani. Le coperture sono lignee a doppia falda.

[Casale Spoletini].

Casa Pantalei risulta censita due volte negli archivi delle Belle Arti: una prima come edificio rurale Casa Pantalei (scheda n. 700728, cat. Giampaoli e Fracasso, resp. Sacchi), e una seconda come arco monumentale Portale Pantalei che precede l’edificio rurale (scheda Belle Arti n. 700729, cat. Giampaoli e Fracasso, resp. Sacchi). Casa Pantalei è un edificio rurale visibile già dal catasto del 1819, sito in via delle Vigne, 100, al Trullo. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00700728A, Sacchi G. – cat. Giampaoli-Fracasso). Il Portale di via delle Vigne è un ingresso monumentale visibile già dal catasto del 1819, sito al civico n. 100 della via omonima al Trullo. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00700729A, Sacchi G. – cat. Giampaoli-Fracasso).

[Il casale al civico 110].

[La Zona O Monte delle Capre].

 

Trullo moderno e contemporaneo

 

[L’edificazione popolare di Montecucco].

[Trullo Anni Settanta, Ottanta, Novanta].

[Il PRU Trullo-Corviale].

Fra il 2010 e il 2015 si costituisce al Trullo un collettivo di «artisti anonimi», incentrato sulle arti murali. Il primo nucleo, i Poeti der Trullo,  si compone di sette ragazzi e ragazze, allora poco più che ventenni – Inumi Laconico, er Pinto, er Bestia, er Quercia, ‘a Gatta morta, er Farco, Marta der III Lotto –, che scrivono versi sui muri. Si tratta di semplici quartine a rima baciata, che diventano popolarissime quando, una a una, vengono «scoperte» in una sorta di caccia al tesoro e rilanciate sui social. Le tematiche sono quelle del vissuto quotidiano del quartiere, e sono banali solo in apparenza. Il Trullo non è infatti solo un luogo fisico, ma il caleidoscopio dell’intera umanità delle periferie urbane: «Il Trullo è un luogo della mente, tutta la periferia esistente può essere seme di poesia», mette in chiaro Inumi Laconico. A Helga Marsala, notista culturale di Artribune[2], si deve per prima di aver descritto la poetica urbana dei Poeti:

 

Nascevano un po’ per caso e un po’ per urgenza d’espressione. Ragazzi del quartiere trovatisi a condividere l’amore per il verso. Non la droga, non le aggressioni pseudo-ideologiche tra fazioni, non il vuoto quotidiano e la disillusione. La poesia come provocazione dolce. Giovani, ironici, cocciuti sognatori metropolitani: “metroromantici”. Sono i figli di un romanticismo urbano, senza metriche polverose, retoriche, artifizi e stilemi: un modo contemporaneo d’essere ottocenteschi, impastati d’emotività e di inquietudine, di empatie e minime ispirazioni, scegliendo la strada come spazio d’avventura. I Poeti der Trullo scrivono parole sui muri, sfrecciano su internet e impazzano sui social. Aiutati dal gioco della segretezza,  intimamente popolari, seducono, conquistano, spargono mucchietti di parole fra i muri sgualciti di un quartiere-nido, giardino, isola, rifugio. Quei versi hanno attecchito fra il cemento e la distrazione diffusa.

 

Dal 2013 si affianca ai Poeti Mario d’Amico, che porta nel collettivo un secondo nucleo di artisti, i Pittori anonimi del Trullo. I loro interventi murali si caratterizzano per l’assenza di caratteri figurativi: campiture di colore o composizioni geometriche o a raggiera, laddove in precedenza c’era la tinta monocroma «giallo Trullo» della Borgata Ciano. I Pittori comprano secchi di vernice azzurra, turchese, verde-bosco, rossa, rosa-pastello, gialla, e nottetempo ridipingono a rullo le parti ammalorate di vecchi muri, cancellando scritte politiche o di tifoserie, rimuovendo manifesti abusivi, sporcizia e degrado. Così H. Marsala:

 

Qualche tempo dopo seguirono i colori. Mario d’Amico, un sessantenne dalle lunghe chiome canute e gli occhi infinitamente buoni, decideva di aprire un nuovo capitolo della sua vita un po’ sbilenca, da combattente e solitario freak, ai margini del mondo e nel cuore del quartiere: agire invece di voltare lo sguardo, unire anziché distruggere, seminare per non soccombere al degrado. Mario, amabile sciamano dalla vita irregolare, insieme a un gruppetto di coetanei prese a dipingere i muri, le panchine, le scale, preoccupandosi prima di pulire, cancellare, sistemare le aiuole. Operazioni di riqualificazione notturna, svelando al risveglio piccoli teatri variopinti. Una serie di esperimenti d’astrazione divoravano lo scempio di scritte politiche, ingiurie, scarabocchi, cartacce. L’armonia del colore sanciva la deposizione delle armi. Basta gang, fazioni, piccoli branchi di pischelli o adulti rabbiosi. La conseguenza migliore di tutto questo non fu la bellezza ritrovata del quartiere, quanto l’energia che ne veniva. La pittura come attivatore sociale.

 

Nel 2014 si unisce al collettivo un trentenne, che aveva già una certa fama tra i comic artist con lo pseudonimo Solo. Solo era nato al Trullo, quartiere dal quale si era allontanato dopo la perdita prematura del padre. Da allora aveva cominciato a disegnare i suoi «super-eroi dai tratti umani», con il coraggio di raccontare sconfitte e ripartenze. Scoprire che i compagni del padre si erano lanciati nell’avventura di ridipingere il quartiere è stato l’impulso per farvi ritorno, e contribuire al collettivo trasportando gli interventi di pittura dall’astratto al figurativo. In quell’anno, nel portico verso il Monumento ai Caduti, vede la luce la prima opera realmente collettiva di Poeti-Pittori-Solo, che con e il lettering artist Pepsy (perché anche la calligrafia conta!) realizzano il murale «Nina». Nina è una ragazza dallo sguardo dolente, sulle campiture dei Pittori e i versi dei Poeti. In breve Nina fa il giro del web e diventa l’icona pop del Trullo.

Dopo la realizzazione di «Nina», il collettivo Poeti-Pittori-Solo giunge a maturazione artistica. I tre rami del collettivo operano disgiuntamente nei punti più disparati della città – ad esempio l’8 luglio 2015 viene data alle stampe l’antologia dei Poeti, «Metroromantici», un’autoproduzione distribuita inizialmente dalla sola edicola del Trullo, che diviene in breve un caso letterario nazionale – per poi ritrovarsi, al Trullo, per interventi comuni. Nell’estate 2015 il collettivo lavora alacremente all’organizzazione del III Festival internazionale della Poesia di strada, che dopo Milano e Genova quell’anno fa tappa al Trullo. Il tema dell’anno è «Il viaggio», e sin dalle premesse – il Trullo è nato dal rimpatrio forzato degli Italiani all’estero – gli elementi perché quella sia un’edizione memorabile ci sono tutti. Dal 16 al 18 ottobre giungono al Trullo decine di artisti e vengono realizzate ben 11 opere pittoriche murali di grandi dimensioni. Er Bestia racconta il clima di quelle giornate:

 

Ecco la street art, ar popolo appartiene

Potenza nelle vene che spezza le catene

Ner monno che se spegne è fòco nella strada

Che’n giorno apre l’occhi e se trova tatuata

Non conosce serrature e orari de chiusura

De’n museo a cielo aperto indomabile creatura.

 

Ogni opera si basa sull’abbinamento tra uno street artist, che realizza la parte pittorica, e uno street poet, che compone i versi murali. L’opera principale, tra l’altro l’unica a tema sacro, è realizzata dagli street painters Mr. Klevra e Sugar Kane, su versi dello street poet Alfonso Pierro. Si intitola “Mosso il sangue” e raffigura, sul retro della Chiesa di S. Raffaele, il volto ieratico dell’Angelo custode San Raffaele, che è insieme sia il santo patrono dei viandanti che il santo patrono della borgata.

Intorno a largo Cicetti e il mercato coperto si sviluppa un gruppo di cinque opere. Conosciutissima è l’opera di grandi dimensioni “Laura”, impresa corale dei Poeti der Trullo, Pittori anonimi e Solo. Si tratta di un omaggio alla figura popolarissima di Laura la Rossa, indimenticata attivista del quartiere. Accanto viene realizzato, sull’ambientazione di un viaggio interstellare, l’inno al “Coraggio clandestino”, su versi di Marcy e pittura di Mr. Caos. Dall’edicola di largo Cicetti partono anche le “Serrande parlanti”, opera diffusa realizzata sulle saracinesche delle attività commerciali. I versi sono di vari autori, come Pierro, Davide & Guido e Gio Evan, e tra essi compare come un cameo il piccolo dipinto di Jerico. Un duo milanese, l’autore Ivan e il calligrafo Piger, realizza all’ingresso del Mercato coperto una membrana di calligrammi rossi e azzurri. Si tratta dell’unica opera non figurativa, in cui la parola stessa si fa segno pittorico e «seme». Il risultato, di grande impatto visivo e raffinata matrice concettuale, ruota intorno al calligramma «Chi getta semi al vento fa fiorire il seme». Nel mercato è presente anche l’opera del gruppo GRNDR, “Le viandanti”, sul tema del viaggio declinato al femminile.

Tre opere si trovano in posizione più defilata, ma non per questo sono meno importanti. Su via Arcidosso il conosciuto artista romano Pietro Maiozzi, in arte Bol23, è insieme sia autore dei versi che della pittura: la sua opera si intitola “La strada” e raffigura il popolare Lallo il pappagallo, su fondo dei Pittori anonimi. Su un distacco con accesso da via del Trullo, 273 si trovano i versi di Francesca Pels abbinati allo street painter Moby Dick in un omaggio alle “Donne d’Oriente”. La coppia Ste-Marta (rispettivamente versi e pittura) su via di San Raffaele ha realizzato la “Dichiarazione d’amore al Trullo”.

Le ultime due opere sono considerate opere-simbolo. La prima, su viale Ventimiglia, sul retro della Scuola Collodi, è “Ci ancoriamo per navigare altrove”, su versi di Poesie Popcorn e street painting di Diamond. L’opera consiste nei profili contrapposti di un uomo e di una donna, ai lati di un’ancora. L’ancora è la cifra del rapporto tra un punto fermo, il quartiere, e il tema del viaggio verso un altrove. La seconda, all’angolo di via Sarzana, è “Ovunque sono”, su versi del Poeta del Nulla e street painting di Gomez. L’opera, realizzata a pennello con tratti marcatamente convenzionali anziché ad aerosol, ritrae lo stesso Mario d’Amico, nei panni di uno scrivano d’altri tempi.

 

Giardino dei frutti perduti

 

Il Giardino dei frutti perduti è un frutteto didattico di Roma Natura, realizzato nel 2006 dall’agronomo G. Lucatello.

Contiene 160 specie e varietà locali di interesse agrario di albicocco, ciliegio, fico, mandorlo, susino, pesco, pero, melo, melograno, nespolo, sorbo, gelso e giuggiolo. Monte di esse sono a rischio di erosione genetica: rischiano cioè di non venire più coltivate, soppiantate da altre varietà, spesso importate, più resistenti o dalla fruttificazione più copiosa, riducendo così la biodiversità complessiva dell’habitat.

Gli esemplari presenti nel giardino non sono stati espiantati ma moltiplicati per innesto. Questa tecnica agraria consiste nell’unire ad un albero o arbusto comune (il c.d. portainnesto) parti della pianta a rischio (la c.d. marza): le marze crescono in simbiosi con la pianta ricevente, conservando i caratteri propri. Le marze sono state fornite dall’Istituto Sperimentale di Frutticultura di Roma.

I lavori sono iniziati nel novembre 2006, a seguito della cessione in comodato del terreno di proprietà Milea sul clivo di via dei Martuzzi. Il terreno – esteso 1,046 ettari – è stato recintato e dotato di un impianto idrico (che recupera un vecchio pozzo), camminamenti, panchine e gazebo. Insieme alle piante da frutto si trovano alberature nostrane (leccio, ulivo, alloro) e arbusti della macchia mediterranea e officinali.

 

Caserma Donato

 

Il Genio (Genio ferroviario di Trullo e Magliana, Caserma Pietro Donato) è una struttura militare realizzata successivamente al 1917. Si compone di Depositi artiglierie ed esplosivi, di stalli all’aperto e di una Palazzina uffici del Genio ferroviario. Dal Dopoguerra ospita soprattutto automezzi storici o di impiego sporadico. La riduzione e svecchiamento degli arsenali ha determinato il progressivo inutilizzo della struttura. La Caserma Donato ospita oggi anche un archivio documentale. Occupa complessivamente 16 ettari e i 141 mila m3 di volumetrie. L’area è interessata da un processo di trasformazione urbanistica, che dovrebbe portare all’edificazione di abitazioni private e servizi pubblici per il quartiere.

Gli studi di Elvira Caiano sui forti militari di Roma riportano di un interesse del Genio sull’area del Trullo e Montecucco già da fine Ottocento. Esiste  uno studio progettuale, mai realizzato, per l’edificazione di un forte militare chiamato Forte Magliana sulla collina di Monte Cucco. Questo forte avrebbe dovuto costituire, insieme con Forte Portuense e Forte Ostiense, una piazzaforte triangolare sul modello di quella realizzata, nel quadrante nord di Roma, da Forte Antemne. Occorerà tuttavia attendere ancora un quarto di secolo prima che il Genio si insedi nell’area, e non in collina ma nel fondovalle.

La Maccaferri è un’industria siderurgica situata presso l’attuale Genio militare del Trullo.

La fabbrica nasce a Roma nel 1917, come succursale romana della IPS, Industria Prodotti Siderurgici di Bologna, di proprietà dell’industriale Gaetano Maccaferri. Maccaferri riceve un ingente finanziamento dal Ministero della Guerra, con cui acquista a basso prezzo i terreni insalubri lungo il bordo del torrente Affogalasino, ottenendo i permessi per l’insediamento industriale. La fabbrica è dotata di altoforni e di raccordi ferroviari con la Stazione di Magliana: qui arriva il ferro grezzo e da qui ripartono i prodotti lavorati. La manodopera è reclutata tra i terremotati della Conca di Avezzano. Nella fabbrica si produce il filo spinato per le trincee della Prima Guerra mondiale. In seguito si produrranno anche cancelli componibili e reti metalliche.

Negli Anni Venti, esaurita la commessa bellica di filo spinato per le trincee sul Carso, l’Industria Prodotti Siderurgici Maccaferri della Magliana si riconverte alla produzione civile di cancelli e recinzioni da giardino in modulo componibile fai-da-te.

Il catalogo prevede soli quattro prodotti base – il recinto, la cancellata, il cancello e il cancellino – declinabili per altezza e spessore e in 300 combinazioni diverse. Il recinto consiste in una rete a maglia metallica a doppia zincatura, sorretta da 4 tipi di paletto: normale, testata, angolare e rompitratta. La cancellata è una recinzione montata su telai, a loro volta sostenuti da colonne in tubolare verniciato al minio. Sulle recinzioni possono aprirsi il cancellino pedonale o il cancello carrabile, rispettivamente a una o due sezioni, sostenuti da colonne in ferro o ghisa e con serratura a doppio scrocco.

La vendita avveniva per corrispondenza. Bastava spedire alla Maccaferri il formulario stampato in fondo al catalogo, indicando i numeri di combinazione e la quantità: dalla stazioncina ferroviaria IPS-Magliana tutto l’occorrente raggiungeva smontato ogni parte d’Italia e delle Colonie. Le condizioni di vendita prevedevano il pagamento in contante o a 15 giorni dalla fattura, con una penale, in caso di ritardo, del 6% annuo.

All’acquirente non rimaneva che montare da sé la recinzione intorno al suo giardino e godere in pace la fine della Grande guerra.

Riporta lo studioso Emilio Venditti, narrando l’origine degli stabilimenti Maccaferri, che «il Ministero della Difesa ritenne opportuno di installare accanto a queste industrie anche un grosso distaccamento del Genio Ferroviario. L’Arma del Genio vi stabilì un contingente di militari, coadiuvato da personale civile dipendente dal ministero stesso. I primi due capannoni-deposito risalgono  al periodo della Prima guerra mondiale, ma in seguito ne furono costruiti altri». Il complesso militare viene da subito allacciato alla stazione ferroviaria attraverso due binari, mentre le grotte nella collina di Monte Cucco vengono adattate a deposito di materiale esplosivo.

L’insediamento si sviluppa rapidamente, anche se con una certa difficoltà dovuta alla natura alluvionale del terreno. Riporta Venditti: «Una grande difficoltà da affrontare fin dall’inizio fu il pericolo delle alluvioni, che di frequente colpivano la valle del Trullo. Basta osservare che i primi capannoni dovettero essere costruiti tutti su piani rialzati, per evitare i possibili danni provocati dalle acque irruenti e limacciose della marrana di Affogalasino in piena».

Eppure l’edificazione procede e il centro acquisisce via via competenze e importanza. Osserva Venditti: «Con la graduale costruzione degli altri capannoni che occuparono tutta l’area divenuta di proprietà del Ministero della Difesa, aumentarono anche le competenze proprie di questo distaccamento militare, il quale, oltre che di materiale ferroviario, divenne deposito di materiale da guerra vero e proprio, come cannoni, mitragliatrici, mezzi cingolati e mezzi rotabili pesanti».

Le vivide cronache di Emilio Venditti raccontano, come fosse oggi, la pericolosità di questo luogo in tempo di guerra. «Il periodo più critico per il Deposito Genio militare – scrive l’autore – fu quello dell’ultima guerra, allorché iniziarono i primi allarmi aerei e i primi bombardamenti su Roma. Come tutti gli impianti militari, anche il nostro Genio del Trullo, quale deposito di materiale da guerra, divenne zona estremamente pericolosa, con ripercussioni per tutto il circondario».

Nel Genio è oggi presente un monumento memoriale, di fronte alla Palazzina Uffici, che ricorda la vicenda del giovanissimo impiegato ragioniere Giuseppe Testa, fucilato nel 1944 dai Tedeschi e divenuto Medaglia d’Oro della Resistenza.

Il ragazzo, di appena 19 anni, dopo l’8 settembre 1943 si sbanda e costituisce nel borgo abruzzese di Morrea un comitato di assistenza ai fuggiaschi alleati, desiderosi di attraversare il fronte di fuoco e riprendere le armi. Alla fine della guerra – accerteranno gli Americani – i soldati rifocillati, curati, protetti e condotti oltre la Linea Gustav grazie a Testa, saranno 5800. Insieme a Testa altri tre uomini resero possibile questa avventura partigiana: il parroco don Savino Orsini e i compagni Casalvieri e Gemmiti. Giuseppe Testa pagherà tutto questo con la vita. Considerato dai Tedeschi un «bandito», viene catturato e torturato per 50 giorni, senza rivelare il nascondiglio dove protegge i fuggiaschi. L’11 maggio 1944 la fucilazione. Nel 1946 gli viene tributata la Medaglia d’Oro al Valor militare. Lo ricordano due monumenti: uno a Morrea e questo dentro il Genio militare.

Sulle vicende più recenti del Genio soccorre il numero di marzo-aprile 2015 di Arvalia News, dal titolo “Caserma del Trullo. Un futuro condiviso”, che nell’occhiello sintetizza: “Accordo Stato-Comune per ripensare i 16 ettari e i 141 mila mc dell’ex Genio. Un percorso partecipativo dovrà coniugare funzioni pubbliche e aspettative del quartiere, inserendo spazi aggregativi e culturali, il presidio dei Carabinieri e l’ingresso del futuro parco di Monte Cucco”.

«Novità in vista per la ex Caserma Pietro Donato, al Trullo», riporta l’incipt dell’articolo. «La Caserma, ormai in dismissione, è stata inserita insieme ad altre sei ex caserme inutilizzate, nell’agosto dello scorso anno, nel protocollo stipulato tra il Ministero della Difesa, l’Agenzia del Demanio e il Comune di Roma per la razionalizzazione di questi immobili, con l’obiettivo di valorizzarli e ottenere risorse da destinare ai servizi per i cittadini. Riporta l’articolo che la caserma conta oggi una superficie di 16 ettari e una volumetria esistente di circa 141mila mc, che, secondo le previsioni, sarà riconvertita nel rispetto delle norme contenute nel Piano regolatore per dotare il territorio del Municipio di nuove funzioni e spazi pubblici. «A tal proposito – si legge – il Presidente Veloccia, di concerto con l’Assessore capitolino all’Urbanistica Giovanni Caudo, ha annunciato l’avvio del processo di rigenerazione urbana del complesso, spiegando che già sono state individuate alcune funzioni, mentre l’assetto urbano definitivo e le varie destinazioni saranno frutto di un percorso di confronto con il quartiere e i cittadini del Trullo».

Tra queste funzioni vi è la futura presenza di un presidio dell’Arma dei Carabinieri e di uno spazio destinato al Ministero dei Beni culturali, interessato ad una propria collocazione, e che si sarebbe reso disponibile alla realizzazione di uno spazio pubblico da trasformare in luogo di offerta culturale o in una biblioteca. La rigenerazione urbana della Caserma Donato comprenderà anche la possibilità di fruire degli enormi spazi esterni, per costruire nuovi luoghi pubblici di aggregazione, nonché una via di accesso principale al parco di Monte Cucco.

Il 22 febbraio, al Teatro San Raffaele, si è tenuta una conferenza cittadina sulla riqualificazione della caserma, organizzata dal Movimento 5 stelle dell’XI municipio.

Durante la riunione sono state discusse le varie ipotesi sul piatto: dal parco pubblico fino alla realizzazione di alloggi popolari. Quest’ultima proposta ha sorpreso e diviso gli astanti: la richiesta di spazi alloggiativi è infatti da sempre sentita al Trullo. E tuttavia essa confligge con la richiesta di spazi pubblici e verdi, carenti nel quartiere.

Il 21 febbraio 2017, giorno prima della conferenza cittadina sui destini della Caserma Donato, in Campidoglio si affronta la questione della presenza di amianto nella struttura militare in dismissione. Il consigliere di Fratelli d’Italia Figliomeni aveva presentato un’interrogazione sull’argomento, e nella risposta scritta il sindaco Raggi ammette la presenza di lastre di eternit nella copertura di almeno un capannone della caserma. All’ammissione segue l’annuncio di imminenti lavori di bonifica.

 

[1] Log di pubblicazione:

– Arvalia.it n. 4/2017 del 23 maggio 2017. I contenuti editoriali sono estratti e adattati dalla pubblicazione Trullo di A. Anappo, prima edizione novembre 2016.

[2] H. MARSALA, La rivolta gentile del Trullo, quartiere metroromantico, in Artribune, 25 ottobre 2015.

 

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