Magliana Nuova è la terza delle sette zone urbanistiche del Municipio XI, di cui occupa l’ansa fluviale di Pian Due torri. Il primo popolamento avviene in Epoca Repubblicana, intorno al porto fluviale di Vicus Alexandri, dove risiede una comunità di lingua greca. In Epoca medievale sono attestate la chiesina di Santa Passera e la coppia di torri doganiere che originano il toponimo Pian Due torri. La piena colonizzazione agraria, ostacolata dalle cicliche piene del Tevere, riesce solo nel 1926, ad opera dell’agronomo Michelangelo Bonelli. Dal 1968 inizia – in forme speculative e intensive – l’edificazione del quartiere della Magliana Nuova, accompagnata da una fase di alte tensioni sociali e importanti conquiste note come “Magliana in lotta”, i cui obiettivi erano i fitti sociali e dotazioni minime di servizi di quartiere[1].

 

Sommario

 

 

Riva Santa Passera

 

Borgata Petrelli

 

Gli autori Dione Cassio e Svetonio nominano variamente il toponimo «Ad quartum Campanæ viæ» (al quarto miglio della via Campana), attestandovi un bosco sacro (un «nemus») di proprietà di Augusto. Secondo i due scrittori si sarebbe verificato qui l’episodio prodigioso della sottomissione dell’Aquila.

Uno studio del 1997 del naturalista Cafiero conferma come in epoca pre-imperiale il territorio portuense fosse coperto a distesa di boschi (querce-cerro e castagni in piano, e querce-sughera, roverella e leccio nella spalletta collinare): le crescenti esigenze alimentari della antica metropoli avrebbero portato al massivo disboscamento.

Il toponimo Ad quartum si identifica oggi con l’area libera tra Magliana nuova e Petrelli (dove 1000 passi = 1478,50 m; 4 miglia = 5,9 km dal Palatino, lungo un tracciato che ripeteva l’odierna via della Magliana).

L’area è interessata dalle sistemazioni del Programma di recupero urbano della Magliana: a sinistra della Ferrovia si progettano edifici civili, mentre alla destra, completati via Frattini e il collegamento col Petrelli, si progetta un «parco agricolo con annesse strutture turistiche dedicate al turismo non convenzionale e al plein air», di 2,7 ettari.

[Insediamento di Borgata Petrelli a seguito del Terremoto di Avezzano].

Largo Petrelli, dedicato alla figura di Giuseppe Petrelli (1883-1937), rappresenta il centro ideale della Borgata Petrelli.

Vi fa capolinea la navetta 711, dopo un giro che tocca la Magliana nuova, via Lenin e largo La Loggia. Il parco, di 3100 metriquadri, contiene specie arboree miste piantumate a partire dal 1992, tra cui alcuni pini dalla bella ombreggiatura su panchine e area giochi per bambini. La cappella all’interno del parco, dedicata a Papa Giovanni XXIII, ha interni sobri con una doppia fila di banchi, l’organo e il confessionale. La crocifissione, due statue e le mattonelle della via crucis completano le decorazioni. La chiesetta dipende dalla parrocchia Nostra Signora di Valme.

 

Torre del Giudizio

 

L’Ipogeo alla Torre del Giudizio è un sepolcro di età romana, sito in via Teodora alla Magliana nuova.

Per quanto noto, la proprietà è pubblica e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada (è al di sotto del piano stradale). È stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (scheda inventariale presso l’Ente).

La Torre del Giudizio è una torre medievale, situata in via Teodora, tra via della Magliana e il fiume Tevere.

Essa poggia su un preesistente manufatto romano – un sepolcro circolare, probabilmente del I sec. d.C. – nelle vicinanze dell’insediamento portuale fluviale di Vicus Alexandri. L’elevazione della torre, su pianta quadrata, risale verosimilmente al Milleduecento. Oltre alla tradizionale funzione di vedetta, la torre ha avuto a lungo anche quella di dogana.

La torre – insieme ad una seconda torre, situata sulla riva opposta – regolava la circolazione mercantile lungo il fiume. Una pesante catena, tesa tra le due vedette, apriva o ostruiva il passaggio come un moderno passaggio a livello, imponendo il dazio a quanti dal mare volessero raggiungere Roma o viceversa. Da ciò deriverebbe il toponimo di Doi torre (Due torri), sebbene le interpretazioni non siano unanimi.

La torre si trova su terreno demaniale e, per quanto noto, è occupata abusivamente da un privato. È stata oggetto di studi delle Belle arti (1997) e dalla Soprintendenza archeologica (2004) ed è in attesa del vincolo di interesse storico-artistico come «caratteristica dell’organizzazione difensiva dell’Agro Romano verso il mare».

 

Vicus Alexandri

 

[Vicus Alexandri: i «Greci» della Magliana].

La Marrana Tiradiavoli (o in epoca medievale Marrana di Pozzo Pantaleo e successivamente di Donna Olimpia o della Pimpaccia) è un corso d’acqua, oggi in canalizzazione sotterranea, che nasce dalle sorgenti della Valle dei Daini (a Villa Doria-Pamphili) e – dopo aver attraversato la profonda valle di via di Donna Olimpia e costeggiato le alture dell’Ospedale San Camillo presso Pozzo Pantaleo – sfocia nel Tevere all’altezza di piazza Meucci.

Il fiumiciattolo deve il suo sinistro nome ad una credenza popolare secondo la quale, sotto le arcate dell’acquedotto romano di Villa Pamphili, alcuni diavoli fermarono la carrozza di Donna Olimpia Maidalchini, conosciuta per la sua malvagità, per accompagnarla direttamente all’inferno. La stessa carrozza, condotta (tirata) da diavoli, con a bordo il fantasma della dannata nobildonna, sarebbe però ancora oggi solita apparire con grande fragore, a turbare le notti dei Romani.

Nel suo percorso la marrana era scavalcata da alcuni ponti, oggi scomparsi, il più importante dei quali era posto sulla Via Portuense, in prossimità del bivio da cui partiva l’antica Via della Magliana. A monte di questo incrocio alcuni tratti dell’alveo erano stati regolarizzati, probabilmente già in epoca classica. Altri due ponti, oggi scomparsi, erano quello della novecentesca via di Vigna Corsetti e quello posto nei pressi della foce.

Casal Germanelli è un edificio rurale ottocentesco, situato in vicolo di Santa Passera, 51, nell’antica area portuale fluviale di Vicus Alexandri.

L’edificio ha pianta ad L ed è costituito da tre corpi addossati: un casaletto rettangolare del tipo della campagna romana, un corpo quadrangolare e un palazzetto più recente. Presenta elementi di degrado, al punto che se ne sconsiglia la visita. Il Casale, in posizione privilegiata sul fiume Tevere, deve aver goduto di periodi di relativa prosperità, intervallati dalle ondate di piena del fiume. È verosimile che la grande alluvione del 1937 abbia travolto, se non sommerso, l’intero edificio, segnandone l’inesorabile decadimento. L’edificio è stato studiato dalle Belle Arti di Roma (scheda inventariale n. 970731, responsabile R. Banchini, catalogatore J. R. Peixoto De Oliveira).

Perfettamente visibile fino alla fine degli anni Trenta la marrana iniziò ad essere interrata quando venne colmata durante la costruzione delle case popolari di via Donna Olimpia. Qualche decennio più tardi, con la costruzione della Purfina e l’edificazione dei primi lotti di via Oderisi da Gubbio, la marrana scomparve quasi del tutto, con l’eccezione dell’ultimo breve tratto, dove è ancora visibile un manufatto idraulico.

 

Santa Passera

 

Santa Passera si compone di due elementi sovrapposti (chiesa superiore e inferiore), più una cripta ipogea nella quale si ritenevano collocate le spoglie dei martiri egiziani Ciro e Giovanni. Il nome Passera deriverebbe dalla distorsione di Abbas Cirus (Appàciro > Pàcera). La chiesa superiore del XIII sec. è a navata unica, con un presbiterio absidato incorniciato da un arco e soffitto a capriate lignee. La facciata, rivolta verso il Tevere, è in laterizio preceduta da una doppia rampa di scale. Gli affreschi absidali raffigurano il Cristo benedicente tra i martiri e altri santi, gli ordini superiori il Cristo tra gli apostoli, mentre gli ordini inferiori sono dedicati a figure devozionali. L’affresco in parete destra è dedicato a santi orientali. La chiesa inferiore è un oratorio del V sec., composto di un’aula quadrangolare (le cui pitture consunte raffigurano tre vescovi) e di un avancorpo allungato. L’architrave edell’XI sec. evoca con un’epigrafe i nomi dei santi martiri. Una stretta scala immette alla cella ipogea, un sepolcro romano del III sec. Vi si conservano le pitture della Giustizia e di un atleta, tra quadranti e stelle decorative. Vi era dipinta una Vergine con bambino, rubata nel 1968.

Santa Passera è una santa che non esiste. I quattro reali santi titolari di questa chiesina avevano  nomi ben complicati – Sancta Potentiana, Sancta Praxedes, Sanctus Abbas Cyrus, Sanctus Iohannis Alexandrinus –, che il popolino portuense già dal XV sec. ha fuso insieme nel nome unitario di Santa Passera, che ovviamente, sul calendario, non esiste.

Proprio dal racconto delle storie dei veri santi titolari occorre partire. Le prime due sante, le sorelle Pudenziana e Prassede, sono due giovani patrizie della Roma imperiale, al tempo di Antonino Pio (138-161 d.C.). Alla morte del loro padre, il ricco senatore Pudente, esse ricevono in lascito anche un «titolus», cioè una piccola chiesa domestica, poco più grande di una stanza, con il compito di ingrandirla. Con il sostegno del pontefice dell’epoca, Papa Pio I (140-155) le due sorelle decorano il titolus, e vi aggiungono il fonte battesimale, dedicandosi alla conversione dei pagani e al loro battesimo. In tempi in cui la religione tradizionale era ancora molto forte, Pudenziana, appena sedicenne, viene denunciata alle autorità e arrestata, conoscendo il martirio il giorno del 19 maggio, giorno che il Kalendarium Vaticanum celebra come sua ricorrenza liturgica.

Tocca alla sorella Prassede proseguire l’opera di Pudenziana: Prassede edifica un secondo titolus e quindi un terzo; due anni dopo, durante una feroce persecuzione, Prassede protegge numerosi confratelli, nascondendoli all’interno dei titoli, per poi conoscere lei stessa il martirio, il giorno del 21 luglio, sua ricorrenza liturgica. Nell’iconografia entrambe le sorelle sono rappresentate insieme, nell’atto di raccogliere in un bacile il sangue dei martiri.

Due secoli e mezzo dopo, all’inizio del V sec., è un’altra nobildonna romana, la matrona Teodora, a ricordare la vita e il sacrificio delle due sante martiri. Sui suoi terreni sulla riva destra del Tevere, proprio di fronte alla basilica costantiniana di San Paolo, edifica  un piccolo oratorio, intitolandolo proprio a S. Prassede e Pudenziana. Della matrona Teodora sappiamo poco altro. La prima fonte documentale che attesta l’esistenza del suo oratorio è  molto più tarda, e risale all’anno 873, quando Giovanni Diacono nella Vita di Papa Gregorio menziona incidentalmente l’esistenza del piccolo sacello sulla riva del Tevere.

Questo oratorio, ancora oggi esistente, si compone di un’unica aula quadrangolare, che costituisce il nucleo più antico della chiesa di Santa Passera. L’aspetto del primitivo oratorio è ancora oggi semplice ed emozionante: le volte recano ancora i segni della caratteristica incannucciata (canne di fiume miste a pozzolana) e alle pareti sono solo debolmente visibili alcuni lacerti di pitture a fresco, che raffiguravano in origine le immagini di tre vescovi che non è possibile identificare con precisione.

Armellini: «Ai giorni di Papa Innocenzo I furono in quel luogo deposti i corpi dei SS. Ciro e Giovanni».

«La chiesa appartiene alla Diaconia di S. Maria in Via Lata, nel cui archivio capitolare v’ha un antico codice nel quale si contengono molte notizie intorno agli atti dei due santi e alla traslazione delle loro reliquie in Roma, fatta da Sofronio, vescovo gerosolimitano».

L’architrave dell’XI sec. evoca con un’epigrafe in due linee i nomi dei santi martiri.

 

Corpora Sancta Cyri renitet hic atque Iohannis

qvae quondam Romae dedit Alexandria Magna

 

(qui si conservano i santi corpi di Ciro e Giovanni / che un tempo Alessandria la Grande affidò a Roma)

L’ipogeo dei martiri Ciro e Giovanni è una camera sepolcrale romana, di modeste dimensioni, datata tra la fine del II e l’inizio del III sec. d.C.

Si ritiene che vi abbiano riposato in epoca altomedievale le spoglie dei due santi egiziani.

Esso viene realizzato al di sotto del piano di calpestio del Mausoleo di Santa Passera, all’epoca in cui questo era già saturo di sepolture.

Vi si accede da una ripida scaletta.

L’ambiente trae luce unicamente dal foro della scala e da un’apertura centrale nella volta. Già in antico lo spazio interno viene ridotto, con una controparte sul lato ovest, per ricavarne ulteriori spazi funerari.

Armellini: «In questa chiesuola rimane ancora l’ipogeo ove giacquero le reliquie suddette».

[leggenda della galleria]

La decorazione pittorica è oggi quasi completamente perduta: non solo per gli straripamenti del vicino Tevere, ma soprattutto per le spicconature di quanti, nel tempo, hanno cercato senza esito di recuperare le reliquie dei martiri.

I pochi resti si presentano campiti su un fondo d’intonaco chiaro delimitato da fascioni, partiture semicircolari e quadranti rossi, con soggetti di repertorio funerario, a fresco con dense pennellate senza linee di contorno.

Nella parete nord vi è il c.d. Ciclo della dea Dike, con la dea, un volatile e un pugile; nella parete sud vi è una pecora; nella volta grandi stelle decorative a 6 e 8 punte).

Una figuretta a fresco nell’Ipogeo di Santa Passera attesta, nel Territorio Portuense, il culto di origine greca di Dike.

Personificazione del sentimento di giustizia, Dike protegge quanti hanno subìto un torto e punisce chi si è sottratto ai tribunali degli uomini: ha una bilancia in una mano e una spada nell’altra. Il suo mito diventa popolare a Roma nel I sec. d.C., grazie alle Metamorfosi di Ovidio (I, 149). Dike – sorella di Irene (la pace) e di Eunomia (le buone leggi) – vive durante l’Età dell’Oro, un’epoca mitica in cui mortali e dèi vivono in familiarità, senza bisogno di lavorare e tracciare confini. Quando la rivolta di Giove introduce nel mondo fatica, avidità e violenza la Dea ripone la spada e abbandona gli uomini alla loro malvagità. Ovidio lo racconta con versi struggenti: «Victa iacet Pietas et Virgo cædet madentes […] terras» (La Pietà giace sconfitta e Dike fugge dalla terra insanguinata).

Il culto della dea consiste in preghiere rituali per invocarne il ritorno, che avrebbe coinciso con una nuova Età dell’Oro. Ma Dike, dal malinconico Cielo della Vergine in cui risiede, lascia cadere ogni appello, e osserva muta le vicende umane.

Nell’Ipogeo figurano altre due immaginette – un volatile ad ali spiegate (l’anima libera dai legami corporei) e un lottatore ignudo – che è possibile ricomporre con Dea Dike in un nobile messaggio allegorico: «Riposa sereno / chi ha lottato / per la giustizia».

La controparete si presenta coperta di uno spesso strato pittorico con soggetti non riconoscibili, sul quale, a fine XIII sec., è stata aggiunta una Natività, oggi perduta. La Vergine con bambino è stata rubata nel 1968.

La chiesa superiore del XIII sec. è a navata unica, con un presbiterio absidato incorniciato da un arco e soffitto a capriate lignee.

La facciata, rivolta verso il Tevere, è in laterizio preceduta da una doppia rampa di scale.

Gli affreschi absidali raffigurano il Cristo benedicente tra i martiri e altri santi.

Gli ordini superiori il Cristo tra gli apostoli.

Michele contro il Drago è un affresco della metà del XIII sec., situato in posizione centrale nella curva dell’abside di Santa Passera.

La scena raffigura il terribile combattimento tra angeli e demoni narrato da San Giovanni nell’Apocalisse: «Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli. Ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo» (vv. 12, 7-8). La rappresentazione è allegorica: il solo Michele sta a simboleggiare le schiere angeliche e il Drago morente rappresenta le turbe del Maligno, sconfitte. Di Michele sono ancora ben visibili i duri lineamenti di guerriero, le vesti, parte delle ali e la lancia con cui ha trafitto la rossa figura del Drago, agonizzante ai suoi piedi.

Si ritiene che il Drago sia stato aggiunto in un secondo momento (non compare nel disegno 8936 della Collezione Dal Pozzo conservata a Windsor: al suo posto vi è una figuretta di orante inginocchiato). La tradizione vuole che tale raffigurazione del Demonio sia stata così realistica e terrificante che nel XVII sec. fu necessario coprire tutto l’affresco con un sovradipinto, raffigurante Santa Prassede che lava i corpi dei martiri (scompaiono le ali di Michele; l’attributo del globo crociato nella mano sinistra diventa una spugna; il Drago è coperto da un recipiente per lavare i corpi sanguinolenti dei martiri).

L’immagine dell’angelo guerriero e del suo sconfitto antagonista è tornata alla luce durante un restauro del 1934.

[I santi italiani].

L’affresco in parete destra è dedicato a santi orientali.

Armellini: «Dal secolo XV quest’antica chiesuola, per corruttela, viene chiamata dal volgo S. Passera».

«Abbiamo a suo luogo accennato per quale strana corruttela il nome dei due santi Ciro e Giovanni, nella pronuncia volgare, si trasformasse in quello di Passera e poi di Prassede».

« si disse prima Abbas Cirus, poi Appaciro, Appacero, Pacero, Pacera, Passera e Passero».

«Cosicché tutte le chiese che a questi santi erano in Roma dedicate, oggi distrutte, cioè quella detta de Militiis, l’altra de Valeriis e la terza ad Elephantum per la stessa legge di pronuncia ebbero come la portuense i nomi di Pacera o Passera, nel qual nome si volle trovare qualche simiglianza con il nome di S. Prassede».

«Il Martinelli confonde questa chiesa della Via Portuense colla urbana che fu pure dedicata ai ss. Ciro e Giovanni e che era nel Foro Olitorio nel luogo detto ad Elephantum».

«La nostra cappella portuense, come si è accennato, è la più antica di tutte quelle che furono dedicate ai due celebri martiri alessandrini Ciro e Giovanni, ed è l’unica superstite in Roma».

«Allorquando il nome dei due santi si cambiò nell’inaudito di Passera, e si credette che sotto questo si nascondesse quello di Prassede, si cominciò a celebrare in questa chiesa anche la festa di S. Prassede, e al 21 di luglio, giorno natalizio di detta santa, in cui però accadde la riposizione delle reliquie dei due eponimi della chiesolina, il popolo romano concorreva in folla a questo luogo».

L’ipogeo, interrato dopo il 1706, è stato riscoperto nel 1904.

[l’esplosione della polveriera e i restauri sotto il fascismo]

Santa Prassede e Santa Pudenziana dal 1969 sono state tolte dal calendario cattolico; tuttavia il loro culto prosegue nelle due chiese romane a loro intestate, che ne conservano le reliquie.

[Furto del 1969]

È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970730A, Banchini R. – cat. Peixoto J.R.).

[restauro del tetto e degli affreschi]

Dopo lunghi periodi in cui non si celebravano funzioni e la chiesina veniva aperta solo per i matrimoni, Santa Passera è oggi officiata regolarmente in tutti i giorni festivi alle 10,30, con sospensione durante il periodo estivo tra luglio e settembre.

Santa Passera è oggi una chiesa annessa della vicina Parrocchia Santo Volto. Il rettore di S. Passera è, dal novembre 2001, lo stesso parroco del S. Volto, Don Luigi Coluzzi.

 

Borghetto Santa Passera

 

Il Borghetto di Santa Passera è un insediamento spontaneo, sorto agli inizi del Novecento nella golena tra via della Magliana e il Tevere, a ridosso della chiesina di Santa Passera.

Durante il fascismo il Governatorato di Roma si occupa diffusamente delle condizioni miserevoli delle famiglie che vi dimoravano, con una serie di ispezioni e relazioni di visita. La sociologa Nicoletta Campanella ha rinvenuto una corrispondenza del 1929, tra il governatore Francesco Boncompagni Ludovisi e Raffaello Ricci, assessore ai Servizi assistenziali, in cui si detta la linea da seguire sui borghetti: «Demolire le baracche più vicine alle città; trasportare i paria appartenenti a famiglie di irregolare composizione o di precedenti morali non buoni su terreni di proprietà del Governatorato (essi siano siti in aperta campagna e non visibili dalle grandi arterie stradali). Sarà loro concesso di costruire le abitazioni con i materiali dei manufatti abbattuti. Si costruiscano, con lieve spesa, vere e proprie borgate rurali, con popolazione dalle 1000 alle 1500 persone, sotto la vigilanza di una stazione di Reali Carabinieri e di Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale».

Da fonti orali ricaviamo che, più o meno, al Borghetto Santa Passera le cose andarono effettivamente così, con la differenza che gli abitanti vengono sistemate a ridosso del 1940 nei lotti popolari del Trullo, anziché in borgate rurali.

L’area si estende oggi in lunghezza per circa 1 km lungo l’argine demaniale. I limiti possono essere determinati fra le Idrovore di piazza Meucci e la Torre del Giudizio. L’edilizia presenta caratteri assai eterogenei. Le baracche originarie sono state abbattute, mentre sopravvivono le case in pietrame di tufo e laterizio ad un unico piano, per lo più composte di un unico ambiente e senza fondazioni, spesso addossate le une alle altre, o separate da frustoli di camminamento non più larghi di un metro. Sui terreni lasciati liberi dalle baracche si sono col tempo insediati capannoni artigianali, per i quali è in conrso da circa un trentennio il dibattito su ipotesi di trasferimento.

Il borghetto, progressivamente spopolato, versa oggi in condizioni di abbandono. Alcune casupole sono oggi occupate da stranieri in condizioni di miseria.

 

Riva Pian Due torri

 

Pratorotondo è una mezzaluna di terreno alluvionale, compresa tra Pian Due torri e il Tevere. L’area, per le forti correnti e le continue inondazioni, era inadatta all’agricoltura già in epoca romana, e destinata a sepolcreto.

Il toponimo «volgarmente detto Prato Rotondo, canneto di pezze sei incirca» compare per la prima volta in un atto del 1565, studiato da Carla Benocci. Durante la furiosa pestilenza del 1656 i magistrati cittadini vi relegano («in apposito luogo alle Due torri») le sepolture degli ebrei, che accusano di diffondere il morbo. L’insolita profilassi ovviamente non servì e il flagello infuriò ancora due anni senza distinzione di età, censo o fede.

Il luogo era già caro alle comunità ebraiche: qui una tradizione ritiene disperso il candelabro d’oro a sette bracci del Tempio di Gerusalemme (la «Menorah»).

Giunto a Roma nel 70 d.C., il sacro Candelabro sarebbe stato razziato dai Vandali sotto il pontificato di Gregorio Magno (590-604) e caricato su un barcone fluviale, naufragato da queste parti. La versione di Procopio di Cesarea nel «De bello gothico» è però diversa: dice che fu papa Gregorio a gettare a fiume i tesori, per sottrarli ai barbari. Da allora comunque la Menorah si perde: ne rimane lo splendido rilievo nell’Arco di Tito.

La studiosa Carla Benocci ha ricostruito i passaggi di proprietà della Tenuta Due Torri, riportando alla luce un vivace quadro di vita rinascimentale. Il primo padrone conosciuto è tale Carlo Boccabella, nominato nel testamento di Mariano Castellani (1526). Questi lascia la proprietà, composta «di prato e grotticella», alla moglie Bernardina Rustici, che a sua volta designa come erede Lentulo Lentuli (1538).

Lentulo è scapolo e, a quanto pare, per nulla desideroso di formare una famiglia. Per ricondurlo a costumi più tradizionali la Vedova Bernardina aggiunge nel testamento, in punto di morte, una pesantissima condicione (1544): l’obbligo per Lentulo di sposarsi e di avere una discendenza legittima; in caso contrario la tenuta sarebbe passata alle pie arciconfraternite romane del Gonfalone e del Santissimo Salvatore ad Sancta Sanctorum.

Divenuto erede, Lentulo si applica nell’adempiere alle volontà della defunta, sposando Donna Gerolama De Nigris, e dimostra anche una certa accortezza nella conduzione della tenuta: prima ne estende i confini comprando il «prato al Casale dei Doi torri» da Pietro Paolo Fabi (1545) e poi compra anche un vicino poderetto (1554). Nel 1556 Lentulo vende la tenuta a Bernardino Capodiferro, e questa è l’ultima sua notizia.

Dalla spartizione ereditaria, che si concluse l’11 marzo 1565, deduciamo che Lentulo Lentuli non ebbe figli ma diede vita ad un florido fondo suburbano («con certo prato volgarmente detto Prato Rotondo, canneto di sei pezze e vigna di sei pezze con casa, vasca e tino»). La tenuta venne divisa in tre quote di proprietà indivisa: una alla Confraternita del Gonfalone, una alla Confraternita del Salvatore e una alla Vedova Gerolama. L’acquirente Capodiferro fu escluso (la vendita venne probabilmente annullata o riscattata), anche se un nome vagamente assonante (Guastaferri) ricorre tempo dopo come proprietario nella mappa catastale di Francesco Calamo del 1660, che cita: «Casale detto Li Doi Torri, proprietà delle Arciconfraternite […] e dei signori Fabrizio Guastaferri e Costantino Gigli, proveniente dall’heredità della quondam Bernardina Rustici de’ Castellani».

Le compagnie ecclesiastiche del Gonfalone e del Sancta sanctorum gestiscono ininterrottamente Pian Due torri dal 1565 al 1839.

Esse hanno antiche origini e godono di grande considerazione. Il Gonfalone nasce nel 1246 come congregazione di flagellanti, custodi della reliquia del «Salus populi Romani»; la tradizione vuole che nel 1351 abbiano salvato Roma dalla tirannide dei Savelli schierando il popolo sotto le insegne (il «gonfalone») di Maria. L’arciconfraternita del Santissimo Salvatore conserva l’altra sacra icona del «Santo volto di Gesù», dal 1381 al Sancta Sanctorum del Laterano.

Intanto, al lascito di Bernardina si aggiungono altri donativi: Francesco di Pietro da Saluzzo lascia nel 1570 una «vigna con certo poco di canneto di pezze 4, posta in loco detto le Doi Torri», e la devota Cecilia Bovara si fa carico nel 1583 di «rimondare il fosso maestro» e costruire un «ponticello a traverso della strada». La mole di atti ritrovati dalla studiosa Benocci negli archivi del S.S. testimonia un’amministrazione agraria efficiente. Le «taxæ» per le strade datano 1554, 1555, 1602 e 1604, e nel 1634 c’è una apposizione dei termini. La taxa del 1693 riporta che il «Piano delle Due Torri, prato spettante a Sancta Sanctorum, Gonfalone e signori Gesiglieri» misura 36 rubbie e paga 5,67 scudi. Nello stesso documento si citano i «vicini» dell’epoca: le monache di Santa Cecilia, il Capitolo di S. Pietro, le famiglie Mattei, Serlupi, Nobili, Cenci, Fabi, Ginetti, Raggi e Vipereschi. Mappe successive nominano Filippo Chigi.

Nel Settecento la tenuta è invasa dalle acque e funestata dalle febbri malariche. La devastante inondazione del 1813, stimata dall’agrimensore Pietro Sardi, segna l’inesorabile declino.

Dopo il lungo sonno, la tenuta di Pian Due torri si risveglia nel 1818. Con acquisizioni successive fino al 1839 la confraternita del Sancta sanctorum, una delle due confraternite proprietarie, rileva le quote indivise dell’altra confraternita, la confraternita del Gonfalone, e di altri proprietari minori, fino a costituire la proprietà unitaria «Tenuta di Pian due Torri, tutta in piano», coltivata a rotazione tra seminativo e maggese.

 

Pian Due torri

 

Casale D’Arcangeli

 

Casale D’Arcangeli è un complesso rurale posto sulla sommità nord-est della collina dell’Imbrecciato, in posizione un tempo dominante sul Fosso di Santa Passera, il cui alveo asciutto è oggi percorso da via Pietro Frattini.

Nel 2005 è stato catalogato dalle Belle Arti, dall’architetto Jean Rosa Peixoto De Oliveira (repertorio n. 00970742). È identificato tra i «beni d’interesse storico-monumentale».

Il caseggiato, del XIX sec. circa, del tipo rurale della campagna romana, è costituito da un corpo doppio a piante rettangolari, con elevazioni di uno o due piani e coperture a falda singola o doppia. Le murature sono in tufo, laterizi e pietre, ricoperte ad intonaco. Sono presenti dei corpi minori e un ricovero per mezzi agricoli, di edificazione successiva.

Il fondo agricolo è caratterizzato da un uliveto, segnalato per pregio, produttività ed estensione nel Piano costitutivo della Riserva naturale regionale Valle dei Casali. L’accesso attuale, a monte, è dal civico 191 di via dell’Imbrecciato, mentre l’ingresso storico era probabilmente da fondovalle. Della piccola tenuta della famiglia D’Arcangeli faceva parte anche un secondo complesso rurale, situato nel fondovalle, oggi in condizioni degradate.

 

Casale di via Lombardi

 

Il Casale al Fosso di Santa Passera è un edificio rurale dell’Ottocento, sito in via Riccardo Lombardi, 64, al Portuense.

Per quanto noto, la proprietà è privata e presenta elementi di degrado; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970743A, Banchini R. – cat. Peixoto J.R.).

 

Fosso di Santa Passera

 

Fosso di Santa Passera è un torrente asciutto, il cui alveo è oggi percorso da via Pietro Frattini. Il nome deriva dalle Colline di Santa Passera, con cui in epoca rinascimentale erano conosciute le alture del Vicolo Imbrecciato. La sorgente si trovava non distante dall’attuale Largo La Loggia: il fiumiciattolo scendeva a valle con un percorso rettilineo, formando stretti fianchi argillosi a forma di «v» tra le Proprietà D’Arcangeli e Vigna Due Torri, per poi curvare, superata la ferrovia, verso l’attuale via Scarperia e il Tevere. La lunghezza complessiva non doveva superare il chilometro. Una fonte aneddotica ne attribuisce l’essiccazione alla rete di pozzi e gallerie scavati su via dell’Imbrecciato a metà Ottocento. Altri aneddoti sono legati alla ferrovia, Forte Portuense e le bonifiche di Bonelli. L’alveo è stato asfaltato nei primi Anni Novanta.

Il nome non deriva dalla chiesina medievale di Santa Passera ma dal più esteso toponimo Colline di Santa Passera, con il quale in epoca rinascimentale erano indicate le alture portuensi tra le attuali Vigna Pia e Villa Bonelli.

Sul torrente le fonti storiche sono scarse, ma si intrecciano numerose quelle aneddotiche. Il racconto popolare vuole che verso la metà dell’Ottocento le case storiche di via dell’Imbreccitato abbiano cominciato la captazione delle acque della sorgente per usi domestici, con una rete di gallerie e pozzi scavati nelle cantine, provocando l’essiccamento del torrente.

Questo fatto troverebbe risconto nel fatto che la ferrovia, edificata nel 1859, nel punto in cui incrocia l’alveo non è stata dotata di un vero e proprio ponte ma di semplici drenaggi per lo scorrimento delle acque piovane.

Nel 1877, quando l’alveo fluviale viene impiegato come linea di tiro tra le cannoniere di Forte Portuense e Forte Ostiense, non sembrerebbe essere documentata la presenza di acqua. Nelle mappe IGM di inizio Novecento il fosso è tuttavia ancora indicato con una linea azzurra. Un altro aneddoto popolare vuole che il tratto finale dell’alveo, tra la ferrovia e via Scarperia, sia stato impiegato dall’agronomo Michelangelo Bonelli per convogliarvi le acque di risulta delle sue idrovore di bonifica.

Nei primi Anni Novanta l’alveo del torrente è stato impiegato per la costruzione di Via Frattini. La strada termina a ridosso della ferrovia.

 

Vecchio Ponte della Magliana

 

Il Vecchio Ponte della Magliana era un ponte smontabile in acciaio, in uso fra il 1901 e il 1944. La struttura, chiamata dai Romani «Passerella», viene realizzata nel 1878 per l’attraversamento a pedaggio fra Prati e Ripetta. Nel 1901 il Comune di Roma smonta la struttura, ricollocandola alla Magliana. Qui, in mezzo secolo, la passerella è muta testimone degli eventi storici: nel 1910 l’incidente dell’aviatore Vivaldi Pasqua; nel 1937 la grande piena del Tevere; l’8 settembre 1943 lo scontro tra i Granatieri di Sardegna e i Paracadutisti della Fallshirmjäger Division. Nel 1944 i Tedeschi disarmano il ponte e solo nel 1952, più a monte, viene completato l’attuale Ponte della Magliana. Dal 2000 è iniziata la progettazione del nuovo Ponte dei Congressi.

Nel 1873, ad appena due anni dalla proclamazione di Roma Capitale, il Conte Cahen è a capo del consorzio dei costruttori del nuovo comprensorio urbano dei Prati di Castello, oggi conosciuto con il nome di «Quartiere Prati».

Il Conte chiede al Comune di Roma, anche a nome del Principe Odescalchi e del Conte Coello, di realizzare un nuovo ponte sul Tevere, per collegare alla città la nuova zona di espansione, e ricavarne così una forte valorizzare fondiaria dei terreni. Il Comune risponde favorevolmente e progetta in tempi rapidi il nuovo attraversamento sul Tevere, intitolato al Conte Cavour. La realizzazione però incontra inspiegabili lentezze: Ponte Cavour, in effetti, sarà completato solo 28 anni dopo.

Nel frattempo il Conte Cahen, che probabilmente ha già intuito quale mostro orribile sia la burocrazia del nascente Stato unitario italiano, si rivolge ad una società belga che costruisce ponti smontabili in acciaio, e ottiene dal Comune la licenza per installarne uno tra le due sponde di Prati di Castello e il Porto di Ripetta. Si tratta di un avveniristico ponte in acciaio a travata unica, carrabile, lungo esattamente 100 metri, che si appoggia su soli 8 tubolari in ghisa e calcestruzzo piantati direttamente nell’alveo del fiume. I costi sono sostenuti interamente dal consorzio guidato da Cahen, che ottiene di poter rientrare delle spese riscuotendo il pedaggio per l’attraversamento del ponte.

Il cantiere è aperto nel 1878 e, dopo appena un anno, la passerella viene aperta al transito il 14 marzo 1879, giorno del compleanno di Re Umberto I, che tiene a battesimo la nuova struttura.

Ventidue anni dopo, siamo nel 1901, Ponte Cavour viene finalmente completato, e il Comune, come da accordi, riscatta dai costruttori la Passerella, con una somma in denaro, smontandola.

Si decide in quel periodo di rimontarla alla Magliana. Bisogna superare in realtà più di un problema di ordine tecnologico: la passerella di 100 metri è troppo corta per congiungere le due sponde del fiume, che in quel tratto misura circa 130 metri. Il problema viene risolto «segando in due» la passerella, e lasciando nella nella parte centrale un ponte levatoio ad azionamento elettrico, apribile per il transito del vaporetti. La cambina di elettrificazione è ancora oggi visibile sulla sponda sinistra del fiume.

La scelta di questo luogo per l’edificazione del nuovo attraversamento non è casuale. Le nuove norme di bonifica sanitaria, che hanno introdotto il divieto di ingresso a Roma per i pastori impegnati nella transumanza, mettono anche in luce la mancanza di un ponte extra-urbano fra Roma e il mare. Le rotte della transumanza fra l’Abruzzo e il mare non sono certo in cima all’agenda dei politici del tempo, ma il cul-de-sac in cui il Tevere pone Roma dal punto di vista militare, isolandola in caso di invasione straniera e impossibilitandola a ricevere rinforzi, convincono gli amministratori del tempo a collocare alla Magliana la passerella, in un punto allora in aperta campagna ma considerato intermedio tra l’Urbe e il mare.

I primi a beneficiare della passerella sono proprio i pastori. Ponte della Magliana diventa in breve l’unico crocevia delle rotte della transumanza a sud di Roma, e di lì a breve nasce, nei pressi del torrente Papa Leone, un «procoio», piccolo villaggio di capanne mobili per la sosta dei pastori e degli armenti. Da questo insediamento, a partire dal 1915 nascerà la Borgata Petrelli.

Nel 1910 la Passerella della Magliana assiste ad un drammatico incidente, che desta grande commozione e risalto nei giornali, in quanto è considerato il primo incidente dell’aviazione italiana.

Vittorio Ugolino Vivaldi Pasqua, marchese di San Giovanni, nasce a Genova, il 2 luglio 1885. Avviato alla carriera militare, consegue il grado di tenente di cavalleria nel 25° Lancieri di Mantova e fa parte del Battaglione specialisti del Genio. A 24 anni apprende i rudimenti dell’aria alla École de Mourmelon in Francia, e acquista a sue spese un aereo Farman con motore Renault da 65 cavalli.

Nell’aprile 1910 prosegue le esercitazioni in Italia, sorvolando per primo i cieli di Bologna, distinguendosi per doti non comuni di ardimento e passione. Nell’estate è a Roma, con il tenente pilota Umberto Savoja, con cui condivide la passione per il volo. Il 18 agosto, presso il Campo di Centocelle, ottiene il brevetto aeronautico n. 6 del Regno d’Italia.

La sorte, appena due giorni dopo, il 20 agosto 1910, lo lega ad un tragico destino. L’ultimo volo, con partenza da Centocelle, prevede il sorvolo di Maccarese, Ladispoli e Civitavecchia. Tutto fila liscio ma, al ritorno, giunto alla Magliana, il motore si arresta. Lo schianto al suolo, poco distante da Ponte sul Tevere, è terribile. Vivaldi Pasqua muore sul colpo. Ha appena 25 anni. È il primo caduto dell’aviazione italiana.

Lo ricorda una targa nel Museo storico del Genio militare di Roma, posta a fianco del rottame del motore. La sua vicenda è stata narrata dal n. 35 de L’Illustrazione italiana del 28 agosto 1910.

Il 15 febbraio 1915 intanto la Passerella in acciaio supera senza problemi la piena eccezionale del Tevere (l’Idrometro di Ripetta annota che il fiume raggiunse allora l’impressionante quota di idrometrica di 16,08). E tuttavia si comincia a ragionare su un nuovo smontaggio della Passerella.

Al suo posto, nel 1930, il progettista Romolo Raffaelli disegna il nuovo Ponte della Magliana, un monumentale ponte ad arco della lunghezza di oltre 200 metri, comprese le spallette di appoggio, pensato come ingresso ovest alla nuova città fieristica dell’E42. Il progetto rimane sulla carta.

Il 17 dicembre 1937 si verifica intanto una nuova piena eccezionale, in effetti l’ultima piena eccezionale del nostro fiume, in cui la quota idrometrica raggiunge il livello di 16,84 metri. Questa in effetti è la prima alluvione ampiamente documentata dai fotografi. Un ardimentoso cronista dell’Istituto Luce si spinge persino, a bordo di una barchetta, fino alla Passerella della Magliana, che resiste anche a questa ondata di piena, girando immagini spettacolari che ormai fanno parte della memoria collettiva del quartiere.

Gli architetti Vaccaro e Valle riprendono allora la progettazione di un ponte sul Tevere alla Magliana. La prima pietra di un ponte a sette arcate, con arco centrale in ferro, apribile per la navigazione dei vaporetti, inizia nel 1938. Vengono gettati i piloni e la realizzazione arriva anche a un buon punto, ma gli eventi bellici prima rallentano e infine chiudono il cantiere.

Alle 19,45 dell’8 settembre 1943, quando il generale Badoglio annuncia per radio l’armistizio con gli Alleati, le truppe germaniche si mettono immediatamente in moto. Tre quarti d’ora dopo sono già alla periferia sud di Roma.

Alle 20,30 i paracadutisti della II Fallschirmjäger Division espugnano il caposaldo di Vitinia, il deposito carburanti di Mezzocammino e il blocco stradale che precede la Passerella in acciaio della Magliana lungo la Via Ostiense. Alle 21 sono di fronte al «Quinto caposaldo», un complesso difensivo italiano delimitato dalla passerella sul fiume, le batterie di artigliera poste sulla scalinata del Palazzo dell’Impero (oggi Palazzo della Civiltà italiana) e dalla struttura militare di Forte Ostiense, dove alloggiano 800 uomini del I Reggimento della XXI Divisione Granatieri di Sardegna.

I Tedeschi chiedono di parlamentare con il comandante di caposaldo, Meoli. Ma la richiesta si rivela una trappola: Meoli viene trattenuto e fatto prigioniero, mentre un delegato tedesco ottiene di essere condotto al Comando della Garbatella, dove risiede il generale Solinas al comando dei Granatieri. Questi apostrofa Solinas con parole sferzanti, dicendoglo che «la guerra degli Italiani è finita». Solinas risponde al delegato con un ultimatum: se entro le 22,10 non sarà liberato il comandante Meoli e non sarà restituito il blocco stradale, i Granatieri attaccheranno.

Alla scadenza dell’ultimatum due vampe di fuoco sulla collina dell’E42 segnano l’apertura delle ostilità. Così riporta il generale Solinas nei diari militari: «Alle 22,10 precise due vampe sulla collina dell’Esposizione mi annunciavano, prima del suono dei colpi, che i pezzi dislocati sul Caposaldo n. 5 avevano aperto il fuoco. Mi assalì allora un impeto di sdegno, e decisi senz’altro di dare la parola al cannone».

L’assalto contro il blocco stradale viene condotto dal III battaglione dei Granatieri. I Tedeschi, che non attendono altro, rispondono con un contrattacco in massa di paracadutisti e artiglieri, e lanciano in contemporanea altri 4 attacchi verso i capisaldi n. 6, 7 e 8 e penetrano nel quartiere E42. A Mezzanotte la mischia alla Magliana è furibonda. I registri miliatri annotano: «situazione critica». E Solinas verga di suo pugno: «Salve di artiglieria, raffiche di mitragliatrici, scoppi di bombe a mano si susseguono senza interruzione».

All’una di notte la Fallschirmjäger riceve rinforzi e lancia una seconda violenta offensiva contro il Caposaldo della Magliana. I Tedeschi si impadroniscono del Ponte, per poi perderlo, riconquistarlo e infine riperderlo.

I feriti italiani sono accolti nell’ospedale da campo allestito dalle Suore di Sant’Anna nelle camerate di Forte Ostiense: i più gravi, quelli che saranno inidonei a riprendere le armi, vengono trasportati fuori dal Forte e nascosti nelle case private del vicino quartiere della Montagnola, nel timore che i Tedeschi, una volta preso possesso del Forte, avrebbero condotto delle rappresaglie verso i feriti. Si raccontano episodi eroici, e persino macabri. Suor Teresina delle Suore di Sant’Anna affronta, armata solo di un crocifisso in ottone, un tedesco che le sbarra la strada a mitra spianato: pare che il tedesco abbia avuto la peggio. Le altre suore, incuranti delle bombe, fanno la spola tra il campo di battaglia e il forte, raccogliendo i feriti; la croce rossa sulle giubbe delle religiose, mancando il colorante, è dipinta col sangue.

A notte fonda i Tedeschi lanciano il terzo e decisivo attacco. Nel frattempo al Forte Ostiense è arrivato qualche rinforzo di armi e munizioni, ma i Granatieri decidono di non contrattaccare. Si rivelerà un errore: il Ponte della Magliana viene espugnato, così come il Palazzo dell’Impero dove i Granatieri hanno numerosi e importanti pezzi di artiglieria. I Granatieri sono costretti ad evacuare il 5° caposaldo, ritirandosi in ridotta dentro Forte Ostiense.

Alle 5,50 del mattino c’è per gli Italiani una sgradita sorpresa. Le artiglierie italiane del Palazzo dell’Impero, cadute in mano tedesca, vengono puntate dai Tedeschi contro il bastione centrale di Forte Ostiense e iniziano un fuoco ininterrotto verso la struttura fortificata. Il forte è posto sotto un pesante cannoneggiamento. Alle 7, racconta il cappellano Don Pietro, «non c’è più un vetro sano». Non si sa bene come e perché, in quel momento nel Forte scoppia un incendio. Tocca proprio al cappellano Don Pietro, pochi minuti dopo, uscire dal forte e formalizzare ai Tedeschi la resa italiana.

Mentre Don Pietro presenta ai delegati tedeschi la resa italiana, e quando tutto sembra perduto, arrivano finalmente i rinforzi decisivi. Questo in realtà è uno dei punti meno chiari di tutta la vicenda. Non si sa se l’iniziativa di Don Pietro sia stata un’iniziativa personale o se abbia ricevuto l’avallo del comando militare. Fatto sta che mentre Don Pietro si arrende arrivano sul teatro delle operazioni tre squadroni dei Lancieri di Montebello, con autoblindo e semoventi. E riaprono la partita.

Insieme a loro ci sono anche un battaglione di Allievi Carabinieri e 200 guardie coloniali della PAI, la Polizia dell’Africa Italiana. Senza sapere della resa il colonnello Giordani lancia più attacchi simultanei verso i Tedeschi, che ritengono le azioni militari concluse, disorientandoli. Poco dopo il II battaglione si rimpossessa delle posizioni perdute sulla collina dell’E42.

L’azione principale è condotta sotto il cavalcavia ferroviario, sulla Via Ostiense: carabinieri e coloniali, in inferiorità di artiglierie, costringono i Tedeschi ad arretrare. Orlando De Tommaso, comandante degli Allievi Carabinieri, muore da eroe: «Mosse i suoi all’attacco con slancio superbo. Dopo tre ore di aspra lotta non esitava a balzare in piedi allo scoperto, sulla strada furiosamente battuta. Colpito a morte da una raffica di arma automatica, cadeva gridando: Avanti, viva l’Italia! ». I Tedeschi arretrano, mentre i coloniali li incalzano. Alle 10 del mattino il 5° caposaldo è completamente riconquistato.

Con le luci del giorno, al Ponte della Magliana, si contano 38 morti. C’è un silenzio irreale, le cui motivazioni strategiche vengono comprese dai comandi italiani poco dopo: i Tedeschi hanno deciso di lasciare agli Italiani il possesso del 5° caposaldo, e lo hanno semplicemente aggirato portando la battaglia nel vicino quartiere della Montagnola. Qui i civili imbracciano il fucile a fianco dei regolari e inaggiano furibondi combattimenti. Il partigiano De Filippi, il fornaio Roscioni e il capitano Incannamorte moriranno da eroi.

Di lì a breve la battaglia raggiunge il quartiere di San Paolo, poi San Giovanni e infine la centrale Stazione Termini. Dal 12 settembre Roma risulta completamente occupata e sottomessa al giogo nazista. Lo rimarrà per nove mesi, fino al 4 giugno 1944.

Sulle ragioni che rendono necessario lo smantellamento della passerella esistono solo fonti orali.

Una prima versione, suggestiva ma a quanto pare non corretta, vuole il ponte irrimediabilmente danneggiato durante la terribile nottata di combattimenti. Un’altra versione vuole che i Tedeschi, nel corso del 1944, abbiano autonomamente deciso di smantellare il ponte sul Tevere alla Magliana, un po’per le stesse ragioni per cui era stato costruito: impedire agli Eserciti Alleati di utilizzarlo per dislocare le proprie truppe intorno a Roma. Una terza versione vuole infine che il ponte sia stato colpito, il 12 febbraio 1944, durante l’attacco aereo alleato contro la stazione ferroviaria di Mercato Nuovo (che oggi costituisce la stazione Eur-Magliana della Linea B della metropolitana). La passerella è comunque all’epoca già vetusta, e di smontarla si parlava ormai dal 1930. I lavori per la costruzione del nuovo ponte riprendono nel 1948. Il traffico carrabile sul nuovo ponte viene aperto nel 1952.

Del Vecchio Ponte della Magliana rimangono oggi, ancora visibili, la stampella in riva sinistra su via del Cappellaccio (che fa da cavalcavia sull’Ostiense), la già citata cabina dei comandi elettrici e, sulla riva opposta, la stampella su via Asciano, nelle cui strutture superstiti in acqua pare di poter riconoscere l’impianto di un piccolo imbarcadero.

Di recente la collezione del Fondo Riva Portuense ha recuperato uno specimen cartonato (cm 12,50 × 17,50) con le insegne militari del XIII° Reggimento di artiglieria campale «Magliana», che assunse la nuova denominazione proprio per il ricordo della battaglia al Caposaldo della Magliana.

Le insegne riportano i simboli locali affiancati a quelli del corpo dei Granatieri: la Lupa che allatta i gemelli Romolo e Remo, e i Quattro mori di Sardegna. Lo scudo è sormontato da elementi di artiglieria e un elmo da granatiere, con il n. XIII indicativo del reggimento. Il cartiglio propone il motto: «Dura la volontà / ferma la fede». Il retro contiene l’acronimo 13° GRACAM Magliana, che sta per «Gruppo di Artiglieria da Campagna».

 

Tenuta Pian Due torri

 

Pian Due Torri è una proprietà fondiaria, dislocata entro l’omonima ansa del Tevere, appartenuta dal 1565 alle confraternite romane del Gonfalone e del Sancta Sanctorum. Le confraternite conducono la tenuta a pascolo, seminativo e maggese fino al 1839. Dal 1870 monsignor Angelo Bianchi unificando la proprietà di pianura con la collina retrostante, introducendo l’uso vignarolo. Nel 1923 l’ingegnere Michelangelo Bonelli inizia la bonifica idraulica e avvia orticultura e frutticoltura. La Grande alluvione del 1937 mette fine al sogno agrario di Bonelli. Si costruisce la prima casa, e un nucleo di altre nel 1948. Nel 1949 il Ministero dei Lavori Pubblici autorizza la costruzione intensiva, disciplinata dal Piano regolatore del 1954 e dalla Variante del 1962. Da allora la vicenda della Tenuta finisce e inizia quella di un nuovo quartiere: la Magliana Nuova.

Nel 1839, unificata la Tenuta Pian Due torri, il Sancta sanctorum non ha in mente un vero e proprio progetto agrario. Semplicemente, ha inteso unificare la prorietà per poter più facilmente riuscire a venderla e fare cassa con una proprietà fondaria fino ad allora praticamente improduttiva. E la vendita avviene, al conte Filippo Cini di Pianzano. Non molto dopo la proprietà passa in successione al figlio, finché nel 1870 essa viene rivenduta a monsignor Angelo Bianchi, esponente della nobile casata locale. Il monsignore è considerato il primo pioniere moderno della tenuta.

Il Monsignore tenta l’unificazione della piana con la sovrastante collina di S. Passera, con motivazioni assai semplici: differenti quote altimetriche tengono al riparo dai capricci del fiume e permettono di variegare le colture. Le stesse intuizioni, mezzo secolo dopo, saranno alla base dell’opera dell’agronomo Michelangelo Bonelli.

La studiosa Benocci ha ricostruito le acquisizioni fondiarie di Angelo Bianchi: i primi acquisti di «terreni e casali ad uso vignarolo» datano 1870, in comproprietà con Salvatore, figlio del capostipite Luigi Bianchi; alla morte di Salvatore, nel 1885, la sua quota passa al figlioletto Luigi (con lo stesso nome del nonno); quando anche monsignor Angelo muore, nel 1897, il giovane Luigi eredita la quota dello zio, e si ritrova unico proprietario di un latifondo da 72 ettari.

Luigi rimane proprietario fino al 1912, anno in cui la proprietà si frammenta nuovamente, fra parte di piana e parte di monte.

Nel 1923 la famiglia Bianchi vende la Piana Due torri ad un eccentrico senatore piemontese, l’ingegnere agronomo Michele Angelo Bonelli.

Bonelli sceglie quella piaga acquitrinosa – acquisita al prezzo conenientissimo di 20-25 centesimi ad ettaro quadro, ma totalmente inadatta all’agricoltura! – con il preciso intento di dimostrare la teoria della coltivazione razionale, una teoria da lui stesso elaborata e formalizzata in un voluminoso tomo in due volumi. La teoria afferma che le terre incoltivabili non esistono: anche la piaga più desolata, sapientemente diretta da un agronomo e con l’uso dell’ingegneria idraulica e con appropriati concimi, può diventare produttiva, rivelandosi economicamente più conveniente di un terreno già messo a coltivo. Bonelli dunque si imbarca in questo sogno. E per fare di Pian Due torri un giardino ha bisogno di molta, moltissima forza lavoro. Il reclutamento avviene tramite la società anonima GIT, Gestione Immobili Torino, costituita nello stesso anno dallo stesso Ingegnere.

Testimone dell’epopea agraria di Bonelli alla Magliana è il signor Tullio, uno dei suoi primi mezzadri, la cui vita è stata raccolta in una lunga intervista nel 1978 da sociologi dell’Università La Sapienza.

Tullio arriva alla Magliana il 26 gennaio 1926. È un ragazzino di 15 anni ed è da poco rimasto orfano. Alla Magliana lo attende suo zio, anche lui mezzadro nella Tenuta di Bonelli. Alla Magliana ci sono già 7 o 8 famiglie mezzadrili.

«Nella pianura, dalla ferrovia al fiume, c’è solo prato», racconta Tullio. Al centro, più o meno all’altezza dell’attuale via Pescaglia, c’è una vaccheria, impiantata a suo tempo da Monsignor Bianchi. Il primo intervento di Bonelli è sciogliere la vaccheria, e frazionare la pianura in 7-8 terreni, affidando ciascuno a una famiglia di mezzadri. Sulla riva del fiume, all’altezza di via Pian Due Torri, fa installare una grande pompa idraulica che estrae acqua dal Tevere, al ritmo di un metro cubo al secondo. In seguito si aggiungono altre tre pompe, dislocate in punti diversi. «Di giorno l’acqua va nei vasconi – spiega Tullio – mentre di notte serve ad irrigare i prati».

I primi tempi sono tutt’altro che facili. «È una zona infetta di zanzare. Appena arrivato mi becco la malaria e sono ricoverato al Policlinico per ben quattro mesi».

Le condizioni di lavoro sono dure. «Per vangare il terreno si prendono 8 lire al giorno. Oltre alla metà del raccolto, dobbiamo pagare l’acqua e la forza motrice per le pompe. Bonelli ci fa anche pagare il concime, che fa prendere al Mattatoio e sul quale si prende un buon beneficio». I ritmi sono serrati. «Non abbiamo orari: lavoriamo 10, 12 ore. Dobbiamo lavorare a turno, anche di notte per via dell’acqua. Per quanto lavoriamo, abbiamo sempre debiti verso il padrone».

L’entusiasmo del primo raccolto – carciofi in coltivazione estensiva: «All’inizio coltiviamo i carciofi. È pieno di carciofi! » – cede il posto alla desolazione della alluvione del 1929. Il Tevere straripa, e inonda tutta la piana. Si ricomincia da capo: né Bonelli né i mezzadri hanno intenzione di cedere.

«La vita si fa ancora più dura. Si sta male», racconta Tullio. Bonelli è un padrone severo: temuto, stimato, senza sconti. Le sue idee progressiste, ma solo in fatto di coltivazione, sono talora guardate con diffidenza. Ad esempio Bonelli non vuole animali nella sua tenuta: coltivazione e allevamento sono due arti distinte. «Tentiamo di tutto per guadagnare di più», prosegue Tullio. «Malgrado tutto questo lavoro non riusciamo a cancellare i nostri debiti verso l’Ingegnere». Bonelli è costretto allora a cedere qualcosa. Concede alle famiglie mezzadrili di ricavare un piccolo extra, allevando dei maiali per conto proprio. Si arriva a 300 o 400 maiali per famiglia. «Ogni mezzadro per nutrirli va a prendere i resti del magiare della caserma del Genio: sono maiali tirati su a pastasciutta! ».

Tre anni dopo, quando la vita sembra ripresa e si inizia a differenziare le colture, arriva il duro colpo della seconda alluvione. Tullio racconta un aneddoto: «Quando c’è l’alluvione le bestie per metterle al sicuro, le facciamo salire sopra al monte. Mi ricordo bene che un mezzadro di nome Mezzalira non fa in tempo a mettere i maialetti in salvo, e se li porta al secondo piano, nella sua camera da letto. Come dei figli, insomma! ». Nel 1929 la piana rimane a lungo sott’acqua. «Via della Magliana, che è 2 metri più bassa di quella attuale, è un fiume. Ci si va in barca. Ci sono andato io! ».

E la piana, come promesso da Bonelli, con la scienza, la tecnica e la tenacia del lavoro, si trasforma in un giardino, in cui sono presente coltivo, frutteto e vigna. «Nel 1935 piantiamo un frutteto. Nella zona chiamata Recupero, vicino via Vaiano, ci sono viti da vino. Si raccolgono ogni anno cento botti di dieci quintali di vino. Si raccoglie anche uva da tavola, nella zona dell’incrocio tra via dell’Impruneta e via della Magliana. Dalla parte di via Pian Due Torri e sul monte invece ci sono prugne e pesche. Da via della Magliana alla ferrovia si coltivano gli ortaggi».

Mentre l’acquitrino Pian Due torri sotto l’opera dei mezzadri di Bonelli si trasforma in un giardino, i progetti del Governatorato di Roma vanno in tutt’altra direzione.

Urbanisti e intellettuali stanno  pianificando la costruzione della Terza Roma, la Roma del Fascio littorio, caratterizzata dall’espansione verso il mare: con un nucleo terminale a Ostia, un nucleo mediano alle Tre Fontane dove sorgerà il nuovo quartiere espositivo, e tutto quello che sta in mezzo, in questa «freccia» scagliata fra Roma e il mare, da urbanizzare senza lasciare vuoti in mezzo. La tenuta di Bonelli alle Due Torri, orgogliosa nelle sue battaglie contro le intemperie del fiume, si trova in una posizione di grande intralcio.

L’idea della «freccia verso il mare» viene lanciata a metà anni Venti, con una serie di opere pioniere: la Ferrovia del Lido, la Via del mare, il Porto fluviale, l’Idroscalo di Ostia, seguite dai progetti di Snodo merci di Ponte Galeria, Rettificazione del Tevere a Mezzocammino e Idroaeroscalo della Magliana. Il primo disegno urbanistico complessivo compare nel Progetto-documento per l’Esposizione del 1942 di Vittorio Cini, chiamato con una sigla E42. Cini propone di realizzare «nuclei urbani senza soluzioni di continuità tra vecchio e nuovo», nelle aree lasciate libere dall’ultimo Piano regolatore del 1931. Mussolini stesso ne approva il progetto il 14 febbraio 1937. A Pian Due Torri sono previsti un Ponte monumentale e una Grande Circonvallazione ferrotranviaria.

L’aneddoto vuole che Michelangelo Bonelli, subodorato che la costruzione di un ponte fosse l’avamposto di un’urbanizzazione, si sia opposto sdegnosamente al progetto di Cini, rifiutandosi di vendere la Tenuta Due Torri per qualsiasi cifra. Ma anche al Governatorato non si fanno molte illusioni: urbanizzare la Magliana significa affrontare enormi costi di arginatura, di reinterro per le parti più basse e l’avvio di una bonifica sanitaria generale. Insomma: Bonelli non vuole, ma il Governatorato non chiede.

In quei giorni di ammiccamenti tra amministratori civici e l’Ingegnere arriva improvvisa una nuova alluvione, la grande alluvione del 1937, che colpisce l’intera città. «La volta precedente – racconta il mezzadro Tullio – la nostra zona era invasa dalle acque e su Roma c’era sole. Stavolta anche San Pietro è pieno d’acqua, che arriva ad un metro sopra l’Occhialone di Ponte Sisto. A Ponte di ferro il Mulino Biondi è allagato. Vicino a piazza della Radio, dove all’epoca di sono solo campi, c’è un negozio di tabacchi: il negoziante non fa in tempo a salvare nulla. Io ho visto francobolli che galleggiavano sull’acqua».

Quella del 1937 sarà l’ultima alluvione della Magliana. Ma questo né i mezzadri né Bonelli possono saperlo. Un senso di precarietà mette fine agli entusiasmi, in Tenuta Due Torri, e si fa largo l’idea che urbanizzare la Nuova Magliana non sia poi il peggiore dei mali. Bonelli tenta però ancora un colpo di coda. Nel 1938 trasforma la sua società anonima, la GIT Gestione Immobili Torino, in una società in nome collettivo, cercando di coinvolgere nuovi soci. L’iniziativa non ha successo, anche perché è ormai chiaro che lo zelo bonificatore di Bonelli non gode che di simpatie di facciata, presso il Regime. Bonelli da parte sua, è un liberale di vecchio stampo: ha condiviso la riforma fondiaria di Mussolini, ma le sue aderenze al fascismo terminano qui.

Nel 1940 scoppia la guerra – calamità su calamità! -, e i mezzadri lasciano il lavoro nei campi diretti al fronte. L’esperienza della tenuta, privata della forza lavoro e dello slancio iniziale, è ormai al capolinea. Nel 1941 Bonelli si arrende, e abdica nella gestione della tenuta in favore del genero Adriano Tournon, discendente di Camille De Tournon (prefetto di Napoleone dal 1809 al 1814, considerato il primo urbanista della Roma moderna).

È ancora il mezzadro Tullio a raccontare le vicende familiari dell’Ingegnere: «Il Conte Tournon sposa una delle due figlie di Bonelli, anzi non il celebre Conte ma suo figlio. Bonelli è un amico dei potenti: la seconda figlia la sposa ad un principe del Kenia. Il Conte Tournon costruisce la prima casa, in via Pescaglia, nel luogo dove prima c’era la vaccheria e dove poi si installerà la prima parrocchia. Le altre case iniziano a costruirle nel 1948, nella zona dove c’è la farmacia, in via della Magliana».

E Bonelli si ritira dalla pianura alla collina, nella sua Villa Bonelli. «Dopo la guerra io ho visto Einaudi, il Presidente della Repubblica, De Gasperi e Frassati, un miliardario che veniva a giocare a bocce da Bonelli. È da quell’epoca che l’ingegnere ha cominciato a lottizzare e a vendere». Alla morte di Bonelli il Conte Tournon eredita la tenuta. «È a lui che si deve la distruzione degli alberi e la lottizzazione», conclude amareggiato Tullio.

 

Ex Buffetti

 

Negli anni ‘40 si insedia alla Magliana lo stabilimento «Nervi & Bartoli», dove l’ingegner Pierluigi Nervi (1891-1979) sperimenta il «ferrocemento», materiale resistente ed elastico composto di maglia d’acciaio e malta.

Le innovazioni di Nervi hanno una collocazione specifica nella storia della tecnica costruttiva italiana: Nervi risolve  in maniera esteticamente valida la richiesta pressante degli architetti italiani di poter «slanciare» le proprie opere, superando i problemi strutturali del peso complessivo e della portanza dei materiali. Nervi stesso è parte di questo fenomeno architettonico, progettando il Palazzo Unesco a Parigi, la cattedrale di S. Francisco, grattacielo Pirelli a Milano, e a Roma il Palazzetto dell’Eur, Stadio Flaminio e Aula Paolo VI. Nervi amava dire: «Una buona soluzione costruttiva ha naturale espressività estetica».

La Nervi & Bartoli si componeva di un «campus» a padiglioni, disposti intorno ad una piazza interna e serviti da un piccolo scalo ferroviario. Gli artt. 11 della Magliana ne prevedono il recupero, conservando gli esterni e cambiando gli interni da destinazione artigianale a commerciale.

Per il padiglione principale (10.271 mc, oggi supermercato GS) è prevista l’articolazione su 2 livelli; il complesso della Vetreria (11.112) si dividerà in: residenza privata (1138), area commerciale (4181), uffici (3748) e altri negozi (2.179). Infine, è prevista la riapertura della piazza interna, con un vicino corpo di fabbrica (7.623) dedicato ad attività culturali.

[L’area ex Buffetti e il PRINT Magliana].

 

Magliana moderna

 

Ponte della Magliana

 

Ponte della Magliana misura 224 m ed è costituito da 7 archi in cemento armato e travertino, 3 dei quali poggiano in acqua su piloni. La campata centrale in acciao è apribile.

La storia del ponte è travagliata. Progettato nel 1930 da Romolo Raffaelli come ingesso ovest dell’EUR (congiungeva via del Cappellaccio con via dell’Imbrecciato), nel 1937 la piena del Tevere spazza via il cantiere e le prime opere murarie. Ripresi i lavori nello stesso punto, il ponte viene danneggiato dai Tedeschi l’8 settembre 43 durante la battaglia della Magliana.

Il colpo di grazia e il crollo arrivano il 12 febbraio 44, con il bombardamento americano della stazione ferroviaria di Mercato Nuovo. La ricostruzione è del 48, in posizione avanzata di 200 m e senza le decorazioni del progetto iniziale, ispirate al passato regime. Dagli anni Ottanta un discusso prolungamento di 1,7 km su piloni di cemento raggiunge le Tre fontane.

Il ponte è completato da un piccolo scalo portuale, poco distante dal quale si trova il relitto di uno dei vaporetti che fino alla seconda guerra mondiale percorrevano la tratta mare-Ripa grande.

[Il completamento e il viadotto per l’Eur].

[La «strozzatura» del traffico su Ponte della Magliana].

 

Mater Divinæ Gratiæ

 

Il complesso di vita consacrata fa parte della parrocchia Santo Volto, in via della Magliana, 173, sul lato opposto della via rispetto alla sede parrocchiale.

Nel complesso si trova la cappella delle Povere Figlie della Visitazione, in cui le funzioni sono celebrate da un cappellano inviato dalla parrocchia. Le funzioni si svolgono al primissimo mattino, alle 7 e un quarto, tutti i giorni. Nei giorni festivi si svolge una seconda funzione anche alle 9. L’orario mattiniero è dovuto al fatto che la cappella si trova proprio di fronte alla sede parrocchiale, in cui la celebrazione delle funzioni inizia alle 8.

Nel complesso Mater Divinae Gratiae risiedono due enti ecclesiastici: la scuola materna cattolica Santa Maria e la casa di riposo e cura Santi Pietro e Paolo. La struttura sanitaria ha 90 posti letto, femminili, ed è retta dalla superiora Suor Caterina Panico delle Povere Figlie della Visitazione di Maria Santissima Mater Divinae Gratiae.

 

Area urbana Magliana

 

Di urbanizzare la Tenuta Pian Due torri si comincia a parlare concretamente solo nel Dopoguerra, sotto la spinta del genero di Bonelli, il conte Adriano Tournon. Tournon intende procedere alla valorizzazione fondiaria dei terreni agricoli: vuole cioè renderli edificabili e procedere alla vendita frazionata ai costruttori.

Un carteggio del 1949 tra gli uffici tecnici del Comune di Roma e quelli del Ministero dei Lavori Pubblici (studiato negli anni Settanta dal Comitato di quartiere Magliana) ne documenta i passaggi preliminari.

Nella prima lettera il Comune interpella il Ministero per conoscere se la Tenuta Due torri si trovi dentro o fuori i confini del Piano regolatore. La differenza è sostanziale: nel primo caso i costi di urbanizzazione (fogne, strade e servizi) ricadono sul Comune; nel secondo sui costruttori.

In tutta evidenza la Tenuta si trova fuori dal Piano del 1931. Tuttavia la risposta ministeriale è affermativa: «In relazione alla nota suindicata […] la zona indicata nella unita planimetria con tratteggio color turchino, sebbene non sia colorata con i simboli delle destinazioni edilizie, deve ritenersi compresa entro il perimetro del vigente Piano Regolatore». La costruzione della Nuova Magliana può dunque iniziare.

Il primo piano regolatore della Magliana Nuova è approvato il 10 aprile 1954 e rimane in vigore per 8 anni, fino al 1962.

L’iter comincia il 24 gennaio 1950, con la presentazione al Ministero dei Lavori Pubblici di una variante di zona al Piano regolatore generale del 1931. Il documento, chiamato Piano particolareggiato n. 123, prevede standard intensivi, con caseggiati alti 8 piani. La risposta ministeriale è favorevole (si legge: «è rispondente alle esigenze di un’organica composizione di un nuovo quartiere»), seppur condizionata da pesanti prescrizioni.

La principale di esse è il cosiddetto reinterro. Si stabilisce cioè che, per prevenire gli allagamenti, nessun edificio dovrà sorgere sotto l’Argine fluviale. L’argine diventa così la quota zero dell’intero piano regolatore, e tutto quanto si trova al di sotto deve essere ricoperto (reinterrato) con materiali di risulta. Si tratta della più vasta previsione di movimento-terra mai contenuta in un piano regolatore: basti pensare che la quota del suolo è in alcuni punti anche 7 metri più bassa dell’argine.

Il Comune, elaborando le prescrizioni, presenta il nuovo piano 123 bis, in cui accetta anche la riduzione dell’altezza massima dei caseggiati da 8 a 7 piani, «onde non sia preclusa la vista della retrostante zona collinare». Nel 54 il piano è approvato. Tuttavia esso viene ignorato dai costruttori, che trovano più conveniente investire in altre aree senza obbligo di reinterro. Fino al 1962, anno del Nuovo Piano regolatore generale, non viene rilasciata alla Magliana alcuna licenza edilizia.

[Le immobiliari e l’edificazione speculativa].

[Il Comitato di quartiere e la Magliana in lotta].

[L’autoriduzione dei fitti e le occupazioni].

[La vicenda processuale della Magliana].

[Successi della lotta popolare alla Magliana].

 

Casale Mungo

 

Il Casale Mungo è un edificio rurale dell’Ottocento, sito in vicolo Pian Due Torri, 16, alla Magliana nuova. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970732A, Banchini R. – cat. Peixoto J.R.).

 

San Gregorio Magno

 

San Gregorio Magno è la sede della parrocchia omonima (la 214a del Vicariato di Roma) ed è anche la sede del titolo presbiteriale del Cardinale di San Gregorio Magno. San Gregorio Magno è una chiesa parrocchiale in setti di cemento armato, progettata dall’architetto Aldo Aloysi. La parrocchia è istituita il 14 dicembre 1963, con decreto Neminem sane latet del Cardinal Micara. L’edificio liturgico attuale risale a metà Anni Settanta e sorge in posizione elevata rispetto alla piazza, con un sagrato pensile cui si accede da una rampa. Sulla torre campanaria si trova una statua di Cristo a braccia aperte. Fra il 1992 e il 1994 il territorio parrocchiale viene progressivamente ridotto, in favore della nuova parrocchia di S. Massimiliano Kolbe. Nel 2001 Giovanni Paolo II insignisce la chiesa del titolo cardinalizio di San Gregorio Magno alla Magliana Nuova. Da San Gregorio dipendono le Suore Missionarie dell’Immacolata Regina della Pace e la Congregazione Mariana delle Case della Carità.

La parrocchia è eretta il 14 dicembre 1963 con decreto del Cardinal vicario Clemente Micara «Neminem sane latet». È affidata al clero della Diocesi di Reggio Emilia. Non si conosce da quale parrocchia sia stato desunto il territorio (ipotizzabile Sacra Famiglia a Portuense).

Il riconoscimento agli effetti civili è stato decretato il 18 febbraio 1965.

Si trova in piazza Certaldo, 85.

Il progetto architettonico è di Aldo Aloysi.

Il 28 febbraio 1982, con il decreto del Cardinal vicario Ugo Poletti «A tutti è ben noto», i territori di quattro parrocchie confinanti vengono ridotti, per dare vista alla nuova parrocchia di Nostra Signora di Valme. Esse sono: S. Silvia, S. Maria del Carmine e S. Giuseppe, S. Gregorio Magno e S. Raffaele Arcangelo.

Il 28 ottobre 1985 il territorio parrocchiale viene ridotto, con un decreto del Cardinal vicario Ugo Poletti, e ceduto alla costituenda nuova parrocchia S. Massimiliano Kolbe alla Magliana. Il territorio, con decreto del Cardinal vicario Camillo Ruini del 19 marzo 1992, è stato determinato entro i seguenti nuovi confini: «Ferrovia Roma-Pisa a nord, partendo da via dell’Imbrecciato, fino all’altezza di via Guido Miglioli (della parrocchia); detta via; via della Magliana; via Teodora (tutta di S. Massimiliano Kolbe); fiume Tevere fino al Ponte della Magliana; viadotto della Magliana; via dell’Imbrecciato; Ferrovia Roma-Pisa».

In data 27 aprile 1994, con decreto dello stesso Cardinal vicario, parte del territorio, e cioè «Via Pian Due torri (solo i numeri dispari); via Sesto Fiorentino; via Pescia; lungotevere della Magliana nel tratto via Teodora-via Pian Due torri» è stato trasferito alla parrocchia di S. Massimiliano Kolbe alla Magliana.

L’attuale parroco è Don Renzo Chiesa (dal 2007), assistito dai vicari parrocchiali Don Kibwanga Jean-Leon Katshioko (2011) e Don Elio Lops (2008), e dal collaboratore parrocchiale Don Donato Fidanza Filho (2013). La parrocchia è affidata al clero diocesano.

La parrocchia non presenta chiese annesse o luoghi sussidiari di culto.

Nel territorio parrocchiale sono presenti due enti: L’«Immacolata» delle Suore Missionarie dell’Immacolata Regina della Pace (SMIRP) e la Casa della Carità «San Gregorio alla Magliana» della Congregazione Mariana delle Case della Carità.

La parrocchia è sede cardinalizia. Il titolo presbiterale è ricoperto dal Cardinal Geraldo Majella Agnelo.

 

Area artigianale

 

[L’area industriale di Magliana].

 

Magliana contemporanea

 

PRU Magliana

 

[Gli Articoli 11 e il recupero dell’esistente].

[Magliana: l’asse del verde].

[Magliana: l’asse dei servizi].

 

Stazione Villa Bonelli

 

[1992: il treno ferma qui].

 

Santo Volto

 

Il Santo Volto è un complesso parrocchiale ultimato nel 2006, considerato un’avanguardia dell’architettura sacra a Roma. I progettisti Sartogo e Grenon hanno realizzato un’aula ecclesiale semicircolare, dalle linee astratte disposte radialmente intorno all’altare. Un’ardita opera di ingegneria – il rosone in ferrocemento – sostiene volte e semicupola. All’interno opere di Paladino, Tirelli e Accardi. La parrocchia si era costituita nel 1985 ed è oggi intitolata al culto delle immagini acheropite, sacre icone che raffigurano il volto di Dio. L’opera principale – il «Volto di Dio» nel rosone – non è stata ancora realizzata.

La comunità parrocchiale del Santo Volto si cementa nel 1975, intorno alla cappellina di Padre Massimiliano Kolbe, su via della Magliana Nuova. Si tratta di uno stanzone disadorno e dalla forma squadrata, che in origine era un garage al pianterreno di un condominio. La parrocchia di San Gregorio Magno lo aveva attrezzato alla meno peggio, come luogo di culto sussidiario per i fedeli più distanti dalla sede parrocchiale di piazza Certaldo. È una delle tante «chiesine di trincea», semplici ma dalla devozione sincera, che hanno caratterizzato lo sviluppo disordinato della nostra città negli anni Settanta e Ottanta.

La cappellina è intitolata al religioso francescano polacco Massimiliano Kolbe (1894-1941), che proprio in quel periodo – il 17 ottobre 1971 per la precisione – era stato proclamato beato da Papa Paolo VI. Padre Kolbe è considerato dalla Chiesa un moderno martire: prigioniero nel campo di concentramento di Auschwitz, offrì la sua vita in cambio di quella di un condannato a morte. La figura di Padre Kolbe merita di essere raccontata. Da giovane sacerdote aveva un carattere mite e socievole, e di fronte alle avversità amava ripetere «La prossima volta andrà tutto meglio», frase divenuta emblematica del suo ottimismo. Fu uno dei pionieri delle trasmissioni radiofoniche e i suoi programmi e giornali erano assai popolari nella sua Polonia: oggi S. Massimiliano Kolbe è il santo patrono di quanti lavorano in radio. Ma Padre Kolbe era anche un uomo capace di imprese pratiche: nel 1917 fonda la Milizia dell’Immacolata, nel 1927 il convento di Niepokalanów e, dal 1930, guida una delegazione missionaria in Giappone. È costretto a tornare frettolosamente in Polonia nel 1939, quando gli eventi precipitano per l’occupazione delle truppe naziste: appena messo piede in patria viene arrestato, liberato e arrestato una seconda volta nel 1941, finendo nel campo di concentramento di Auschwitz. Nel suo blocco si verifica un episodio di insubordinazione, che provoca la terribile rappresaglia tedesca: dieci persone vengono scelte a caso e destinate al «bunker della fame», una fossa in cui si entra soltanto e i condannati vengono lasciati morire di stenti. Quando uno dei dieci prescelti scoppia in lacrime, implorando di aver salva la vita e dicendo di avere una famiglia numerosa che lo attende a casa, Padre Kolbe si fa avanti e ottiene di prenderne il posto. Padre Kolbe muore dopo due settimane dopo. Le sue ultime parole sono: «L’odio non serve a niente, solo l’amore crea». Il 10 ottobre 1982 Papa Giovanni Paolo II lo proclama santo, con l’appellativo di «patrono speciale del nostro difficile secolo» (il Novecento), fissandone la festa liturgica il 14 agosto.

La cappellina romana dedicata al santo polacco viene intanto eretta in parrocchia autonoma, il 28 ottobre 1985, con decreto dell’allora Cardinal vicario Ugo Poletti. Il titolo parrocchiale è S. Massimiliano Kolbe alla Magliana. La parrocchia viene affidata al clero diocesano di Roma e il suo piccolo territorio viene desunto da quello di S. Gregorio Magno, dove allora si conta l’impressionante numero di 35 mila fedeli.

Sette anni dopo, il 19 marzo 1992, un decreto del nuovo Cardinal vicario Camillo Ruini amplia i confini della nuova parrocchia: «Ferrovia Roma-Pisa a nord, partendo da via Guido Miglioli (tutta di S. Gregorio Magno) fino all’altezza del bivio di via della Magliana; via della Magliana Antica; da qui linea ideale che raggiunge il fiume Tevere; fiume Tevere fino all’altezza di via Teodora (tutta della parrocchia); detta via; via della Magliana che si percorre a sud; via Guido Miglioli; Ferrovia Roma-Pisa». Poco dopo, il 1° giugno 1992, si insedia il parroco Don Luigi Coluzzi, che regge la parrocchia ancora oggi. Don Luigi (nato a Perugia nel 1944, ordinato sacerdote nel 1986), conosce bene la realtà romana. È stato già viceparroco al Tuscolano e, dal 1988, operava nella confinante parrocchia di S. Silvia al Portuense, dove si era occupato della pastolare giovanile, reinventandosi un oratorio tra i più vivaci della città.

Un altro decreto cardinalizio, datato 27 aprile 1994, aggiusta ancora i confini, attribuendo a S. Massimiliano Kolbe anche «via Pian Due torri (solo i numeri dispari); via Sesto Fiorentino; via Pescia; lungotevere della Magliana nel tratto via Teodora-via Pian Due torri», portando la cura d’anime a 15.000 fedeli. È in quel periodo che il garage di via della Magliana Nuova comincia a rivelarsi insufficiente – anche perché manca di una canonica e di un oratorio – e si comincia a ragionare della costruzione di un nuovo edificio per il culto con annessi servizi parrocchiali. Sì, ma dove costruirlo? Intorno la Magliana è completamente edificata e non c’è un solo spicchio di terreno libero. Il parroco Don Luigi, raccontando di quei giorni, scrive: «Sapevo bene che avere una nuova chiesa non sarebbe stato facile. Intorno non c’erano terreni edificabili. Ma era necessario».

Ci vogliono 4 anni perché il terreno venga individuato e acquistato, su via della Magliana all’altezza del civico 71, con ingresso dalla traversa di via Caprese, 1. Il terreno si presenta da subito piuttosto problematico, non solo per la modesta superficie, ma perché si innesta su un tessuto urbanistico preesistente e già fittamente edificato. Nel 1998 l’Opera per la Provvista di nuove chiese, avviando la «Progettazione della nuova chiesa e del complesso parrocchiale San Massimiliano Kolbe», decide di superare i limiti del terreno affidandolo all’inventiva l’ideazione a due archistar: gli architetti Piero Sartogo e Nathalie Grenon. L’ingaggio prevede di realizzare sul piccolo terreno non uno ma ben due edifici: «aula per il culto e organismo per i servizi parrocchiali con sette aule di cui una polifunzionale».

Sartogo e Grenon accettano la sfida, e affrontano di petto il problema principale: «i palazzi a ridosso e il perimetro murato verso i grandi volumi dell’edificato», dice Sartogo in un’intervista (Arvalia News, 15). «All’inizio il progetto sembrava impossibile – dice Sartogo –. Poi l’idea è venuta di getto, perché a volte i vincoli possono diventare uno stimolo». I progettisti, come richiesto, strutturano l’impianto architettonico in due grandi blocchi: l’Edificio liturgico (con all’interno l’aula ecclesiale, la cappella feriale, la sacrestia e i confessionali), che affacia su strada; e la Canonica, in posizione interna (con residenza del parroco, foresterie e sale per la comunità).

La nuova chiesa che si delinea dal progetto delle archistar è un qualcosa di molto diverso dal garage di Padre Kolbe, da cui tutto ha avuto origine. Così diverso che il 14 febbraio 2001, con un suo decreto, il Cardinal vicario Ruini muta anche la denominazione parrocchiale, intitolandola alle sacre icone del Santo Volto di Gesù, e tra di esse di una in particolare: quella conservata nel santuario di Manoppello.

Il culto delle «icone acheropite» – che letteralmente significa immagini «non dipinte da mano umana» –, pur lontano dalla spiritualità contemporanea, evoca suggestioni profonde. Secondo la tradizione queste immagini sono state impresse non da uomini ma dall’intervento miracoloso del Dio-Padre o di Gesù morente o asceso in Cielo. Per questo motivo tali icone hanno una doppia natura: sono sia immagini sacre, sia reliquie per contatto. Esse permettono al credente la contemplazione del «vero» volto di Dio.

La più conosciuta di tali immagini è la Sacra Sindone di Torino, che la tradizione identifica come il lenzuolo funerario che avvolse Gesù nel Santo Sepolcro, sul quale rimasero impresse le sue fattezze umane. Nel 1988 un qualificato esame scientifico, condotto con il metodo del carbonio C14, ha acclarato che l’immagine torinese non è antecedente all’anno 1260 dopo Cristo: ciò non di meno il valore simbolico di questa veneratissima icona medievale rimane altissimo.

Una seconda celebre immagine acheropita è quella del Santissimo Salvatore nella cappella della Scala Santa al Laterano. Il Liber Pontificalis racconta il rocambolesco viaggio che la portò a Roma. Dopo la morte di Gesù, gli Apostoli affidarono all’evangelista Luca il compito di ritrarre il Maestro: tale ritratto si compose da sé ancor prima che Luca potesse metter mano sulla tela. Passati sette secoli il patriarca di Gerusalemme affidò il sacro ritratto alle onde del mare, abbandonandolo su una barchetta senza equipaggio, affinché la Mano divina la conducesse verso un lido sicuro: la barchetta attraversò il Mediterraneo, giunse a Ostia, risalì il Tevere controcorrente e si consegnò a Papa Gregorio II. Un successore, Papa Stefano II, nell’anno 756 portò la reliquia in processione per le vie di Roma, a spalla e scalzo, ottenendone per intercessione per la salvezza dell’Urbe dalle scorribande del re longobardo Astolfo. Da allora la sacra immagine è veneratissima a Roma ed è considerata dotata di poteri salvifici nell’imminenza di pubbliche calamità.

La terza immagine acheropita è il Santo Volto di Manoppello, conservato dai frati cappuccini nell’omonimo santuario in provincia di Pescara. Essa raffigura un viso maschile con i capelli lunghi e la barba divisa a bande. Si tratta di poco più che un fazzoletto (cm 17 × 24) di tessitura finissima, così fine da essere semitrasparente, che riproduce – visibile da ambo i lati – i tratti del volto di Gesù nelle tonalità leggere del marrone. Particolarità del Santo Volto di Manoppello è la perfetta sovrapponibilità con il volto della Sindone.

Studiosi moderni hanno identificato il Santo Volto di Manoppello con una quarta immagine acheropita, la Veronica, oggi perduta. Secondo la tradizione Veronica è la pietosa donna che durante la Via crucis asciuga il volto di Gesù morente con un panno di lino. Il velo della Veronica fu trafugato da San Pietro all’inizio del XVII sec.: le prime fonti documentali che attestano il Santo Volto a Manoppello coincidono grossomodo con quel periodo. Nel mondo ci sono altre immagini acheropite, come il Volto Santo di Lucca, il Santissimo Salvatore della Galleria Tretjakov di Mosca; e vi sono anche immagini mariane: come la Madonna di Guadalupe o quella di Taormina. Raccontarle tutte ci porterebbe troppo lontano.

Nel 2003 viene poggiata la prima pietra della nuova chiesa. L’edificazione dura meno di tre anni, con una spesa di 4,5 milioni di euro).

Piero Sartogo (Roma, 1934) è un architetto di raffinatissima matrice concettuale. Cresciuto nello studio di Walter Gropius, fondatore della Bauhaus, Sartogo si caratterizza per la capacità di rovesciare le concezioni tradizionali della stabilità e l’abilità di rendere un edificio compatto e al tempo stesso trasparente, e trasformare la costruzione in un’opera d’arte totale con il contributo di artisti, artigiani e designers. Il suo primo lavoro, la Palazzina dell’Ordine dei medici a Roma (1971), riceve gli elogi di Bruno Zevi. Il suo edificio più noto è l’Ambasciata italiana a Washington. Lo stile di Sartogo si condensa nella frase: «La mia architettura è culturale. Prima di tutto viene il ragionamento rispetto all’ambiente dove l’edificio si va a calare, poi subentrano la tecnica e il talento. Scopo finale è che l’edificio acquisti il genius loci».

Nathalie Grenon, moglie di Sartogo, è di origine canadese. La Grenon porta con sé l’esperienza internazionale di progettazione, maturata con il progettista newyorkese Richard Meier alla grande chiesa di Dio Padre Misericordioso a Tor Tre Teste.

La chiesa di Meier, insieme con l’atra chiesa di San Francesco di Sales al quartiere Alessandrino, del progettista Lucrezio Carbonara, e il Santo Volto della Magliana, sono annoverate come le tre avanguardie architettoniche dell’Arte sacra a Roma. I tre edifici hanno in comune la scelta del bianco splendente, mentre le differenze sono nella presenza di una cupola in Sartogo (che manca in Meier e Carbonara), nella scelta più marcatamente lineare e minimalista di Meier, nell’emergere in Sartogo e Grenon dell’uso prepotente del colore (blu, verde rame, fucsia). Roma a cavallo del Duemila si pone così come un laboratorio della grande architettura, che porta alcuni critici a parlare entusiasticamente di un «Nuovo Rinascimento architettonico». Basti citare la Moschea di Portoghesi, l’Auditorium di Piano, il Municipio di Fiumicino di Anselmi, la Nuova Fiera di Valle, la Stazione Tiburtina di Desideri. L’allora sindaco di Roma Walter Veltroni disse: «Roma comincia ad avere una collezione di opere moderne che segnano una nuova era».

L’inaugurazione del Santo Volto avviene il 18 marzo 2006, mentre la solenne dedicazione, presieduta dal Cardinal Ruini, avviene il successivo 25 marzo.

Consegnata al pubblico, la nuova avanguardia architettonica della Magliana genera fiumi di inchiostro, con giudizi talora lusinghieri, talora critici. Scrive Alberto Ferraresi: «Esposta alla critica, l’opera guadagna giudizi positivi, pur registrando alcune osservazioni sulla tettonica ritenuta da taluni non pienamente convincente, sulle tonalità decise degli annessi, sugli esiti formali additati come post-modern, sulla tipologia ricondotta alle soluzioni a capanna in quanto prassi diffusa, scartante l’opzione della gerarchia degli spazi fra aula principale e ambiti più raccolti».

Il giudizio del Bimestrale dell’Ordine degli Architetti di Roma e Provincia (n. 58 del 2005) è positivo. Così scrive Massimo Locci: «I concetti di assenza e virtualità, che Sartogo padroneggia dagli anni Sessanta grazie anche al rapporto stretto con il mondo dell’arte, sono qui intesi come segni forti e strutturanti, capaci di decostruire la massa edilizia, sezionarla e scomporla in più elementi, come se una faglia orizzontale avesse attraversato il manufatto – l’architettura è un genere che vuole essere attraversato –, facendo emergere il corpo architettonico che era inglobato nella sagoma, come un calco michelangiolesco dello spazio in negativo».

L’Edificio liturgico è caratterizzato esternamente da volumi netti, rivestiti con lastre di travertino, materiale che peraltro si ritrova anche nell’interno. «Il volume si mostra netto – scrive Ferraresi –, puristicamente vestito di lastre litiche dall’impatto esteriore omogeneo; è solo lievemente scalfito dalle leggere spigolature del rivestimento in conci di geometria definita precisamente, in travertino romano». Il critico d’arte spiega le molteplici ragioni dell’esteso ricorso al lapis tiburtinus, pietra romana per eccellenza: «dall’affidamento alle risorse e alle parallele suggestioni del genius loci, all’assonanza e al richiamo fisico alle realizzazioni romane alte dell’Antico, come pure del moderno con riferimento speciale all’Eur. Il tono elevato conferito dalla scelta materica coincide con l’esito della valorizzazione della spazialità sacrale; l’applicazione in interno e parimenti in esterno costituisce legante sottile tra vita pubblica e spirituale. La specificità del tipo romano classico, entro la famiglia comune ai travertini delle rocce sedimentarie calcaree, risiede nella provenienza dalle zone ai margini del vulcano laziale, in particolare da Tivoli».

L’edificio liturgico si compone, al suo interno, di più spazi: l’aula ecclesiale destinata alle funzioni domenicali, la più piccola cappella feriale per le liturgie infrasettimanali, i locali della sagrestia e i confessionali.

Nell’aula ecclesiale lo spazio sacro, a pianta semicircolare, è caratterizzato da linee essenziali che disegnano forme astratte, disposte radialmente intorno all’altare.

Si sviluppa in volumi dalle linee pure, dove la luce entra a profusione dalla vetrata-rosone, riversandosi sul bianco del travertino romano e le tinte pastello degli arredi. «Il profilo curvilineo dell’aula – dice Sartogo – valorizza la spazialità sacrale modellata dalla luce».

L’ambiente prende luce dalla grande Vetrata-rosone, di cui andremo a parlare a breve. La grande vetrata cattura la luce «con una tonalità di colore tridimensionale e unitaria: pareti, soffitti e pavimenti, quella del travertino». L’interno ha luci molto tenui e quasi neutre sul prevalere dell’elemento della luce. La luce tenute è rotta in alcuni punti da opere dai fortissimi cromatismi: il verde-rame delle porte, e gli improvvisi blu della sagrestia e della cappella feriale. Scrive Ferraresi: «Il lapis tiburtinus introduce in modo pacato e solenne all’ampio spazio sacro, in cui ambiti definiti sono prescelti per alloggiare tonalità forti spiccanti nella luminosità d’insieme».

Dal sito internet parrocchiale apprendiamo che le funzioni si celebrano tutti i giorni alle 8 e alle 18,30, cui nei giorni festivi si aggiungono le celebrazioni delle 10 e delle 11,30.

È attivo un coro parrocchiale, la cui missione è, attraverso la musica e il canto, di curare la liturgia nelle celebrazioni dei «tempi forti» (l’Avvento, Quaresima, Natale, Pasqua ecc.), di sottolinearla e renderla più partecipata per tutti i fedeli. Si compone di voci miste ed ha un carattere amatoriale.

La centralità della cupola ha fatto sì che la chiesa fosse senza facciata.

È caratterizzato dalla Semicupola alta 20 m, che poggia alla moresca direttamente sull’edificio (anziché su un tamburo).

La cupola, rappresentazione cosmica dell’aspirazione al trascendente, presenta caratteristiche architettoniche uniche.

Alta 20 m e coperta in travertino romano, manca di un tamburo (caratteristica che la assimila frontalmente alle cupole moresche).

Dell’origine medioorientale della nuova chiesa ama parlare il parroco Don Luigi, che ricorda come in un viaggio con i suoi parrocchiani a Gerusalemme, davanti al muro del pianto e alla bellezza di un tempio sacro che sorge proprio di fronte, abbia pensato a una chiesa con la stessa forte e potente bellezza.

La cupola manca del tutto i pilastri, appoggiandosi a sbalzo sulla struttura circolare in acciaio che delimita la vetrata circolare di 17 m.

Commenta Alberto Ferraresi: «La cortina vitrea, vicendevolmente occhio verso il cielo e verso l’aula, cela entro rivestimenti leggeri l’arditezza dell’ingegnerizzazione dei suoi sostegni: la cupola si regge  senza ausilio di pilastri, a sbalzo rispetto alla struttura circolare in acciaio».

«Per raggiungere questo risultato, è stato necessario vincere una sfida difficilissima», dice Sartogo. «Montarla è stata una vera impresa, resa possibile da alcuni collaboratori straordinari come gli ingegneri Antonio Michetti e Ignazio Breccia».

Vista lateralmente rivela il taglio verticale della Vetrata, che divide la cupola in due: una interna, reale, e una esterna che si lascia solamente immaginare. È una sfera che si divide in altrettante semicupole, una reale che abbraccia l’aula destinata alla funzione sacrale. E l’altra virtuale, esterna, evocativa, che allude all’inconoscibile, alla dimensione irraggiungibile del sacro.

Dice Sartogo: «Osservandola dall’interno, la cupola divisa può somigliare a un anfiteatro che riceve la luce dal grande occhio costituito dalla vetrata circolare. E, nello stesso tempo, dà un’impressione di continuità con l’esterno, rafforzando l’atmosfera di spiritualità che la pervade».

Caratterizzano la chiesa, inoltre, una grande semi-cupola che poggia direttamente sull’edificio e non su un tamburo (tipico delle moschee musulmane).

Il grande rosone-vetrata che inonda di luce l’aula ecclesiale è costituito da una struttura circolare in acciaio a mozzo eccentrico, del diametro di 20 metri. L’ordito metallico del rosone è opera di Carla Accardi e rappresenta un sole.

La Vetrata solare ha un duplice significato: appare sia come un occhio rivolto al cielo sia come uno sguardo che dall’alto si posa sui fedeli.

Il cerchio centrale della vetrata (l’occhio del rosone), in cristallo, avrebbe dovuto ospitare il viso del Christus Pathius in fusione di ghisa dal greco Jannis Kounellis. L’opera non è però stata approvata dai committenti. Kounellis è stato incaricato della parte più delicata, cioè incidere il viso del Cristo che dà il titolo alla chiesa.

Jannis Kounellis nasce in Grecia nel 1936 e si trasferisce a Roma nel 1956 per frequentare l’Accademia di Belle Arti. Nella città ha le prime esperienze espositive, dove appare evidente la volontà di uscire dalla stagione artistica informale e del Dopoguerra per delineare un nuovo codice visivo in cui convivano l’arcaico, il classico e il contemporaneo. Su questo filone a metà anni Settanta nascono i Senza titolo, lavori in cui la materia vivente reca il suo colore, il suo peso, la sua forma su rigide strutture di supporto. Dopo avere contribuito alla nascita e alla formulazione dell’Arte Povera, negli ultimi anni il lavoro di Jannis Kounellis definisce con cruciale incisività il nodo e i rapporti con la tradizione e l’epos popolare, affrontando i problemi riguardanti l’esempio civile dell’arte nella società contemporanea.

Dalle pareti emergono opere dai forti cromatismi: l’affresco Luce dalle tenebre di Marco Tirelli e le 15 formelle della Via crucis di Mimmo Paladino.

Un’altra delle caratteristiche di Sartogo e Grenon è la coralità dell’opera architettonica, che riprende l’antica prassi del coinvolgimento di uno stuolo di artisti nella «fabbrica», fin dalla fase progettuale. Dice Sartogo: «Volevamo riprendere una prassi secolare, oggi spesso abbandonata: quella di concepire una chiesa, un tempio, come un’opera corale. Abbiamo interagito con gli artisti integrando pittura, scultura e architettura in un unicum». Analizza il critico d’arte Alberto Ferraresi: «All’attiva domanda della comunità di quartiere desiderosa del luogo per il culto risponde la scelta programmatica della progettazione estesa, condotta in équipe fra gli architetti e la selezionata cerchia di pittori e scultori convocati a concertare il programma di realizzazione dell’architettura e contestualmente della traduzione artistica della comunicazione liturgica».

Mimmo Paladino (Paduli, 1948) realizza nel 2006 nella chiesa del Santo Volto le formelle di ceramica smaltata della Via Crucis.

L’opera si compone delle quattoridici stazioni tradizionali, più una quindicesima, la Resurrezione, secondo l’uso introdotto da Papa Wojtila. I temi figurativi, popolati di ancestrali e larvate figure e degli strumenti del lavoro manuale, raccontano il «cammino doloroso» del Cristo fatto uomo e insieme il percorso, scandito anch’esso da stazioni, della vita umana in quanto tale.

Paladino esordisce negli anni Settanta, con i collages, ispirati a temi primitivi, tribali e mitologici, legati ai concetti della «vita come sacrificio» e della morte. Paladino recupera tecniche antiche (come l’encausto e il mosaico) ma è anche il pioniere della pittura polimaterica, nella quale trovano posto gli «oggetti trovati per caso». Dai primi anni Ottanta realizza i totem in bronzo, legno e calcare, partecipando alla Biennale di Venezia e a rassegne in Germania. Negli anni Novanta realizza le installazioni permanenti Hortus Conclausus (92), Montagna di sale (95) e I Dormienti (1998).

Paladino è considerato il principale esponente della Transavanguardia, movimento che si caratterizza per il ritorno alla pittura, dopo le correnti concettuali degli anni Settanta. Con tratti violenti e colori accesi Paladino trasforma le immagini in «segni fondamentali», cioè le sole «forme fisse che il tempo non riesce a scalfire». Primo artista italiano ad esporre in Cina, è membro della Royal Academy di Londra. Sue opere sono al Metropolitan di New York.

Al completamento dell’edificio contribuiscono artisti moderni, tra cui Mimmo Paladino, che realizza la Via Crucis composta di formelle di ceramica smaltata.

Marco Tirelli (Roma, 1956) realizza nel 2006 il dipinto murario «Luce dalla tenebre», nell’ambulacro dell’aula ecclesiale del Santo Volto.

L’opera rappresenta la comparsa della Luce sulla Terra primitiva, per mano del Dio-Creatore. L’impianto pittorico segue i canoni formali della Transavanguardia, con tratti ridotti alla sola forma essenziale, e sviluppa i vv. 1-2 del Libro della Genesi: «La Terra era informe e vuota e le tenebre ricoprivano la faccia dell’abisso». La Terra è raffigurata come una sfera incolore, dai caratteri indifferenziati; le tenebre sono la corona circolare che avvolge la Terra, color nero impenetrabile; l’abisso cosmico è lo sfondo blu della parete.

I successivi vv. 3 e 4 («Dio disse: «Sia luce». E la luce fu») sono resi non attraverso la pittura ma con un suggestivo espediente ottico: in talune ore della giornata la luce solare proveniente dalla Grande vetrata di Michetti e Breccia penetra nell’ambulacro e invade il dipinto murale, aprendo così uno squarcio di luce sacra nel velo delle tenebre.

Taluni critici hanno osservato che le due opere – il murale e la vetrata – sono l’una l’immagine ribaltata in camera oscura dell’altra (replicano specularmente la stessa struttura geometrica) e sono poste fra di loro in confronto dialettico. Il murale sta ad indicare la promessa biblica; la vetrata, che simboleggia l’avvento del Messìa, il suo mantenimento. Tirelli ha esordito negli Anni Settanta nel solco della metafisica italiana e dell’astrattismo europeo, per aderire negli Anni Ottanta alla Nuova scuola romana. La produzione attuale è ispirata alle architetture di luoghi immaginari.

L’occhio nei confessionali di Pietro Ruffo (che ha dipinto in trasparenza il volto di Gesù nello spazio per le confessioni).

Negli oblò che danno luce ai confessionali, Pietro Ruffo ha registrato in trasparenza il volto di Gesù, usando una foto sua personale, in base al credo che «Cristo è in ogni persona» e alla coincidenza che l’artista assomiglia realmente all’immagine iconografica tradizionale.

All’alternarsi di lucido e opaco, segni e figure, colore e passione di Paladino, si contrappone il blu profondo (che ricorda quello usato da Yves Klein) scelto da Sartogo e Grenon per i confessionali: due stanze che prendono luce da una piccola finestra sulla quale Pietro Ruffo ha dipinto, in trasparenza, il volto del Salvatore.

È questa, per il momento, l’unica concessione figurativa al titolo della chiesa.

Nei corpi di servizio – la Cappella feriale dedicata al Santissimo Sacramento, la Sagrestia e il Confessionale – l’impiego dei colori è ribaltato: sono le pareti ad avere forti cromatismi mentre le opere d’arte hanno tinte tenui e quasi monocrome: la Vetrata in sicofoil di Carla Accardi e il Volto di Cristo di Ruffo.

Carla Accardi (Trapani, 1924) realizza nel 2006 la «vetrata in sicofoil» della Cappella feriale del Santo Volto, dalla trama geometrica bianca. Il sicofoil, materiale plastico trasparente simile al plexiglass, caratterizza la lunga carriera dell’artista siciliana.

Accardi, a Roma dal 1946, fonda nel 47 il gruppo astrattista «Forma», con Attardi, Consagra, Dorazio e Turcato. Il dibattito era allora dominato dallo scontro tra realisti e astrattisti: «Alla Sinistra non piaceva l’arte astratta», scrive la Accardi, «e al PCI men che meno. Però quasi tutti noi facevamo parte della Sinistra: scegliemmo allora con forza di considerarci indipendenti». Il 1954 segna il passaggio a quadri a fondo nero con violenti tratti pittorici bianchi, cui si affianca la produzione a colori: «La pittura non era mai stata fatta col bianco e nero, mi piaceva andare controcorrente! Poi invece ho voluto far quadri con un colore così squillante da riprodurre il contrasto bianco-nero: una cosa parallela».

Nel 1966 il fondo nero cede il posto al sicofoil. La scomparsa visiva del supporto permette di affidare i segni allo spazio, e il quadro perde la dimensione piana per diventare «diaframma luminoso». I rapporti tradizionali figura-fondo-spettatore saltano: nelle «tende» (1965-1971) l’opera d’arte diventa una struttura abitabile, nei «rotoli» (1965-70) diventa scultura, nei «telai» (1968) il colore si sposta dal quadro al contorno. Il percorso si completa con i «lenzuoli» (1971-1980), grandi tele con segni geometrici.

Gli anni Ottanta e Novanta sono caratterizzati dal recupero della dimensione piana e dei larghi e intricati segni colorati di inizio carriera. Opere della Accardi sono al Guggehneim di New York.

Carla Accardi, che realizza una vetrata di contenuti astratti, che divide la cappella del Santissimo Sacramento dall’aula liturgica.

Il blocco architettonico della Canonica ospita le tipiche funzioni della casa parrocchiale: residenza del parroco, foresterie e sale per la vita comunitaria. Presso l’ufficio parrocchiale è possibile ottenere certificati e informazioni sui percorsi di formazione e crescita spirituale.

«Nelle aule per la catechesi – scrive Sartogo – il concetto della piazza è suggerito e rafforzato dalla presenza della copertura vetrata». Le pareti interne – e soprattutto gli spazi dedicati agli incontri dei bambini e della comunità – i colori sono vivaci e gioiosi: rosso lacca, giallo limone, violetto, rosa, verde e arancio.

Nel vano longitudinale negli spazi parrocchiali si trovano, sospese, le due Nuvole concettuali della giovanissima artista Chiara Dynys. Si tratta di una coppia di composizioni scultoree luminose, in cui lo spettatore può leggere due passi di Sant’Agostino su Amore e Fede.

La Dynys è l’unica quasi-esordiente del gruppo di artisti ingaggiati nella chiesa. Le opere della giovane artista si caratterizzano per la frammentazione e per l’utilizzo della parola scritta come punto di partenza accessibile, affiché lo spettatore possa poi lasciarsi trasportare in un’elaborazione personale. Le Nuvole sono sospese, e per questo libere da norme stilitistiche e interpretative, e lo spettatore decide quanto, come e cosa coglierne.

Il sagrato a forma di v taglia in due il complesso edilizio, e converge nella croce sospesa dello scultore Eliseo Mattiacci.

Si tratta di una croce in ferro verniciato bianco, alta 15 metri. Altissima e lineare, il suo carattere è potente e minimale. Sembra galleggiare nei riflessi del sole, quasi ad apparire pura essenza.

Mattiacci nasce a Cagli (Pesaro-Urbino) nel 1940. Espone a 21 anni il suo Uomo meccanico alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, ed espone le sue installazioni alle gallerie romane dell’epoca: Tartaruga, L’Attico, La Salita. Mattiacci manipola oggetti d’uso comune o materiali industriali, posti ad altezza d’uomo, lasciando che il visitatore ne viva gli aspetti tattili, di gravità, peso e magnetismo. «Amo esserci fisicamente nelle cose – scrive lo scultore -: poggiarci le mani, analizzarle e comprimerle, attraversarle. Perché esistono. Per questo i materiali che uso sono vari: mi interessa vedere come reagiscono, come si piegano. Mi piace vedere una materia compressa da un peso, osservata in trasparenza, assistere a come si muove e varia nell’aria, nel sole, nella pioggia; quel che galleggia, si arrotola. E le azioni improvvise e instabili, l’incontro fortuito».

Negli Anni Ottanta e primi Anni Novanta conosce il successo con le sue «opere spaziali, cosmiche, astronomiche», come Alta tensione astronomica, Scultura stratosferica, Torre dei filosofi, Cervo volante, Carro solare, Porta del sole. Dal 1994 le sue opere diventano scultura del territorio: Le vie del cielo (in ferro e cemento) è installata nell’alveo del fiume Bidente; Equilibrio compresso domina lo sperone della Rocca di San Gimignano; Riflesso dell’ordine cosmico contraddistingue il vecchio porto di Pesaro.

La croce di Mattiacci può dunque considerarsi il punto generatore di tutta la configurazione architettonica. È il punto cardinale del progetto, insieme incipit e meta. Sartogo definisce il lungo sagrato come «un vettore verso il punto di fuga costituito dalla Croce al di là dell’edificio ecclesiale». Rappresenta idealmente il cammino di vita del cristiano.

Spiega Sartogo: «La città è disegnata dai vuoti, dalle piazze, dalle vie, non dai pieni; vive delle sue cavità. La v del sagrato, che parte dalla strada e arriva fino alla Croce, è un vettore in tutti i sensi: la città penetra nello spazio sacro, diventa un tutt’uno con la chiesa. In questo modo, abbiamo superato un grave difetto di gran parte della progettazione moderna e contemporanea: la chiusura dell’organismo architettonico in se stesso, l’idea di essere quasi un oggetto poggiato sul territorio». È «un segnale forte della città che dialoga con lo spazio sacro».

Ma se la città dialoga con il sacro, è vero anche il contrario. «Non avevo pensato – scrive Sartogo -, per la verità, che visto dalla parte della Croce, il sagrato diventa il gesto dell’accoglienza. È stato chiaro a tutti che si trattava di un gesto biunivoco e rappresentava sia un traguardo che un richiamo».

La v diventa così, nella parte che si apre verso la città, il luogo dell’accoglienza. La prospettiva si apre in un abbraccio verso la città. È uno spazio di vita e di incontro per il quartiere, un luogo urbano, una piazza. È una sorta di «grande abbraccio», come il colonnato di San Pietro. «Il mio sagrato rappresenta due braccia, ma distese», dice Sartogo. «Suggerisce l’idea della città-comunità che penetra lo spazio sacro. È proprio il sagrato l’elemento forte, anello di congiunzione tra la città e il sacro. E i sedili nel muro perimetrale dello spazio lo rendono simile a una piazza, che non è più solo uno spazio urbano, ma ha una componente in più data da questa prospettiva che si proietta verso la grande croce» (Piero Sartogo, intervista su Italia Oggi, 25 marzo 2006).

All’essenzialità e alla luce della croce di Eliseo Mattiacci, si contrappone la Cancellata di Giuseppe Uncini, che corre lungo il perimetro esterno. È un intrico dei tondini di ferro, raccolti in fascine, che affiorano dal muro di cinta o dal piano del sagrato.

L’idea di fondo della cancellata è liberare i tondini in ferro dalla morsa del cemento. Del resto, tutta la poetica di uncini si basa sulla dialettica tra tondini di ferro (=struttura) e cemento (=materia), prevalendo ora gli ora l’altra a seconda della fase produttiva dell’artista.

Uncini nasce nel 1929 a Fabriano. Studia all’Istituto d’arte d’Urbino, ma la sua formazione è tutt’altro che continua, tra guerra e difficoltà, che lo portano ad alternare il lavoro di disegnatore-litografo a quello per il lavoro manuale.

Nel 1953 si trasferisce a Roma, dove alloggia nello studio di Burri a via Margutta. Burri è il suo genio ispiratore. In quegli anni si contrappone un dibattito stanco: da una parte ci sono i fautori del realismo; dall’altra quelli dell’astrazione e dell’informale. Burri e Fontana propongono invece una terza via: la materia, lo spazio. Uncini se ne fa immediatamente un sostenitore.

Il Santo Volto è oggi la 314a parrocchia del Vicariato di Roma e fa parte della XXIX Prefettura ecclesiastica.

Alla data in cui scriviamo (agosto 2016) è retta ormai da 24 anni dallo storico parroco Don Luigi del clero diocesano, affiancato da collaboratori parrocchiali indiani siro-malabaresi Don Joby (Joby Cherkottu Joy, da gennaio) e Don Thomas (Shine Thomas, da settembre 2015).

Oltre alla sede parrocchiale, il Santo Volto ha due luoghi sussidiari di culto, di cui parliamo in capitoli dedicati:

— la chiesa annessa di Santa Passera (via di S. Passera, 1);

— la cappella delle Povere Figlie della Visitazione (via della Magliana, 173).

Quest’ultima è inserita nel complesso Mater Divinae Gratiae, nel quale risiedono due enti ecclesiastici: la scuola materna cattolica Santa Maria e la casa di riposo e cura Santi Pietro e Paolo. Sulle rive del Tevere sono inoltre presenti numerosi spazi aperti attrezzati e strutture sportive, i quali supportano la parrocchia nelle attività dell’oratorio.

 

Parco Tevere

 

Il Parco Tevere Sud è un parco pubblico, in corso di realizzazione, lungo la golena fluviale di Pian Due Torri.

L’idea di un grande Parco costiero – esteso nell’interno lungo l’alveo del Tevere fino alla Magliana – si deve all’associazione Italia Nostra, negli Anni Settanta. Tuttavia il Piano regionale dei Parchi del 1993 fissa per il Parco del Litorale confini assai meno estesi, che non raggiungono la Magliana Nuova. Si fa largo da allora un movimento di opinione affinché la golena fosse comunque sottratta al degrado con un intervento delle amministrazioni di prossimità, diventando un polmone verde fruibile. Dopo una prima fase di sistemazioni (2007) nell’area tra la ciclabile e il fiume da Ponte della Magliana a via dell’Impruneta, sono iniziate nel 2012 la bonifica della golena, la realizzazione di rampe, accessi e spalti e la piantumazione di alberi.

[2007: primi lavori di sistemazione della golena].

[2016: l’apertura. Una manutenzione difficile].

 

Progetto di Cabinovia

 

La Cabinovia è un progetto di trasporto pubblico sospeso, tra la Magliana nuova e l’Eur, studiato dalla società RomaMetropolitane.

Il sistema a trazione elettrica funziona come una stazione sciistica, con 32 cabine da 8 posti ammorsate ad un cavo d’acciaio, teso tra la stazione motrice («Eur») e la stazione di rinvio («Magliana nuova»). La stazione Eur è prevista in piattaforma, sopra i binari della metro B, a +17 m rispetto la quota d’argine. La stazione Magliana nuova (m 50 × 15) è progettata presso il giardino «Otto marzo» di via dell’Impruneta, a quota 0, e si compone di una torre in calcestruzzo e acciaio, con biglietteria, tornelleria, cabina di controllo e servizi. All’atrio e al piano d’imbarco si accede dalla strada (quota -5 m) con scale mobili.

Il percorso sospeso ha una proiezione di 650 m: in 2 minuti e 5 secondi (velocità 21 km/h) supera l’argine portuense, il Tevere, il viadotto della Magliana, l’argine ostiense e la via del Mare. Una simulazione Atac indica 1650 passeggeri l’ora nella fascia di punta e 10 mila accessi al giorno. L’imbarco è a ciclo continuo (ogni 10 sec.).

RomaMetropolitane stima i costi in 12.000.000 di euro e prevede che il cantiere si possa chiudere in 12 mesi, utilizzando componenti prefabbricate.

 

Progetto del Ponte dei Congressi

 

Nel gennaio 2000 il comune ha bandito un concorso per progettare un ponte sul Tevere fra viale Newton e l’EUR, con uscite su v.le Oceano Indiano e v.le Egeo. Misurerà 900 m, superando ferrovia, area industriale, argine destro (90), Tevere (70), argine sinistro (90), via del Mare e Roma-Lido, con 2 carreggiate da 2 corsie.

Al concorso hanno partecipato i progettisti Calzona, D’Ardia, Desideri, Femia, Paul, Schlaich e Siviero. Nell’ottobre 2000 la giuria ha scelto tra questi il prof. Enzo Siviero di Venezia, del cui studio di progettazione fa parte lo spagnolo Juan Arenas de Pablo. Siviero propone un arco unico in acciaio, con una travatura metallica retta da tiranti. L’impalcato stradale in cemento innervato passerà al di sopra, mentre il percorso pedonale sarà di sotto. La giuria lo definisce “una struttura chiara dal segno deciso e unitario, impostata su soluzioni viabilistiche convincenti per semplicità di tracciato e controllato inserimento nella topografia”, “ottimale nei confronti delle condizioni povere del terreno”. Il costo è stimato in 50 milioni di euro. La parola ai pubblici amministratori.

[Il progetto di Siviero e Arenas de Pablo].

[I finanziamenti dello Sblocca Italia].

 

[1] Log di pubblicazione:

– Arvalia.it n. 3/2017 del 16 maggio 2017. I contenuti editoriali sono estratti e adattati dalla pubblicazione Magliana di A. Anappo, prima edizione novembre 2016.

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