Portuense è la seconda delle sette zone urbanistiche del Municipio XI, di cui occupa il versante sinistro della Via Portuense. I confini urbanistici del Portuense corrispondono solo in parte al più esteso Toponimo storico Portuense, che in Epoca romana occupava entrambi i lati della Via Portuensis in direzione del mare. Il territorio era allora coperto di distese boschive, e l’impiego del suolo era limitato. Dal Rinascimento le vigne portuensi disegnano un vivace impiego agricolo. Tra Sette e Ottocento le tenute si arricchiscono di grandi case padronali (Jacobini, Gioacchini, Neri e Ceccarelli). L’edificazione moderna inizia nel Primo Novecento nelle forme dei villini, cui seguono nel Dopoguerra caseggiati a maggior densità abitativa nei tre nuclei urbani di Vigna Pia, Santa Silvia e Villa Bonelli.

Il nome Portuense trae origine dal principale tracciato viario del quadrante: la Strada provinciale Portuense, erede della Via Portuensis di Epoca romana, del I sec. d.C, tra l’Urbe e il Porto di Claudio alla foce del Tevere. Le strade romane prendevano il nome dalla loro destinazione: la Portuense era la via che andava “al Porto”. Il moderno Portuense, nei confini definiti nel 1977 (zona urbanistica 15B), ha grossomodo la forma di un triangolo schiacciato, i cui estremi sono il Ponticello di via Quirino Majorana, il viadotto della Portuense su viale Newton all’altezza del Cimitero della Parrocchietta e le rampe dell’Autostrada Roma-Fiumicino. Il confine meridionale è dato dal tracciato della Ferrovia, mentre i confini nord-est e nord-ovest sono dati rispettivamente dalla Via Portuense e da viale Isacco Newton. La precedente suddivisione toponomastica di Quartiere Portuense (Q. XI) del 1921 aveva confini più estesi e occupava, oltre al Portuense attuale, anche gli attuali quadranti di Magliana e Marconi e, in piccola parte, l’area tra Stazione Trastevere e Porta Portese nel XII Municipio. Dal punto di vista della percezione urbana, il quadrante Portuense continua ad avere un’estensione più vasta dei semplici confini censuari: capita spesso di abitanti del Trullo e di Corviale, soprattutto delle aree poste in vicinanza della Via Portuense, affermare di abitare al Portuense[1].

 

Sommario

 

 

La Necropoli Portuense

 

Tratto di Via Campana

 

Il Tratto di Via Campana è un tracciato viario romano (50 m × 6) individuato nel 1983 in località Pozzo Pantaleo a seguito di sondaggi per la realizzazione di un impianto Acea. La strada è lastricata in «basali», le pietre dure poligonali che ricoprono anche la via Appia. La campagna di scavi, conclusa nel 1989, ha riconosciuto questo tratto come parte dell’antichissima Via Campana (X sec. a.C.), mentre il rifacimento in basali è del I sec. d.C. è coevo al grande cantiere per la realizzazione della vicina Via Portuense, che proprio a Pozzo Pantaleo si dirama dalla Campana. La diramazione segna per l’area l’inizio di una seconda vita: da aspra cava di tufo di Epoca repubblicana, diventa uno degli incroci più trafficati dell’Epoca imperiale.

La Via Campana è un antichissimo tracciato viario in gran parte parallelo alla riva destra del Tevere, percorso già dal X sec. a.C. dalle popolazioni preromane (Italici ed Etruschi) e da commercianti fenici e greci. Esso congiungeva il guado naturale dell’Isola Tiberina con la sua destinazione (da cui prende il nome): il «Campus Salinarum», il Campo Salino alla foce del Tevere da cui si estraeva il sale, bene preziosissimo nell’antichità. Passata l’Isola Tiberina l’asse viario proseguiva sulla riva opposta, innestandosi sulla Via Salaria e portando con sé i commerci di generi più disparati fra l’abitato arcaico di Roma e alle ancora potenti città italiche ed etrusche lungo il corso settentrionale del Tevere. Per questo gli studiosi sono soliti parlare della Via Campana e della Via Salaria come un unico asse funzionale, denominato talvolta come Asse Salaro-Campano.

Nella prima metà del I secolo d.C. la Via Campana si rivela insufficiente a sostenere l’ingente traffico mercantile e si “sdoppia” con la costruzione di una nuova strada in diramazione, la Via Portuensis. Essa prendeva il nome dalla sua destinazione –Portus (attuale Fiumicino), cittadella commerciale sorta a ridosso dei nuovi porti imperiali di Claudio e Traiano – e si diramava dalla Via Campana in località Pozzo Pantaleo, tra gli ordierni quartieri Marconi e Portuense.

Il punto di diramazione, indagato dagli archeologi a partire dal 1983, è stato generoso di ritrovamenti, restituendo, oltre a un tratto basolato di strada romana lungo 50 m, anche i resti di un insediamento urbano, un impianto termale e una necropoli.

Ma facciamo un passo indietro. Prima della costruzione della nuova Via Portuensis, il punto di diramazione è costeggiato da un’aspra collina, utilizzato già in Epoca repubblicana per usi estrattivi. Vi si ricavava un pregiato materiale da costruzione, il tufo rosso lionato, sia con scavi in galleria, sia con scavi a cielo aperto (le c.d. «latomie»), che conferivano al paesaggio un aspetto lunare, che doveva apparire impressionante, per le volumetrie di roccia nuda a vista, già ai viaggiatori di allora.

Collocare il punto di diramazione in quel contesto di aspri sbancamenti a roccia viva comporta inevitabilmente per il sito una seconda vita, che prescinde dalle cave di tufo – attività da allora abbandonata – e comporta l’insediamento di attività umane del tutto nuove, legate ai commerci, alla sosta e al ristoro. Comprendere cosa sia stato il punto di diramazione di Pozzo Pantaleo in antico, significa prenderlo per quello che è: è un «incrocio». E negli incroci, in ogni tempo e in ogni cultura, si addensa l’umanità, col suo carico di attività multiformi e solo apparentemente incoerenti.

Nel 1983 succede dunque che dei sondaggi preventivi, per la realizzazione di una centrale operativa ACEA in località Pozzo Pantaleo, rilevano la presenza, accanto alla moderna via Portuense, di un tracciato perpendicolare di «strada basolata» di epoca romana. Strada basolata significa ricoperta di «bàsoli» o «basàli», le durissime pietre laviche leucitiche di forma poligonale che oggi ad esempio possiamo ben osservare sulla Via Appia.

La campagna di scavo della Soprintendenza Archeologica di Roma si protrae sino al 1989. Essa porta alla luce una porzione lunga circa 50 metri e larga 6. Tale tratto viene agevolmente identificato dagli studiosi come un rifacimento del I sec. d.C. dell’antica Via Campana, avvenuto contestualmente ai lavori per la creazione della Via Portuensis, e in quel contesto ripavimentato con basali. Ma esiste anche una seconda ipotesi, che nasce dal fatto che il punto esatto di diramazione non è stato individuato: potrebbe trattarsi di un «diverticolo», cioè una strada di servizio che congiunge le due strade Campana e Portuense, a servizio della viabilità locale. La futura pubblicazione dal parte della Soprintendenza, a seguito della chiusura dei lavori del Ponticello Portuense, dovrebbe sciogliere definitivamente ogni dubbio al riguardo.

Va menzionata un’altra campagna di scavo, più limitata nel tempo e nello spazio, avvenuta nel 1996 per la posa di cavi dell’alta tensione sulla Via Portuense, da cui sono emerse numerose sepolture.

La principale di essa, chiamata Tomba di Petronia, presenta un pavimento a mosaico a tessere bianche e nere, con schema decorativo ad arabesco, vegetale e animale. L’iscrizione funeraria – studiata da Tomei nel 2006 – è in tessere di pasta vitrea, inserite nell’ordito. Essa porta una dedica con consacrazione ai Mani, le divinità dell’Oltretomba, offerta dai genitori per la defunta figlia Petronia.

Le altre tombe sono tutte disposte in fila, lungo l’asse del vicino Tratto di Via Campana. Le tecniche costruttive sono le più varie. Si tratta di strutture in elevazione, con murature in mattoni e opus reticulatum; i pavimenti sono in opus spicatum e talvolta a mosaico; le decorazioni interne sono su intonaci dipinti a fresco o con stucchi. Gli usi funerari sono misti, con prevalenza dell’incinerazione (si hanno nicchie, talvolta a colombario, ed esternamente si hanno dei recinti per le ceneri dei servi).

Le celle sono variamente delimitate da muri in opera mista, reticolata e laterizia, con pareti ornate con stucchi e intonaci dipinti. Talvolta sulle pareti si aprono le nicchiette di colombari per la deposizione di urne funerarie o dei recinti (piccoli spazi chiusi per la deposizione delle ollette con le ceneri dei defunti più poveri). Le pavimentazioni sono in opus spicatum (a listelli alternati, a comporre il disegno di spighe) e talvolta musivum (a mosaico).

Tali ritrovamenti, in posizione esterna al terreno ex Purfina, dove erano già avvenuti significativi ritrovamenti archeologici, rafforzano l’ipotesi che la superficie della necropoli si estenda ben al di là dell’area oggetto di indagini.

Le indagini degli Anni Ottanta permettono di intuire correttamente l’assetto e le funzioni complessive dell’area, elaborando così l’idea di un esteso comprensorio necropolare, tra gli attuali quartieri Portuense e Marconi, denominato «Necropoli Portuense». Ad oggi gli studiosi sono soliti dividere l’estesa necropoli in quattro settori: un primo settore su via di Pozzo Pantaleo (Necropoli di Pozzo Pantaleo); un secondo settore su via Belluzzo (Drugstore Gallery); un terzo settore su via Ravizza (Necropoli di via Ravizza); e un quarto e ultimo settore su via Bianchi (Necropoli di Vigna Pia).

A determinare la nascita della necropoli vi è, a metà del I sec. d.C., l’apertura al traffico carrabile del nuovo ramo della Via Campana, che proprio sotto la collina di via Belluzzo si distacca dal vecchio tracciato: il fianco della collina si rende dunque disponibile per l’uso cimiteriale. Vengono realizzate dapprima stanze ipogee e semi-ipogee scavate direttamente nel tufo, per poi arrivare ad un utilizzo estensivo del terreno, che soppianta progressivamente la cava di tufo preesistente.

Il I settore viene individuato già nel 1947, quando, in occasione di alcuni sbancamenti seguiti alla parziale dismissione della fabbrica Purfina a ridosso della ferrovia, emergono cinque stele funerarie appartenute a guardie scelte di Nerone (Cippi dei Germani) e viene segnalato un settore cimiteriale con fosse e recinti per la deposizione di anfore cinerarie. Segue, nel 1951 il ritrovamento di due interi sepolcri: la tomba affrescata dei Campi elisi e la tomba decorata in stucco dei Geni danzanti. Entrambe sono intagliate dal tufo e trasportate al Museo Nazionale Romano, insieme ai cippi dei Germani.

Gli scavi sistematici su questo settore iniziano nel 1983 e continuano, a più riprese, fino al 1998. Da essi emergono un edificio funerario a doppia camera (1989, indagato sommariamente), un’intera fila di tombe (Tombe Portuensi, 1996) e un mausoleo circolare (Pozzo Pantaleo, 1998), forse identificabile con la cappellina medievale di San Pantaleo. Nel 2010, a seguito di nuovi ritrovamenti in occasione della realizzazione di un nuovo sottopasso ferroviario. Nello stesso anno vengono svolti anche dei sondaggi preventivi sulla vicina via della Magliana Antica: da essa non emergono ritrovamenti e nell’area vengono realizzati un parco giochi e un parcheggio interrato.

Il II settore, contiguo al I, viene individuato nel 1966, durante l’edificazione del complesso condominiale di via Belluzzo. Emergono altre cinque tombe, chiamate ciascuna con una lettera dell’alfabeto, in ordine di ritrovamento: Tomba A (Tomba di Ambrosia), B (~ delle lesene), C (~ bianca), D (Colombario Portuense) ed E (~ della Vaschetta). Nella maggiore di esse, il Colombario, è stato rinvenuto un sarcofago in marmo (Sarcofago di Selene), trasportato al Museo Nazionale Romano. La sistemazione delle cinque tombe avviene nel 1982.

In quello stesso anno viene riconosciuto come parte della Necropoli Portuense anche un III settore, posto a 400 metri di distanza dai primi due, su via Ravizza, dal quale emergono due tombe: la tomba 1 (~ dell’airone), e la tomba 2 (~ di Epinico e Primitiva).

Un IV settore infine viene individuato nel 2000, sul versante opposto della collina rispetto ai primi due settori, presso via Bianchi durante la costruzione di un parcheggio interrato. Da esso emergono due nuclei di edifici funerari: un colombario ad uso collettivo e un sepolcro familiare, detto Tomba di Atilia. La sistemazione dell’area si conclude nel 2006.

 

Mansio di Pozzo Pantaleo

 

La Mansio di Pozzo Pantaleo è una sosta per viandanti di Epoca imperiale, in cui era possibile rinfrescarsi, consumare un pasto frugale, trovare ospitalità e compagnia. Il sito emerge durante la campagna di scavi della Soprintendenza fra il 1983 e il 1989 e si trova poco più ad ovest rispetto alle Terme. Si tratta di un gruppo di piccoli ambienti in opera mista, affiancati l’uno all’altro, con affaccio comune sul Tratto di Via Campana. Gli ambienti sono preceduti da un portico. L’edificio è dotato di un doppio sistema idraulico, in cui acque potabili e acque reflue circolano separatamente. Le acque sono attinte dal vicino fosso Tiradiavoli o, per la stagione estiva, da un pozzo. È presente un ambiente con una vasca in malta idraulica. Affiancato alla Mansio è stato sommariamente indagato anche un edificio funerario a doppia camera.

La Mansio della Via Portuensis è un manufatto romano di epoca imperiale, identificato come una sosta per viandanti, qualcosa di molto simile ad un moderno motel, in cui era possibile trovare ristoro, breve ospitalità e persino la compagnia di donnine compiacenti.

Il sito emerge durante la campagna di scavi del 1983-1989. A margine dell’indagine principale, che riguarda il tratto di Via Campana e l’attiguo impianto termale, si esplora anche un settore periferico più ad ovest. Ne emerge un gruppo di ambienti in opera mista, posti in serie l’uno accanto all’altro, e affacciati sulla strada attraverso un porticato. L’indagine ha restituito anche i resti di due ambienti in opera laterizia appartenenti ad un edificio funerario, con ingresso opposto alla Via Campana, caratterizzati dalla presenza di sepolture in formæ (sotto tegole).

Assai utile alla comprensione complessiva del sito è la prosa di Laura Larcan, che sul Messaggero[2] fa il punto sul significato di una stazione di ristoro collocata proprio lì, sulla trafficatissima Via Portuense di ieri e di oggi:

 

Tutto il bello della Roma imperiale on the road. Il traffico non sarà stato rumoroso e carico di smog come quello di oggi, ma la folla di viaggiatori e trasportatori di merci doveva essere la sua caratteristica principale. Altrimenti non si spiegherebbe la sua complessa struttura di servizi di assistenza per i viandanti. Perché quello che è stato riportato alla luce dalla Portuense, proprio sotto al ponte sul quale corrono le rotaie della ferrovia Roma-Fiumicino, è un autentico hub di duemila anni fa. Uno scalo all’incrocio tra l’antico tracciato della Via Portuensis e la Via Campana, dotato di una stazione di posta, grandi terme maschili e femminili, impreziosite da mosaici e marmi policromi sulle pareti, un luogo di culto, mausolei e sepolcri. Una sorta di motel imperiale per confortare il corpo e lo spirito dei numerosi viaggiatori che facevano la spola tra Roma e Portus. Con uno sforzo di immaginazione, basti solo pensare che su queste due arterie viaggiavano tonnellate di anfore con olio, grano, sale, tessuti. Prodotti essenziali per una città che contava già nel II secolo un milione di abitanti.

 

Già dalla campagna 1983-1989 emerge che gli ambienti sono dotati di un complesso sistema idraulico, articolato su un doppio sistema di canalizzazioni: uno per le acque chiare alimentato dal vicino torrente (il fosso Tiradiavoli, oggi prosciugato), e uno con cunicoli fognari per smaltire il refluo, che ritornavano al torrente. Sono presenti anche una vasca impermeabile, foderata con malta idraulica, e un pozzo (per sopperire all’essiccazione estiva del torrente). I viandanti potevano godere della frescura della vasca e dell’ombra del porticato e, con l’occasione, consumare a pagamento un pasto frugale, un bicchiere di vino o, magari, un incontro amoroso a pagamento.

La presenza di un impianto idrico così articolato ha portato in tempi recenti a ripensare la Mansio, immaginandola non come un corpo isolato, ma come strettamente collegata al complesso termale, forse addirittura parte del complesso termale stesso, di cui costituiva un settore separato e posto sul lato opposto della strada, ad uso esclusivamente maschile. Una sorta di “centro benessere”, che prevedeva, oltre alle semplici funzioni igieniche di pulizia del corpo, anche di riempire lo stomaco con qualcosa da bere e da mangiare, magari in piacevole compagnia, e locali in cui riposare nell’attesa di riprendere l’indomani la marcia verso l’Urbe. Molti motel di oggi, dotati di centro benessere, in fondo non hanno un’organizzazione dissimile.

 

Terme di Pozzo Pantaleo

 

Le Terme di Pozzo Pantaleo sono un impianto termale pubblico di epoca imperiale, di cui è stato scavato il calidarium tra il 1983 e il 1989. Il pavimento è sorretto da suspensuræ, al di sotto delle quali passava l’aria calda prodotta nel præfurnium, e anche le pareti in blocchetti di tufo erano attraversate da tubuli. In un secondo ambiente, identificato come frigidarium, sono stati individuati pavimenti con figure mitologiche in mosaico bianco e nero. Lo scavo, ripreso nel 2014, ha permesso l’estrazione di altri pavimenti e pareti musive. Il setacciamento delle terre ha permesso inoltre di identificare le terme come femminili, in contrapposizione ad un secondo settore, maschile, che doveva trovarsi sul lato opposto della Via Campana.

Le Terme di Pozzo Pantaleo (oggi reinterpretate come terme femminili, in contrapposizione alle terme maschili, sul lato opposto della Via Campana) sono un edificio di età imperiale in opera laterizia e vittata (blocchetti di tufo), destinato ai bagni – abluzioni in acque calde e fredde –, al ritrovo e la socialità.

Tra il 1983 e il 1989 la Soprintendenza Archeologica di Roma rinviene i resti del calidarium (la sezione destinata ai bagni caldi e ai bagni di vapore). Il pavimento è retto da suspensuræ, sorta di pilastrini al di sotto dei quali passa l’aria riscaldata prodotta dalla fornace (præfurnium). Nelle pareti sono presenti tubuli, ossia laterizi speciali a sezione rettangolare, anch’essi destinati alla circolazione dell’aria calda. I bagni si svolgevano in acque aromatizzate con spezie, profumi e talvolta vino, mentre il lavaggio vero e proprio si svolgeva con pietra pomice e cenere.

È venuto alla luce anche un ambiente esterno, probabilmente parte del frigidarium (destinato ai bagni freddi) o del tepidarium (moderatamente riscaldato), con pavimenti in mosaico bianco e nero decorati con figure mitologiche.  Attorno a questi ambienti dovevano trovarsi gli spogliatoi e una sala per i massaggi, non individuati.

La campagna di scavi del 2014 non ha indagato nuovi ambienti significativi, ma, attraverso il setacciamento delle terre, ha portato ad un ripensamento della struttura dell’impianto termale, ipotizzando che esso fosse in realtà suddiviso in due settori, opposti l’uno all’altro sui due lati della Via Campana: uno femminile e uno maschile.

Il settore indagato negli Anni Ottanta è stato così riletto come un settore termale esclusivamente femminile. Portano in questa direzione i nuovi ritrovamenti: una cinquantina tra spilloni in osso e spatole in avorio, oltre ad oggetti dalla connotazione chiaramente femminile come cucchiaini per il trucco, il manico di uno specchio, vari contenitori per il balsamo.

Rafforza questa ipotesi, sul lato opposto della strada, dove si ipotizza invece la presenza di terme maschili, il ritrovamento di un raro oggetto di vanità maschile: uno «strigile», una sorta di raschietto in bronzo usato dagli uomini per ringiovanire la pelle del viso e del corpo dopo il lavaggio, rimuovendo gli strati di pelle morta con funzione simile a quella della pietra pomice.

 

Drugstore Gallery

 

Il Drugstore Gallery è un polo espositivo della Soprintendenza archeologica di Roma, all’interno di un ex centro commerciale. Nel 1966, durante l’edificazione di un fabbricato su via Belluzzo, emergono cinque tombe romane – rispettivamente un colombario, un sepolcro a camera e tre strutture minori –, che vengono inglobate nell’autorimessa dello stabile, divenuta in seguito autosalone e quindi un supermercato aperto 24 ore su 24. La convivenza tra supermercato e resti necropolari si presenta da subito problematica, alternando encomi per l’innovativa soluzione a lunghi periodi di chiusura. Nel 2011 la Soprintendenza ha separato gli spazi commerciali dalle zone archeologiche. Nel 2017 il complesso è stato nuovamente aperto al pubblico.

Negli Anni Sessanta la dismissione dello Stabilimento Purfina rende disponibili per l’edificazione residenziale alcune aree tra la via Portuense e l’allora via delle Cave portuensi (oggi via Giuseppe Belluzzo). Viene quindi autorizzata la costruzione di un lotto di 4 villini, raccordati da un piastrone di collegamento ad uso autorimessa, incassato nel fianco collinare scosceso.

Fin dalle prime escavazioni con le pale meccaniche emergono i resti di un elaborato complesso necropolare di Età imperiale. Purtroppo, la Soprintendenza viene avvisata solo a sbancamento avvenuto, e il 14 aprile 1966 l’incaricato ministeriale Emanuele Gatti non può che constatare l’avvenuta devastazione:

 

Nel cantiere è in corso uno sbancamento con mezzi meccanici per la costruzione di 4 villini. Si nota, ai piedi della parete tufacea […] la parte superiore di un colombario scavato nel tufo, e quasi completamente interrato. Si vede la volta a sesto ribassato, dalla quale l’intonaco è quasi completamente caduto […]. Nella parete di fondo si notano resti di intonaco dipinto (fondo grigio, fiori paonazzi). Sulla parete di sinistra si vede appena la parte superiore di una porta o arcosolio. Una parte del colombario è stata certamente demolita durante l’attuale sterro.

 

Fin da questa relazione si individuano i due nuclei principali della necropoli: un «colombario», cioè un sepolcro collettivo destinato ad accogliere su file ordinate di loculi le urne cinerarie dei defunti; e un «sepolcro a camera» dai fiori paonazzi, in questa fase è appena intravisto. Intorno macerie e cumuli di terra. Erano anni assai diversi, in cui la necessità di costruire case nella Capitale d’Italia prevaleva su tutto: i villini vengono completati, e viene completata anche la sottostante autorimessa.

Nel 1982 viene autorizzata la trasformazione dell’autorimessa in locali commerciali aperti al pubblico. È in questa fase che la Soprintendenza avvia una campagna di consolidamento, restauro e studio delle strutture necropolari superstiti. Oltre al colombario e il sepolcro a camera già riconosciuti nel 1966, nel 1983 vengono riconosciute altre tre tombe di minori dimensioni, in parte scavate nel tufo e in parte realizzate in muratura, portandone il numero complessivo a cinque. Il luogo assume così una prima denominazione di «Le Cinque tombe». Vengono anche riconosciuti due «recinti», cioè dei giardinetti tra una tomba e l’altra, destinati all’accoglienza di umili sepolture in urne cinerarie, mentre alcuni materiali di maggior pregio vengono trasportati al Museo Nazionale Romano.

La campagna di studio individua già allora correttamente l’esteso periodo di fruizione del sito, riconoscendo una prima fase di utilizzo – tra la metà del I sec. e tutto il III secolo d.C. – in cui la necropoli si espande progressivamente; e una fase successiva in cui si riutilizza alla meno peggio l’esistente: le nicchiette dei colombari vengono trasformati in loculi e si distruggono le pavimentazioni per scavare fosse per l’inumazione. Questa fase dura fino al IV, forse V sec. d.C. Ma torniamo al 1983. Il primo impiego commerciale della struttura è come autosalone per la vendita di automobili: le tombe sono quindi già da allora visibili al ristretto pubblico interessato all’acquisto di un autoveicolo, che, come possiamo immaginare, non doveva nutrire un grande interesse per la presenza di tombe.

Negli Anni Novanta all’autosalone subentra una nuova attività commerciale: un «drugstore», uno speciale supermercato all’americana, aperto 24 ore su 24 e dotato di una speciale licenza per vendere ogni genere di prodotto, con ingresso dal civico 313 della Portuense. Le tombe si presentano in questa fase circondate dalle affollate scansie del supermercato.

La convivenza tra le funzioni commerciali – appartenenti al «mondo dei vivi» – e la necropoli romana – il «mondo dei morti» – si rivela da subito un esperimento infelice. Lodata da alcuni per l’avveniristica modalità di fruizione, in qui l’archeologia si mescola al quotidiano, ai più la soluzione appare poco rispettosa. Inoltre la necropoli, specie nelle ore notturne e nella stagione fredda, finisce per diventare il bivacco degli sbandati e persino un richiamo per attività poco chiare. Spesso il Drugstore finisce sui giornali per episodi di degrado e qualche volta violenza e criminalità. La mattina, gettate tra le tombe, non era infrequente ritrovare bottiglie e rifiuti. Non passa molto che la struttura viene chiusa, riaperta e richiusa.

Sia pur nella discontinuità, è stato possibile in quello scorcio di Anni Novanta e Duemila visitare le tombe, che passiamo ora in rassegna. Il «sepolcro a camera» che gli archeologi chiamano Tomba A è una camera funeraria della metà del II sec. d.C., fortemente rimaneggiata alla fine del secolo. È interamente scavata nel tufo, con volta a botte. Da un gradino si accedeva all’ambiente quadrangolare ipogeo, intonacato in giallo e porpora, con un nicchione centrale e numerose nicchiette e loculi. Nel mosaico del pavimento è stata intagliata una fossa, realizzata quando gli spazi funerari del sepolcro erano ormai tutti occupati: la moneta di Caronte in bocca al defunto ha permesso di datare l’ultimo utilizzo del sepolcro all’anno 196 d.C.

La tomba è caratterizzata dal mosaico pavimentale in tessere bianche e nere a tema dionisiaco. Si tratta della rappresentazione figurativa del Mito di Ambrosia: una scena terribile di stupro e morte, purtroppo di sconvolgente attualità, che tramanda forse di un caso di «femminicidio» avvenuto nel nucleo familiare proprietario del sepolcro. Centralmente è rappresentato il personaggio di Licurgo, inebriato durante la vendemmia fino a perdere il lume della ragione e assalire la ninfa Ambrosia, intenzionato a violarla. Al rifiuto della ninfa, Licurgo brandisce un’ascia bipenne, infierendo sul suo corpo della ninfa: «perché se la ninfa non può essere sua, costei non sarà di nessun altro», narra il mito. In quel momento la ninfa invoca gli Dei affinché le concedano la salvezza o, per lo meno, cancellino nell’Aldilà il ricordo della brutalità. La sua richiesta viene esaudita e la ninfa sfugge al carnefice trasformandosi all’istante in un tralcio di vite. Da allora Ambrosia continua a vivere, all’interno di ogni vite, e accompagna chi beve il rosso nettare del vino, concedendogli il potere di dimenticare, insieme a lei, il «male della vita». È da allora che il vino si colora di rosso, in ricordo del sangue di Ambrosia. La raffigurazione musiva è incentrata sul momento più drammatico, quello in cui Licurgo si avventa sulla ninfa scagliandole contro colpi di scure. La ninfa appare già trasformata in un ramo di vite. Il mosaico è contornato, ai lati, da una fascia decorativa composta di tralci di vite intrecciati. Ai quattro angoli sono raffigurati quattro kantharoi (grandi vasi), dai quali si originano i rami. Al centro di ogni lato si distinguono quattro figurette maschili, che rappresentano ognuna una diversa fase della vendemmia.

La tipologia costruttiva della Tomba A è quella del sepolcro familiare. Si tratta di un ambiente unico quadrangolare, con al centro nella parete di fondo il nicchione rettangolare destinato alle ceneri dell’ignoto pater familias. Ai lati si trovano, disposte simmetricamente, le altre sepolture dei componenti – parenti e affini – dell’unico nucleo familiare. Sono stati rinvenuti, in tutto, i resti di otto individui e ceneri di cremazione, ma non sono state trovate scritte che attestassero i nomi. La grande nicchia rettangolare è sormontata da una calotta a forma di conchiglia, in stucco bianco. Al di sotto si trova un loculo, che ospitava due sepolture e ospitava due discendenti morti un paio di generazioni dopo il pater familias.

La decorazione pittorica della parete è assai ricca. La parte inferiore è organizzata per riquadri a fondo bianco, contornati con una fascia color porpora, in cui sono raffigurati policromi elementi geometrici e figurativi. La parte superiore è intonacata in colore giallo. Ai lati della nicchia centrale vi sono due figure volanti con scudo in stucco bianco.

Le pareti laterali, fortemente danneggiate dai lavori del 1966, presentano in origine due file di 4 nicchie su per ciascun lato, destinate a contenere le urne cinerarie. Nel II sec. d.C. succede tuttavia che l’uso della cremazione, tradizionale nella cultura romana, viene via via soppiantato dalla deposizione della salma integra (inumazione). Questo ha portato a rimaneggiamenti, trasformando le nicchie per le urne cinerarie in loculi e arcosoli. Particolarmente evidente ad esempio, nella parete di destra, è la trasformazione di un intero filare di nicchie, cui è stata aggiunta una copertura ad arco ribassato. Poco o nulla rimane della parete d’ingresso.

La Tomba B (o Tomba delle lesene) è una piccolissima camera funeraria familiare, della prima metà II sec. d.C., decorata all’ingresso da due finte colonne scanalate, chiamate in architettura lesene. La struttura è in parte scavata nel tufo, in parte costruita in muratura. L’esterno è in laterizio rosso-arancio. Le pareti interne, con decorazioni floreali e geometriche, hanno una doppia nicchia per lato (ciascuna ospitava un’olla cineraria). Della parete di fondo, danneggiata, si conserva la sezione inferiore di una nicchia, nel cui foro, sigillato da un coperchietto, sono state trovate ceneri intatte.

All’esterno è stato rinvenuto un «recinto funerario», datato alla fine del I sec. d.C. I recinti sono dei giardinetti, per lo più rettangolari, destinati a contenere nella terra nuda le urne cinerarie dei servi. In origine i recinti sono delimitati agli angoli da quattro massi. Nel rettangolo ideale che essi disegnano, sono deposte olle, anforette e contenitori varia natura, con dentro le ceneri dei servi, partendo dagli angoli e occupando via via le porzioni centrali. Poiché la Tomba B è di epoca successiva al recinto, si può ipotizzare che essa sia stata ricavata riducendo l’area originaria del recinto. A questa fase risalgono anche i due muri di recinzione che gli archeologi chiamano Muro a e Muro b: nel Muro a sono state individuate sette nicchie (di cui tre ancora integre e contenenti, ciascuna, due olle). Il Muro b, sul lato opposto, presenta varie fasi di rifacimento e una conformazione di più difficile lettura.

Quando, poco distante, viene edificata anche la Tomba A, il rettangolo si chiude, e all’interno viene deposto un nuovo strato di terra, potendo così ospitare nuove sepolture. I recinti, essendo destinati ad individui di umilissime condizioni, presentano spesso questa conformazione a strati sovrapposti, spesso caotici. È stato rinvenuto, al centro del recinto, anche un pilastro in laterizio, che lascia supporre che il giardinetto, sia stato, in una fase tarda, dotato di un tetto e trasformato in una camera funeraria per inumazione, andata perduta.

Addossati alla parete della Tomba B, su un bancone in muratura, sono stati ritrovati due sarcofagi in marmo, decorati con i bassorilievi di Helios e Selene. Essi sono oggi conservati presso il Museo Nazionale Romano.

La Tomba C (o Tomba bianca), è anch’essa una camera funeraria di piccole dimensioni, utilizzata tra il I sec. d.C. e l’inizio del III. Le sue pareti intonacate non hanno dipinti. La struttura è parzialmente ipogea ed è intagliata nel tufo, con la parete d’ingresso in muratura. Vi si accede da una scala con quattro gradini. Sulla parete di destra è presente un loculo a cassone scavato nel tufo, mentre sulla parete di sinistra c’è un secondo cassone con la parte esterna in mattoni. La parete di fondo è stata danneggiata dal posizionamento di un pilastro in cemento armato nel 1966. Sul pavimento è presente un’unica fossa. Complessivamente sono stati rinvenuti tre individui inumati, dei quali uno è un bambino di 4 anni, con corredi ceramici.

La Tomba E (o Tomba della Vaschetta), è un ambiente funerario di piccole dimensioni, in opus reticulatum e laterizi di tufo, sul cui pavimento è intagliata una vasca rettangolare. La sua edificazione risale alla fine del I sec. d.C. La presenza di vistosi interventi di rifacimento nei muri lascia supporre un utilizzo prolungato nel tempo. Nell’ambiente si accede da una piccola scala di tufo. Internamente non presenta né intonaci né decorazioni. Gli archeologi non vi hanno rinvenuto né resti umani né corredi funerari. L’ambiente ha quindi importanza assai modesta e la sua specificità risiede nella presenza di una vasca rettangolare, intagliata nel tufo ad una profondità di circa 40 cm, con funzione non identificata.

La Tomba D (o Colombario Portuense) è una grande struttura sepolcrale ad uso collettivo, in uso tra fine I sec. d.C. (o inizio II) e primi decenni del III sec.

È di forma rettangolare, stretta e allungata, con tre lati intagliati nel tufo. La tomba è stata danneggiata dall’edificazione dell’edificio sovrastante e dal passaggio di una conduttura fognaria: si conserva integra la parete d’ingresso in muratura, con la facciata interna organizzata a «columbarium», con nicchiette per le urne cinerarie disposte in file ordinate. Successivamente vi vengono ricavati anche loculi per l’inumazione e banconi per la deposizione dei sarcofagi. Due di essi, uno di marmo senza decorazioni e uno in terracotta, sono ancora conservati in situ. Esternamente è stato individuato un focolare (con resti di ossa animali e frammenti ceramici) per i banchetti in onore dei defunti.

La parete in muratura, lunga circa otto metri, si presenta oggi, all’esterno, priva di finiture, con i resti di un piccolo avancorpo per proteggere l’ingresso. Dal piccolo avancorpo, scesi tre gradini, si accedeva all’ambiente sepolcrale, parzialmente ipogeo. È interessante rileggere oggi lo scritto dello studioso Nibby, che visita il colombario nel 1827, che attesta invece che all’epoca era ancora in piedi una «facciata di colonne, architrave, fregio e cornice, tutto di terracotta»: si tratta probabilmente di un’attestazione indiretta di quanto danno abbiano prodotto gli sbancamenti del 1966.

Il colombario è decorato in basso da uno zoccolo color porpora, ed è organizzato in quattro file di nicchie, ciascuna delle quali è contornata, nell’archetto, da una fascia anch’essa di color porpora. Sull’intonaco sono spesso graffiti i nomi dei defunti. Nella fila inferiore, sopra l’arco dell’ottava nicchia, si trova l’epigrafe «Ianuariæ» (lett.: “Questo loculo è di Ianuaria”, al caso genitivo) e, poco prima, sopra la quarta, l’epigrafe curvilinea di Brigantina – «Brigantine» –, con errore nel caso genitivo).

L’errore grammaticale ci dà modo di riflettere sulla composizione sociale dei defunti del sepolcro collettivo: essi appartenevano al ceto basso, o talvolta medio. E si è ipotizzata la loro provenienza dalla XIV «regio» di Roma in epoca augustea: il Trans Tiberim. Essa era popolata, per lo più, da artigiani o commercianti, in elevato numero stranieri o liberti (schiavi liberati). Nel Trans Tiberim sono documentate le professioni più umili legate al vicino Tevere: barcaioli, scaricatori degli insediamenti portuali, pescivendoli e mugnai.

Nel 2011 nell’ormai ex supermercato drugstore, viene avviato un delicato intervento di ristrutturazione, ispirato al criterio di separare gli spazi dei vivi dagli spazi dei morti.

La zona commerciale viene resa del tutto autonoma, mediante la costruzione di muri di separazione dalla necropoli. E oggi il supermercato si presenta frazionato in un maggior numero di comuni attività commerciali: un grande store di elettronica, un’agenzia turistica e un ristorante. La parte archeologica invece, il cui ingresso è stato spostato al civico 317, ospita invece uffici della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, oltre all’area necropolare vera e propria.

Lo spazio espositivo intorno alla necropoli, ribattezzato in quella fase con l’altisonante nome di «Drugstore Museum», sviluppa una superficie di 350 mq e dispone di spazi per attività culturali aperte al pubblico. Negli anni a seguire tuttavia la struttura museale è stata aperta al pubblico in maniera discontinua.

Dall’8 aprile 2017 la struttura è nuovamente aperta al pubblico, per tutti i fine settimana. Un’associazione – InUrbe Cultura 3.0 –, assicura in convenzione con la Soprintendenza la presenza fissa di un archeologo dalle 10,30 alle 21,30, per favorire visite di singoli e gruppi. La riapertura del 2017 è stata inoltre accompagnata da un nuovo impianto di illuminazione e nuovi allestimenti espositivi.

In particolare è stata collocata qui la teca climatizzata del Guerriero di Muratella, la lapide di Vespasiano, vetrinette con i reperti estratti dal cantiere dell’attiguo Ponticello Portuense, e, alle pareti, porzioni dei mosaici provenienti dal vicino impianto termale di Pozzo Pantaleo.

Nel Drugstore Gallery è conservato, all’interno di una teca climatizzata, il corpo di un giovane guerriero rinvenuto alla Muratella, sepolto tra il 3700 e il 2300 a.C. La teca contiene l’intera zolla di terra in cui il guerriero venne sepolto. Accanto a lui si trovavano le sue armi e le punte delle frecce in selce.

Dagli scavi del 2014 nel settore delle terme femminili è riaffiorato un cippo in travertino, conservato oggi nel Drugstore Gallery. L’articolata iscrizione, databile nel I sec. d.C. al tempo dell’Imperatore Vespasiano, rivela l’intervento dell’autorità imperiale per restituire l’area alla pubblica fruizione, dopo che ne era stata sottratta da quella che, con termini moderni, potremmo definire l’“occupazione abusiva” da parte di privati.

Fin qui l’epigrafe non presenta particolare interesse, oltre al narrarci vicende che ieri e oggi si replicano purtroppo con le stesse dinamiche. Per gli archeologi tuttavia l’epigrafe è accompagnata da un enigma irrisolto. Attraverso la formula «in sacrum restituit» (restituì alle funzioni sacre) si lascia supporre che nell’area sorgesse un luogo di culto. A quale divinità fosse consacrato, e soprattutto dove sorgesse il tempio, agli archeologi non è dato di conoscere.

 

Ponticello Portuense

 

[Notizie sull’origine del ponticello ferroviario e sull’incidente che determinò l’avvio del cantiere per l’ampliamento].

I lavori di raddoppio stradale e di costruzione del nuovo ponte ferroviario a doppio fornice, protratti nella fase realizzativa fino al 2015, hanno intercettato settori dell’impianto termale femminile di epoca romana. Nell’occasione il cantiere è stato aperto al pubblico per soli tre giorni, il 29, 30 e 31 luglio 2014. I mosaici rinvenuti sono stati quindi restaurati e trasportati nell’attigua struttura del Drugstore Gallery, dove oggi sono visibili.

[Problematiche relative alla durata del cantiere].

 

Necropoli di Vigna Pia

 

La Necropoli di Vigna Pia è un complesso funerario, composto di: tomba collettiva (Colombario di Vigna Pia), tomba familiare (~ di Atilia Romana) e una parte interrata. Il settore collettivo si compone di più ambienti organizzati a Colombario, con file ordinate di nicchiette e qualche sepoltura intagliata nel pavimento (a mosaico o in opus spicatum) o in arcosoli. Vi è una cucina funeraria per i banchetti in onore dei defunti. Le decorazioni raffigurano rose, volatili e cavalli marini. La tomba familiare è dedicata ad Atilia Romana, defunta moglie di Atilius Abascantus, raffigurata in un ritratto a mosaico in tessere bianche e nere. Una terza area (oggi ricoperta) ha restituito delle semplici murature. L’area viene individuata nel 1998, vicino il ristorante La Carovana. Nel 2000 iniziano gli scavi e nel 2006 l’area viene sistemata e aperta al pubblico.

L’area del Colombario presenta pavimenti in mosaico a tessere bianche e nere, con figure ad elemento vegetale, geometrico o simbolico (come il nodo di Salomone). Il colore che spicca di più sulle pareti, all’inizio identificate solo di colore bianco, è il rosso porpora, il quale delinea anche le nicchie del colombario. Le pareti presentano anche decorazioni a motivo floreale (roselline) oppure volatili, animali ultraterreni (ippocampi) e anche raffigurazioni simboliche di carattere dionisiaco (la maschera).

È stata evidenziata la presenza di fumo sulle pitture: queste tracce stanno ad indicare l’uso di una cucina funeraria, unica testimonianza nel Territorio Portuense, sebbene sappiamo che l’uso di banchetti per cerimonie e commemorazioni di defunti sia stato molto diffuso nella civiltà romana.

Il colombario è un tipo di costruzione funeraria ad uso collettivo, suddivisa in file orizzontali di nicchie nelle quali vengono conservate le urne cinerarie dei defunti. Il nome deriva dal fatto che le nicchie scavate nel muro ricordano, nell’aspetto, le cavità in batteria per l’allevamento dei colombi. I colombari hanno la massima diffusione nel periodo tra metà I sec. a.C. e il I sec. d.C., che coincide col periodo di massima diffusione della pratica della cremazione. Il colombario del Drugstore (come del resto gli altri due colombari dell’area) è quindi un esempio relativamente tardo. Questo tipo di sepoltura  – estremamente funzionale ed economico, potendo contenere in spazi limitati le ceneri di molte persone – è tipico dei contesti urbani in rapida espansione e incremento demografico, come lo era in effetti il Suburbium del I-II sec. d.C. La curiosità è che anche le moderne cappelle funerarie nei cimiteri delle città più popolose (come Prima Porta, a Roma) spesso hanno struttura a colombario.

Nell’area portuense è stato rinvenuto un altro piccolo colombario da 15 nicchie (nella Tomba dei Dipinti). Altri colombari si trovano, sempre sulla Via Portuense, nella Necropoli dell’Isola Sacra.

Non è nota la relazione intercorrente tra i defunti del Colombario Portuense, ma in genere si tratta di componenti di un’unica famiglia allargata (clan familiare), compresi affini, schiavi, liberti, clientes (persone in rapporti d’affari) e persino amici rimasti sprovvisti di una tomba propria: nei colombari non si guardava insomma al legame di sangue al momento della nascita, ma soprattutto ai rapporti di cooperazione e alleanza durante la vita. Altre volte il vincolo è dato dall’appartenenza della medesima corporazione (ma non sembra questo il caso), e infine, soprattutto nei contesti extra-urbani, talvolta i colombari finivano per andare oltre i confini del clan, aprendosi a tutti i componenti della comunità locale (ipotesi che al Drugstore potrebbe anche essere verosimile).

Nel luglio 1998, durante lavori di archeologia preventiva per la realizzazione di box auto nell’area tra le vie Riccardo Bianchi, Ettore Paladini, viale di Vigna Pia e Via Portuense, emerge una nuova porzione del vasto complesso necropolare Portuense, di cui sono già note le aree di Pozzo Pantaleo, del Drugstore e di via Ravizza. Tutte e quattro le aree afferiscono  alla viabilità dell’antica Via Portuensis. I resti sono oggi compresi nella fascia centrale del terreno del ristorante La Carovana, posto su un diverso piano di calpestìo. Gli scavi iniziano nel 2000 e continuano anche nel biennio successivo. La successiva sistemazione pubblica (con la realizzazione di tettoie protettive) si conclude nel 2006.

Nell’area sono presenti strutture funerarie di diverse tipologie, appartenenti a diversi modi di trattare il corpo del defunto: l’inumazione (data la presenza di sarcofagi, tombe a cappuccina e anche fosse ricavate nel terreno, a volte anche distruttive per quanto riguarda i mosaici) e l’incinerazione (sono state trovate ollette e anfore, usate per conservare le ceneri del defunto). Complessivamente, la Necropoli di Vigna Pia risulta articolata in tre sezioni: il Sepolcro di famiglia, l’area del Colombario e un’area con murature oggi ricoperta.

Il sepolcro di famiglia è dedicato da Atilius Abascantus alla defunta moglie Atilia, citata in un’epigrafe e raffigurata a mezzo busto nel mosaico a tessere bianche e nere. Proprio la scoperta del sepolcro dedicato a questa donna porta gli archeologi a nominare l’intera area con il nome di Necropoli di Atilia.

Al centro tra le due aree principali si trova una terza area nella quale sono state trovate delle murature. Tali muri, ritenuti di minor rilevanza, sono stati indagati con la finalità di individuare un diverticolo o un nuovo tratto di Via Campana. La strada non è stata trovata e l’area è stata ricoperta di terra.

Altri ritrovamenti risalgono alla cava di tufo di Epoca repubblicana. Nella cava si estraeva un tipo particolare di roccia, chiamato tufo rosso lionato, estremamente friabile e ricco di venature, impossibile da tagliare in grandi blocchi e per questo lavorato soprattutto in scaglie e polveri allo stato di pozzolana. La cava ha in origine l’aspetto di una latomìa (una cava a cielo aperto, in cui gli sbancamenti a gradoni procedono a partire dalla sommità, creando una sorta di cavea). È presente probabilmente anche un traforo di gallerie, ma oggi ne rimangono porzioni minime: un grottone presso via Bianchi (utilizzato oggi come cantina) e parte di una galleria a piano inclinato presso il Drugstore.

Del grottone è contenuta una descrizione nella Guida dell’Agro Romano dell’agrimensore Eschinardi (1750): «A destra si può entrare in una gran grotta, o spelonca, la quale era anticamente un ergastolo da tenervi schiavi». L’Eschinardi fa riferimento alla miserevole condizione delle maestranze della cava, costituite da uomini in schiavitù a seguito di reati: di giorno costretti al lavoro durissimo di cavatori di pietre, in catene e marchiati a fuoco; di notte reclusi nel grottone per evitarne la fuga. Al Museo Nazionale Romano sono conservati dei collari in ferro, ritrovati in zona, i quali riportano con poche varianti la triste medesima epigrafe: «Se fuggo bastonami e riportami al padrone».

La galleria a piano inclinato misura in origine circa 200 metri e congiunge la cavea con la sottostante Via Portuensis. La galleria (che in alcuni testi è indicata anche con il nome di pozzo obliquo) è probabilmente percorsa da una rampa per il trasporto dei pesanti materiali, e sfrutta la pendenza per ridurne il peso attraverso la forza di gravità. La galleria non è documentata che nella sua parte iniziale (a causa dell’edificazione del condominio sovrastante) e nella parte finale (che esce dove oggi si trova il Drugstore, tra la piccola Tomba C e il grande Colombario).

 

Le Vigne portuensi

 

Pozzo Pantaleo

 

Pozzo Pantaleo è un mausoleo romano, che deve il nome al riutilizzo come cisterna (pozzo) e, successivamente, come chiesina dedicata al culto di San Pantaleo. L’edificio risale al I o II sec. d.C. Viene scoperto dalla Sovrintendenza di Roma nel 1998. Ha pianta circolare ed è in opera laterizia, con corridoio anulare esterno e copertura a volta. L’interno presenta una sequenza di nicchie, tamponate con muratura in opera quasi reticolata. La struttura viene in seguito foderata di malta idraulica e reimpiegata come cisterna e poi come pozzo, rimanendo in uso fino ad oltre il IV sec. L’agrimensore Eschinardi annota un riutilizzo da parte della Comunità ebraica, mentre in epoca medievale è attestata in loco una chiesina cristiana, con il nome di San Pantaleo fuori Porta Portese. In epoca rinascimentale della chiesina si perdono le tracce.

Pozzo Pantaleo è un mausoleo romano, di forma circolare in opera laterizia, indagato dalla Soprintendenza tra il 1998 e il 1999, durante la terza campagna di scavi archeologici a Pozzo Pantaleo, grazie ai fondi per il Giubileo del 2000.

Esternamente vi era un corridoio anulare coperto a volta. L’ingresso alla camera sepolcrale era da un ampio ingresso con soglia in marmo, aperto a nord. L’ambiente interno, intonacato con malta idraulica alta circa metà dell’alzato, presenta una sequenza di ampie celle radiali, alternate ad altre di dimensioni più piccole, tamponate con muratura in opera quasi reticolata di tufo. Al mausoleo sono legati altri ambienti ipogei, oltre ad una serie di tarde sepolture a cappuccina.

Nella sua descrizione della Vigna in loco detto Pozzo Pantaleo Eschinardi annota: «Si dice che […] i Gentili se ne servissero superstiziosamente». L’agrimensore, solitamente ben informato, attribuisce ai Gentili (la comunità ebraica romana) il riutilizzo del mausoleo circolare come piccolo tempio (cfr. lo spregiativo termine «superstiziosamente»).

Eschinardi è tuttavia il solo a riportare una frequentazione ebraica, mentre numerose sono quelle attestanti una frequentazione cristiana. Ad esempio il medievale Catalogo di Torino descrive l’edificio come una piccola chiesa dedicata a San Pantaleone, chiamata San Pantaleo fuori Porta Portese.

Gli scavi archeologici del 2014 hanno sommariamente indagato anche l’edificio di culto paleocristiano, rinvenendo un bacile di marmo che si ipotizza fosse l’acquasantiera della chiesina. Il bacino è decorato con due teste femminili lungo il bordo ed era probabilmente una fontana di epoca romana, proveniente dall’impianto termale. Il bacile è oggi conservato al Drugstore Gallery.

In epoca rinascimentale la chiesina sembra comunque già in abbandono, e al suo porto il cartografo Eufrosino della Volpaia (1547) torna a disegnare un pozzo (rappresentato come un fontanile) affiancato ad un’edicola sacra non meglio identificata. Infine, l’agronomo Eschinardi annota che nel 1750, anno in cui scrive, nemmeno il pozzo è più in funzione: «Ora è ripieno di terra».

L’utilizzo della necropoli cessa repentinamente, dall’oggi al domani, nel terzo decennio del III sec. d.C., probabilmente a seguito di una grande alluvione: intense e prolungate piogge devono aver provocato un esteso smottamento di argille dalle colline di Monteverde, accompagnato dallo straripamento del Tevere. Il risultato è stato il deposito sopra la necropoli di uno spesso bancone che ha reso impraticabili le aree a ridosso della Via Portuense e ha segnato la fine dell’utilizzo necropolare.

Questa informazione è stata acquisita nel 1982, grazie ad uno studio stratigrafico del terreno nell’area tra la Tomba C e l’ingresso della galleria a piano inclinato. Lo strato superiore del terreno esaminato si compone di uno spesso strato di argille delle Colline di Monteverde, tipologia di terreno estranea all’area e importata qui dalla grande alluvione. Al di sotto di questo strato si trova un terreno di epoca precedente, relativo alla fase di attività della necropoli, datato a partire dalla metà del I sec. (terreno di colore scuro ricchissimo di cocciame e altri frammenti ceramici). Al di sotto vi è uno strato ancora più antico, privo di frammenti ma ricco di detriti tufacei: è questo il terreno relativo alla fase di utilizzo come cava in Epoca Repubblicana.

Perduta la funzione di necropoli l’area continua a vivere come postazione commerciale lungo la Via Portuense, sul lato della collina che guarda all’attuale via Quirino Majorana. Peraltro le funzioni commerciali e pubbliche dell’area non sono successive alla necropoli, ma convivono con essa già dal I sec. d.C.

Le variegate testimonianze del vissuto dell’area sono indagate a partire dal 1983, e consistono in un tratto di strada basolata (Tratto di Via Campana #1), un edificio termale (Terme di Pozzo Pantaleo) e un edificio identificato come una probabile stazione di sosta (Mansio di Pozzo Pantaleo).

Una successiva campagna di scavi inizia nel 1998 e permette di attestare con certezza la frequentazione fino ad oltre il IV sec. d.C., in periodo paleocristiano, e di ipotizzare una frequentazione anche successiva, già altomedievale.

Di sicuro l’area è nuovamente abitata nell’anno 1130, quando risulta appartenere, secondo documenti d’archivio della chiesa di Santa Prassede, ad un tale di nome Pantaleo. Il Catalogo di Torino vi riporta anche la presenza della piccola chiesa di San Pantaleo fuori Porta Portese. Di questa chiesina, a parte il nome, non si conosce altro.

Nella mappa di Eufrosino della Volpaia del 1547 la chiesina giù non compare più, ma l’immaginetta di un fontanile e di un tabernacolo della buona via (di quelli che ancora oggi, nei paesi, accompagnano i visitatori ad ogni bivio) lascia intendere che una certa frequentazione vi fosse ancora. Probabilmente in questo periodo cessa di esservi un abitato stabile, e si ha un popolamento sparso nelle campagne.

Le tombe portuensi continuano ad essere conosciute e visitate di tanto in tanto da curiosi, uomini di scienza e illustri viaggiatori. Lo studioso Nibby riporta che tra essi vi fu anche lo scultore Gianlorenzo Bernini, in cerca di ispirazione. Il Bernini rimane impressionato dalla ricchezza delle antiche tombe, che, al punto che riporta Nibby, le volle «imitare ne’ frontistizj del portico di San Pietro».

Si tratta probabilmente di un’esagerazione, ma sappiamo che il Nibby, visitando a sua volta i sepolcri portuensi nel 1827, ne rimane anch’egli impressionatissimo e così li descrive: «Sepolcri nobilissimi, adorni di stucchi e pitture, e uno tra gli altri […] con alcune urne dentro, nelle quali era significato il nome del padrone che le fece fare». Nelle parole del Nibby sembra di poter riconoscere la Tomba dei Geni Danzanti (stucchi), quella dei Campi elisi (pitture) e infine il Colombario Portuense (nomi graffiti).

Alla fine dello stesso secolo visita approfonditamente la zona un altro illustre visitatore, l’archeologo Lanciani. Egli vi documenta una notevole quantità di materiali, ancora presenti sul luogo: cippi, lastre marmoree con iscrizioni, sarcofagi, frammenti di sculture, mosaici e suppellettili funebri. Lanciani inoltre riconosce i manufatti civili per lo scolo delle acque piovane verso il fosso di Pozzo Pantaleo.

Nel Novecento nell’area si insedia lo stabilimento Purfina, sul quale non sono disponibili approfondite informazioni.

Un aneddoto popolare vuole che la torre principale della fabbrica poggi le fondazioni sul pozzo, appartenente all’originaria struttura della cava, dalla struttura a piano inclinato esteso per oltre 200 metri. Probabilmente i costruttori dello stabilimento scelsero non a caso di posizionare le fondamenta della struttura più imponente della fabbrica nel punto più profondo della latomia, recuperando il cono del pozzo.

 

Crinale dell’Imbrecciato

 

Casa Petrella è un edificio rurale di inizio Ottocento, sito in via dell’Imbrecciato, 212, al Portuense. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970745A, Banchini R. – cat. Peixoto J.R.).

Villa Lucia è una dimora signorile di inizio Ottocento, sita in via dell’Imbrecciato, 205, al Portuense. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970744A, Banchini R. – cat. Peixoto J.R.).

Casale Angelè è un casale ottocentesco, del tipo rurale della campagna romana, situato al civico 101 di via dell’Imbrecciato. Sorge nella parte mediana dell’antico percorso di crinale che attraversa i Colli di Santa Passera, a fronte strada. Si compone di un corpo principale a pianta rettangolare longitudinale (a due piani con tetto a doppia falda coperto di tegole e comignoli fumari), di un corpo addossato più basso e di un corpo di fabbrica posto ad L col corpo principale in posizione interna. I tre corpi, unitamente al muro perimetrale, delimitano una graziosa corte con giardino.

Le murature, intonacate, sono probabilmente costituite in laterizio e pezzame di tufo, come gli altri casali della zona. G. Tantini, che nel 2005 ha catalogato il casale per le Belle Arti (repertorio n. 00970669), ha annotato: «Mantiene sostanzialmente l’impostazione originaria, pur avendo subito trasformazioni e ristrutturazioni che ne hanno alterato l’aspetto, specialmente a causa del rifacimento totale degli intonaci e delle tinteggiature della facciata». Il nome popolare di Casale Angelè riprende il cognome della famiglia proprietaria. L’uso storico, così come l’uso attuale, è abitativo.

Il Boccone del povero è un convento dell’Ottocento, sito in via dell’Imbrecciato, 107, al Portuense. Per quanto noto, la proprietà è di ente ecclesiasico e risulta funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970671A, Banchini R. – cat. Tantini G.).

Il Casale Ascenzi è un edificio rurale del XVIII sec., sito in via dell’Imbrecciato, 124, al Portuense. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970668A, Banchini R. – cat. Tantini G.).

Casal Fabrizi è un casale rurale del XIX sec. circa, oggi in stato di abbandono. Sorge nella parte finale del Crinale dell’Imbrecciato – caratterizzato dalla diffusa presenza di casali del tipo rurale della campagna romana -, fronte strada, al civico 150 di via dell’Imbrecciato. Si compone di un corpo principale a pianta quadrangolare a due piani (originariamente ad uso abitativo), di un corpo longitudinale più basso e di una serie di corpi di fabbrica minori, per lo più addossati e di modeste dimensioni. Non si dispone purtroppo di una cronologia delle varie fasi costruttive. Il nome popolare di Casal Fabrizi riprende il cognome di una delle ultime famiglie comproprietarie (Fabrizi, Maniccia e Perugini). Le murature sono in laterizio e pezzame di tufo, in talune parti coperte di intonaco. Nonostante il degrado i solai sono ancora presenti. Nel 2005 il casale è stato catalogato dalle Belle Arti (repertorio n. 00970675). G. Tantini, nella relazione, ha annotato: «Casale che mantiene ancora le originali caratteristiche, anche a causa degli scarsi interventi di manutenzione e del completo abbandono degli ultimi anni. Interessanti e indicativi di uno stile più maturo e quasi urbano sono le finiture delle finestre e la forma della copertura».

Il Fratel Policarpo è un istituto di vita religiosa associata, con all’interno una cappella per il culto. Si costituisce l’11 febbraio 1995, nell’ambito dell’ANSPI (Associazione nazionale San Paolo), che promuove la formazione di circoli giovanili e oratorî. Presenta impianti sportivi per la danza, ginnastica e nuoto e un centro polifunzionale. Prende il nome dal religioso francese Frère Polycarpe (1801-1858). Nato da umili origini, diviene maestro elementare ed entra nella Société du Sacré Cœur de Jésus, occupandosi del noviziato e dell’amministrazione, fino a divenirne superiore generale. Nel 1846 riscrive la regola dell’ordine, ispirandosi alle costituzioni dei Gesuiti e dei Fratelli delle Scuole cristiane. Seppur malato, Policarpo conduce uno stile di vita austero, utilizzando persino il cilicio.

Altri istituti: la Divina Volontà, le Serve dei Poveri, il Lasalle.

 

Fosso di Papa Leone

 

Il confine tra Portuense e Trullo è dato oggi dal viale alberato dedicato allo scienziato Isacco Newton. Vale la pena ricordare che il tracciato del viale sovrasta il corso d’acqua, oggi in canalizzazione sotterranea, che aveva un tempo il nome di Marrana di Papa Leone, da Papa Leone X Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, che aveva qui la sua vigna e tenuta di caccia. Lasciamo alle parole dello studioso Emilio Venditti il compito di evocarne il passato nobile e le suggestioni delle battute venatorie: «…e dei selvatici cinghiali lungo la vecchia Marrana, delizia e diporto degli aristocratici cacciatori del Rinascimento».

Il Forno al Fosso di Papa Leone è un complesso rurale del XVIII sec., sito in via Palaia, 201, al Portuense. Per quanto noto, la proprietà è privata e presenta elementi di degrado; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970674A, Banchini R. – cat. Tantini G.).

Negli Anni Novanta il fosso viene interrato, per lasciare spazio al nuovo viale Isacco Newton.

A ridosso del casale monumentale con forno su via Palaia vengono costituiti, sul finire del 2014, dei moderni orti urbani. Il notiziario locale, Arvalia News, ha seguito le varie fasi di realizzazione.

Nel numero di marzo 2015 leggiamo che la sistemazione preliminare degli orti è conclusa e così titola l’articolo: «Frazionati in lotti gli orti urbani di v.le Newton. Festa campestre per i cittadini-agricoltori». L’articolo dà un resoconto della festa di inaugurazione, che si svolge il 14 febbraio 2015 e ha il nome di “San Valentino agli Orti urbani”. Si tratta di «un evento conviviale per celebrare la suddivisione del terreno e la conseguente assegnazione degli orti ai singoli soci, organizzato dall’associazione Orti urbani Valle dei Casali, che conta oltre 100 iscritti».

L’articolo dà spazio alle voci dei cittadini-agricoltori: «Quale giorno poteva essere migliore per festeggiare un San Valentino che per noi significa un grande e sentito amore per la Natura? Il terreno ci è stato affidato dal Municipio alla fine dello scorso anno, per realizzare spazi verdi destinati a orticoltura sociale e collettiva. Dopo un’intensa campagna di bonifica durata tre mesi abbiamo suddiviso il terreno in lotti da 50 m2, per assegnarli come da Regolamento». Si è trattato del primo evento pubblico dell’associazione, «un momento di grande e allegra aggregazione, con numerosi bambini». Il racconto prosegue: «Gli Orti sociali sono esperienze importanti perché consentono il recupero e la valorizzazione di aree in larga parte abbandonate e inevitabilmente soggette all’accumulo di rifiuti. Il lavoro è stato lungo e pesante, ma già ora possiamo vedere i primi buoni risultati. C’è ancora molto da fare: il nostro obiettivo, , è rendere il terreno accogliente e gradevole, riconsegnando ai cittadini un’area che si presta a iniziative di carattere sociale, volte anche all’inserimento di persone diversamente abili. La voglia di lavorare e l’entusiasmo non ci mancano!». Una seconda festa si è svolta il 21 marzo, con il titolo “Festa di Primavera”.

Il Piano d’assetto della Riserva naturale Valle dei Casali (marzo 2015) prevede la trasformazione in un parco pubblico urbano della vecchia area d’alveo e golena del Fosso di Papa Leone a ridosso dell’attuale viale Isacco Newton. Nel parco saranno presenti zone di sosta, collegate da un percorso ciclabile. Quest’area dovrà inoltre dialogare con il polo agro-ambientale e turistico-rurale previsto nella sovrastante Collina di Monte Cucco.

 

Vigna Pia

 

Vigna Pia è una tenuta agricola e orfanotrofio e, più in generale, un moderno toponimo del Portuense. La tenuta si forma nel 1850 per volere di Pio IX, come «istituto agrario di carità» per orfani in età da lavoro affidati alla Congregazione della Sacra Famiglia di Bergamo. L’edificio principale del Convitto ha forma quadrangolare con interno cavo e si prolunga nel Padiglione di Leone XIII, del 1889. Nel 1932 la tenuta si costituisce in parrocchia rurale. Perduta nel Dopoguerra la vocazione agricola, nel 1978 il titolo parrocchiale viene trasferito alla nuova chiesa della Sacra Famiglia e l’Istituto diventa una scuola privata collegata con il vicino Sacro cuore, continuando ad ospitare la Procura generale della Sacra Famiglia. I terreni attigui all’Istituto sono oggi interessati dal Piano di recupero B12.

Tra il 1850 e il 1851 il Principe Torlonia, la Principessa Wolkonski e l’Ordine religioso dei Minimi, attraverso donazioni di terreni di loro proprietà, costituiscono una proprietà fondiaria unitaria estesa 22 ettari, denominata «Istituto agrario di carità Vigna Pia». L’attributo “Pia” trae origine dal nome del pontefice allora regnante, Pio IX, promotore e protettore dell’iniziativa.

L’insediamento si struttura secondo lo schema della «colonìa», cioè una tenuta agricola con culture estensive, che ruotano intorno a un corpo di fabbrica principale con funzione di centro residenziale e amministrativo. La popolazione colonica è costituita di «orfani e altri garzonetti più sventurati» in età di lavoro, cioè tra i 7 e i 21 anni. Essi ricevono, dopo l’alfabetizzazione, la formazione teorica nelle discipline dell’agronomia e dell’agrimensura, cui segue l’apprendistato di orticultura, cerealicultura e viticultura e infine il collocamento a servizio in una famiglia rurale. La cura d’anime degli orfanelli di Vigna Pia è allora affidata alla vicina parrocchia del Casaletto, mentre l’accudimento è affidato ai religiosi della Sacra Famiglia di Bergamo, congregazione religiosa la cui missione è incentrata proprio sull’apostolato rurale.

L’edificio principale, denominato Convitto, ha forma quadrangolare, con la caratteristica di un interno cavo, sul quale si affacciano i ballatoi dei dormitori. Una forma architettonica simile si ritrova, oltre che nei convitti, in molte opere architettoniche destinate alla «vita comunitaria di eguali», come ad esempio le carceri. Il Convitto rivolge il prospetto principale alla Valle della Magliana e al Tevere, ed è sormontato dallo stemma papale tra due cornucopie colme di grano.

Il Convitto si prolunga in un padiglione di minor altezza, dono di Papa Leone XIII nel 1889. In origine nella tenuta erano presenti numerosi casali rurali e un portale monumentale sulla Via Portuense, con a fianco una cappellina di campagna: entrambi sono oggi scomparsi. Il 23 aprile 1891, ad appena due anni dall’inaugurazione della nuova ala di Leone XIII, le strutture subiscono seri danneggiamenti dallo scoppio accidentale della vicina Polveriera di Forte Portuense.

Il 14 agosto 1932, sotto il pontificato di Pio XI, l’intera tenuta ecclesiastica viene elevata al rango di parrocchia. Il decreto episcopale che sancisce questa trasformazione è il «Cum Sanctissimus Dominus», a firma del cardinal vicario Francesco Marchetti Selvaggiani. Alla parrocchia viene conferito il titolo di «Sacra Famiglia a Via Portuense», in riferimento alla congregazione religiosa che vi opera. Il territorio parrocchiale occupa un’area più estesa della tenuta ecclesiastica, e coincide con i territori, allora rurali, dei moderni quartieri Portuense, Magliana Nuova e Marconi, e parte di Trullo e Colli Portuensi. La maggior parte delle aree sono desunte dalla parrocchia del Casaletto, mentre la sola parte di Marconi proviene da quella di San Francesco d’Assisi a Ripa Grande.

La parrocchia ha, sin dall’origine, caratteri atipici. Una prima particolarità è che il Vicariato non trasmise il decreto istitutivo alle autorità italiane, come invece precedeva il Concordato del Laterano (1929), firmato appena tre anni prima. La conseguenza fu che nella parrocchia non si poterono celebrare matrimoni fino al 9 marzo 1962, giorno in cui la parrocchia ottenne il riconoscimento degli effetti civili. Un’altra particolarità è che la parrocchia è in origine priva di parroco. La cura d’anime è infatti affidata con la formula ecclesiastica «in solidum» a tutti i sacerdoti della Sacra Famiglia presenti nella tenuta.

Nel Dopoguerra con delle compravendite l’estensione della tenuta si riduce progressivamente, per far posto all’avanzare della città. Le modifiche territoriali sono accompagnate da tre riduzioni dei confini parrocchiali. La prima porzione a staccarsi è quella di Marconi, attribuita il 12 marzo 1955 alla nuova parrocchia del Divino Lavoratore dal decreto «Paterna sollicitudine» del cardinal vicario Clemente Micara. Quattro anni dopo, siamo al 23 febbraio 1959, Micara eleva a parrocchia anche la porzione occidentale della tenuta, con il titolo di Santa Silvia (decreto «Ubi primum serena»). Altri quattro anni dopo, siamo al 14 dicembre 1963, sempre il cardinal Micara distacca la porzione di Pian Due Torri, istituendo la nuova parrocchia di San Gregorio Magno (decreto «Neminem sane latet»). I caratteri agricoli di Vigna Pia si vanno già da allora perdendo.

Con gli Anni Sessanta vengono venduti gli ultimi terreni della tenuta nel quadrante Portuense, lasciando inedificate soltanto le aree di stretta prossimità al Convitto, che vengono attrezzate a parco e centro sportivo. Così l’Istituto agrario Vigna Pia cambia pelle, trasformandosi in un istituto urbano per l’istruzione dei fanciulli, e acquisisce la forma giuridica di una scuola privata con annesso centro giovanile e polisportiva, presenti ancora oggi e dotati di un forte legame con l’abitato circostante che proprio in quegli anni andava formandosi.

Mentre l’urbanizzazione residenziale dei terreni circostanti procede alacremente, gli Anni Settanta segnano, intorno al Convitto, l’edificazione delle ultime due porzioni libere di terreno, rispettivamente a sud e a est dell’Istituto. La porzione a sud viene destinata alla costruzione di nuova chiesa, su progetto degli architetti Mario Paniconi e Giulio Pediconi. La nuova chiesa, continuatrice del titolo parrocchiale della Sacra Famiglia, viene inaugurata nel 1978. Di questa chiesa parliamo in un altro capitolo.

La porzione est invece, tra via Tajani e via Belluzzo, è caratterizzata da un forte pendio, che in alcuni tratti si fa scarpata. Qui vengono eseguiti alcuni scavi e sbancamenti, finalizzati alla costruzione di una scuola comunale. A complicare le cose ci si mette il ritrovamento di una preesistenza archeologica su via Belluzzo, che non viene indagata ma solamente protetta con un vincolo statale di inedificabilità, rimandando lo scavo a tempi migliori che non sono mai arrivati. Dopo i primi sbancamenti il cantiere della scuola, divenuto troppo costoso, si interrompe.

A est dell’Istituto Vigna Pia rimane quindi un’estesa “cicatrice urbana”, in coincidenza del pendio scarpato, che termina 7 m più in basso con il brusco sbancamento della scuola mai costruita e il muro invalicabile della ferrovia FR1. Ancora oltre, 15 m più in basso superando un ulteriore tratto di scarpata, c’è piazza Meucci e il tessuto residenziale del quartiere Marconi. Tale area, caratterizzata da un dislivello complessivo di 22 m, è stata individuata dal Piano regolatore come «ambito di valorizzazione» ed è contrassegnata da due sigle – B12 e B13 – dove grossomodo la prima corrisponde alle aree al di qua della ferrovia e la seconda a quelle al di là. “Ambito di valorizzazione” è un termine neutro con il quale gli urbanisti sono soliti chiamare i «non luoghi», quelle cicatrici urbane che resistono all’avanzata della città che è cresciuta loro intorno. La definizione più corretta di questi ambiti è: «luoghi caratterizzati dall’assenza di una struttura urbana compiuta e da incoerenze e squilibri di tipo morfologico e funzionale».

Intanto l’urbanizzazione residenziale del quartiere, da anni completata, è soggetta a qualche ritocco, di cui ci parlano le cronache del notiziario locale Arvalia News. Il 30 marzo 2015 viene istituita, a ridosso del “quadrilatero delle scuole”, la prima «Zona 30» del Municipio. Le zone 30 sono aree urbane residenziali nelle quali il limite di velocità è ridotto a soli 30 km/h, in deroga al limite ordinario di 50 fissato dal Codice della Strada. Una speciale segnaletica orizzontale e attraversamenti pedonali rialzati individuano quest’area. Il quadrante interessato è quello compreso tra via Leonardo Greppi, viale di Vigna Pia, via Gaetano Astolfi e via Filippo Tajani. «L’esigenza di questo tipo di intervento – si legge – è andata affermandosi soprattutto in aree urbane molto trafficate, dove la mobilità dei pedoni è messa continuamente a rischio dalla elevata velocità delle vetture. La scelta di Vigna Pia nasce in relazione all’alta presenza di scuole e di una struttura urbanistica tale da richiedere un intervento per mettere in sicurezza le strade».

La scarpata di via Belluzzo è oggi un «vuoto urbano», dove si alternano pendii dalla fitta vegetazione spontanea, brevi radure, orti privati, e la porzione tutta in piano determinata da precedenti sbancamenti. Tra la quota superiore di via Pellati e quella inferiore di via Belluzzo c’è un salto di 7 m. Nell’area sono presenti un asilo nido, un autolavaggio scoperto e una coppia di magazzini rurali superstiti. Passata la ferrovia c’è poi un ulteriore salto di 15 m, prima di arrivare alla sottostante piazza Meucci. Questo secondo tratto ha una superficie tutto sommato contenuta (1800 m2), perché è caratterizzata da un pendio ancora più ripido, che in alcuni tratti su via della Magliana Antica si fa parete verticale, retta da un muraglione di contenimento in cemento armato.

Modificando il Piano regolatore l’Amministrazione comunale ha classificato la scarpata di via Belluzzo con uno speciale strumento urbanistico, chiamato Ambito di valorizzazione B12, caratterizzato da un bonus edificatorio per il «costruttore pioniere» che ne avesse tentato l’urbanizzazione. Bonus edificatorio significa poter edificare più metri quadri rispetto agli standard del Piano regolatore, ottenendone così un guadagno extra capace di compensare la posizione disagiata dell’area. Questo bonus incontra ovviamente anche dei limiti: le funzioni abitative devono essere ad esempio almeno il 50% dell’edificato complessivo; e tra le destinazioni non residenziali sono vietate quelle più impattanti come centri commerciali, smerci all’ingrosso, depositi e magazzini. Una certa quota di terreno è poi riservata per finalità pubbliche.

Il costruttore pioniere si è fatto avanti il 19 maggio 2005. Si tratta della Società ECG Costruzioni, proprietaria dell’86,40% della superficie catastale dell’Ambito B12, che in quella data ha presentato al Comune una proposta di Piano di recupero. Il 15 aprile 2008, a seguito dell’approvazione del nuovo Piano regolatore, la stessa società presenta una seconda proposta, che integra la prima alla luce del nuovo PRG. Questo secondo piano di recupero si basa su una nuova edificazione privata, concentrata tutta sulla testata d’angolo tra via Greppi e via Pellati. Il «mix funzionale» del nuovo edificio è per l’80% residenziale e per il 20% commerciale, mentre la superficie vincolata a finalità pubbliche è impiegata per la realizzazione di due opere: un belvedere terrazzato nella parte alta e un giardino lungo i due lati di via Belluzzo fino alla ferrovia, il tutto attraversato da percorrenze pedonali trasversali.

La caratteristica della proposta è che non contempla il secondo salto di 15 metri tra la Ferrovia e piazza Meucci, che, si intuisce da subito, è la parte più impegnativa dell’ambito. Il costruttore, durante l’istruttoria, chiese di escludere questa porzione dal Piano di recupero, in quanto «senza continuità funzionale con l’ambito». Era emersa infatti, nel tratto finale tra via della Magliana Antica e piazza Meucci, la presenza di un vincolo idraulico che non consentiva l’escavazione di sottopassi. In effetti l’idea di collegare via Pellati piazza Meucci attraverso una serie ben congegnata di scale, camminamenti e passerelle è suggestiva. Tuttavia la presenza del vincolo ambientale, che impedisce interventi aggressivi di sbancamento, portano l’Amministrazione ad accettare la rinuncia: il secondo tratto di 15 m viene sottratto dall’ambito B12 e aggregato all’ambito gemello B13 di piazza Meucci. Intanto, il 22 novembre 2010, arriva il parere favorevole da parte dell’Area regionale per la Difesa del Suolo.

Altra vicenda significativa nell’iter del Piano di recupero è la determinazione del bonus edificatorio. Si verificano infatti dei problemi nel calcolo della «SUL aggiuntiva» (dove SUL sta per superficie utile lorda) data in premio al costruttore. Il testo a stampa del Piano regolatore riporta intatti 2000 m2, mentre negli atti è indicato 5000 m2. L’Avvocatura comunale rilascia un parere il 27 aprile 2009 e scioglie il nodo in favore dei 5000 m2. La maggiore SUL aggiuntiva comporta tuttavia per il costruttore il pagamento di un contributo straordinario di urbanizzazione maggiorato, che ammonta a 4.682.270 euro. E il progetto si ferma.

Nell’estate 2012 c’è una variazione nell’assetto proprietario: il 2 agosto il costruttore rileva le quote di terreno di altri proprietari privati, per complessivi 8161 m2, portandosi al 95,33% della superficie catastale totale (il residuo del 4,67% appartiene a terzi, tra cui rientra anche l’Amministrazione comunale).

A fronte dell’acquisizione di nuove aree il costruttore propone al Comune la «cessione extra-standard» di un’area di 16.403 m2, per la realizzazione del Belvedere a terrazze. Il Comune accetta, stimandone il valore in 1.382.488,02 euro. Per il pagamento il Comune, potendo scegliere fra la «cessione compensativa» (l’importo viene dedotto dagli oneri di urbanizzazione) o la concessione di una «ulteriore capacità edificatoria» (il costruttore può edificare ulteriori metri quadri), il Comune sceglie la cessione compensativa, anche in accoglimento del parere del Municipio del 27 luglio, che si era espresso per uno stop a ulteriori permessi edificatori.

L’ultimo passaggio è l’«azzonamento interno», cioè la divisione dell’ambito in comparti autonomi, chiamati «stralci funzionali». L’ambito è stato diviso in due comparti, «A1» (di maggiori dimensioni, tutto di proprietà del costruttore) e «A2» (molto più piccolo, dove si trovano i proprietari terzi).

Alla luce dei passaggi precedenti il 26 marzo 2013 il privato promotore accetta la proposta di atto d’obbligo, cioè il documento in cui si dettagliano gli oneri e gli onori del Piano. Nel mese di aprile arrivano gli ultimi due pareri favorevoli: quello dell’U.O. «Città Storica» (del Dipartimento Programmazione e Attuazione urbanistica) e quello del Direttore dello stesso dipartimento, in merito alla sostenibilità finanziaria del Piano. Il Piano viene quindi inviato al Sindaco e alla Giunta per la delibera.

Merita a questo punto di soffermarsi sui caratteri finanziari. I piani di recupero sono definiti «strumenti urbanistici ad intervento indiretto» proprio perché l’Amministrazione realizza finalità pubbliche senza impegnare direttamente capitali pubblici ma delegando la realizzazione al privato proponente. Il Piano di recupero è quindi interamente finanziato con risorse private, che corrispondono agli oneri di urbanizzazione sostenuti dal privato.

Tali oneri ammontano complessivamente a 6.118.203,69 euro: sono i 4.682.269,75 euro del contributo straordinario di urbanizzazione già visti prima per la SUL aggiuntiva, più 1.435.933,94 euro di oneri ordinari (a loro volta composti di oneri per le urbanizzazioni primarie di 747.817,92 euro, per le urbanizzazioni secondarie 440.536,32, per il c.d. «costo di costruzione» 247.579,70).

Questi 6,1 milioni di euro di entrate sono suddivisi in «destinazioni», come «opere a scomputo». Dalla Relazione per il calcolo si rileva quindi che l’impegno di spesa è di 648.578,54 euro per l’urbanizzazione primaria e 397.221,19 per l’urbanizzazione secondaria. Le opere di urbanizzazione primaria sono finanziate con i relativi oneri di urbanizzazione primaria: in caso di saldo positivo le somme residue vanno ad integrare il contributo straordinario (in caso negativo il maggior costo rimane a carico del privato). Lo stesso meccanismo si replica per le opere di urbanizzazione secondaria.

Per quanto riguarda gli oneri straordinari (e gli eventuali residui), essi sono destinati in parte per l’acquisizione in cessione compensativa delle aree extra-standard del Belvedere (1.382.488,02) e in parte per la realizzazione di due opere (2.902.160,08) di urbanizzazione straordinaria.

Le due opere di urbanizzazione straordinaria sono il parco pubblico attrezzato (dal Belvedere a terrazze fino alla parte in piano su via Belluzzo) e la sistemazione della viabilità esterna. Il parco pubblico attrezzato ha un costo stimato di 1.684.848,39 euro e al suo interno sono previste le opere denominate 7/A (parte), 8 e 9. La sistemazione della viabilità esterna ha un costo stimato di 1.217.311,69 euro e si articola nelle opere 1, 2, 5 (parte), 6, e 11.

Il 19 aprile 2013 si è quindi riunita la Giunta capitolina, che ha posto in votazione la Delibera n. 152, intitolata «Ambito di valorizzazione B12 del PRG vigente», con il relativo «Piano di recupero di iniziativa privata». La delibera è stata approvata all’unanimità.

Il 12 giugno 2014 l’Assessorato alla Trasformazione urbana di Roma Capitale e il Dipartimento Programmazione e Attuazione urbanistica hanno avviato, come previsto dal «Regolamento di partecipazione dei cittadini alla trasformazione urbana», l’iter partecipativo: nel corso di incontri pubblici la popolazione residente potrà suggerire ulteriori migliorie del Piano. Al momento in cui scriviamo è stata convocata la prima riunione per il 17 luglio 2014.

A fine Anni Novanta ci si rende conto che il mercato su strada di fronte al Forlanini, in punto assai trafficato della Via Portuense, costituisce un serio pericolo per gli avventori, gli operatori e gli automobilisti. C’è infatti la pessima abitudine tutta romana di andare a fare la spesa in macchina lasciandola in doppia fila, creando ingorghi e tamponamenti. E mancano anche gli allacci igienici, il ché rende la sede mercatale fuori legge e a rischio chiusura. Si comincia così a ragionare su uno spostamento del mercato, su un’area non molto distante. Ma la questione rimane ferma per svariati anni, perché di sedi alternative non ve ne sono, e soprattutto non ci sono i soldi per acquistare le aree.

La questione pare sbloccarsi quando, a seguito della realizzazione di un parcheggio interrato nell’area del Ristorante La Carovana, tra la Portuense e via Riccardo Bianchi, si rende disponibile il plateatico di superficie sopra il parcheggio per dare una nuova collocazione al mercato. I progettisti comunali lavorano in questa direzione, ma in anni recenti c’è un nuovo ostacolo da superare: i vincoli finanziari del Patto di stabilità europeo che impediscono di destinare i fondi.

La situazione si sblocca in una serata estiva del 2015, quando il vicesindaco Marco Causi, ospite alla locale Festa dell’Unità nei giardini di Santa Silvia, annuncia a sorpresa di aver trovato dei fondi, non soggetti ai vincoli europei. Si tratta di ben 1 milione e 300 mila euro, con i quali sarà realizzato il nuovo mercato e verranno mantenendo i posti di lavoro dei 25 operatori che operano nel vecchio mercato al Forlanini. La notizia è vera e i lavori iniziano poco dopo.

Nel novembre 2016 i lavori sono già a buon punto, quando il cantiere viene attaccato una prima volta da ignoti vandali, che appongono scritte ingiuriose sui muri. Il cantiere viene attaccato una seconda volta nel febbraio 2017 (vengono danneggiati alcuni impianti elettrici; i danni sono modesti) e una terza nel marzo 2017. Questa volta però i danni sono rilevanti, perché i lavori sono ormai quasi ultimate e i vandali, penetrati nei box, hanno danneggiato le controsoffittature a scacchiera. Ne dà conto il consigliere d’opposizione Valerio Garipoli (FdI), che in una nota scrive: «Apprendiamo sconcertati dalle segnalazioni di nuovi atti vandalici all’interno dei box del nuovo mercato di Vigna Pia. Non è la prima volta che accadono tali episodi incresciosi e spiacevoli, sintomo di una mancanza di attenzione e controllo del cantiere e delle nuove strutture da parte del presidente Torelli e della Maggioranza del M5S. Avevamo chiesto proprio nell’ultima commissione congiunta delle delucidazioni sul sistema di sorveglianza. Non  solo nella fase di cantiere, ma anche per i futuro».

Il cantiere intanto si avvia verso la sua ultimazione. Al momento in cui scriviamo (aprile 2017), mancherebbero soltanto le pavimentazioni dei box e gli allacci di luce e acqua.

 

Forte Portuense

 

Forte Portuense è un’opera militare difensiva, realizzata a partire dal 1877 a seguito del dibattito nazionale sulle fortificazioni di Roma. La struttura, ricavata dallo sbancamento e traforo della Collina degli Irlandesi, occupa complessivamente 4,5 ettari, su pianta poligonale circondata da fossato asciutto e cintura di spalto. L’ingresso corazzato immette in galleria alle principali strutture: la piazza d’armi, le tre casematte, la caponiera e la caserma, quest’ultima in grado di ospitare in 10 camerate 700 tra fanti e artiglieri. Esonerato dalle funzioni militari nel 1956, il Forte attende oggi una riqualificazione.

Nel 1871 le «cose difficili» sono state tutte fatte: le Guerre d’indipendenza hanno unito il Nord; Garibaldi ha sbarcato i Mille al Sud; l’Italia centrale ha votato i Plebisciti. E anche Pio IX – l’ultimo papa-re, l’osso duro – è stato sconfitto a Porta Pia il 20 settembre 1870. Il 1° luglio 1871 Roma è capitale.

Una volta che «l’Italia è fatta», bisogna cominciare a «fare gli Italiani»: e qui forse il difficile inizia per davvero. Come si fanno gli Italiani? Occorrono scuole pubbliche per insegnare la lingua nazionale; ferrovie e strade per scambiarsi merci e idee; ospedali, ministeri, tribunali ecc. e anche difese militari. Già, perché non è affatto detto che il sogno dell’Italia risorta e unita durerà per sempre: già una volta, pochi anni prima, i Francesi erano sbarcati dal mare, avevano espugnato rapidamente le mura del Gianicolo e avevano rimesso sul trono il Papa-re chiudendo l’esperienza garibaldina della Repubblica Romana. Roma – con le sue mura vecchie di 24 secoli – è un anello difensivo fragilissimo.

Secondo la tradizione le prime fortificazioni le fece Romolo, le Mura quadrate del Palatino, che i suoi successori estesero ai Sette colli. Nel 270 d.C. l’imperatore Aureliano edifica la seconda cintura difensiva, lunga 19 km, senza peraltro fermare né i Vandali né i Goti. Sotto la pressione dei Saraceni i Papi fanno importanti restauri, e Leone IV costruisce la Cittadella del Vaticano. Nel 1527 l’architetto Antonio da Sangallo progetta la terza cerchia muraria, con i nuovi tratti bastionati Aventino e Ardeatino, e, dal 1633, la Cinta Gianicolense. Ma i francesi prima (1849) e i Bersaglieri poi (1870), dimostrano che questo glorioso sistema di difese è ormai obsoleto contro moderne artiglierie.

E così, appena 10 giorni dopo la proclamazione di Roma capitale – tra l’euforia per il sogno italiano realizzato e la paura che non durerà –, si insedia la Commissione per la Difesa generale, con il compito di costituire Roma «in una grande piazza di guerra, munita delle più potenti difese, e sottratta ad ogni qualunque pericolo di bombardamento, capace perciò della più ostinata e durevole resistenza». Già dalla riunione dell’11 luglio 1871 i burocrati piemontesi riprendono in mano il progetto francese del 1867, proposto invano a Pio IX, di edificare intorno Roma la quarta cerchia di mura. Questo progetto, con pochi adattamenti, diventa il Piano generale di difesa di Roma, che lo storico militare Michele Carcani così racconta:

 

La Commissione, penetrandosi dell’importanza eccezionale che la conservazione di Roma riveste per l’Italia, e penetrandosi ad un tempo dei manifesti pericoli a cui per la sua vicinanza al mare questa Capitale tròvasi esposta, ha riconosciuto l’assoluta indispensabilità di difendere colla più efficace energia l’accesso a qualunque avversario, […con] lo scopo di coprire e difendere la Capitale da un colpo di mano che un nemico, di noi più potente sul mare, potesse tentare, mediante uno sbarco sopra uno dei tanti punti indifesi e di facile approdo del Litorale Tirreno.

 

Non si tratta propriamente di una cintura muraria come lo erano le precedenti, ma di un poligono di trincee scavate nel terreno, che a distanze regolari presentano strutture difensive del tutto nuove per l’epoca – i “forti corazzati” – e una cittadella militare a Monte Mario. Il progetto prevede 7 forti corazzati “di primo ordine” sul fronte marino (Monte Mario, Casale Braschi, Boccea, Aurelio, Troiani-Bravetta, Portuense, Appio) e 16 “di secondo ordine” nel versante interno. Il progetto è curato per l’aspetto architettonico da Luigi Garavaglia, mentre il Ministero della Guerra e la Direzione del Genio militare di Roma curano gli aspetti militari e realizzativi. Ma le buone intenzioni e il Piano generale di difesa, dal costo stimato di 42 milioni di lire, si arenano subito dopo, di fronte alla freddezza del Parlamento. La Legge per le spese militari di fine 1871, , non stanzia fondi per le difese di Roma.

Nel 1873 la Commissione ci riprova, ed elabora il nuovo «Progetto in economia», che prevede 10 o 12 forti da fare subito e tutto il resto rimandato a tempi migliori. Occorrono soltanto 10 milioni di lire, ma anche questo progetto non viene finanziato. Passano due anni, siamo nel 1875, e anche il Progetto in economia viene accantonato, in favore del «Progetto di fortificazioni mobili». Si tratta di materiali trasportabili, da montare all’occorreza direttamente sul teatro delle operazioni belliche non appena avuto notizia di uno sbarco dal mare. Il finanziamento questa volta arriva, con la legge sui «Mezzi per approvvigionarsi di materiale del genio e di artiglieria», ma il Campo trincerato, in questo gioco al ribasso, in pratica non esiste più. E per beffa neanche il Progetto di fortificazioni mobili viene reso esecutivo. Ci vorrà la crisi diplomatica Italia-Francia del 1876, e la notizia che i francesi stavano per sbarcare per davvero, a sbloccare la situazione.

Al Forte si accede da un sentiero moderno, al civico 545 di Via Portuense. Percorrendolo, rievochiamo per cenni le circostanze che portarono alla sua edificazione.

E intanto siamo arrivati all’ingresso monumentale del forte. Il vialetto che abbiamo percorso termina con una moderna rampa in acciaio, che sostituisce l’originario ponte levatoio in legno. Per la precisione, i pilastri in ghisa che reggevano il ponte oggi esistono ancora, ma al posto del ponte mobile c’è una soletta in cemento armato fissa. In origine il ponte si componeva di due parti: una parte fissa chiamata «dormiente» e una apribile, il «levatoio».

L’ingresso, chiamato anche «Garitta monumentale», è costituito da due elementi architettonici: l’impalcato a prova di bomba (un telaio in calcestruzzo e riporti di terra, solidale con la roccia di tufo che si trova dietro), e il portone corazzato vero e proprio, in ferro. L’impalcato presenta elementi decorativi – le lesene, l’architrave, i rivestimenti bugnati -: la particolarità però è che essi hanno una mera funzione estetica e nessuno di essi è strutturale. La ricercatice Francesca Ritucci, nel suo bel lavoro sul Forte, giustifica la cosa così: «Quello che vediamo è un lungo muro di cinta sempre uguale a se stesso fino al momento in cui, in prossimità delle porte, il progettista sente l’esigenza di una nobilitazione, il bisogno di collegarsi alla Storia, abbandonando la mera funzione cui è relegato un muro. Ed è nel portone d’ingresso che si nota l’incredibile scollamento tra due memorie e due modi di progettare, è qui che l’architetto ricorre al lessico avuto in eredità dal Rinascimento, riprendendolo al punto in cui lo hanno lasciato i Sangallo e Leonardo».

All’interno dell’impalcato è montata la porta corazzata in ferro, restaurata a metà anni Duemila e depurata dalla ruggine. Le condizioni del portone erano in effetti precarie. Una pagina de Il Tempo del lontano 1961, già lanciava l’allarme: «Un misero resto di garitta espone al vento e alla pioggia un superstite scheletro di ferro, con qualche brandello di cemento ancora aggrappato di qua e di là».

Nel 2006 il portale è stato anche «riarmato»: sono state cioè rimontate sull’architrave le insegne militari ritrovate nel magazzino, con il nodo sabauda e il motto «FERT» («Fortitudo Eius Rhodum Tenuit», la forza di Casa Savoia difese i Cavalieri crociati). È stato correttamente osservato che la presenza di insegne, secondo le consuetudini militari, indica che il forte è in attività: il Forte invece non ha più alcuna funzione militare: si tratta insomma di un falso storico.

Varcata la porta corazzata ci ritroviamo in un androne a pianta rettangolare, con volta a botte, affiancato da quattro ambienti funzionali: la stanza dell’ufficiale di guardia, la stanza del corpo di guardia, l’ascensore delle polveri (provenienti dalla polveriera al piano inferiore) e infine il piccolo deposito di polveri per la difesa di prossimità. I due ambienti vicini all’ingresso sono dotati di feritoie, per la «difesa di prossimità»: erano in grado di sparare in tiro frontale, in caso di attacco da distanza ravvicinata.

Ci ritroviamo quindi ad un crociccio voltato, un incrocio tagliato in lungo dalla «Grande galleria anulare», che è una strada carrabile interamente sotterranea con volte a botte che percorre l’intero perimetro del Forte. Svoltiamo a sinistra e entriamo nella galleria, alla luce delle torce elettriche. Se qualcuno dovesse perdersi, in questi ambienti sotterranei, è sufficiente continuare a camminare lungo la galleria anulare: prima o poi ritornerà all’ingresso.

Mentre percorriamo il primo quarto di galleria riprendiamo il racconto della costruzione dei forti, interrotto al momento in cui, dopo cinque anni di infruttuosi dibattiti, è tutto fermo al punto di partenza. Nel 1876 un improvviso «terremoto politico» riapre la partita.

Le elezioni parlamentari del 1876 rompono tutti gli equilibri tradizionali: la Destra storica – espressione dell’aristocrazia conservatrice, legata a filo doppio alle masse rurali e proletarie di città – esce sconfitta dallo schieramento emergente di Sinistra di Agostino Depretis – espressione della borghesia urbana -. Per la prima volta l’aristocrazia che aveva voluto l’Italia unita è fuori dal governo. E il fatto è inedito e destabilizzante. La Francia intende approfittarne, e la spedizione navale su Roma comincia a prepararla per davvero.

Gli informatori avvertono Depretis che l’anziano ma non rassegnato Pio IX è pronto, per la terza volta, a salire sul trono di Roma. Ma Depretis non ha paura di Pio IX, ha paura della plebe di Roma, fumantina per definizione e in gran parte ancora favorevole al Papa Re e ostile ai Savoia, che potrebbe saldarsi a un esercito straniero e fare scacco matto: Il vecchio Piano generale di difesa del 1871 è ciò che fa al caso suo: tiene separate masse urbane e stranieri in armi. E soprattutto Depretis, non facendo nulla per tenere segreta ai Francesi la sua intenzione di fortificare Roma secondo schemi militari anch’essi francesi, gioca una sottile arma psicologica: «Francesi, se sbarcate a Roma troverete ad attendervi le vostre stesse tecnologie militari». In un testo ad ampia tiratura lo studioso Michele Carcani sbandiera ai quattro venti le caratteristiche militari del Campo trincerato e la sua funzione. Con enfasi risorgimentale, scrive: «Un nuovo aggressore, da qualunque parte si avvicinasse, troverebbe oggi non quelle sole mura che seppero resistere ad Alarico, Genserico, Vitige e a quanti altri barbari antichi e moderni […] si attentarono di violare il sacro ruolo della eterna Città».

Depretis trova in Parlamento le risorse finanziarie e il piano operativo è già pronto a inizio 1877: prevede 10 forti e 4 batterie. E il Re, per dare maggior celerità al tutto, con il decreto del 12 agosto 1877, «Costruzione di fortificazioni a difesa di Roma», autorizza da subito la cittadella di Montemario e i primi 6 forti: Portuense, Troiani (oggi Bravetta), Aurelio, Boccea, Braschi e, sul versante interno, Forte Appio.

Il progetto di massima è compilato dal generale del genio Giovanni Battista Bruzzo, allora comandante della Divisione militare territoriale di Roma, con l’approvazione del ministro della Guerra, generale Mezzacapo. Il progetto prevede «opere permanenti in muro e terra» secondo il modello tedesco o prussiano, collegate da una linea poligonale di trincee lunga 40 km. I forti sono disposti «a cavaliere delle strade e degli sbocchi principali che dominano le più importanti vallate». Le «località più acconce» vengono scelte sulla corona di colli intorno Roma, con distanza reciproca fra ogni forte di 2-3 km nel settore rivolto al mare (è maggiore nel versante interno), mentre la distanza tra ogni forte e le mura urbane è di 3-4 km.

I lavori iniziano con febbrile attività nell’ottobre 1877, sotto la direzione del progettista Luigi Garavaglia. Non disponiamo di relazioni sull’andamento dei lavori, condotti del resto con determinata celerità. La ricercatrice Francesca Ritucci, che si è cimentata nella loro ricerca nell’archivio ISCAG, ha così annotato: «I lavori per la costruzione dei forti […] furono condotti con una certa urgenza e uniforimità. Non era rilevante documentare quale architetto o ingegnere, o quali e quanti operai fossero impiegati nei lavori di costruzione; elaborare rapporti che documentassero le fasi tecniche e progettuali, grafiche ed eventualmente fotografiche. Nulla di tutto questo è stato possibile rintracciare, tranne i disegni originali elaborati per lo studio delle piante e delle sezioni delle murature».

Si procede rapidamente, dunque, senza una specifica autorizzazione per ogni singola opera: il ministro della Guerra, ottenuta dal Consiglio di Stato l’autorizzazione complessiva, ottenuto il nulla osta dell’ufficiale preposto al singolo progetto, dava corso ai lavori. Il controllo sui lavori è operato da una commissione speciale, di cui fanno parte il generale Bruzzo, due comandanti territoriali del Genio dell’Artiglieria, il direttore del Genio militare di Roma e i singoli capitani del Genio cui è affidata la progettazione del singolo forte.

La commissione adotta un modo di procedere abbastanza uniforme: effettua un primo sopralluogo nella località prescelta; seguono delle riunioni per stabilire la conformazione della struttura secondo le condizioni del terreno e gli adattamenti necessari con sbancamenti e riporti di terra, che si concludono con un progetto di massima; a questo punto i genieri appongono sul posto dei picchetti in legno e corda che delimitano il tracciato del forte, e la Commissione effettua il secondo sopralluogo; a questa fase seguono nuove riunioni, nelle quali si elaborano ulteriori modifiche, che si concludono con la redazione di un progetto definitivo. L’ultimo passaggio è la firma per approvazione del Ministro della guerra, che in alcuni casi visita di persona l’area del cantiere.

Abbiamo percorso intanto, alla luce delle torce, un quarto della galleria anulare. Inteersechiamo i vani scale che ci conducono, due piani sopra, ai piani di batteria. E intersechiamo anche il curioso ambiente delle latrine di terza classe: si tratta di un ambiente comunitario, destinato alla truppa, dotato di una fossa settica ma privo di un impianto fognante. Al termine ritroviamo, improvvisa, la luce naturale, che irrompe diretta dalla piazza interna.

La piazza d’armi prende il nome dalla sua funzione: le esercitazioni militari e le adunanze. Chiamata anche «spianata», spiazzo interno o cortile, misura circa mezzo ettaro e ha l’aspetto di una «conca allungata», con la caratteristica di trovarsi incassata a cielo aperto 8 m al di sotto del piano di campagna.

Vale la pena ricordare che abili accorgimenti costruttivi riescono a portare la luce naturale in gran parte degli ambienti (e i cunicoli di aereazione assicurano ovunque il ricircolo dell’aria), ma il Forte è un’opera ipogea, e in gran parte non è un’opera di costruzione, ma di scavo, traforo e modellamento. La differenza tra un «castrum» (un castello) e un forte è che per costruire un castello si sceglie un’altura prominente e vi si «costruiscno» mura, torrioni e tutti gli spazi per la vita della comunità e della guarnigione; per un forte invece il procedimento è inverso e bisogna «scavare»: l’altura prominente viene modellata, spianata, traforata, affinché da fuori nulla sia visibile della macchina da guerra che dorme nella pancia della terra. In un castello ci sono «tanti muri»: in un forte i muri sono i fianchi in tufo di «cappellaccio romano» della collina, che costituiscono le mura naturali in grado di resistere a un intenso cannoneggiamento.

Dalla piazza d’armi lanciamo dunque lo sguardo verso il cielo, 8 m più in alto, e immaginiamo lì la sommità della collina, oggi non più esistente perché spianata dal lavoro del corpo zappatori del Genio. Questa altura aveva in origine il nome di Collina degli Irlandesi, in memoria del Collegio Irlandese, che viene distrutto per far posto al forte. La collina è il punto orografico più alto del quartiere Portuense: se non vi fossero i palazzoni moderni godrebbe oggi di un panorama eccezionale: interseca a valle la Via Portuense, controlla a vista sull’altro versante la valle del Tevere alla Magliana, vede a 3,5 km di distanza il Bastione di Porta Portese, e infine traguarda sulla destra il fianco sinistro del vicino Forte Bravetta.

La studiosa Ritucci ha rinvenuto qualche notizia costruttiva della piazza d’armi. Nell’estate 1877 la commissione militare ispezionò la collina degli Irlandesi per una prima ricognizione e dispose profondi modellamenti: lo sbancamento della sommità e lo scavo di una piazza poligonale sotto il piano di sbancamento, e la formazione con i materiali di riporto di una cintura di spalto artificiale scarpata in direzione dell’odierno vicolo di Forte Portuense, e dispone infine la deviazione a valle di Via Portuense, come ostacolo ad un’eventuale avanzata nemica. La commissione tornò sulla collina una seconda volta, a distanza di pochi giorni, e in seguito il progetto venne approvato dal ministro della Guerra, generale Luigi Mezzacapo. L’apertura del cantiere data al 12 novembre 1877, per opera della Divisione Materiale della Direzione del Genio militare. L’esecuzione dei lavori non incontra «nessun inconveniente» e il 7 febbraio 1878 il generale Enrico Cosenz, ex comandante della Divisione militare di Roma, può già scrivere al ministro della Guerra per invitarlo a visionare i lavori: «Signor Generale, ho ricevuto i suoi due biglietti […]. Io desidererei che Ella vedesse i forti Portuense e Troiani e sono sempre a sue disposizioni. Queste gite lungi dall’essere un disturbo per me, mi sono invece molto utili». A fine opere il forte avrà un costo di 733.000 lire: rispetto ai forti successivi sarà un esempio di parsimonia.

Facciamo adesso silenzio. La piazza, incassata nella solida roccia, presenta un’acustica straordinaria: nessun rumore dalla Via Portuense raggiunge la piazza, né il rumore degli spettacoli che spesso si realizzano in piazza d’armi in estate disturbano le notti del quartiere. Non c’è più nessun legame con la città al di fuori. In effetti, all’interno di un forte militare non c’è biogno di relazionarsi con l’esterno, o individuare i punti cardinali, perché in un forte i punti di riferimento sono soltanto due: il «fronte di fuoco» è l’asse da dove può arrivare un attacco nemico (è detto anche «fronte marino», perché si immaginava che il nemico sbarcasse dal mare) e la mura del fronte di fuoco sono possenti e pensate per resistere al cannoneggiamento; e il «fronte di gola» (o «fronte di città»), da cui non ci si attendono i nemici ma i rinforzi, caratterizzato da strutture sono meno robuste che presentano persino qualche concessione estetica.

Per questo i due lati della piazza sono così diversi fra di loro: la scarpa rivolta al fronte di fuoco è inclinata e inerbita, fatta di terra viva per assorbire i colpi delle artiglierie nemiche; il lato che guarda la città è caratterizzato invece da ordinati prospetti verticali in muratura. Le serie di arcate presentano elementi decorativi di grande compostezza, con marcapiani in travertino, laterizi fini di colore ocra e rosso, e le gronde in ghisa (i c.d. «doccioni») per il drenaggio delle acque verso una cisterna sotterranea, il cui ingresso è ancora oggi visibile. Poco distante, in galleria, è anche presente un pozzo con rubinetteria collegato alla cisterna. Vi era, su tutta la piazza, un impianto di illuminazione elettrica in rame a doppio binario, con elementi di raccordo in porcellana, che permetteva l’addestramento notturno. La piazza parzialmente coperta con un pavé in sampietrino.

Va riportata qui la voce popolare, emersa in pubblici incontri all’inizio degli Anni Duemila, in cui più testimoni hanno raccontato di esecuzioni sommarie di dissidenti politici, avvenute nella piazza d’armi. Le memorie riportano che, di tanto in tanto, nel quartiere Portuense si siano udite gragnuole isolate di colpi di fucile, seguite da assordanti silenzi: ben diverse dai colpi delle esercitazioni. Peraltro ai civili era precluso l’accesso al forte, e i mattinali della Questura non offrono riscontri. Si è propensi quindi a pensare che la memoria degli anziani abbia confuso Forte Portuense con il vicino Forte Bravetta, luogo tristemente deputato dal regime fascista a questa funzione. Ad oggi, non è possibile né affermare né smentire questa circostanza: l’argomento merita un’indagine approfondita.

Tra le voci contrarie al Campo trincerato di Roma vi fu quella lucida e autorevole di Giuseppe Garibaldi, «eroe dei due mondi».

Il condottiere esprime le sue posizioni in una corrispondenza datata fra marzo e agosto 1877 con il direttore della «Gazzetta di Roma», la cui riscoperta si deve alla ricercatrice Ritucci. La prosa di Garibaldi è gradevolissima, in uno stile immediato che unisce l’enfasi risorgimentale con la schiettezza e l’ironia di chi la sa lunga.

Uno dei primi scritti, intitolato «Fortificazioni di Roma» e datato 20 marzo 1877, così conclude: «Speriamo che questi milioni non servano soltanto a ingrassare gli appaltatori e i generali! Sono le loro borse che vengono le più volte fortificate!».

Ma il talento di Garibaldi è nel raggiungere le corde del cuore, infervorare gli animi: Garibaldi è uno che sa partire in mille e ritornare con in mano una Nazione. Il 16 agosto scrive: «La Patria non vive dietro i muniti castelli! Essa vive nel petto dei cittadini! Coteste parole vorrei le meditassero Depretis e Mezzacapo, nel loro poco serio progetto di fortificar Roma! Roma ha bisogno d’esser abbellita, preservata dalle inondazioni, non attorniata da fossi, che sono una sèntina di febbri!». Non mancano le argomentazioni. La critica principale è che il Campo trincerato non ferma i bombardamenti a lunga gittata: «Ricordatevi – scrive il generale – quanto hanno resistito le fortificazioni di Parigi, Silistria, Rustsciuk e Nicopoli!». E poi c’è il fattore-tempo: «A eriger fortificazioni occorre troppo, possono scoppiare dieci guerre prima che esse siano compiute!». Garibaldi osserva infine che non serve fortificare l’intera città; è sufficiente fortificare una cittadella ristretta «tra Vaticano, Gianicolo, Aventino, Palatino, Campidoglio, Esquilino e Pincio», senza costruire molto di nuovo, ma semplicemente rimodernando le vecchie Mura pontificie con l’aggiunta di una moderna piazzaforte a Monte Mario.

Ma man mano che la corrispondenza va avanti, Garibaldi getta sul tavolo la sua proposta, radicalmente alternativa: abbandonare l’idea dei forti e impiegare i fondi per armare una Guardia nazionale con fucili di ultima generazione, i temibili «chassepots a retrocarica». Garibaldi gli chassepots li conosce bene: è con gli chassepots che i Francesi gli hanno dato una sonora batosta nel 1866, a Mentana. La chiave, dice Garibaldi, è nell’innovazione tecnologica. Con la retrocarica cambia il modo di fare la guerra: il bossolo non viene più introdotto da davanti (dalla «bocca della canna»), ma dalla parte posteriore (la «culatta»); quando il «cane» colpisce il bossolo liberando la carica, l’otturatore si apre automaticamente, espellendo il bossolo vuoto e preparandosi ad accoglierne immediatamente uno nuovo. Questa rivoluzione tecnologica fa passare dai 3 o 4 colpi-minuto tradizionali a 10. In poche parole un fuciliere con chassepots vale tre moschettieri tradizionali; la potenza di fuoco triplica. Leggiamo la prosa diretta di Garibaldi, in una lettera del 18 agosto: «Tutti converranno che le migliori fortificazioni di Roma sono i petti de’ suoi cittadini. Ebbene, non si è ancora armata la Guardia nazionale di Roma di fucili a retrocarica! Si avrà bel spendere per alzare fortificazioni, saranno denari buttati! Le vedremo cadere in mano al nemico senza contrasto».

Neanche a dirlo, appena Garibaldi scopre le carte con l’idea di armare la Guardia nazionale, trova l’immediata e ferma opposizione di Agostino Depretis, inorridito alla sola idea di armare le masse di Roma. Le posizioni di Depretis e Garibaldi sono troppo diverse per trovare una sintesi. Mentre Garibaldi scrive, la decisione di costruire i forti è già presa.

Poco importa ricordare che la Storia ha dato ragione a Depretis: la Francia, impressionata dal gran baccano intorno ai forti militari di Roma, finì per credere che gli Italiani stavano facendo sul serio. E rinunciò ai progetti di invasione.

Dalla piazza d’armi entriamo dentro la caserma, costituita da una decina di stanzoni con le volte a botte. Negli stanzoni – come in una colonia estiva – si trovavano allineate le brande, in grado di ospitare una truppa di 700 fanti e artiglieri. Ma la caserma, va detto subito, per la maggior parte del tempo era vuota. Scrive Carcani: «All’interno si troverà solo un limitato presidio, in massima parte composto di milizie mobili e territoriali, per opporsi almeno fino all’arrivo di un esercito di soccorso». Era all’esercito di soccorso che era destinata la casema, mentre nel forte alloggiavano stabilmente quelle poche truppe necessarie per assicurare tre-quattro ore di resistenza immediata, il tempo necessario per l’arrivo della guarnigione residente delle truppe di soccorso, che alloggiavano in tempo di pace nella città militare in Prati. Al segnale di allarme le truppe di soccorso venivano messe in marcia, a piedi, verso il forte interessato dall’attacco nemico. E la potente macchina da guerra sotterranea, in meno di mezza giornata, si risvegliava.

I locali della caserma, che prendono il nome militare di “quartiere d’armi”, si trovano due piani sotto il piano di campagna (-8 m) e ricevono luce naturale dalla piazza d’armi. La caserma si estende per complessivi 2500 metri quadri, sulla forma di un rettangolo allungato, in cui si succedono ordinatamente le serie prospettiche delle camerate, una dietro l’altra, denominate «ricoveri». Gli ambienti non sono intonacati e presentano a vista murature in tufo e selce, con volte in calcestruzzo e mattoni cotti.

Due lunghi corridoi longitudinali permettono, attraverso una serie di archi, la comunicazione tra gli ambienti. I corridoi si caratterizzano per le prospettive dai lontanissimi punti di fuga, in cui le arcate costituiscono un elemento ripetitivo modulare.

Alle due estremità del quartiere d’armi sono presenti due “ridotte”, cioè locali di «ultima resistenza» in cui poter proseguire a combattere anche qualora il nemico fosse penetrato all’interno del forte. A fianco si trovano due locali per il confezionamento polveri, con piccoli forni. In questi locali è ancora visibile l’impianto di illuminazione elettrica.

La casamatta è un locale fortificato a prova di bomba, che prende il nome da casa marzia (cioè casa di Marte, il dio delle armi): è il luogo dove si concentra la maggior potenza di fuoco. In caso di attacco diretto la Casamatta diventa il cuore militare del forte.

Si trova sul fronte di fuoco (quello principale, orientato verso il mare, quello più esposto ad un attacco nemico), in posizione centrale, sporgente rispetto al Forte.

Il fronte di fuoco misura 180 metri ed è costituito da due facce angolate con al vertice la casamatta e ai due estremi due altre strutture fortificate che vedremo a breve, le mezzecaponiere.

Internamente alla casamatta si distinguono varie parti funzionali. La parte esposta al nemico è chiamata cannoniera: ha finestre svasate, per permettere il bordeggio delle artiglierie. Accanto alla cannoniera vi sono due ampie finestre affacciate sul fossato: esse consentono il tiro in infilata sulla linea di nemici, nel caso tentino un attacco lungo il fossato.

In posizione arretrata la casamatta ha alcune riservette, contenenti munizioni per alcune ore di fuoco ininterrotto, per «opporsi al nemico fino all’arrivo di un esercito di soccorso» (Carcani). A fianco sono stanzini fortificati (per l’ultima difesa) e sortite (o portine o posterle) sul piano del fossato (per le azioni di risposta). Le funzioni delle sortite sono numerose: si tratta di piccole porte in posizione riparata e recondita, che consentono la comunicazione rapida fra interno ed esterno, offrono un accesso secondario quando il portone principale è sotto attacco, consentono la sortita dei difensori per un attacco di sorpresa, e in caso sia necessaria l’evacuazione, funzionano da uscita di soccorso.

La Casamatta è direttamente collegata alla piazza d’armi mediante un piano inclinato: si tratta di una galleria a scorrimento veloce, lungo la quale è possibile, in caso di attacco, portare pezzi di artiglieria su ruote in casamatta, sfruttando la pendenza naturale della galleria.

Se la funzione della Casamatta centrale è presidiare le due facce angolate del fronte di fuoco, il compito di presidiare le due piccole facce laterali del forte è affidata a due piccole fortificazioni angolari, chiamate mezze caponiere, poste agli angoli tra il fronte di fuoco e i due fronti laterali e destinate a battere il fossato con armi da fuoco in infilata.

Esse sono simili per struttura alla casamatta centrale, con la differenza che la cannoniera è orientata, anziché al bordeggio, al brandeggio, cioè lo spostamento della bocca da fuoco sull’asse orizzontale. Sulle cortine delle mezze caponiere si aprono delle caditoie (condotte inclinate per il lancio di bombe a mano contro gli attaccanti nel fossato).

Cunicolo armato. Corridoio difeso da postazioni di tiro scavate nelle pareti.

Svolta a baionetta. Corridoio con due curve contrapposte, usato per evitare l’infilata dei colpi d’arma avversari.

Nel 1881 Forte Portuense è ormai completo: la collina degli Irlandesi non c’è più e al suo posto c’è una “tartaruga corazzata” da cui sporgono solo la casamatta frontale, le lunette laterali e la caponiera. La geometria complessiva disegna una articolata figura geometrica – un pentagono schiacciato e asimmetrico – che nel gergo militare ha il nome di “trapezio alla prussiana”.

Già dal 1879 intanto il generale Bruzzo, divenuto Ministro della Guerra, ha trovato i fondi per i nuovi forti Ardeatino, Casilino, Prenestino, Tiburtino e Pietralata, commissionati al nuovo progettista Luigi Durand de La Penne. In seguito si aggiungono altri tre forti – Antemne, Trionfale e Ostiense – e quattro batterie di raccordo: Tevere, Acqua Santa (Appia Pignatelli), Porta Furba e Nomentana. Nel 1884 dunque, con il costo complessivo di 23 milioni di lire, lo scavo della cerchia trincerata può dirsi completato. E già, purtroppo, fatalmente inadeguato. Il limite principale è dato dalla rapida obsolescenza delle strutture, mentre le tecniche militari sono in continua evoluzione. La forza principale, tuttavia, è che i Francesi questo non lo sanno, e si attendono, in un ipotetico sbarco sulle coste romane, di trovare forti corazzati di livello tecnologico uguale o persino superiore al loro. E così i Francesi a Roma non sbarcarono mai: la sottile psicologia di Depretis aveva “imbrogliato” gli strateghi francesi. Il “genio” italico consiste forse anche in questo: se proprio non puoi vincere una guerra, almeno evitala con l’astuzia.

Il venir meno del rischio di uno sbarco dal mare fa sì che i forti, appena completati, vengono abbandonati poco dopo. E per una settantina d’anni a seguire di Forte Portuense stanzialmente non si sentirà parlare. L’ultima notizia di stampa risale al 23 aprile 1891, quando si verifica l’accidentale esplosione della Polveriera esterna. Fu un grande botto, che tenne occupate le cronache nazionali per diversi giorni. Ne parliamo in una monografia apposita, dedicata alla Polveriera.

Eppure la ricercatrice Francesca Ritucci qualche notizia negli archivi militari è riuscita a trovarla. Da un carteggio del 1920 si evince che il Forte è ancora armato di artiglierie ed è sede di comando militare, anche se il carteggio parla di tutt’altro: un terribile “pecoraio locale”, che si rifiuta di pagare l’«affitto dell’erba come pascipascolo del terreno annesso al Forte Portuense», tiene in scacco gli uffici della Direzione del Genio con un’interminabile trattativa. In una missiva del 25 novembre 1920 si legge che «L’Ufficio tecnico di Finanza, dopo aver effettuato un sopralluogo, ha stabilito finalmente il relativo canone d’affitto in £. 290 per l’erba invernale e maggenga, per una superficie totale di circa 1 ettaro». Ed è tutto: non sappiamo nemmeno se il pecoraio l’affitto l’abbia mai pagato o no. Una ventina di anni dopo un’altra relazione erariale lascia capire però che il pecoraio è andato altrove: «La vegetazione è molto scarsa, anche perché il terreno stesso si presenta molto arido, e sul luogo non risulta essere un sufficiente quantitativo di acque che permetta una regolare irrigazione».

Alla fine degli Anni Trenta, su un terreno contiguo al forte, viene intanto edificata la caserma della Milizia fascista. Nessun documento del Genio ne fa cenno, per evidenti ragioni di riservatezza, ma sappiamo da fonti orali che tra Granatieri del forte e Camice nere della Casa del Fascio non corre buon sangue: i primi fedeli al Re, i secondi al Duce. Un altro aneddoto popolare vuole che i Tedeschi, quando il 10 settembre 1943 bussano alla porta di Forte Portuense per prenderne possesso, abbiano trovato un unico fante di presidio, che, non potendo opporre resistenza, li fece entrare lasciandosi disarmare senza spargimento di sangue: «Entrate, e cercate di non farvi troppo male», pare che abbia detto, alludendo già allora alle non buone condizioni di conservazione del forte. Diversa però è la versione contenuta in una relazione erariale redatta subito dopo la Liberazione, che imputa ai Tedeschi ingenti devastazioni:

 

Tutte le costruzioni e manufatti risultano in cattive condizioni generali. Anzi, alcune di esse nonché varie riservette, risultano danneggiate dalla devastazione operata dai Tedeschi all’atto di abbandonare la Capitale. Le riservette e i locali presentano molte manchevolezze, tra le quali la più importante è determinata dal disfacimento dei pavimenti, oltre alla mancanza di numerosi vetri e le avarie agli infissi di porte e finestre, cancelli, intonaci. Infine risultano danneggiati gli impianti elettrici e idraulici.

 

Un’altra relazione del 1945 ddescrive la campagna intorno al forte, citando la presenza di altri edifici: «Circa 1 ettaro è coperto dalle costruzioni utilizzate in parte per uso abitazioni, in parte per uso archivio del Ministero della Guerra». Il resto risulta invece inedificato: «Un ettaro e mezzo circa di terreno […] costituisce una striscia per il fossato e le strade che delimitano la proprietà demaniale militare».

Nel 1956 il forte viene esonerato dai compiti militari e declassato a semplice “deposito materiali”. Il forte non è più sede di comando: vengono tolte le insegne militari (le “armi”) dal portone corazzato.

La presenza di un corpo centrale, il Traversone, conferisce alla piazza una forma ad U, con uno dei due bracci molto largo (la piazza vera e propria, idonea per le esercitazioni) e un ramo di minori dimensioni (che in realtà è un corridoio di passaggio).

Il lato corto è uno stretto spazio di passaggio, la cui parete di scarpa è inclinata e occupata oggi come in origine da vegetazione e da una rampa di accesso agli spalti del piano superiore.

Il corpo centrale della piazza d’armi, denominato Traversa o Traversone, è una costruzione in muratura, la cui funzione militare era ostacolare la penetrazione nemica all’interno del Forte. In caso di attacco con penetrazione fulminea di forze nemiche all’interno del forte, il Traversone costituiva un ostacolo interno e impediva il tiro d’infilata nelle camerate di fanteria, che potevano così avere il tepo di reagire in armi. Si tratta di una serie longitudinale di piccoli camerini e stanze, le cui funzioni erano: il Comando in tempo di pace, la stanza dell’Ufficiale medico, l’infermeria, la Farmacia, una latrina e alcune riservette di munizionamento. Il Traversone è coperto da terreno inerbito ed è quindi a prova di bomba, anche se la copertura è meno robusta di quelle sopra il Quartiere d’Armi. Il traversone è attaccato all’androne d’ingresso tramite un grande camerone, adibito in origine a Cucina e Vivanderia. Il paramento murario è realizzato in cotto, mentre le cornici delle aperture sono in travertino, sovrastate da piattabande ad arco ribassato, con conci che si dipartono a raggiera. In alto il cornicione in travertino e la balaustra sono le ultime strutture del muro di scarpa prima del terrapieno.

L’esonero militare spiana la strada al Piano Regolatore generale del 1962, che prevede l’edificazione di edifici civili lungo le cosiddette «linee di tiro» – cioè quelle porzioni lineari di terreno che uniscono il tiro delle artiglierie di Forte Portuense con i due forti vicini –: ad ovest sarà possibile l’edificazione del nuovo quartiere di Casetta Mattei; ad est della zona di Villa Bonelli. In pratica la «città densa» raggiunge e ingloba Forte Portuense. Il forte, un tempo unità di misura della campagna circostante, viene inghiottito e scompare nella città. Questa interessante analisi appartiene alla studiosa Ritucci, che così scrive: «Questo contenitore, un tempo isolato, diventa contenuto del tessuto urbano circostante».

Dal quartiere d’armi, attraverso scale elicoidali poste in fondo alle camerate, si accede attraverso il terrapieno antibomba ai due livelli di piani superiori. Il primo livello è ancora ipogeo (gli ambienti sono privi di luce naturale; si tratta piccoli depositi, che all’occorrenza potevano diventare delle ridotte), mentre il secondo livello, poco al di sotto del piano di campagna, è costituito da camminamenti e osservatori che davano accesso alle postazioni superiori dei piani di batteria.

Nonostante la fitta vegetazione, le batterie meritano un rapido affaccio. Si tratta di postazioni in piattaforma a cielo aperto per il tiro delle artiglierie, intervallate da elementi di separazione disposti perpendicolarmente al parapetto, che servivano a proteggere dai tiri d’infilata. Nel piano di batteria è ancora oggi visibile un camminamento, protetto da parapetto, che serve come percorso di comunicazione, e serviva anche alle sentinelle per il giro di ronda.

Il Forte era completamente armato fino alla Prima guerra mondiale, quando una buona parte dei cannoni venne distaccato sul fronte del Carso (e a quanto sembrerebbe non fu mai riconsegnata). Si trattava di artiglierie di piccolo calibro (21-100 mm), medio (101-210) o grosso (superiori). Erano presenti sia mortai che obici (artiglierie con rapporto tra lunghezza della canna e calibro inferiore a 22) sia cannoni (lunghezze della canna superiori).

Sul piano delle batterie sono inoltre riconoscibili delle torrette in muratura per l’osservazione. Si conosce l’esistenza, senza che sia possibile individuarne i resti, di un telegrafo ottico. Si trattava di un mezzo di comunicazione in grado di porre in contatto un forte con quello vicino, e quindi, forniva un «sistema di rimbalzo» delle comunicazioni in grado di collegare tutti i forti di Roma. Si trattava di un congegno di riflessione su specchi: le riflessioni brevi (punti) e quelle lunghe (linee) componevano segnali convenzionali in alfabeto morse.

Il telegrafo ottico ci dà modo di ricordare gli altri due forti vicini, e precisamente Forte Bravetta (2 km a nord) e Forte Ostiense (2 km a sud). Con il Forte Bravetta c’era un efficiente «sistema di traguado» (l’uno copriva le spalle all’altro), e i due forti insieme potevano agevolmente battere a fuoco o cannoneggiare le alture del Casaletto, di Affogalasio, di Monte delle Piche. Sul versante del Forte Ostiense c’era invece qualche punto cieco. In ogni caso, Ostiense e Portuense riuscivano a battere la Valle del Tevere, i Prati di Tor di Valle, i Monti del Truglio e le colline di Santa Passera. In questo modo Forte Portuense presidiava la ferrovia e lo snodo ferroviario retrostante di Trastevere. I piani di batteria, poggiati sullo spesso strato di roccia e terre di riporto che costituisce il terrapieno antibomba, terminano su un muro verticale di scarpa in laterizio.

Con l’esonero del 1956 e l’avanzare tutt’intorno della città il forte perde definitivamente la sua funzione militare.

Il successivo dibattito su una rifunzionalizzazione civile del forte ha una data di inizio precisa, ed è il 12 marzo 1961, quando l’allora ministro Giulio Andreotti, durante un comizio al Portuense, come riporta il quotidiano «Il Tempo», «prese formale impegno di cedere il Forte al Comune per l’attuazione di importanti opere di carattere pubblico e sociale». L’idea di Andreotti è semplice: trasferire il forte dal Demanio statale al Patrimonio comunale, destinando l’area ad uso della cittadinanza. Gli interventi legislativi seguono veloci. Il 31 marzo 1961 il Comune di Roma approva la Variante n. 115 bis al Piano regolatore generale, che declassa il forte da area militare a «Zona M3», che nel gergo degli urbanisti significa «servizi pubblici di quartiere», ovvero parco pubblico, campo sportivo, e terreni edificabili da destinare alla costruzione della scuola e della parrocchia.

Il quotidiano «Il Tempo» porta avanti una risoluta campagna di denuncia sullo stato di abbandono del forte, che trova il punto più forte in un articolo datato 9 novembre 1961: «Il mare di cemento e di mattoni del quartiere Portuense si è arrestato ai margini di una vasta area di circa quarantamila metri quadri, coperta da una vegetazione fitta e selvaggia, interrotta da profondi fossati e recintata tutto intorno da filo spinato. È il vecchio Forte Portuense, che forza ormai non ha più. E lo dimostra pietosamente un misero resto di garitta che espone al vento e alla pioggia un superstite scheletro di ferro con qualche brandello di cemento ancora aggrappato di qua e di là. C’è poi la casa del custode, impegnato strenuamente in opere bucoliche, e un certo numero di capannoni adibiti alla conservazione di registri e documenti vetusti… ». «Tutta l’area – denuncia il giornale – è di proprietà demaniale e in possesso dell’autorità militare. Non c’è il minimo segno però, che l’autorità militare sia disposta a lasciare effettivamente libero il capannone; documenti e registri potrebbero facilmente trovare una sede più funzionale altrove». Nel forte in effetti ci sono ancora le artiglierie e materiali vari, e il Demanio non sembra aver fretta di trasferirli. Passano così cinque anni.

Solo con una nota del 10 agosto 1966 la Direzione Generale del Genio dispone il trasferimento delle artiglierie: «Un’area disponibile e idonea all’installazione di capannoni per il ricovero del materiale attualmente ricoverato al Forte Portuense è stata individuata presso l’ex Stabilimento Innocenti Tor Sapienza». L’anno seguente, con una nota del 9 marzo 1967, il Ministero della Difesa autorizza la consegna provvisoria del forte al Comune di Roma.

In quell’anno la Difesa autorizza anche la parziale demolizione di una parte del forte, la lunetta con annesso terrapieno e parte del fossato a ridosso della Via Portuense che proprio nel 1877 era stata deviata a valle per creare un rallentamento artificiale a scopo difensivo. Da allora la «gobba» della Via Portuense, segata per permettere la rettificazione della via, prende il nomignolo popolare di «gobba di Andreotti», con irriverente accenno al carattere fisico del politico che aveva favorito l’operazione. La strada viene realizzata, e così anche la scuola e la chiesa, nei terreni intorno al forte.

Inizia a questo punto un braccio di ferro durato una ventina d’anni tra il Comune e le Belle Arti, che si oppongono alla destinazione del pregiato complesso monumentale a servizi pubblici di quartiere. Sulla questione interviene il Ministero dei Beni culturali, che, con un provvedimento del 13 luglio 1984 dichiara Forte Portuense «bene culturale» ai sensi della Legge 1089 del 1939, classificandolo nel Demanio indisponibile dello Stato, Ramo storico-artistico-archeologico. Il maggiore tra i vincoli di tutela, l’inalienabilità, sembra sbarrare definitivamente la strada al Comune per ogni tipo di intervento.

Nel frattempo è intervenuta una legge (la n. 390 del 1986) che mitiga questi vincoli e consente al Demanio di dare un bene culturale in concessione per un massimo di 19 anni ad un ente territoriale, come è ad esempio il Comune di Roma. Ma la legge pone anche dei limiti all’utilizzo del bene, che può essere impiegato solo per lo svolgimento dei compiti istituzionali dell’ente assegnatario. Siamo insomma ancora lontani dei servizi di quartiere. Il forte sarebbe stato, nella migliore delle ipotesi, una magnifica scatola vuota, o una sede istituzionale del Comune, incapace comunque di aprirsi al quartiere. È questo il motivo per cui passano ulteriori dieci anni, tra incontri e trattative infruttuose.

Una ragionevole proposta di mediazione emerge a metà Anni Novanta: essa prevede la consegna in concessione del Forte al Comune di Roma, che in cambio si impegna a garantire le risorse finanziarie per restaurare e rifunzionalizzare la struttura.

Intanto, nel 1996, si costituisce un’associazione, chiamata «Associazione Forte Portuense», che individua nella struttura fortificata la possibilità di promuovere attività artistiche, trasformandolo in un centro culturale polivalente.

L’associazione si propone come raggruppamento di organizzazioni che già si occupano di specifiche forme d’arte. Tra i soggetti promotori vi sono la Scuola materna di via degli Irlandesi, il Centro anziani Ciricillo, la Scuola popolare di musica di Testaccio, e le associazioni Assoraider (scout), Idonea (imprenditoria femmininile) e Ars RomaSedici.

Alla base della progettualità dell’associazione vi è l’idea che al Forte, che ha perduto la sua funzione originaria di strumento militare, occorre assegnarne una nuova, affinché non rappresenti più un luogo di degrado e si trasformi, per il quartiere, in una risorsa.

Sono trascorsi dieci anni da quando l’Associazione iniziò il suo impegno. Il percorso è stato lungo e tortuoso, ma ora sta per concludersi e già possiamo intravedere ampi spiragli verso la conquista del Forte Portuense da parte del popolo della pace, per un uso civile.

Con i suoi due piani abitabili e lunghi corridoi di congiunzione, il Forte Portuense rappresenta, potenzialmente, una struttura ideale per ospitare le sedi di alcune delle associazioni partecipanti, per organizzare mostre itineranti e temporanee e come spazio ginnico e ricreativo per le scuole.

Gli opportuni accorgimenti lo renderanno adatto ad ospitare avvenimenti significativi, come mostre annuali o temporali di arte, architettura ecc.

La piazza d’armi potrà ospitare uno spazio per concerti, teatro e cinema all’aperto.

Corsi di musica, ludoteca e laboratori artistici sale informatiche, bar, ristorante, video-caffè, e altro sono i contenuti che la nostra Associazione ha sempre sostenuto nella convinzione che la disponibilità di uno spazio non solo per usufruire ma anche per fare arte e cultura sia indispensabile per il benessere e per un sano equilibrio della società.

Il Forte Portuense può diventare un’attrazione per l’intera città, contribuendo così a riqualificare un quartiere sempre meno periferico, che era caratterizzato dalla scarsità di attività culturali. L’Associazione vede una tale struttura come parte integrante del piano più generale di sviluppo del Quadrante Ovest di Roma.

Le Attività programmate. Elenchiamo, in estrema sintesi, le attività che l’Associazione intende promuovere nella struttura del Forte Portuense, una volta ristrutturata.

Tutti i laboratori saranno caratterizzati da un’attenzione particolare alla prevenzione del disagio giovanile e all’integrazione multi-etnica, con riunioni periodiche dei vari

responsabili, incluso un esperto di psicologia dell’età evolutiva, per migliorare le dinamiche interrelazionali e le potenzialità espressive individuali.

1)    Musica: Scuola Popolare di Musica di Testaccio; corsi e lezioni aperte (previsti posti anche per un pubblico di uditori); corsi di strumento; corsi di musico-terapia; sede della Banda di Arvalia; sale prova; biblioteca e ricerca; banca dati musicisti; concerti.

2)    Artigianato: Associazione IDONEA mostre di artigianato; laboratori (ceramica, cucito, ricamo, tessitura, legno ecc.) per adulti e bambini.

3)    Attività per i giovani: Scout Assoraider attività scoutistiche (riunioni ecc.) attività all’aria aperta; organizzazione periodica di visite guidate e attività ludiche aperte ai cittadini.

4)    Attività artistiche: ARS ArteRomaSedici; laboratori di disegno, pittura, fotografia e ceramica artistica; mostre espositive delle produzioni interne ai laboratori organizzazione di eventi espositivi di artisti nazionali e internazionali; lezioni e seminari sull’uso del disegno e del colore; corsi di formazione per insegnanti sul disegno e la sua interpretazione; gruppi di disegnoterapia.

5)    Accoglienza socio-culturale; sportello per informazioni agli stranieri; corsi sull’uso della lingua italiana per stranieri.

6)    Cinema, ristoro, attività varie: Ristorazione Bar; Chiosco.

Si prevedono anche spazi comuni, in particolare una grande sala polivalente, probabilmente da costruire nella parte scoperta del Forte, per avvenimenti che richiamano un pubblico più numeroso: concerti, danza, spettacoli teatrali, rassegne cinematografiche.

Con questa gamma di attività, l’Associazione Culturale Forte Portuense conta di coinvolgere gli abitanti del quartiere, trasformando una struttura abbandonata e a rischio di degrado in una risorsa capace di produrre fermento culturale e nuova occupazione, sia diretta che indotta.

Il 17 dicembre 1996 la XV Circoscrizione di Roma vota una risoluzione (n. 100) «per l’utilizzazione pubblica e la valorizzazione dell’ex forte Portuense», chiedendo al Comune di acquisire il forte in concessione dal Demanio, offrendo in cambio la bonifica del verde e la realizzazione di un progetto architettonico e di valorizzazione. In questo percorso è significativo l’appoggio dei parlamentari locali, la deputata Giovanna Meandri e la senatrice Carla Rocchi.

Il 16 maggio 1997 il Comune approva la risoluzione della XV circoscrizione, e formula una memoria al Demanio. Il 13 ottobre 1997 il Demanio statale concede il forte in concessione.

La concessione si perfeziona solo nel maggio 1998, attraverso un verbale di concessione e l’effettiva consegna delle chiavi. La concessione ha durata brevissima: 18 mesi, il tempo necessario per la bonifica dagli ordigni bellici, e per permettere i rilievi e la redazione di un progetto tecnico-funzionale, architettonico, economico e finanziario.

1996-1998. La concessione

L’allora XV circoscrizione condivise queste aspettative, e le fece proprie con la risoluzione n. 100 del 17 dicembre 1996, con cui si tracciava un percorso procedurale, col quale si potesse giungere «all’utilizzazione pubblica e alla valorizzazione dell’ex Forte Portuense».

Con la risoluzione, soprattutto, la XV Circoscrizione chiedeva al Demanio dello Stato, proprietario effettivo del Forte, di concederlo temporaneamente con ‘canone ricognitivo’al Comune, in cambio dell’impegno del Comune a bonificare lo spazio verde e a renderla accessibile ai tecnici incaricati di sviluppare un progetto architettonico e di valorizzazione.

Anche la politica adotta Forte Portuense, in particolare le parlamentari di zona, la senatrice Carla Rocchi e la deputata Giovanna Melandri.

La risoluzione municipale viene ripresa da una memoria di giunta del Comune, datata 16 maggio 1997, con cui il Comune chiede l’acquisizione in concessione. Il Demanio accetta, con una nota del 13 ottobre 1997.

Occorre aspettare ancora fino al maggio 1998 perché la decisione si perfezioni attraverso un verbale di concessione e la consegna delle chiavi alla XV Circoscrizione, inizialmente per un periodo di 18 mesi, durante il quale deve svolgersi la bonifica per permettere i rilievi e la redazione di un progetto tecnicofunzionale, architettonico, economico e finanziario.

I primi sopralluoghi rivelano subito la presenza di ordigni bellici, a rischio esplosione. La presenza viene in realtà sovrastimata, ma gli ordigni presenti erano comunque in grado di esplodere. Lo sminamento blocca i lavori al forte per tutto il 1999.

Il 12 aprile 2000 il problema delle mine viene affrontato da Regione Lazio e Ministero per i Beni culturali. Un’intesa programmatica porta all’inserimento del forte negli interventi finanziati dal gioco del Lotto per il successivo 2001.

Il Ministero stanzia così dal gennaio 2001 1,6 miliardi di lire, per svolgere oltre lo sminamento e la messa in sicurezza, anche la sistemazione a parco e uno studio tecnico. Alcuni ritardi sui lavori diventano addirittura un’interrogazione parlamentare, a firma della senatrice De Petris.

Nella primavera 2004 iniziano i lavori.

Alla cerimonia di giugno 2004, con cui si apre parzialmente il forte, è presente il sindaco Veltroni.

Ma i fondi in realtà bastano solo per la totale messa in sicurezza dagli ordigni bellici e per un primo restauro conservativo, diretto dall’arch. Belardi della Soprintendenza, mentre la pulizia del verde viene svolta in maniera sommaria.

Il problema delle tonnellate di rifiuti (prodotti soprattutto dalla escavazione del fossato, che viene riportato ai volumi originari) viene affrontato con un finanziamento di 40mila euro dell’assessorato all’Ambiente del Comune, che stipula un accordo con l’Ama.

Ad ottobre viene completata inoltre la costruzione del nuovo asilo, che sostituisce i 6 padiglioni in amianto della vecchia scuola, che vengono abbattuti.

I lavori si concludono nel mese di novembre.

I sopralluoghi del 1999 rilevano a forte Portuense alcuni ordigni bellici, capaci ancora di esplodere. La presenza risulterà in realtà sovrastimata, ma il costoso sminamento terrà in scacco a lungo la pubblica amministrazione.

Il 12 aprile 2000 si trovano i fondi, con un’intesa tra Beni culturali e Regione per attingere dai proventi del Lotto. Dal gennaio 2001 arrivano 1,6 miliardi di lire, con cui si realizza la messa in sicurezza, un primo restauro conservativo diretto dall’architetto Belardi della Soprintendenza, e una sommaria sistemazione a parco.

Proprio il verde dà i problemi maggiori. L’escavazione del fossato (riportato alle volumetrie originarie) genera tonnellate di «rifiuti speciali», difficili da smaltire. La questione finisce in Parlamento, con un’interrogazione della senatrice De Petris. Un accordo fra assessorato all’Ambiente e l’Ama consente l’invio in discariche specializzate.

Nel giugno 2004 il forte viene riconsegnato e ad ottobre è pronto anche il nuovo asilo, in sostituzione dei 6 vecchi padiglioni in amianto.

Una quarta fortificazione, la Caponiera, difende l’ingresso. Esternamente al forte, sull’altro lato del fossato asciutto, si trova il deposito delle polveri (Polveriera).

Il piano del fossato ospita ampi magazzini (viveri, artiglieria, munizioni) dotati di montacarichi. Vi sono cunicoli di soccorso e caditoie; una galleria sotterranea percorre l’intero forte.

Una scala e un montacarichi portano alla polveriera sotterranea, al livello inferiore; una rampa carrabile (accessibile anche ai mezzi di artiglieria) permette la salita ai piani di batteria.

In caso di aggressione, la risposta attiva era tuttavia affidata all’avancorpo della caponiera, sporgente rispetto al muro di scarpa: poteva battere il fossato in «infilata» (un unico tiro radente «infilzava» l’intera colonna nemica) e supportare la garitta sul fianco (c.d. «tiro incrociato»).

Dall’androne si può raggiungere sia il piano del fossato, sia quello in alto della batteria con percorsi diversificati: a scala il primo, a rampa il secondo per l’accesso dei pezzi di artiglieria pesante.

Al piano del fossato, più basso rispetto a quello dell’ingresso, l’organisnmo sotterraneo si dispone alla difesa. Passaggi, profonde gallerie ritrovate nel terreno, collegano zone di disimpegno, locali per il fiancheggiamento delle caponiere, ed elementi distributivi verticali come rampe, scale e montacarichi.

I terreni adiacenti il Forte ospitano giardini, un centro anziani, un circolo privato, e vi sorgeva una scuola materna in disuso, sostituita da un nuovo asilo nido inaugurato nell’aprile del 2006.

Sempre nelle adiacenze ma ancora in funzione, sono due grandi capannoni, lungo la piccola via del forte Portuense, usati dai militari per ospitare alcuni archivi.

Il piano del fossato

Al piano del fossato, più basso rispetto a quello dell’ingresso, l’organismo sotterraneo si dispone alla difesa.

Passaggi, profonde gallerie ritrovate nel terreno, collegano zone di disimpegno, locali per il fiancheggiamento delle caponiere, ed elementi distributivi verticali come rampe, scale e montacarichi.

Il fossato è una fortificazione difensiva, che serve ad ostacolare l’avanzata dell’attaccante.

Il fossato ripete per forma la pianta trapezoidale del forte ed è di tipo «asciutto»: non veniva cioè riempito d’acqua come i castelli medievali, ma la sua funzione era raccogliere le macerie dei bombardamenti, affinché non ostruissero le bocche di fuoco. Il fossato asciutto ha inoltre delle funzionalità strategiche: vi possono partire le sortite dei difensori, mentre dalla casamatta, dalle mezze caponiere e dalla caponiera sul fronte di gola si poteva far fuoco sugli attaccanti.

Nel fossato, la parete a cortina che coincide col fronte di fuoco del forte prende il nome di scarpa o parete interna; la parete opposta, cioè quella esterna e aperta verso la campagna si chiama «controscarpa». Nella parete di controscarpa erano un tempo presenti dei camminamenti al di sopra degli spalti, oggi perduti a causa dei riutilizzi del terrapieno della controscarpa. La scarpa e la controscarpa si definiscono entrambe, in gergo militare, cortine.

I terreni adiacenti il Forte ospitano giardini, un centro anziani, un circolo privato, e vi sorgeva una scuola materna in disuso, sostituita da un nuovo asilo nido inaugurato nell’aprile del 2006.

Sempre nelle adiacenze ma ancora in funzione, sono due grandi capannoni, lungo la piccola via del Forte Portuense, usati dai militari per ospitare alcuni archivi.

Esternamente al forte, sull’altro lato del fossato asciutto, si trova il deposito delle polveri (Polveriera).

Il 6 dicembre 2006 il sindaco Veltroni torna al forte.

Le parole del primo cittadino meritano di essere rammentate:

«Il Forte è nato come luogo di guerra e oggi invece è diventato un luogo di pace. Adesso possiamo finalmente camminare qui tutti insieme. Questo Forte va cullato e protetto e va trovata la destinazione migliore per un luogo così».

Il forte è stato ribattezzato per l’occasione «Forte della pace».

I lavori per il forte sono proseguiti nel 2005, con la costruzione di nuovi marciapiedi e la piantumazione di arbusti, sulla scarpata che confina con il muraglione del forte, franata in seguito alle abbondanti piogge invernali.

Una lunga stagione di eventi culturali è prevista da marzo a settembre 2006. Dopo il forte tornerà a chiudersi al pubblico, per l’inizio della seconda e conclusiva fase del restauro.

Il 6 dicembre 2005 il sindaco Veltroni è al forte, ribattezzato «Forte della pace». Le sue parole: «Il Forte, nato come luogo di guerra, è oggi un luogo di pace in cui camminare tutti insieme. Questo Forte va cullato e protetto».

«La conquista del forte Portuense da parte del popolo della pace, per un uso civile».

Il forte è stato ribattezzato per l’occasione «Forte della pace».

Il forte oggi

I lavori per il forte sono proseguiti nel 2005, con la costruzione di nuovi marciapiedi e la piantumazione di arbusti, sulla scarpata che confina con il muraglione del forte, franata in seguito alle abbondanti piogge invernali.

Una lunga stagione di eventi culturali è prevista da marzo a settembre 2006. Dopo il forte tornerà a chiudersi al pubblico, per l’inizio della seconda e conclusiva fase del restauro.

Il forte Portuense rappresenta, potenzialmente, una struttura ideale per ospitare le sedi di alcune delle associazioni partecipanti, per organizzare mostre itineranti e temporanee e come spazio ginnico e ricreativo per le scuole.

Gli opportuni accorgimenti lo renderanno adatto ad ospitare avvenimenti significativi, come mostre annuali o temporali di arte, architettura ecc.

La piazza d’armi potrà ospitare uno spazio per concerti, teatro e cinema all’aperto.

Corsi di musica, ludoteca e laboratori artistici sale informatiche, bar, ristorante, video-caffè, e altro sono i contenuti che la nostra Associazione ha sempre sostenuto nella convinzione che la disponibilità di uno spazio non solo per usufruire ma anche per fare arte e cultura sia indispensabile per il benessere e per un sano equilibrio della società.

Il forte Portuense può diventare un’attrazione per l’intera città, contribuendo così a riqualificare un quartiere sempre meno periferico, che era caratterizzato dalla scarsità di attività culturali. L’Associazione vede una tale struttura come parte integrante del piano più generale di sviluppo del Quadrante Ovest di Roma.

Le Attività programmate. Elenchiamo, in estrema sintesi, le attività che l’Associazione intende promuovere nella struttura del forte Portuense, una volta ristrutturata.

Tutti i laboratori saranno caratterizzati da un’attenzione particolare alla prevenzione del disagio giovanile e all’integrazione multi-etnica, con riunioni periodiche dei vari responsabili, incluso un esperto di psicologia dell’età evolutiva, per migliorare le dinamiche interrelazionali e le potenzialità espressive individuali.

1)    Musica: Scuola Popolare di Musica di Testaccio; corsi e lezioni aperte (previsti posti anche per un pubblico di uditori); corsi di strumento; corsi di musico-terapia; sede della Banda di Arvalia; sale prova; biblioteca e ricerca; banca dati musicisti; concerti.

2)    Artigianato: Associazione IDONEA mostre di artigianato; laboratori (ceramica, cucito, ricamo, tessitura, legno ecc.) per adulti e bambini.

3)    Attività per i giovani: Scout Assoraider attività scoutistiche (riunioni ecc.) attività all’aria aperta; organizzazione periodica di visite guidate e attività ludiche aperte ai cittadini.

4)    Attività artistiche: ARS ArteRomaSedici; laboratori di disegno, pittura, fotografia e ceramica artistica; mostre espositive delle produzioni interne ai laboratori organizzazione di eventi espositivi di artisti nazionali e internazionali; lezioni e seminari sull’uso del disegno e del colore; corsi di formazione per insegnanti sul disegno e la sua interpretazione; gruppi di disegnoterapia.

5)    Accoglienza socio-culturale; sportello per informazioni agli stranieri; corsi sull’uso della lingua italiana per stranieri.

6)    Cinema, ristoro, attività varie: Ristorazione Bar; Chiosco.

Si prevedono anche spazi comuni, in particolare una grande sala polivalente, probabilmente da costruire nella parte scoperta del Forte, per avvenimenti che richiamano un pubblico più numeroso: concerti, danza, spettacoli teatrali, rassegne cinematografiche.

Con questa gamma di attività, l’Associazione Culturale forte Portuense conta di coinvolgere gli abitanti del quartiere, trasformando una struttura abbandonata e a rischio di degrado in una risorsa capace di produrre fermento culturale e nuova occupazione, sia diretta che indotta.

 

Portuense-Villini

 

La Meridiana è un villino padronale, appartenuto alla famiglia Jacobini, che prende il nome dall’orologio solare che ne decorava il frontespizio.

L’edificio ha origine seicentesca ed ha le forme scarne dei casaletti della campagna romana a pianta rettangolare, composti di un pianterreno per le cucine e i servizi e un piano nobile ad uso dormitorio. Il casale viene in seguito ingentilito da un corposo frontespizio e da una doppia rampa di scale per l’accesso al piano superiore. Sulla sommità viene collocato un quadrante di meridiana, recentemente restaurato e sostituito da un fregio dalle forme di un orologio. Il villino, insieme con il caseggiato adiacente (Scalino del Cardinale) e con la Villa Santucci (oggi Villa Maraini) sull’altro lato della Via Portuense, costituiva il centro amministrativo della Tenuta fondiaria Jacobini.

Villa Santucci è attestata già dal 1818 nel Catasto Gregoriano, come villa e casetta per il vignaiolo, proprietà del monsignor Giuseppe Santucci, originario di Ercolano. L’edificio è costituito da un corpo centrale più elevato e due ali più basse, con una scalinata a doppia rampa. Il vasto parco, dell’estensione di 14 ettari (con ingresso da via Ramazzini), è a pineta con alcune piante esotiche. Lungo il muro di cinta sorgeva una cappellina oggi non più esistente.

Durante la repubblica Romana (1849), Villa Santucci diviene quartier generale del generale francese Oudinot: lì venne progettato e diretto l’assalto alle mura gianicolensi.

Nel 1853 la proprietà passa a Papa Pio IX, che ne fa un soggiorno estivo per seminaristi; poi cambia altre volte proprietario, fino ai Maraini. Nel 1920 viene acquistata dal Comitato per gli invalidi della Guerra di Indipendenza, e poi donata alla Croce Rossa che ne fa un centro antitubercolare. Gli ingenti interventi edilizi del 1920 ne falsano la struttura originaria, togliendo la rampa di accesso e sopraelevando di un piano. In seguito la villa funziona come centro di educazione motoria (fino al 1970), per poi divenire sede di un centro sociale e di una comunità per il recupero di tossicodipendenti.

La tenuta si estendeva sui due lati della Via Portuense dall’attuale Stazione Trastevere al fosso di Affogalasino. I confini hanno subìto frequenti variazioni, in ragione delle successioni e dei matrimoni tra consanguinei dei tre rami familiari degli Jacobini, Gioacchini e Ceccarelli.

Le parte più pregiata della tenuta era costituita dalla Vigna del Ciacchero, esposta a mezzogiorno, da cui usciva il superbo vino aleatico del Portuense. La cui mescita «a coppelle» avveniva presso l’osteria posta al primo piano del caseggiato detto del Cardinale. La ripida rampa a scalini che precedeva l’osteria metteva a dura prova i popolani che avessero ecceduto nel bere.

L’intera produzione di vino era stivata in barili dentro i grottoni, una fitta rete di cantine e gallerie scavate nel sottosuolo della tenuta, e avviata alla vendita sui mercati urbani su carri a vino condotti da pariglie di muli o buoi verso i mercati urbani.

Nel 1866 un fatto di donne (e di coltelli) genera una sanguinosa faida tra i popolani di Vigna Jacobini e soldati zuavi dell’Esercito Pontificio, di stanza alla vicina Vigna Santucci. Sullo sfondo lo scenario complesso degli scontri tra Patrioti, favorevoli alla Repubblica, e Lealisti, sostenitori di Pio IX, ultimo papa re.

Gli «zouaves» sono arrivati al Portuense da molto lontano. Sono in origine unità di fanteria berbere, regolarizzate nell’esercito francese dal 1830 e distintesi eroicamente ad Algeri, Sebastopoli, Balaclava, e Palestro, nella Seconda guerra d’indipendenza italiana. Dal 1860 sono sotto ingaggio a Roma, al comando di La Morcière e De Charette. Gli zuavi «romani» sono quindi prevalentemente francesi, belgi, americani, canadesi e irlandesi, conosciuti dal popolo per una certa grevità di costumi e guasconeria, ma animati da fede sincera e assoluta dedizione alla monarchia papalina. Senza conoscere fatica lavorano alla costruzione di trincee contro l’odiato Garibaldi e al tramonto è possibile vederli rincasare alla villa-caserma dei Santucci lungo Via Portuense, cantando con enfasi i versi finali del Noi vogliam Dio, riferiti a Papa Pio IX: «La corona che cinge sua fronte / non si strappa / la regge il Signor! ».

Il racconto popolare vuole che questi giovani dai capelli e occhi chiari, dalle uniformi sgargianti con i calzoni a sbuffo, la cintura di tela, la giacca corta e il fez, abbiano subito infiammato i cuori delle fanciulle portuensi. E pare anche che qualche zuavo, forse dopo aver ecceduto nel vino all’Osteria del Cardinale, abbia pure ecceduto in galanterie, rifiutandosi però di convolare a nozze riparatrici.

I congiunti delle fanciulle pensano in un primo tempo di lavare l’affronto secondo la consuetudine cavalleresca, in singolar tenzone. Ma il «pubblico ristoro dell’affronto» viene precluso. Con Garibaldi alle porte e la Sede pontificia che traballa, gli zuavi sono l’ultima milizia effettiva di Santa Romana Chiesa contro l’armata dei «senza-Dio»: eliminare anche uno solo tra gli zuavi avrebbe avuto un pericoloso risvolto antinazionale, e con ogni probabilità avrebbe esposto la Tenuta Jacobini alle rappresaglie di un potere temporale disfatto ma ancora crudelmente rabbioso.

La contromossa degli uomini di Vigna Jacobini, comunque, non tarda ad arrivare. Si decide quindi per l’«accoppamento», la pugnalata volante sulle spalle di norma riservata agli «infami», cui segue la sparizione del corpo senza lasciare traccia.

Per nascondere i corpi i popolani ricorrono ad un singolare stratagemma, che lascia supporre l’implicita approvazione dei Signori locali. «Poiché le rappresaglie militari non sono un’invenzione recente – ha scritto Stelvio Coggiatti, sulla Strenna del 1972 – i gelosi vendicatori escogitano un momentaneo ma sicuro nascondiglio per i resti mortali di quei soldati, vincitori di battaglie amatorie, ma caduti in azioni di rappresaglia». Il nascondiglio sono le botti vuote: le salme vengono deposte sul fondo, e le botti sono ben allineate con le altre piene di buon vino, nelle cantine di Vigna Jacobini.

 

Portuense moderno

 

Villa Bonelli

 

Villa Bonelli (già Casa Balzani) è una villa ottocentesca, legata alla memoria dell’agronomo Michelangelo Bonelli, cui si deve l’impianto della Tenuta Due torri, l’organizzazione a terrazze del parco e la ristrutturazione edilizia della villa. Villa Bonelli è stata studiata dalla Sovrintendenza Comunale di Roma e dalla Soprintendenza ai BB.AA. e del Paesaggio di Roma (cfr. Roberto Banchini, Scheda inventariale n. 970673 – Sopr. BBAA e Paesaggio Roma. Catalogo di G. Tantini).

Un documento fiscale del 1693 nomina l’abate Cenci e monsignor Pallavicini, proprietari della vigna «in contrada Vicolo Inbrecciato», per la quale pagano le tasse più alte del comprensorio. Un secolo dopo e oltre, il Catasto gregoriano (anno 1818, mappa 159, particella 235) attesta una «casa con corte per l’uso del Vignarolo», primo nucleo della moderna Villa Bonelli, su una superficie di 32 centesimi catastali.

La proprietà è ancora ecclesiastica – precisamente della chiesa di S. Maria in via Lata – ma su di essa il vignarolo Giuseppe Pagani vanta il diritto di «enfiteusi perpetua», una sorta di affitto a basso canone, riscattabile, molto vicino al moderno contratto di «leasing».

Non solo. Pagani ha in enfiteusi anche l’intera «vigna» (particella catastale 234) che misura 8 quadrati, 8 tavole e 27 centesimi, e il «fienile» (particella 233) che misura 6 centesimi. Verso il 1839 l’operoso vignarolo aggiunge al casale un corpo perpendicolare (visibile nella mappa della Congregazione del Censo), ma verso metà Ottocento l’attività deve conoscere un rapido declino: nelle mappe la nuova ala è crollata, e un documento del 1878 annota che il fienile è ormai «diruto».

L’enfiteusi sarà «riscattata» (pagando il valore capitalizzato del canone) verosimilmente intorno al 1870, anno in cui la piena proprietà passa a Giuseppe Balzani.

I Balzani (e poi i Trinchieri) sono proprietari della tenuta intorno al 1870.

Le loro vicende familiari sono state ricostruite dagli studi attenti di Carla Benocci.

Alla morte del capostipite Giuseppe Balzani, nel 1885, ereditano congiuntamente la vedova Virginia Ciocci-Balzani e i figli Saverio, Giuseppe e Silvia. Virginia Ciocci-Balzani muore due anni dopo, nel 1887, e la proprietà si consolida nei tre figli. La comproprietà non deve essere stata facile, tanto che il 28 gennaio 1900 si arriva ad una spartizione: la tenuta Balzani viene assegnata in via esclusiva alla figlia femmina, andata sposa ad Emilio Trinchieri.

Alla morte di Silvia Balzani-Trinchieri, nel 1902, la proprietà passa in eredità congiuntamente al marito Emilio e alla numerosa figliolanza: Virginia, Giuseppe, Emma, Giovanna, Giovan Battista e Marcello. Intorno al 1906 sono attestati degli abbellimenti che portano la dimora ad assumere carattere signorile e «forma ad L», e ad essere indicata nelle mappe come «Casa Balzani» o già «Villa Balzani». La sua estensione, delimitata dalle attuali vie Montalcini, Fuggetta, Baffi, Ribotti e Valli, è di 113 mila m2.

Gli eredi Trinchieri vendono la proprietà a Bonelli il 29 ottobre 1925.

Intanto, fra il 1818 e il 1839 il Sancta sanctorum aveva rilevato le quote ‘pro indiviso’del Gonfalone e dei proprietari privati, e aveva costituito la proprietà unitaria «Tenuta di Pian due Torri, tutta in piano», coltivata a rotazione tra seminativo e maggese. Poco dopo vende al conte Filippo Cini di Pianzano, e suo figlio rivende a monsignor Angelo, della casata locale dei Bianchi.

Il Monsignore tenta l’unificazione della piana con la sovrastante collina di S. Passera, con motivazioni assai semplici: differenti quote altimetriche tengono al riparo dai capricci del fiume, e permettono di variegare le colture. Le stesse intuizioni, mezzo secolo dopo, saranno alla base dell’opera di Bonelli.

La studiosa Benocci ha ricostruito le acquisizioni fondiarie di Angelo Bianchi: i primi acquisti di «terreni e casali ad uso vignarolo» datano 1870, in comproprietà con Salvatore, figlio del capostipite Luigi Bianchi; alla morte di Salvatore, nel 1885, la sua quota passa al figlioletto Luigi (con lo stesso nome del nonno); quando anche monsignor Angelo muore, nel 1897, il giovane Luigi eredita la quota dello zio, e si ritrova unico proprietario di un latifondo da 72 ettari.

Luigi rimane proprietario fino al 1912, anno in cui la proprietà si frammenta nuovamente. La piana viene acquistata nel 1923 da Bonelli, che nel 1926 la gira alla società anonima GIT («Gestione Immobili Torino»). Nel 1938 la società diventa in nome collettivo, e dal 1941 passa ad Adriano Tournon, genero di Bonelli.

L’agronomo portuense Michelangelo Bonelli pubblica nel 1897 un trattato in due volumi, dal titolo «La Concimazione razionale».

In essa Bonelli introduce nelle tecniche di coltivazione tradizionali le applicazioni pratiche della nuova chimica di fine Ottocento. Bonelli sostiene che taluni elementi fertilizzanti – come l’azoto, la potassa (potassio), l’acido solforico, i fosfati e la calce (calcio) – possono correggere le manchevolezze di un terreno, rendendolo adatto ad ogni coltivazione. Il principio cardine dell’opera è  che la concimazione chimica deve essere limitata dall’uso della ragione: non deve esserci concimazione laddove le condizioni del suolo sono già ottimali; e non vanno concimati i terreni nei quali la concimazione chimica offrirebbe una maggiorazione della resa inferiore al 6%. Rese inferiori al 6% sono accettabili solo sui terreni incolti o improduttivi, in vista del cosiddetto ampliamento dello spazio agrario.

L’impianto dell’opera è estremamente pratico. La lettura di un breve passo ci può fare capire come si usa un fertilizzante. «Il pisello, avendo tenere radici, vuole terreno di media consistenza, fresco, non umido. Le varietà destinate all’uso domestico si dovranno coltivare in terreni argillosi o silicei. Prospera benissimo anche in suolo di calcare, ma il frutto riesce di difficile cottura. Se il terreno è sabbioso o sabbioso-argilloso riesce utilissima la concimazione potassica unita alla concimazine fosfatica […]. Da noi il pisello non entra nelle rotazioni perché lo si coltiva associato al mais o su piccoli appezzamenti. Volendolo porre in rotazione si coltiva dopo un cerale di primavera e gli si fa succedere un cereale d’inverno. Prima di coltivarlo sul medesimo campo si lascino passare 6 o 10 anni».

Il trattato si articola in due volumi, pubblicati per la prima volta a Torino dall’editore Casanova. Il trattato valse a Bonelli il titolo di Accademico dell’Agricoltura. Il trattato è oggi introvabile in forma completa. Il 1° volume è conservato alla Biblioteca nazionale a Firenze. Il 2° volume è conservato nel Fondo Riva Portuense (si tratta di un volume appartenuto al senatore genovese Bombrini, con annotazioni manoscritte del 1908).

Nel 1925 la tenuta di monte passa all’ingegnere Michele Angelo Bonelli, già proprietario dal 1923 della attigua paludosa Proprietà Due Torri. L’opera di bonifica condotta da Bonelli avrà del prodigioso: unificate le proprietà, prosciuga le acque stagnanti con idrovore di sua invenzione, scava canalizzazioni (se ne possono riscontrare i tracciati nelle attuali via della Magliana nuova e via di Pian Due torri) e, con vasche e chiuse, porta l’acqua per l’irrigazione sù in collina. In pochi anni la valle si copre di carciofi e altri ortaggi, il pendìo collinare di vigna pregiata e frutteto.

Nel 1925 l’ingegner Michelangelo Bonelli (1896-1961), piemontese, acquistò la tenuta per trasformarla in azienda e applicare i nuovi sistemi di coltivazione agricola sperimentati in Umbria e molto apprezzati. Fece piantare vigneti e alberi da frutta, oltre che ingrandire l’edificio, detto da allora Villa Bonelli.

La villa attuale risulta dunque dalla fusione delle tenute di Pian Due torri e Villa Balzani.

Bonelli commissiona all’architetto Busiri-Vici ingenti ristrutturazioni sul casolare esistente (trasformandolo in villa, con l’aggiunta di un nuovo corpo di fabbrica e una serra-studio). Il parco si addolcisce con scalinate, fontane e terrazze prospettiche, e con alberature di querce, pini e cipressi.

Consta di una struttura principale a torre angolare a più piani (tre più un mezzanino), alla quale si addossano altri due corpi di fabbrica, dei quali uno adibito allora a serra. Un giardino con scalinate e fontane, scalate lungo il pendio, completa la villa.

Vi sono due fontane: il vascone detto “dei rospi” e la “vasca quadrilobata”.

I Casali di Bonelli (o anche Officine di Bonelli o Casali Tournon) sono un piccolo complesso rurale, composto di tre edifici: il casale a pianta quadrangolare, il casale nuovo e la stalla.

L’edificio principale, quello a pianta quadrangolare, è un casale rurale del XIX sec. circa, del «tipo rurale della campagna romana».

Gli edifici sono situati all’interno di un parco pubblico (più precisamente sono compresi fra quelli di Villa Bonelli e di Vigna Due Torri). Vi si accede da un lungo frustolo ai civici 12 e 16 di via di Vigna Due Torri.

Il complesso è stato oggetto di un recente restauro.

Sorge nel fondovalle di Vigna Due Torri, in prossimità dell’attuale stazione ferroviaria di Villa Bonelli.

Si racconta che Michelangelo Bonelli amasse a lungo soggiornarvi, in quanto era adibito ad officine meccaniche e Bonelli aveva la passione per la meccanica ed era solito egli stesso riparare le macchine agricole che si rompevano.

L’edificio quadrangolare, con murature in laterizio e solai originali, è oggi adibito ad abitazione.

Non si dispone purtroppo di una cronologia delle varie fasi costruttive. Il nome popolare di Casali di Bonelli riprende quello del vecchio proprietario Michelangelo Bonelli, ma esso è conosciuto anche come Casali o Borghetto Tournon, dal nome di Adriano Tournon, i cui eredi, insieme alla famiglia Pavoncelli, sono gli attuali proprietari.

Nel 2004 il casale è stato catalogato dalle Belle Arti (repertorio n. 00970672). G. Tantini, nella relazione, ha annotato: «Si tratta di un piccolo complesso, con tutta probabilità sorto come dipendenza della vicina Villa Bonelli, destinato ad ospitare contadini e braccianti, oltre ad attrezzi e animali. L’edificio più antico è probabilmente il casale a pianta quadrangolare, particella n. 49, mentre il n. 62 presenta una certa evoluzione nella presenza di cornici intonacate alle aperture. L’edificio n. 64 era originariamente una stalla, ed è l’unico che non è stato oggetto di recente intervento di ripristino a cura del Municipio XI».

La tenuta rimane produttiva fino ai primi Anni Settanta, per poi frazionarsi. Nella vallata di Pian Due torri inizia un’intensa attività edilizia, da cui nascerà il quartiere della Nuova Magliana (di cui diamo conto con una monografia dedicata).

La villa invece, negli anni che seguono la scomparsa di Michelangelo Bonelli, finisce in mani poco chiare. Le prime notizie agli inquirenti giungono nell’estate 1978, quando una pattuglia dell’Ucigos prende a stazionare stabilmente su via Montalcini, a caccia di notizie sui carcerieri di Aldo Moro. Villa Bonelli, che si trova proprio di fronte al Carcere del popolo in cui fu tenuto prigioniero Moro, risulterebbe allora nella disponibilità del costruttore romano Danilo Sbarra, ma dai cancelli della villa, apprendono gli inquirenti, entrano ed escono indisturbati nomi eccellenti della Banda della Magliana. Una conferma a proposito giunge dallo stesso boss Raffaele Cutolo, in una deposizione il cui testo viene acquisito dalla Commissione parlamentare Stragi: «Ebbi occasione di incontrarmi con Franco Giuseppucci e gli chiesi di interessarsi della prigione di Aldo Moro. Giuseppucci mi disse che era sufficiente che se ne occupasse Nicolino Selis. Qualche giorno dopo Nicolino Selis mi fece sapere che aveva grande urgenza di vedermi. Nell’incontro che ne seguì, il Selis mi riferì che del tutto casualmente era venuto a conoscere la collocazione del covo nel quale era tenuto sequestrato Aldo Moro. A dire di Nicolino Selis, la prigione del parlamentare democristiano si trovava nei pressi di un appartamento che egli, Nicolino Selis, teneva come nascondiglio per eventuali latitanze». Nel giugno 1997 la Commissione Stragi vuole approfondire questa affermazione e la incrocia con la testimonianza in audizione del brigatista Valerio Morucci. Il deputato Corsini lo interroga:

 

― Lei era al corrente che Danilo Abbruciati, Ernesto Diotallevi e altri membri della Banda della Magliana abitavano nel raggio di duecento metri dal covo? Ed è venuto al corrente che Villa Bonelli allora apparteneva al costruttore Danilo Sbarra in contatto con uomini della banda della Magliana, al punto da concedere questa villa come rifugio a un pregiudicato che era in contatto con Cutolo? Ci sono stati contatti, rapporti?

― No, assolutamente no

― È evidente che la banda della Magliana seppe che Moro era prigioniero in via Montalcini…

― Perché è evidente, mi scusi?

― Ribadisco che, a dire di Nicolino Selis, la prigione di Aldo Moro era nei pressi di un appartamento che lui utilizzava

(interviene il Senatore Pellegrino, presidente della Commissione Stragi) Lo Stato italiano poteva essere anche assai disorganizzato, però abbiamo una criminalità organizzata efficiente, che controlla il territorio in maniera incredibile, come potevate sfuggire totalmente a quel tipo di controllo del territorio?

― Non eravamo una banda criminale. Controllano il territorio da altre bande criminali, mica dalle Brigate rosse. Noi eravamo gente normalissima in giacca e cravatta che entrava e usciva dagli appartamenti; mica venivamo con i carichi di droga. Non ci incontravamo sotto i lampioni; non facevamo traffici strani. Gente normalissima che entrava e usciva da un appartamento; non vedo come la Banda della Magliana potesse individuare le Brigate rosse.

 

I legami tra BR e Banda della Magliana durante il Sequestro Moro sono stati indagati da Francesco Biscione, che nel “Delitto Moro”, fa nomi e indirizzi dei malavitosi coinvolti. Abbiamo avuto inoltre modo di riscontrare un aneddoto popolare che parla di un cunicolo segreto tra Villa Bonelli e la Magliana. Nei sotterranei di Villa Bonelli, nella stanza dell’Economato, esiste in effetti l’inizio di un cunicolo, oggi non percorribile. Per contro, circa 500 metri a valle, nei pressi dell’attuale stazione ferroviaria, esiste oggi una grotticella, da cui si diparte un cunicolo, anch’esso non percorribile.

Negli anni ‘80 Villa Bonelli passa al Comune.

Nel 2004 gli architetti Panunti e Santarelli hanno progettato il restauro, completato nel marzo 2005. Il parco (con accessi da via Camillo Montalcini, 1 e via Domenico Lupatelli, snc) misura oggi 4,5 ettari.

Villa Bonelli è oggi sede del Municipio Roma XI, Arvalia-Portuense. Assolve alla funzione di sede centrale, e insieme con le altre sedi decentrate (che assolvono a funzioni per lo più amministrative) costituisce il cuore della «macchina municipale».

Villa Bonelli ospita, prima di tutto, la Presidenza del Municipio e la Giunta municipale, cioè gli organi politici esecutivi.

L’attuale presidente è Mario Torelli, eletto per il Movimento 5 stelle con le elezioni del 6-19 giugno 2016.

La giunta «collabora con il Presidente del Municipio nell’attuazione degli indirizzi generali fissati dal Consiglio, nel governo del Municipio e svolge attività propositive e di impulso nei confronti dello stesso», si legge nello Statuto capitolino. Essa si compone, oltre che dello stesso presidente, di altri 6 assessori, dei quali uno con funzioni di vicepresidente.

A Villa Bonelli risiedono anche gli uffici di “primo contatto” con i cittadini: l’URP (Ufficio Relazioni con il Pubblico) e il Protocollo: è qui che bisogna andare in prima battuta quando si ha un problema da risolvere e non si sa a chi rivolgersi di preciso. Villa Bonelli ospita infine anche l’Ufficio delle Entrate municipali (il SUE) e quello dei Messi notificatori, nonché quelli collegati alla Direzione amministrativa del Municipio.

 

Casa del Fascio

 

La Casa del Fascio è un edificio di matrice razionalista del 1939, variamente attribuito a Giuseppe Terragni. La Casa del Fascio Portuense si sviluppa su un telaio in cemento armato con solai anch’essi in cemento armato, mentre i tamponamenti che separano gli ambienti sono privi di funzione portante: questa caratteristica ne fa il primo edificio moderno del Portuense. La struttura si articola in due blocchi disposti a «t»: gli Uffici rionali del Partito Nazionale Fascista (su strada) e la Caserma della Milizia (all’interno). Gli Uffici rionali del PNF (Sezione Luigi Platanìa, GIL, Dopolavoro) hanno un frontespizio a parallelepipedo sormontato da una Torre littoria, con una balconata circolare per le arringhe dei caporioni. Nel Dopoguerra è stata reimpiegata come Casa del Popolo.

Ad oggi non si conosce il progettista della Casa del Fascio: fu realizzata senza una gara pubblica, e i carteggi sono in chissà quale archivio militare.

Nel 2005 l’incaricato della Sovrintendenza, architetto G. Tantini, si accorge dell’ingegnoso artificio di nascondere la Caserma della Milizia (incassata in uno sbancamento) dietro il volume degli Uffici corporativi, in modo che dalla strada non sia possibile stimare l’effettiva presenza di militi. E nella sua relazione (la n. 970667) scrive con cautela: «La ricerca architettonica, le proporzioni del corpo torre e l’abile camuffamento delle volumetrie militari denotano suggestivamente l’intervento di un progettista autorevole».

Parallelamente avviene in quegli anni la riscoperta dell’opera di Giuseppe Terragni (1904-1943), conosciuto come l’architetto delle case del fascio. Terragni è stato a lungo dimenticato o guardato con diffidenza, tanto che il principale manuale universitario degli Anni Settanta ne liquida l’opera come un «serrato e magistrale gioco di volumi», ma privo «del sostegno di un preciso rapporto funzionale». Terragni ha goduto di illustri estimatori all’estero, da Peter Eisenman a Le Corbusier (che lo definisce «un compagno di lotta per un’arte pura, sganciata dallo spirito dei tempi»), ma il dibattito su Terragni-architetto in Italia è stato inesorabilmente condizionato da quello su Terragni-fascista.

Nel 2004, dalla catalogazione delle opere svolta per il Centro Studi Terragni, Giammarco Campanella individua un progetto dell’architetto del 1939-40, per la Casa del fascio rionale di Portuense e Monteverde, accompagnato dall’annotazione non realizzato. Non sappiamo oggi in quale misura la Casa del Fascio Portuense abbia effettivamente attinto dal progetto di Terragni, o se l’esecuzione sia stata fedele: sappiamo però che Terragni vi lavorò, per lo meno in fase progettuale.

Tra il 1939 e il 1940 la biografia di Terragni conosce un brusco capovolgimento di destini: richiamato alle armi e spedito al fronte, la sua attività di architetto finisce praticamente lì. Non fu quindi sicuramente Terragni a dirigerne il cantiere della Casa del Fascio Portuense. Il mosaico sull’attribuzione dell’edificio è dunque ancora mancante di alcune tessere, e rimane aperto.

Nel 1939 un giovane di bell’aspetto – capelli impomatati e abiti alla moda – ispeziona un terreno in posizione svantaggiata, in pendio tra vicolo dell’Imbrecciato e la Via Portuense, con l’unico pregio di una splendida veduta sui Colli Portuensi e Monteverde.

Il giovane è Giuseppe Terragni, uno dei più quotati architetti del razionalismo italiano. Si muove circospetto sotto lo sguardo vigile del caporione del fascio locale: gode del sostegno del Regime, che gli affibbia commesse a rotta di collo, eppure qualcosa ormai si è incrinato: la Casa del Fascio Portuense potrebbe essere la sua ultima opera romana.

Terragni nasce 34 anni prima, il 18 aprile 1904, a Meda, tra Milano e Como. Riceve una formazione tecnica e si iscrive alla Scuola Superiore di Architettura del Politecnico di Milano. È amico del poeta Marinetti, partecipa come pittore all’esperienza del futurismo, si laurea da enfant prodige a soli 22 anni. Fonda il Gruppo 7, scrive sulla Rassegna Italiana il primo manifesto dell’architettura razionalista in Italia. Terragni è un innovatore con la testa sulle spalle: intende fare sintesi della tradizione del classicismo italiano con la nuova logica strutturale della macchina.

Nel 1927 inizia a Como la libera professione. Gli viene subito affidata un’opera difficile, il completamento del Novo Comum. Il Novo Comum è una specie di Corviale in versione lombarda: sono tutti concordi nel definirlo un mostro da abbattere, ma la committenza richiede al giovane architetto di renderlo accettabile, e quindi vendibile. Finisce che Terragni, tra mille critiche, ottiene qualche dichiarazione di solidarietà. Si fa molti nemici, e qualche buon amico.

Terragni lavora a ritmi vertiginosi. Ico Parisi racconta: «È un lavoratore instancabile. È solito rintanarsi nel piccolo locale studio, dove sta rinchiuso per ore. È in continuo e accanito schizzare, sovrapponendo idea ad idea. L’isolamento non ammette interruzioni da parte di noi collaboratori». Carlo Scalini riferisce: «Lavora spesso di notte per non essere disturbato; al mattino resta a letto fino a tardi». «C’è sempre il suo gatto Battista sul tavolo da lavoro – riferisce Alberto Sartoris -, un tavolo da lavoro disordinato. Sposta il gatto, poi, mezzo seduto, mezzo in piedi, comincia a schizzare, a disegnare, per ore». Ancora, Luigi Zuccoli testimonia: «Lavora con la sigaretta tra le labbra su fogli sparsi di cenere e residui di gomma per cancellare. Inserisce cenni di paesaggio con le matite colorate ».

Nel 1928 aderisce al MIAR, Movimento Italiano per l’Architettura Razionale. Partecipa alla Prima Esposizione di Architettura razionale, dove presenta un progetto fortemente influenzato dal linguaggio costruttivista. Nel 1931 realizza il Monumento ai Caduti di Como. Diviene fiduciario del Sindacato Fascista Architetti.

Nel 1932 Terragni riceve il primo degli «incarichi romani». Gli viene affidato l’allestimento della Sala O del Palazzo delle Esposizioni, dedicata al Decennale della Rivoluzione Fascista. Terragni è un entusiasta del PNF, nel quale vede una forza di innovazione autentica.

Ottiene l’incarico della Casa del Fascio di Como. Disegna un organismo cubico, quattro piani con una grande sala centrale illuminata dal tetto-vetrata in vetrocemento. Il progetto – la tradizionale tipologia urbana del palazzo con corte, rielaborata in chiave razionalista – lo consacra a livello internazionale. Disegna tutto con cura: maniglie, porte, tavoli. Inventa la Benita, una poltroncina imbottita in tubolare metallico, vero e proprio oggetto cult del Regime. Nel 1933 lavora al Piano regolatore di Como e consolida la collaborazione con Pietro Lingeri. Partecipa alla V Triennale di Milano. Ad Atene per un congresso conosce Le Corbusier.

Nel 1934 partecipa al concorso per il Palazzo del Littorio dell’E42, con Lingeri, Saliva e Vietti, e il giovane pittore e architetto Antonio Carminati, che diventerà il suo assistente. Sono gli anni della massima popolarità. Realizza Villa Bianca a Seveso (1936) e a Como l’Asilo del Rione Sant’Elia (1937). Futurismo, costruttivismo e razionalismo definiscono le sue coordinate stilistiche. Partecipa ad un nuovo concorso, per il Palazzo dei Congressi, con Lingeri e Cattaneo. Il lavoro è frenetico. Mario Radice ricorda: «Non ho più conosciuto nessuno, dopo Terragni e Cattaneo, che riuscisse a vivere come noi vivevamo, completamente estraniati dal mondo degli svaghi, dei divertimenti, dello sport, delle gite, della villeggiatura, del riposo. Si pensava, si parlava unicamente di arte».

Sui progetti romani di Terragni si scaglia qualche critica, ma quello che più ferisce Terragni è il fatto che nel complesso vengano ignorati. Terragni non appartiene allo stuolo degli architetti di corte, lanciati a capofitto nella nuova architettura celebrativa del Regime. Terragni elabora soluzioni progettuali innovative in continuità con le forme classiche. Non gli basta un’architettura funzionalista dalle linee essenziali, con schemi a moduli fissi; occorre connotare l’architettura con il nobile canon dei classici e un’ariosa radice mediterranea. Terragni lascia Roma amareggiato, incompreso, stanco.

A Como lavora il progetto del Quartiere Cortesella, realizza la Casa del Fascio di Lissone (1937-1939, con Antonio Carminati). Fa lunghi soggiorni in cantiere. Alberto Sartoris annota: «Si presenta il mattino presto. Fa mettere due cavalletti ed esamina le lastre. Se in una sola scopre un difetto, con un martello la spacca: una volta in opera non la si può più togliere, e si porta giù anche le altre… Terragni è forte ed è molto severo. Ha ragione: devono essere così gli architetti».

Dal 1938 arrivano nuove commesse romane. Lavora ad un memoriale per Dante Alighieri, il Danteum, con Lingeri e Sironi. Progetta i nuovi Stabilimenti cinematografici. Con il PNF intanto qualcosa impercettibilmente si incrina. Il partito, fautore del razionalismo, ne nega nei fatti ogni ricerca di libertà. Terragni si guarda bene dal dirlo in pubblico, e forse non lo dice nemmeno in privato. Ma qualcuno, tra le alte sfere, finisce per accorgersene: la sua fede fascista è salda, quella nel Regime un po’meno. E per Terragni è l’inizio della fine della sua carriera.

Verso il 1939 si pensa intanto, al Portuense, di costruire una casa rionale del Fascio.

La presenza di un fascio rionale è attestata dal 1936, attraverso una delle prime tessere di adesione, la n. 44 del 26 luglio, conservata tra i materiali dell’Archivio Storico Portuense. Il fascio è probabilmente ancora alloggiato in una sede provvisoria e non ha ancora l’intitolazione definitiva, a Luigi Platania.

La tessera fa riferimento al camerata Camillo [omissis] ed è firmata dal caporione Vito [omissis]. Pieghevole su quattro facciate e stampata in robusto cartone nelle tipografie del Resto del Carlino a Bologna, la tessera presenta in epigrafe la scritta PNF, il nome del gruppo rionale Portuense-Monteverde, i numerali II e XV (ad indicare rispettivamente il secondo anno dell’Impero e il quindicesimo della rivoluzione fascista), e, sotto, il busto marziale di Mussolini.

Le facciate interne riportano i dati anagrafici e il giuramento di fedeltà al Duce, che recita: «Nel nome di Dio e dell’Italia giuro di eseguire gli ordini del Duce e di servire con tutte le mie forze, e, se necessario, col mio sangue, la causa della Rivoluzione fascista». In quarta si trova il bollo a secco del gruppo rionale, con al centro il simbolo del fascio littorio.

È a ridosso del 1939, probabilmente, che Terragni riceve la commessa per la Casa del Fascio di Portuense-Monteverde. È un progetto piccolo, cui lavora replicando le forme già proposte due anni prima per la Casa del Fascio di Lissone. In contemporanea Terragni lavora alla grande e raffinata Casa Giuliani-Frigerio a Como. Questa villa privata rappresenta un punto di arrivo nella poetica di Terragni, che l’architetto Antonino Saggio individua nel tema del telaio in cemento armato: impiegato per la prima volta nel 1927, prende corpo nella Casa del fascio del 1932, per acquistare completa autonomia espressiva nella Casa Giuliani-Frigerio.

Il 5 settembre 1939 Terragni riceve una lettera inattesa. Viene richiamato alle armi.

Questo episodio è forse il meno chiaro della sua biografia. Cos’era successo? Il Regime era solito esentare la sua élite culturale dalle liste militari, certificando improbabili malattie. Ma Terragni è sano come un pesce: si è forse fatto qualche nemico tra le gerarchie, o forse, da convinto sostenitore della causa fascista, semplicemente non vuole sconti e desidera partecipare in prima persona all’ampliamento dei confini nazionali. Sul finire del 1939 segue un rigido addestramento marziale, per conseguire il grado di capitano di artiglieria.

Nel frattempo la sua attività di progettista non si ferma. Lavora al Centro studi e ricerca dell’Unione Vetraria italiana all’E42, al Padiglione della Mostra ferrotranviaria. Elabora un linguaggio sempre più libero e autonomo. Sente di dovere il suo successo al Regime, ma di non esserne per questo asservito. Terragni è l’immagine sintomatica delle contraddizioni del razionalismo italiano: sospeso tra l’adesione formale alla rivoluzione fascista e il bagaglio libertario dell’architettura tradizionale. Questa contraddizione non è evidente a tutti, ma solo agli intellettuali più raffinati. Lo scatto lirico e personale finisce per attirare su Terragni critiche sempre più frequenti anche in campo razionalista, per esempio da Pagano. Terragni progetta e realizza edifici per conto del Regime, ma senza concessioni al cattivo gusto dell’architettura ufficiale, ritagliandosi una nicchia di nobile autonomia. Terragni non dissimula la sua fede nei maestri del razionalismo europeo, e spera nell’avvento di un secondo futurismo dal respiro internazionale che completi quanto fatto fino ad allora.

Nel 1940 l’addestramento di Terragni termina e viene spedito al fronte yugoslavo senza troppi riguardi, tra durezze estreme. Da qui in poi le notizie sull’architetto si fanno avare. Bruno Zevi ha rinvenuto un carteggio del 1941, nel quale Terragni scrive: «L’architettura, indice di civiltà, sorge limpida, elementare, perfetta quando è espressione di un popolo che seleziona, osserva e apprezza i risultati che, faticosamente rielaborati, rivelano i valori spirituali di tutte le genti». È successo qualcosa: queste non sono le parole di un fascista.

Terragni viene spedito sul fronte russo e se ne perdono definitivamente le tracce. È carne da macello: la campagna lo prova duramente, e probabilmente finisce per perdere la ragione. Viene rispedito in Italia ad inizio del 1943, ormai ridotto ad una larva. A Como prova a riprendere la libera professione.

Il 19 luglio 1943 cade fulminato da una trombosi sul pianerottolo di casa della fidanzata. Gli amici parlano invece di un suicidio: si è lanciato dalle scale. Nessuno saprà mai la verità, sulla fine di Terragni.

Il cantiere della Casa del Fascio portuense intanto arriva a compimento. L’edificio viene intitolato al c.d. martire fascista Luigi Platania.

Non è stato facile reperire notizie biografiche su Platania. Figlio maggiore di una umile famiglia di origini siciliane trapiantata a Rimini, il giovane Platania è una figura enigmatica, dal carattere «vivace, inquieto, impulsivo e generoso», dotato di grande vigore fisico e assenza di paura. Partecipa alla guerra di Libia del 1911, rimanendo ferito e guadagnandosi una medaglia al valore. Nel 1914 è nelle file degli anarchici, prendendo parte con l’amico Carlo Ciavatti ai moti riminesi della «Settimana rossa». Partecipa alla Prima guerra mondiale come sergente maggiore dei fucilieri, rimanendo mutilato e ricevendo una seconda medaglia al valore. Nel 1919 è tra i fondatori dei Fasci di combattimento riminesi. L’anno seguente si getta nelle fiamme per spegnere l’incendio del Grand Hotel di Rimini, guadagnandosi la terza medaglia.

Nonostante la formazione giovanile tra gli anarchici, Platania è considerato uno tra i più accesi, nelle file fasciste. I socialisti locali lo indicano come responsabile morale delle violenze squadriste di Rimini, Cesena e Pesaro.

Platania viene ucciso in circostanze misteriose a 31 anni, il 19 maggio 1921. Il delitto incendia gli animi e il Fascio di combattimento locale ne addossa la responsabilità ai comunisti. Il processo, conclusosi nel 1924 dopo alterne vicende, condanna a vent’anni l’ex amico Carlo Ciavatti.

 

Casa Rosa

 

Casa Rosa è un cimitero interamente dedicato agli animali, con 800 tombe di cani e gatti, insieme a conigli, oche, piccioni, pappagalli, cavalli, una scimmia e un leone.

La prima sepoltura risale al 1923. Il veterinario Antonio Molon, proprietario della pensione per cani di via dell’Imbrecciato, ricevette da Mussolini l’insolita richiesta di seppellire una gallina, amata compagna di giochi dei suoi figli. Si aggiungono poco dopo i cani di Casa Savoia e negli anni successivi la moglie Rosa Molon e il figlio Luigi accolgono via via i cani di Peppino De Filippo, Sandro Pertini, Palma Bucarelli, Aldo Fabrizi, Federico Fellini e il gatto di Anna Magnani.

All’ingresso un monumento commemora «quelli che non hanno un padrone»; all’interno (1600 m2) la stele con la «Preghiera del cane» di Jerome si affianca al tempietto della gatta Stellina, al busto del gatto Isidoro, alle lapidi dell’oca Barbarossa, della leonessa Greta e del coniglio Tappo. Vi sono tombe familiari (una ha forma a piramide) o accoppiate, come per i piccioni Pizzica e Pennacchione.

Le iscrizioni dichiarano affetto e riconoscenza («piccolo grande bassotto», «ciao, gigante buono», «grazie per la compagnia») e talvolta accennano ad una dimensione celeste («continua ad amarci da lassù»). Una scritta «danke» ringrazia in tedesco la micetta Emma. Al gatto Arturo è dedicato un elogio in latino.

 

Santa Silvia (toponimo)

 

Villa Giuseppina è una casa di cura, sulla sommità di un poggio nella zona di Santa Silvia.

All’interno di Villa Giuseppina si trova la cappella delle Ancelle della Carità.

Il c.s.a. Ciricillo è il centro anziani del Portuense, ed è tra quelli di più antica istituzione del territorio municipale. Si trova in via degli Irlandesi, 47.

Di fronte all’edificio parrocchiale si trova una piazza, dalle funzioni composite, intitolata Largo Santa Silvia. In essa sono presenti un giardino pubblico, un mercato e un sottostante parcheggio. Della situazione attuale della piazza, e dei recenti lavori di sistemazione, troviamo traccia in un articolo di Arvalia News di marzo-aprile 2015, dal titolo “Santa Silvia, rinasce la piazza-giardino. Sui muri del mercato i murales di Scuola viva”:

 

È stata una vera e propria festa quella che il 14 marzo ha accompagnato la consegna di Largo Santa Silvia, al termine dei lavori di riqualificazione effettuati dal Municipio. Gli interventi hanno riguardato la risistemazione dei giardini, con il ripristino di giochi e pavimento anti-trauma, la piantumazione di essenze erbose (tra cui ciclamini e lavanda), la cancellazione di scritte su muri e panchine, l’installazione dell’impianto di irrigazione e dei parapedonali anti-motorini. L’area era già stata interessata da un intervento di pulizia straordinaria dei Pics. «Gli spazi verdi urbani costituiscono un elemento di primaria importanza nella qualità della vita dei cittadini, soprattutto per i più piccoli», ha dichiarato il presidente Veloccia. «Rappresentano  non solo uno strumento per la riqualificazione estetica dei nostri quar-tieri ma anche un bene strategico, la cui valorizzazione comporta benefici a livello ambientale e sociale».

 

Al termine dei lavori hanno trovato posto nella piazza cinque pannelli murali realizzati sul perimetro esterno del mercato dai ragazzi dell’associazione Scuola viva onlus. I 5 pannelli rappresentano le categorie merceologiche del mercato: pane, frutta/verdura, carne, pesce e casalinghi. «Siamo molto felici della collaborazione con il Centro di riabilitazione di Scuola viva», è la dichiarazione del presidente Veloccia, riportata nell’articolo. «Questa importante e storica struttura rappresenta un centro di eccellenza e un punto di riferimento per il nostro territorio e per la Città intera».

 

Santa Silvia

 

Santa Silvia è la sede della parrocchia omonima (la 182a del Vicariato di Roma) e la sede del titolo presbiteriale del Cardinale di Santa Silvia. Santa Silvia è una chiesa parrocchiale contemporanea, con pianta a croce latina a navata unica e travi in cemento armato a vista. La parrocchia è istituita nel 1959 con decreto «Ubi primum serena» del cardinal Micara. I lavori per la nuova chiesa iniziano nel 1966 su progetto dell’architetto Francesco Fornari. La consacrazione è del 1968. La facciata è preceduta da un portico aperto sorretto da pilastri. Il presbiterio ospita l’altar maggiore quadrato. Di particolare pregio le due decorazioni opera della religiosa Sorella Agar. La grande vetrata della facciata (1991) ha per tema le parabole del giudizio finale e delle dieci vergini. Il mosaico dell’abside (m 18 x 3) è articolato in tre sezioni: Maria ai piedi della Croce; Santa Silvia e San Gregorio Magno; i quattro pontefici.

 

La parrocchia è eretta il 23 febbraio 1959 con il decreto del Cardinal vicario Clemente Micara «Ubi primum serena». È affidata al clero diocesano di Roma. Non si conosce da quale parrocchia sia stato desunto il territorio (ipotizzabile Sacra Famiglia a Portuense).

L’edificio parrocchiale si trova in viale Giuseppe Sirtori, 2.

Il progetto architettonico è di Francesco Fornari.

La proprietà è della Pont. Opera per la Preservazione della Fede e la provvista di nuove Chiese in Roma.

La chiesa è stata consacrata da Mons. Filippo Pocci, Vescovo titolare di Gerico, ausiliare del Cardinal vicario Angelo Dell’Acqua. Non si conosce la data, ma è ipotizzabile che non siamo molto lontani dal 1960.

Il riconoscimento agli effetti civili del provvedimento vicariale è stato decretato il 9 maggio 1961.

Il 28 febbraio 1982, con il decreto del Cardinal vicario Ugo Poletti «A tutti è ben noto», i territori di quattro parrocchie confinanti vengono ridotti, per dare vista alla nuova parrocchia di Nostra Signora di Valme. Esse sono: S. Silvia, S. Maria del Carmine e S. Giuseppe, S. Gregorio Magno e S. Raffaele Arcangelo.

Il territorio parrocchiale, con decreto del Cardinal vicario Camillo Ruini del 22 marzo 1995, è stato determinato entro i seguenti nuovi confini: «Via Portuense; largo Volontari del sangue; via E. Bombelli; piazza Doria Pamphili; via Ignazio Ribotti; via degli Orti Spagnoli; via Pietro Frattini; linea ideale fino a largo O. Zuccarini; dal medesimo largo, intersecando via dell’Imbrecciato, fino a raggiungere l’intersezione di Via Portuense con via Isacco Newton; Via Portuense fino all’inizio di via Bombelli».

L’attuale parroco è Don Paolo Ricciardi (dal 2003), assistito dal vicario parrocchiale Don Alfredo Tedesco (2012).

La chiesa è aperta dalle 6,45 alle 12,00 e dalle 16,30 alle 19,30. Le messe si tengono alle 7,00 (invernale), alle 8,00 (invernale), alle 9,00, alle 18,00 (invernale) e alle 19,00 (estivo) nei giorni feriali; e dall’autunno a Pasqua vengono celebrate in Cripta. Nei giorni festivi le messe si celebrano alle 7,00, alle 8,30, alle 10,00 (invernale), alle 11,00, alle 12,00 (invernale) e alle 19,00.

La parrocchia ha tre luoghi sussidiari di culto, in cui si celebra solo nei giorni festivi. La Cappella delle Ancelle della Carità (viale Prospero Colonna, 46) tiene messa alle 9,00; la Cappella delle Serve dei Poveri (via dell’Imbrecciato, 103) alle 10,00; e infine la Cappella del Centro Giovanile «Fratel Policarpo» (via dell’Imbrecciato, 112) alle 11,00.

Gli Enti presenti nel territorio della Parrocchia sono: la Comunità delle Ancelle della Carità (ADC); il Centro giovanile «Fratel Policarpo» dei Fratelli del Sacro Cuore (SC); la Comunità dell’Imbrecciato dei Fratelli del Sacro Cuore (SC); la Casa di cura per malattie nervose e mentali «Villa Giuseppina»; la Casa di riposo «Villa Cusmano» dell’Istituto «Mater Gratiæ».

La parrocchia è sede cardinalizia. Il titolo presbiterale è ricoperto dal Cardinal Janis Pujats.

 

Villa Bonelli (toponimo)

 

Casal Volpini è un edificio rurale dell’Ottocento, sito in via Francesco Saverio Benucci al Portuense. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale (restauri recenti); non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970670A, Banchini R. – cat. Tantini G.).

 

Portuense contemporaneo

 

Villa di Soraya

 

Clemente Busiri-Vici realizza tra il 1956 e il 58 la superba villa di Soraya, ultima principessa di Persia. La proprietà si compone tre corpi di fabbrica, disposti intorno al grande atrio dalla cupola moresca. Il parco con piscina presenta un bosco mediterraneo (nord) e un palmeto (sud).

Soraya nasce in Iran nel 1932, da un diplomatico iraniano e dalla tedesca Eva Klein, da cui eredita la straordinaria bellezza. A 17 anni, il 12 febbraio 1951, sposa lo scià di Persia Reza-Pahlevi, con una cerimonia da sogno, avvolta in un vestito nuziale di Christian Dior. Ma la vita alla corte di Teheran è diffile: lo Scià è assorbito dal governo, e i costumi europei e la condizione femminile mal si adattano ad un mondo di tradizioni secolari. I giornali la soprannominano «principessa dagli occhi tristi».

Il 6 aprile 1958 lo Scià la ripudia, per non avergli dato figli. Pare che il matrimonio, combinato, fosse sfociato in una passione sincera. Il dolore di Soraya negli anni dell’esilio è immenso. Inizia un vorticoso giro di viaggi, con basi a Roma e Parigi. Soraya insegue il sogno giovanile della recitazione (la principessa somigliava sorprendentemente ad Ava Gardner). Nel 1965 è al fianco di Alberto Sordi ne «I tre volti» e sul set conosce, innamorandosene, il regista Franco Indovina. La sfortuna però torna a colpire: Indovina muore, in un incidente aereo.

Da allora Soraya vive nel turbine degli eventi mondani e nel dolore interiore più cupo. Ricca, famosa e divorata della depressione, si spegne a Parigi nel 2001.

 

Villa Vignarola

 

La Vignarola è una dimora signorile del Primo Novecento, sita in via di Vigna Due Torri, 116, al Portuense. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970676A, Banchini R. – cat. Tantini G.).

La Cappella Bonelli-Giachetti è una cappella privata, sita all’interno della Villa Vignarola. La collocazione temporale della cappella non è nota: si sa che essa vide l’intervento di Clemente Busiri-Vici a metà del Novecento, ma potrebbe trattarsi di una cappella rurale preesistente. Si tratta di una cappella di modeste dimensioni, con un’abside e un campaniletto. Non si conosce se essa sia ancora oggi funzionale. Si trova in via di Vigna Due Torri, 116, al Portuense, in proprietà privata. È visibile con difficoltà da strada (muri e siepi fitti) e non è visitabile internamente. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970676A, Banchini R. – cat. Tantini G.).

L’attigua Passeggiata di Vigna Due torri è un percorso pedonale di 193 m che risale il fianco collinare di Vigna Due Torri dalla stazione ferroviaria alla dimora storica. Il progetto dell’arch. Giordani realizzato nel 1999 asseconda la morfologia del suolo e impiega materiali locali: tufo per le murature, porfido per le pavimentazioni, legno per gli arredi.

Il percorso inizia da un ponte di legno, da dove si scorgono alcune tracce archeologiche, forse di uso funerario. Una diramazione raggiunge Nostra Signora di Valme, realizzata nel 1982 dall’arch. Spina e ispirata al santuario spagnolo di Dos Hermanas. «Valme» è il grido di battaglia della Reconquista al tempo dei Mori e significa «Dammi forza». A metà strada si trova una sosta con una fontanella e un casale recentemente restaurato, con intorno bei giardini in condizione di naturalità (querce, tassi, lecci, olivi, cipressi).

Prima delle terrazze panoramiche si trovano la fontana liberty della Conchiglia e l’area attrezzata per cani. In cima fa capolinea il 44 e si trova l’accesso a Villa Bonelli.

 

Prigione di Moro

 

La Prigione del Popolo è una base delle Brigate Rosse, in uso fra il 1975 e il 1978, legata alla tragica memoria del Sequestro Moro. Si tratta di un appartamento con garage al pianterreno di via Montalcini, 8. Viene preso in affitto da Anna Laura Brachetti, convivente con Prospero Gallinari, conosciuto come ingegner Altobelli. La vicenda inizia il 16 marzo 1978, quando un commando delle Brigate Rosse rapisce lo statista Aldo Moro in via Fani. Seguono 55 giorni di dura prigionia, in cui Moro scrive 86 lettere, nelle quali implora di trattare con le BR e fornisce agli investigatori elementi per liberarlo: «Mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato», scrive, indicando di trovarsi al pianterreno di un condominio affollato e non ancora perquisito. Il rapimento lacera il Paese: PCI e maggioranza DC sono per la fermezza, PSI e minoranza DC per la trattativa. Il 9 maggio il corpo senza vita di Moro viene ritrovato in via Caetani. Sei processi non hanno restituito, ancora oggi, una verità definitiva sul Caso Moro.

 

Sacra Famiglia

 

La Sacra Famiglia è una chiesa parrocchiale moderna, continuatrice del titolo parrocchiale appartenuto all’Istituto agrario di carità Vigna Pia. La comunità ecclesiale nasce nel 1858 intorno alla citata opera pia, che si occupava di assistenza agli orfani e dell’insegnamento della tecnica agraria. La parrocchia si costituisce nel 1932. Nel 1978 viene inaugurata la chiesa attuale, su progetto di Mario Paniconi e Giulio Pediconi. La chiesa ha pianta ellittica, su cui si apre una cappella feriale. Esternamente presenta un caratteristico campaniletto in acciaio colorato. Alla chiesa è associata la cappella di Nostra Signora del Sacro Cuore (con annessa scuola e comunità), mentre l’Istituto Vigna Pia ospita oggi la Procura generale della Congregazione della Sacra Famiglia. La parrocchia fornisce i cappellani agli ospedali Forlanini e Spallanzani.

La chiesa nuova viene progettata dagli architetti Mario Paniconi e Giulio Pediconi, su un terreno libero adiacente all’Istituto agrario Vigna Pia, con ingresso dal civico 10 di via Filippo Tajani, di proprietà della Pontificia Opera per la preservazione della fede e la provvista di nuove chiese in Roma. L’inaugurazione avviene nel 1978.

La chiesa è a pianta ellittica con una cappella feriale. Internamente, l’ampio presbiterio è dominato da un grande crocifisso su pannello rosa, con le raffigurazioni dei simboli dei quattro evangelisti ed episodi dell’Ultima cena e della Passione. Gli esterni si presentano privi di decorazioni, con coperture ad intonaco. La chiesa è affiancata da un moderno e colorato campaniletto in acciaio.

Il 14 febbraio 1994 la chiesa viene visitata da Papa Giovanni Paolo II.

Nel 2006 viene posizionato nella chiesa una copia in gesso dell’ambone della Cattedrale di Fermo, realizzata dall’artista Paola de Gregorio.

Nel 2010 si insedia il parroco attuale, Padre Franco Mazzoleni, assistito oggi dai vicari Padre Giorgio Grandi (dal 2010) e Padre Danilo Pettenuzzo (2013), dal collaboratore parrocchiale Padre Angelo Paris e dai diaconi permanenti Carlo Rondi (2009) e Andrea Sartori (2008).

La chiesa è aperta tutti i giorni dalle 7 alle 19,30. Le messe sono alle 8, alle 9 e alle 18,30 nei giorni feriali; nei giorni festivi si aggiungono due funzioni delle 10,30 e a mezzogiorno.

Sono attivi alla Sacra Famiglia numerosi gruppi parrocchiali: Apostolato della Preghiera, Caritas (centro di ascolto), Volontariato vincenziano, catechisti, giovani, Cammino neocatecumenale, Comunità Maria, Centri di fraternità, gruppo di preghiera Padre Pio, Famiglie giovani, Giovani coppie (prematrimoniale), Ora di guardia, Anni d’argento, Gesù misericordioso e Gruppo missionario.

Alla parrocchia della Sacra Famiglia è associato, come ente territoriale, l’Istituto Vigna Pia (via Tajani, 50), dove risiede oggi la Procura generale dell’Istituto Vigna Pia della Congregazione della Sacra Famiglia di Bergamo (casa generalizia dell’istituto religioso maschile omonimo).

La parrocchia fornisce i cappellani all’ospedale Carlo Forlanini e all’ospedale Lazzaro Spallanzani (entrambi situati nel Municipio XII, ma con ingressi rispettivamente da Via Portuense, 332 e 292). Allo Spallanzani opera anche una comunità di religiose, associate alla parrocchia: le Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret. La casa dell’istituto religioso femminile ha sede all’interno dell’ospedale.

La chiesa della Sacra famiglia ha, come luogo sussidiario di culto, la Cappella Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù di via Alessandro Brisse, 22 (le messe si celebrano alle 7 nei giorni feriali e alle 8,30 in quelli festivi). Alla cappella sono associate la scuola materna ed elementare Nostra Signora del Sacro Cuore e la Comunità delle Figlie di Nostra Signora del Sacro Cuore (casa dell’istituto religioso femminile omonimo).

 

Nostra Signora di Valme

 

Nostra Signora di Valme è la sede della parrocchia omonima (la 296a del Vicariato di Roma).

Nostra Signora di Valme è una chiesa parrocchiale contemporanea, il cui titolo ricorda un prodigio, avvenuto nel 1247 durante la Reconquista spagnola.

Il re Ferdinando, durante l’assedio di Siviglia, invoca il sostegno della Vergine Maria, con l’espressione tardo-latina «Valme! » (letteralmente Vali me, cioè Dammi forza). Subito dalla terra arida sgorga una sorgente di acqua ristoratrice, che permette alle truppe cristiane di riprendere le armi e scacciare, nel sangue, i Mori. Sul luogo del prodigio Ferdinando edifica un santuario, in cui colloca una statua lignea della Madonna, oggetto di grande venerazione popolare. In seguito la statua si trasferisce al santuario di Dos Hermanas e dal 1866 il suo culto è praticato anche a Roma, nella basilica di Santa Maria Maggiore, gemellata a Dos Hermanas. Dal 28 febbraio 1982, con il decreto del cardinal Poletti A tutti è ben noto, il culto di Valme è assegnato al Territorio Portuense, dove si costituisce la nuova parrocchia di Valme.

Da una iniziale sede di fortuna si intraprende, negli Anni Novanta, la costruzione della nuova chiesa progettata dall’architetto Spina, conclusa il 24 marzo 1996 con la consacrazione del cardinal Ruini. L’Edificio liturgico dalle grandi vetrate si caratterizza per l’icona mariana presente sull’altare maggiore. Il 10 marzo 2010 sarà collocata la nuova statua in trono della Vergine di Valme.

La parrocchia è affidata all’Opera della Chiesa, comunità cristiana ispirata alla figura di Madre Trinidad. Il Complesso parrocchiale si compone di Comunità, Casa dell’Apostolato e Casa di risposo. Da Nostra Signora di Valme dipendono le cappelle di S. Giovanni Battista de La Salle e di Papa Giovanni XIII a Borgata Petrelli.

La parrocchia è istituita il 28 febbraio 1982 con il decreto del Cardinal vicario Ugo Poletti «A tutti è ben noto». È affidata all’Opera della Chiesa. Il territorio, desunto da quello di S. Silvia, di S. Maria del Carmine e S. Giuseppe, di S. Gregorio Magno e di S. Raffaele Arcangelo, è stato determinato entro i seguenti nuovi confini: «Via I. Ribotti; largo L. Zambeccari; via P. Baffi; Ferrovia Roma-Pisa fino all’altezza della fine di via I. Newton; detta via fino all’altezza del confine di proprietà dell’Istituto Fratelli del S. Cuore; detto confine fino a via dell’Imbrecciato all’altezza del civico 112/A (escluso); via dell’Imbrecciato a sud; largo O. Zuccarini (tutto della parrocchia); via P. Frattini; via degli Orti spagnoli per breve tratto; via Ignazio Ribotti».

Si trova in via di Vigna Due Torri, 82.

La chiesa parrocchiale è stata progettata dall’arch. Spina.

La sede parrocchiale è stata inaugurata dal Cardinal vicario Camillo Ruini il 24 marzo 1996.

Giovanni Paolo II visita N.S. di Valme il 16 dicembre 96. È la terza domenica d’Avvento, tradizionalmente chiamata «Gaudete» in memoria di un passo di S. Paolo ai Filippesi che esorta a gioire per la vicinanza del Natale.

Le prime parole sono per i più piccoli: «Vi ringrazio per questa accoglienza chiassosa. E grazie a Dio che c’è chiasso, perché è un segno della gioia! Essendo ragazzi siete la gioia incarnata; io vi voglio bene! ».

In chiesa Wojtila scandisce S. Paolo (4,4-5): «Rallegratevi sempre nel Signore! Ve lo ripeto, siate felici! Il Signore è vicino! ». I diaconi leggono Isaia (61,10 «il Signore mi ha rivestito di salvezza»), S. Paolo ai Tessalonicesi (5,16 «Dio vi santifichi fino alla perfezione») e spiegano le figure di S. Giovanni Battista e S. Elisabetta, preparatori dell’Avvento.

Il discorso ai «carissimi fratelli e sorelle della parrocchia» è un elogio per le opere di evangelizzazione, fin dentro i condomìni. «Sono lieto di celebrare l’eucarestia insieme con voi! », dice. «Che la buona Novella possa entrare in ogni casa e aiutare a riscoprire che solo in Cristo c’è salvezza. In Lui è possibile trovare pace interiore, speranza e forza per affrontare ogni giorno le situazioni della vita, anche le più pesanti e difficili».

L’attuale parroco è Don Alfredo Fernandez Martin (dal 1996), assistito dai vicari parrocchiali Don Victoriano Herranz Daza (2002), Don Juan Jesus Sanchez Martin (2003) e Don Francisco Javier Vicente Sanchez (2000).

La chiesa è aperta dalle 6,30 alle 13,00 e dalle 16,00 alle 20,30 nei giorni feriali; dalle 7,00 alle 13,30 e dalle 16,00 alle 20,45 in quelli festivi. Le messe si tengono alle 8,00, alle 9,15 (settembre-giugno) e alle 19,00 nei giorni festivi; alle 19,00 nei prefestivi; e alle 9,00, 10,30, 12,00 (tranne ad agosto) e 19,00 nei festivi.

La parrocchia conta due luoghi sussidiari di culto. La Cappella dei Fratelli Scuole Cristiane (via dell’Imbrecciato, 181) celebra messa alle 7,00 nei giorni feriali e alle 8,00 e alle 11,00 (metà settembre-giugno) in quelli festivi. La Cappella Giovanni XXIII (via dell’Imbrecciato 289, alla Borgata Petrelli) celebra messa alle 11,00 nei soli giorni festivi.

Gli enti presenti nel territorio della parrocchia sono: l’Istituto «Colle La Salle»; Casa Famiglia «Iniziativa Amica» delle Suore della Divina Volontà (SDV); Casa Apostolato «San Pietro Apostolo» dell’Opera della Chiesa; Comunità dell’Opera della Chiesa; Casa di riposo «Sacra Famiglia».

 

Parco Ruspoli

 

Parco Ruspoli è un progetto di parco urbano, al Portuense. Si sviluppa su tre settori discontinui – Cruciani a sud-ovest, Crispigni a nord-ovest e Crugnola a nord-est –, disposti intorno all’abitato moderno di piazza Puricelli. L’idea del parco compare per la prima volta nel Piano regolatore del 1962, con ragioni storiche ben più lontane. Ne 1882 si era insediata  – su parte dei terreni in precedenza appartenuti all’Istituto di carità Vigna Pia – la Polveriera di Forte Portuense: la sua terribile esplosione, avvenuta il 23 aprile 1891 (si distingueranno per eroismo i militari Cattaneo e Spaccamela), riversò a valle migliaia di m3 di detriti, conferendo al sito l’aspetto sinistro di un cratere e originando il toponimo popolare de la Buca. Sul fondo del cratere il PRG 1962 autorizza l’edificazione di un insediamento intensivo, e allo stesso tempo destina i fianchi scoscesi a verde pubblico e servizi locali. Tra i servizi, nel 2004 viene realizzato da privati un parcheggio interrato, i cui oneri concessori vengono destinati alla creazione del parco. L’iter è oggi ancora in corso: nel 2011 ne viene affidata la progettazione all’arch. Rossana Lama; il progetto definitivo è stato approvato nel 2016.

I Grottoni sono un complesso di gallerie e ambienti ipogei in località Santa Passera, che taluni identificano con le perdute Catacombe di San Felice.

Il sito è originato in epoca romana, da un’attività estrattiva di tufo e pozzolane, collegata al vicino porto fluviale di Vicus Alexandri. Nel Primo Novecento un’indagine archeologica conferma che almeno una parte delle gallerie è stata riutilizzata per uso cimiteriale, ma non sono state trovate iscrizioni o raffigurazioni pittoriche. Rimangono comunque le fonti antiche (il De locis sanctis e l’Index cœmeteriorum) ad attestare che al III miglio si trovava il cymiterium ad Sanctum Felicem Via Portuensi. Tra gli studiosi il dibattito è aperto, anche se il successivo impiego delle gallerie, dal Settecento in poi, come cantine da vino, rende poco probabili nuovi ritrovamenti.

La Basilica di Papa Giulio – non nota archeologicamente – è un luogo di culto cristiano (ecclesia) del IV sec., in seguito restaurato in forma di basilichetta, in uso fino all’VIII sec. L’ecclesia viene edificata da Papa Giulio (337-352) sopra le Catacombe di San Felice, al III miglio della Via Portuense-Campana. Non se ne conosce oggi l’esatta posizione, ma per lo più si ritiene che possa trovarsi non distante dai Grottoni e da Santa Passera. Peraltro di Martire Felice se ne conoscono almeno un paio: quello martirizzato al tempo di Diocleziano, e Papa Felice II (356-357). L’Ecclesia viene in seguito riedificata una prima volta in forma di basilichetta e assume il nome di Ad Duo Felices, e poi una seconda, ad opera di Papa Adriano (772-795): «Ecclesiam Sancti Felicis positam foris Portam Portuensem noviter restauravit». Poi si perdono definitivamente le tracce.

Una pluralità di fonti concorda nell’attestare le perdute Catacombe di San Felice al III miglio della Via Portuense-Campana. L’indagine del Primo Novecento, che avrebbe potuto essere risolutiva, ha sì chiarito la natura cimiteriale di alcuni ambienti della cava, ma non ha potuto fornire un’attribuzione certa. Successivi crolli hanno impedito la prosecuzione delle indagini.

Tra le fonti storiche, il libro De locis sanctis elenca Felice tra i Martiri portuensi «qui iuxtam Viam Portuensem dormiunt». L’Index cœmeteriorum cita espressamente il Cymiterium ad Sanctum Felicem Via Portuensi miliario III. Infine un carme di Papa Damaso (366-384), elogiando il lavoro pittorico del Presbitero Vero, riporta incidentalmente che il lavoro pittorico si è svolto presso il Sepolcro di Felice.

Gli Itinera medievali collocano la tomba del Martire dopo quella di Paolo (a San Paolo) e prima di Ponziano (a Monteverde), al di sopra di un’altura dominante il punto in cui «il Tevere s’impaluda». Emilio Venditti ritiene che la descrizione sia compatibile con il costone di Vigna Pia. Styger e Cecchinelli-Trinci avanzano invece ipotesi diverse: il primo colloca le catacombe vicino San Ponziano; la seconda a via Traversari a Monteverde.

Nel Settecento i Grottoni sono in uso come cantina da vino di Vigna Jacobini. Gli ambienti attuali, sebbene assai ridotti, sono ancora in uso.

Le notizie biografiche su San Felice, presbitero romano martirizzato al tempo di Diocleziano, sono scarsissime e provengono da un racconto popolare, la Passio Felicis, del VII sec.

Il racconto vuole che Felice, condannato a morte e condotto al supplizio lungo la via per il mare, viene affiancato da uno sconosciuto che dichiara agli increduli militari romani di voler condividere la stessa sorte. I militi lo accontentano senza indugi, decapitando entrambi col medesimo spadone.

L’identità dello sconosciuto rimane un mistero, non solo per la folla che assistette al martirio, ma per la stessa Chiesa. La Passio Felicis parla di «eo quod sancto Felici auctus sit ad coronam martyrii» (un tale, aggiuntosi a Felice nella corona del martirio). La comunità ecclesiastica, volendo conservare memoria di questo gesto coraggioso, attribuisce all’ignoto un nome simbolico: Adauctus (che in latino significa «aggiunto»), a ricordare la virtù cristiana di aggiungersi a Felice nel martirio.

La tradizione liturgica ricorda perciò i due martiri insieme, il 30 agosto; il loro emblema, come tutti i martiri minori, è rappresentato dalla palma. Il Martirologio romano li ricorda con questa formula: «Santi martiri Felice e Adautto, che, per aver reso insieme testimonianza a Cristo con la medesima intemerata fede, corsero insieme vincitori verso il Cielo».

Oltre che nella Passio Felicis lo stesso racconto compare anche in un carme di Papa Damaso, senza aggiungere elementi biografici significativi, se non il fatto che Felice e Adautto sarebbero stati fratelli (ma si intende probabilmente fratelli nella fede).

Il culto di San Felice, e del suo inatteso compagno Adautto, dura alla Magliana quanto un batter d’ali.

Tanto che a fine IV sec. le spoglie dei due martiri si spostano sulla riva opposta, al Cimitero di Commodilla sulla Via Ostiense. Qui ai due martiri viene dedicata una cripta, nella quale tra l’altro troviamo le uniche immagini di Felice e Adautto conosciute. Si tratta di uno dei più antichi affreschi paleocristiani, nel quale è raffigurato San Pietro che riceve le chiavi. Assistono alla consegna simbolica come testimoni i santi Stefano e Paolo, affiancati da Felice e Adautto.

La cripta viene trasformata da Papa Siricio (384-399) in una basilica sotterranea, successivamente ampliata e abbellita da Giovanni I (523-526) e Leone III (795-816), diventando meta di pellegrinaggi anche in epoca medievale.

Papa Leone IV (847-855) dona le reliquie dei due martiri alla devota Ermengarda, moglie di Lotario, contribuendo a diffonderne il culto nel Nord Europa. A Roma rimane tuttavia la reliquia più importante, la testa mozza di Sant’Adautto, conservata oggi nel reliquiario della chiesa di Santa Maria in Cosmedin alla Bocca della verità.

Il bestseller Codice da Vinci di Dan Brown riprende una disputa religiosa molto lontana nel tempo, la cosiddetta «polemica ariana», che infiammò l’Impero nel IV sec. Un tassello di questa storia pare sia passato anche per la Magliana, coinvolgendo Papa Felice II (356-357), che si occupò con nobiltà d’animo della spinosa questione.

La polemica ariana ruota intorno alla domanda: «Cristo era un uomo?». Se per l’ebraismo Cristo è un uomo (al pari degli altri profeti), già nei Vangeli emerge la sua specialità nel disegno della Creazione. Nell’anno 325 il Concilio di Nicea fissa questo concetto in un dogma – Il Figlio è della stessa sostanza del Padre – e condanna come eretici il monaco Ario, i suoi seguaci e tutti i sostenitori della natura umana di Cristo.

Ma Ario dispone di ottimi appoggi alla corte di Costantinopoli, e ottiene dall’Imperatore d’Oriente Costanzo II la cacciata del vescovo Atanasio, animatore del Concilio di Nicea. L’illustre uomo di fede si rifugia a Roma accolto da Papa Giulio e dal suo successore Papa Liberio (353-356). Papa Liberio si oppone con forza alla richiesta imperale di condannare Atanasio, al punto che Costanzo II, con un colpo di mano, lo depone e lo sostituisce con la mite figura dell’arcidiacono Felice, pontefice col nome di Felice II (356-357).

Succede però che Felice II oppone all’eresia ariana un’avversione fiera, addirittura maggiore di Papa Liberio. L’Imperatore corre in fretta ai ripari, perdona Liberio e gli concede un secondo pontificato (357-366) in cui lui e Felice avrebbero retto congiuntamente la Chiesa.

Ma Felice non è certo il tipo da rassegnarsi alla nuova situazione e così si dimette da pontefice: abbandona l’abito pastorale e si ritira in preghiera nel suo poderetto alla Magliana («in prædiolo suo qui est Via Portuense»), conoscendo infine, secondo alcune fonti, il martirio.

Sepolto nelle Catacombe di San Felice, è oggetto di grande venerazione popolare, tanto che il culto di Felice II si fonde con quello del Martire Felice, e le catacombe prendono per un certo tempo il nome di Ad duo Felices (dai due Felici), in memoria dei due uomini di fede, entrambi martiri. Gli equivoci di omonimia sono stati risolti solo nel secolo scorso, dagli studiosi De Rossi, Duhesne e Verrando.

Il «rifiuto» di papa Felice è stato per lo più condannato. Nel 1505 l’umanista Vigerio ottiene da Giulio II una riabilitazione, ma Gregorio XIII, cui si deve il riordino dell’elenco dei pontefici (e la loro divisione in papi eletti da conclave e antipapi nominati dall’Imperatore), cancella addirittura Felice II dal novero dei pontefici, relegandolo tra gli antipapi. Nel 2005 la disputa ariana è tornata di attualità, grazie al bestseller di Brown, in cui lo studioso Langdon inseguendo il Sacro Graal si imbatte nell’umanissima discendenza del matrimonio tra il Cristo e la Maddalena.

Il Catalogo Liberiano attribuisce l’edificazione di una ecclesia a Papa Giulio (337-352) e la colloca «in Via Portese miliario III», al terzo miglio della Via Portuense-Campana.

La via non ha restituito pietre miliari, quindi è oggi difficile individuare il III miglio: un calcolo a spanne, sapendo che la via nasceva dalla Porta Trigemina, ci porta nei dintorni della Chiesa di Santa Passera. Molto più utile è un’altra indicazione del Catalogo Liberiano, che dice che la basilichetta sorgeva al di sopra delle Catacombe di San Felice, che taluni identificano con i Grottoni di via della Magliana. Tale informazione è meglio specificata dalla Notitia Ecclesiarum, che chiarisce che la basilica sorge ad corpus, cioè esattamente al di sopra delle reliquie del Martire: «Ecclesia Beati Felicis Martiris in qua corpus eius quiescit».

Gli itinerari altomedievali accennano ad una posizione di altura, dominante un punto paludoso del Tevere. Peraltro vi è incertezza anche sulla stessa identità del Martire Felice, che fonti discordanti identificano in un presbitero martirizzato sotto Diocleziano, oppure nel Papa Felice II del IV sec..

Del sito si ha notizia anche al tempo di Papa Adriano (772-795), che vi compie un restauro: «Ecclesiam Sancti Felicis positam foris Portam Portuensem noviter restauravit» (fece il secondo restauro della basilichetta).

Nel 1847 l’area fa parte della tenuta agraria di Vigna Pia, nella quale opera l’Istituto di carità omonimo voluto da Papa Pio IX (vedi monografia), con vigne e coltivi orticoli specializzati.

Nel 1882 avviene la nazionalizzazione di numerose proprietà ecclesiastiche, che entrano a far parte del demanio del nuovo Stato unitario italiano, e Tra di esse rientra anche l’Istituto Vigna Pia. Parte dei suoi terreni vengono destinati ad uso militare, nel quadro generale delle opere difensive per il Campo Trincerato di Roma, per realizzarvi una polveriera a supporto del vicino Forte Portuense (vedi monografia), la cui costruzione era iniziata nel 1877.

La struttura ha il nome di Deposito di polveri per il Forte Portuense, o, più brevemente, di Polveriera di Monteverde. La scelta del toponimo Monteverde può risalire, probabilmente, sia al fatto che la toponomastica ottocentesca chiama Monteverde anche l’area sul lato sinistro della Via Portuense; sia al desiderio di cancellare dalla toponomastica il più appropriato toponimo di Vigna Pia, legato alla memoria di Pio IX. All’ISCAG, Istituto storico del Genio, non è stato possibile reperire la planimetria della polveriera, e le notizie sono piuttosto scarne. Si sa che era gestita dai Bersaglieri, e la polveriera ebbe peraltro vita estremamente breve, rimanendo in esercizio per soli 9 anni.

La mattina del 23 aprile 1891 la polveriera esplode, e il boato viene udito distintamente in tutta Roma. La stampa risorgimentale dà grande attenzione all’accadimento, riportando con dovizia le devastazioni materiali occorse: la Polveriera ne risulta completamente distrutta; la Basilica di S. Paolo fuori le Mura riporta la rottura delle vetrate; anche la più distante chiesa di S. Maria della Luce riporta danni. Con grande enfasi la stampa riferisce della gara di solidarietà per prendersi cura dei giovani militi e agricoltori, rimasti feriti o mutilati: i reali dell’epoca accorsero sul posto per portare conforto.

Due figure si distinguono per eroismo in quella terribile mattinata del 23 aprile. La prima di esse è Pio Spaccamela, un capitano del Regio Esercito di 42 anni (era nato ad Arpino, Frosinone, il 30 dicembre 1849), che si trovava in località Porta Portese, fuori dalle mura, per eseguire degli studi militari di routine sull’orografia dei terreni. Si trova sulla «via maestra» (la Portuense), quando gli si fa incontro il secondo protagonista della vicenda, un bersagliere di appena 22 anni (era nato a Borgata Favria di Torino il 18 agosto 1869), il caporale dei Bersaglieri Domenico Cattaneo. Cattaneo, che è il capoposto della Guardia della polveriera, in forze al 12° reggimento, è allarmato ma ben saldo nelle sue azioni, e avverte il capitano Spaccamela dell’imminenza del disastro. Tra i due bastano poche parole per spiegarsi che non c’è un attimo da perdere. Lasciamo che sia la motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare conferita a Cattaneo a raccontarci cosa era successo pochi attimi prima: «Avvertito dalla sentinella delle esplosioni […] udite, fu il primo ad accorgersi del pericolo. Cosciente della propria responsabilità e con impareggiabile calma inviò subito parte dei suoi dipendenti ad avvertire gli abitanti dei casolari vicini, parte ad impedire il passaggio alla via maestra ed impartì ad altri ordini così razionali ed opportuni quali avrebbe potuto dare un provetto ufficiale. Seguì poi i suoi superiori ovunque era maggiore il pericolo».

I due militari prendono parte alle operazioni per minimizzare gli effetti dell’imminente esplosione. Così la motivazione della medaglia d’oro di Spaccamela: «Informato che la Polveriera di Vigna Pia stava per scoppiare […], vi accorse tosto per provvedere. Noncurante della propria vita pur di tentare di evitare la catastrofe, volle penetrare nella polveriera stessa, ma non lo poté mancandovi le chiavi; però, dopo attento esame fatto in mezzo al pericolo, convinto della impossibilità di impedire il disastro, che riconobbe imminente, con mirabile sangue freddo, impartì ordini opportuni per attenuare gli effetti». Entrambi vengono inevitabilmente travolti dall’esplosione. Spaccamela è «ultimo a ritirarsi dal pericolo; fu investito dallo scoppio a 40 metri circa dalla polveriera, rimanendo orribilmente ferito al capo». Cattaneo, «ultimo a lasciare il corpo di guardia, fu investito dallo scoppio, rimanendo travolto nelle macerie di una casa crollata, riportando la frattura di una gamba di cui sopportò l’amputazione con stoica fermezza». Ad entrambi il 31 maggio 1891 viene conferita la Medaglia d’oro al Valor Militare.

In seguito tutta la vicenda dell’esplosione sarà oggetto di un’inchiesta parlamentare, dalla quale si appurò che causa della tragedia fu un errore umano di un militare di stanza nella poveriera. Gli atti sono accessibili e ci proponiamo di migliorare questa monografia dandone conto.

Per i 70 anni successivi allo scoppio, l’area porta con sé i segni del disastro. L’effetto immediato del botto era stato la frana a valle (verso la Magliana e il Tevere) di migliaia di m3 di collina, in una misura che non è oggi possibile quantificare. I paesaggi lunari, i casolari spallati, gli accumuli di detriti, sono però ben documentati fotograficamente dall’Archivio Primoli, che, nell’immediatezza dei fatti, ebbe modo di documentare lo stato dei luoghi. Il fianco collinare affacciato sul Tevere assume così l’aspetto di un ripido muraglione di tufo vivo, alla cui base si trovano i cumuli di detriti. In mezzo, nella parte in precedenza occupata dalla Polveriera, si genera un profondo cratere, simile alla conca di un vulcano.

È in questa fase storica da “day after” che si origina, probabilmente, il nomignolo popolare de la Buca, ad indicare l’area del cratere. Questo toponimo risulta in uso ancora oggi: sebbene non sia particolarmente amato dai residenti, esso conserva la memoria sinistra di accadimenti di più di un secolo prima.

Negli anni successivi le cronache sono avare di notizie relative all’area. Vale la pena pertanto dare una breve occhiata alle biografie successive di Cattaneo e Spaccamela. Il 29 ottobre 1891 Cattaneo si congeda dall’Esercito, ottenendo l’incarico di custode della Reale Armeria di Torino. Qui rimane in servizio fino al 1920, anno in cui ottiene la dispensa e torna nella borgata di origine, alternando nonostante le mutilazioni le fatiche sui campi nel podere di famiglia all’impegno civile come consigliere comunale. Muore il 30 dicembre 1938 lasciando nei compaesani un positivo ricordo e un soprannome – il bravo caporale – che bene riassume la sua semplice vita. Ben diversa è la biografia di Spaccamela, per il quale arrivano onori e gradi militari. Spaccamela, divenuto generale del Regio esercito, è un ardente sostenitore del Partito Nazionale Fascista: la sua morte (avvenuta a Roma l’11 dicembre 1928), lo rende un eroe popolare del Regime, al punto che gli viene intitolata una strada e una lapide memoriale, apposta in via Piave, 49, così lo ricorda ai posteri: «Il generale Pio Spaccamela, decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare per l’eroismo dimostrato nello scoppio della Polveriera a Vigna Pia il XXIII aprile MDCCCXCI, morì in questa casa». È il 1930, anno IX dell’Era Fascista.

Dell’area della Polveriera si occupa il Piano Regolatore del 1962, che ne dispone la parziale edificazione. La nuova urbanizzazione segue l’orografia del disastro ed è strutturata in tre cerchi concentrici: al centro, nel punto più profondo del cratere, viene creata l’attuale piazza Pietro Puricelli. Intorno alla piazza sorge una cintura di caseggiati intensivi, realizzati in buona parte dall’INA, con profonde fondazioni e buone tecniche costruttive, per ben impiantarsi su un sito disastrato. Nelle aree esterne all’urbanizzazione, cioè quelle più ripide e difficilmente utilizzabili per l’insediamento abitativo, il Piano regolatore pone la destinazione a «verde e servizi pubblici di livello locale».

L’edificazione dunque inizia, e i pani regolatori successivi confermano invariata la destinazione delle aree residuali a verde e servizi, sebbene la destinazione a verde e servizi rimanga un mero atto di indirizzo. I fianchi del cratere, fino agli Anni Duemila, rimangono un doloroso «vuoto urbano», rispetto alla città che nel frattempo era cresciuta intorno. L’area ha peraltro fama di essere ben poco frequentabile: nella memoria popolare sono ancora impresse le storie dei ritrovi di spaccio e malavita, e qualche famiglia piange ancora dei figli strappati dall’eroina. Nel 1988 si conclude qui, nelle aree incolte su via Cruciani-Alibrandi, uno dei fattacci di cronaca nera più noti di quegli anni, con il ritrovamento del corpo senza vita del pugile Giancarlo Ricci, ucciso da Pietro De Negri, detto Er Canaro.

Nei primi Anni Duemila, tra le opere da realizzarsi nelle aree di più difficile utilizzo come “servizi pubblici locali”, viene proposto e quindi realizzato da una società privata, la Edilparking, un parcheggio interrato di quattro piani, denominato PUP n. 71 Ruspoli. Tale parcheggio interrato è per la verità è in massima parte fuori-terra, e assume ben presto il nome popolare de il Cubo, appoggiandosi vistosamente, con la forma di un dado, al costone di tufo dal fondo della vallata alla sua sommità. Il PUP, oltre a prevedere dei comuni box auto, include nell’innervatura in cemento armato anche un innovativo ascensore pubblico, la cui funzione è riconciliare il fondo del cratere con la sua sommità: qualsiasi altra soluzione ingegneristica di tipo tradizionale  – ad esempio una sequenza di scale intervallate da terrazzamenti per la sosta e il riposo – sarebbe stata poco adatta a colmare quei 4 piani di dislivello tra il sopra e il sotto, e comunque meno comoda e moderna di un ascensore.

Quest’opera ha suscitato da subito grandi contrasti nella comunità, poiché a fronte di circoscritti benefici pubblici (oltre ai parcheggi e all’ascensore, la promessa della futura sistemazione a parco urbano del fondovalle e a piazza urbana della sommità), includeva ampie superfici ad un uso commerciale, a beneficio privato, facendo temere una natura speculativa dell’intervento. Non senza contrasti e proteste l’intervento viene comunque realizzato, portando con sé l’ascensore e la piazza, mentre la «questione parco» rimane un mero impegno morale.

Abbiamo ricostruito la complessa cronologia amministrativa del parco. Il primo atto pubblico vincolante è la delibera della Giunta capitolina n. 585/2004, che prevede di «finalizzare il complesso degli oneri convenzionali derivanti dal PUP […] alla progettazione e realizzazione di un’ampia area a parco pubblico attrezzato nel quadrante compreso tra via Ruspoli, via Cruciani-Alibrandi, via Crispigni, via Ciappi, Ferrovia FR1, Via dei Grottoni, su aree già destinate a verde pubblico dal PRG 62». Questo atto destina alla realizzazione del parco i contributi versati alle casse comunali dai costruttori del Cubo. A livello locale la Memoria n. 9/2007 si esprime in maniera concorde.

Poco dopo ci rende conto che non tutte le aree del futuro parco sono in mano pubblica: buona parte di esse – si appurerà in seguito che si tratta di 26.642,65 metri quadrati – sono private e debbono essere immesse nel Patrimonio comunale attraverso espropri per ragioni di pubblica utilità. La questione degli espropri arriva in Campidoglio nel 2008, e l’Aula Giulio Cesare li autorizza, con la delibera n. 18 del 12 febbraio 2008. In quell’anno si quantificano anche gli aspetti economici: il costo complessivo del parco è stimato in 641.926,63 euro, suddiviso in tre parti: l’Op. 91627 (113.281,17 euro, di cui 40.000 per fondi da concessioni edilizie), l’Op. 91642 (453.124,68 euro, da fondi di avanzo stratificato) e l’Op. 110882 (75.520,78 euro come quota-parte degli oneri versati dal costruttore).

Nel 2011 l’arch. Rossana Lama è incaricata della la progettazione preliminare del parco (determinazione n. 721 del 3 maggio 2011). Il progetto si arricchisce via via con diversi atti di indirizzo prodotti dall’ente di prossimità: la mozione n. 31/2012 enuncia le caratteristiche che il parco dovrà avere; la successiva memoria di Giunta n. 36/2012 fissa le modalità operative per la realizzazione dell’intervento. Ci si accorge anche, in questa fase, che parte delle aree del parco sono perimetrate anche all’interno di un altro intervento urbanistico in corso, la Centralità Locale XV-7 Largo Ruspoli, e vanno quindi raccordate. Arricchito da questi passaggi, ad inizio 2013 il progetto preliminare viene sottoposto alla cittadinanza per la fase della progettazione partecipata. Si tiene un’assemblea pubblica, e la raccolta di contributi prosegue sul web. Nel frattempo si registrano altri due atti locali di indirizzo: la Risoluzione n. 1/2013 e una nota dell’Assessorato all’Ambiente datata 4 marzo 2013. Il 23 maggio 2013 la Giunta municipale approva così il progetto preliminare complessivo (delibera n. 5/2013).

Si passa quindi alla stesura del Progetto definitivo, che viene consegnato il 12 maggio 2014 e si compone di ben 18 elaborati. Il 17 luglio 2014 il progetto supera la disamina della Conferenza dei servizi, che evidenzia la «sostanziale compatibilità alla destinazione urbanistica dettata dal PRG a verde e servizi pubblici di livello locale» e qualifica il progetto come Variante al Piano regolatore. Il progetto viene così inviato agli altri livelli di governo del territorio: il 2 settembre 2014 la Provincia rilascia la compatibilità ambientale; il 22 aprile 2015 la Regione dà l’autorizzazione paesaggistica.

Concluso l’iter amministrativo, la palla torna al Comune, per l’approvazione finale. La partita si gioca su due fronti collegati: gli espropri e il passaggio in Aula.

La questione degli espropri è tutt’altro che semplice, perché la delibera comunale n. 18/2008, che aveva apposto i vincoli di esproprio, nel frattempo era decaduta, essendo trascorsi i termini di legge di 5 anni. Questa circostanza, soprattutto a Roma, non è né nuova né rara; al punto che un decreto del Presidente della Repubblica, il DPR n. 327/2001, era intervenuto in sanatoria, fissando il principio che quando un vincolo di esproprio decade non occorre ricominciare tutto da capo, ma è sufficiente “reiterare” il vincolo pagando una speciale indennità ai proprietari. L’indennità di esproprio viene così calcolata in 19,80 euro per metro quadro, che, rapportata ai 26 mila m2 da espropriare, determina un costo totale di 527.524,47 euro. Nessuno dei proprietari si oppone alla generosa offerta, e la reiterazione dei vincoli (avviata con un avviso pubblico affisso in Albo pretorio il 21 maggio 2015) procede senza intoppi. A dire il vero un’opposizione c’è: si tratta di un terzo, confinante con il parco, che rivendica di aver acquisito per usucapione una piccola porzione di terreno, da sempre utilizzata per parcheggiarvi l’automobile; ma si tratta comunque si superfici marginali. Il 18 marzo 2016 il Comune può così mettere in bilancio, nel Piano investimenti 2016-2018, i finanziamenti necessari per gli espropri. L’ammontare stanziato è di 528.645,46 euro (indicati come Op. 1601680), sufficiente per espropriare la totalità dei terreni.

La partita avrebbe dovuto concludersi, a questo punto, sul campo dell’Assemblea Capitolina, per la delibera di approvazione complessiva. Tuttavia l’Assemblea Capitolina in quel periodo risulta commissariata, dopo la tumultuosa fine Giunta Marino. Applicando le norme di sussidiarietà (Art. 9 del Regolamento sul Decentramento Amministrativo) la delibera viene quindi spostata su un altro campo, il Consiglio municipale dell’ente di prossimità, in grado di approvare le delibere di competenza dell’Assemblea Capitolina, sottoponendole poi per ratifica al Commissario Straordinario. Il 14 aprile 2016 viene quindi presentata, nell’Aula Petroselli di Corviale, la proposta di delibera «Reiterazione del vincolo preordinato all’esproprio sulle aree oggetto dell’intervento di Sistemazione a verde pubblico attrezzato delle aree adiacenti via Cruciani, via Crispigni e via Crugnola […]. Approvazione in linea tecnica del Progetto definitivo ai fini della dichiarazione di pubblica utilità». La delibera viene approvata a maggioranza (delibera n. 7).

Ci riproponiamo – una volta compiuti gli espropri e aperto il cantiere – di raccontare i dettagli realizzativi del progetto.

 

[1] Log di pubblicazione:

– Arvalia.it n. 2/2017 del 9 maggio 2017. I contenuti editoriali sono estratti e adattati dalla pubblicazione Portuense di A. Anappo, prima edizione novembre 2016.

[2] L. LARCAN, Ecco il motel-necropoli sotto la Portuense, ne Il Messaggero, 26 luglio 2014.

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