Marconi è il primo dei sette quadranti urbani del Territorio Portuense, posizionato su un’ansa del Tevere a ridosso del Centro storico. Il primo popolamento avviene a metà I sec. a.C., quando artigiani, portuali e stranieri si insediano agli Horti, lasciati da Cesare in eredità ai ceti popolari di Roma. Dall’Anno Mille il toponimo Pietra Papa testimonia il ripopolamento agrario, ma è con la ferrovia e il Ponte di ferro (1859) che arrivano le prime industrie, e la Mira Lanza. Il Piano regolatore del 1931 avvia l’urbanizzazione, sviluppatasi in forme intensive dal Dopoguerra. Il PRU degli Anni Novanta ha modificato gli assetti: rimangono aperte le partite del Parco Papareschi, Piano Casa e viabilità, parcheggi, smog. La popolazione è di 35 mila abitanti [1] [2].

 

 

Sommario

I giardini di Cesare

Orti di Cesare – Villa romana di Pietra Papa – Nuovo Trastevere – Piana di Pietra Papa – Ponte di ferro

Marconi industriale

Marconi moderno

Ponte Marconi – ONMI – Abitato urbano di Marconi – Divino Lavoratore – Caduti di Pietra Papa – Santi Aquila e Priscilla

Marconi contemporaneo

Teatro India – Ponte della Scienza – Piano Casa Marconi – Parco Papareschi

 

L’area prende il nome dal suo asse viario principale, dedicato allo scienziato italiano Guglielmo Marconi. Prima dell’urbanizzazione moderna era attestato, già in epoca medievale, il toponimo di Piana di Pietra Papa, dalla famiglia romana dei Papareschi. In epoca romana l’area faceva parte del Trans Tiberim. Nel poeta Ovidio è presente la definizione di Ripa Suburbana Tiberis. L’area è estesa 1,26 kmq ed è delimitata ad est e a sud dal corso del fiume Tevere; ad ovest e a nord dal tracciato della ferrovia urbana.

 

I giardini di Cesare

 

Orti di Cesare

Nel 49 a.C. il console romano Caio Giulio diviene proprietario di un’unica proprietà fondiaria (Horti Caesaris), estesa dalle pendici del Gianico al Tevere, con lo scopo di alloggiarvi i cavalli della Mandria sacra con la quale aveva varcato il Rubicone. Riferisce Plutarco che a ridosso del Gianicolo sorge il corpo edilizio principale, il Palatium, circondato da alti e odorosi pini. Nel 46 Cesare vi ospita, al riparo da sguardi indiscreti, la regina Cleopatra. Dopo l’arrivo della regina il Palatium si amplia, con l’aggiunta di un peristilio, sontuosi affreschi e la statua colossale di un guerriero gallico. Nei giardini trovava posto anche un tempietto dedicato alla Dea Fortuna; i giardini si aprivano su un porticciolo fluviale in cui era ancorato il barcone egizio di Cleopatra. Dopo la morte del dittatore, avvenuta nel 44, gli Horti passano in eredità al Popolo di Roma. Due campagne di scavo sulla riva, nel 1915 e 1939, hanno restituito porzioni di una villa romana dell’epoca.

Caio Giulio nasce il 13 luglio del 100 a.C. Educato alla grammatica nel periodo turbolento del Bellum sociale, è avviato alle armi e inviato in Asia per sfuggire alle liste di proscrizione che già avevano colpito lo zio Caio Mario. Svetonio ci ha tramandato una descrizione del giovane Cesare: «Di alta statura e carnagione chiara, è meticoloso nella cura del corpo, al punto di tagliarsi i capelli, radersi e depilarsi con estrema cura. Sopporta malissimo il difetto della calvizie, per il quale spesso viene deriso: per questo fa il riporto, dalla cima del capo, dei pochi capelli».

Nel 78, alla morte di Lucio Cornelio Silla, capo della fazione degli Optimates, Caio Giulio torna a Roma e inizia il cursus honorum: è prima questore, poi edile, pretore, pontefice, governatore della Spagna Ulteriore e infine console, in alleanza con i triunviri Crasso e Pompeo. Dal 59 è in Gallia, impegnato nella campagna contro Elvezi, Veneti e Belgi, il cui capo Vercingetorix è sconfitto nel 52. Cicerone individua nella sete di potere il motore delle sue azioni:

 

Ha memoria e ingegno, cultura ed equilibrio, prontezza. Ma non ha altra ambizione che il potere, che persegue con sprezzo del pericolo. La plebe ignorante se l’è conquistata con elargizioni frumentarie, opere pubbliche e feste; i suoi li ha conquistati con i premi; gli avversari con la clemenza. Insomma: a Roma, un tempo fieramente libera, ha dato l’abitudine di servire, un po’per timore un po’per rassegnazione.

 

Domata la Gallia, la strada per il potere assoluto è aperta, e inizia per Caio Giulio una fase diversa, che lo porterà nel giro di cinque anni a diventare il padrone di Roma. Succede che, dei tre triunviri, Crasso muore improvvisamente e Pompeo resta il solo a opporsi a Caio Giulio. Il 10 gennaio del 49 il condottiere varca in armi il fiume Rubicone, il confine territoriale vietato alle legioni, per regolare i conti con Pompeo. Il dado del Bellum civile è lanciato: «Alea jacta est», il dado è lanciato. Quando Cesare giunge a Roma, però, scopre che Pompeo non è più nell’Urbe: Pompeo si è imbarcato, e occorre inseguirlo per mare, per chiudere definitivamente la partita.

È in questa porzione di inizio 49 che Caio Giulio acquisisce una proprietà fondiaria sulla riva destra del Tevere: si tratta degli «Horti» tra le pendici meridionali del Gianicolo e l’attuale quartiere Marconi. Sono campi incolti e acquitrinosi, buoni solo per il pascolo. E il motivo dell’acquisto degli Horti va ricercato  proprio nei caratteri di questa proprietà suburbana. Al Rubicone Caio Giulio aveva con sé una mandria di cavalli da guerra, in dotazione alle forze di cavalleria delle sue legioni. Giunto vittorioso a Roma e pronto a imbarcarsi per mare per dare la caccia a Pompeo, Caio Giulio rifiuta di immolare i cavalli a Marte – come richiedeva la tradizione – e preferisce consacrarli al dio, costituendoli in una «Mandria sacra» e curandone da allora a sue spese il mantenimento, lasciandoli al pascolo brado nei suoi Horti. Dietro questo fatto dai contorni leggendari si cela una necessità assai concreta: Cesare pianificava già da allora l’ascesa al potere assoluto e sapeva che tenere dei cavalli alle porte di Roma poteva tornargli utile in ogni momento.

Ma Caio Giulio avrà ben poco tempo da dedicare ai suoi cavalli: si imbarca e insegue Pompeo e i suoi luogotenenti per tutto il Mediterraneo – in Italia, Spagna e in Africa –, mancando sempre la vittoria decisiva. Nel frattempo, a Roma, dell’amministrazione delle sue proprietà si occupa Calpurnia, che è la sua terza moglie: prima di lei c’erano state Cornelia, morta prematuramente, e Pompea, ripudiata. Il matrimonio si era celebrato nel 59 a.C., quando Calpurnia ha solo 16 anni.

Abbiamo lasciato dunque Caio Giulio che saluta Calpurnia e i suoi cavalli, e insegue Pompeo in ogni quadrante del Mediterraneo. A Farsalo, in Grecia, Pompeo è sconfitto sonoramente, ma sopravvive e ripara in Egitto: le legioni di Cesare lo inseguono anche lì.

In Egitto l’ambizioso console incontra la regina Cleopatra, ultima esponente della dinastia dei Tolomei: affascinante, volitiva, e in fin dei conti con una biografia personale non molto diversa dalla sua. Cleopatra (69-30 a.C.) nasce ad Alessandria, città egiziana di lingua greca. Governa dalla primavera del 51 insieme con il fratello Tolomeo XIII, di cui è anche sposa, fino alla tumultuosa deposizione, ispirata da Potino, consigliere di Tolomeo XIII. Quando Pompeo sbarca in Egitto, in quel paese è in corso una furibonda guerra civile: da un lato ci sono gli eserciti di Tolomeo XIII e della sorella minore, Arsinoe; dall’altro quelli di Cleopatra e di un quarto fratello, Tolomeo XIV. Cleopatra è ormai destinata alla sconfitta, ridotta allo sbando nel deserto nei pressi di Alessandria. L’arrivo di Pompeo rimescola le carte in tavola.

Potino, nella speranza di ingraziarsi Roma, fa uccidere Pompeo subito dopo lo sbarco, e ne offre a Caio Giulio la testa. La reazione del console è però sdegnata, tanto da catturare Potino e giustiziarlo sommariamente, e prendere le parti della sua oppositrice Cleopatra. Tra Cesare e Cleopatra l’intesa è istantanea: vogliono entrambi la stessa cosa, il potere. Lo scontro militare decisivo con Tolomeo XIII avviene ad Alessandria, nel 48: le successive vittorie di Tapso e Munda consegnano a Caio Giulio l’intero Egitto, che rimane formalmente indipendente, sotto la guida della compiacente Cleopatra. Si è scritto molto, sull’intesa tra Cesare e Cleopatra: l’interesse è un collante fortissimo; e a questo si sarebbe ben presto aggiunta la passione, secondo alcuni autori la lussuria. A detta di variegate fonti Cleopatra non è bellissima (sarebbe stata bassa e col naso a becco!), ma sicuramente è dotata di un grande fascino. Gli interessi convergenti dei due avrebbero fatto il resto: Caio Giulio vuole l’Egitto per impadronirsi delle sue risorse finanziarie, e Cleopatra, non potendo fermarlo, mira a sedersi al suo fianco. La relazione tra i due, insomma, non fu sin dall’inizio sincera, ma di sicuro fu ardente e straordinariamente solida. Ne nasce un figlio, Cesarione.

Nel 46 Caio Giulio, ormai padrone di un Egitto pacificato, prende la decisione di tornare a Roma, per incassare il credito di popolarità maturato con le sue campagne e candidarsi al potere supremo nella Repubblica. La regina-amante potrebbe tranquillamente rimanere in Egitto ad amministrare le immense ricchezze del Paese, come luogotenente di Cesare. Ma, non si sa bene chi abbia preso la decisione – se lo abbia chiesto Cesare, o lo abbia voluto Cleopatra –, la regina decide di partire con lui, con il figlioletto Cesarione appresso, per tentare la comune fortuna.

Dopo breve navigazione le navi di Caio Giulio gettano l’ancora a Ostia. È in questo momento che gli Horti lungo il Tevere tornano utili a Caio Giulio: il console alloggia qui Cleopatra, che vi rimarrà per ben due anni, dal 46 fino alla tragica morte dell’amante, alle idi di marzo del 44. Nell’Urbe  c’è un problema da risolvere: la moglie di Caio Giulio, Calpurnia, è informata di tutto, e non è certo nella miglior predisposizione di animo. La scelta di alloggiare Cleopatra agli Horti, tra erbacce e cavalli al pascolo brado, nasce quindi da una necessità: tenere moglie e amante a una congrua distanza di sicurezza. Possiamo immaginare la reazione di Cleopatra – che è pur sempre una regina –, confinata in quell’area piatta e desolata! Agli Horti  c’è davvero poco: una villa rustica, un paio di strade, un tempietto dedicato alla dea Fortuna e un porticciolo sulle rive del Tevere. Basta. E a complicare il tutto Calpurnia, dalla sommità del Colle Palatino controlla Cleopatra a vista, approfittando del cono visivo determinato dalla vallata del Tevere. Riferisce Cicerone che Cleopatra non tardò a lamentarsi furiosamente con il suo amante.

Calpurnia reagisce con misurato contegno romano: assiste impassibile alla parata trionfale, in cui Cleopatra sfila in catene d’oro, su un trono anch’esso d’oro trainato da 40 elefanti.

Calpurnia sa che Cesare sta lavorando a una legge ad personam che gli consenta di avere due mogli; ma sa anche che in Senato c’è chi preme affinché Caio Giulio si spinga ben oltre: ripudi Calpurnia e sposi Cleopatra, allettato dalla prospettiva di acquisire l’Egitto per via ereditaria. Chiusa in un severo silenzio, Calpurnia scruta ogni giorno gli Horti, dove la rivale ha avviato un gigantesco cantiere e sta via via trasformando il luogo desolato in una sfarzosa corte orientale, sul modello della Corte egiziana di Alessandria.

Della breve vita della Corte portuense – caratterizzata da ingenti opere edilizie, ingente sfarzo, ingenti spese –, rimangono oggi solo i racconti degli artisti e delle personalità pubbliche che vi soggiornarono. Le tracce archeologiche sono oggi sepolte sotto i palazzoni del moderno quartiere Marconi, e forse scomparse per sempre fin dagli anni in cui l’abitato moderno venne realizzato.

Le fonti parlano di un esteso cantiere incentrato sull’ampliamento del fabbricato rurale preesistente, che sappamo essere genericamente collocato alle pendici meridionali del Gianicolo. Con un occhio alla geografia attuale possiamo immaginare questo edificio non molto distante dall’attuale Stazione Trastevere, che costituisce l’ultimo lembo collinare del Gianicolo prima della pianura di Marconi.

Di questo fabbricato si sa che aveva in origine le caratteristiche di una villa rustica, circondata da alti e odorosi pini. Cleopatra lo amplia e lo trasforma in un «palatium», cioè una dimora signorile con caratteri urbani. Degli artisti vengono chiamati ad affrescarne gli interni, con scene mitologiche. Vi viene collocata una statua colossale di un guerriero gallico.

Cesare segue i lavori di persona: Cleopatra dispone, e Cesare, come ogni amante di ogni luogo e ogni epoca, salda il conto alle maestranze. Conosciamo questo dettaglio perché gli oppositori politici di Caio Giulio lo accuseranno di trascurare gli impegni pubblici per attendere personalmente ai lavori della Corte portuense. Crediamo che questo non possa chiamarsi in altro modo che amore. Cicerone evidentemente si sbagliava: non era il solo potere il motore delle azioni di Caio Giulio.

Al Palatium di Cleopatra si recano ben presto molte delle celebrità dell’epoca: Bruto, Antonio, e il giovane Ottavio, il prediletto da Cesare, dall’indole severa e assai duro verso Cleopatra. Al Palatium dimorano anche Tolomeo XIV, il fratello di Cleopatra di appena 13 anni, e l’infante Cesarione.

Alla corte stazionano più o meno stabilmente i poeti Sallustio, Asinio Pollione, Lucio Apuleio e i due giovanissimi Virgilio e Orazio, quest’ultimo di 21 anni e dal carattere esuberante e indisciplinato. Orazio non fa mistero di detestare Cleopatra, pur non disdegnandone la generosa ospitalità, i banchetti e il vivace ed esotico fermento culturale che vi si respira. E tuttavia è per lui che Cleopatra stravede, mentre nutre per Sallustio una cordiale antipatia. Il povero Sallustio è assai solerte nel declamare alla regina i suoi versi del Bellum Iughurtinum appena composto, e si applica persino nell’insegnarle la lingua latina, che Cleopatra non ha alcuna voglia di imparare. Di tutt’altro tema parlano invece i versi di Orazio: Cleopatra ascolta ammaliata le avventure amorose delle sue eroine, e pare anche che Cleopatra, ispirata da Orazio, abbia tentato di scrivere un componimento letterario andato perduto, e di cui non si conosce neppure il contenuto.

I frequentatori della Corte riferiscono tutti, più o meno concordi, che il fascino della padrona di casa è grandissimo. Cleopatra, racconta Lucio Apuleio, indossa solitamente una conturbante tunica di lino, simile a quelle delle sacerdotesse egizie; possiede anche vesti elaborate, nei colori tradizionali di Roma, il rosso e il giallo, tutte però assai discinte rispetto ai severi standard capitolini. Alla Corte risiedono anche mimi e attori, tra i quali Publilio Siro, e lo scultore greco Arcesilao, impegnato nel realizzare una statua della regina nelle vesti di Iside, che sarà poi fusa in euricalco.

Di pari passo al cantiere del Palatium, procedono i lavori per attrezzare i campi incolti in giardini di delizia, affacciati sul Tevere. L’oratore Cicerore conia per quei giardini il nomignolo di « giardini della lussuria», dove il «povero vecchio console» viene irretito dalla voracissima mangiatrice di uomini Cleopatra.

Maldicenze a parte, la proprietà suburbana di Caio Giulio prende rapidamente forma in una corte regale, in grado, almeno nelle intenzioni, di rivaleggiare con la Corte palatina. Nell’organico della corte portuense figurano 200 dignitari, 30 cortigiani, il corpo armato della Guardia reale e un numero imprecisato di servi e ancelle. Si sa che Cleopatra aveva chiesto a Cesare organici ben maggiori – 1000 dignitari e 200 cortigiani –, ma Cesare l’aveva convinta prudentemente ad accontentarsi, per non sfidare in sfarzo i suscettibili aristocratici della Reggia palatina. Sono numerose nell’Urbe le critiche e i chiacchiericci: sia per aver concesso a una straniera onori regali, sia per averle riconosciuto lo status divino di «reincarnazione di Iside».

Ma a parte il passeggio, da fare agli Horti c’è ben poco. Si sa che le giornate portuensi di Cleopatra trascorrono nel complesso in una noia mortale e che la regina subissa l’amante di continue lamentele, per adeguare l’avaro territorio campagnolo alle sue piccole necessità regali.

La lamentela principale è per il fracasso della Via Campana, continuamente percorsa da carri e muli, e per le continue invasioni di pecore e buoi nei suoi giardini. Caio Giulio non può impedirne il transito lungo la Campana, attraverso cui Roma viene continuamente rifornita di derrate e merci. Il tracciato della Campana, grossomodo, va dall’attuale Stazione Trastevere verso via Majorana.

E c’è anche una seconda strada che attraversa la proprietà, una «via alzaria» che corre esattamente a fianco della riva del Tevere, attraversata da un ingente traffico mercantile, soprattutto da buoi che trainano le chiatte in risalita lungo il Tevere. Questa strada è stata individuata dalla campagna di scavo del 1915.

Il popolo di Roma prende unanime le parti di Calpurnia, la moglie legittima umiliata dalla conturbante straniera. A Calpurnia le informazioni arrivano principalmente dall’oratore Cicerone, ma fanno un po’ tutti a gara, nel raccontarle – sdegnati e forse segretamente compiaciuti – che Cesare «il Conquistatore» è stato ormai conquistato dall’avvenente regina. Cleopatra non è certo la sua prima amante ma certo è la più pericolosa. Eppure Calpurnia rimarrà a fianco del marito fino all’ultimo, al famoso mattino delle Idi di marzo del 44 in cui Cesare conoscerà il suo tragico destino. Calpurnia sceglierà, dopo quella tragica giornata, di non risposarsi mai più.

Le informazioni di Cicerone, tuttavia, sono tutte di seconda mano. Il grande assente dalla Corte portuense di Cleopatra è  proprio lui, Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C.): per il Padre della Patria, Roma ha un’unica corte regale, quella sul Palatino.

Sappiamo che anche l’oratore Cicerone, tuttavia, cercò di trarre beneficio dal soggiorno romano di Cleopatra, cercando di convincere la regina a sostenere una nobilissima missione, che aveva in mente da quando Caio Giulio era sbarcato in Egitto: salvare dalla distruzione gli ultimi papiri della Biblioteca di Alessandria.

Cicerone intende promuovere una spedizione navale per trasportarli dall’Egitto a Roma. In cambio chiede di poterli tenere, «in domo sua», come proprietà privata. La regina egiziana si dimostra però sorda a ogni richiesta per quell’uomo di grande cultura e talento politico, che riconosce distintamente come un pericolo. E del resto Cleopatra ha ottime regioni per essere in collera con lui: appena sbarcata a Ostia Cicerone l’ha subito additata a pericolo pubblico, al punto che in un banchetto con l’amico Pomponio Attico l’ha chiamata «la detestabile Cleopatra». Infine le ha affibbiato il nomignolo, divenuto popolarissimo, di «Crocodyla», cioè donna-coccodrillo, alludendo non solo alla sua presunta bruttezza, ma al carattere esotico, mordace e letale dei grandi rettili del Nilo.

Cleopatra insomma è decisa a fargliela pagare, e attende silenziosa l’occasione per sferrargli un morso, proprio come i coccodrilli del Nilo. Dopo avergli a lungo negato un incontro, Cleopatra accetta alla fine di riceverlo. Lo convoca agli Horti, proprio dove Cicerone non avrebbe mai voluto mettere piede. Inizia la vendetta della Regina. Al «pater Patriæ» Cicerone è imposto un cerimoniale bizzarro, motivato dal fatto che così si usa in Egitto: Cicerone è costretto ad avanzare piegato in due, con il viso all’altezza dei piedi, impossibilitato a compiere ogni altra azione. Cicerone vi soggiace senza fiatare, pur di ottenere quel tesoro dell’umanità dei papiri alessandrini.

Avanzando faticosamente, e giunto ad un passo dalla regina con la testa fra i piedi, nella posizione scomoda in cui si ritrova, a Cicerone manca il fiato, e non riesce a tirar fuori di bocca una sola parola. Cleopatra, con un gesto stizzito, decreta che il tempo assegnato a Cicerone è finito, e lo congeda senza appello, senza concedergli più altre udienze.

Cleopatra è raggiante per aver lasciato senza parole il primo oratore di Roma. E Cicerone, furibondo, confida a Pomponio: «Prima la detestavo, ora la odio. Il morbo che fiacca Roma ha origine ad Alessandria!». Cicerone non ebbe mai i preziosi papiri.

I giardini di delizia si estendevano sino all’odierno Ponte Marconi, su un piccolo porto fluviale con darsene dai blocchi ciclopici, visibili ancora oggi. Per la precisione il porto vero e proprio si trovava sulla sponda opposta, sul lato ostiense, mentre su quello portuense erano presenti dei cippi di attracco.

All’àncora in questo porticciolo si trovava il barcone egizio di Cleopatra, che non doveva essere di piccole dimensioni, se era stato in grado di attraversare il Mediterraneo e arrivare sino a Roma. Pare tuttavia che di occasioni per impiegare il suo barcone Cleopatra ne abbia avute ben poche. Cleopatra si lamenta per la scarsa portata d’acqua del Tevere, che giudica ben meschino in confronto al Nilo: le secche a ridosso dell’attuale Ponte di ferro non le consentono di raggiungere l’Urbe per via d’acqua con l’ingresso scenografico che avrebbe voluto.

La stessa Roma, paragonata ad Alessandria, sembra a Cleopatra un villaggio di barbari. La rozzezza dei costumi romani la lascia di giorno in giorno più sgomenta: senza peli sulla lingua afferma che una tale concentrazione di artisti greci, in una città dove non si parla che il latino, è sprecata. È forse qui la chiave per comprendere la malinconia di Cleopatra a Roma: Cleopatra parlava greco, i suoi cortigiani si sforzavano ma non gradivano farlo. Quello che le mancò, probabilmente, fu una quotidianità di rapporti umani.

Non potendo arrivare a Roma via Tevere, Cleopatra ripiega allora su una lettiga, trasportata da schiavi sul duro basolato della Via Campana, tra mille scossoni. Alle sue proteste Cesare le regala una seconda nave, più leggera e anch’essa ormeggiata nel Porto di Pietra Papa.

Il porto era preesistente rispetto all’arrivo di Cleopatra, tuttavia esso non era antecedente alla fine del I sec. a.C. Di questo porto sappiamo che rimarrà efficiente almeno sino all’inizio del II sec. d.C., ma rimane praticabile per tutto il Medioevo. Sappiamo  che nell’anno 1483 Papa Sisto IV poté ancora agevolmente imbarcarvisi diretto a Ostia su una «nave bucinatoria» di grandi dimensioni.

Sulla riva portuense la grande magra del 1947 ha fatto emergere due cippi portuali di attracco, con iscrizioni dei consoli Gallo e Censorino. I cippi sono stati rimosse e portati al Museo Nazionale Romano.

Si sa che negli Horti era collocato anche un tempietto in onore della Dea Fortuna, edificato da Cesare per ringraziare la buona sorte ricevuta al I miglio della Via Campana. Di questo tempio compare una descrizione letteraria nei Fasti del 24 giugno (giorno dei festeggiamenti della dea), del poeta latino Ovidio (8 d.C.). Il tempio è descritto con un tetto d’oro.

Si tende oggi a collocare questo tempio verso Porta Portese, nei pressi dell’edicola della Madonna del Buon Riposo. Tuttavia, scavi sommari eseguiti a metà Ottocento presso l’attuale Ponte Marconi hanno restituito i resti di un complesso religioso, anch’esso identificato come Tempio della Dea Fortuna. Si ritenne allora di identificare i muri più antichi all’epoca di Tiberio, mentre quelli più recenti, frutto di un rifacimento, furono attribuiti al tempo di Traiano. Da questa campagna di scavi emerse il ritrovamento delle «Lastre Campana».

Gli scavi riprendono prima nel 1915 e poi nel 1939. L’archeologo Jacobi rinviene parte del fregio, un altare e un idoletto con cornucopia, grazie al quale attribuisce il tempio alla dea Fortuna. Le conclusioni di Jacobi tuttavia incontrano delle perplessità, sia per l’esiguità dei ritrovamenti, sia perché le fonti collocano il tempio al I miglio (i ritrovamenti avvengono a II miglio inoltrato). Il sito è oggi interrato.

Le fonti riportano anche di quotidiane visite di Cleopatra alle terme. Sappiamo che Cleopatra non ama né il caldo né il freddo, e tra gli ambienti predilige il «tepidarium», dove sosta in compagnia di uno stuolo di matrone romane che la intrattengono in conversazioni leziose.

Non sappiamo di quali terme si trattasse, ma sappiamo che esse si trovavano negli Horti o nelle immediate vicinanze, e non si trovavano nel Palatium poiché Cleopatra doveva recarvisi appositamente. Le ipotesi sulle terme ci portano a individuare due probabili siti: quelle note archeologicamente di Pozzo Palataleo, oppure un impianto termale a ridosso dell’attuale Ponte Marconi.

Circa la prima ipotesi, i recenti scavi sui canali fognari di Pozzo Pantaleo, hanno restituito incidentalmente il ritrovamento di alcuni oggetti quotidiani di uso tipicamente femminile, il ché permette di ipotizzare che si trattasse di terme prevalentemente o esclusivamente femminili. Una seconda ipotesi porta a collocare le terme a ridosso di Ponte Marconi. Le due campagne di scavi del 1915 e del 1939 in quest’area hanno  portato alla luce cinque ambienti di un complesso termale di età augustea, con pavimenti in mosaico bianco e nero con scene di palestra. Siamo in un’epoca successiva a Cesare e Cleopatra: potrebbe tuttavia trattarsi di un rifacimento.

Le matrone che condividevano con Cleopatra le visite alle terme, erano solite accompagnare Cleopatra anche nelle celebrazioni dei culti isiaci, con sacrifici celebrati dalla stessa Cleopatra. Pare che in qualche modo Cleopatra abbia ricambiato la disponibilità delle matrone, accompagnandole spesso nei riti segreti in onore di Bona Dea, divinità allora molto in voga tra le matrone. Cleopatra porta a Roma anche una divinità minore egizia, Serapide, caratterizzata anch’essa da riti segreti.

Intanto lo scultore Arcesilao completa la statua di Iside-Cleopatra, che viene collocata nell’Urbe, nel grandioso tempio di Venere genitrice. Lo scalpore a Roma è grande: sia perché dal seno scoperto Cleopatra allatta il dio Horus bambino (cioè Cesarione), sia perché il Tempio di Venere genitrice è il santuario della Gens Iulia, rendendo così palese, a chi avesse ancora dubbi, che Cesare considera Cleopatra al pari di una moglie. Il significato simbolico del gesto è grande: Venere e Iside insieme, ovvero Cesare e Cleopatra, ovvero due dinastie regali che sommano insieme potere politico e militare. E questo è davvero troppo: Cicerone, il portavoce della tradizione senatoria, fa sapere a Cesare di non approvare ciò che Caio Giulio sta facendo e permette a Cleopatra. Molti dei frequentatori della Corte portuense si trasformeranno, di lì a breve, in congiurati.

A Roma non si parla d’altro che degli Horti di Cesare e Cleopatra. Si favoleggia di incontri boccacceschi cui prendono parte decine di convitati. E Caio Giulio, tutt’altro che geloso o disperato, vi partecipa allegramente, intrattenendosi con tutte e con tutti. Cicerone conia una frase per descrivere gli appetiti a tutto campo di Cesare: «marito di tutte le mogli, e moglie di tutti i mariti».

Antonio, Bruto e Ottavio, che visitano con regolarità gli Horti, al loro ritorno a Roma non possono che confermare le storie esotiche e incredibili. Si diffonde persino, nelle osterie e tra i legionari, la moda di ornare il fondo delle scodelle con ritratti della regina in pose ardite. Cleopatra è insomma pubblicamente additata come una «reproba», ma è in fondo l’interprete di un’istanza di liberazione dei costumi in larga parte condivisa in ampi strati della società romana. Cleopatra insomma, criticata in pubblico, gode in privato di una certa ammirazione. Per molti è un modello di emancipazione.

Un altro degli argomenti preferiti di cicaleccio alla Reggia Palatina è il figlioletto Cesarione, descritto come un ritardato, un vero campione di stupidità. Anche i culti isiaci destano diffidenza, e si diffonde presto la voce che Cleopatra pratichi atti di stregoneria. La stregoneria a Roma è considerata un tabù.

Cesare intanto è preso da una delle sue riforme più felici, quella del calendario. Promulga il nuovo Calendario giuliano, basato sul ciclo delle stagioni ed elaborato dall’astronomo egiziano Sosigene di Alessandria. Il mese di «quintilis» (luglio) viene ribattezzato «iulius» in suo onore. Vuole l’aneddoto che, non appena conclusa l’impresa, Cesare abbia ricevuto in dono dalla sua amante il primo «calendario sexy» della storia: dodici larghi fogli mensili, decorati con alcune raffigurazioni ardite della regina, con più o meno veli, a seconda dei rigori stagionali.

E non mancano le lettere anonime. Di volta in volta esse accusano Cleopatra di essere una spietata assassina, un’accorta avvelenatrice, o un’intrigante cortigiana disposta a tutto pur di ottenere un maggior potere. L’innamorato Cesare, ovviamente, non dà a queste voci il minimo peso. Alla Corte portuense Caio Giulio può tranquillamente definirsi un uomo felice.

Ma tutto sta inevitabilmente per finire. E, nella primavera del 44 a.C, Caio Giulio è il solo a non accorgersi dei segnali premonitori dell’imminente catastrofe. Uno di essi avviene in Territorio Portuense, ed è il commovente suicidio dei suoi Cavalli sacri.

Molte cose erano successe, da quando, solo cinque anni prima, Cesare aveva gettato il dado della sorte varcando in armi il fiume Rubicone. E da allora la mandria dei cavalli sacri era rimasta lì, negli Horti. Cicerone riporta che da inizio marzo del 44, fino alla vigilia delle Idi di marzo, le bestie sacre rifiutano cibo e acqua, abbandonandosi a un pianto struggente e ininterrotto, e lasciandosi infine morire di fame: essi conoscono il destino che attende il loro condottiere e lo accompagneranno, così come avevano fatto al Rubicone, anche nell’ultimo passaggio di un fiume: l’Acheronte infernale.

Ma Cesare nel marzo 44 non può certo sentire i lamenti delle bestie sacre, né preoccuparsi delle lamentele di Cleopatra, che a causa del pianto dei cavalli non riesce più a dormire. Vicende politiche complesse lo trattengono alla Reggia palatina, lontano dai possedimenti portuensi. Gli storici si sono variamente interrogati sulle ambizioni di Cesare in quei giorni. Progettava forse il colpo di Stato tanto a lungo pianificato che lo avrebbe infine portato a proclamarsi re? Difficile a dirsi. Nei due anni precedenti Caio Giulio aveva fatto incetta, uno dopo l’altro, di onori e poteri: pater Patriæ, console a vita, capo delle finanze, capo degli eserciti, capo della guerra; gli manca solo il titolo formale di «rex», ma dal 14 febbraio ha quello molto simile di «dictator perpetuus». Nessuno saprà mai se Cesare progettava davvero, in quei giorni, di farsi re.

Fatto sta che un gruppo di patrizi di fieri orientamenti repubblicani, capeggiato dal prætor urbanus Marco Giunio Bruto e dal prætor peregrinus Caio Cassio Longino, ritiene la salute pubblica in pericolo e ordisce la congiura per uccidere il tiranno. E se i reali intendimenti di Cesare appaiono un enigma, quelli dei congiurati sono molto, molto semplici: vogliono riappropriarsi, in rappresentanza della classe senatoria, dei poteri di cui Cesare li ha spogliati. La congiura patrizia è, in buona sostanza, una controrivoluzione. Cicerone, da sempre avversario di ogni congiura, probabilmente sa di quanto va preparandosi, ma decide di non intervenire: né prendendovi parte, né avvertendo Cesare. Alla fine qualcuno parla e fa a Cesare il nome del cospiratore Bruto. E Cesare risponde seccato: «Bruto saprà attendere la fine naturale di questo corpo malaticcio».

Un’aria grave opprime Roma in quei giorni. Ancora presagi, di cui prende nota il puntuale Cicerone. Sul Campidoglio piove di tutto: acqua, sangue e persino cadute di meteoriti, chiamati «palle di fuoco». Sulle Alpi c’è un terremoto, ci sono fiumi che si fermano e scorrono al contrario e pozzi che grondano acqua rossa. Sono fantasticherie, ovviamente, ma bene danno l’idea del clima. E non solo i cavalli portuensi si mettono a piangere, ma pare che anche varie bestie del Campidoglio, di fronte alla sordità di Cesare, si siano messe a parlare pur di metterlo in campana. I Romani si convincono così che gravi lutti sono in arrivo. Ma non Cesare, che con fatalismo mette in licenza la fidata Guardia iberica ed esclama: «Ho vissuto abbastanza sia in anni che in gloria».

Il mimo Publilio Siro glielo dice addirittura in versi: «Fortuna vitrea est, tum cum splendet frangitur»: la fortuna è di vetro, più splende più è fragile. L’aruspice Spurinna, che probabilmente ha ricevuto una soffiata, è quantomai preciso: gli dice di non uscire di casa alle Idi di marzo, cioè il 15 del mese. La vigilia, il 14, Caio Giulio la passa nella Reggia palatina, dormendo con Calpurnia. La sobria Calpurnia ha un sogno luttuoso e lo racconta al marito. Cesare risponde alla consorte con parole eroiche, passate alla storia: «Non dobbiamo aver paura che della paura, gli uomini coraggiosi muoiono una volta sola».

E quella mattina del 15 marzo Cesare si reca in Senato, nella sua sede provvisoria al Campo Marzio, perché il Palazzo senatorio era da poco andato a fuoco. Lungo la via incontra di nuovo Spurinna, al quale dice: «Profeta di sventure, eccomi qui, sebbene le Idi siano arrivate». L’indovino risponde severo: «Sì Cesare, e non sono ancora finite». Al Campo Marzio, ad attenderlo sotto la statua di Pompeo, trova 60 cospiratori, 23 pugnalate e il tragico appuntamento col destino.

 

Villa romana di Pietra Papa

Abbiamo accennato a due campagne di scavi – la prima del 1915, la seconda del 1939 –, che hanno indagato alcuni ambienti a ridosso dell’attuale Ponte Marconi. Questi scavi sono oggi interrati, ad eccezione di alcuni resti murari ancora visibili ancora visibili dal piè d’argine.

Questi scavi hanno permetto tuttavia di appurare che questi ambienti conobbero una «seconda vita» quasi due secoli dopo, nel 123 d.C, quando una corporazione mercantile («mercatores») ne fa un prospero centro per lo smercio del pesce.

Le decorazioni a fresco individuate durante le campagne di scavo hanno restituito una sorta di listino murario con 34 varietà ittiche realisticamente caratterizzate.

La corporazione aggiunse mosaici policromi e, nei locali individuati con le lettere E e C, rese omaggio al genius loci con le immagini del Dio Portunus, protettore del prospiciente guado fluviale, e con l’immagine di un linter (imbarcazione fluviale) inghirlandato per la festa della Dea Fortuna.

Vale la pena ora passare in rassegna alcuni ritrovamenti di Epoca romana restituiti dall’odierno quadrante di Marconi.

Con il nome Murature di viale Marconi si indicano alcuni resti di opere murarie di epoca romana, siti a viale Marconi ma non visibili al pubblico perché interrati. Per quanto noto, la proprietà è privata e di interesse archeologico. Presso la Soprintendenza Archeologica di Roma, che ha studiato il sito, è disponibile per gli studiosi una scheda inventariale.

La Necropoli di viale Marconi è un’area cimiteriale di epoca romana, rinvenuta lungo viale Marconi e oggi non visibile al pubblico perché interrata. È stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (la scheda inventariale è disponibile presso l’Ente per gli studiosi). Per quanto noto, la proprietà è privata e di interesse archeologico.

La Necropoli di via Blaserna è un sito necropolare di epoca romana, sito nella via omonima a Marconi. Per quanto noto, la proprietà è privata e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (scheda inventariale presso l’Ente).

Le Murature alla Casa ebraica sono una struttura muraria di età arcaica, sita in Via Portuense, angolo via Q. Majorana, a Marconi. Per quanto noto, la proprietà è privata e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada (è al di sotto del piano stradale). È stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (documentazione: presso l’Ente).

Vi è, nell’area di Marconi, un sito archeologico in corso di studio da parte della Sovrintendenza: i Drenaggi di via Biolchini, venuti alla luce durante la realizzazione di un supermercato. I Drenaggi di via Biolchini sono un’opera idraulica, sita nella via omonima a Marconi. Per quanto noto, la proprietà è privata e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (documentazione: presso l’Ente).

 

Nuovo Trastevere

La Tomba dell’airone (o Tomba 1) è un sepolcro familiare del II sec. d.C., con gli affreschi di un airone, un pavone, una colomba, un’anatra e tre cavalli marini. I quattro volatili rappresentano il volo dell’anima verso l’Aldilà, mentre i tre cavali marini (animali fantastici dal corpo di serpenti e il busto di cavalli) hanno la funzione apotropaica di proteggere la tomba dagli spiriti dell’Ade. Tra le pitture la più suggestiva è quella dell’airone, raffigurato nell’atto di levarsi in volo trasportando un nastro flessuoso. Il nastro disegna nell’aria la lettera « M », interpretata come iniziale della famiglia proprietaria del sepolcro. Le pareti ospitano nicchie per le urne cinerarie (disposte a colombario e intorno all’arcosolio del pater familias); il pavimento contiene fosse e banconi per le inumazioni. Il sepolcro è interamente scavato nel tufo, con volta a botte.

Il moderno toponimo «Nuovo Trastevere» evoca suggestioni antiche. In Epoca romana l’area era parte dell’esteso Trans Tiberim e doveva essere attraversata da un diverticolo di collegamento tra l’attuale Pozzo Pantaleo e la viabilità di Monteverde, intorno al quale si sviluppò dal I sec. d.C. un settore necropolare. Della necropoli rimangono oggi solo due camere funerarie sotterranee, sopravvissute all’edificazione intensiva del Dopoguerra perché si trovavano non sotto edifici privati ma sotto la carreggiata stradale di via Ravizza. La prima si trova in corrispondenza del civico 12 e vi si accede da una porticina in ferro da un’autorimessa condominiale. Questo sepolcro interamente scavato nel tufo (m 6,40 × 4,20), con volta a botte, risale al II sec. d.C. Il pavimento contiene sia fosse che sarcofagi a cassone, mentre alle pareti è presente un colombario per le ceneri dei defunti, disposte in file ordinate di nicchie con cardine nel nicchione ad arcosolio del pater familias.

I quattro affreschi principali riproducono altrettanti volatili, di specie diverse, tutti in movimento: un airone, un pavone, una colomba e un’anatra. Essi rappresentano simbolicamente le anime dei defunti che, libere dai pesi terreni, sono finalmente pronte a levarsi in volo verso la dimensione ultraterrena. L’affresco più noto, posto alla destra dell’entrata, rappresenta un airone con tratti di grande realismo anatomico. Il volatile è rappresentato nell’atto di distendere le ali per alzarsi in volo, con colori di tonalità che vanno dal bianco al grigio al rosa. L’animale afferra con le zampe un nastro flessuoso di color porpora, il quale compone nell’aria, con alcune volute, il monogramma «M». Non è dato conoscere il significato del monogramma o se esso abbia voluto realmente comunicare un qualche significato. Che l’antica Gens Manlia sia stata proprietaria del sepolcro? Improbabile, sebbene suggestivo. Al più è lecito ipotizzare che il proprietario del sepolcro sia stato benestante e molto in vista se, per evocarne l’identità ai contemporanei, era sufficiente la sola iniziale. Sopra la nicchia del pater familias si trova l’affresco di un pavone in movimento, a terra, con le ali ancora chiuse e la coda distesa. Sulla parete sinistra è presente una colomba già in volo che si abbevera in un vaso, sospesa in aria con un rapido battere di ali. Infine un quarto affresco raffigura un’anatra.

Compaiono anche tre piccoli affreschi di animali fantastici o «dragoni» – due nella nicchia del pater familias; un terzo in una nicchia laterale –, chiamati dagli archeologi «ippocampi» o serpenti marini. Tali animali sono per metà serpenti e per metà cavalli, e sono anch’essi raffigurati in movimento. Il dragone è un elemento ricorrente nella simbologia funeraria romana e portuense: un altro dragone è ad esempio presente nella vicina necropoli di Vigna Pia. Negli ippocampi gli studiosi ravvisano la «funzione apotropaica» di spaventare gli spiriti malvagi dell’oltretomba proteggendo la tomba stessa. Nella tomba sono infine presenti altre decorazioni minori: un piattello da offerte, graziose roselline rosse sbocciate (della varietà campagnola, ben diverse da quelle selezionate che si trovano oggi dai fiorai!), una cesta con fiori, un candelabro, una maschera.

Si ha notizia, poco distante, di una seconda camera funeraria, chiamata Ipogeo di Epinico e Primitiba. Essa prende il nome dal proprietario del sepolcro e dalla sua consorte. In essa è stato rinvenuto un mosaico di buona fattura, recante in epigrafi i nomi dei defunti. Tale tomba risulterebbe chiusa al pubblico da tempo immemore, e non accessibile persino agli studiosi.

Dall’Epoca romana alla modernità l’area non è attraversata da eventi significativi.

Nel 1863 si insedia nel Nuovo Trastevere una stazione della Ferrovia Roma-Civitavecchia, denominata «Roma San Paolo». La sua peculiarità risiedeva al fatto che non era una stazione-viaggiatori e nemmeno una stazione-merci, ma una stazione di smistamento deputata alla complessa movimentazione del traffico ferroviario in entrata e in uscita su Roma sullo snodo Trastevere-Porta Portese-Ponte di ferro. Per ben 128 anni di attività essa ha goduto a Roma del sinistro appellativo di «stazione fantasma», in quanto nessun viaggiatore ha mai visto alcun treno di linea farvi sosta.

Altre modificazioni dell’area avvengono a ridosso degli Anni Venti, quando viene realizzato in forme monumentali il sovrappasso ferroviario di Ponte Bianco su piazzale Dunant, con tanto di aquile littorie in travertino, oggi non più presenti.

Al di sotto del ponte si apriva una vasta spianata occupata nell’immediato dopoguerra dalla Fabbrica Purfina. Pare che vi sia stata una qualche forma di protesta, allora, per la decisione di installare una raffineria di petrolio a ridosso dell’abitato urbano, dall’odore acre che il Ponentino talvolta portava in città. La Purfina aveva un’enorme torre-ciminiera che marcava il paesaggio, anche di notte: la fiamma perenne in cima alla torre era infatti visibile da molto lontano. Ma erano altri tempi, e Roma, per marciare speditamente verso il suo futuro di crescita inarrestabile, aveva bisogno di carburante.

Nel 1955 lo scrittore Pier Paolo Pasolini pubblica il romanzo «Ragazzi di vita» e ambienta qui il capitolo della “Ferrobedò”. «Dietro il Ponte Bianco – scrive – non c’erano case ma tutta una immensa area da costruzione, in fondo alla quale, attorno al solco del viale dei Quattro Venti, profondo come un torrente, si stendeva calcinante Monteverde». Nel 1960 viene intanto aperto al traffico l’asse viario principale del quartiere: via Quirino Majorana, parte della nuova viabilità Olimpica tra l’Eur e il Foro Italiaco. Via Majorana colma le quote tra Marconi e Monteverde, con lunghi tratti in viadotto e apre una prima fase di edificazione intensiva.

Le proteste contro la raffineria si sviluppano nel corso del decennio, al punto che la raffineria chiude progressivamente, spostandosi a Malagrotta. E l’area si avvia così ad una completa edificazione residenziale, caratterizzata da edifici a stecca di 8-10 piani. Per un certo tempo in cui l’edificazione è ancora incompleta, si afferma nell’area il nomignolo di «Isola», a rappresentare la distanza anche fisica sia da Monteverde che da Marconi, in contrapposizione al freddo toponimo ufficiale di «Ex-Purfina».

A complicare le cose ci si mettono gli urbanisti, che, tracciando nel 1973 i confini delle due nuove circoscrizioni XV e XVI, hanno annesso questa propaggine, che geograficamente appartiene alle colline di Monteverde, alla pianura di Marconi. Senza pianificarlo si era ritagliata una «enclave», in cui i residenti sono soliti indicare se stessi senza un nome specifico, ma con i semplici nomi degli assi viari di via Majorana o di via Caselli o Ponte bianco.

Il toponimo «Nuovo Trastevere» nasce invece a tavolino, sul finire degli Anni Novanta, per indicare una serie di trasformazioni urbanistiche volte a riconciliare questo quadrante con il quartiere Marconi. Il nome, che non è mai stato né popolare né amato, è ben curioso: esso richiama l’appartenenza ideale al passato nobile del Trans Tiberim, ma contemporaneamente ne dichiara la «nuova» condizione di separazione.

L’episodio che determina l’avvio delle trasformazioni urbane è la chiusura della vecchia stazione ferroviaria Roma San Paolo, in cui il treno l’ultima volta il 25 maggio 1990. Per i Mondiali di calcio di quell’anno c’era stata infatti una profonda ristrutturazione della rete ferroviaria, che aveva separato i binari destinati alle percorrenze locali da quelli della Dorsale Tirrenica, destinata alle lunghe percorrenze, rendendo così superflua la stazioncina di smistamento. Questo fatto rende disponibili le aree ex ferroviarie e si fa avanti l’idea di una ricucitura urbana fra l’«Isola» e la «terraferma» di via Majorana, destinando le aree alla creazione di un parco pubblico attrezzato.

Ci vogliono una dozzina di anni per trasferire le aree al Comune di Roma e realizzare gli odierni giardini di via Caselli-piazza Ampère. Essi sono pensati come uno spazio polivalente per i giochi dei bambini, l’incontro di giovani e adulti in una piazza verde, spazi coperti per il ritrovo degli anziani.

Questa ricucitura è per la verità abbastanza imperfetta, e anzi l’area mantiene ancora le caratteristiche di un’enclave.

 

Piana di Pietra Papa

Pietra Papa è un toponimo medievale, in uso fino alla prima metà del Novecento, che corrisponde grossomodo l’odierno quartiere Marconi.

Il nome compare poco prima dell’anno Mille, nella forma latina Prata Papi, dove Prata indica appezzamenti di terreno a seminativo o pascolo, privi di coltivazioni arboree, e Papi l’appartenenza alla famiglia romana dei Papa (o Papareschi). Dal XIV sec. il nome si deforma in Preta e poi in Petra, per assumere, nel Rinascimento, la forma italiana di Pietra Papa.

Una descrizione altomedievale parla di un fondo soleggiato, interamente coltivato, dotato di canali irrigui, cippi terminali e di tutte le pertinenze necessarie per il buon esercizio dell’agricoltura. Documenti successivi accennano alla presenza di una «cripta alba» (un mausoleo romano di colore bianco, non ancora spogliato dei marmi che lo ricoprivano) e di un ponte galleggiante di barche tra le due sponde del Tevere. Mappe secentesche riportano la formazione di un isolotto fluviale. Le mappe IGM del 1915 permettono ancora di riconoscere, nei Piani di Pietra Papa, canalizzazioni e case coloniche, a fianco delle nuove strutture industriali, ferroviarie e portuali.

Dell’antico toponimo rimane oggi l’unica testimonianza nella toponomastica: vicolo di Pietra Papa, via dei Prati dei Papa, Lungotevere dei Papareschi.

Il significato del toponimo Pietra Papa va cercato nella sua forma originaria di Prata Papi – ovvero Prati dei Papa – con il quale la zona viene nominata nei documenti sin dal X sec.. I Papa, possessori di tali prati di cui si fa menzione nel nome, sarebbero da identificare con una antica famiglia nobile di Trastevere, quasi certamente imparentata con i Papareschi, casata molto potente nel Medioevo e nota per aver dato i natali al pontefice Innocenzo II (1130-1143), al quale si deve l’edificazione nelle forme attuali della Basilica di Santa Maria in Trastevere.

Il più antico documento nel quale viene nominato il toponimo è una donazione, datata 1° febbraio 968. Tramite essa la nobildonna romana Teodora cede all’abate del Monastero dei SS. Cosma e Damiano in Mica Aurea (il soppresso monastero benedettino dell’odierna S. Cosimato in Trastevere) «pratum unum in integro cultum et absolatum cum terminis et fossatis suis et cum omnibus ad eum pertinentibus, positum foris porta Portuense in loco qui appellatur Prata Papi (…) propinque cripta alba». La cripta alba era probabilmente un antico sepolcro marmoreo. Il 9 febbraio 973, l’abate dello stesso monastero concesse a sua volta all’Abbazia di Subiaco il possesso del fondo. E l’Abbazia, a sua volta, l’11 gennaio 1009 lo cedette a un tale Giovanni di Azzo per tre generazioni. È interessante riferire la notizia, contenuta in un testamento datato 12 novembre 1287, secondo la quale i possedimenti nei Prata Papi di un certo Giovanni Papa, lasciati in eredità al Monastero dei SS. Bonifacio e Alessio all’Aventino, erano già appartenuti all’ente ecclesiastico 300 anni prima.

Come si evince da un altro documento testamentario, a partire dal XIV sec. il toponimo subisce una prima metamorfosi che porta il nome originale di Prata a trasformarsi in Preta. , in un atto del 26 maggio 1348, tale Nicolò De Vaschis lascia all’ospedale del Ss. Salvatore «quinque aut sex petias terrarum, positas extra portam Portuensem in loco dicto Preta Papa». In una cronaca di circa sessanta anni dopo troviamo un’ulteriore e definitiva storpiatura, che portò dall’intermedio Preta al nome attuale di Petra, cioè pietra.

Il 24 aprile 1408 il cronachista Antonio Dello Schiavo descrive una sua visita fuori porta Portese («et ivimus versum Petrampapæ») durante la quale ebbe modo di vedere un ponte galleggiante su 13 barche, lungo quasi 50 metri e largo circa 6, che superava il Tevere in un punto che non ci è possibile identificare. Tra le proprietà allora presenti a Pietra Papa, citiamo quella della chiesa di S. Maria dell’Orto che tra il XV e il XVI sec. «in loco detto Pietra Papa» possedeva numerose vigne.

L’antica viabilità del Piano di Pietra Papa – oltre a quella principale rappresentata dalla Via Portuense e via della Magliana – consisteva in un eseguo numero di strade minori, che avevano origine dalla Via Portuense e che raggiungevano una strada che costeggiava la riva del Tevere. La più importante tra di esse era il Vicolo di Pietra Papa.

Esso, allora come oggi, iniziava dalla Via Portuense e aveva tre diramazioni. La prima, che corrisponde all’attuale via dei Papareschi, raggiungeva il Tevere con un percorso pressoché rettilineo. La seconda, con continui cambi di direzione, raggiungeva anch’essa il Tevere ma un po’più a valle della precedente. Di tale percorso sopravvivono oggi alcuni spezzoni come l’odierno omonimo vicolo di Pietra Papa e la parte terminale di via Pietro Blaserna presso il Tevere. La terza diramazione, a differenza delle altre due, non raggiungeva le rive tiberine ma si fermava nei pressi di un canale di irrigazione dalle parti dell’odierna via Antonio Roiti (della parte iniziale di questa terza diramazione resta oggi traccia nella via dei Prati dei Papa e in via Carlo Sereni).

Altra strada di una certa importanza presente nella Piana era l’antico vicolo di Pozzo Pantaleo. Esso si staccava dalla Via Portuense nel punto in cui oggi sorge l’oratorio della Parrocchia Gesù Divino Lavoratore ma buona parte dell’antico percorso è stato cancellato dai moderni edifici. Solo il percorso dell’attuale via Vincenzo Brunacci conserva la memoria della parte terminale del vicolo, quella verso il Tevere, che nei primi anni del Novecento aveva però cessato di chiamarsi vicolo di Pozzo Pantaleo ed era diventata parte della più recente via di Vigna Corsetti.

Il resto della antica viabilità del Piano di Pietra Papa consisteva in un esiguo numero di strade minori. Il percorso di tali vicoli era influenzato dai confini degli appezzamenti che avevano il compito di raggiungere; ne risultava una serie di sentieri con andamento sinuoso e non di rado con brusche svolte ad angolo retto, stretti tra i muri di confine delle proprietà.

In epoca medievale le fonti attestano il ripopolamento agrario già dall’Anno Mille, e la presenza di una cisterna (pozzo) e di una chiesina (dedicata a San Pantaleone) nei pressi dell’attuale via Quirino Majorana, da cui deriva il toponimo antico di Pozzo Pantaleo. Altro toponimo medievale è Prata Papi, ovvero prati (vasti campi incolti) della famiglia trasteverina dei Papareschi. Il toponimo, corrotto in Pietra Papa, sopravvive ancora oggi.

Si ha notizia di un Cimitero catacombale ebraico, che si trovava, grossomodo, alle spalle dell’odierna via Oderisi da Gubbio, noto già dal Seicento. Esso risulterebbe franato nel 1864, e da allora perduto.

 

Ponte di ferro

Ponte di ferro è un attraversamento sul Tevere, composto di una coppia di ponti affiancati: il ponte carrabile in acciaio e ghisa, e il ponte ferroviario in muratura. Il primo di essi, Ponte San Paolo (oggi Ponte dell’Industria), risale al 1863 su commessa di Pio IX e misura 131 × 7 m. Ha un impalcato in ghisa con elementi di acciaio, sotto il quale si aprono tre luci. La travata centrale è in origine apribile per il transito dei piroscafi diretti a Ripa Grande. Fino al 1910 il ponte serve esclusivamente il traffico ferroviario. In quell’anno entra in servizio il Ponte di servizio, sorretto da tre arcate in muratura (101 × 12 m), che assorbe il traffico dei treni, lasciando al Ponte dell’Industria quello carrabile e pedonale. Un cippo memoriale sul Ponte dell’Industria ricorda l’eccidio nazifascista delle dieci donne, avvenuto il 7 aprile 1944.

Il Ponte dell’Industria viene realizzato in Inghilterra con componenti prefabbricate, tra il 1862 e il 1863. Il montaggio a Roma è effettuato da una società belga, in subappalto dalla società francese Casalvaldès, appaltatrice dal Governo Pontificio dei lavori di raccordo tra la tratta ferroviaria costiera nord Porta Portese-Civitavecchia e il resto della Linea Pio Centrale di cui si andava realizzando in quegli anni il nuovo capolinea della Stazione Termini.

Il ponte è a tre luci, su travate metalliche in ghisa-acciaio, poggiate su piloni tubolari anch’essi in ghisa e riempiti di calcestruzzo. Al centro si trova un ponte levatoio, apribile per permettere il transito dei piroscafi e gli altri bastimenti merci diretti al Porto pontificio di Ripa Grande.

La locomotiva di collaudo passa sul ponte il 10 luglio 1863, e seguono un mese e mezzo di complesse prove di carico (in cui vengono fatti passare contemporaneamente due treni provenienti da direzioni opposte).

L’inaugurazione avviene il 24 settembre 1863, alla presenza di Papa Pio IX e di Monsignor De Merode, che è il promotore dell’opera. Henry D’Ideville, corrispondente del Journal d’un diplomate en Italie, così descrive quel giorno: «Tutto avviene con una semplicità commovente. Non ci sono né padiglioni, né bandiere, né discorsi. Il Papa non ha fatto annunciare la visita: alle quattro solo gli interessati, i quali sono stati avvertiti, si trovano riuniti».

All’orario convenuto si apre la campata centrale per il passaggio di un vaporetto, sotto gli occhi dei fotografi. «Si fanno funzionare davanti a Pio IX i meccanismi. Quattro uomini, con sorprendente facilità, abbassano l’immenso ponte levatoio sotto gli occhi dei presenti meravigliati. Monsignor De Merode, uomo di progresso e di iniziativa, corre da un gruppo all’altro e spiega il meccanismo del ponte, con l’ardore e la volubilità che sono del suo carattere».

Finché, nella meraviglia generale, passa sbuffante il treno: «Tutti circondano Pio IX. Donne, contadini e ragazzi s’arrampicano e scendono a precipizio sui tumuli erbosi, per vedere meglio e poter raccogliere qualche briciola della conversazione del Papa. Un grande numero di stranieri e di turisti, ch’è alla passeggiata nella campagna, fanno fermare le vetture, incantati di trovarsi ad assistere a questo spettacolo».

Misura 131 m ed è largo 7,25 m.

Il Piano regolatore del 1873 individua il quadrante Ostiense per lo sviluppo industriale della nuova capitale italiana. In questa prospettiva viene realizzato sia il Mattatoio che i Mercati Generali, e pianificati i quartieri operai di Testaccio e Ostiense.

Tuttavia ci si rende conto che il porto fluviale allora esistente, localizzato dal 1842 a Ripa Grande di Porta Portese, sarebbe stato insufficiente, oltre che lontano, dal nuovo quadrante industriale; e il Tevere fatalmente troppo stretto per permettere il transito a un numero significativo di battelli a vapore. Gli urbanisti umbertini, guidati da Paolo Orlando, pianificano così di collegare il quadrante Ostiense al Lido di Ostia con un nuovo grande canale navigabile, dal corso parallelo al Tevere, raddoppiando la capacità di afflusso merci a Roma. Il cardine di questo progetto è un nuovo porto fluviale, chiamato «Porto interno», da realizzarsi sulla terraferma, nel quadrante Ostiense a 200 metri dalle Mura Aureliane. Questo porto avrebbe dovuto agganciarsi al Tevere all’altezza dell’odierna via del Porto fluviale.

Tale progetto non vide mai la luce.

Intanto ai primi del Novecento, in ragione del continuo incremento del traffico ferroviario, si ragiona su un allargamento del Ponte di ferro. Ma la struttura prefabbricata, pur essendo solida e ben piantata nell’alveo, è stata progettata per il passaggio di due soli treni alla volta. I progettisti delle Ferrovie dello Stato si risolvono così a mettere in cantiere un secondo ponte, affiancato al primo, dotandolo di una carreggiata rotabile larga ben 12 metri in cui passano 6 binari, sorretta da tre arcate in solida muratura per una lunghezza di 101 metri.

L’opera viene iniziata nel 1907 e completata nel 1910, dalla Impresa Allegri. Il ponte di servizio prende anch’esso il nome di Ponte San Paolo, dal nome della stazioncina di diramazione, denominata Stazione San Paolo (oggi non più esistente), situata circa mezzo chilometro più avanti presso l’attuale piazza Ampère. In contemporanea, nella zona è aperto un altro grande cantiere, per l’edificazione del monumentale Fabbricato-viaggiatori della Stazione Trastevere (in uso ancora oggi), e per l’ampliamento a 6 binari della breve percorrenza che separa il nuovo ponte dalla nuova stazione. L’inaugurazione complessiva delle nuove opere avviene l’11 maggio 1911.

Da questa data l’intero traffico ferroviario si riversa sul Ponte San Paolo, rendendo marginale la funzione del Ponte dell’Industria. Il ponte tuttavia non viene smantellato, e anzi è oggetto di restauro e trasformazione in ponte carrabile a doppio senso di marcia, con piccoli marciapiedi ai lati per il traffico pedonale.

Al Ponte di ferro trovano la morte, il 7 aprile 1944, dieci donne, vittime della barbarie nazifascista. Affidiamo il racconto di questo episodio alle parole di un bambino di quinta elementare, contenute in un tema della scuola Vincenzo Cuoco:

 

Li ho guardati tutti quei visi di donne scolpiti sul bronzo, cinque rivolti a destra e cinque rivolti a sinistra. Forse cercavano un aiuto prima di essere fucilate. Ho letto i loro nomi incisi sul bordo della lastra di bronzo inserita in una stele di granito. Di loro sappiamo solo che la mattina del 7 aprile 1944 erano arrivate ai forni della Tesei, nel quartiere Ostiense, per procurarsi un po’di pane e farina per i propri figli. La città era occupata e affamata dai nazi-fascisti e quel giorno l’esercito tedesco si stava rifornendo a quei forni. La Polizia Africa Italiana, complice delle SS, le denunciò, decidendo così della loro fucilazione. Lo storico Cesare De Simone ha trovato i loro nomi nei Mattinali della Questura di Roma: Clorinda Falsetti, Italia Ferraci, Esperia Pellegrini, Elvira Ferrante, Eulalia Fiorentino, Elettra Maria Giardini, Concetta Piazza, Assunta Maria Izzi, Arialda Pistoiesi e Silvia Loggreolo. Racconta Padre Efisio che, quando fu chiamato per la benedizione, al muro di destra del Ponte dell’Industria il corpo di una delle dieci donne era stato gettato sulla sponda del Tevere: era giovane e bella ed era stata violentata. A ricordo di quella brutale strage è stata posta la stele con i volti in bronzo, il 7 aprile del 2003. Se voi venite da via Ostiense, verso viale Marconi, sulla via del Porto fluviale fermatevi davanti alla lapide che si trova sulla destra del ponte. Questo non è ricordato tra i grandi monumenti di Roma, non celebra vittorie, ma ricorda a tutti la violenza della guerra e il coraggio disperato delle madri. Michele Crocco è lo scultore del bassorilievo di bronzo che ha dato di nuovo vita agli sguardi e alle voci di quelle donne.

 

Marconi industriale

 

Vedi Arvalia.it n. 21, Marconi industriale.

 

Marconi moderno

 

Ponte Marconi

Ponte Marconi unisce le due sponde di Pietra Papa e San Paolo con un impalcato continuo in acciaio e cemento di 235 m sorretto da piloni. Il progetto risale al 1937 ed è dedicato allo scienziato Guglielmo Marconi, che per primo diffuse nell’etere le onde radio. Dopo l’interruzione forzata durante la Guerra il ponte è completato nel 1954 e ammodernato e ampliato nel 1975. La sezione attuale è larga 32 m e ospita 2 corsie per senso di marcia e marciapiedi panoramici dai parapetti in travertino. Fra estate e autunno è possibile osservare lo spettacolo della caccia fluviale: aironi cinerini (color grigio) e garzette (bianco) stazionano immobili sui bassi fondali della riva sinistra (alle darsene romane), mentre gabbiani e cormorani (nero) si tuffano in picchiata sul profondo canalone davanti la riva destra. Uno studio di Marevivo ha censito in questo tratto anguille, cavedani, rovelle, carpe, cefali in risalita dal mare e i rari barbo e lampreda di fiume. La fauna golenale annovera rana verde, biscia d’acqua e nutria. Tra le specie della vegetazione ripariale si contano salice bianco, pioppo, ontano comune e varietà nostrane di canneto. L’argine destro è percorso dalla pista ciclabile. Dal 2003 in riva sinistra si trova la stazione dei battelli fluviali.

Dal 27 aprile 2003 funziona un collegamento di linea fra ponte Marconi e ponte Amedeo d’Aosta (orario 7,25-19, partenze ogni 20 minuti)e fra Ponte Marconi e Ostia antica (9,15 andata e 11,30 ritorno, da venerdì a domenica). L’imbarco è costituito da una banchina galleggiante.

In direzione Roma i battelli fermano anche a Ripa Grande, Calata Anguillara (Isola Tiberina), Ponte Sisto, Molo di Castel Sant’Angelo, Ponte Cavour e Ponte Risorgimento. All’Isola Tiberina, dove esiste una soglia di fondo, si cambia di battello con un piccolo percorso a piedi. In direzione Ostia non esistono fermate, anche si progettano imbarchi a Ponte della Magliana, Idrovore della Magliana e Mezzocammino.

La navigazione di linea è curata da «Battelli di Roma» con 6 imbarcazioni: l’ammiraglia Agrippina Maggiore, le navi di linea Calpurnia, Cornelia e Livia Drusilla, e le piccole Rea Silvia e Cecilia Metella. La navigazione turistica è curata da una cooperativa che dispone di 2 imbarcazioni: Ciclone e Invincibile.

Soprattutto in estate sono istituite corse serali e partenze speciali per il mare (Porto turistico di Ostia), Isola Sacra (Capo Due Rami) e addirittura le Secche di Tor Paterno in mare aperto.

I romanzi per adolescenti di Federico Moccia e le pellicole «Tre metri sopra il cielo» e «Ho voglia di te» hanno avuto un’appendice in Riva Portuense. Nel secondo film i protagonisti si scambiano l’eterna promessa d’amore serrando un lucchetto al lampione di Ponte Milvio e gettando via la chiave nel Tevere a farvi da guardiano. Poco dopo l’uscita nei cinema (marzo 2007) però il lampione di ponte Milvio è stato preso di mira dai vandali, e alcuni innamorati portuensi hanno preferito serrare i lucchetti al parapetto nord di ponte Marconi.

In «Tre metri sopra il cielo» (2004) Moccia racconta la storia tra la «perfettina» Babi (Katy Saunders) e il ribelle Stefano (Riccardo Scamarcio). I due superano le difficoltà dovute alla diversa estrazione sociale, ma, con grande disappunto del pubblico, Stefano abbandona Babi e va in America alla ricerca di se stesso.

Nel seguito, «Ho voglia di te» (2006), Stefano torna a Roma e conosce la volitiva Ginevra (Laura Chiatti). I due si giurano amore eterno agganciando il lucchetto, ma la vecchia fiamma Babi ricompare e concupisce Stefano. Ginevra è incapace di perdonare: ci vorranno una gigantesca scritta «Ho voglia di te» sull’isola Tiberina e il Tevere che onora sempre le sue promesse a far rifiorire l’amore.

Il film, mito intramontabile per le giovanissime, banale operazione commerciale per i critici, ha avuto un enorme successo. Anche un anonimo «Pasquino» portuense ha detto la sua, incidendo accanto ai lucchetti la scritta: «Avete rotto».

 

ONMI

L’Asilo nido Fantasia (ex ONMI – Opera Nazionale Maternità e Infanzia) è un edificio scolastico edificato nel 1939, sito in via Volpato, 20, a Marconi.

L’Asilo nido Fantasia (già ONMI) è una proprietà comunale sita in via Volpato, 20, edificata nel 1939 su progetto dell’architetto Ettore Rossi.

L’edificio, nato come Casa della Madre e del Bambino ad opera dell’Opera Nazionale per la Protezione della Maternità e dell’Infanzia (ONMI) e divenuto dopo qualche anno Pensionato per lattanti e divezzi, si articola in tre piani e un seminterrato, completati da un giardino e una terrazza: il seminterrato e il terzo piano sono occupati dalla ASL. L’architettura, dal disegno essenziale, e la razionale distribuzione degli spazi (notevole soprattutto nella zona dormitorio, al primo piano, che conserva un caratteristico rivestimento a mosaico), fanno di questa struttura un esempio tipico del razionalismo del Ventennio. Il Municipio ha effettuato alcuni lavori di manutenzione straordinaria, seguiti dalla Sovraintendenza comunale e dalla SBAR.

 

Abitato urbano di Marconi

«Un tempo il quartiere era una indistinta distesa di palazzoni – racconta Maurizio Veloccia, ex presidente del Municipio –, evidenza di un’azione di edilizia intensiva che ha rischiato di ipotecare in maniera definitiva lo sviluppo del territorio, complice anche il grande sviluppo commerciale».

Il c.s.a. Cardano è il secondo (e più recente) centro anziani del quartiere Marconi. Si trova in via G. Cardano, 122, al piano terra dello stabile della Biblioteca.

Uno dei problemi principali del quartiere è l’inquinamento da smog. A piazza Fermi esiste una centralina per le rilevazioni dello smog, tenuto dall’ARPA, l’agenzia regionale per la qualità dell’aria, che da anni registra i valori del PM10, cioè la presenza di polveri sottili nell’aria. La centralina registra ogni giorno la quantità di polveri sottili che respiriamo (in microgrammi per metro cubo), e li rapporta ai valori consentiti dalla legge. Purtroppo questi valori sono spesso superati e la statistica annuale (cioè per quanti giorni l’anno questo limite è stato superato) mostra il quadrante di Marconi come uno dei punti critici della città. L’abbattimento delle polveri sottili a Marconi è stato indicato come uno degli obiettivi dell’Amministrazione: «Marconi. Primo obiettivo: abbattere l’inquinamento. La centralina di piazza Fermi è fuori legge, poiché i livelli di inquinamento di viale Marconi registrati sono superiori alla norma, oltre i limiti stabiliti dalla legge. Questo è l’assunto da cui partire» (Maurizio Veloccia, Linee programmatiche 2013).

Il problema-smog è strettamente legato al traffico veicolare che ogni giorno attraversa il quartiere, e la soluzione obbligata è nella sua riduzione. Come fare? Si deve «necessariamente passare attraverso efficaci politiche che rilancino senza timidezza l’investimento su trasporto pubblico ed alternativo all’uso dell’automobile privata – scrive Veloccia –. Rafforzare il trasporto pubblico (maggiore frequenza delle corse, collegamento Marconi-Portuense, corsie preferenziali per bus anche verso l’EUR, collegamento con il quartiere Ostiense) permetterà di razionalizzare la viabilità, disincentivare l’auto privata e provvedere anche a regolamentare la sosta». «Insieme a questi obiettivi – prosegue – bisogna avere una visione più lunga che contempli lo sfioccamento della linea tranviaria dell’8, da viale Trastevere su viale Marconi fino alla metro Eur-Magliana, facendolo tornare ad essere un progetto reale di lavoro».

L’efficiente rete commerciale del quartiere non nasce dal nulla, e merita anzi di spendere due parole. Il quartiere fu  edificato rispettando sostanzialmente il Piano regolatore, che  prevedeva una «quota di sicurezza idraulica», reinterrando, o realizzando autorimesse e magazzini al di sotto di essa, ed edificando le case solo al di sopra. Dalla presenza di enormi superfici interrate a magazzino deriva l’efficienza del tessuto commerciale: a «porte piccole», di quelle che apparentemente sono solo più che piccole botteghe, corrispondono per lo più magazzini enormi, che rendono i negozi di Marconi fornitissimi di ogni genere, e in grado di offrire una enorme varietà di prodotti. A questa dotazione iniziale del quartiere si accompagna anche un’efficiente associazionismo tra commercianti, in grado di gestire collettivamente i periodici svuotamenti dei magazzi, con campagne di saldi e promozioni famose in tutta la città. Viale Marconi come viale dello shopping è insomma una realtà moderna, con solide radici.

Eppure questo non basta. «Il quartiere Marconi è cambiato, si è modificato, ha elevato la propria composizione sociale ed è divenuto uno dei luoghi commerciali più attrattivi di Roma». L’arrivo dell’Università Roma Tre ha ringiovanito il quartiere, mutandone le esigenze, e alcune opere di riqualificazione nel quadrante del Teatro India hanno esteso l’area commerciale non solo al viale ma anche ad alcune strade interne. In più, il morso della crisi rende necessario inventare nuovi attrattori commerciali e affiancarli ad una rete di servizi innovativi. Veloccia aveva indicato «la cultura come nuovo volano di sviluppo economico». Scrive: «Lungi dall’ostacolare tale aspetto commerciale è tuttavia opportuno, a nostro avviso, individuare funzioni e vocazioni che costituiscano le nuove linee di sviluppo del quartiere anche in considerazione del fatto che la crisi ha colpito in un rapporto causa-effetto anche il settore commerciale. In primo luogo, Marconi, tra Testaccio ed Ostiense, ha gli elementi per sviluppare di sviluppare una nobile caratterizzazione artistico-culturale che integri le attività commerciali dando loro nuovo impulso. L’impegno del Municipio sarà quello di collaborare con l’Amministrazione comunale affinché trovino definitiva realizzazione gli investimenti programmati in tal senso nel passato».

 

Divino Lavoratore

Il Divino Lavoratore è una chiesa presbiteriale, sede dell’omonima parrocchia. La comunità ecclesiale si costituisce nel 1954 con il nome Cura d’anime ai Prata Papi, divenendo parrocchia nel 1955. In quell’anno inizia la costruzione della chiesa, su progetto di Raffaele Fagnoni. Fagnoni reinterpreta con un linguaggio architettonico moderno le strutture classiche del barocco centro-europeo: l’impianto è a pianta ellittica in setti di cemento armato, che sorreggono la cupola; la chiesa è preceduta da un campanile alto 44 metri. Completato nel 1960, il Divin Lavoratore diviene sede cardinalizia nel 1969. Nel 1971 il territorio si riduce, e viene ulteriormente modificato nel 1991. Della rete parrocchiale fanno parte la Casa delle Missionarie della dottrina cristiana, l’Istituto Migliavacca, la Croce Rossa Italiana e Casa Vittoria.

Nel corso del 1954, nello stabile ENAL di via Oderisi da Gubbio, 51, viene attrezzato un locale per il culto, destinato ai fedeli della parrocchia Sacra Famiglia fuori Porta Portese, residenti nella piana di Pietra Papa dove è in corso la frenetica urbanizzazione del nuovo quartiere Marconi.

Il 1° ottobre dello stesso anno, su decreto del Cardinal vicario Clemente Micara, l’area di Pietra Papa viene costituita in vicecura (cioè una frazione amministrativa della parrocchia), con il nome di Cura d’anime ai Prata Papi, dove Prata Papi è il nome latino del toponimo Pietra Papa. L’Osservatore Romano dell’epoca, per due giorni consecutivi il 25 e 26 ottobre, dà ampio risalto alla notizia, con due articoli di A. Ilari intitolati «Cura d’anime ai Prata Papi» e «I Prata Papi durante i secoli di mezzo».

Nel frattempo è in corso l’edificazione di una nuova cappella, di maggiori dimensioni, su strutture prefabbricate, in sostituzione del locale ENAL. La cappella viene inaugurata il 25 dicembre del 1954, giorno di Natale. L’edificio è ancora oggi esistente, e si trova alle spalle dell’attuale chiesa del Gesù Divin Lavoratore, nell’area dell’oratorio e dei servizi sportivi.

La parrocchia si costituisce il 12 marzo 1955, con il decreto «Paterna sollicitudine» del Cardinal Micara, sotto il pontificato di Pio XII (è la 146a parrocchia romana). Il territorio parrocchiale, coincidente con quello della vicecura, è desunto dalla parrocchia Santa Famiglia.

La nuova comunità viene affidata al clero diocesano di Roma (che ha ancora oggi in affido la parrocchia, senza soluzione di continuità). Il primo parroco è Don Francesco Rauti. Vuole l’aneddoto che il titolo parrocchiale Gesù Divin Lavoratore sia stato inventato proprio dal primo parroco, per significare la presenza attiva della Chiesa nel mondo del lavoro, trovando il sostegno di Pio XII e del suo successore Giovanni XXIII (dal 1958).

Il 24 marzo 1955 viene posata la prima pietra della nuova grande chiesa, al civico 16 di via Oderisi da Gubbio, su terreno di proprietà della Pontificia Opera per la preservazione della fede e la provvista di nuove chiese in Roma.

L’edificazione impiegherà circa quattro anni. Per questo il riconoscimento degli effetti civili del provvedimento vicariale tarderà, e arriverà solo il 4 ottobre 1959. In questo periodo di cantiere aperto i matrimoni si continuano a celebrare alla Sacra Famiglia al Portuense.

Il progetto architettonico è di Raffaele Fagnoni.

La struttura a pianta ellittica è in cemento armato, con i setti di nervatura a vista e disposti radialmente a sostenere la cupola. Scrive al riguardo lo studioso Massimo Alemanno: «La spazialità avvolgente, che riesce a coinvolgere visivamente lo spettatore, e il ricorso alla pianta centrale con la cupola nervata impostata sulla pianta ellittica, rimandano ad una tradizione barocca, reinterpretata secondo le esperienze dell’architettura moderna». Una scala in marmi rosa e bianchi conduce al presbiterio, leggermente sopraelevato. L’altare ha come fondale un pannello in tessere dorate, a sostegno della croce.

Esternamente, l’edificio sacro è rivestito di mattoni di tufo rossi ed è cinto da una fascia di vetri policromi. La chiesa è posta su di una piattaforma rialzata e arretrata dal filo stradale di via Oderisi da Gubbio, dalla quale lo separa anche la bassa cancellata. La pavimentazione esterna è in cubetti di porfido.

La consacrazione avviene il 15 maggio 1960.

La torre campanaria, anch’essa progettata da Raffaele Fagnoni, viene costruita parallelamente al corpo principale, pur essendo distaccata da esso.

Si tratta di un campanile cavo di forma cilindrica, alto 44 metri, che, precedendo la chiesa, ne costituisce architettonicamente il propileo. Essa richiama in modo evidente una ciminiera. Il rivestimento esterno è in mattoni rossi di tufo, dello stesso tipo dell’aula liturgica.

Il posizionamento del campanile è centrale, sul fronte, davanti l’ingresso, in maniera decisamente inusuale. Si tratta di una soluzione tradizionale del barocco, poco diffusa a Roma ma tipica del Centro Europa. Scrive Alemanno: «Alcune intuizioni, come quella sopra citata, conferiscono a questo edificio una fattura architettonica anche pregevole, non sufficiente però ad eliminare completamente quel senso di freddezza architettonica tipica delle costruzioni del periodo».

Il 22 aprile 1969 la parrocchia diviene assegnataria, su decreto di Paolo VI, del titolo cardinalizio del Gesù Divin Lavoratore.

La parrocchia del Divino Lavoratore è ormai da tre lustri la parrocchia del nuovo quartiere Marconi, di cui ha accompagnato tutte le fasi di uno sviluppo intensivo e a volte troppo veloce. Si tratta in effetti di una delle parrocchie dal territorio meno esteso di Roma fuori dalle Mura Aureliane, ma con una densità di abitanti è tra le più elevate.

Con gli Anni Settanta la parrocchia ristruttura un locale commerciale in via Antonino Lo Surdo, e vi insedia una cappella sussidiaria dove celebrare le funzioni per gli abitanti della parte meridionale del quartiere. La cappella non nasce come una sede provvisoria, ma è un ampio locale appositamente ristrutturato con la prospettiva di essere adibito stabilmente a funzioni di supporto in una comunità numerosa.

Questa cappella è tuttavia il primo seme di una nuova comunità parrocchiale. Il 5 novembre 1971, con il decreto «Neminem fugit» del Cardinal vicario del tempo, Angelo Dell’Acqua, il settore sud viene costituito in una nuova parrocchia, denominata Santi Aquila e Priscilla.

Anche questa comunità cresce rapidamente. A ridosso degli Anni Novanta si completa intanto l’edificazione su via Blaserna della nuova chiesa dei Santi Aquila e Priscilla. La posizione dell’edificio liturgico è nel settore est del quartiere, in effetti a non molta distanza dalla chiesa del Divino Lavoratore. Questo comporta la necessità di scambiare alcune porzioni di territorio fra le due parrocchie, compensando ad ovest i settori ceduti ad est, cosa che avviene con il decreto del Cardinal vicario Camillo Ruini del 1° ottobre 1991.

Riporta l’atto ecclesiastico che il territorio della parrocchia Gesù Divin Lavoratore é così determinato: «Ferrovia Roma-Civitavecchia partendo dall’altezza del bivio di via della Magliana; via della Magliana Antica fino al fiume Tevere; detto fiume fino all’altezza di via Alberto Einstein, che si raggiunge per via breve; detta via; viale Guglielmo Marconi; piazza Enrico Fermi; via Francesco Grimaldi; via Giuseppe Bagnera; via Vincenzo Bunacci e oltre, raggiungendo il fiume Tevere che si segue fino all’altezza del bivio di via della Magliana; via della Magliana Antica; da qui, linea ideale fino alla Ferrovia Roma-Civitavecchia». Questi confini sono anche i confini attuali.

Nel 2002 subentra nell’amministrazione parrocchiale il nuovo parroco Don Riccardo Lamba, originario del Venezuela.

Don Riccardo è parroco ancora oggi, affiancato dai viceparroci Don Alberto Donai (dal 2012), Don Filippo Martoriello (2012) e Don Angelo Pagano (1995), e dal cooperatore Don Juste-Marcellin Kpeou Kolengue (2013). Alla parrocchia, col titolo di presbiteriale del Gesù Divin Lavoratore, è associato il Cardinal Christoph Schönborn.

Date le ridotte dimensioni del territorio la parrocchia non ha chiese annesse o sedi sussidiarie.

Del complesso parrocchiale fanno parte anche la Casa delle Missionarie della dottrina cristiana (sede di comunità e istituto religioso femminile), l’Istituto Angiola Maria Migliavacca (scuola materna, gestita dalle Missionarie della dottrina cristiana) e la Polisportiva.

Alla parrocchia fanno capo due enti situati nel territorio: la sede della Croce Rossa Italiana di via Luigi Pierantoni, 5 (Ordinariato militare d’Italia), e Casa Vittoria di Via Portuense, 220 (casa di riposo e luogo di cura in cui operano le Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret). Un terzo ente, l’Istituto Sant’Anna Falletti di Barolo (scuola materna, elementare, media inferiore e media superiore sperimentale) è associato alla parrocchia, ma si trova al di fuori del territorio municipale, in viale Marconi, 70. La parrocchia del Gesù Divin Lavoratore collabora inoltre nell’insegnamento della religione cattolica nell’Istituto superiore di via dei Papareschi.

 

Caduti di Pietra Papa

Il Memoriale ai Caduti di Pietra Papa è un monumento a ricordo della strage brigatista del 14 febbraio 1987, in cui morirono gli agenti Lanari e Scravaglieri. Il 14 febbraio 1987 la volante n. 43 della Polizia di Stato scorta un furgone portavalori delle Poste Italiane. Dopo il rifornimento all’ufficio di via Sereni un comando BR blocca il convoglio e apre il fuoco – uccidendo il capopattuglia Rolando Lanari (26 anni), l’autista Giuseppe Scravaglieri (23) e riducendo in fin di vita il gregario Pasquale Parente (29) -, riportando un bottino di 1.150.000.000 di lire. A distanza di tre mesi gli agenti sono insigniti con la medaglia d’oro al Valor civile. Nel decennale viene edificato il monumento, composto di una piazzola aperta in un terrapieno. La lapide monitrice recita: «In questo luogo due agenti PS sono stati uccisi con fredda ferocia, mentre adempivano al loro dovere».

La giornata del furgone portavalori delle Poste Italiane in servizio nel quadrante sud-ovest inizia molto presto, quel sabato 14 febbraio 1987: ore 7,30 uscita dal caveau centrale di piazza San Silvestro, ore 8 approvvigionamento alle poste dell’Eur, ore alle 8,30 ufficio postale di via Sereni. Nell’ufficio del quartiere Marconi vengono scaricate banconote per mezzo miliardo di lire, ma nel furgone c’è ancora una cifra considerevole.

A scortare il mezzo blindato con dentro tre addetti delle Poste c’è la volante numero 43 della Polizia di Stato, una Giulietta con a bordo gli agenti Rolando Lanari (capopattuglia, 26 anni), Giuseppe Scravaglieri (autista, 23) e Pasquale Parente (gregario, 29), tutti appartenenti al VI gruppo, Reparto Volanti.

Dopo la tappa in via Sereni il piccolo convoglio riparte e imbocca via dei Prati dei Papa: il furgone precede, la volante segue, come da prassi. Via dei Prati di Papa è una strada stretta e a parziale senso unico, percorribile solo a passo d’uomo, che termina con una ripida salita che immette su via Borghesano Lucchese, che a sua volta è una piccola via di raccordo con viale Marconi. Sula via transitano davvero in pochi. Ci sono degli anziani, probabilmente diretti o appena usciti dalle Poste. Un aneddoto popolare riferisce di un uomo misterioso, che mostrando una paletta di quelle in dotazione agli agenti, invita sbrigativamente i pochi presenti ad andarsene: «Allontanatevi da qui, siamo agenti di Polizia, fra poco ci sarà una sparatoria». Tre minuti dopo, il comando armato entra in azione.

Secondo la ricostruzione più accreditata il comando è composto di 8 uomini (ma si parla anche di 10 o 12 elementi), divisi in due corpi operativi: il gruppo di fuoco (4 persone, con il compito di uccidere) e il gruppo di fiancheggiamento (4 persone, con il compito di prelevare il contante). Mentre il furgone postale imbocca la salita una renault 14 risultata rubata gli taglia la strada, obbligando il mezzo ad una brusca fermata, tanto che la volante lo tampona con violenza.

Compaiono all’improvviso, ai lati della Giulietta, a piedi, i quattro uomini del gruppo di fuoco, che sparano sugli agenti, neutralizzandoli come si dice in gergo malavitoso.

Le armi impiegate sono almeno quattro: due pistole, un fucile a pompa e una mitraglietta skorpion della Ceaka Zbrojovka, da cui partono 56 colpi calibro 9. Il capopattuglia Rolando Lanari, sul sedile di destra, muore sul colpo, mentre si appresta a lanciare l’allarme dal microfono ricetrasmittente. I colpi dei killer colpiscono anche Giuseppe Scravaglieri, l’autista, che perde i sensi accasciandosi sul volante. Il terzo agente, Pasquale Parente, sul sedile posteriore, apre lo sportello e tenta la risposta armata. Riesce appena ad uscire e a mettere mano alla fondina che i killer lo colpiscono al torace, alle gambe, al braccio. Un proiettile gli perfora un polmone: l’agente si accascia a terra. Nel frattempo un uomo e una donna del gruppo di fiancheggiamento, a viso coperto da passamontagna, penetrano nel furgone portavalori e prelevano, con lucida calma, denari per un miliardo e 150 milioni di lire.

In quel momento un’incauta signora abitante in un palazzo vicino, la Signora Clara, si affaccia alla finestra per osservare la scena. Il comando le rivolge contro una raffica di mitraglietta skorpion. La Signora Clara rimane ferita in maniera lieve da alcune schegge. Negli attimi successivi la stradina è avvolta dal silenzio, spezzato solo dall’agonia del gregario Parente.

Arrivano i soccorritori, mentre scatta la caccia all’uomo. I killer hanno studiato il piano in ogni dettaglio: si saprà in seguito che i killer raggiungono l’ospedale San Camillo, dove abbandonano auto e vestiti e si dileguano poi nel nulla. Alle 10 giunge una telefonata di rivendicazione alla redazione bolognese del quotidiano La Repubblica: «Brigate Rosse, Partito Comunista Combattente», dice una voce anonima. La dinamica risulta subito chiara: il PCC è una costola del movimento eversivo delle BR storiche, e il modus operandi è quello della rapina di autofinanziamento, già tristemente noto. Neutralizzare la scorta, portare via il bottino, e con questo compiere nuove azioni sanguinarie.

Sul posto i sanitari non possono fare altro che constatare la morte del capopattuglia Lanari. Scravaglieri e Parente sono gravissimi: in una corsa disperata vengono trasportati entrambi al Padiglione Morgagni III del San Camillo. Scravaglieri muore pochi minuti dopo il ricovero. Per Parente inizia lo strazio: va in emorragia quattro volte, viene sottoposto ad altrettante trasfusioni. I chirurghi del professor Baldini gli estraggono la pallottola dal polmone e, uno a uno, dal corpo altri cinque proiettili.

All’indomani della strage La Repubblica descrive con viva commozione l’indignazione e il cordoglio dei Romani. Grazie a quel nitido racconto conosciamo oggi i profili umani dei tre ragazzi della volante 43.

Si tratta di biografie normali e simili, che la Questura in un breve dispaccio sintetizza così: «in divisa a diciott’anni, molto motivati, innamorati del loro mestiere». Il capopattuglia Rolando Lanari (26 anni, nato a Massa Martana, Perugia) è un agente «svelto, preparato, sempre sul chi vive», in servizio alle volanti da 4 anni. È «uno che il servizio di scorta lo fa con la mano sulla pistola, che si guarda continuamente intorno». Vive a Centocelle, con il padre anziano e malato. Frequenta il bar, è tifoso del Milan, ha da poco comprato un impianto stereofonico con il lettore compact disc. È fidanzato con un’addetta delle Poste ai furgoni portavalori, conosciuta durante il servizio. La voce popolare riporta che Lanari avesse in animo di lasciare le scorte e avesse fatto domanda di assunzione all’Alitalia. L’autista Giuseppe Scravaglieri (nato a Catena Nuova, Enna) non ha ancora compiuto 24 anni: ha lasciato il paese rurale d’origine «per trovare un pezzo di pane» (così racconta il padre Sebastiano, intervistato) e tale è la passione per il Corpo che dopo cinque anni di servizio dorme ancora in branda alla Caserma Guido Reni e ha tralasciato di crearsi una famiglia e una casa per conto suo.

Ai funerali degli agenti, che si svolgono con rito di Stato a San Lorenzo al Verano, partecipano sotto la pioggia battente cinquemila cittadini, fianco a fianco agli uomini in uniforme e alle autorità. Celebra il cardinal vicario Ugo Poletti, che nell’omelia dice: «Il terrorismo per mano delle Brigate Rosse è tornato a colpire a Roma con ferocia e superbia, come il serpe velenoso morde nei luoghi più imprevedibili. Sono state colpite le Istituzioni pubbliche, l’onesto popolo italiano e ciascuno di noi». All’ospedale San Camillo intanto Pasquale Parente combatte per la vita. Ha 29 anni, è sposato, ha un bambino di 10 mesi. Repubblica riporta la rabbia dei colleghi in visita all’ospedale: «Maledetti assassini, carogne, bisognerebbe ammazzarli tutti! »; «È la fine che può toccare a tutti noi. Ogni giorno quando esci non sai se la sera tornerai a casa o no».

A distanza di tre mesi, il 16 maggio 1987, i tre agenti sono insigniti al Valor civile, dall’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga: Medaglia d’Argento per Parente; Medaglia d’Oro, alla memoria, per Lanari e Scravaglieri.

Pochi giorni dopo la strage vengono collocate sul tratto in salita di via dei Prati dei Papa due piccole fotoincisioni su marmo, raffiguranti gli agenti caduti, probabilmente per mano dei familiari o dei colleghi, che spesso si ritrovano spesso a visitare quel luogo in raccoglimento.

Alle onorificenze al Valor civile segue una vasta mobilitazione affinché il lutto privato di colleghi e familiari diventasse memoria collettiva e ammonimento per le future generazioni, e affinché venisse realizzato un monumento commemorativo. Per la sua realizzazione occorrerà tuttavia attendere dieci anni.

Il monumento attuale viene realizzato nel decennale della strage (14 febbraio 1997). Si compone di una piazzola aperta di piccole dimensioni, a forma di mezza luna, scavata in un terrapieno sistemato a verde. Sulla parete è posta una lapide monitrice, che ricorda i nomi dei Caduti e la terribile vicenda:

 

In questo luogo […] due agenti della Polizia di Stato / fedeli alla Repubblica e alla democrazia / sono stati uccisi con fredda ferocia / mentre adempivano al loro dovere. / Il Comune e la Questura di Roma / i familiari, il personale del Reparto Volanti / i cittadini del quartiere / e il personale delle Poste e Telegrafi / posero.

 

Il monumento è sempre aperto al pubblico e ospita un piccolo spazio per il raccoglimento e la deposizione di fiori.

Ogni anno, nella ricorrenza del 14 febbraio, vi si celebra una solenne commemorazione cui partecipano parenti, colleghi e rappresentanze in alta uniforme, con la deposizione di corone.

È impossibile dare conto, attraverso le cronache dei giornali, del loro costante annuale ripetersi. Riportiamo quindi il racconto della più recente di esse, attraverso le pagine del notiziario Arvalia News di marzo 2015, che titolano «I ragazzi della volante numero 43. Il ricordo di una folle stagione di violenza, 28 anni dopo la Strage di Pietra Papa». Dopo la rievocazione dei fatti l’articolo prosegue con le parole dell’assessore alla Legalità, Marzia Colonna: «È nostro dovere evitare il ripetersi di tragedie come questa, anche attraverso la conservazione della memoria di una stagione di folle violenza, che voleva abbattere le Istituzioni democratiche e che fu sconfitta dalla quelle stesse Istituzioni, affiancate dalle forze politiche e sociali del Paese. Dobbiamo farlo iniziando dalle scuole e dai ragazzi, affinché crescano con la coscienza del rifiuto della violenza».

 

Santi Aquila e Priscilla

Santi Aquila e Priscilla è una chiesa presbiteriale, sede dell’omonima parrocchia. Negli Anni Settanta la parrocchia del Gesù Divin Lavoratore crea una cappella sussidiaria in via Antonino Lo Surdo, riattrezzando un locale commerciale. La cappella si costituisce in parrocchia nel 1971. Nel 1980 il Marchese Gerini dona i terreni per l’edificazione della chiesa attuale, in via Blaserna, su progetto architettonico dell’ingegner Breccia Fratadocchi. Si tratta di un moderno fabbricato in cemento armato, con aula ecclesiale a pianta circolare e un’innovativa ripartizione degli ambienti comunitari. Santi Aquila e Priscilla viene inaugurata nel 1992. Dal 1994 la parrocchia è anche sede cardinalizia. In ragione del territorio assai piccolo, Santi Aquila e Priscilla non ha chiese annesse, luoghi sussidiari di culto o comunità ecclesiali.

A ridosso degli Anni Settanta la parrocchia Gesù Divin Lavoratore crea una cappella sussidiaria in via Antonino Lo Surdo, sul versante meridionale del quartiere Marconi. Si tratta di un locale commerciale al pianterreno di un edificio residenziale, che viene opportunamente attrezzato per le attività liturgiche, con un’ampia aula ecclesiale e locali di servizio.

La particolarità è che la cappella sussidiaria non nasce, come accade nella maggior parte dei casi, per sostenere la cura d’anime in porzioni del territorio particolarmente disagiate o distanti dalla chiesa parrocchiale. Non c’è insomma un’emergenza dell’anima da tamponare: al contrario, la cappella nasce a distanza ravvicinata dalla chiesa madre, come una naturale estensione dello spazio parrocchiale esistente: la creazione di una nuova parrocchia è quindi in quegli anni un’idea ancora lontana.

Succede però che intorno alla cappella si riunisce ben presto una numerosa comunità di fedeli, in un quartiere che cresce a vista d’occhio; e si fa così largo l’idea, insolita per l’epoca, di creare due parrocchie contigue e vicine (che se non ci fossero i palazzi in mezzo potrebbero tranquillamente guardarsi l’un l’altra), con il compito di portare insieme il peso pastorale di un quartiere piccolo ma dal peso demografico eccezionale.

La nuova parrocchia si costituisce quindi il 5 novembre 1971, con il decreto del Cardinal vicario Angelo Dell’Acqua «Neminem fugit», sotto il pontificato di Paolo VI. È la 249a del Vicariato di Roma. Il territorio è desunto da quello della parrocchia Gesù Divin Lavoratore, suddividendolo grossomodo a metà la Piana di Pietra Papa secondo un asse mediano est-ovest: il versante nord (piazzale della Radio) rimane alla parrocchia originaria, mentre quello sud (piazza Righi) viene affidato alla nuova parrocchia. L’attività pastorale nella nuova parrocchia viene affidata al clero diocesano di Roma, che l’ha in affido ancora oggi senza soluzioni di continuità.

Il riconoscimento agli effetti civili arriva due anni dopo, il 13 novembre 1973.

La cappella di via Lo Surdo rimane in attività per una ventina d’anni.

L’urbanizzazione del quartiere è intanto proseguita fino ad occupare ogni spazio libero, al punto che trovare un’area inedificata per costruire una chiesa nuova sarebbe quasi impossibile, e forse l’edificazione di una nuova chiesa non rientra nemmeno tra le priorità della comunità parrocchiale. Per quanto inconsueta, la situazione di una chiesa collocata fra un negozio e l’altro pare ben adattarsi alle necessità dei fedeli di questo quartiere squisitamente urbano.

La situazione si sblocca nel 1980, con l’inattesa donazione del Marchese Gerini: il marchese concede alla parrocchia un terreno libero in posizione eccezionale: su via Blaserna, al civico 113, con affaccio sul lungotevere di Pietra Papa (oggi lungotevere Gassman).

C’è però un problema: il terreno si trova sul versante est del quartiere, in una porzione territoriale di pertinenza della chiesa madre. E ciò rende necessario un intervento di ridefinizione dei confini, seguendo questa volta l’asse mediano nord-sud.

Con decreto del Cardinal vicario Camillo Ruini del 1° ottobre 1991, alla parrocchia madre viene affidato il versante ovest della Piana di Pietra Papa, mentre alla nuova parrocchia viene dato quello est. Precisamente, i nuovi confini di Santi Aquila e Priscilla sono: «Partendo da Via Guglielmo Marconi, Via Alberto Einstein e proseguimento ideale della stessa Via fino al fiume Tevere; fiume Tevere, in direzione Ponte Guglielmo Marconi, fino all’altezza di Via Vincenzo Brunacci che si raggiunge per Via breve; detta Via; Via G. Bagnera; Via F. Grimaldi; Piazza E. Fermi; Viale Guglielmo Marconi; Via Alberto Einstein».

Sul terreno del Marchese Gerini cominciano le opere di edificazione della nuova chiesa, su progetto architettonico dell’ingegner Ignazio Breccia Fratadocchi.

Si tratta di un moderno fabbricato in cemento armato, con aula ecclesiale a pianta circolare.

Il nuovo edificio parrocchiale viene inaugurato dal Cardinal vicario Ugo Poletti il 10 maggio 1992, e il rito della dedicazione viene presieduto da Papa Giovanni Paolo II il 15 novembre dello stesso anno.

Con il concistoro del 26 novembre 1994 Papa Giovanni Paolo II eleva la parrocchia a sede cardinalizia, nominandone titolare l’arcivescovo di San Cristóbal de la Habana (Cuba), Sua Eminenza Cardinal Jaime Lucas Ortega y Alamino.

Nel 2004 intanto subentra il nuovo parroco, Don Antonio Raimondo Fois.

Don Antonio è anche il parroco attuale: è assistito dai vicari parrocchiali Don Francesco Del Moro (dal 2008) e da Monsignor Angelo Pio Loco (1985), e dal collaboratore parrocchiale Don John Meilak (2013). La sede presbiteriale è ricoperta ancora oggi dal Cardinal Jaime Lucas Ortega y Alamino.

In ragione del suo territorio parrocchiale estremamente piccolo, la chiesa dei Santi Aquila e Priscilla non ha chiese annesse né luoghi sussidiari di culto, e non vi sono altri enti ecclesiali operanti sul territorio: altra particolarità della chiesa, insomma, è che non presenta una rete parrocchiale. L’originaria cappella di via Lo Surdo è stata ceduta. La parrocchia collabora nell’insegnamento della religione cattolica nel vicino Liceo scientifico Keplero.

 

Marconi contemporaneo

 

Teatro India

Il Teatro India è una fabbrica dismessa del Primo novecento, sita sul lungotevere dei Papareschi a Marconi.

Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970903A, Banchini R. – cat. Isgrò S.).

Il primo degli edifici ex-Mira Lanza si trova a ridosso del Lungotevere dei Papareschi (oggi Teatro India) ed è chiamato i Nuovi magazzini verso il fiume. Si tratta di una sequenza di capannoni in muratura, con prevalente sviluppo orizzontale con copertura a due falde su capriate lignee. I lati corti, gli uni affiancati agli altri, offrono prospetti dalla garbata serialità, ritmata dal succedersi delle aperture e paraste, caratterizzati da cornici sottotetto in mattoni. Qui giungeva e veniva riposta la materia prima (gli scarti del mattatoio), attraverso una serie di binari interni direttamente allacciati alla ferrovia o al sottostante porto fluviale.

La materia prima è sempre la stessa – gli scarti del Mattatoio comunale – ma essi non saranno più trasformati in fertilizzanti agricoli e collanti per l’industria, ma candele e saponi.

Il Teatro India è una fabbrica dismessa del Primo novecento, sita sul lungotevere dei Papareschi a Marconi.

Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970903A, Banchini R. – cat. Isgrò S.).

Il recupero dei capannoni del Complesso industriale della ex Mira Lanza – restato a lungo in abbandono, sebbene riconosciuto fin dagli anni Settanta come esempio importante di archeologia industriale della città – è iniziato nel 2002, con il Teatro India.

L’area ospita anche una scuola elementare e un istituto superiore, oltre al Laboratorio di restauro Medici.

Il riutilizzo dell’area ex-industriale è ancora in divenire: i capannoni, recentemente andati a fuoco, sono destinati ad ospitare l’Accademia di Arte drammatica Silvio D’Amico, e nell’area antistante gli stessi, l’architetto Purini ha progettato alcune residenze per gli studenti universitari dell’Università Roma Tre.

Nel 1999 il Comune di Roma acquista un’estesa porzione dell’ex Mira Lanza, installando, negli ampi edifici costruiti intorno al 1920 il Teatro India, seconda sede del Teatro di Roma.

L’invenzione dei detersivi sintetici segna la dismissione e l’abbandono del complesso. Sopravvivono le palazzine convertite in Scuola; lo Stock in Autoparco della Croce Rossa; un edificio minore in società di attrezzistica Rancati, oggi Teatro India.

 

Ponte della Scienza

Ponte della Scienza è il quinto ponte pedonale di Roma (gli altri sono i ponti della Musica, Milvio, Castel Sant’Angelo e Sisto).

Si tratta di una passerella tra le due sponde del Tevere, tra lungotevere Gassman e il Gazometro, progettata dall’architetto Andreoletti. Il ponte misura 142 m × 10 di larghezza e si compone di tre elementi: le due stampelle d’appoggio lungo gli argini e la travata centrale in cemento su funi sospese. La stampella in Riva Portuense è in acciaio corten e misura 63 m (di cui 30 protési a sbalzo sull’alveo fluviale). La stampella in Riva Ostiense è in cemento armato e misura 42 m (di cui 15 a sbalzo). Sulla distanza tra le due stampelle, 36 m, sono tese le funi in fibra di carbonio, su cui poggia una soletta e la travata centrale in cemento precompresso, ad altezza 15 m. Il progetto prevede che la travata centrale sia realizzata a piè d’argine e posta sulle stampelle con speciali gru.

L’impalcato è concepito come una terrazza sul fiume, destinata all’incontro e alla circolazione ciclo-pedonale: una corsia ciclabile è in battuto di cemento; il resto, pedonale, è coperto da legno di tek e attrezzato con panchine. I parapetti in acciaio sono dotati di illuminazione continua a neon sotto i corrimano. Le fondazioni si innestano a 40 m di profondità. In Riva Portuense è prevista la carteratura dei muraglioni con lastre di cemento solcate da fessure per il verde.

Negli Anni Novanta il Comune di Roma promuove un’estesa azione di riqualificazione urbana, chiamata Progetto Urbano Ostiense-Marconi, con la finalità di recuperare gli impianti industriali dismessi nelle due aree di Ostiense e Marconi, separate dal fiume Tevere: la ex Centrale elettrica Montemartini, la ex Mira Lanza, l’ex-Mattatoio, e ancora i progetti per il Museo della Scienza, la Biblioteca universitaria ecc.

Nel 1997, durante il Master Plan di progettazione della Nuova Roma, prende corpo l’idea di raccordare le aree Ostiense e Marconi attraverso un ponte pedonale, concepito come una piazza sospesa sul fiume, nodo centrale di una diffusa rete pedonale e ciclabile.

Nel 1999 il Comune di Roma bandisce un concorso internazionale di architettura, dal titolo Due ponti pedonali sul Tevere. Uno è il Ponte della Musica (al quartiere Flaminio); l’altro è il Ponte della Scienza (a sud).

Per quanto riguarda il Ponte della Scienza il Comune promuove la «progettazione di due ponti pedonali di attraversamento del Tevere, con l’obiettivo di connettere due aree d’importanza strategica per la città». La traccia fornita dal concorso è questa: «Il ponte collegherà, con una luce di circa 100 m, la riva Ostiense, sul lato sinistro del Tevere, con il lungotevere dei Papareschi sulla riva destra. Il nuovo collegamento restituirà continuità a due aree ex-industriali racchiuse fra il fiume e la via Ostiense da una parte e viale Guglielmo Marconi dall’altra».

Il premio per il vincitore del concorso è di 25.000 euro, più l’affidamento della progettazione esecutiva. I fondi per la realizzazione dell’opera sono presi da una legge speciale, la Legge per Roma Capitale.

Viene richiesto di progettare un ponte «con la massima flessibilità d’uso»; si suggeriscono «soluzioni semplici, che non ospitano sovrastrutture stabili, facilmente adattabili ad allestimenti temporanei».

Si legge ancora: «Su questa larghezza deve trovare posto una fascia della larghezza di 6 m, su cui in futuro potrà avvenire il transito di veicoli assimilabili, come carichi, a quelli previsti per i ponti di 2a categoria».

Ancora: «Non sono consentiti sostegni nell’alveo di magra, e precisamente nelle zone indicate nei profili allegati, mentre è possibile disporre pile intermedie nelle zone golenali».

Infine: «L’importo complessivo delle opere, al netto degli oneri accessori, non dovrà superare Euro 2.300.000, pari a Lit. 4.453.421.000».

Il 3 marzo 2000 cominciano ad arrivare le domande di iscrizione. Il 3 maggio vengono presentati i primi progetti.

Il 16 giugno 2000 la giuria internazionale presenta il suo verdetto, basato sulla qualità architettonica dei progetti, la rispondenza al programma e alle sue richieste funzionali, l’aderenza ai regolamenti vigenti, gli aspetti economici e la fattibilità tecnica.

Risulta vincitore del primo premio lo studio di architetti APsT, di cui fanno parte tre giovani progettisti: Gianluca Andreoletti, Maximiliano Pintore e Stefano Tonucci, all’epoca tutti sotto i 35 anni.

Le motivazioni lodano la capacità di contestualizzarsi con lo scenario circostante: archeologia industriale, quindi arcata metà ferro metà cemento, «elementi molto materici -spiega Gianluca Andreoletti – che sottolineano il segno del tempo che passa accanto ai reperti dell’industria». Una struttura scatolare in cemento armato ferma il «piede» del ponte in riva sinistra, una struttura in acciaio fa da base dall’altra parte, dove ci sarà un collegamento con la ciclabile Castelgiubileo-Eur. Un sistema di pali fino a 54 metri di profondità àncora le spalle della struttura.

Il progetto del team di Andreoletti è impostato come un monumento al tempo.

Nella presentazione essi scrivono:

«L’ex area industriale del quartiere Ostiense, racchiusa tra il fiume Tevere e la via Ostiense, connotata dalla presenza dei grandi impianti industriali dismessi, appare come una grande «lacuna» all’interno del tessuto edilizio della città consolidata. La lacerazione edilizia è resa ancora più evidente dallo stato di abbandono nel quale versano gli edifici degli stabilimenti del gas. Progettare un ponte in quel luogo significava, innanzitutto, ristabilire il legame con il resto dei quartieri circostanti (Marconi, Ostiense, Testaccio), ricucire uno strappo provocato dall’arresto del tempo».

Ancora: «Il ponte metafora del collegamento, dell’unire, si pone come mezzo attraverso il quale tentare una «ricucitura» con le due parti della città, ma soprattutto con il tempo perduto. Il rapporto con il luogo viene, , istituito mediante l’individuazione di corrispondenze atte a rivelare una percezione emotiva, un carattere, una presenza».

Spiega Andreoletti: «Il ponte, simbolicamente e fisicamente, è il mezzo per colmare la lacuna e ritrovare il legame con il tempo che si credeva perduto. L’ex area industriale del gasometro appare essere come una sorta di monumento al tempo che non all’archeologia industriale.

Unisce due parti della città, via Ostiense e viale Marconi, separate dal fiume Tevere.

Un ponte ciclo pedonale, che mette in comunicazione due rive del fiume Tevere…

…interessate da importanti progetti di riqualificazione. Spesso rimasti a metà, come nel caso dell’ex fabbrica Mira Lanza, che doveva essere assegnata da tempo all’Accademia di Arte Drammatica, ma che non si è più provveduto a risistemare. In altre occasioni è andata meglio e le imponenti vestigia di una Roma operosa, industriale, sono state recuperate. Ed è questo il caso della centrale elettrica Montemartini.

Il costo netto del ponte è di € 4.161.969,58.

il Ponte della Scienza sarà una passerella ciclo-pedonale per mettere in collegamento la futura Città dei Giovani (ex Mercati Generali), l’Università Roma 3 e l’ambito di via Ostiense con lungotevere Papareschi, la Casa dello Studente progettata da Franco Purini e il Teatro India.

La strategia del progetto del ponte, mediante la concezione di una struttura portante «scarnificata» sin nei minimi termini, appesa ad un filo, vuole testimoniare non un atto d’intelligenza bensì una violenza subita che ci toglie la calma e ci induce a alla ricerca di un significato che ristabilisca una condizione di equilibrio che procede per opposizioni e corrispondenze.

L’interpretazione di questi segni, della loro realtà noumenica è come un alfabeto senza fine. L’obiettivo è quello della risemantizzazione della forma architettonica attraverso un vocabolario di dissonanze che sottolineano la complessità percettiva e costruttiva. Questa metodologia diacronica e asimmetrica viene applicato dalla scala urbana a quella di progetto fin nei dettagli.

Le materie del luogo sono state la materia del progetto. La materia custodisce i segni del tempo perduto e solo attraverso di essa è possibile cortocircuitare il senso del tempo presente verso un tempo passato, «esiste un’ebbrezza che ci viene dalle materie rudimentali in quanto sono ricche di segni… ritorniamo all’origini dell’umanità, ai tempi, cioè, in cui i segni avevano il sopravvento sul contenuto esplicito» (Marcel Proust). La materia scabra, rotta, consunta, evoca un’unità latente di senso e segno al quale il progetto aspira. L’essenza del ponte, la sua necessità interna deriva proprio dalla ricerca di questa verità, diretta verso il futuro e non verso il passato.

Questa strategia ci ha indotto a pensare gli attacchi del ponte (puntoni, pile, stampelle) in maniera asimmetrica, l’impalcato stesso, come richiesto dal bando diviso in due aree differenti e disuguali per dimensioni e materiali (corsia carrabile in c.a. e percorso pedonale in legno). Emerge, così, dal disegno qualcosa che possiamo chiamare «scrittura», che descrive il racconto del tempo interno al luogo, al progetto.

I materiali, o meglio la materia scelta per la realizzazione dell’opera, è il «cemento-armato», precompresso nella struttura della trave d’impalcato.

L’APsT è stato fondato nel 1998 da un gruppo di ricercatori della Sapienza. Lo studio è stato finalista del concorso per la Sarajevo Concert Hall e ha partecipato ai concorsi per l’Helsinki Music Centre e per la trasformazione dell’Area San Lorenzo (primo premio ex-æquo).

La concezione progettuale del Ponte della scienza si fonda sull’idea di ricucire lo strappo tra le due aree industriali Portuense e Ostiense, e allo stesso tempo sul sottolineare la loro diversità, utilizzando l’acciaio per la prima e il cemento armato per la seconda.

Scrive Andreoli: «Il ponte, metafora del collegamento, si pone come mezzo attraverso il quale tentare una ricucitura delle due parti, ma soprattutto con il tempo perduto. L’intenzione è quella di cercare di preservare e rendere evidente questo carattere negato. L’idea è che il tempo si sia fermato e che quest’area custodisca un tempo altro da quello che si vive quotidianamente».

Scrive ancora Andreoletti, evocando Marcel Proust: «Le materie del luogo sono state la materia del progetto. La materia custodisce i segni del tempo perduto: solo attraverso di essa è possibile cortocircuitare il senso del tempo presente verso un tempo passato».

«La materia scabra, rotta, consunta, evoca un’unità latente di senso e segno al quale il progetto aspira. L’essenza del ponte deriva proprio dalla ricerca di questa verità, diretta verso il futuro e non verso il passato».

Andreoletti, spiega: «Si sono evitate linee aeree verticali e si è imposta una linea filante e bassa. La concezione di una struttura portante «scarnificata» sin nei minimi termini, appesa ad un filo, vuole testimoniare una violenza subita che ci toglie la calma e ci induce a alla ricerca di un significato che ristabilisca una condizione di equilibrio».

Diversa anche la «velocità» delle due rive: la Riva Marconi è intesa come «luogo del camminare», del correre, dell’andare in bici da Castel Giubileo a Mezzocammino; la Riva Ostiense è il «luogo dello stare», dell’incontro, approdo naturale verso i luoghi della scienza e dell’Università.

«Questa strategia ci ha indotto a pensare gli attacchi del ponte (puntoni, pile, stampelle) in maniera asimmetrica».

La fine dei lavori è prevista nella prima metà del 2010.

Nel frattempo si succedono ben tre sindaci intervallati da due commissari straordinari: Rutelli, Veltroni (sotto quest’ultimo, con il Piano regolatore del 2006, l’opera viene confermata) e infine Alemanno.

Sotto quest’ultimo si completa la raccolta dei fondi. Mauro Suttora, sulle pagine del quotidiano Libero Mauro Suttora scrive critico: «La nuova giunta Alemanno non può buttare nella pattumiera tutti i progetti del passato, come ha fatto col parcheggio del Pincio. Tuttavia, sfidiamo chiunque ad andare sotto il gasometro Ostiense e contare le persone, i cani e le bici che vi transitano ogni giorno».

Dopo 8 anni di preparazione il cantiere si apre, il 14 ottore 2008. I lavori non iniziano sotto una buona stella, e l’accoglienza della stampa è tiepida. Suttora titola: «Ponti inutili a Roma. Venti milioni per due ponti ciclopedonali. L’eredità folle di Rutelli e Veltroni».

Nel testo si può leggere: «Oggi cominciano i lavori per il Ponte della Musica (11,8 milioni) e quello della Scienza (6,2 milioni). Il Comune di Roma butta quasi venti milioni di euro per costruire due ponti che non servono a nulla. Dio solo sa quanto il traffico di Roma abbia bisogno di ponti sul Tevere per alleggerire la fiumana di auto che blocca la città. Ebbene, l’assessore all’Urbanistica Marco Corsini oggi inaugura invece due ponti sui quali le auto non possono passare, e men che meno tram e bus. Quindi inutili. Questi nuovi ponti sono una follia».

La stampa dà ampio risalto alle caratteristiche tecniche dell’opera. Misura 142 m di lunghezza (di cui 119 di piano viario), per 10,20 di larghezza (di cui 7 carrabili).

Il ponte si compone di tre elementi: due stampelle d’appoggio lungo gli argini e una travata centrale in cemento, su funi sospese. Scrive il progettista Andreoletti: «Il Ponte delle Scienze nasce dall’unione di due concetti strutturali: quello della trave a sbalzo da un triangolo, la cosiddetta stampella, e quello della trave sostenuta da una fune sospesa».

Le due stampelle si trovano fra di loro ad una distanza di 100 m l’una dall’altra. Le due stampelle sono dotate di uno sbalzo di luce differente: quella in Riva Portuense si protende per 30 m; quella in Riva Ostiense per 15 m. I due sbalzi asimmetrici, dai vertici dei triangoli delle stampelle verso l’alveo, consentono di ridurre la distanza fra le due rive a soli 36 m. Scrive Andreoletti: «Su questa distanza vengono tese delle funi, successivamente poste in tensione, che trovano vincolo sulle mensole delle stampelle e sono predisposte, sulla luce di 36 m rimasta libera nel mezzo del ponte, ad accogliere una soletta nervata precompressa. Le funi trovano vincolo di ancoraggio sulle stampelle, esattamente in corrispondenza delle pile: in tal modo, il carico della travata centrale viene trasportato, mediante le funi, direttamente sulle pile, riducendo le sollecitazioni di flessione».

Le strutture di fondazione sono costituite da paratie di dimensioni 120 × 240 × 240 cm, che si intestano ad una profondità di 40 m, disposte a formare un cassone rigido dotato di 5 nervature nella direzione longitudinale del ponte, atte ad assorbire le elevate forze di taglio in fondazione.

Lo scavo delle paratie di fondazione viene realizzato tramite benne, impiegando fanghi bentonitici in pressione. In seguito vengono realizzate le armature e il getto delle spalle e delle pile, inclinate verso l’alveo, e la realizzazione in opera dell’impalcato compreso fra spalle e pila.

La prima stampella, sulla sponda ovest in Riva Portuense, è alta 8,20 m ed è lunga 63 m (di cui 30 di sbalzo verso l’alveo).

L’acciaio delle finiture è il corten, scelto per ragioni pratiche di resistenza agli agenti atmosferici.

Anche i puntoni esprimendo un identico ragionamento sulla materia si scarnificano nella parte inferiore, a contatto con la sponda in un intreccio fitto e indecifrabile che si radica alla terra.

Le stampelle vengono realizzate con la tecnica a sbalzo gettando conci successivi in opera.

Le pile, che costituiscono uno dei lati del triangolo della stampella, sono costituite da quattro elementi lineari, inclinati di circa 40° verso l’alveo, e disposti in maniera da offrire un vincolo adeguatamente rigido nei confronti delle azioni trasversali.

Sulle due strutture a stampella laterali, la precompressione viene applicata mediante cavi in acciaio armonico.

Le parti di impalcato a mensola verranno realizzate col sistema di avanzamento a sbalzo, impiegando la tradizionale attrezzatura a cestello scorrevole, che consente di effettuare il getto dei singoli conci in successione al ritmo di un concio ogni due settimane.

I conci avranno ognuno lunghezza pari a 3 m. Sono dunque previsti 10 conci per lo sbalzo maggiore e 5 per il minore. Prima del getto, il concio precedente, già sufficientemente indurito, verrà bloccato con cavi di precompressione tipo Dywidag. Questi cavi sono ancorati in corrispondenza delle nervature del cassone di impalcato. A fianco di essi, nella soletta, troveranno sede i cavi per la precompressione dei conci successivi. Con tale metodo, la struttura portante cresce a sbalzo senza armature di sostegno, dalla pila fino alla lunghezza dello sbalzo. In tale procedimento verranno impiegate barre d’acciaio, giuntate con manicotti filettati. La tesatura avviene tramite martinetto idraulico.

In Riva Portuense è prevista la carteratura dei muraglioni con lastre di cemento solcate da fessure per il verde.

Sull’argine della riva Marconi è stata prevista una riqualificazione attraverso una semplice «carteratura» dei muraglioni con lastre di c.a. faccia vista solcate da fessure che alloggiano vasche di verde e arbusti. La riva Marconi è stata pensata come luogo del «camminare», del correre, dell’andare in bici, in quanto segmento di un percorso, in buona parte realizzato, che va dal mare sin su a nord di Roma.

La stampella in Riva Ostiense è in cemento armato e misura 42 m (di cui 15 a sbalzo).

La seconda, sulla sponda est, è alta 5.8 m ed ha lunghezza di 42 m, compreso lo sbalzo di 15 m verso l’alveo.

Mentre la riva Ostiense, è stata pensata come luogo dello «stare», dell’incontro, in quanto approdo naturale verso il fiume del futuro museo della Scienza. L’argine, , è stato pensato con percorsi e spazi di sosta, dove poter ammirare l’habitat naturale del fiume Tevere.

A ridosso dell’estate 2011 il cantiere improvvisamente si ferma.

Il Comitato di quartiere Marconi denuncia: «Attualmente la ditta incaricata di eseguire i lavori non c’è più! A metà dell’opera ha alzato le tende, o se preferite, bandiera bianca».

Scrive il Comitato di quartiere: «Quale sia stato il problema per ora non è facile da capire, come sempre siamo al momento dei «rimpalli» delle responsabilità».

Tuona il Comitato di quartiere: «Ci troviamo di fronte all’ennesima opera incompiuta che porta a queste conseguenze per il quartiere e non solo: il Lungotevere Gassman, che avrebbe dovuto alleggerire il traffico su V.le Marconi in direzione Eur, è ancora a senso unico da ponte Marconi verso il ponte di Ferro; la sottostante pista ciclabile è inutilizzabile, se non usando per scendere, una comodissima scala in ferro posta di fronte all’ingresso del teatro India».

Intanto, dell’inaugurazione, prevista ad aprile 2011, neanche l’ombra.

Scrive Giuseppe Pullara, sulle pagine del Corriere del 19 giugno 2011:

«Doveva essere una elegante lingua di acciaio grezzo (corten) e di cemento a vista gettata su un Tevere insolitamente veloce e impetuoso, con tanto verde intorno. Ma il Ponte della Scienza è lì a sporgersi sull’acqua ai piedi del vecchio gazometro come un moncherino abbandonato. I lavori sono iniziati a novembre 2008, ma da un mese in cantiere non c’è nessuno.

Il giornalista riporta le parole dell’assessore all’Urbanistica Marco Corsini: «Tre giorni fa ho deciso la contestazione di ogni addebito all’impresa costruttrice e ora si procede con gli avvocati. La Ati-Toriello Aniello srl di Avellino non dà garanzie circa la capacità di terminare l’opera neppure entro l’anno. È già in regime di penale. Manca la carpenteria metallica e il braccio centrale. Qui si tratta di mancato rispetto del contratto, si va verso una nuova gara».

Il giornalista racconta l’ispezione di Corsini al cantiere: «La sua visita al cantiere deserto è come il su e giù di un felino in gabbia».

Il giornalista riporta ancora le parole di Corsini: «Qui saltano i costi, con un nuovo appalto andremo oltre i 3,8 milioni previsti per il ponte. È un danno per l’amministrazione. L’impresa ha dimostrato di non avere la capacità industriale per fare questo lavoro».

Il Ponte della scienza, della cultura e del tempo libero.

Si procede ad una nuova gara d’appalto, viene scelta una nuova ditta, e i lavori finalmente riprendono.

Scrive il Comitato di quartiere: «Ripartono i lavori! Sembra che nel cantiere di costruzione del ponte della Scienza siano ripartiti i lavori. Una nuova ditta ha preso il posto della Toriello Aniello che ci aveva «salutato» prima dell’estate.

Sulla distanza tra le due stampelle, 36 m, sono tese le funi in fibra di carbonio, su cui poggia una soletta e la travata centrale in cemento precompresso, ad altezza 15 m. Il progetto prevede che la travata centrale sia realizzata a piè d’argine e posta sulle stampelle con speciali gru.

La travata centrale viene realizzata a piè d’opera e successivamente fatta scorrere in posizione sulle funi centrali mediante carro-varo. La trave centrale, effettuata la tesatura delle funi, viene successivamente solidarizzata mediante la soletta, alle stampelle laterali, al fine di resistere adeguatamente alle azioni orizzontali.

Si prevede di realizzare la travata centrale con precompressione esterna impiegando cavi in fibra di carbonio (FRP).

Tale materiale ha la proprietà di non essere sensibile alla corrosione ed è quindi particolarmente idoneo negli interventi di precompressione esterna in ambienti moderatamente aggressivi, quale è quello considerato.

L’impalcato è costituito, nelle due stampelle laterali, da una sezione cellulare a sezione variabile con nervature di 20 cm di spessore e solette di 15 cm. La larghezza dell’impalcato è costante per tutta la lunghezza ed è pari a 10.2 m.

Su questa larghezza trova posto una fascia di larghezza 6.0 m, posizionata lateralmente rispetto all’asse del ponte, su cui in futuro potrà avvenire il transito di due colonne di veicoli di 2a categoria. La quota dell’intradosso dell’impalcato è sempre superiore alla quota minima di 15 m prescritta nel bando.

La fase successiva al completamento degli sbalzi prevede la messa in posizione delle funi in FRP di supporto della travata centrale a soletta nervata e il successivo posizionamento in mezzeria tramite carro-varo della travata stessa, costruita e precompressa a piè d’opera. Particolare cura dovrà essere posta nell’inserimento delle funi all’interno degli alloggiamenti predisposti nei bulbi inferiori delle nervature. Dopo tale operazione, si procede alla tesatura delle funi trasferendo gradualmente il carico della travata dal carro-varo soprastante alle funi sottostanti. Completata questa fase, si procederà alla solidarizzazione della soletta fra la travata centrale e gli sbalzi laterali.

Tale sistema costruttivo consente di evitare qualsiasi interazione con il fiume durante la fase di cantierizzazione, per cui si prevede che tutto il processo costruttivo dell’opera non inciderà sul normale esercizio sia del fiume sia delle zone interessate dalla costruzione. Uniche ripercussioni saranno possibili per la pista ciclabile situata sulla sponda est, per la quale sarà necessario prevedere un percorso alternativo.

Il 28 novembre 2011 il Comitato di quartiere scrive: «I lavori di costruzione dell’inutile ( per ora ) ponte della Scienza sono ripartiti alla grande. La nuova ditta sta lavorando a ritmo notevole e per chi ha seguito le vicissitudini di questa opera, che ci permettiamo di dire inutile dal momento che una volta completata porterà pedoni e ciclisti quasi nel nulla, si è reso conto delle differenza con la precedente. Ci auguriamo che non ci siano intoppi fino alla fine, perché vorremmo tanto che il lungotevere tornasse a doppio senso di marcia. C’erano voluti 40 anni per aprirlo, e dopo pochi mesi è stato subito «dimezzato» nella sua funzionalità».

Finalmente, il 2 marzo 2012, le due sponde del Tevere sono unite. Tecnicamente siamo al «varo».

Nell’ottobre 2012 il Comitato di quartiere torna a criticare i lavori: «Come si vede, la situazione è ancora ben lontana da essere terminata, e con essa la riapertura a doppio senso del lungotevere».

Il 30 dicembre 2012 intanto desta grande commozione la scomparsa del Premio Nobel Rita Levi Montalcini, «piccola signora dalla volontà indomita e dal piglio di principessa» (così Primo Levi).

I Municipi XI e XV decidono allora di dedicare il ponte alla scienziata. Così il comunicato congiunto dei due minisindaci Gianni Paris e Andrea Catarci: «I Municipi XI e XV, come è nella loro possibilità, hanno deciso di intitolare il nuovo Ponte, finora chiamato ‘della Scienza’, a Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la medicina. E dunque la scelta di intitolarlo alla Montalcini, è spiegabile sotto diversi punti di vista. Se da una parte il richiamo ad un’insigne personalità, un premio Nobel, è innegabile, dall’altra dimostra una continuità rispetto al proposito di dedicarlo ad una donna»

«Questa volontà, oltre a costituire un tempestivo riconoscimento alla figura di Rita Levi Montalcini, preminente nel panorama mondiale richiama la particolare realtà toponomastica del quartiere Marconi. Qui, strade e piazze sono dedicate a scienziati uomini e il Municipio XI ha espresso, più volte, la volontà di dare alle donne scienziate la giusta visibilità. Per riequilibrare la presenza dei due generi, già lo scorso anno è stato deliberato di intitolare due nuovi giardini alle scienziate Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, e Laura Maria Caterina Bassi».

«Siamo particolarmente soddisfatti per questo omaggio dovuto a una personalità femminile tanto eccellente» in una città dove, tra l’altro, a parte il Ponte recentemente intitolato a Settimia Spizzichino, vi sono pochissime altre infrastrutture intitolate ad illustri personaggi femminili. Ora dovranno essere gli Uffici capitolini, come è successo per la piazza De André in XV, a seguire l’iter per la deroga necessaria a non dover attendere dieci anni dalla scomparsa del personaggio».

Intanto, siamo a gennaio 2013, vengono effettuate le prove di carico e danno un riscontro positivo.

Il 9 febbraio il sindaco Gianni Alemanno inaugura una mostra gastronomica alla Centrale Montemartini, i cui stand sono collocati sul lungofiume proprio di fronte al cantiere. A sorpresa il sindaco fa un sopralluogo anche il cantiere del ponte, e lo inaugura.

Alemanno: «Mancano ancora tutte le opere complementari, le piste ciclabili e la connessione ma tra tre mesi il ponte della Scienza sarà consegnato alla città».

Quello che ancora manca, e che dovrebbe essere ultimato ad aprile 2013, sono le sistemazioni spondali e viarie che non erano comprese nel progetto originario per insufficienza di risorse e che quindi sono state finanziate successivamente: la rampa della cordonata dal lato Marconi, che consentirà il collegamento della banchina dove transita la pista ciclabile Castel Giubileo-Magliana, le sistemazioni superficiali sul lato Marconi del Lungotevere Vittorio Gassman e dal lato Ostiense, di via del Porto Fluviale su un’area acquisita dalla Italgas.

Le opere complementari hanno comportato una spesa complessiva di circa 1.140.000 euro, mentre il nuovo ponte è costato circa 4,5 milioni di euro di fondi di Roma Capitale.

«Bisogna fare una grande sollecitazione all’Eni che è proprietaria dell’area del Gazometro: un paio di anni fa voleva fare qui il suo centro direzionale, poi ha cambiato idea ma sarebbe opportuno recuperare almeno in parte l’idea originaria di farci un parco scientifico che oggi a Roma manca», ha concluso Alemanno.

«L’Eni in questa zona voleva fare il suo centro direzionale, poi ha cambiato idea. Ora bisognerebbe recuperare l’idea originaria di creare in quest’area un parco scientifico che oggi a Roma manca».

L’impalcato è concepito come una terrazza sul fiume, destinata all’incontro e alla circolazione ciclo-pedonale: una corsia ciclabile è in battuto di cemento; il resto, pedonale, è coperto da legno di tek e attrezzato con panchine. I parapetti in acciaio sono dotati di illuminazione continua a neon sotto i corrimano.

L’estradosso dell’impalcato è realizzato in semplice battuto di cemento eseguito tra guide di acciaio, che oltre a sottolineare il disegno dell’intradosso, (nervature della soletta e funi di sostegno), si dispongono in un disegno disteso, meno intricato, orizzontale che dichiara l’attraversamento, il viaggio.

Il ponte è illuminato e arredato con panchine ed è stato dotato di un impianto di videosorveglianza.

Le finiture rispettano il materiale strutturale e lo analizzano nella sua costituzione complessa di calcestruzzo e ferro, questa volta però, rivolgendo all’esterno la narrazione drammatica dell’acciaio inciso sulla tela ruvida del cemento a faccia vista.

Altri elementi di finitura, sono; la corsia pedonale dell’impalcato è sottolineata con una fasciatura in tavolato di legno di tek, i parapetti, realizzati in acciaio e rete metallica, che ospitano al di sotto dei corrimano un dispositivo illuminante continuo al neon. L’alloggiamento degli impianti è predisposto continuo per tutta la lunghezza del ponte sul lato opposto della corsia pedonale, e distribuisce l’utenza di luce acqua e gas, per eventuali allestimenti in occasioni di manifestazioni.

 

Piano Casa Marconi

Il Deposito di grano del Consorzio Agrario di Roma – edificato nel 1935 su progetto di Tullio Passarelli, tra le attuali via Pietro Blaserna e via Enrico Fermi – aveva il suo accesso originario lungo l’antico percorso di via di Pietra Papa, a breve distanza dalla sponda del Tevere, immediatamente a sud dei Depositi di petrolio SIAP (Società Italo-Americana Petroli).

La gigantesca mole, entrata nell’immaginario dei Romani grazie anche a film del Secondo dopoguerra, come Ladri di biciclette e Bellissima, in cui compariva in diverse scene, permetteva al silos granario di essere individuato da notevole distanza. Esso  caratterizzava il profilo dell’intera area, allora non edificata, rappresentando una sorta di confine sud dell’area industriale del Piano di Pietra Papa, che iniziava a nord con i Molini Biondi adiacenti al muraglione della Ferrovia Roma-Pisa.

Il silos, conosciuto anche come Granaio di Roma, rappresentò per l’epoca una costruzione all’avanguardia, sia per il design asciutto e razionale che per la tecnica costruttiva in cemento armato, che segnò la successiva produzione edilizia.

Sulle sue strutture portanti è stata realizzata la Città del gusto del Gambero Rosso, inaugurata nel 2002, che ne ha però reso pressoché irriconoscibili le forme originarie.

Oggi l’intera struttura è in smantellamento. Al suo posto sorgeranno nuove case.

 

Parco Papareschi

Presso lo stabilimento industriale dismesso della Mira Lanza sono emersi, durante recenti sondaggi di archeologia preventiva, alcuni resti di opere murarie di età arcaica. La Soprintendenza Archeologica di Roma pubblicherà a breve la relazione di scavo. Ci limitiamo qui ad anticipare la notizia del ritrovamento. L’area non è al momento visitabile, sebbene il cantiere – protetto da una rete metallica a larghe maglie – sia comunque visibile dall’esterno, dalla vicina via Pierantoni.

I Magazzini romani alla Mira Lanza sono un manufatto commerciale di epoca romana, indagato dalla Soprintendenza Archeologica di Roma. La relazione conclusiva degli scavi non è stata ancora pubblicata e pertanto non disponiamo di notizie storiche dettagliate. I ritrovamenti si collocano genericamente in Epoca Repubblicana ed hanno l’originaria funzione di deposito commerciale e di stoccaggio legato alla vicina area portuale sul Tevere. I magazzini sono visibili da via Pierantoni alle spalle del Teatro India, da dietro una recinzione a rete metallica. Lo scavo è a cielo aperto e i resti insistono ad una quota di circa 2-3 m al di sotto del suolo attuale. L’accesso all’interno è vietato. Per maggiori informazioni è possibile rivolgersi alla Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma.

La Necropoli alla ex Mira Lanza, accessibile da via Pierantoni, è un sito necropolare di epoca romana. Per quanto noto, la proprietà è pubblica e di interesse archeologico (scavi recenti); non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (scheda inventariale presso l’Ente).

I casali che formano la Proprietà Ciccarelli (detta anche Ceccarelli) si trovano sull’originario piano di campagna, lungo l’antico tracciato di via di Pietra Papa, presso l’odierna via Einstein.

Le prime costruzioni vengono realizzate nel XIX sec.: il nucleo originale è  già presente nella mappa del Catasto Pio-Gregoriano del 1818. Allora la vigna, all’interno della quale esse vennero edificate, era di proprietà della chiesa di S. Crisogono in Trastevere ed era stata concessa in enfiteusi a tale Orazio Gazzanini.

Nel 1870, quando ormai la tenuta ha già preso il nome con cui è nota oggi, viene costruito un altro edificio verso est e viene ampliato quello originario. Intorno al 1900 alla proprietà si aggiungono altri due casali paralleli, a nord di quelli già esistenti, che sono oggi visibili immediatamente al di sotto di via Einstein. Nel 1931 vengono infine costruiti i tre blocchi (recentemente demoliti) posti a sud-ovest degli edifici realizzati verso il 1900.

Recentemente, in concomitanza con la costruzione di un vicino edificio alberghiero, gli edifici superstiti della Proprietà Ciccarelli sono stati restaurati. Per quanto noto la proprietà è privata ed è visibile da strada. È stata censita nella Carta dell’Agro Romano, con numero di repertorio 77.

 

[1] Arvalia.it n. 11 del 2 maggio 2017. Parte dei contenuti di questo articolo sono pubblicati nel volume Marconi di  Antonello Anappo.

[2] Upgrade, 11 luglio 2017. La seconda parte di questo articolo – Marconi industriale (argomenti: Mulini Biondi, Casa Vittoria, Prime fabbriche di Marconi, Stazione Trastevere, Mira Lanza, Scuola Pascoli) – è stata aggiornata e ripubblicata su Arvalia.it n. 21.

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