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Il Territorio Portuense è esteso 70 km quadrati e si colloca a valle di Roma, lungo la riva destra del Tevere, nel suo tratto finale prima di gettarsi nel Mar Tirreno. Il nostro racconto del territorio deve quindi, necessariamente, partire dal racconto del suo fiume. Il Tevere, prima di arrivare a Roma, fa un percorso lunghissimo di 405 km. Nasce sul Monte Fumaiolo in Romagna, poi entra in Toscana e Umbria e mantiene i caratteri di un torrente fino a Città di Castello, con una portata media di 22 m³ di acqua al secondo. Da lì in poi uno dopo l’altro si aggiungono vari affluenti – il Chiascio, il Nestore e il Paglia –, finché dopo Orvieto il Tevere incontra il suo affluente principale, la Nera, che a sua volta aveva raccolto il Turano, Salto e Velino. Dopo la confluenza la portata balza a 217 m³ al secondo: è da questo punto in poi che il Tevere prende i caratteri maestosi di un fiume lento, che incede tra sinuosi meandri. Entrato nel Lazio il Tevere intercetta ancora altri affluenti: Treia, Farfa e l’Aniene.

A Roma il Tevere scorre in una valle delimitata da due modeste formazioni collinari: la Dorsale del Gianicolo a destra, e i tradizionali Sette colli a sinistra. Tra i due rilievi è presente un isolotto fluviale – l’Isola Tiberina – che sin dall’antichità ha svolto il ruolo di guado naturale, cioè un punto di facile attraversamento. Qui i tre popoli del Lazio antico – Latini da Sud, Etruschi da Nord e Sabini da est – si incontravano animando il vivace mercato del bestiame di fronte all’Isola Tiberina, il Foro Boario. Per i Latini il Tevere si chiamava Thybris (e poi Tiber), oppure Albula (fiume biondo); per gli Etruschi invece era Rumon, dal significato incerto. L’ipotesi più carica di suggestioni è che Rumon derivi da «ruma», che significa mammella (fiume che nutre). Dalla stessa radice potrebbe derivare forse la stessa parola Roma.

Il primo ponte sul Tevere fu il Ponte Sublicio. Gli storiografi ci hanno tramandato le sue epiche vicende costruttive, e le ricostruzioni seguite alle devastanti piene: quella del 215 a.C. secondo Tito Livio fu la più disastrosa, tanto che già Cesare progettò di deviare il fiume per proteggere l’Urbe, mentre Augusto istituì i Curatores alvei et riparum, incaricati di approntare meticolose e regolari pulizie. Si hanno notizie di interventi su alveo e rive almeno fino al tempo di Aureliano.

Sotto i Papi invece non si fece molto per evitare le piene: i pontefici si limitarono a segnare sul fianco degli edifici la quota massima raggiunta dalle acque. La Roma papalina aveva soltanto quattro ponti: Ponte Milvio, Ponte Castello, Ponte Sisto e Ponte Cestio. Per passare da una riva all’altra il modo più celere era chiedere un passaggio ai barcaroli che vivevano dei commerci rivieraschi. Del resto, dal Vaticano a Testaccio il Tevere poteva considerarsi un unico grande porto fluviale, perché le merci arrivavano in città soprattutto via fiume. Se in Epoca romana i commerci erano attestati all’Emporium tra Aventino e Testaccio, sotto i Papi i commerci si concentrano in riva destra: dal 1642 esiste l’approdo di Ripa Grande, affiancato dal 1704 da quello di Ripetta. Il 1870, anno di Roma capitale d’Italia, coincide con un’inondazione disastrosa, che risolve il Governo unitario a imbrigliare il fiume con poderosi Muraglioni. I lavori termineranno nel 1926. Da allora l’arginatura ha messo in sicurezza idraulica il centro-città, ma ha anche segnato la fine di un’epoca: della Roma fiumarola e dei suoi barcaroli non rimane oggi più traccia. Oggi il Tevere non è più navigabile.

Dopo Ponte di ferro il Tevere entra quindi nel Territorio Portuense, con orientamento NE-SO. Se il limite settentrionale è dato dal Ponte di ferro, quello meridionale è dato dalla Tenuta delle Vignole, in località Parco Leonardo. Possiamo suddividere il passaggio del fiume nel nostro territorio in tre settori: uno fortemente antropizzato, da Ponte di ferro all’Ansa della Magliana; uno in relative condizioni di naturalità fino a Ponte Galeria; e infine un settore di bonifica, caratterizzato dalla regimazione forzata delle acque fino alla foce.

Il settore compreso tra Ponte di ferro e l’Ansa della Magliana si caratterizza per l’antropizzazione: nel tempo cioè l’alveo e le sponde sono stati profondamente modellati dalla presenza umana. Basti pensare che un tempo si immettevano qui nel Tevere ben quattro affluenti, oggi tutti scomparsi o più propriamente «tombati», cioè trasformati in canali che scorrono nel sottosuolo: il fosso Tiradiavoli o di Donna Olimpia, che nasce a Villa Pamphili e scorre oggi sotto di via Oderisi da Gubbio; il fosso di Santa Passera, oggi asciutto, dove transita oggi via Frattini; la marrana di Papa Leone che nasce a Monteverde e scorre oggi sotto viale Newton; e infine il rio Affogalasino, originato al Casaletto, oggi in canalizzazione sotterranea sotto via del Trullo.

Dopo il Trullo il Tevere conserva invece relative condizioni di naturalità, e scorrono a cielo aperto due grandi affluenti: il rio Magliana e il fiume Galeria. Il rio Magliana (o fosso della Magliana) nasce in località Palmarola e dopo un corso di 20 km si getta nel Tevere all’Ansa della Magliana. Più a valle si trovava fino al 1940 la sinuosa Ansa di Spinaceto, lunga 8 km: sotto il fascismo il Tevere è deviato in un canale artificiale lungo soltanto 1 km – il Drizzagno – che si ricongiunge al vecchio alveo dopo il Grande Raccordo Anulare. Qui sopravvivono alcuni corsi minori: il fosso di Campo Merlo e il fosso di Pisciarello. L’ultimo corso d’acqua naturale prima del mare è il fiume Galeria. Il Galeria nasce sulla via Trionfale alle pendici del Lago di Bracciano e, dopo il passaggio vicino al centro urbano di Cesano, sfocia nel Tevere presso l’abitato di Ponte Galeria, dopo aver percorso 38,5 km. Il fiume Galeria riceve a sua volta un fitto reticolo di affluenti, tra i quali il fosso della Maglianella.

Passato il fiume Galeria si entra nel settore degli stagni costieri, oggi prosciugati da un’opera di bonifica intrapresa già a fine Ottocento. La caratteristica dei canali di bonifica è che di essi sfocia nel Tevere, ma le loro acque, attraverso pompe di sollevamento idraulico, scorrono in senso inverso rispetto all’orografia del luogo e vanno a drenare i flussi idrici direttamente in mare. L’irreggimentazione forzosa delle acque costiere risale al 1890, anno in cui entrò in esercizio il primo impianto idrovoro a Maccarese. Nel 1927 è entrata in servizio l’idrovora di Pagliete, da cui dipendono oggi le otto pompe idrauliche di Ponte Galeria, capaci di trasportare a mare ben 13 m³ d’acqua al secondo.

Dopo la Tenuta delle Vignole il Tevere esce dal Territorio Portuense, ed entra in quello di Fiumicino, dirigendosi verso il mare. Poco prima della foce il Tevere ha una biforcazione, in località Capo due rami: il braccio naturale di Fiumara grande piega a Sud, verso Ostia, mentre ul braccio artificiale, risalente al tempo degli imperatori Claudio e Traiano e posto a servizio dei Porti imperiali realizzati a quel tempo, aveva il nome di Flumen micinum (fiume piccolo), da cui deriva il toponimo attuale di Fiumicino. La biforcazione determina un’isola in prossimità della foce: l’Isola Sacra. Il Tevere si getta quindi nel Mar Tirreno, con una portata di 240 m³ al secondo.

Questo dato, che è una media annua, risente di forti sbalzi stagionali. Questa caratteristica era ben nota sin dall’antichità, al punto che il poeta Virgilio nell’Eneide definisce il Tevere «rapido, vorticoso e quieto insieme», per la sua capacità di alternare periodi sonnolenti a improvvise irruenze. La portata minima alla foce si registra ad agosto (sotto i 100 m³/s), mentre già a aprile e ottobre la portata è sopra i 300, con picchi vicini a 900 tra novembre e febbraio. Anche la quota del pelo d’acqua risente della stagionalità. Dal 1941 la stazione idrometrica di Porta Portese registra serie storiche molto accurate, classificando il pelo d’acqua in quattro livelli: magra (sotto i 5 metri), ordinario (fino a 7), intumescenza (fino a 10), piena (fino a 13). Per ben 40 volte a memoria d’uomo il Tevere ha registrato stati di piena straordinaria.

Dopo aver parlato delle acque, occorre parlare dei monti, cioè dell’orografia. A Roma non ci sono delle vere e proprie montagne, ma abbondano tuttavia i rilievi collinari. Sulla riva destra del Tevere si colloca infatti una dorsale continua, delimitata da tre cime: a nord Monte Mario (+139 m slm), al centro il Gianicolo (+88) e a sud il Monte delle Piche (+64). Questa catena di colline prende il nome di Dorsale Monte Mario-Monte Piche o anche Dorsale del Gianicolo, e ovest degrada in alture minori denominate Colline di Monteverde, la cui ultima cima è Monte Carnevale (+40) in località Ponte Galeria.

Anche sulla riva sinistra ci sono delle alture: ci sono i tradizionali Sette colli di Roma (+40/50 slm), che si prolungano a est in un altopiano continuo, l’Altopiano Casilino (+50/60 slm). Ma i rilievi che interessano al nostro racconto sono quelli della riva destra.

Monte delle Piche è l’ultima cima della dorsale del Gianicolo. Dopo Monte delle Piche il territorio si fa pianeggiante o appena ondulato, fino a diventare, passato l’attuale Grande raccordo anulare e raggiunta la località Ponte Galeria, diventa pianura alluvionale, sostituendo le terre brune alla sabbia e ghiaia. Il motivo di questo cambio, anche cromatico, del terreno, è che a Ponte Galeria, in antico, si attestava l’antica linea di costa. E le increspature collinari di Ponte Galeria non sono altro che residui di antiche dune costiere, delle colline di sabbia.

Nel tratto finale di Piana del Sole ritornano le terre brune, ma a portarle qui, nel Primo Novecento, è stata la mano dell’uomo, che con le opere di bonifica ha riempito le depressioni del terreno portandovi nuove terre adatte all’agricoltura. Dalla piatta pianura costiera si elevano, ancora oggi, solitarie colline rotonde: si tratta dei residui sabbiosi di antiche dune costiere.

Dopo fiumi e montagne, occorre ora fare un altro passo in avanti nel racconto della geografia fisica del territorio. Questo terzo passo è forse il più difficile, perché non è immediatamente evidente agli occhi come lo scorrere di un fiume o la sagoma di una collina che disegna la skyline, ma richiede una certa capacità di astrazione. Ci sarà senz’altro d’aiuto l’osservazione di una mappa. Con la mappa in mano, osserviamo che nella lunga striscia del Territorio Portuense esistono tre aree colorate, di norma di colore verde-chiaro. Esse ricoprono, a occhio, più di un terzo del territorio. Si tratta delle tre riserve: Valle dei Casali a est, Tenuta dei Massimi al centro, Litorale romano a ovest.

Queste tre riserve insieme costituiscono lo «spazio-campagna». Si tratta cioè di tre aree protette e destinate integralmente all’agricoltura. In queste aree è vietato costruire case e insediamenti, perché esse sono protette (vincolate) da importanti leggi regionali e statali: regionali per quanto riguarda Valle dei Casali e Tenuta dei Massimi; addirittura statali (quindi con un livello di protezione ancor maggiore) per quanto riguarda il Litorale romano. Delimitare queste tre aree di spazio-campagna ci servirà per individuare, per differenza, lo «spazio-città», su cui ci concentreremo invece nel capitolo successivo. Lo spazio-città è il terreno sopra il quale si può costruire, dove può cioè svilupparsi l’insediamento umano. Come vedremo, questo spazio è soggetto alle leggi comunali, la più importante delle quali è il Piano regolatore.

Ma avremo modo di occuparci di questo a breve. Per ora ci limitiamo ad osservare che le tre riserve hanno confini piuttosto frastagliati, e in molti punti sono addirittura circondate dalla città. Le riserve sono state istituite negli Anni Settanta, e fanno la fotografia delle aree in cui la città, a quel tempo, non era ancora arrivata: le riserve hanno posto un argine, un confine, allo sviluppo caotico che aveva la città in quel periodo, destinando ad uso agricolo quei terreni dove allora la città non era ancora arrivata.

La prima delle tre riserve, quella più vicina alla città, è la riserva Valle dei Casali. Si estende tra Portuense e Trullo ed è quella che risente maggiormente della vicinanza alla città, al punto che in molti tratti si fa fatica oggi, visivamente, a rendersi conto che ci troviamo in uno spazio agricolo o in uno spazio urbano: la Valle dei Casali ha in effetti caratteri di forte antropizzazione, e l’agricoltura è comunque ormai un’attività residuale.

La Valle dei Casali è stata istituita con la Legge regionale n. 29 del 6 ottobre 1997, ed è gestita dall’ente regionale Roma Natura. Prende il nome di Valle dei Casali dai suoi due aspetti caratterizzanti: la presenza di numerosi edifici rurali, alcuni dei quali esistenti già a fine-Seicento; e l’alternarsi quasi nervoso di crinali e vallette profondamente incise, ognuna delle quali costituisce quasi un mondo naturalistico a sé. La Valle dei Casali confina a nord con il parco storico di Villa Pamphili, con cui è collegata e costituisce un unico eco-sistema ambientale.

La Valle dei casali si articola a sua volta in tre bacini: il Basso Bacino sull’altopiano di Monte Cucco, valle di Papa Leone e colline dell’Imbrecciato; il Medio Bacino compreso fra Trullo e Casetta Mattei, con le aree di Parrocchietta, Vigna Consorti, Affogalasino; e l’Alto Bacino, che si trova esternamente al Territorio Portuense, in quello di Monteverde. La superficie della riserva Valle dei Casali è di 466 ettari. La sede amministrativa della riserva – la Casa del Parco – si trova in via del Casaletto, 400.

Il paesaggio naturale è costituito, nella parte più settentrionale (a Monteverde), da un altipiano che degrada progressivamente verso il Tevere in una serie di colline alternate a fossi, per poi costituirsi nuovamente in altopiano nell’area di Monte Cucco. Nell’Alto Bacino ricordiamo tra le maggiori presenze storiche la settecentesca Villa York (tipico esempio di vigna romana realizzata secondo la concezione inglese) con la cappellina rurale di Sant’Agata, Villa Consorti (progettata e affrescata dal pittore Giovanni Lanfranco), il moderno complesso del Buon Pastore opera di Armando Brasini, Forte Bravetta e Casal Ninfeo. Nel Basso Bacino particolare pregio ha la collina di Monte Cucco, una terrazza panoramica sull’Ansa del Tevere, che raggiunge i 42 m slm. Da qui è possibile abbracciare idealmente l’intero abitato di Roma e il Campidoglio, mentre verso est è chiaramente visibile la cintura dei Castelli. Sull’altopiano è situata la caratteristica Torre Righetti. Il Medio Bacino si articola in vari settori discontinui: la Contea, Affogalasino e Casetta Mattei alla destra della Via Portuense; Vigna Consorti e Parrocchietta sulla sinistra. Qui la città interagisce fortemente con il tessuto agricolo, caratterizzato già dal Seicento dalla fitta fioritura di casali.

Ben diversa dalla Valle dei Casali è la condizione della riserva Tenuta dei Massimi, in cui sono ancora prevalenti i caratteri agricoli. La riserva alterna un fitto bosco di querce alla pianura coltivata a latifondo. La riserva si estende tra Magliana Vecchia e Corviale ed è suddivisa in due grandi aree: il latifondo agricolo a sud e il bosco di querce a nord.

La flora è caratterizzata da pini mediterranei, aceri, querce-sughere, palme, pioppi, salici e ginestre. Si incontrano facilmente ulivi e gelsi, a testimonianza della vocazione agricola della zona. La fauna è costituita da ricci, volpi e donnole. In particolare l’avifauna annovera gheppi, poiane, e barbagianni, ma anche cornacchie, fagiani, storni, merli, e vari passeriformi.

L’ultima delle tre aree protette è la riserva statale del Litorale romano: essa alterna aree a latifondo agricolo a estese aree di zone umide e golenali e aree di bosco. La Riserva statale del Litorale romano asseconda il corso del Tevere ed è estesa tra più municipi e Fiumicino. La parte nel Territorio Portuense occupa la Piana di Ponte Galeria, l’area di Piana del Sole e parte del bacino idrografico del Rio Galeria.

Nel marzo 2015 la Regione Lazio ha approvato il Piano di assetto della riserva Valle dei Casali. Si tratta di un documento di gestione e programmazione del territorio, atteso da molto tempo, che consente di pianificare lo sviluppo dell’area, l’organizzazione del territorio, definire azioni e interventi per garantire l’uso dei beni e delle risorse, stabilire i diversi gradi di accessibilità pedonale e veicolare, individuare le attrezzature e i servizi che si possono realizzare. Il Piano identifica l’obiettivo di recuperare Villa York e altri casali storici, come la Vaccheria di Villa Koch. È prevista anche la realizzazione di un polo agro-ambientale e turistico-rurale sulla Collina di Monte Cucco e la risistemazione dell’area intorno al viale Isacco Newton, che dovrà diventare un giardino pubblico con zone di sosta collegate da un percorso ciclabile.